Europa, destinazione turistica

Vecchia e nuova Europa, non significate nulla, non siete nulla. Siete una colonia americana. Tirate giù le vostre bandiere, esponete quella americana e riconoscete il vostro status coloniale. Siete una destinazione turistica esotica. È l’unica cosa che siete in grado di fare.
Scott Ritter, ex-capo ispettore degli armamenti per le Nazioni Unite.

Nel 2001, George Bush annuncia il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato ABM contro i missili balistici, che fino ad allora aveva garantito una certa stabilità internazionale. Poco tempo dopo, gli Stati Uniti avviano trattative segrete con la Polonia e la Repubblica Ceca per realizzare il cosiddetto “scudo antimissile”, che prevede la dislocazione di missili intercettori nella prima e di una base radar nella seconda.
In seguito, il governo ceco dichiara che il progetto è stato approvato all’interno della NATO, quando a tutt’oggi molti Stati membri continuano ad essere contrari. È stato inoltre detto che non accettare questo piano significherebbe dividere l’Europa: si è visto però come questo di fatto stia già accadendo, nell’ambito della strategia statunitense di “geopolitica del caos” di cui l’indipendenza del Kosovo e Metohija dalla Serbia rappresenta solo l’ultimo tassello.
Il governo ceco ha poi cercato di minimizzare l’importanza della struttura dove dovrebbe essere installato il radar, ma – com’è noto – i governi dei Paesi ospiti hanno un controllo pressoché simbolico sulle basi statunitensi presenti nel loro territorio.
Nel febbraio 2007, il governo ceco ha quindi cominciato a discutere ufficialmente con quello degli Stati Uniti pur sapendo bene che la maggioranza della popolazione è contraria ed oltre il 70% vorrebbe che la decisione fosse presa tramite un referendum.
Da anni viene detto che lo scudo antimissilistico è fondamentalmente pensato come difesa da una minaccia iraniana che appare però solo teorica: secondo il rapporto di sedici agenzie statunitensi di intelligence, l’Iran ha smesso di lavorare alla produzione di armi nucleari già nel 2003 (e nemmeno possiede, e possiederà in tempi brevi, missili in grado di raggiungere il suolo europeo).
Pare dunque evidente che questo sistema non serve come protezione dall’Iran o dalla Corea del Nord, ed alcuni esperti militari arrivano ad affermare che esso sarebbe del tutto inefficace anche contro le migliaia di testate atomiche a disposizione della Russia.

Quali sono le aziende direttamente interessate alla costruzione dello scudo antimissile, e quali i loro strumenti di pressione sull’opinione pubblica?
Qual è la posizione dei Paesi europei, ed in particolare il ruolo dell’Italia?
Cosa possiamo aspettarci nel futuro immediato? Quali sono i mezzi a disposizione dei cittadini e del movimento di protesta?

Questo video, diviso in due parti per una durata complessiva di circa 18 minuti, tenta di fare il punto della situazione e di tracciare le possibili risposte:

La versione americana della colonia è la base militare

Pur in presenza di un debito estero da capogiro, oltre 8.000 miliardi di dollari nel 2007, il bilancio militare degli Stati Uniti ha superato i 625 miliardi durante lo stesso anno e raggiungerà i 640 nel 2008 (in confronto ai 47 della Russia ed ai 43 dell’intera Unione Europea…). Alla fine degli anni settanta, esso ammontava a circa 100 miliardi, era triplicato all’inizio degli anni novanta, nel 2001 era pari a 404 miliardi. Nel 2006 corrispondeva al 3,7% del Pil statunitense ed a poco meno di mille dollari procapite.
Certo, c’è da dire che gli Stati Uniti mantengono 700 e più installazioni militari (il numero non è definibile in modo certo, per motivi di segretezza) in Europa, Africa, Vicino Oriente, Golfo Persico, Asia Centrale, Oceania ed Estremo Oriente, ed in mare una forza aereonavale di 9 portaerei, 75 sommergibili ed uno stuolo di incrociatori, fregate lanciamissili, corvette e naviglio di difesa costiera, scorta ed appoggio.
Secondo il Rapporto Gelman, militari statunitensi sono presenti in 156 Paesi mentre le basi militari sono installate in 63 Stati di quattro continenti. Con quelle del territorio metropolitano e dei loro possedimenti, le basi coprono una superficie totale superiore a 2 milioni di ettari, cosa che fa del Pentagono uno dei più grandi proprietari terrieri del pianeta.
Il numero totale di personale civile e militare statunitense residente in permanenza fuori dal territorio metropolitano è stimato, anche se fluttuante, in 366.000 unità. Di questi, 116.000 sono di stanza in Europa, di cui 75.000 circa in Germania. Secondo le statistiche del Dipartimento della Difesa statunitense, riferite al 31 dicembre 2005, circa 271.000 di queste unità sono di personale militare: 96.000 operano in Paesi Nato, e l’Italia ne ospita più di 11.000. Non meno significativi i contingenti dispiegati in Giappone (35.000) e Corea del Sud (30.000).
L’operazione Iraqi Freedom è condotta da 207.000 effettivi, quella Enduring Freedom in Afghanistan da 20.400: di questi, una percentuale di circa il 10% è stata dislocata a partire dai contingenti statunitensi sparsi nel mondo (in particolare, dalla Germania).
Per la gestione del centro di detenzione di Guantanamo, dulcis in fundo, sono impiegati circa 1.000 soldati.

