Nuovo ordine mondiale e Balcani

fabio mini

“Da quasi vent’anni è in atto un tentativo di stabilire un Nuovo Ordine Internazionale. Il modello della globalizzazione economica avrebbe dovuto guidare quello di un nuovo quadro istituzionale. Alla fine della Guerra Fredda ci si è resi subito conto che le Nazioni Unite dovevano essere riformate per adeguare la sicurezza e i rapporti internazionali ai nuovi rapporti di forze. Il modello che sembrava ineluttabile era quello unipolare con gli Stati Uniti alla guida ed a guardia del mondo in maniera diretta e indiretta attraverso degli organi delegati: i cosiddetti vice sceriffi. L’Australia si è assunta questo ruolo in Asia, Israele in Medio Oriente e la NATO in Europa. In particolare, la NATO ha ricevuto anche il compito di impedire la nascita di una forza di sicurezza europea e di guidare l’espansione occidentale ad est approfittando della debolezza russa. Gli Stati Uniti si sono riservati il ruolo dominante in tutto il mondo ed hanno assunto come priorità strategiche il contenimento economico e militare della Cina e l’abbattimento di tutti i regimi islamici autocratici detentori delle enormi risorse petrolifere.
In questo progetto i Balcani dovevano essere assimilati e questo poteva essere fatto essenzialmente smembrando la Jugoslavia. Laddove l’assimilazione non fosse stata possibile, i Balcani dovevano essere ribalcanizzati frazionandone i territori, limitandone la sovranità, la libertà e il progresso economico e lasciando chi si opponeva nel limbo o nel caos. Per quanto possa sembrare assurdo questo progetto all’inizio non aveva una connotazione imperialistica, ma rispondeva al genuino desiderio degli Stati Uniti di imporre, dopo la Guerra Fredda, un assetto più governabile e gestibile. Quando però si parla di interessi statunitensi, si parla essenzialmente di una politica di potenza e non di semplice solidarietà. Una politica in minima parte guidata dal governo e quasi totalmente asservita a logiche e lobby economico-industriali. I risultati sono stati evidenti proprio con i Balcani e il Kosovo in particolare. Non è stato fatto nulla per impedirne lo sfaldamento e per evitare il ritorno dei nazionalismi più disumani. Le stesse persone che hanno condotto le varie guerre balcaniche sono le stesse che hanno addestrato e alimentato le bande paramilitari, che hanno dato vita a dei mostri giuridici, che hanno imposto trattati ineguali e che hanno alimentato il caos plaudendo alle cosiddette indipendenze su base etnica.”

Da un’intervista al generale Fabio Mini, apparsa sul quotidiano “Rinascita” il 29 marzo ultimo scorso.
La versione integrale è anche qui.

La guerra dell’oppio

La NATO l’ha persa.
Secondo l’autorevole rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga ed il crimine del 2006, le coltivazioni di papavero da oppio sono inesorabilmente cresciute, sino a raggiungere i 165.000 ettari di estensione. Con uno stratosferico aumento del 59% rispetto all’anno precedente. Solo sei delle trentaquattro province afghane sono libere dai campi di papavero, mentre la sola provincia di Helmand è responsabile del 42% della produzione nazionale e quindi di ben oltre un terzo di quella mondiale. Il risultato è che oggi l’82% dei campi che nel mondo sono coltivati ad oppio, si trovano in Afghanistan.
Di pari passo alla coltivazione, è aumentata la produzione che nel 2006 ha toccato il picco storico di sempre, 6.100 tonnellate, facendo balzare la percentuale di oppio proveniente dal Paese al 93% del totale mondiale. Praticamente, la totalità dell’eroina che circola nel mondo viene dall’Afghanistan; in piena era talebana, la produzione era quasi la metà (3.300 tonnellate nel 2001) e nel 2000, a seguito degli editti delle autorità religiose, essa era crollata ad appena 185 tonnellate.
In un’intervista all’International Herald Tribune il generale James Jones, comandante della NATO in Europa, individuava quale più grande minaccia per l’Afghanistan il legame tra la produzione di droga, il crimine e la corruzione. A stretto giro di posta, la replica del suo superiore, il Segretario Generale Jaap de Hoop Sheffer: “La NATO non ha e non cerca un ruolo direttivo in questa lotta, pur se importante”. Al massimo, si adopera per far appaltare a qualche corporation a stelle e strisce, tipo la Dynacorp, i lucrosi programmi di eradicazione dei campi di papavero. Risultati? Risibili.

