NATO: la storia

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La NATO (acronimo di North Atlantic Treaty Organization, Organizzazione del Trattato Nord Atlantico) nasce a Washington il 4 aprile 1949 per volontà di dodici Paesi fondatori: Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Portogallo, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. Nel 1952 vi furono le adesioni di Grecia e Turchia, che almeno in quella occasione misero tra parentesi la loro storica rivalità. Essa si configurò subito come un sistema militare a carattere esclusivamente difensivo, nel quale ogni Stato aderente si impegnava a dare aiuto militare nel caso di aggressione ad una o più delle parti contraenti. La NATO fu legittimata dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che inseriva nel quadro del diritto internazionale anche il “diritto alla legittima difesa”.
La legittimazione esclusivamente “anticomunista” della NATO perde parte della propria credibilità se si considera che il Patto di Varsavia – l’alleanza militare in chiave antioccidentale dei Paesi del blocco comunista – fu sancito ufficialmente solo il 15 maggio 1955, ben 6 anni dopo l’istituzione della NATO stessa. Alla quale nello stesso anno aderì, non a caso, anche la Repubblica Federale Tedesca.
La strategia militare statunitense degli anni seguenti si è sempre ispirata a due principi fondamentali: da una parte, preservare il territorio degli Stati Uniti da un eventuale attacco nucleare sovietico; dall’altra, limitare l’area del possibile conflitto al solo scacchiere europeo. In questo quadro si inserisce non solo la NATO ma anche la presenza in territorio europeo di basi militari alle dirette dipendenze di Washington, sull’attività delle quali i governi europei hanno sempre avuto un controllo assai debole. Continua a leggere

Avanti il prossimo

bandiera ucraina

Il 15 gennaio, il presidente Viktor Jushenko (quello dei rubinetti d’oro), il primo ministro Julija Timoshenko (detta la Pasionaria di Kiev) ed il presidente del parlamento Arsenij Jaceniuk hanno firmato la richiesta affinché l’Ucraina sia accolta nel piano di azione per diventare membro della NATO (Membership Action Plan, acronimo MAP) in occasione del prossimo vertice di Bucarest. “Condividendo appieno i valori democratici europei, lo Stato si riconosce parte dello spazio di sicurezza euroatlantico ed è pronto a lottare alla pari insieme alla NATO ed agli alleati contro le comuni minacce alla sicurezza” si legge nel comunicato ufficiale. Scontate le reazioni: le accuse dell’opposizione di violare la Costituzione che sancisce la neutralità dell’Ucraina, le intenzioni della Russia di “rivedere” le relazioni bilaterali, ma soprattutto i salti di gioia degli Stati Uniti secondo i quali l’Ucraina, per aderire alla NATO, neanche necessiterebbe dello svolgimento di un referendum popolare.
Secondo gli ultimi sondaggi, risalenti a febbraio, quasi il 77% degli ucraini vorrebbe invece essere consultato in materia; la percentuale di quelli contrari all’adesione si attesterebbe al 58,5%. Il referendum “autogestito” svoltosi in Crimea nel 2006, ha registrato la vittoria degli oppositori all’adesione con una percentuale plebiscitaria vicino al 99%. Sono quegli stessi che, all’indomani della notizia circa la formalizzazione dell’istanza pro NATO, sono tornati subito in gran numero a manifestare in piazza. La Crimea, del resto, non porta bene agli Stati Uniti. In occasione delle prime esercitazioni congiunte fra truppe statunitensi ed ucraine, si è verificata infatti una vera e propria sollevazione popolare, iniziata con la reazione indignata dei lavoratori del sanatorio di Fedosia, trasformato per l’occasione in alloggio per i soldati. Gli addetti alle pulizie, i cuochi, i camerieri, tutto il personale insomma, si sono licenziati in blocco pur di non servire coloro che avvertivano come nemici e calpestatori della loro dignità. Qualcuno, rischiando più del proprio stipendio, ha persino tagliato l’acqua, il gas e la corrente elettrica all’edificio.
Ad ogni modo, un’eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO richiederebbe sforzi notevoli e sacrifici non indifferenti anche in termini economici, considerata la necessità di convertire l’esercito agli standard dell’Alleanza Atlantica, tramite l’acquisto di sofisticati equipaggiamenti di produzione occidentale. L’Ucraina dovrebbe inoltre dire addio a molte delle sue grandi aziende che operano nel settore della difesa, che certamente non sopravviverebbero al cessare del fondamentale sostegno attualmente offerto dalla Russia. Dovrebbe fornire con regolarità proprie truppe per le missioni internazionali intraprese dalla NATO. Ultimo e non meno importante aspetto è che l’ingresso nella NATO non potrebbe avvenire prima che l’ultima base militare russa, quella navale a Sebastopoli sul Mar Nero, venisse smantellata. Si parla del 2017, ma con l’aria che tira è davvero difficile ipotizzare che la Russia si lasci soffiare una infrastruttura di così fondamentale importanza strategica. Anzi, i russi non paiono neanche disponibili ad accettare un aumento del canone d’affitto, 100 milioni di dollari annui dedotti dal debito che l’Ucraina ha accumulato per le forniture energetiche.

Li paghiamo anche

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Tra le varie leggende che circolano da anni negli ambienti politici ed economici dell’Italia atlantista, ce n’è una che merita un posto di rilievo. E’ quella che narra dei vantaggi economici derivanti dalla presenza nel nostro Paese degli oltre quindicimila militari statunitensi, ed in particolare dal pagamento degli affitti delle basi allo Stato.
La verità è contenuta nel “Statistical Compendium on Allied Contributions to the Common Defense” per l’anno 2004, consegnato dal segretario alla Difesa al Congresso degli Stati Uniti. Alla pagina B-10 c’è la scheda riguardante l’Italia, da cui risulta che il contributo annuale versato al governo statunitense l’anno precedente per le “spese di stazionamento” delle truppe è stato pari a 366 milioni di dollari. Tre versati in contanti, gli altri 363 scaturenti invece da una serie di facilitazioni che il governo italiano concede agli Stati Uniti: affitti e forniture gratuite, sconti su una ampia tipologia di servizi offerti ai militari ed alle loro famiglie, sgravi sulle spese di manutenzione delle basi ed agevolazioni fiscali. A questo proposito, va ricordato che in virtù degli Accordi segreti del 1954, gli acquisti effettuati all’interno delle basi o per le basi sono esenti da accise ed Iva. Quindi, rispetto ai cittadini italiani, l’esercito statunitense paga la luce elettrica, il gas naturale ed il carburante (benzina, gasolio per autotrazione e per riscaldamento, etc.) rispettivamente il 25%, il 40% ed il 65% in meno.
In generale, il 41% dei costi complessivi di stazionamento sono a carico del governo italiano. Solo Giappone e Germania pagano cifre superiori alle nostre; del resto, aver perso una guerra mondiale vorrà pur dire qualcosa. Una parte della divisione delle spese avviene in ambito NATO, ma la maggior quota dei pagamenti nasce dagli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti che regolano lo status economico-giuridico delle basi, secondo il metodo denominato “burdensharing”. Esso è illustrato nel documento “NATO Burdensharing After Enlargement” pubblicato nell’agosto 2001 dall’ufficio per il bilancio del Congresso statunitense, il quale puntualizza che i contributi, diretti ed indiretti, sono sempre aggiuntivi rispetto a quelli della NATO.
Inoltre, in base alla clausola detta “Returned Property Residual Value” contenuta nel Memorandum d’intesa del 1995 (lo Shell Agreement, e precisamente nell’annesso “B”), se una base statunitense chiude, il governo italiano deve indennizzare gli ex inquilini per le migliorie apportate. E’ il caso de La Maddalena, abbandonata definitivamente nel 2007, per la quale una commissione mista formata dal Ministero della Difesa italiano e dall’EUCOM (il Comando statunitense in Europa) dovrà stabilire quanto valgono le opere migliorative dei trentacinque anni di destinazione militare. Se poi l’Italia intendesse usare in qualche modo o magari alienare il sito entro i primi tre anni dalla firma della convenzione che stabilisce il valore di tali migliorie, Washington avrà diritto ad un ulteriore non ben definito indennizzo.
Ieri sciuscià e senorite, oggi affitti gratuiti, tariffe ridotte e sgravi fiscali. Dalla succube Italia tardano ad arrivare segnali di risveglio.