Le statistiche ufficiali, per quanto accurate, mancano di menzionare alcuni importanti insediamenti: ad esempio, il Base Structure Report del 2003 non nominava l’immensa base di Camp Bondsteel in Kosovo, e diversi altri insediamenti in Afghanistan, Iraq, Israele, Kuwait,  Qatar e Kirghizistan,ed Uzbekistan. Nemmeno citava importanti infrastrutture militari e spionistiche presenti nel Regno Unito, a lungo convenientemente classificate come basi dell’aviazione britannica.
Usando onestà, probabilmente si arriverebbero a contare non meno di 1.000 installazioni militari statunitensi in Paesi stranieri, ma nessuno – allo stato attuale neanche lo stesso Pentagono – è in grado di determinare questa cifra con certezza.

Alcune curiosità, per finire:
– alla base di Camp Anaconda, vicino a Baghdad, sono in funzione nove linee di autobus interne per trasportare i soldati ed il personale civile nel suo perimetro di 25 kmq;
– negli ospedali militari delle basi all’estero è proibito, alle 100.000 donne che vivono in esse (comprese quelle che ivi lavorano, mogli e congiunte dei soldati), sottoporsi ad operazioni di aborto;
– la base di Camp Lemonier a Gibuti, storico insediamento della Legione Straniera Francese, oggi è occupata da quasi 2.000 soldati statunitensi, a presidio dell’ingresso al Mar Rosso;
– fra i numerosi progetti di nuove basi (loro lo chiamano “riposizionamento”), gli Stati Uniti pensano di mettere sotto il loro diretto controllo un’area pari a quasi un quarto dell’intera superficie del Kuwait, dove organizzare i rifornimenti del contingente impiegato in Iraq e consentire ai burocrati della cosiddetta Zona Verde di Baghdad di “ritemprarsi” (lontano dagli ormai quotidiani tiri di mortaio della resistenza irakena…).

Un tempo, era possibile tracciare la diffusione dell’imperialismo contando il numero di colonie sparse per il mondo.
La versione americana della colonia è la base militare.

Una buona ragione per aver rifiutato la Costituzione Europea

Sognate un’Europa che costruisce una politica di pace portando avanti una politica indipendente dagli Stati Uniti?
La Costituzione Europea, sonoramente bocciata dai cittadini francesi ed olandesi nella primavera del 2005, avrebbe permesso all’Unione Europea di impegnarsi in operazioni militari offensive anche a migliaia di chilometri dalle sue frontiere. E, precisava, sarebbero stati rispettati gli obblighi derivanti dal Trattato del Nord-Atlantico per quegli Stati membri dell’Unione Europea che considerano la loro difesa comune realizzata nel quadro di tale patto.
Per essere chiari: l’Europa è sottoposta agli Stati Uniti – ed alla loro supremazia militare – attraverso la NATO.
La pace, invece, dipende dalla capacità dell’Europa di trovare una centralità politica come “grande spazio” autonomo, orientato a svolgere una funzione di equilibrio strategico in un mondo policentrico, o multipolare che dir si voglia. In tal senso, l’Europa dovrebbe essere sempre meno “occidentale” e sempre più “europea”.