La NATO orientale

Negli ultimi tempi, i mezzi di informazione di massa e le pubblicazioni accademiche usano sempre più spesso l’insolita espressione “NATO orientale”, di per sé assurda quando si ricordi il significato dell’acronimo in questione (North Atlantic Treaty Organization). Stati Uniti, Giappone, Australia ed India sono i potenziali membri di questo blocco politico-militare virtuale. Secondo le aspettative statunitensi, esso dovrebbe controbilanciare l’espansione geopolitica della Cina nella regione Asia-Pacifico: si tratta del collaudato sistema dei blocchi e delle alleanze applicato all’area geografica mondiale dal più rapido sviluppo. Detta con le diplomatiche parole di Condoleezza Rice, le relazioni degli Stati Uniti con i paesi dell’Asia-Pacifico devono essere tali “da non permettere a Pechino di sentirsi completamente libera di agire nel nuovo ambiente strategico”.
Tuttavia, tra gli intenti e la loro realizzazione sembra esserci una distanza enorme. In primo luogo, le élite di potere indiane non vedrebbero di buon occhio una rivalità con la Cina, soprattutto nell’interesse di un Paese terzo. La rapida crescita degli scambi commerciali fra India e Cina (con quest’ultima che si avvia a diventare il maggior partner economico di Nuova Delhi) trasforma la loro rivalità geopolitica in una competizione in termini di efficacia. In secondo luogo, anche i leader nipponici sono di gran lunga meno ostili alla Cina (oggi il principale partner commerciale del Giappone) di quanto lo siano stati nel recente passato: nel campo della politica internazionale, anche in questo caso, l’economia ha un ruolo sempre più attivo.
In questa parte del mondo, si è dunque configurata una interdipendenza tra gli Stati che ha reso significativamente più complessa la struttura delle relazioni internazionali. Il tentativo di espandere l’atlantismo nell’emisfero orientale, mediante la politica dei blocchi, si scontra con un equilibrio di forze davvero multiforme, in particolare coinvolgendovi anche il fattore Russia. Senza dimenticare l’importanza crescente del ruolo svolto dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, ma questa è un’altra storia.

Collaborazionisti

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Ing. Roberto Casarin, dott. biol. Paolo Turin (con l’assistenza del dott. geol. Jacopo De Rossi, del dott. nat. Giovanna Mazzetti, del dott. for. Giovanni Caudullo, del dott. for. Alessia Zocca, del dott. biol. Silvia Tioli, del dott. biol. Marco Zanetti e del dott. ing. Daniele Turrin), dott. Graziano Martini Barzoli e dott. Gianluca Salogni… non vi dimenticheremo.
Lo scorso 5 febbraio è apparsa sul bollettino ufficiale della Regione Veneto la deliberazione di Giunta Regionale n. 4231 del 18 dicembre 2007 che approva “le risultanze dello studio riguardante la Valutazione di Incidenza relativa all’insediamento U.S. Army presso l’aeroporto Dal Molin – Progetto Lato Ovest, nel Comune di Vicenza”. Ha così via libera il progetto per la trasformazione della 173° Brigata dell’esercito statunitense in unità di combattimento completamente autonoma composta da quattro battaglioni, che usufruiranno di uno spazio di 54 ettari e di ventisei dicasi ventisei nuove costruzioni: oltre alle ovvie infrastrutture di carattere prettamente militare e logistico, non mancheranno nemmeno un centro fitness (costruzione 19), campi da basket, pallavolo, sportivo e pista multiuso, softball (rispettivamente le costruzioni 23, 24, 25 e 26) e – udite, udite! – un centro ricreativo BOSS. Che altro non è l’acronimo di Better Opportunities for Single Soldiers… e che sarà mai ‘sta cosa?!?
Dobbiamo a tal fine ringraziare il dott. biol. Paolo Turin e tutti i suoi collaboratori, per la redazione dello studio di screening della Valutazione d’Incidenza, i quali hanno constatato che gli interventi in programma “non manifestano effetti significativi negativi rispetto a habitat o specie, anche prioritari” e che “la esecuzione di ogni singolo intervento tiene conto delle considerazioni poste dal Principio di Precauzione” (ovviamente con la lettera maiuscola, perbacco!); d’altro canto gli stessi prescrivono di predisporre “una rete di almeno 10 piezometri di controllo da adibire al monitoraggio idrochimico della falda acquifera superficiale” e “l’attivazione di un monitoraggio ambientale, in fase di corso d’opera (coincidente con la durata del cantiere) e post opera (1 anno)”.
Ringraziamo inoltre i tecnici incaricati dott. Graziano Martini Barzoli e dott. Gianluca Salogni, appartenenti alla Direzione Pianificazione Territoriale e Parchi della Regione Veneto, i quali “prendono atto della dichiarazione del tecnico redattore dello studio di screening che afferma che con ragionevole certezza scientifica si può escludere il verificarsi di effetti significativi negativi sui siti della rete Natura 2000” e “propongono parere favorevole in merito alla Valutazione di Incidenza – studio di screening riguardante l’insediamento U.S. Army presso l’aeroporto Dal Molin”.
Ci congratuliamo infine con l’ing. Roberto Casarin, Segretario Regionale all’Ambiente e Territorio, che in qualità di Autorità competente per l’attuazione nel Veneto della Rete Ecologica Europea Natura 2000, “è del parere che lo studio per la Valutazione di Incidenza ai sensi della Direttiva 92/43/CEE relativo all’insediamento U.S. Army presso l’aeroporto Dal Molin sia meritevole di approvazione per le motivazioni e con le prescrizioni riportate nel verbale istruttorio”.