Amicizie pericolose

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Prima per “gioco”, poi sul serio.
La Marina israeliana ha preso parte per la prima volta, nel giugno 2006, ad un esercitazione navale della NATO tenutasi nel Mar Nero. Durante la “Cooperazione Mako”, sono stati simulati combattimenti tra navi lanciamissili, con annesse operazioni di ricerca e salvataggio. Fino ad allora Israele aveva partecipato a precedenti giochi di guerra soltanto in qualità di osservatore, nell’ambito del programma denominato “Dialogo Mediterraneo” al quale prendono parte anche i cosiddetti Paesi arabi moderati (verso la politica sionista, si intende) quali Egitto, Giordania, Marocco, Tunisia etc. Già da anni, comunque, i piloti della sua aviazione si addestrano insieme a quelli turchi, ad esempio. Ciò senza necessariamente presentare formale domanda di adesione alla NATO, come in passato aveva auspicato l’ex ministro della Difesa italiano Antonio Martino. Un patto militare ha vantaggi e svantaggi – aveva commentato il Capo di Stato Maggiore israeliano Dan Halutz – non esserne parte consente di prendere decisioni senza la necessità di consenso degli altri membri.
Probabilmente,  con la Cooperazione Mako si era di fronte alla prova generale del successivo, fallimentare, intervento contro il Libano del luglio-agosto 2006. A breve distanza da esso, Israele si è di nuovo agganciata alle iniziative sviluppate in ambito NATO, partecipando a pieno titolo all’operazione di pattugliamento navale “antiterrorismo” detta Active Endeavour, previa la firma di un vero e proprio accordo di cooperazione bilaterale. L’intesa raggiunta è stata quindi celebrata ad un convegno svoltosi ad Herzlya, vicino a Tel Aviv, sui rapporti NATO-Israele ed il Dialogo Mediterraneo, durante il quale il vice segretario generale della NATO, Alessandro Minuto Rizzo, ha espresso viva soddisfazione per la velocità del processo di convergenza.
Da quel momento in poi, un ufficiale di collegamento di Tsahal, l’esercito israeliano, è assegnato in maniera permanente presso la sede del comando della Forza di Intervento Rapido della NATO a Napoli.

Voli CIA, l’Europa indaga

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“La CIA è stata chiaramente, in diverse occasioni, responsabile del rapimento e della detenzione illegale di sospetti terroristi sul territorio di Stati membri dell’Unione Europea, così come del loro trasferimento” ha detto l’europarlamentare Claudio Fava nel suo primo rapporto quale relatore della commissione d’inchiesta sulle denunce di abusi commessi dai servizi segreti statunitensi sul territorio del Vecchio Continente. “Le cosiddette extraordinary renditions (consegne speciali) non furono episodi ma una pratica diffusa e condivisa anche da molti Paesi europei” ha aggiunto Fava.
Paesi che, fra l’altro, spesso non collaborano nell’accertamento della verità. Fra di essi anche l’Italia, che ha fornito risposte incomplete ed inadeguate sui fatti relativi al sequestro avvenuto nel 2003 a Milano ai danni dell’imam Abu Omar.

Il collegamento al video è alla seguente pagina: http://www.rainews24.it/ran24/inchieste/voli_cia.asp

NATO niet, NATO da

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Per la prima volta nella storia dell’Alleanza Atlantica, la Russia parteciperà al vertice NATO in programma a Bucarest a partire da mercoledì 2 aprile. Se da un lato è chiaro che verrà rinviata qualsiasi decisione in merito all’inserimento di Georgia ed Ucraina nel MAP (il piano che regola la fase di transizione prima dell’adesione formale alla NATO, la quale a questo punto non potrebbe avvenire prima di altri quattro anni), dall’altro è altamente probabile che la Russia verrà coinvolta nella soluzione del problema afghano.
Il progetto attorno al quale le diplomazie stanno lavorando febbrilmente è quello secondo il quale la Russia, d’accordo con i governi del Kazakhistan ed Uzbekistan, fornirebbe alla NATO un corridoio di transito via terra per il trasporto di forniture non militari destinate alla missione ISAF in Afghanistan. La questione è densa di implicazioni geopolitiche, riassunte dal presidente russo Putin in una recente conferenza stampa con il cancelliere tedesco Angela Merkel durante la quale non ha mancato di puntualizzare – nuovamente – che “in un momento in cui non esiste più una contrapposizione tra due sistemi rivali, l’infinita espansione di un blocco militare e politico ci sembra non solo inutile ma anche dannosa e controproducente. L’impressione è che si stia tentando di creare un’organizzazione che rimpiazzi le Nazioni Unite”.
Anche il ministro degli esteri Lavrov ha lasciato intendere la disponibilità russa a collaborare in Afghanistan con la NATO, purché questa raggiunga un accordo complessivo con l’OTSC (Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, che raggruppa la Russia e le repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale). Del resto, la crescente incertezza politica del Pakistan pone seri interrogativi sull’opportunità che gli Stati Uniti continuino a dipendere così fortemente da questo Paese – dove passano circa tre quarti di tutti i rifornimenti – per approvvigionare le proprie truppe in Afghanistan.
Membri storici della NATO come Germania e Francia sono anch’essi consapevoli che l’alleanza può subire in Afghanistan una sconfitta catastrofica, e che essa e la Russia dopo tutto condividono obiettivi molto simili in quella regione. Quello che preoccupa gli Stati Uniti è che un tale legame fra la NATO, la Russia e l’OTSC (e magari l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, all’interno della quale è presente anche la Cina) possa minare la loro politica di “contenimento” nei confronti della stesse Russia e Cina, oltre ad incrinare la pretesa di proiettare la NATO come un’organizzazione politica attiva su scala globale. La parte più rischiosa è che la cooperazione Russia-NATO rafforzi i vincoli della prima con i Paesi europei, indebolendo la centralità del rapporto euro-atlantico.
La proposta russa di collaborazione in Afghanistan giunge in un momento in cui la NATO è nella condizione di dover accettare aiuti da chiunque sia in grado di offrirglieli. Putin, ormai al termine del proprio mandato presidenziale, ha efficacemente sfidato gli Stati Uniti a compiere una scelta tutt’altro che facile.
Staremo a vedere.