Vicenza: i conti non tornano

VICENZA, 26 MAG – Il carteggio relativo alla realizzazione della nuova base USA di Vicenza e’ stato reso disponibile, oggi, al Codacons. Lo ha reso noto lo stesso Codacons indicando che, da una prima visione della carte messe a disposizione dal ministero della Difesa, emergerebbero alcuni aspetti poco chiari.
Sembrerebbe, secondo quanto detto dall’associazione dei consumatori in una nota, che l’autorizzazione al progetto sia avvenuta prima della necessaria valutazione di impatto ambientale (Via). I legali del Codacons hanno chiesto inoltre di ottenere sia il progetto presentato l’11 giugno 2007, sia gli atti emessi dal Commissario governativo, dal comune di Vicenza e dall’esercito americano, oltre che il consenso del Governo.
Il ministero della Difesa – ha riferito il Codacons – ha chiesto 48 ore di tempo per consultare gli organismi superiori al fine di valutare quali documenti siano da considerare riservati e quindi non accessibili. La vicenda amministrativa avra’ un’ulteriore passaggio al Tar il 18 giugno.
(ANSA).

Gente di classe, in culo al mondo

ROMA, 26 MAG – Sabato 7 giugno il Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini interverrà alla diciannovesima edizione del Workshop internazionale organizzato dal Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti, che si terra’ a Venezia presso il San Clemente Palace Hotel, sull’isola di San Clemente. Lo rende noto la Farnesina.
Nel corso del convegno, al quale parteciperanno esponenti del mondo
della politica, della cultura, dell’industria e della finanza italiani e stranieri, verranno affrontati alcuni dei grandi temi di attualita’
internazionale.
I giornalisti e i cine-foto-operatori interessati a seguire l’evento -
informa inoltre la Farnesina – potranno reperire ulteriori informazioni
ed accreditarsi direttamente presso l’ente organizzatore entro il 30
maggio 2008 (tel. 06/3222546, fax 06/3201867, www.veniceworkshop.com).
(ANSA).

Una tigre nel motore

Attraversa 6 Regioni, 17 Province e 136 Comuni italiani. Totalmente finanziato dall’Alleanza Atlantica, e’ stato costruito negli anni Sessanta per rifornire in modo autonomo e continuativo carburante Jet A1 (kerosene) ai velivoli dislocati negli aeroporti militari di tutta Europa.
Il suo nome è NATO-POL (acronimo che sta per Petroleum Oil Lubrificant) ed è un sistema completo di terminal marini, depositi di stoccaggio sotterranei e gruppi di pompaggio: una rete di oleodotti le cui condutture corrono per oltre 11.000 chilometri, dal mare fino al cuore dell’Europa.
Il sistema POL è una delle infrastrutture NATO meno note: la frazione italiana della rete – denominata North Italian Pipeline System (NIPS) – raggiunge le basi USA-NATO di Ghedi (Brescia), Aviano (Pordenone), Rivolto (Udine) e Cervia (Ravenna), nonché altre infrastrutture utilizzate esclusivamente dall’Aeronautica Militare Italiana. Dal terminale marino di Vezzano, in Val Mulinello, nei pressi di La Spezia, giunge al nodo di Collecchio (Parma) e lì si ramifica in tre direzioni, per un’estensione complessiva pari a circa 850 chilometri. Importanti depositi si trovano anche a Mestre, ad Augusta per rifornire la base US Navy di Sigonella, ed a Taranto.
Un braccio arriva fino in Germania, attraversando l’Austria. Un altro capo è in Portogallo, a Lisbona, dove un intero molo è riservato al NATO-POL. Altri depositi sono in Gran Bretagna. Reti analoghe a quella italiana sono inoltre presenti in Norvegia, Grecia e Turchia. Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Olanda sono invece collegate da un sistema centrale europeo.
Di approfondirne la natura si era fatto carico il senatore Severino Galante (PdCI), con un’interrogazione parlamentare in cui chiedeva al governo italiano chiarimenti in merito alla segretezza dell’oleodotto e ad un’eventuale autorizzazione concessa alla NATO per ampliarlo nel tratto che da Vicenza (dove recentemente si è verificato un guasto) porta ad Aviano. L’allora ministro della Difesa Parisi si era affrettato a precisare che “l’aeroporto Dal Molin di Vicenza non è alimentato da tale rete” e che l’opera non riveste “carattere di segretezza” in quanto il tracciato è punteggiato, ogni duecento metri, da un cartello con la dicitura “Amministrazione dello Stato”.
Il combustibile dalle petroliere approdate a La Spezia viene riversato in Val Mulinello fino a 20.000 litri all’ora, quindi stoccato in serbatoi di cemento armato rinforzati da una lamina in acciaio e ricoperti di terra, non solo per impedire eventuali sversamenti ma anche per protezione da ipotetici attacchi. La portata dell’oleodotto nella parte italiana raggiunge, secondo dati aggiornati al 1999 (durante l’aggressione NATO alla ex Jugoslavia) un massimo di 1 milione e 600mila litri al giorno. Logisticamente, esso dipende dall’Aeronautica Militare Italiana (AMI), ed in particolare dal Comando situato presso l’Aeroporto di Parma, in via Cremonese 35.
La gestione e la manutenzione dell’impianto in Italia sono invece affidate alla società privata IG (Infrastrutture e Gestioni) S.p.A., con sede a Roma in via Castello della Magliana 75. Controllata dalla holding francese Technip, la IG vanta una consolidata esperienza tecnica ed organizzativa acquisita in oltre trenta anni di attività nei settori della realizzazione e gestione di impianti industriali ed infrastrutture in Italia ed all’estero, in campo civile e militare.
Il relativo contratto, stipulato nel 2000 con la Direzione Generale degli Armamenti Aeronautici del Ministero della Difesa, ha durata di 14 anni e comprende: l’esercizio con presa in consegna e riconsegna nelle aree di impiego dei prodotti petroliferi; la manutenzione ordinaria e straordinaria;
il controllo delle servitù e concessioni; i servizi tecnici; l’addestramento del personale; la custodia delle aree; il management generale.
Qualcuno, argutamente, ha parlato di “Gladio dei carburanti”.

