Nuovo ordine mondiale e Balcani

fabio mini

“Da quasi vent’anni è in atto un tentativo di stabilire un Nuovo Ordine Internazionale. Il modello della globalizzazione economica avrebbe dovuto guidare quello di un nuovo quadro istituzionale. Alla fine della Guerra Fredda ci si è resi subito conto che le Nazioni Unite dovevano essere riformate per adeguare la sicurezza e i rapporti internazionali ai nuovi rapporti di forze. Il modello che sembrava ineluttabile era quello unipolare con gli Stati Uniti alla guida ed a guardia del mondo in maniera diretta e indiretta attraverso degli organi delegati: i cosiddetti vice sceriffi. L’Australia si è assunta questo ruolo in Asia, Israele in Medio Oriente e la NATO in Europa. In particolare, la NATO ha ricevuto anche il compito di impedire la nascita di una forza di sicurezza europea e di guidare l’espansione occidentale ad est approfittando della debolezza russa. Gli Stati Uniti si sono riservati il ruolo dominante in tutto il mondo ed hanno assunto come priorità strategiche il contenimento economico e militare della Cina e l’abbattimento di tutti i regimi islamici autocratici detentori delle enormi risorse petrolifere.
In questo progetto i Balcani dovevano essere assimilati e questo poteva essere fatto essenzialmente smembrando la Jugoslavia. Laddove l’assimilazione non fosse stata possibile, i Balcani dovevano essere ribalcanizzati frazionandone i territori, limitandone la sovranità, la libertà e il progresso economico e lasciando chi si opponeva nel limbo o nel caos. Per quanto possa sembrare assurdo questo progetto all’inizio non aveva una connotazione imperialistica, ma rispondeva al genuino desiderio degli Stati Uniti di imporre, dopo la Guerra Fredda, un assetto più governabile e gestibile. Quando però si parla di interessi statunitensi, si parla essenzialmente di una politica di potenza e non di semplice solidarietà. Una politica in minima parte guidata dal governo e quasi totalmente asservita a logiche e lobby economico-industriali. I risultati sono stati evidenti proprio con i Balcani e il Kosovo in particolare. Non è stato fatto nulla per impedirne lo sfaldamento e per evitare il ritorno dei nazionalismi più disumani. Le stesse persone che hanno condotto le varie guerre balcaniche sono le stesse che hanno addestrato e alimentato le bande paramilitari, che hanno dato vita a dei mostri giuridici, che hanno imposto trattati ineguali e che hanno alimentato il caos plaudendo alle cosiddette indipendenze su base etnica.”

Da un’intervista al generale Fabio Mini, apparsa sul quotidiano “Rinascita” il 29 marzo ultimo scorso.
La versione integrale è anche qui.

La guerra dell’oppio

La NATO l’ha persa.
Secondo l’autorevole rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga ed il crimine del 2006, le coltivazioni di papavero da oppio sono inesorabilmente cresciute, sino a raggiungere i 165.000 ettari di estensione. Con uno stratosferico aumento del 59% rispetto all’anno precedente. Solo sei delle trentaquattro province afghane sono libere dai campi di papavero, mentre la sola provincia di Helmand è responsabile del 42% della produzione nazionale e quindi di ben oltre un terzo di quella mondiale. Il risultato è che oggi l’82% dei campi che nel mondo sono coltivati ad oppio, si trovano in Afghanistan.
Di pari passo alla coltivazione, è aumentata la produzione che nel 2006 ha toccato il picco storico di sempre, 6.100 tonnellate, facendo balzare la percentuale di oppio proveniente dal Paese al 93% del totale mondiale. Praticamente, la totalità dell’eroina che circola nel mondo viene dall’Afghanistan; in piena era talebana, la produzione era quasi la metà (3.300 tonnellate nel 2001) e nel 2000, a seguito degli editti delle autorità religiose, essa era crollata ad appena 185 tonnellate.
In un’intervista all’International Herald Tribune il generale James Jones, comandante della NATO in Europa, individuava quale più grande minaccia per l’Afghanistan il legame tra la produzione di droga, il crimine e la corruzione. A stretto giro di posta, la replica del suo superiore, il Segretario Generale Jaap de Hoop Sheffer: “La NATO non ha e non cerca un ruolo direttivo in questa lotta, pur se importante”. Al massimo, si adopera per far appaltare a qualche corporation a stelle e strisce, tipo la Dynacorp, i lucrosi programmi di eradicazione dei campi di papavero. Risultati? Risibili.

La NATO orientale

Negli ultimi tempi, i mezzi di informazione di massa e le pubblicazioni accademiche usano sempre più spesso l’insolita espressione “NATO orientale”, di per sé assurda quando si ricordi il significato dell’acronimo in questione (North Atlantic Treaty Organization). Stati Uniti, Giappone, Australia ed India sono i potenziali membri di questo blocco politico-militare virtuale. Secondo le aspettative statunitensi, esso dovrebbe controbilanciare l’espansione geopolitica della Cina nella regione Asia-Pacifico: si tratta del collaudato sistema dei blocchi e delle alleanze applicato all’area geografica mondiale dal più rapido sviluppo. Detta con le diplomatiche parole di Condoleezza Rice, le relazioni degli Stati Uniti con i paesi dell’Asia-Pacifico devono essere tali “da non permettere a Pechino di sentirsi completamente libera di agire nel nuovo ambiente strategico”.
Tuttavia, tra gli intenti e la loro realizzazione sembra esserci una distanza enorme. In primo luogo, le élite di potere indiane non vedrebbero di buon occhio una rivalità con la Cina, soprattutto nell’interesse di un Paese terzo. La rapida crescita degli scambi commerciali fra India e Cina (con quest’ultima che si avvia a diventare il maggior partner economico di Nuova Delhi) trasforma la loro rivalità geopolitica in una competizione in termini di efficacia. In secondo luogo, anche i leader nipponici sono di gran lunga meno ostili alla Cina (oggi il principale partner commerciale del Giappone) di quanto lo siano stati nel recente passato: nel campo della politica internazionale, anche in questo caso, l’economia ha un ruolo sempre più attivo.
In questa parte del mondo, si è dunque configurata una interdipendenza tra gli Stati che ha reso significativamente più complessa la struttura delle relazioni internazionali. Il tentativo di espandere l’atlantismo nell’emisfero orientale, mediante la politica dei blocchi, si scontra con un equilibrio di forze davvero multiforme, in particolare coinvolgendovi anche il fattore Russia. Senza dimenticare l’importanza crescente del ruolo svolto dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, ma questa è un’altra storia.