Kosovo Italia Serbia, pro memoria 1999

Il 24 Marzo di nove anni or sono l’attacco aereo a Serbia, Montenegro e Kosovo Metohija vide l’Italia in prima fila per numero di aerei impiegati tra Tornado, ECR, AMX e F104 dell’Aeronautica Militare Italiana: 52, come da dichiarazione ufficiale dell’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema.
Il primo governo di coalizione guidato da un ex esponente del PCI si fece anche carico dell’assistenza a terra degli altri 263 cacciabombardieri della prima linea d’attacco della NATO. Con un provvedimento ad hoc, le Forze Armate italiane coprirono tutti gli oneri di spesa, dalla fornitura del carburante avio al munizionamento a guida laser da scaricare sul territorio della Repubblica Federale di Jugoslavia: 78 giorni di ininterrotti bombardamenti, in aperta violazione del diritto internazionale e, per quanto riguarda l’Italia, dell’articolo 11 della Costituzione.
Sui 1.378.000 abitanti del Kosovo Metohija, 461.000 erano cittadini di origine serba. Il censimento effettuato nel 2006 dall’UNMIK ne ha registrati come residenti meno di 100.000, perché gli altri sono stati cacciati dalle loro case, in presenza delle forze NATO appartenenti alla KFOR, ed ora vivono in estrema precarietà nei campi profughi sparsi in Serbia. Dei 55.000 che vivevano a Prishtina prima del 1999, ne rimangono 42. La stessa sorte è toccata a diverse migliaia di croati, rom, gorani (slavi di religione musulmana) ed agli albanesi considerati “collaborazionisti” – almeno a quelli non assassinati a sangue freddo dall’UCK, descritto come “senza alcun dubbio, un gruppo terroristico” da Robert Gelbard, inviato speciale del presidente Clinton nei Balcani. Gli schipetari hanno inoltre dato alle fiamme e saccheggiato 148 monasteri medievali e decine di migliaia di case, realizzando quella pulizia etnica che non era riuscita nemmeno a Mussolini quando si era impegnato a costruire una “Grande Albania”.
Il Kosovo è oggi privo di economia. Quel poco che consente la sopravvivenza della popolazione è basato quasi unicamente su traffici illegali. E tutto questo dopo avere ricevuto dall’Unione Europea due miliardi di euro in assistenza dal 1999 ad oggi. La bilancia commerciale parla chiaro: entrate da traffici vari (droga e armi soprattutto, ma anche automobili e marchi contraffatti) valgono per circa l’80%, gli aiuti internazionali per poco meno del 20%.
Stando alle stime dell’Interpol, è dal Kosovo che passa l’80% del traffico di eroina del Vecchio Continente. Si parla di un volume d’affari totale pari a due miliardi di dollari e di un flusso mensile compreso tra le 4 e le 6 tonnellate di droga. E una buona fetta dei proventi rientra poi in Kosovo, finendo anche nelle casse dei principali partiti.
Secondo la Banca mondiale, il 40% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Il Kosovo ha il Pil più basso d’Europa. La disoccupazione è stimata al 60%, l’analfabetismo è vicino al 10% tra gli uomini ed al 20% fra le donne, cifre dieci volte superiori alla media regionale.
Ogni 15 giorni, i Nuclei di Polizia Internazionale emettono provvedimenti di chiusura a carico di locali adibiti al traffico di stupefacenti e/o di armi, al riciclaggio di denaro sporco, alla prostituzione; nella sola Prishtina, i bordelli – assiduamente frequentati dai militari stranieri ivi operanti – si contano in diverse centinaia. Le bande criminali censite sono 2.417. Le armi, corte o lunghe, a disposizione delle stesse sono stimate in 400.000 circa.
Per contro, ferma qualsiasi precedente attività mineraria estrattiva, la produzione artigianale ed industriale è pressoché nulla, con una compressione rispetto al volume sviluppato nel 1999 pari al 92% in meno. Con conseguenza, fra le altre, che il tasso di disoccupazione permanente nella fascia d’età tra i 18 ed i 45 anni sfiora l’82%.
A fronte delle 32 tonnellate di uranio impoverito seminate dai proiettili dell’USAF, nella popolazione residente si è registrato, in sei anni, un incremento del 25% degli aborti spontanei, del 15% delle malformazioni nei feti, del 17% di leucemie e tumori ad ossa, cervello, reni, fegato e vie urinarie. Tra i soldati italiani della KFOR avvicendatisi nella regione, i decessi per cancro registrati al gennaio 2007 sono 52, mentre più di 300 sono quelli in cura nelle strutture sanitarie nazionali.

NATO Game Over 22/3/2008, la cronaca

pace attiva

Secondo gli organizzatori, erano circa un migliaio le persone che – provenienti da 17 Paesi – si sono radunate ieri a Bruxelles per denunciare il ruolo dell’Alleanza Atlantica nelle guerre in Iraq ed in Afghanistan e per chiedere una riduzione degli interventi militari nel mondo.
I manifestanti hanno tentato di «chiudere» la sede della NATO, superando le barriere che circondano l’edificio. La protesta si è trasformata in veri e propri scontri, con cariche degli agenti che, armati di idranti, cercavano di far indietreggiare i contestatori.
Alcune decine di essi sarebbero riusciti a penetrare nel recinto della sede NATO ma sono stati subito fermati, così come altri che stavano manifestando di fuori. A fine giornata i fermati sono stati circa 500. Stando alla polizia, sono stati identificati e successivamente rilasciati.
“La NATO è un relitto della guerra fredda”, ha dichiarato Hans Lammerant di “Vredesactie”, che ha convocato la manifestazione nel quinto anniversario dell’inizio della guerra in Iraq ed a dieci giorni dal vertice NATO di Bucarest.

Buona Pasqua. E domani un triste anniversario.

Georgia a stelle e strisce

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Se c’è un Paese dell’ex Unione Sovietica appiattito sulle posizioni dell’amministrazione statunitense, in maniera così plateale da risultare quasi comica, è la Georgia del da poco rieletto Presidente Mikhail Saakashvili.
Ne è stata data testimonianza di ineguagliabile efficacia nel documentario Revolution.com di Manon Loizeau, trasmesso lo scorso 3 giugno 2007 durante il programma Report. Loizeau, illustrando con dovizia di particolari ed interviste ai diretti interessati le attività delle Organizzazioni non governative (Ong) operanti nell’area post-sovietica, dall’Europa dell’est all’Asia centrale, ad un certo punto si occupa della cosiddetta “Rivoluzione delle Rose” del novembre 2003 in Georgia. Quella che – mediante l’abile orchestrazione dell’ambasciatore statunitense Richard Miles, trasferitosi a Tbilisi da Belgrado dove aveva portato a termine il lavoro Milosevic – provocò la “caduta” di Shevardnadze e l’ascesa, sul gradino più alto della repubblica caucasica, di Saakashvili appunto. Trentasei anni, una laurea in legge ad Harvard, egli è il presidente più giovane del mondo.
Lo scorso 5 gennaio Saakashvili ha dunque conseguito un nuovo mandato presidenziale, in occasione di consultazioni durante le quali è stato chiesto ai georgiani anche di esprimersi sulla (più che) eventuale adesione del Paese alla NATO. I presupposti di tali elezioni sono stati davvero significativi, a partire dalle dichiarazioni di Joy Davis-Kirschner, direttore dell’Ufficio Affari Politici dell’Ambasciata statunitense in Georgia, che il suo Paese avrebbe stanziato cinque milioni di dollari quali aiuti per l’organizzazione dell’evento elettorale – giusto per riabilitare un po’ l’immagine di una Georgia democratica dopo le manifestazioni di protesta, duramente represse, del precedente novembre. Il candidato dell’opposizione, Levan Gachechiladze, dal canto suo si era lamentato del fatto che gli indici di popolarità di Saakashvili sarebbero stati appositamente gonfiati, protestando con… John F. Teft, ambasciatore statunitense in Georgia. Tutti insieme, i candidati dell’opposizione avevano chiesto un aiuto affinché le elezioni si tenessero in modo trasparente al… Segretario Generale della NATO.
Difficilmente ci si potrebbe aspettare qualcosa di diverso, sapendo che la risoluzione 391 del Senato degli Stati Uniti d’America definisce la Repubblica di Georgia “una democrazia emergente strategicamente ubicata tra la Turchia e la Russia, importante alleato politico e geopolitico per gli Stati Uniti”.
Altri dati illuminanti:
in Georgia sono attive 200 Ong occidentali;
la Georgia è fra i primi cinque paesi al mondo per donazioni procapite concesse dagli USA;
tutti i politici georgiani, compresi quelli dell’opposizione, negli anni Novanta hanno collaborato con l’Open Society Foundation del magnate George Soros od in altre Organizzazioni non governative facenti capo al cosiddetto “Re d’Ungheria”;
le truppe speciali dell’esercito sono addestrate sotto il controllo del Pentagono.