English version

A tiger in their tank

translation: M. Zanarini

It runs across 6 Regions, 17 Provinces e 136 Municipalities in Italy. Completely funded by the Atlantic Alliance (NATO), it was built in the Sixties in order to supply in a continuous and autonomous way the aircrafts based in the military airbases all around Europe with Jet A1 fuel (Kerosene).
Its name is “NATO-POL”(which means Petroleum Oil Lubricant) and it’s a complete system of marine terminals, underground storage depots and pumping units: a pipeline network that runs for more than 11.000 Km, from the sea to the heart of Europe.
The POL system is one of the least-known parts of NATO infrastructure: the Italian section of the network – called North Italian Pipeline System (NIPS) – carries fuel to the US-NATO bases in Ghedi (Brescia), Aviano (Pordenone), Rivolto (Udine), and Cervia (Ravenna), as well as to other infrastructure used by the Italian Air Force.
From Vezzano marine terminal, in Val Mulinello, near La Spezia, it goes to the Collecchio (Parma) hub, from where it takes three directions, for a total length of about 850 Km.
Some important storage depots are located in Mestre, in Augusta to supply the Sigonella US Navy base, and in Taranto.
One branch goes to Germany, via Austria. Another one arrives in Lisbon, Portugal, where it has been assigned an entire wharf.
More depots are in Great Britain. Other networks, similar to the Italian one, are in Norway, Greece and Turkey, while Belgium, France, Germany, Luxembourg, and the Netherlands are connected by a European central system.
Senator Severino Galante (PdCI) tried to know something more about it, with a parliamentary interrogation in which he seeked explanation from the Government on the secrecy around the pipeline, asking if an authorization had been released to NATO to expand the network in the segment running from Vicenza (where a failure has recently taken place) to Aviano.
The Former Defence Minister Parisi answered that “Dal Molin airport in Vicenza is not supplied by this network” and that the infrastructure is not under “any secrecy order”, because every 200 metres it’s possible to see a sign with the words “State Administration” written on it.
The fuel is carried to Val Mulinello, from the tankers arrived in La Spezia, at a speed of 20.000 litres per hour, and then stored in concrete tanks reinforced with sheet steel and covered with earth, in order to prevent spills and to protect them from possibile attacks.
The maximum capacity on the Italian side is of 1,6 million litres per day, as of 1999 (at the time of the NATO aggression on former Jugoslavia). Logistically, it depends from the Italian Air Force (AMI), precisely from the Command based in Parma airport, at 35, Cremonese Street.
The company entrusted with the management and maintenance of the plant in Italy is “IG” (Infrastrutture e Gestioni) S.p.A., based in Rome at 75, Castello della Magliana Street.
“IG” is a subsidiary of the French engineering company “Technip” and has been working for more than 30 years in the implementation and management of industrial plants and infrastructure, in Italy and abroad, both in civil and in military engineering, developing considerable technical and organizational experience.
The contract, signed in 2000 with the Directorate-General for Aircraft Weapons of the Ministry of Defence, has a duration of 14 years and includes: management of petroleum products, with receipt and delivery in the areas of use; ordinary and extraordinary maintenance; control over easements and concessions; technical services; staff training; area guarding; general management.
Someone sharply called it “Fuel Gladio”.