Collaborazionisti

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Ing. Roberto Casarin, dott. biol. Paolo Turin (con l’assistenza del dott. geol. Jacopo De Rossi, del dott. nat. Giovanna Mazzetti, del dott. for. Giovanni Caudullo, del dott. for. Alessia Zocca, del dott. biol. Silvia Tioli, del dott. biol. Marco Zanetti e del dott. ing. Daniele Turrin), dott. Graziano Martini Barzoli e dott. Gianluca Salogni… non vi dimenticheremo.
Lo scorso 5 febbraio è apparsa sul bollettino ufficiale della Regione Veneto la deliberazione di Giunta Regionale n. 4231 del 18 dicembre 2007 che approva “le risultanze dello studio riguardante la Valutazione di Incidenza relativa all’insediamento U.S. Army presso l’aeroporto Dal Molin – Progetto Lato Ovest, nel Comune di Vicenza”. Ha così via libera il progetto per la trasformazione della 173° Brigata dell’esercito statunitense in unità di combattimento completamente autonoma composta da quattro battaglioni, che usufruiranno di uno spazio di 54 ettari e di ventisei dicasi ventisei nuove costruzioni: oltre alle ovvie infrastrutture di carattere prettamente militare e logistico, non mancheranno nemmeno un centro fitness (costruzione 19), campi da basket, pallavolo, sportivo e pista multiuso, softball (rispettivamente le costruzioni 23, 24, 25 e 26) e – udite, udite! – un centro ricreativo BOSS. Che altro non è l’acronimo di Better Opportunities for Single Soldiers… e che sarà mai ‘sta cosa?!?
Dobbiamo a tal fine ringraziare il dott. biol. Paolo Turin e tutti i suoi collaboratori, per la redazione dello studio di screening della Valutazione d’Incidenza, i quali hanno constatato che gli interventi in programma “non manifestano effetti significativi negativi rispetto a habitat o specie, anche prioritari” e che “la esecuzione di ogni singolo intervento tiene conto delle considerazioni poste dal Principio di Precauzione” (ovviamente con la lettera maiuscola, perbacco!); d’altro canto gli stessi prescrivono di predisporre “una rete di almeno 10 piezometri di controllo da adibire al monitoraggio idrochimico della falda acquifera superficiale” e “l’attivazione di un monitoraggio ambientale, in fase di corso d’opera (coincidente con la durata del cantiere) e post opera (1 anno)”.
Ringraziamo inoltre i tecnici incaricati dott. Graziano Martini Barzoli e dott. Gianluca Salogni, appartenenti alla Direzione Pianificazione Territoriale e Parchi della Regione Veneto, i quali “prendono atto della dichiarazione del tecnico redattore dello studio di screening che afferma che con ragionevole certezza scientifica si può escludere il verificarsi di effetti significativi negativi sui siti della rete Natura 2000” e “propongono parere favorevole in merito alla Valutazione di Incidenza – studio di screening riguardante l’insediamento U.S. Army presso l’aeroporto Dal Molin”.
Ci congratuliamo infine con l’ing. Roberto Casarin, Segretario Regionale all’Ambiente e Territorio, che in qualità di Autorità competente per l’attuazione nel Veneto della Rete Ecologica Europea Natura 2000, “è del parere che lo studio per la Valutazione di Incidenza ai sensi della Direttiva 92/43/CEE relativo all’insediamento U.S. Army presso l’aeroporto Dal Molin sia meritevole di approvazione per le motivazioni e con le prescrizioni riportate nel verbale istruttorio”.

Ederle, di tutto di più

Il sergente maggiore Gennaro “Hyena” Noviello è il sottoufficiale italiano di collegamento tra il Southern European Task Force (SETAF) delle forze armate USA e la 173° brigata aviotrasportata statunitense, con sede a Vicenza presso la caserma Ederle. Recentemente il comando del SETAF ha reso nota una dichiarazione del Noviello in cui egli sostiene l’importanza per i militari italiani di comprendere le procedure degli Stati Uniti, in quanto potrebbe esserci in futuro il bisogno “di lavorare insieme con i soldati americani”. Dove? In Afghanistan.
Ufficialmente, i compiti dei soldati italiani sono ben diversi da quelli degli statunitensi: mentre questi conducono le offensive e sono autorizzati a sparare per primi, quelli stanno nelle retrovie e possono far fuoco solo in caso di pericolo ma mai attaccare. Concretamente, le dichiarazioni di “Hyena” come quelle di altri ufficiali, insieme ad alcune fotografie recentemente diffuse dal SETAF con la spiegazione delle esercitazioni e l’indicazione dei reparti che vi partecipano, sono più che sufficienti a raffigurare un bel quadretto in cui lagunari, paracadutisti, carristi ed alpini italiani ricevono addestramento dai più esperti parà della 173°.
Esercitazioni di questo genere si sono tenute ad esempio il 24 aprile 2007 ed il 14 gennaio 2008, mentre il successivo 28 gennaio si è svolto un addestramento sulle nevi del Passo del Tonale, che collega le province di Brescia e Trento. “Qui noi addestriamo circa 350, 400 soldati al mese” racconta Paul McKenzie, incaricato degli aspetti tecnici del Blocco Est della caserma Ederle, in una dichiarazione al settimanale statunitense The Outlook. “Noi prepariamo la gente a combattere in Afghanistan” precisa con cipiglio Domenico Greggio, sottufficiale italiano in congedo ma attualmente istruttore di sci per gli alpini.
Fra una missione e l’altra, questi eroi potranno poi ritemprarsi presso il da poco inaugurato Building 9A, complesso di 56 stanze per la Warrior Transition Unit: camere confortevoli e servizi – afferma la nota diramata dal comando della Ederle – per aiutare i guerrieri a curarsi, a riprendersi dallo stress della guerra prima di una nuova partenza.

Campi

Bondsteel e Monteith.
Camp Bondsteel è la più vasta e costosa base militare degli Stati Uniti costruita all’estero, partendo da zero, dai tempi del Vietnam. Nel giugno 1999, subito dopo la conclusione dei bombardamenti NATO sulla ex-Jugoslavia, le forze statunitensi requisirono 360 ettari di terreno agricolo nel sud-est del Kosovo a Urosevac, vicino al confine con la Macedonia, e cominciarono a costruirvi un campo. In meno di tre anni, l’iniziale accampamento di tende si è trasformato in una base autonoma ed altamente tecnologica che ospita i tre quarti di tutte le truppe che stazionano in Kosovo, circa 7.000 uomini. Gli altri 2.000 soldati del contingente statunitense nella regione, denominato Task Force Falcon, sono dislocati a Camp Monteith, ad un’ora di auto da Bondsteel, vicino a Gnjilane. Costruita sui terreni che precedentemente ospitavano una base dell’esercito jugoslavo, è il Quartiere Generale USA in Kosovo.
A Camp Bondsteel ci sono 25 km di strade ed oltre 300 edifici, circondati da 14 km di barriere di terra e cemento, 84 km di filo spiato e 11 torri di guardia. Diversi edifici dedicati alla “ricreazione e benessere morale” con televisioni, lettori dvd, biliardi, ping pong, videogame, accesso a internet ed una sala per videoconferenze. Tre palestre, un Burger King, un Anthony’s Pizza ed un Cappuccino bar. A soddisfare i bisogni culturali giunge in soccorso il centro educativo intitolato a Laura Bush, dove è possibile imparare l’albanese e migliorare le proprie abilità informatiche. Senza poi scordarsi di recitare una bella preghiera in una delle due cappelle.
Meno allegra, sicuramente, l’atmosfera che si respira nella prigione del campo, capace di accogliere coloro i quali si siano resi protagonisti di incidenti nel settore statunitense del Kosovo.
Camp Bondsteel non è il risultato di una “guerra giusta” o di un intervento umanitario a favore della popolazione albanese. La sua costruzione era infatti stata prevista molto prima dei bombardamenti del 1999, con un progetto multimiliardario appaltato alla Kellogg Brown & Root (KRB) Services Corporation: essa è la sussidiaria texana della Halliburton il cui amministratore delegato all’epoca era Dick Cheney, poi vice presidente nell’amministrazione Bush.
Uno degli obiettivi di Camp Bondsteel era (è) quello di “proteggere” l’AMBO, l’oleodotto albanese-macedone-bulgaro che dovrebbe portare il petrolio del Mar Caspio dal porto bulgaro di Burgas sul Mar Nero fino a quello albanese di Valona sull’Adriatico. “Casualmente”, due anni prima dell’aggressione della NATO, un alto dirigente della Brown & Root Energy – controllata sempre dalla Halliburton – Edward Ferguson, era stato nominato a capo del progetto AMBO. Anche i piani di fattibilità dell’AMBO sono stati eseguiti dalla KRB: il relativo contratto è stato firmato nel 2004.