Dopo 10 giorni ancora cherosene nell’acqua

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Aggiornamenti dal Presidio Permanente No Dal Molin di Vicenza:

“Dopo dieci giorni dall’incidente all’oleodotto militare La Spezia – Aviano i corsi d’acqua sono ancora pieni di cherosene; lo hanno potuto constatare questa mattina cittadini e giornalisti che hanno partecipato alla conferenza stampa di presentazione delle prossime iniziative sul disastro ambientale provocato dalla struttura militare.
Sulla vicenda è calato un imbarazzante silenzio ufficiale; nessuno parla più del disastro ambientale e chi lo fa tenta di minimizzare la portata di un incidente che ha ripercussioni gravissime sul territorio vicentino e sulla falda acquifera più grande del nord Italia: centinaia di litri di cherosene sono finiti nel terreno e nelle acque della zona, provocando un disastro del quale nessuno sa quantificare l’entità.
I cittadini del Presidio hanno voluto denunciare il silenzio sulla vicenda e la gravità di un episodio causato dalla presenza di strutture militari; alle autorità che minimizzano il disastro verranno consegnate, la prossima settimana, delle ampolle d’acqua prelevate dai pozzi della zona colpita: se, come sostengono, non c’è inquinamento, queste persone non avranno alcun problema a bere l’acqua vicentina che, prima dell’incidente, era considerata un’acqua di qualità.
Nel fine settimana, inoltre, verranno allestiti in tutta la città punti informativi e mostre fotografiche per informare la cittadinanza di quanto sta avvenendo nel più stretto silenzio.”

“La mia idea è nota ed ormai stantia”

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Con queste parole il generale di Corpo d’Armata in ausiliaria Fabio Mini definisce le proprie posizioni in merito all’assetto dell’esercito italiano e del futuro esercito europeo. Vi proponiamo al riguardo una citazione delle considerazioni essenziali che Mini ha svolto recentemente al convegno dell’Istituto Studi Ricerche Informazioni Difesa (ISTRID) e che saranno approfondite in un libro di prossima uscita.

“I ventisette paesi dell’Unione Europea hanno milioni di addetti alla sicurezza. L’esempio e i dati di riferimento europei così cari ai nostri contabili in uniforme quando vogliono dimostrare che siamo “i fanalini di coda” sono in verità le prove di uno scandalo di proporzioni enormi nella gestione delle risorse. Con i suoi 27 paesi, l’Unione ha 1.887.688 soldati e tre milioni di soldati di riserva: oltre il doppio delle forze americane. Ha 12.352 carri armati mentre Usa e Russia non superano gli 8.000 ciascuno; ha più navi e sommergibili – duecentottantotto – della Russia (81) e degli Stati Uniti (190) messi assieme, ha più aerei da combattimento (3.041) della Russia (2.242) e tanti quanti gli Usa (3.099), più aerei da trasporto (860) di Usa (550) e Russia (293) assieme. I 27 paesi spendono 200 miliardi di dollari per la Difesa. (…)
Secondo i conti del nostro Ministero della Difesa, l’Italia, oggi, con i suoi dichiarati 16 miliardi di dollari di budget rappresenta l’8% del totale europeo per un costo di circa 84.000 dollari per uomo o donna alle armi. Tuttavia, quando tutti i paesi dell’Unione devono decidere un’operazione comune devono chiedere fondi straordinari riuscendo a malapena a mettere insieme qualche migliaio di uomini. Non riescono ad esprimere né una forza operativa credibile né una politica più dignitosa del comodo traino da parte degli Stati Uniti e della sudditanza nei loro riguardi. Continua a leggere

A Vilnius cattive notizie per l’Alleanza

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I ministri della Difesa dei 26 Paesi membri della NATO si sono incontrati gli scorsi 7 ed 8 febbraio nella capitale lituana per discutere della missione in Afghanistan. Tutto era pronto per un grande spettacolo mediatico, con trasmissioni televisive per il nord Europa, la Russia e gli ex Paesi sovietici appositamente preparate per mostrare un’Alleanza Atlantica forte e decisa. E’ successo, invece, il contrario.
Gli alleati si sono scambiati accuse pesanti come macigni: “scarso impegno”, “mancanza di preparazione”, “errori di strategia”, “sconfitte in arrivo” e così via. Si sono denunciate assenze importanti scoprendo che non si riescono a trovare altri 7.500 soldati da impiegare nel sud del Afghanistan: italiani, tedeschi, francesi e spagnoli – interpellati al riguardo da statunitensi, canadesi e britannici – hanno risposto che le questioni della ricostruzione non sono meno importanti delle azioni belliche contro i Talebani. Ad appesantire ulteriormente l’atmosfera è arrivata la reprimenda di Robert Gates, ministro della Difesa statunitense, il quale ha parlato di “un’alleanza a due velocità”, divisa cioè tra chi è pronto “a combattere e morire in difesa della sicurezza” e chi non lo è.
Gli ha risposto subito il tedesco Jung, dicendo che la Germania invierà altri 200 militari che però non dovranno combattere. L’Olanda ha prolungato il suo impegno fino al 2009 ma ha ridotto il contingente di un quarto circa. Dall’altra parte, i britannici che avvicenderanno le proprie truppe inviando nuovi aerei ed elicotteri, la Polonia che invierà ulteriori 400 soldati e soprattutto – ci mancherebbe – gli Stati Uniti, in procinto di mandare 3.200 marines di rinforzo. Mancano però all’appello ancora almeno altre 3.500 unità.
Il tutto dovrebbe definirsi in occasione del vertice NATO in programma a Bucarest dal 2 al 4 aprile prossimi, “il più grande mai realizzato” sempre secondo Gates: i temi principali saranno l’espansione della NATO nei Balcani, le questioni della sicurezza degli approvvigionamenti energetici e soprattutto la situazione in Afghanistan. Già è stata annunciata la richiesta statunitense agli “alleati” che tergiversano di rimuovere i caveat, cioè i vincoli che limitano la partecipazione dei rispettivi contingenti alle operazione belliche.

Voli e sequestri CIA. Il caso Arar

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A gennaio 2006 Dick Marty, parlamentare svizzero e responsabile affari legali del Consiglio d’Europa, ha concluso il suo lavoro nato dalle segnalazioni su prigioni e voli CIA in Europa da parte della stessa stampa statunitense e di varie ong.
Dopo aver interpellato 46 Paesi del Vecchio Continente, egli ha denunciato le reticenze istituzionali e le complicità di molti governi su diversi fatti gravi sconosciuti all’opinione pubblica: si tratta di almeno cento sequestri illegali di sospetti terroristi islamici sul suolo europeo, fra i quali spiccano i rapimenti (provati) di due cittadini egiziani in Svezia e di Abu Omar in Italia.
Italia che invece è stata solo lo sfondo della vicenda di Maher Arar, l’ingegnere informatico di Ottawa deportato con un volo segreto in Giordania e poi trasferito in Siria dove fu torturato per mesi. Le autorità canadesi incaricate dell’indagine hanno dimostrato, attraverso il voluminoso rapporto del giudice Dennis O’Connor, che Arar non aveva alcun ruolo in progetti di natura terroristica.