Italian version

Abecedario NATO

Tutto ma proprio tutto quello che c’è da sapere sulla NATO:
le politiche ed i meccanismi decisionali, le strutture civili e quelle a carattere militare, le operazioni all’estero, le nuove minacce (con le relative nuove risposte), il processo di allargamento, le iniziative di cooperazione e di partenariato (fra cui, “strategica”, quella con l’Unione Europea), le relazioni con le altre organizzazioni internazionali (Nazioni Unite, OCSE, etc.), varie ed eventuali.
Autore: la NATO Public Diplomacy Division, con sede a Bruxelles.
Ultima edizione aggiornata al 2006. Redatto in lingua inglese, obviously.
Lo trovate qui.

Oppps

BRUXELLES, 22 MAG – Un oleodotto della NATO e’ stato incidentalmente bucato da un agricoltore nel sud del Belgio, a Mons, provocando la fuoriuscita di migliaia di litri di kerosene che hanno inquinato le falde acquifere della regione francofona. Il ministro dell’ambiente della regione Vallona, Benoit Lutgen, ha stimato che la falda acquifera e’ stata seriamente minacciata ed ha ipotizzato da parte della NATO il pagamento dei danni, invocando il principio “chi inquina paga”. Il ministro belga della difesa Pieter De Crem ha aperto un’inchiesta nonostante abbia assicurato che la NATO aveva preso le misure di sicurezza ambientale richieste.
L’allarme e’ stato lanciato la scorsa notte a tutti i comuni del territorio, inclusi quelli della frontiera francese, che si trova ad appena dodici chilometri. Solamente stamattina all’alba la perdita di kerosene e’ stata bloccata. Nei giorni e nelle settimane prossime sarà controllata la qualità dell’acqua di tutta la regione. Secondo la televisione belga Rtbf, la presenza dell’oleodotto non e’ indicata sul terreno e l’agricoltore che l’ha bucato incidentalmente non è il proprietario del campo.
L’oleodotto in questione fa parte della rete di rifornimento strategico gestita dall’Alleanza Atlantica per le proprie basi ed unità in Europa.
(ANSA)

Ciò detto e premesso…

Quello che segue è il resoconto stenografico della seduta n. 252 del 23/1/2003 della Camera dei Deputati della Repubblica Italiana. Il Senatore Francesco Bosi, Sottosegretario di Stato per la difesa, risponde all’interpellanza n. 2-00602 presentata dall’Onorevole Mauro Bulgarelli.