Così, perché Loro non vogliono farsi mai mancare nulla.

“Kraj” – documentario russo sul Kosovo e Metohija

“Questo è un film sul Kosovo. Questo è un film sul dolore, sull’assenza di solidarietà, sull’insensibilità, sulla cecità. Non è un film su come gli albanesi hanno perseguitato i serbi. È un film su come certe cose possano accadere sotto gli occhi di tutti senza che nessuno le veda. E non solo a Ovest, ma anche qui da noi in Russia”.
Con queste parole Evgenij Baranov ha presentato il suo documentario sul Kosovo, realizzato con il regista Aleksandr Zamyslev e trasmesso nel dicembre del 2007 dal primo canale della televisione russa: un’opera di poco meno di un’ora che ricostruisce le vicende storiche e umane del Kosovo e Metohija mettendo da parte la correttezza e l’opportunità politica per concentrarsi sui volti e i racconti delle persone e sulla compassione per le loro sofferenze e sventure.
Il titolo originale, “Kraj”, significa provincia, e più genericamente area, zona. Si riferisce dunque al Kosovo e al suo essere storicamente provincia serba, e dunque allude all’appartenenza a un’area geografica e a un diritto al ritorno negato. Significa però anche limite, margine, orlo: “na kraju” – al limite, sull’orlo del baratro – è dove si trova ora il popolo serbo. Nella consapevolezza di non poter riunire questi significati in un’unica intensa parola, abbiamo preferito tradurlo semplicemente “terra”: un termine che, per tanti protagonisti di queste storie – costretti a un doloroso esilio e all’umiliazione e all’abbandono dei campi profughi – ha perso ogni significato geografico.

Qui ne presentiamo una versione divisa in sette parti, di circa 8 minuti ciascuna.
La traduzione dal russo ed i relativi sottotitoli in italiano sono opera di Manuela Vittorelli, che ringraziamo sentitamente per la sua disponibilità.

Quello scudo spaziale a forma di lancia

Gli Stati Uniti hanno deciso di installare dieci missili intercettori in Polonia ed un radar nella Repubblica Ceca come primi elementi di uno scudo spaziale per difendersi da attacchi dei cosidd etti “Stati canaglia”. L’accordo è stato fatto direttamente con i due Paesi senza coinvolgere la NATO né, tanto meno, l’Unione Europea.
Le proteste delle popolazioni ceca e polacca non sembrano fermare il progetto, e nemmeno le forti proteste russe. E se l’obiettivo di questi missili non fossero in effetti i missili iraniani ma quelli russi, potrebbero dieci missili contrastare le migliaia di testate atomiche russe? Gli ex generali intervistati formulano un’altra spiegazione: “Questi missili polacchi – dice Vladimir Dvorkin, ex Generale Maggiore – sono programmati per colpire apparati spaziali lanciati dal Kazakhistan o da altri cosmodromi. Non fa differenza da dove sono lanciati perché li possono colpire sulle orbite basse e medie”.
Secondo i militari russi, i missili dislocati in Polonia potrebbero appunto servire a distruggere i satelliti, sia russi e cinesi, che verranno lanciati nello spazio con finalità strategiche. In conformità alla politica spaziale dell’amministrazione Bush che non permette ad altri paesi, al di fuori degli Stati Uniti, l’uso strategico dello spazio.

Il collegamento al video è alla seguente pagina:
http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/inchieste/17052007_scudospaziale/

L’Europa e l’Italia sotto lo scudo

Il 27 marzo 2007 il generale Henry Obering III, direttore dell’Agenzia di difesa missilistica degli Stati Uniti, ha annunciato: “Lo scorso febbraio abbiamo stabilito un memorandum di accordo quadro con l’Italia e possiamo ora iniziare a sviluppare possibilità di condivisione di tecnologie di difesa missilistica, analisi e altre forme di collaborazione”. L’Italia entrava così ufficialmente nel programma dello scudo antimissilistico che gli Stati Uniti intendono allestire in Europa, mentre nessun annuncio arrivava invece dal governo italiano.
Probabilmente il memorandum era stato firmato al Pentagono il precedente 7 febbraio, contestualmente all’assunzione, da parte del sottosegretario alla difesa Giovanni Lorenzo Forcieri, di ulteriori impegni nel (onerosissimo) programma per lo sviluppo del caccia F-35 Joint Strike Fighter. Ipotesi più che verosimile sulla base del decreto promulgato dal ministro della difesa Arturo Parisi il 4 agosto 2006, e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 3 ottobre successivo, che espressamente delega Forcieri “alla trattazione delle problematiche relative ai programmi più rilevanti di cooperazione internazionale nel campo degli armamenti”.
Quando il successivo 12 marzo, il segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer aveva rilasciato dichiarazioni in merito a presunte discriminazioni all’interno dell’organizzazione in tema di difesa missilistica, il ministro degli esteri italiano D’Alema si era limitato ad auspicare che il progetto statunitense venisse discusso in ambito sia NATO che UE, senza rivelare che in realtà l’Italia si era già “autopromossa in serie A”.
Il progetto prevede, inizialmente, l’installazione di dieci missili intercettori in Polonia e di una stazione radar nella Repubblica Ceca. La funzione dei missili intercettori è distruggere i missili balistici nemici una volta lanciati. Altri missili e radar dovrebbero/potrebbero essere installati in Ucraina (che però smentisce) e nella stessa Italia, che diventerebbe a sua volta oggetto di rappresaglia. Ufficialmente predisposti a difesa dell’Europa e degli Stati Uniti dai missili nordcoreani ed iraniani, in realtà nessuno di questi due Paesi possiede (né possiederà entro tempi brevi) missili in grado di portare una tale minaccia. Peraltro, se partissero missili dalla Corea del Nord in direzione degli Stati Uniti, certamente essi non sarebbero lanciati verso ovest al di sopra dell’Europa ma piuttosto verso est seguendo il tragitto più diretto per raggiungere il bersaglio. A questo proposito, quindi, non mancano di allarmare neanche le insistenti voci di un analogo scudo progettato per l’area del Pacifico, interessante principalmente Giappone ed Australia: “vittima predestinata” la Cina. L’elenco completo dei Paesi che si sono impegnati a collaborare con gli Stati Uniti comprenderebbe anche, oltre quelli già citati, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, India, Israele, Olanda, Spagna e Taiwan. Continua a leggere