Il collegamento al video è alla seguente pagina: http://www.rainews24.it/ran24/inchieste/voli_cia_arar.asp

Operazione Sarissa

Ovverosia la guerra segreta degli italiani in Afghanistan.
Il 2007, chiusosi con oltre settemila morti di cui almeno 1.400 civili uccisi in gran parte dai bombardamenti aerei della NATO, è stato l’anno più sanguinoso dalla caduta dei Talebani, anche per la stessa Alleanza Atlantica, che avrebbe perso 232 militi. Secondo un recente rapporto del Senlis Council, i Talebani oggi controllano il 54% del territorio, sono attivi in un altro 38% e minacciano ormai la stessa capitale Kabul, la cui difesa è ora responsabilità delle truppe italiane.
Seppure in maniera limitata ed all’insaputa dei loro connazionali, esse partecipano ad operazioni di guerra ormai da quasi due anni, esattamente dall’estate del 2006. Da quella data, infatti, è operativa nell’ovest del Paese la Task Force 45, “la più grande unità di forze speciali mai messa in campo dall’Italia dai tempi dell’operazione Ibis in Somalia” secondo un esperto militare. In tutto circa 200 uomini che, in flagrante violazione della Costituzione italiana, sono impegnati nell’operazione Sarissa, volta a combattere i Talebani a fianco delle Delta Force statunitense e delle Sas britanniche, in particolare nella provincia occidentale di Farah.
Durante il governo Prodi, l’impegno militare in Afghanistan è costantemente aumentato sia dal punto di vista quantitativo (oggi l’Italia mantiene in loco 2.350 soldati, 550 in più di quelli schierati dall’esecutivo Berlusconi) sia, soprattutto, da quello qualitativo, con un dispiegamento di mezzi davvero impressionante (si citino, ad esempio, gli elicotteri da combattimento A-129 Mangusta ed i cingolati Vcc-80 Dardo in dotazione ai bersaglieri della Brigata Garibaldi, oppure gli aerei spia Predator e gli elicotteri da trasporto Sh-3d che appoggiano la Task Force 45). Il sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri ha avvertito tutti di non illudersi, ché “dovremo restare in Afghanistan molto a lungo”. Considerato lo stanziamento di circa 338 milioni per il 2008, la previsione di dover spendere qualche altro miliardo di euro, oltre a quelli già spesi nei passati cinque anni, non rassicura di certo. E fa coppia con le dichiarazioni del titolare della Difesa, onorevole Parisi, di stupefacente intelligenza e destrezza nel segnalare profonde analogie tra l’Italia e l’Afghanistan: “Non possiamo abbandonare Herat e Kabul perché è come se le forze dell’ordine lasciassero nelle mani della delinquenza la Sicilia e la Campania”.
Insomma, l’Afghanistan come un problema di ordine pubblico da risolvere con qualche retata.
In primavera è prevista un offensiva talebana senza precedenti. Cosa risponderà l’Italia alle richieste statunitensi-NATO di un coinvolgimento ancora maggiore?

English version

Operation Sarissa

Or, in other words, the Italians’ secret war in Afghanistan.

translation: L. Bionda

The year 2007, ended with more than 7.000 casualties including at least 1.400 civilians mostly killed by NATO air bombings, has been the bloodiest since the Talibans’ defeat, also for the Atlantic Alliance, which has reportedly lost 232 soldiers. According to a recent statement from Senlis Council, Talibans control nowadays about 54% of the afghan soil, they are active in another 38% and threaten also Kabul, the defence of which is now the responsibility of the Italian troops.

Although in a limited way and largely without their fellow countrymen knowing it, the Italian troops have been taking part to military operations for nearly two years, precisely since the summer of 2006. From that period the Task Force 45 has been operating in the Western part of the country: it is “the largest special forces unit ever deployed by Italy since the so-called ‘Operation Ibis’ in Somalia” explained a military advisor. About 200 troops who, openly violating the Italian Constitution, are involved in the Operation Sarissa, fighting the Talibans jointly with the American Delta Force and the British Sas, especially in the Farah Western province.

During the Prodi administration, the Italian military units in Afghanistan have constantly increased in quantity (today Italy keeps there 2.350 soldiers, 550 more than those sent during the previous Berlusconi’s administration) and, most of all, in quality, with a really impressive deployment of equipment (for example, assault helicopters ‘A-129 Mangusta’, tanks ‘Vcc-80 Dardo’ used by Bersaglieri from Garibaldi Brigade, surveillance aircraft ‘Predator’ or transport helicopters SH-3d supporting Task Force 45). The Deputy Secretary of Defence Lorenzo Forcieri invited everyone not to be deceived, as “we will have to stay remain in Afghanistan for a very long period”. Thinking about the allocation of nearly 338 millions Euro during 2008, the idea of spending some other billions more than those already paid in the last five years does not reassure anybody.

We also want to underline the statement made by Italian Former Defence Minister, Hon. Parisi; with ‘astonishing’ insight and knowledge he remarked clear analogies between Italy and Afghanistan: “we cannot leave Herat and Kabul because it would be like our Police leaving Sicily and Campania in the hands of criminal gangs”.

That’s to say, Afghanistan like a security issue, to be solved with the help of some raids.

During this spring a very harsh Taliban assault is expected. What will Italy reply to USA/NATO demands for a still larger military involvement?

Italian version

Ha aperto il supermercato del crimine

L’accordo di Pulcinella che ha consentito al Kosovo di proclamare unilateralmente l’indipendenza lo scorso 17 febbraio e di essere poi riconosciuto dagli Stati europei singolarmente, uno dopo l’altro, sta andando in porto con una certa precisione. Era stato annunciato già a dicembre 2007 dall’International Herald Tribune, secondo il quale il cosiddetto “Piano di Lubjiana” (capitale della Slovenia, presidente di turno dell’Unione Europea) sarebbe dovuto scattare nei primi due mesi del 2008, cioè immediatamente dopo le elezioni in Serbia. Il primo degli Stati che si staccò dalla Jugoslavia non è stato anche il primo a riconoscere formalmente l’indipendenza del Kosovo, ma certamente non ha difeso alcun tipo di approccio comune da parte dell’Europa alla delicatissima questione. La quale Europa – o meglio, quella burocrazia che continua a fregiarsi di tale nome – mira ostensibilmente a subentrare all’ONU nell’amministrazione delle funzioni internazionali di controllo.
Dopo i pronti ed immediati riconoscimenti del padrino a stelle e strisce e del fratello schipetaro – le bandiere di entrambe sventolavano numerosissime per le vie di Prishtina in festa – giungono a seguire i riconoscimenti dei “pezzi da novanta” europei, Gran Bretagna, Francia, Germania ed Italia. Contemporaneamente a quelli di una Turchia immemore della questione kurda e dell’Afghanistan dalle mille lotte tribali e sotto occupazione straniera. A seguire la fila di vassalli, valvassori e valvassini, in particolare i Paesi aspiranti all’ingresso nell’Unione Europea.
Voci fuori dal coro: l’incazzatissima Russia, la preoccupatissima Cina, l’Indonesia più grande Paese di religione musulmana al mondo.
La secessione del Kosovo dalla Serbia è il culmine dell’aggressione condotta dalla NATO contro la Jugoslavia nel 1999 e corrisponde perfettamente agli obiettivi strategici degli Stati Uniti, con l’Europa che fornisce un esempio più chiaro che non si potrebbe di come si sia appiattita, esecutrice prona e succube della loro volontà. L’occupazione USA-NATO del Kosovo garantisce una zona di influenza altamente militarizzata accanto alle rotte degli oleodotti e dei corridoi di trasporto che collegano l’Europa occidentale al Mar Nero e fino al Caspio; inoltre, controlla da vicino il multimiliardario traffico di droga che usa Kosovo, Albania e Macedonia come zone di transito dell’eroina afghana verso l’Europa.
Con l’esito, a livello istituzionale, di promuovere la criminalizzazione della Stato, appaltato a noti tagliagole del calibro di Hashim Thaci.

Il portavoce di Via Veneto

martino

Quantomeno ha il merito di aver portato la politica estera all’interno di una campagna elettorale asfittica, alimentata da polemiche a dir poco surreali.
Elencando in buon ordine le priorità strategiche del padrone a stelle e strisce, ha indicato il “che fare” del prossimo governo coloniale: abbandono del Libano (alle buone intenzioni dell’entità sionista), rinforzo del contingente in Afghanistan (che ormai là è un disastro totale, neanche la capitale riescono a tenere sotto controllo), ritorno in Iraq (non mancano i problemini da risolvere) ed invio di istruttori militari in Kosovo (beh, dobbiamo insegnare anche agli albanesi come si esporta la democrazia occidentale).
Grazie, Antonio.