“Preliminarmente, è opportuno puntualizzare che in linea generale, dal punto di vista degli accordi internazionali, la presenza di forze NATO o di forze statunitensi in Italia si inquadra nell’ambito dell’applicazione del Trattato del Nord Atlantico del 1949.
Al riguardo, per l’utilizzazione delle basi non vige alcuna condizione di extraterritorialità permanendo allo Stato italiano l’esercizio della piena sovranità. Difatti, nello specifico di Camp Darby, il comandante della base è un ufficiale italiano. In particolare, le basi intese come porzione di territorio di sostegno logistico ed operativo, dotate di uomini e mezzi, non appartengono dunque alla NATO od agli americani: esse sono solo concesse in uso alle forze militari della NATO o statunitensi senza che la sovranità nazionale sia in alcun modo limitata o messa in discussione.
Come si è detto gli accordi che regolano la materia trovano il proprio fondamento nell’articolo 3 del Trattato di Washington e nei discendenti accordi, che cito: Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 (NATO Status of Forces Agreement – SOFA), ratificato dall’Italia con la legge n. 1335 del 1955; Protocollo di Parigi del 28 agosto 1952, approvato con la legge 30 novembre 1955, n. 1338; Convenzione di Ottawa del 20 settembre 1951, approvata con la legge 10 novembre 1954, n. 1126; decreto del Presidente della Repubblica del 18 dicembre 1962, n. 2083.
In questo quadro si inseriscono gli accordi bilaterali che regolano la presenza delle forze statunitensi in Italia. Sono accordi sia generali, che prevedono forme di assistenza militare reciproca fra i due paesi, sia particolari, che disciplinano gli aspetti della presenza e delle attività dei contingenti militari statunitensi.
Il più importante accordo bilaterale, a carattere complessivo, è il Bilateral Infrastructure Agreement del 20 ottobre 1954, firmato per l’Italia dal Presidente del Consiglio pro tempore. Ad esso sono poi strettamente collegati un accordo tecnico aereo del 30 giugno 1954 ed un accordo tecnico navale del 20 ottobre 1954.
Questi accordi bilaterali hanno un’elevata classifica di segretezza e non possono essere declassificati unilateralmente poiché il regime di segretezza è stato stabilito di comune accordo dai Governi italiano e statunitense. Il segreto militare relativo alle infrastrutture, ai compiti, alla distribuzione di uomini, mezzi e materiali ed al tipo di presenza militare nelle diverse località si espande fino ad abbracciare le regole che disciplinano le funzioni di comando nelle basi ove operano forze statunitensi, nonché le disposizioni sui rapporti fra le autorità militari italiane e statunitensi. D’altra parte, è normale che tali notizie siano coperte da segreto: la diffusione indiscriminata di informazioni sugli strumenti di difesa è, a ragione, considerata da tutti gli Stati una fonte di rischio. L’Italia non fa eccezione essendo la sua difesa integrata con quella dei paesi alleati, ivi compresa la loro presenza nel nostro territorio.
Vero è che tali accordi possono essere oggetto di modifiche o di aggiornamenti, come è più volte avvenuto. Infatti, questi accordi elaborati negli anni della “guerra fredda” e costruiti su modelli che risalgono alla fase di maggior tensione tra i due blocchi, nel tempo sono stati rinegoziati ed adeguati al mutato contesto storico in un spirito che riconosce, tra l’Italia e gli Stati Uniti, una condizione di assoluta pariteticità e reciprocità.
In questo quadro, tra gli accordi più significativi vi è lo Shell Agreement o Memorandum d’Intesa tra il Ministero della Difesa della Repubblica italiana ed il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America, stipulato il 2 febbraio 1995, che è specificatamente riferito alle installazioni e alle infrastrutture concesse in uso alle forze statunitensi in Italia.
Ciò detto e premesso (…)”.

(Grassetto nostro)

Ipse dixit

CITTA’ DEL VATICANO, 21 MAG – Un particolare saluto ed un augurio di speranza e’ stato rivolto da Papa Benedetto XVI ad una delegazione di ufficiali del Comando NATO di Napoli, presenti all’udienza di oggi con le loro famiglie.
”Cari amici – questo il messaggio del Pontefice, letto in lingua inglese – possa la vostra cooperazione al servizio della pace contribuire ad un futuro di speranza per le future generazioni”.
(ANSA)