Quelle imbarazzanti novanta atomiche in giardino

La ong statunitense Natural Resources Defense Council (NRDC) ha pubblicato la mappa degli ordigni atomici presenti in Europa, ed in Italia: si tratta di circa 390 sparse fra Germania, Belgio, Olanda, Turchia e Regno Unito, ed altre 90 in Italia per un totale di 480 testate.
Rainews 24 ha intervistato Hans M. Krinstensen, l’autore del rapporto della NRDC, ed alcuni dei cittadini di Aviano che hanno citato in giudizio civile il governo degli Stati Uniti con la richiesta che vengano rimosse le 50 armi atomiche presenti nella locale base, in quanto “pericolose ed in contrasto con il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, sottoscritto e ratificato dall’Italia, che sancisce l’obbligo per il nostro Paese di non ospitare ordigni nucleari e per un paese nucleare, come gli Stati Uniti, l’obbligo di non dispiegare tali armamenti al di fuori del proprio territorio”.
Rainews 24 ha inoltre intervistato gli ex ministri greci della Difesa e della Giustizia che hanno promosso il trasferimento al di fuori della Grecia degli ordigni nucleari NATO presenti, come già aveva fatto il Canada. Anche i parlamenti di Belgio e Germania hanno cominciato a discutere di questa eventualità. Secondo il Direttore del Gruppo di Pianificazione Nucleare della NATO Guy Roberts “ogni decisione in questo campo è rimessa alla sovranità nazionale. Ogni nazione è libera di decidere se intende o meno partecipare attivamente alla gestione condivisa dei dispositivi nucleari”.
Ma quale può essere la necessità di stoccare nelle basi italiane bombe atomiche come le B-61 che avrebbero un tempo di attivazione addirittura di alcuni mesi? Il rischio sembra quello che le attuali testate, vecchie ed obsolete, vengano sostituite presto da ordigni di nuova concezione e di potenza scalabile che potrebbero aggirare i vincoli dei trattati di non proliferazione.

Il collegamento al video è alla seguente pagina: http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/inchieste/04042007_atomiche/

Testate nucleari USA in Europa

Sono 12 le basi aeree che, dislocate in 7 Paesi, possono ospitare armamenti atomici sotto il controllo degli Stati Uniti d’America. Nel 2005 le testate nucleari ivi presenti ammontavano a 480 unità.
I dettagli del Programma di Accordi sul dispiegamento nucleare della NATO sono segreti. Le bombe sono gestite attraverso un Sistema di Sicurezza per l’Immagazzinamento degli Armamenti, ideato durante la Guerra Fredda, che prevedeva di collocare le testate nucleari, insieme ad armi convenzionali, in rifugi sotterranei con apertura a tempo. Tali rifugi sono stati costruiti a partire dal 1987 al di sotto della superficie degli hangar che ospitano i velivoli in grado di trasportare le testate stesse. Completati nel giro di una decina di anni, ognuno di essi è in grado di contenere 4 testate. In alcune basi, la loro custodia e manutenzione è affidata ai cosiddetti Munitions Support Squadron (MUNSS), a ciascuno dei quali sono approssimativamente assegnate 150 unità di personale.
Il quadro completo è il seguente:
1. Kleine Brogel Air Base (d’ora in poi, AB) in Belgio – dove operano F-16 dell’aviazione belga – è dotata di 11 rifugi per una capacità di 44 testate. Ne ospita 20, affidate alle cure del 701° MUNSS;
2. Buchel AB in Germania – dove operano Tornado tedeschi – ha anch’essa 11 rifugi e 20 testate, custodite dal 702° MUNSS;
3. Norvenich AB in Germania – con Tornado tedeschi – ha 11 rifugi ma nessuna testata. Le 20 che vi sostavano fino al 1995 sono state trasferite a Ramstein;
4. Ramstein AB in Germania – sede sia di F-16 statunitensi che di Tornado tedeschi – possiede ben 55 rifugi per una capacità totale di 220 testate. Nel 2005 ne erano presenti 130, più avanti diremo cosa è probabilmente accaduto negli anni successivi;
5. Araxos AB in Grecia – dove operano A-7 dell’aviazione greca – ha 6 rifugi ma nessuna testata. Le 20 presenti fino alla primavera del 2001 (quando la Grecia si è ritirata unilateralmente dalla “NATO Nuclear Strike Mission”) sono probabilmente state spostate a Ramstein, in Germania;
6. Aviano AB in Italia – sede di F-16 statunitensi – possiede 18 rifugi e 50 testate nucleari;
7. Ghedi Torre AB in Italia – dove operano Tornado italiani – ha 11 rifugi e detiene 40 testate, sotto la custodia e manutenzione del 704° MUNSS;
8. Volkel AB in Olanda – sede di F-16 dell’aviazione olandese – ha 11 rifugi e 20 testate, lasciate alle cure del 703° MUNSS;
9. Akinci AB in Turchia – dove operano F-16 turchi – ha 6 rifugi ma nessuna testata;
10. Balikesir AB in Turchia – sede di F-16 turchi – ha 6 rifugi. Le 20 testate nucleari presenti sino al 1995 sono state trasferite alla base di Incirlik;
11. Incirlik AB in Turchia – dove operano F-16 statunitensi – ha 25 rifugi e detiene 90 testate;
12. per finire in bellezza, Lakenheath nel Regno Unito che formalmente è una base della RAF (Royal Air Force) ma ospita solo F-15 statunitensi. Essa possiede 33 rifugi e detiene ben 110 testate nucleari, il che la rende molto probabilmente il luogo in Europa che oggi custodisce il maggior numero di armamenti atomici statunitensi.

Va infatti sottolineato che nel gennaio 2007 la United States Air Force (USAF) ha rimosso la base di Ramstein dall’elenco delle installazioni che ricevono periodiche ispezioni agli armamenti nucleari, possibile conseguenza dello spostamento negli Stati Uniti delle testate presenti. Se ciò corrispondesse al vero, il numero delle testate nucleari dispiegate in Europa si ridurrebbe a 350, l’equivalente circa dell’intero arsenale atomico della Francia (ma comunque ancora superiore al totale delle testate cinesi ed a quello dei tre Paesi non firmatari del Trattato di non Proliferazione Nucleare – India, Israele e Pakistan – messi insieme).
Secondo una fonte anonima della Difesa tedesca, citata dalla rivista Der Spiegel, gli Stati Uniti avrebbero temporaneamente (e discretamente) rimosso le testate nucleari da Ramstein a seguito di importanti lavori di ristrutturazione; l’eliminazione della base dall’elenco delle ispezioni periodiche suaccennato pare significare che la decisione sia diventata definitiva.
A dispetto dell’apparente riduzione, il Gruppo di Pianificazione Nucleare (NPG) della NATO ha riaffermato – nel successivo giugno 2007 – l’importanza del dispiegamento di armi nucleari statunitensi in Europa. Lo scopo di esse sarebbe quello “di preservare la pace e prevenire le minacce ed ogni tipo di guerra”, anche se la NATO non individua alcun preciso nemico dal quale ci si dovrebbe difendere usando questi armamenti. Essa sostiene invece che le testate nucleari “rappresentano un legame politico e militare essenziale tra i membri europei e nord-americani dell’Alleanza”.
Capito l’antifona?