Ederle, di tutto di più

Il sergente maggiore Gennaro “Hyena” Noviello è il sottoufficiale italiano di collegamento tra il Southern European Task Force (SETAF) delle forze armate USA e la 173° brigata aviotrasportata statunitense, con sede a Vicenza presso la caserma Ederle. Recentemente il comando del SETAF ha reso nota una dichiarazione del Noviello in cui egli sostiene l’importanza per i militari italiani di comprendere le procedure degli Stati Uniti, in quanto potrebbe esserci in futuro il bisogno “di lavorare insieme con i soldati americani”. Dove? In Afghanistan.
Ufficialmente, i compiti dei soldati italiani sono ben diversi da quelli degli statunitensi: mentre questi conducono le offensive e sono autorizzati a sparare per primi, quelli stanno nelle retrovie e possono far fuoco solo in caso di pericolo ma mai attaccare. Concretamente, le dichiarazioni di “Hyena” come quelle di altri ufficiali, insieme ad alcune fotografie recentemente diffuse dal SETAF con la spiegazione delle esercitazioni e l’indicazione dei reparti che vi partecipano, sono più che sufficienti a raffigurare un bel quadretto in cui lagunari, paracadutisti, carristi ed alpini italiani ricevono addestramento dai più esperti parà della 173°.
Esercitazioni di questo genere si sono tenute ad esempio il 24 aprile 2007 ed il 14 gennaio 2008, mentre il successivo 28 gennaio si è svolto un addestramento sulle nevi del Passo del Tonale, che collega le province di Brescia e Trento. “Qui noi addestriamo circa 350, 400 soldati al mese” racconta Paul McKenzie, incaricato degli aspetti tecnici del Blocco Est della caserma Ederle, in una dichiarazione al settimanale statunitense The Outlook. “Noi prepariamo la gente a combattere in Afghanistan” precisa con cipiglio Domenico Greggio, sottufficiale italiano in congedo ma attualmente istruttore di sci per gli alpini.
Fra una missione e l’altra, questi eroi potranno poi ritemprarsi presso il da poco inaugurato Building 9A, complesso di 56 stanze per la Warrior Transition Unit: camere confortevoli e servizi – afferma la nota diramata dal comando della Ederle – per aiutare i guerrieri a curarsi, a riprendersi dallo stress della guerra prima di una nuova partenza.