Sotto mentite spoglie

La flotta dell’UNIFIL, la forza di interposizione sotto mandato delle Nazioni Uniti presente nel sud del Libano, è composta da due navi italiane – la fregata Espero e il ricognitore Comandante Bettica – la fregata francese Courbet, due navi greche, una turca, quattro tedesche ed una spagnola, il ricognitore Vencedora che si è aggregato al complesso a metà marzo 2008.
Ma… sorpresa!: a partire dal 29 febbraio, le navi italiane, francese e spagnola non sono apposte a questa Task Force in quanto appartenenti al loro Paese, ma a titolo di Euromarfor (acronimo di “Forza marittima europea”). Tuttavia, contrariamente a quello che potrebbe far credere la bandiera europea che issa sui suoi pennoni, l’Euromarfor non sarà uno strumento dell’Unione Europea che a partire dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, prevista nel 2009. I “27” non hanno mai discusso del suo impegno, anche se ne sono stati informati. L’Euromarfor è una struttura franco-ispano-italo-portoghese posta sotto il comando di uno Stato maggiore congiunto dei soli “4”. Per il momento, l’Unione Europea dispone di un’altra forza marittima, l’Eumarc, che esiste solo sulla carta.
L’Euromarfor può essere attivata sulla base dell’articolo 5 del Trattato di Bruxelles modificato (Unione dell’Europa Occidentale, detta UEO), sia in base all’articolo 5 del Trattato di Washington istitutivo della NATO. In pratica, essendo l’esecutivo dell’UEO moribondo, l’Euromarfor è stata attivata esclusivamente dalla NATO.
Creata nel 1995, essa ha svolto numerose esercitazioni, ma finora non ha ricevuto che due missioni, entrambe assunte in applicazione di una decisione adottata in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001. Nell’ottobre-novembre 2002, l’Euromarfor ha condotto l’operazione Coherent Behavior, nel Mediterraneo orientale, al largo della Siria e del Libano. All’interno di Enduring Freedom, l’Euromarfor ha integrato la Task Force 150 della Coalizione dei Volontari e sorvegliato il traffico marittimo nell’Oceano Indiano, al largo del Corno d’Africa, da febbraio 2003 al dicembre 2004 e di nuovo dopo l’agosto 2005.
Ne segue che la partecipazione dell’Euromarfor all’UNIFIL (Operazione Impartial Behavior), se avviene ufficialmente sotto l’autorità del Comitato interministeriale franco-ispano-italo-portoghese, può allo stesso tempo essere intesa come una partecipazione della NATO nel quadro della guerra al terrorismo.
La flotta UNIFIL è oggi comandata dall’ammiraglio dell’Euromarfor, l’Italiano Ruggero Di Biase. Questi si trova in una strana situazione: a titolo dell’UNIFIL, dipende dall’ONU, ma a titolo dell’Euromarfor, è collegato alla NATO. In quanto UNIFIL, egli applica le risoluzioni 1701 e 1773, che stabiliscono un certo equilibrio tra Israele ed il Libano, ma in base alla guerra atlantica al terrorismo, egli lotta contro gli elementi che accusa di essere (o di essere stati) implicati in operazioni terroristiche. E non si vede chi – eccetto Hezbollah – possa costituire il bersaglio preso di mira dalla NATO.
Che cosa significa dunque questa irruzione dell’Alleanza Atlantica nel Vicino Oriente e perché essa si schiera sotto mentite spoglie? Nel piano israelo-statunitense di invasione del Libano dell’estate 2006, era stato previsto che l’avanzata israeliana potesse essere interrotta dalla pressione internazionale; in tal caso, la NATO si sarebbe schierata, sotto mandato dell’ONU, per continuare la caccia a Hezbollah. Il piano era stato abbandonato sotto la pressione della Francia, con Washington e Tel Aviv costrette ad accontentarsi di un’UNIFIL rafforzata. In seguito, ogni tentativo di coinvolgere la NATO era stato bloccato dal presidente libanese Emilè Lahoud. Avendo questi terminato il proprio incarico, la NATO è tornata alla carica con la massima discrezione: anche questa volta però – è cronaca degli ultimi giorni – la torta è venuta senza buco.

NATO per restare ricchi (fra yankees)

 

PREMESSA:
scriveva John Kleeves, in “Vecchi trucchi”, un aureo libretto dedicato alle strategie ed alla prassi della politica estera statunitense pubblicato nell’ormai lontano 1991 ma ancora estremamente attuale:

La politica estera americana è determinata da due fattori: il modo in cui gli Stati Uniti sono organizzati politicamente all’interno, ed il carattere degli americani. Per quanto riguarda l’organizzazione politica interna c’è da dire che gli Stati Uniti sono un’oligarchia, e precisamente un’oligarchia basata sulla ricchezza. (…) Il secondo fattore… è il carattere degli americani. Ogni popolo ha nel carattere un elemento saliente, che domina su tutti gli altri e li condiziona. Questo elemento nel caso degli americani è chiarissimo: è l’ingordigia, l’avidità di cose materiali. Se fosse vero che l’uomo è un misto di materia e spirito, allora sarebbe giusto dire che gli americani sono fatti quasi esclusivamente della prima. Gli americani insomma adorano il denaro, che a loro non basta mai. Essi hanno come scopo nella vita quello di arricchire, uno scopo che in loro è del tutto fine a se stesso. (…)
Alla fine, visti l’organizzazione politica interna ed il carattere nazionale, gli Stati Uniti sono sinteticamente così descrivibili: un’oligarchia mercantile ossessivamente ed aggressivamente dedita ad aumentare la propria ricchezza. L’obiettivo della politica estera americana è così determinato: esso non può essere altro che quello di agevolare le attività economiche all’estero dei propri imprenditori in modo che siano le più proficue possibili. (…) Si comprende meglio la politica estera americana – la si capisce anzi perfettamente – se si pensa agli Stati Uniti non come ad un paese come un altro, ma come un’enorme impresa commerciale privata, con un bilancio aziendale pari ad un terzo del bilancio di tutti i paesi del mondo messi assieme, privata ma armata, dotata di un “esercito aziendale”…
Gli Stati Uniti dai loro rapporti col mondo vogliono dunque questo: esportarvi ed investirvi proficuamente, il più proficuamente possibile. Tali esigenze meramente economiche si trasformano rapidamente in precise esigenze politiche. (…)
Le esportazioni più proficue sono quelle che si rivolgono ad un paese ad economia di mercato, e dove il governo non pone tariffe o restrizioni di sorta alle importazioni. (…) Anche gli investimenti più proficui sono quelli fatti in un paese ad economia di mercato.