English version

USA nuclear warheads in Europe

translation: L. Salimbeni

There are 12 air bases, located in 7 countries, that are able to lodge atomic warheads under US control. In 2005 the nuclear weapons amounted to 480 units. The details of the Agreements regarding nuclear deployments in NATO countries are classified. The bombs are managed through a Weapons Storage Security System, that was established during the Cold War and planned to store the nuclear warheads, together with conventional arms, in underground vaults equipped with time locks. These vaults have been built since 1987 under the hangars that lodge the airplanes able to carry those warheads. Completed in about ten years, each one of these vaults can hold 4 warheads. In some bases, their care and maintenance are assigned to the so-called Munitions Support Squadrons (MUNSS), with up to 150 personnel each.

The full picture is the following:

1. Kleine Brogel Air Base (from now on, AB) in Belgium – where F-16s of the Belgian Air Force operate – has 11 vaults for a capacity of 44 warheads. It lodges 20, entrusted to the 701° MUNSS’ care.
2. Buchel AB in Germany – where German Tornados operate – has 11 vaults and 20 warheads, looked after by the 702° MUNSS.
3. Norvenich AB in Germany – with German Tornados – has 11 vaults but no warhead. Until 1995 there were 20, then relocated to Ramstein.
4. Ramstein AB in Germany – home to United States F-16s and German Tornados – has 55 vaults for a total capacity of 220 warheads. In 2005 there were 130, later we’ll try to explane what has probably happened in the following years.
5. Araxos AB in Greece – where A-7s of the Greek Air Force operate – has 6 vaults but no warhead. The 20 present until spring 2001 (when Greece unilaterally retreated from the “NATO Nuclear Strike Mission”) have been probably transferred to Ramstein in Germany.
6. Aviano AB in Italy – home to United States F-16s – owns 18 vaults and 50 nuclear warheads.
7. Ghedi Torre AB in Italy – where Italian Tornados operate – has 11 vaults and lodges 40 warheads, under the care and maintenance of the 704° MUNSS.
8. Volkel AB in Netherlands – home to F-16s of the Dutch Air Force – has 11 vaults and 20 warheads, left to the cares of the 703° MUNSS.
9. Akinci AB in Turkey – where Turkish F-16 operate – has 6 vaults, but no warhead.
10. Balikesir in Turkey – home to Turkish F-16s – has 6 vaults. The 20 nuclear warheads, present until 1995, have been relocated to the Incirlik base.
11. Incirlik AB in Turkey – where United States F-16s operate – has 25 vaults and 90 warheads.
12. to wind up with a flourish, Lakenheath in the United Kingdom, which is formally a RAF (Royal Air Force) base, is home only to United States F-15s. It owns 33 vaults and holds as much as 110 nuclear warheads: so this is very probably the place in Europe that lodges today the greatest number of United States nuclear weapons.

We must actually underline that in January 2007 the United States Air Force (USAF) has removed the Ramstein base from the list of the installations that receive periodic inspections of the nuclear weapons, probably as a result of the transfer to the United States of the existing warheads. If this is the case, the number of the warheads deployed in Europe can be reduced to 350, about the equivalent of the whole nuclear arsenal of France (but anyway still higher than the total of the Chinese warheads and than the sum of those held by the three countries – India, Israel and Pakistan – that haven’t signed the Non-Proliferation Treaty.

According to an anonymous official from the German Defence, quoted by the newspaper Der Spiegel, the United States have removed temporarily (and discreetly) the nuclear warheads from Ramstein beacuse of important works of restoration; the above-mentioned removal of the base from the list of the periodic inspections seems to mean that the decision has become definitive.

In spite of the apparent reduction, the NATO Nuclear Planning Group (NPG) has reasserted – in June 2007 – the importance of the deployment of US-nuclear weapons in Europe. Their purpose should be “to keep the peace and to avoid threats and every kind of war”, even though NATO doesn’t specify who is the enemy against whom these weapons should be used. It asserts instead that the nuclear warheads symbolize “an essential political and military link between the European and North American members of the Alliance”.

Have you taken the hint?

Italian version

Il Trattato sulle armi convenzionali in Europa

cfe

Il Trattato sulle armi convenzionali in Europa (CFE), nella sua versione originale, venne siglato nel 1990, un anno prima del collasso dell’Unione Sovietica e tre mesi prima della dissoluzione del Patto di Varsavia. Fu firmato da sedici Paesi membri della NATO e sei appartenenti al Patto di Varsavia, entrando in vigore nel 1992. Esso imponeva strette limitazioni quantitative all’equipaggiamento militare pesante consentito alle parti firmatarie, e stabiliva vincoli ancora più severi al dispiegamento delle truppe russe nei distretti di Leningrado e del Caucaso meridionale, che non potevano quindi essere spostate senza previa notifica e successivo consenso espresso dalla NATO.
La fine della Guerra Fredda e la dissoluzione del Patto di Varsavia privò immediatamente di significato le limitazioni del Trattato CFE. La NATO si è allargata a 26 Stati, con l’ingresso di molti Paesi ex comunisti; sia la NATO che la Russia hanno rapidamente diminuito i loro armamenti scendendo ben al di sotto dei limiti del Trattato.
Per adattare il Trattato CFE alla nuova realtà, nel 1999 ne venne elaborata una versione aggiornata che prevedeva limiti non per blocchi militari ma per singoli Stati. Dei 30 che hanno firmato questa versione “Adattata”, solo quattro – Russia, Bielorussia, Ucraina e Kazakhistan – l’hanno ratificata. I membri della NATO si sono infatti pretestuosamente rifiutati di ratificarla prima che la Russia avesse ritirato le propria presenza militare dalla Georgia (da cui le truppe russe sono state definitivamente sgomberate nel novembre 2007) e dalla Moldavia (dove permane un piccolo contingente di peacekeeping nella regione secessionista della Transnistria), secondo una dichiarazione volontaria che la stessa Russia aveva precisato non ritenere vincolante. Inoltre, quattro nuovi membri della NATO – le tre repubbliche baltiche e la Slovenia – si sono rifiutate di unirsi al Trattato CFE nonostante l’Alleanza Atlantica si fosse pubblicamente impegnata in questo senso.
Il Trattato Adattato non è quindi mai stato operativo ed è servito solo come uno strumento per limitare la libertà russa di occuparsi della propria sicurezza senza imporre simili restrizioni alla NATO, la quale adesso ha un numero tre volte superiore in equipaggiamenti militari pesanti (aerei, carri ed artiglieria) rispetto alla Russia (che, i suoi, li ha pure spostati dietro gli Urali). Ciò ha indotto il presidente Putin a tentare di raggiungere un compromesso con gli altri Stati firmatari nell’ambito di una conferenza convocata nel giugno 2007 a Vienna. La moratoria del Trattato, annunciata nel successivo autunno, è stata provocata dal mancato raggiungimento di un intesa nella capitale austriaca: così facendo, la Russia non si è ritirata ma ha dichiarato che non lo metterà più in pratica sino a quando non sarà ratificato anche dagli altri firmatari. Il principale dei quali, gli Stati Uniti d’America, si sono ritirati unilateralmente dal Trattato anti missili balistici (ABM) nel 2001 ed ora progettano l’installazione di missili intercettori e sistemi radar alle porte del territorio russo.
Al nuovo inviato presso gli uffici NATO di Bruxelles, Dmitry Rogozin, non mancherà certo il lavoro.