Dal Molin: come, quando e perché

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La nuova base occupa un’area di circa 440.000 mq, è lunga circa un chilometro e mezzo ed ha una larghezza variabile tra i 330 metri a sud ed i 230 a nord. Sull’area verranno costruiti 48 edifici (di cui dieci a più piani) che insistono su una superficie di circa 79.000 mq. La superficie calpestabile sviluppata è pari a 230.000 mq, la volumetria è di circa 880.000 mc. Il resto dell’area è occupato da strade, piazzali, campi da gioco ed altri spazi di non meglio identificato utilizzo.
Nei documenti ufficiali della Difesa statunitense si afferma che “questo progetto viene richiesto (…) come supporto al potenziamento ed alla trasformazione della 173° Aerobrigata in un’Unità d’Azione completamente autonoma a Vicenza”. La 173° Brigata aviotrasportata, con il programma Future Combat System (FCS), viene trasformata in Brigade Combat Team (BCT), la più grande forza d’attacco presente in Europa con sei battaglioni collocati a Vicenza, di cui quattro alla Dal Molin e due presso la Caserma Ederle, per un totale di 4.300 militari (dai 2.660 attuali).
Nel complesso della Dal Molin non mancheranno:
un centro fitness di 4.400 mq;
una mensa di circa 3.000 mq in grado di preparare 1.300 pasti per volta, abbondantemente innaffiati da cola;
un cappella di 875 mq, per non smarrire la retta via;
un centro commerciale di 1.500 mq, per non disabituarsi alla tipologia di paesaggio in cui si trovano più a loro agio;
un centro di comunicazioni attrezzato a praticare tattiche di guerra elettronica ed a gestire mezzi aerei e terrestri senza pilota.
Il 28 febbraio 2007, il senatore a vita Francesco Cossiga – ex Presidente della Repubblica quindi, teoricamente, difensore della Costituzione che bandisce la guerra quale strumento per la risoluzione delle controversie internazionali – ha avuto la bontà di informarci sull’esistenza del piano “Punta di Diamante” che prevede l’utilizzo della 173° Brigata aviotrasportata come “strumento del piano di dissuasione e di ritorsione anche nucleare”, il cui trampolino di lancio, almeno inizialmente, dovrebbe essere rappresentato dall’aeroporto di Aviano. L’assegnazione dei contratti per la costruzione della superstrada Pedemontana Veneta è oggi salutata con soddisfazione dal comando SETAF alla Ederle, che vede sensibilmente ridotti i tempi di spostamento fra Vicenza e la base USAF in provincia di Pordenone.
Secondo il giornalista Marco Mostallino, le basi militari USA nel Nordest stanno ritrovando la loro originaria vocazione, non la guerra calda dei deserti del Vicino e Medio Oriente ma quella fredda contro i russi. I nomi e gli squadroni di appartenenza dei militari morti nello schianto di un elicottero Black Hawk – di stanza proprio ad Aviano a supporto degli F-16 – avvenuto ad inizio novembre 2007 vicino a Treviso, confermerebbero questa tesi. Essi appartenevano infatti al 31° Fighter Wing, reparto di velivoli a corto raggio il cui compito è la difesa aerea contro la minaccia proveniente dall’Est e che dal 1994, secondo documenti ufficiali USAF da poco declassificati, si è dedicato ad operazioni nei teatri balcanici, bombardamenti sulla Jugoslavia del 1999 compresi.
Un alto ufficiale europeo della NATO sotto copertura di anonimato sosterrebbe che tutto ciò che sta accadendo nella basi del Nordest italiano è legato al confronto con la Russia. Il Dal Molin diventa cruciale perché gli Stati Uniti vogliono agirvi liberamente senza alcun coordinamento con la NATO, e quindi tanto meno con l’Italia paese ospitante. L’intendimento sarebbe quello di stiparvi approvvigionamenti, sistemi elettronici, munizioni, sistemi d’arma per sostenere l’intera rete delle basi aeree sparse per l’Europa
A giudicare dalle sempre più divergenti posizioni nel contesto internazionale di Stati Uniti, NATO ed Unione Europea da una parte, e Russia (e Cina, India, Iran…) dall’altra, difficile dargli torto.

Rendition

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La fiction racconta quello che l’informazione ha taciuto.
Esce nelle sale italiane “Rendition, detenzione illegale” di Gavin Hood, il film che si ispira alla vicenda di Maher Arar.
Rainews24, unico canale italiano, lo ha intervistato nel 2006 dopo la sua deposizione davanti alla Commissione Europea sui voli segreti della Cia alla quale raccontò il suo rapimento ed i 10 mesi di segregazione e tortura in Siria.
L’inchiesta di Mario Sanna ripropone l’intervista integrale di Arar in cui il giovane canadese di origini siriane pone diversi interrogativi sulle complicità dei governi europei (come quello italiano) nella pratica illegale delle “consegne speciali”.
In particolare, Arar ha raccontato a Rainews24 la sua sosta all’aeroporto romano di Ciampino: un fatto trascurato dall’informazione e che dimostrerebbe invece complicità tra i sequestratori e le autorità del nostro Paese.

Il collegamento al video è alla seguente pagina: http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/inchieste/rendition_12032008/

Li chiamano accordi

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Il tema degli accordi bilaterali siglati tra l’Italia, gli Stati Uniti e la NATO per regolare lo status giuridico-economico delle basi militari presenti sul territorio italiano è assai complesso e controverso.
A partire dalle clausole segrete contenute nella Convenzione d’armistizio del 3 settembre 1943 e del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947.
Il Decreto del Presidente della Repubblica n. 2083 del 18 settembre 1962 ha reso esecutivo il trattato tra Italia e NATO sulle particolari condizioni di installazione e funzionamento nel territorio italiano dei Supreme Headquarters Allied Powers Europe (SHAPE), ossia i quartieri generali interalleati. Esso fu firmato a Parigi il 26 luglio 1961 e riconosce una serie di immunità ai beni immobili e mobili, ed al personale militare di rango elevato, nonché varie esenzioni ed agevolazioni di carattere fiscale e doganale. Niente di trascendentale a dire il vero, il che potrebbe dar credito a coloro che sostengono l’esistenza di un’altra versione del trattato, tuttora sconosciuta.
L’accordo principale è comunque il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) firmato il 20 ottobre 1954 dal ministro Scelba e l’ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce. Un testo mai ratificato dal Parlamento, in palese violazione della Costituzione, e probabilmente destinato a rimanere segreto dal momento che non può essere desecretato unilateralmente dal governo italiano, il quale comunque non sembra affatto intenzionato a farlo.
Il Memorandum d’intesa tra i governi di Italia e Stati Uniti del 2 febbraio 1995, detto Shell Agreement, si articola in cinque articoli e due annessi che si limitano a ribadire la cooperazione militare con gli Stati Uniti. L’accordo, reso pubblico dopo la strage del Cermis del 1998 su richiesta degli inquirenti, rimanda ogni questione specifica ad “accordi tecnici negoziati per ciascuna installazione e/o infrastruttura”, i cosiddetti technical attachments, e quindi cosa ci sia nelle basi e che attività vi si svolgano sono dati che continuano a rimanere segreti. Infine, sebbene il Memorandum disponga che le strutture delle basi siano ufficialmente sotto controllo italiano, che il Comandante USA informi preventivamente le autorità italiane su ogni movimento di armi e personale e qualunque problema o inconveniente si verifichi, il pieno controllo sul personale, l’equipaggiamento e le operazioni permane in capo agli Stati Uniti, senza che vi siano sanzioni per la violazione di queste disposizioni.
Alla famiglia degli accordi bilaterali negoziati per regolare il funzionamento di singole installazioni appartiene quello firmato il 16 settembre 1972 dal governo Andreotti a proposito della base navale statunitense sull’isola di Santo Stefano, nell’arcipelago de La Maddalena in Sardegna. Secondo il “Briefing Paper on La Maddalena: a key site for sixth fleet Tomahawk Cruise Missile” degli analisti William Arkin e Joshua Handler pubblicato nel 1988, basato su documenti ufficiali declassificati, in questa che è una delle aree naturalistiche più belle del mondo erano depositati ordigni nucleari. Non sulla terra ferma però ma nella nave Emory Land ormeggiata alla base, fra l’altro frequentata da numerosi sottomarini nucleari. Da La Maddalena gli statunitensi se ne sono definitivamente andati – dopo trentacinque anni – lo scorso 29 settembre 2007, lasciando una montagna di problemi sanitari e di inquinamento, probabilmente provocati dagli incidenti verificatisi ai sommergibili di passaggio (l’ultimo nel 2003 al Hartford, causa della immediata rimozione dei dirigenti della base). Gli istituti di ricerca operanti nell’area hanno da una parte rilevato significative tracce di plutonio radioattivo, dall’altra percentuali di incidenza dei tumori molto più elevate rispetto alla media italiana.
La conclusione che legittimamente è possibile trarre è che gli accordi bilaterali rendono le basi USA-NATO sostanzialmente sovrane, enclavi che come San Marino e la Città del Vaticano godono dell’extraterritorialità (de jure o de facto, fa ben poca differenza) ma che rispetto a queste ospitano anche armi di distruzioni di massa: per la precisione, 50 testate nucleari nella base di Aviano in provincia di Pordenone e 40 in quella di Ghedi-Torre in provincia di Brescia. Tutte del tipo B-61, con potenza variabile fra i 45 ed i 107 kilotoni, che non si prestano ad essere montate su missili ma possono essere sganciate dai cacciabombardieri.
Anche per il dispiegamento di armi atomiche, esiste un accordo – segreto e mai sottoposto all’esame del Parlamento – tra Italia e Stati Uniti: si chiama Stone Ax (Ascia di Pietra) ed è stato firmato tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Lo Stone Ax è stato rinnovato nel 2001 (precisamente l’11 settembre…), ma la sua esistenza è venuta alla luce solo nel 2005. Ad esso si affiancherebbero un Programma di cooperazione – in cui si stabiliscono le unità speciali italiane che si devono addestrare all’uso eventuale delle armi nucleari ed i tipi di armi che gli Stati Uniti assegnano all’utilizzo delle forze armate nostrane – ed un Accordo sui depositi nucleari – che stabilisce la loro dislocazione, la ripartizione dei costi e che le armi in essi contenute sono custodite da militari statunitensi mentre la sicurezza esterna dei depositi è a carico dell’Italia. Entrambi ugualmente segreti.
Dopo la scomparsa della minaccia – sempre che fosse mai stata tale – sovietica, pare che siano stati proprio i governi dei Paesi europei, ed in particolare quello italiano, ad insistere per continuare a godere di un ombrello nucleare, nonostante gli Stati Uniti oggi siano in grado di colpire con missili lanciati dal loro territorio qualsiasi obiettivo nel raggio di azione dei bombardieri stanziati in Europa. Questo per non perdere peso (ma quale?, vien da chiedersi) in ambito NATO. E fortuna che il nostro paese ha aderito ai programmi per la non-proliferazione delle armi atomiche, oltre – come è ben noto – ad aver ripudiato la tecnologia nucleare per uso civile.