Campi

Bondsteel e Monteith.
Camp Bondsteel è la più vasta e costosa base militare degli Stati Uniti costruita all’estero, partendo da zero, dai tempi del Vietnam. Nel giugno 1999, subito dopo la conclusione dei bombardamenti NATO sulla ex-Jugoslavia, le forze statunitensi requisirono 360 ettari di terreno agricolo nel sud-est del Kosovo a Urosevac, vicino al confine con la Macedonia, e cominciarono a costruirvi un campo. In meno di tre anni, l’iniziale accampamento di tende si è trasformato in una base autonoma ed altamente tecnologica che ospita i tre quarti di tutte le truppe che stazionano in Kosovo, circa 7.000 uomini. Gli altri 2.000 soldati del contingente statunitense nella regione, denominato Task Force Falcon, sono dislocati a Camp Monteith, ad un’ora di auto da Bondsteel, vicino a Gnjilane. Costruita sui terreni che precedentemente ospitavano una base dell’esercito jugoslavo, è il Quartiere Generale USA in Kosovo.
A Camp Bondsteel ci sono 25 km di strade ed oltre 300 edifici, circondati da 14 km di barriere di terra e cemento, 84 km di filo spiato e 11 torri di guardia. Diversi edifici dedicati alla “ricreazione e benessere morale” con televisioni, lettori dvd, biliardi, ping pong, videogame, accesso a internet ed una sala per videoconferenze. Tre palestre, un Burger King, un Anthony’s Pizza ed un Cappuccino bar. A soddisfare i bisogni culturali giunge in soccorso il centro educativo intitolato a Laura Bush, dove è possibile imparare l’albanese e migliorare le proprie abilità informatiche. Senza poi scordarsi di recitare una bella preghiera in una delle due cappelle.
Meno allegra, sicuramente, l’atmosfera che si respira nella prigione del campo, capace di accogliere coloro i quali si siano resi protagonisti di incidenti nel settore statunitense del Kosovo.
Camp Bondsteel non è il risultato di una “guerra giusta” o di un intervento umanitario a favore della popolazione albanese. La sua costruzione era infatti stata prevista molto prima dei bombardamenti del 1999, con un progetto multimiliardario appaltato alla Kellogg Brown & Root (KRB) Services Corporation: essa è la sussidiaria texana della Halliburton il cui amministratore delegato all’epoca era Dick Cheney, poi vice presidente nell’amministrazione Bush.
Uno degli obiettivi di Camp Bondsteel era (è) quello di “proteggere” l’AMBO, l’oleodotto albanese-macedone-bulgaro che dovrebbe portare il petrolio del Mar Caspio dal porto bulgaro di Burgas sul Mar Nero fino a quello albanese di Valona sull’Adriatico. “Casualmente”, due anni prima dell’aggressione della NATO, un alto dirigente della Brown & Root Energy – controllata sempre dalla Halliburton – Edward Ferguson, era stato nominato a capo del progetto AMBO. Anche i piani di fattibilità dell’AMBO sono stati eseguiti dalla KRB: il relativo contratto è stato firmato nel 2004.

Così, perché Loro non vogliono farsi mai mancare nulla.

“Kraj” – documentario russo sul Kosovo e Metohija

“Questo è un film sul Kosovo. Questo è un film sul dolore, sull’assenza di solidarietà, sull’insensibilità, sulla cecità. Non è un film su come gli albanesi hanno perseguitato i serbi. È un film su come certe cose possano accadere sotto gli occhi di tutti senza che nessuno le veda. E non solo a Ovest, ma anche qui da noi in Russia”.
Con queste parole Evgenij Baranov ha presentato il suo documentario sul Kosovo, realizzato con il regista Aleksandr Zamyslev e trasmesso nel dicembre del 2007 dal primo canale della televisione russa: un’opera di poco meno di un’ora che ricostruisce le vicende storiche e umane del Kosovo e Metohija mettendo da parte la correttezza e l’opportunità politica per concentrarsi sui volti e i racconti delle persone e sulla compassione per le loro sofferenze e sventure.
Il titolo originale, “Kraj”, significa provincia, e più genericamente area, zona. Si riferisce dunque al Kosovo e al suo essere storicamente provincia serba, e dunque allude all’appartenenza a un’area geografica e a un diritto al ritorno negato. Significa però anche limite, margine, orlo: “na kraju” – al limite, sull’orlo del baratro – è dove si trova ora il popolo serbo. Nella consapevolezza di non poter riunire questi significati in un’unica intensa parola, abbiamo preferito tradurlo semplicemente “terra”: un termine che, per tanti protagonisti di queste storie – costretti a un doloroso esilio e all’umiliazione e all’abbandono dei campi profughi – ha perso ogni significato geografico.

Qui ne presentiamo una versione divisa in sette parti, di circa 8 minuti ciascuna.
La traduzione dal russo ed i relativi sottotitoli in italiano sono opera di Manuela Vittorelli, che ringraziamo sentitamente per la sua disponibilità.