Appaltata

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Dopo la “clamorosa” notizia, diffusa dall’edizione europea di Stars&Stripes – l’organo di informazione dell’esercito statunitense – nella sua edizione del 3 gennaio 2008, che il comando SETAF di stanza alla Caserma Ederle di Vicenza aveva ottenuto tutti i permessi necessari ad iniziare la costruzione della nuova base all’interno dell’aeroporto Dal Molin, è giunta alla fine di marzo l’aggiudicazione dell’appalto da parte del Comando del Genio della US Navy. Il relativo bando di concorso, pubblicato lo scorso 18 luglio 2007, avrebbe riscosso un grosso interesse dalla aziende del settore, più di duecento delle quali si sono candidate a svolgere i lavori.
Definito il valore dell’appalto, che ammonta a circa 245 milioni di euro, ora si tratta di capire quando le ruspe entreranno in azione. Si dice non oltre la fine della prossima estate, quando la Cooperativa Muratori Cementisti (CMC) di Ravenna, già presieduta dall’ex-ministro Bersani, dovrebbe prendere possesso dell’area designata. La consegna della nuova installazione è prevista entro la metà del 2012, anche se è lecito nutrire dubbi in proposito considerando quali siano i “fiori all’occhiello” della cooperativa suddetta: la linea ferroviaria ad alta velocità Milano – Bologna nonché la famigerata autostrada Salerno – Reggio Calabria.

Base USA di Sigonella, il pericolo annunciato

Nella base USA di Sigonella dovrà essere installato un nuovo sistema radar integrato della Marina statunitense, il Mobile User Objective System (MUOS). Le simulazioni effettuate dalla Maxim, ditta incaricata di verificare il rischio che le microonde dei radar potrebbero comportare per le attrezzature presenti nella base, hanno segnalato la necessità di collocare il nuovo sistema radar in un altro luogo, a causa del pericolo di innescare la detonazione degli ordigni in deposito presso la base.
Al momento, però, il progetto non ha subito modifiche.

Il collegamento al video è alla seguente pagina:
http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/inchieste/22112007_sigonella/

Sigonella di Vicenza gemella

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La base di Sigonella in Sicilia, dove presto arriveranno gli aerei senza pilota Global Hawks e verrà installato il nuovo sistema radar MUOS (Mobile User Objective System), è la maggiore installazione aereonavale statunitense nel Mediterraneo. Tutte le operazioni belliche made in USA compiute in Africa e Vicino Oriente negli ultimi cinquanta anni sono partite da questa base collocata proprio nel bel mezzo dell’ex Mare Nostrum. Dall’autunno 2003 “la piccola Saigon” – come la chiamano gli statunitensi – è al centro di un vasto programma di potenziamento delle infrastrutture, il cosiddetto “Piano Mega IV”. Esso comporta una spesa di 675 milioni di dollari per ampliare le piste di volo per i cacciabombardieri, migliorare la logistica e creare migliaia di nuovi alloggi per i militari (e le rispettive famiglie) stanziati nella base. I residence già consegnati sono due ed altri due sono in via di costruzione, a fronte di un notevole calo del numero del personale militare e civile ospitato a Sigonella, che in tre anni è passato dai 4.300 circa del 2003 ai 2700 del 2006. Addetti che ovviamente non si sono volatilizzati ma sono stati spostati in altri insediamenti nelle nuove aree strategiche dell’Europa orientale e dei Balcani in particolare.
Nonostante questo, gli amministratori pubblici siciliani confidano in un ritorno economico, senza valutare invece che i villaggi militari sono mondi chiusi dove anche l’indotto è gestito autonomamente tramite una rete interna. Se quindi di speranza mal risposta si tratta per quanto riguarda la creazione di nuovi posti di lavoro, un settore che invece continua a fare buoni affari è il mercato nero, dai buoni benzina – da loro pagata il 65% in meno grazie all’esenzione sulle accise di cui godono in virtù degli scellerati Accordi segreti del 1954 – alle carte d’identità di cittadini USA che vengono “smarrite” al ritmo di circa duecento all’anno.
Ma cosa lega Sigonella a Vicenza? Non solo le nuove caserme e case per i militari, ma anche l’identità di chi dovrebbe costruirle. A presentare al comune di Lentini il megaprogetto per il residence da 195.000 mq e 670.000 mc ci ha pensato la Scirumi s.r.l., di cui è socia la Maltauro Costruzioni di Vicenza che ha operato per l’ampliamento della base dell’aviazione statunitense di Aviano. In Sicilia la Maltauro ha da poco concluso la costruzione di Etnapolis, il maggior centro commerciale del sud Italia, uno scempio urbanistico di 270.000 mq, e prevede di realizzare tramite un consorzio pubblico-privato – nei terreni adiacenti – un complesso fieristico di altri 180.000 mq. Tra i soci della s.p.a. fieristica compare Banca Nuova, istituto interamente controllato dalla Banca Popolare di Vicenza, il cui presidente è l’industriale vinicolo Giovanni Zonin. L’unico imprenditore berico ad essere ammesso a colloquio privato con l’ambasciatore statunitense in Italia, Ronald Spogli, durante il sopralluogo di quest’ultimo a Vicenza nel gennaio 2007.

A Bucarest ha vinto il perdente

 

Secondo alcuni commentatori, in particolare russi, Mosca avrebbe “perso” il vertice NATO di Bucarest. In effetti, la delegazione statunitense non ha concesso nulla alla Russia. L’ingresso di Georgia ed Ucraina nel processo di adesione alla NATO (Membership Action Plan) è stato solo rinviato, al prossimo dicembre, mentre il successo più evidente della diplomazia a stelle e strisce parrebbe consistere nell’aver convinto gli altri Paesi membri della NATO a costituire un sistema di raccordo con lo scudo antimissile che gli Stati Uniti vogliono installare in Polonia e Repubblica Ceca, estendendo la protezione di tale strumento a tutto il territorio NATO, anche quello che l’originale progetto statunitense avrebbe lasciato scoperto. I risultati del relativo studio di fattibilità dovrebbero essere presentati al prossimo vertice in programma nell’aprile 2009, che celebrerà anche il sessantesimo della nascita dell’Alleanza Atlantica.
La Russia, attraverso le parole del ministro degli esteri Sergej Lavrov, rimane convinta del fatto che la NATO non dovrebbe garantirsi la sicurezza a spese di quella altrui e si è detta pronta ad affrontare vari scenari promettendo una risposta “pragmatica” (neanche tanto velata allusione al sostegno di un’eventuale dichiarazione d’indipendenza dalla Georgia delle repubbliche secessioniste di Abkhazia ed Ossezia del Sud).
Dato però l’evidente scontento della parte russa, è stato lo stesso presidente Putin – al suo ultimo discorso importante prima di cedere il testimone al neoeletto Medvedev – a voler fare qualcosa per controbilanciare la situazione, avanzando alcune concrete proposte sulle future relazioni fra i due interlocutori. Il senso di tutto questo è probabilmente da cercare sui monti impervi del lontano Afghanistan, dove la NATO – a detta di tanti (fra cui Paddy Ashdown, ex-leader del Partito Liberal Democratico britannico e già rappresentante dell’Unione Europa in Bosnia) – è ad un passo dal perdere il controllo della situazione.
La Russia, come avevamo anticipato alcuni giorni fà, ha gettato una corda alla quale l’Alleanza Atlantica si è aggrappata fingendo di non accorgersi di nulla: si tratta dell’accordo che autorizza il transito attraverso il territorio della stessa Russia (e di Kazakhistan ed Uzbekistan) di approvvigionamenti alimentari e di “alcuni tipi di equipaggiamento militare non letale” diretti ai contingenti ISAF in Afghanistan. Il fatto che la Russia si sia mossa in sintonia con e per conto degli altri Paesi membri della Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (OTSC, che comprende anche Armenia, Bielorussia, Kirghizistan e Tagikistan) ha implicazioni rilevanti, non soltanto relative a ragioni geografiche. Lavrov a tal proposito ha dichiarato: “Se fingiamo di offenderci e blocchiamo il transito, (…) l’unico risultato sarà che in assenza di un fattore limitante tutti questi trafficanti di droga e terroristi si sentiranno più liberi di agire in Asia Centrale ed in Russia”.
Ma c’è anche di più. L’ambasciatore russo a Kabul, Zamir Kabulov, ha sottolineato che più a lungo la NATO rimarrà in Afghanistan, peggio sarà per essa. E che la Russia non la lascerà uscire finché non avrà risolto i problemi che ha creato, fra cui la crescita incontrollata del traffico di droga. Vale a dire che la Russia fornirà tutto il supporto logistico necessario alla NATO perché essa possa svenarsi in Afghanistan.
Premesso che è ancora tutta da verificare la propensione del nuovo governo pakistano ad essere un alleato fedele nella “Guerra al Terrore”, l’accordo sul transito fornisce alla Russia un ruolo nelle operazioni NATO che è destinato a diventare vitale qualora il passaggio attraverso il Pakistan – nella misura in cui si svolge oggi, più del 70% del totale – divenga insostenibile. Segnali in tal senso giungono dalle ultime azioni dei Talebani, giunti ormai a prendere di mira la postazione di Torkham sul confine tra Afghanistan e Pakistan, principale punto di ingresso per i rifornimenti alle forze NATO, dove il 20 marzo u.s. sono state fatte esplodere quaranta autocisterne di carburante. Da ultimo ma non ultimo vi è l’aspetto economico, un vero e proprio salasso per le sempre più sconnesse finanze statunitensi (100 milioni di dollari al giorno ovverosia 36 miliardi l’anno, 127 già spesi dal 2001 a questa parte).
Se sono rose, fioriranno.