Voli segreti CIA: il caso Al Kassim

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La commissione d’indagine del Parlamento Europeo sui voli segreti della CIA ha ascoltato, il 14 settembre 2006, i legali di tre cittadini europei sequestrati clandestinamente negli anni scorsi.
Uno dei tre è un cittadino italiano di origine marocchina, Britel Abu Al Kassim, sequestrato in Pakistan nel 2002 e poi trasferito segretamente in Marocco.
Nell’inchiesta sono state raccolte le testimonianze del suo avvocato e della moglie Khadja Anna Lucia Pighizzini.

Il collegamento al video è nella seguente pagina: http://www.rainews24.it/ran24/inchieste/voli_cia_alkassim.asp

La NATO rilancia

A gennaio 2008, in sospetta coincidenza con le esternazioni del segretario alla difesa degli Stati Uniti, Robert Gates, sulla incompetenza delle forze non statunitensi della NATO dispiegate nel teatro afghano ed in previsione del prossimo vertice NATO di Bucarest ad aprile, è stato reso pubblico un ponderoso (150 pagine) studio intitolato “Verso una grande strategia per un mondo incerto. Rinnovando l’intesa transatlantica”. Elaborato da cinque ex alti ufficiali, esso propone la costituzione di una sorta di direttorio antiterrorismo permanente retto dagli Stati Uniti, dalla NATO e dall’Unione Europea.
In questo documento, patrocinato dalla fondazione olandese Noaber, si sostiene fra l’altro che l’Occidente deve essere pronto ad intraprendere un attacco nucleare preventivo per impedire la diffusione – che, secondo gli estensori, sarebbe imminente – di armi atomiche ed altre armi di distruzione di massa. Tale impiego preventivo rappresenterebbe un’opzione chiave di fronte alle minacce del fondamentalismo religioso, del terrorismo, del crimine organizzato… così come dei cambiamenti climatici, delle migrazioni massicce, dell’insicurezza degli approvvigionamenti energetici… insomma, per chi ha orecchie per capire, del nascente multipolarismo geopolitico, con tutte le conseguenze in termini di mutamento degli equilibri di potere che ne derivano.
Dal punto di vista operativo, “Verso una grande strategia per un mondo incerto” propone di concedere agli Stati Uniti un doppio voto, il primo come Stato nazionale ed il secondo come Paese membro della NATO. Tanto per chiarire oltre ogni ragionevole dubbio chi comanda in casa, la NATO dovrebbe essere sempre l’organismo in cui si discute primariamente ogni questione, ed i membri NATO che appartengono all’Unione Europea dovrebbero impegnarsi a non mutare il voto espresso in quel ambito quando la questione fosse poi affrontata nel quadro dell’UE. In tal modo, le deliberazioni dell’Unione Europea non verterebbero altro che sulle modalità per eseguire le decisioni già adottate dalla NATO. Fra le misure suggerite dallo studio, vi è pure quella di abolire i caveat che consentono ad ogni Paese membro NATO di ritagliarsi – almeno ufficialmente… – limiti operativi alla partecipazione alle missioni internazionali (in riferimento alla ritrosia dimostrata da diversi Paesi, soprattutto europei, verso un ulteriore coinvolgimento bellico in Afghanistan).
Si può ragionevolmente concludere che questo direttorio svuoterebbe il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite delle sue (residue) peculiarità, proprio a svantaggio dei due membri permanenti del Consiglio che non sono anche parte della NATO: guarda caso, Cina e Russia. Questa proposta, complessivamente, illustra la volontà statunitense di rompere con le coalizioni militari formate ad hoc, per associare in modo permanente gli “alleati” ai loro piani, creando un multilateralismo selettivo che si pone, ancora una volta, fuori dal diritto internazionale. Con una nemesi storica completa, l’Unione Europea, pensata per garantire la pace in Europa, diventerebbe un docile strumento della volontà egemonica statunitense su scala globale.

Gli autori dello studio, la cui versione in lingua inglese è qui (file .pdf, 3,54 Mb), sono:
Klaus Naumann (Germania), ex capo del Comitato militare della NATO;
Peter Inge (Regno Unito), ex capo di Stato Maggiore della Difesa;
John Shalikashvili (Stati Uniti), ex capo di Stato Maggiore interarmi;
Jacques Lanxade (Francia), ex capo di Stato Maggiore della Difesa;
Henk van den Breemen (Olanda), ex capo di Stato Maggiore della Difesa.

Vicenza, incidente all’oleodotto militare: disastro ambientale

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Riportiamo integralmente il comunicato del Presidio Permanente No Dal Molin.