Realtà e finzioni dello scudo antimissile

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“La ricerca, condotta da Washington, della supremazia nucleare, aiuta ad esempio a spiegare la strategia di difesa missilistica. I critici della difesa antimissile argomentano che uno scudo, tipo il prototipo che gli USA hanno realizzato in Alaska e California, sarebbe facilmente sopraffatto da una pioggia di vere e finte testate lanciate dalla Russia o dalla Cina. Hanno ragione: anche un sistema multilivello, con elementi posti a terra, in aria, nel mare e nello spazio, molto probabilmente non saprebbe proteggere gli Stati Uniti da un massiccio attacco nucleare. Ma sbagliano a concludere che un simile sistema di difesa missilistica sia perciò privo di senso; allo stesso modo sbagliano i sostenitori della difesa antimissile secondo cui, per la medesima ragione, un tale sistema preoccuperebbe solo gli Stati canaglia e non le altre grandi potenze nucleari.
Ciò che entrambi gli schieramenti trascurano, è che una difesa antimissile del genere che, presumibilmente, gli Stati Uniti potrebbero dispiegare, andrebbe valutata principalmente in un contesto offensivo, e non in uno difensivo – come una aggiunta alla capacità statunitense di primo colpo, e non come uno scudo a sé stante. Se gli Stati Uniti lanciassero un attacco nucleare contro la Russia (o la Cina), il paese colpito rimarrebbe tutt’al più con un piccolissimo arsenale superstite. A quel punto, anche un sistema di difesa antimissile relativamente modesto o inefficiente potrebbe essere sufficiente a proteggere da attacchi di rappresaglia, perché il nemico devastato si ritroverebbe con pochissime testate (e finte testate).”

Oggi iniziamo a parlare del progetto di scudo antimissilistico che gli Stati Uniti vorrebbero installare in Polonia e Repubblica Ceca, proponendovi lo studio di Daniele Scalea dal quale abbiamo estrapolato la citazione precedente. Esso risulta utile soprattutto per inquadrare la questione dal punto di vista strategico-militare, mentre riguardo la valenza geopolitica diremo più avanti.
Buona lettura.

[La versione aggiornata all'agosto 2009 del testo di Scalea è qui].

I dotti e le basi

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In Asia centrale, nelle repubbliche nate dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti erano riusciti ad insediarsi militarmente in virtù della “Guerra al Terrore” scatenata dopo l’11 settembre 2001, in prima istanza contro l’Afghanistan talebano.
Da allora, molte cose sono cambiate in quell’area geografica ed agli statunitensi rimane oggi a disposizione soltanto la base di Manas in Kirghizistan – intitolata a Ganci, il comandante dei vigili del fuoco di New York morto al World Trade Center – il cui utilizzo è stato concesso sulla base di accordi bilaterali che risalgono al dicembre 2001 e che stabilivano un canone d’affitto di solo 2,6 milioni di dollari annui, meno di un’elemosina. Antefatto: il presidente kirghizo è Kurmanbek Bakiev, salito al potere nel 2005 grazie alla cosiddetta “Rivoluzione dei Tulipani” sponsorizzata da Washington ” con il contributo operativo determinante della fondazione Freedom House, coordinata dall’ex giornalista Mike Stone al quale erano state affidate la gestione dei 50 milioni di dollari stanziati per incoraggiare i gruppi dell’opposizione e la veste di editore-tipografo delle sei testate giornalistiche antigovernative.
Ebbene, proprio Bakiev – rapidamente tornato nell’orbita di Mosca, generosa nelle promesse di investimenti e di sostegno politico in caso di un’eventuale altra rivoluzione colorata, ed appoggiato anche da Pechino, poco entusiasta nel sapere l’USAF parcheggiata a due passi dalle sue rampe di missili nucleari nello Xinjiang – nella primavera del 2006 ha lanciato un ultimatum agli statunitensi chiedendo loro un aumento del canone di affitto di Manas che lo portasse a livelli più consoni all’importanza ed alle dimensioni della base. Ed essi, pur di non perdere la vitale installazione – dopo che già avevano perso la base di Karsh i-Khanabad in Uzbekistan – si sono decisi ad accettare il nuovo canone che è pari a ben 150 milioni di dollari. D’altro canto, rinunciare anche a quest’ultima infrastruttura li avrebbe costretti a ridispiegamenti strategici veramente complessi, col rischio di veder fallire completamente la strategia di espansione in Asia centrale.
Dove la posta in palio è rappresentata dai giacimenti di idrocarburi e dagli oleodotti e gasdotti esistenti, in costruzione ed in progettazione. Tanto è vero che da qualche mese, al dipartimento di Stato, hanno iniziato a circolare voci sempre più insistenti sul desiderio statunitense di allargare la NATO anche ai Paesi dell’area. Senza citare direttamente la Russia, Evan Feigenbaum, sottosegretario di Stato aggiunto, ha affermato che un monopolio dei trasporti delle risorse energetiche potrebbe rappresentare una minaccia per l’indipendenza politica ed economica di quei Paesi.
E’ evidente, Loro pensano sempre al bene altrui.

Indicazioni di v(u)oto

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Il prossimo 13 aprile saremo chiamati a ratificare, per la milionesima volta, l’appartenenza dell’Italia al Partito Atlantico. Scegliendo quale gruppo di interesse dovrà condurre la somministrazione del farmaco e gestirne gli sgradevoli effetti collaterali, in ogni campo della vita sociale.
A ridosso dell’appuntamento elettorale, le indicazioni di voto, ovviamente, si sprecano. Ebbene, ci permettiamo di dare la nostra: recatevi al seggio, visto che dovete (se non per legge, almeno per educazione civica – affermano ossessivamente). Consegnate la tessera elettorale in modo che ve la possano timbrare ma non appena accennano a consegnarvi la scheda con cui votare rifiutatela, assicurandovi che la vostra scelta sia messa a verbale (è obbligatorio compilare infatti per ogni scheda rifiutata un apposito verbale).
E’ inoltre possibile far allegare al medesimo verbale una breve dichiarazione mediante la quale potete precisare le motivazioni del vostro rifiuto (ad esempio, “non mi sento rappresentato da nessuno degli schieramenti in lizza”).
A differenza delle schede bianche e nulle che, dopo le adeguate verifiche, vengono computate in un unico cumulo da ripartire nel cosiddetto premio di maggioranza attribuito allo schieramento uscito vincitore, questo metodo garantisce di essere percentuale votante ma consente di non far attribuire il proprio non-voto al partito di maggioranza.
La legge, infatti, prevede solo l’attribuzione delle schede contenute nell’urna al momento dell’apertura della stessa, creando una discrepanza tra percentuale votanti e voti attribuibili e di conseguenza un problema di difficile – se non impossibile – attribuzione di seggi, specie se il fenomeno raggiungesse quote notevoli: nella pratica non è mai successo ma, in linea teorica, se la quantità di schede rifiutate raggiungesse la quota di voti necessaria per l’attribuzione di un seggio, tale seggio non potrebbe essere attribuito.
Si chiama astensionismo attivo ed è un piccolo gesto di disobbedienza civile.

Do you remember Cermis?

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Il 3 febbraio 1998 alle ore 15.13 un Grumman EA-6B Prowler, aereo militare statunitense del Corpo dei Marines al comando del capitano Richard Ashby, decollato dalla base aerea di Aviano alle 14.36 per un volo di addestramento, dopo una serie di acrobazie in cui si era prodotto – sotto gli occhi di decine di testimoni – sorvolando a bassissima quota la Pianura Padana, tranciò il cavo della funivia del Cermis, in Val di Fiemme. Le 20 persone all’interno della cabina caddero per 80 metri, schiantandosi al suolo. Il velivolo, nonostante i gravi danni e la perdita di carburante, fu comunque in grado di far ritorno alla base con l’equipaggio incolume.
Nella strage morirono i 19 passeggeri ed il manovratore della funivia, tutti cittadini europei, tra i quali tre italiani, sette tedeschi, cinque belgi, due polacchi, due austriaci e un’olandese. Come a dire, gli Stati Uniti contro l’Europa.
A dieci anni di distanza, i due piloti del Prowler hanno attivato una procedura di appello. Richard Ashby e Joseph Schweitzer furono infatti scagionati dalla Corte marziale per l’accusa di omicidio colposo ma vennero però radiati con disonore dalle forze armate per avere interferito con la giustizia. I due avevano nascosto un video che testimoniava le manovre spericolate di quel giorno e lo avevano poi distrutto gettandolo in un falò. Tutto sommato una punizione all’acqua di rose, per Ashby sei mesi di reclusione poi ridotti a quattro per buona condotta, mentre Schweitzer non passò neppure un giorno in carcere.
Andando in appello, i due marines vorrebbero vedere rovesciata la sentenza per non perdere il diritto alla pensione ed altri benefici economici. La richiesta si basa su un presunto vizio delle procedure giuridiche: Ashby sostiene che ai tempi del processo ci fu un accordo segreto tra accusa e difesa per scagionarli dalle accuse più gravi riservando però loro una bacchettata sulle mani, come contentino per le proteste dell’Italia. La loro radiazione con disonore ha comportato la perdita non solo della pensione ma anche di varie altre agevolazioni riservate ai militari di carriera quali mutui a tassi di favore, assicurazione mediche e sulla vita a basso costo, l’accesso a prodotti bancari particolarmente attraenti offerti dalle banche solo ai militari. E sappiamo bene che aria tira oggi, per il cittadino statunitense medio, sotto questi versanti.
Per quanto concerne Schweitzer, il generale Joseph Weber ha deciso che la procedura fu corretta e che non c’è ragione di cambiare il verdetto; per Ashby, invece, la questione è ancora aperta.
William Raney e Chandler Seagraves, gli altri due marines presenti sull’aereo senza però essere ai comandi, al processo furono giudicati non colpevoli anche perché avevano “scarsa visibilità delle manovre”. Nonostante questo, sorprende persino gli esperti di giustizia militare che Seagraves abbia continuato a volare, diventando addirittura pilota d’èlite con i cosiddetti “Angeli Azzurri” ed ottenendo tre medaglie e vari riconoscimenti.
Ma che bravi ragazzi…


N.B.: Giorgio Lunelli, ex giornalista Rai autore della prima diretta radiofonica in loco, in occasione del decennale della strage ha raccontato il seguente episodio al quotidiano “l’Adige”: “Stavo per andare in onda ma un caposervizio di Roma mi aveva ordinato di non dire che la responsabilità era di un aereo americano perché dalla base di Aviano era arrivata un’agenzia che parlava dello scarrucolamento della cabina.
Ma io ero lì a pochi passi ed avevo visto chiaramente che la fune era tranciata. E così cominciai il mio servizio…”.

È tutto scritto, nero su bianco

ripensare nato

“La realizzazione di un efficace partenariato strategico tra la Nato e l’Unione europea appare indispensabile per affrontare, con un approccio globale, la complessità dei problemi di stabilizzazione e ricostruzione.
Oltre ai Balcani e all’Afghanistan, una regione in cui la sinergia Nato-Ue potrebbe esplicare agevolmente tutte le sue potenzialità è quella del Mediterraneo e del Medio Oriente, dove entrambe le organizzazioni conducono distinti programmi di cooperazione che riceverebbero valore aggiunto da un loro coordinamento.
L’attuale agenda Nato-Ue appare, in definitiva, troppo limitata e fondata spesso su logiche di preminenza o competizione. Nato ed Unione Europea, inoltre, dovranno entrambe completare i rispettivi processi di integrazione dei Balcani occidentali nella comunità euro-atlantica.
La Nato dovrebbe ricercare una relazione più strutturata a livello strategico anche con le Nazioni Unite. Questa sarebbe foriera di nuove opportunità fra le quali è possibile scorgere un ruolo della Nato nell’addestramento dei peacekeepers delle Nazioni Unite o nella pianificazione operativa delle loro missioni.
I piani operativi della Nato dovranno essere sempre più in grado di supportare l’azione di sviluppo e ricostruzione civile condotta anche da altre organizzazioni quali l’Osce, la Banca Mondiale o le Organizzazioni non governative.”

Legittimo che vi corra qualche brivido lungo la schiena.
La versione integrale dell’articolo di Fabrizio W. Luciolli, segretario generale del Comitato Atlantico Italiano, è qui.