“«Un vero e proprio disastro ambientale»: se lo dice l’assessore provinciale alle risorse idriche Paolo Pellizzari, c’è da crederci. L’incidente all’oleodotto Nato che da Pisa porta il cherosene ad Aviano ha compromesso i fiumi Astichello e Bacchiglione; e nessuno aggiunge che il luogo dell’incidente, avvenuto a Monticello C.Otto, è un territorio di ricarica della falda acquifera vicentina, quella che dà da bere alle province di Vicenza e Padova: uno tra i bacini idrici sotterranei più grandi d’Europa.
Decine di ettolitri di cherosene riversati nella acque dell’Astichello: sono queste le dichiarazioni delle fonti ufficiali. L’incidente, avvenuto questa mattina alle 7, è stato segnalato dalle agenzie di stampa solo in serata, alle 20. Nel frattempo migliaia di cittadini hanno avuto il tempo di allarmarsi, pur non sapendo cosa era successo, sentendo l’intenso odore di cherosene in prossimità dei due corsi d’acqua vicentini; in poche ore la chiazza inquinante ha raggiunto la città attraversando Ponte degli Angeli e si è spinta almeno fino alla Riviera Berica.
Ma non dicevano che gli impianti militari sono sicuri? L’oleodotto di cui si parla, infatti, serve a portare il cherosene da Pisa ad Aviano, dove viene imbarcato sugli aerei militari in partenza per i loro voli di guerra e di addestramento. Una struttura che, a detta dei militari, non dovrebbe procurare alcun danno al territorio, ma che oggi si è resa responsabile di «un vero e proprio disastro ambientale».
Nei prossimi giorni conosceremo esattamente le dimensioni di questo disastro; per ora registriamo le prime voci che parlano di un miliardo di euro soltanto per le valutazioni del danno. Nel frattempo il cherosene è filtrato nel terreno, si è mescolato con l’acqua dei nostri fiumi, ha iniziato la sua opera di distruzione della fauna e della vegetazione fluviale.
Nessuno provi più a darci false rassicurazioni: le installazioni militari sono pericolose per gli abitanti dei territori nei quali sono situate. Se verrà realizzata, lo sarà anche la base statunitense al Dal Molin, situata proprio sopra la nostra falda acquifera e nei pressi di una zona naturale protetta; cosa potrebbe avvenire se, in un giorno disgraziato, dovesse verificarsi un incidente ad una delle cisterne di carburante? O agli edifici in cui saranno accatastati gli armamenti della 173° Brigata Aereotrasportata e magari – chi può escluderlo? – proiettili all’uranio impoverito? Potremmo fare una lista infinita dei rischi legati alle basi militari: ci fermiamo qui perchè ognuno può identificarli da se; e perchè tutti sanno che una base militare, per la sua semplice presenza, è già dannosa.
Seguiranno aggiornamenti.”

L’Italia vista da Emir

Da una intervista al regista serbo Emir Kusturica.

D: “Cosa ne pensa del ruolo dell’Italia che ha sempre dichiarato di essere “amichevole coni i Serbi” ma inizialmente bombarda in modo “umano” con la promessa che la Serbia non avrebbe mai avuto una secessione di parte del suo territorio, e poi riconosce l’indipendenza di Pristina?”
R: “Io amo l’Italia, mi sento molto vicino al vostro Paese. Ma è sempre un satellite americano, una condizione grave per la vostra autonomia, e pericolosa per l’Europa. Vedrete che il riconoscimento che l’Italia ha voluto fare dell’indipendenza unilaterale del Kosovo diventerà un boomerang che finirà per danneggiare anche voi.”

NATO Game Over 22/3/2008

nato game over

Segnaliamo la seguente iniziativa, traducendo dal sito degli organizzatori.
”Il Belgio ospita il quartier generale della NATO. Le possibilità per un’azione ed una collaborazione europea sono evidenti. Opponendoci alla NATO penetriamo nel cuore della nostra sicurezza militare. Con gli attivisti tedeschi, britannici, spagnoli… lanciamo per sabato 22 marzo 2008 il primo “NATO, game over”. Cinque anni dopo l’inizio della guerra in Iraq, andiamo insieme al quartier generale della NATO per chiuderlo. Nel vero senso della parola. Chiudiamo le porte, le vie d’accesso, in modo non violento e deciso. I Bombspotter penetrano nei luoghi dove si prepara il ricorso alle armi nucleari, li ispezionano e tentano di impedire dei crimini di guerra.
NATO GAME OVER non è una manifestazione e tanto meno un gioco, ma un’azione di disobbedienza civile. Visto che la NATO si rifiuta di rinunciare alla sua strategia nucleare infrangendo così il diritto internazionale, visto che la NATO interviene militarmente ovunque i suoi interessi siano minacciati, noi in quanto cittadini ci prendiamo le nostre responsabilità per tentare di porre fine a queste violazioni. Proveremo a entrare nella base della NATO ed a sigillarne porte, finestre e accessi principali per impedire dei crimini di guerra. Infrangeremo dunque la legge, e questo per impedire reati più gravi. Siamo così sostenuti dal diritto internazionale. Sappiamo che non saremo accolti a braccia aperte. L’azione evoca la resistenza. Ma ci organizziamo perché si svolga in maniera non violenta.”
http://www.vredesactie.be/dossier.php?id=74  

Come ti erudisco il pupo

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L’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia Ronald P. Spogli e il professor Patrizio Bianchi, presidente della Fondazione Crui (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) e Rettore dell’Università di Ferrara, firmeranno oggi nella città emiliana una convenzione tra la Crui e l’ambasciata USA.
Si tratta di un accordo con il quale l’ambasciata apre le porte agli studenti di tutte le Università italiane, che potranno infatti fare domanda di stage presso la stessa ambasciata o presso i consolati. La Convenzione consentirà a laureandi e neolaureati di vecchio e nuovo ordinamento di svolgere un programma di attività di tirocinio denominato ‘”Programma di tirocinio Missione Diplomatica Usa in Italia – Università Italiane”.
Gli studenti ed i laureati particolarmente meritevoli, potranno effettuare periodi di tirocinio formativo e di orientamento presso le sedi dell’Ambasciata di Roma e delle sedi consolari di Milano, Firenze e Napoli.

Basi non baci

Le 115 basi USA-NATO presenti in Italia (elenco aggiornato a Marzo 2008):

1. Cima Gallina (BZ): stazione telecomunicazioni e radar US Air Force (USAF).
2. Aviano (PN): base USAF, ospita la 16° Forza Aerea ed il 31° Gruppo da Caccia nonché uno squadrone di F-18 dei Marines.
3. Roveredo in Piano (PN): deposito armi e munizioni USAF.
4. Monte Paganella (TN): stazione telecomunicazioni USAF.
5. Rivolto (UD): base dell’Aeronautica Militare Italiana (d’ora in poi, AMI), base USAF saltuaria.
6. Maniago (UD): poligono di tiro USAF.
7. S. Bernardo (UD): deposito munizioni US Army.
8. Istrana (TV): base dell’AMI “Vittorio Bragadin”, base USAF saltuaria.
9. Ciano (TV): stazione telecomunicazioni e radar USA.
10. Solbiate Olona (MI): base US Army.
11. Sorico (CO): sede di sistemi di sorveglianza elettronici della National Security Agency (NSA) e del Government Communications Head Quarters.
12. Ghedi (BS): base dell’AMI “Luigi Olivari”, base USAF ospitante anche il Munitions Support Squadron per la conservazione degli armamenti atomici.
13. Montichiari (BS): base USAF, ospita le testate nucleari per missili antiaerei Nike-Hercules dislocati in varie località del Nord-est.
14. Remondò (PV): stazione radar dell’AMI e USA, sotto copertura NATO.
15. Vicenza: base US Army presso la Caserma Ederle, ospita il comando della Southern Europe Task Force (SETAF).
16. Torri di Quartesolo (VI): centro autoveicoli US Army.
17. Lerino (VI): centro logistico gestione strutture US Army.
18. Tormeno – Fontega di Arcugnano (VI): base in parte sotterranea, con deposito di armi e munizioni.
19. Longare (VI): deposito sotterraneo di armamenti, noto come Site Pluto, dove almeno fino al 1992 erano custodite 200 testate nucleari e 1.000 kg di plutonio, facendone il più importante deposito d’armi atomiche in Italia ed uno dei più importanti d’Europa. Continua a leggere