Estremista? Visionario?
Beh, portiamo un mattone a sostegno della tesi di Kleeves.
Il 24 aprile 1999, la NBC trasmise una puntata del programma di John McLaughlin, “One on One”, che vedeva la partecipazione di due ospiti: il generale William Odom ed il professor Harvey Sapolsky. Ci concentreremo su alcune affermazioni fatte dal generale Odom.
Egli fu presentato come un laureato di West Point con un dottorato conseguito alla Columbia University. Ha prestato servizio nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale del presidente Jimmy Carter e, durante l’amministrazione Reagan, nell’ufficio dei Capi di Stato Maggiore per l’intelligence ed al servizio del direttore dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale (la NSA, il servizio informazioni delle Forze Armate). All’epoca della trasmissione era direttore degli Studi sulla Sicurezza Internazionale all’Hudson Institute ed insegnava Organizzazione e Sistema Politico al dipartimento di Scienze Politiche del prestigioso MIT, dove dirigeva anche il Programma di Sicurezza. Il generale Odom ha al suo attivo anche numerosi libri.
Quello che fosse (sia) il vero scopo della NATO è stato svelato proprio all’inizio dell’intervista con il generale Odom, realizzata nel corso della trasmissione televisiva.

Odom: “La NATO fu creata non come molti credono per difendere contro la minaccia militare sovietica. I francesi nella discussione non menzionarono neppure l’Unione Sovietica. Volevano che la NATO si occupasse della questione tedesca. I britannici volevano che la NATO mantenesse gli Stati Uniti in Europa”.
McLaughlin: “Saremo noi a dirigere l’Europa?
Odom: “Paga. Sì.
McLaughlin: “Perché paga?
Odom: “Oggi siamo più ricchi per questo. Siamo stati un’eternità in Corea, in Giappone ed in Germania, e ha pagato… se guarda al passato e vede cosa è successo negli anni, ci siamo arricchiti sempre più.
McLaughlin: “ Gli Stati Uniti possono difendere i propri interessi in Europa senza la NATO?
Odom: “No , perché in Europa realizziamo i nostri interessi, che consistono nel preservare sistemi democratici liberali con prospere economie di mercato. Quando succede, ci arricchiamo.

Elementare, Watson.

Voli CIA, gli occhi socchiusi della Germania

cia

Il 14 febbraio 2007 il Parlamento Europeo ha approvato definitivamente la relazione della commissione d’inchiesta sui voli CIA in Europa presentata dall’europarlamentare Claudio Fava. Il rapporto accusa quattordici Paesi europei di complicità con la CIA nel sequestro e nel trasporto di sospetti terroristi nel territorio dell’Unione Europea e critica l’operato dell’Alto Rappresentante per la politica estera europea, Javier Solana.
Il Parlamento Europeo ha denunciato la mancanza di cooperazione da parte di molti Stati membri nonché del Consiglio dell’Unione Europea nei confronti della commissione, la quale ha ascoltato circa duecento testimoni. Oltre l’Italia, dove i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio di trentaquattro persone (tra cui ventisei agenti segreti statunitensi e due ex dirigenti del Sismi, il servizio segreto militare italiano) accusate di essere coinvolte nel rapimento di Abu Omar, gli altri Paesi chiamati in causa sono Regno Unito, Germania, Svezia, Austria, Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro, Danimarca, Belgio, Turchia, Macedonia e Bosnia.

Il collegamento al video è alla seguente pagina: http://www.rainews24.it/ran24/inchieste/19022007_voli_cia.asp

Scudo antimissile: l’Europa alza la voce, Varsavia e Praga la posta

Il progetto statunitense di scudo antimissilistico in Europa Orientale, i cui costi ammonterebbero a circa 5 miliardi di dollari, ha suscitato non poche perplessità anche negli ambienti istituzionali europei, e tedeschi in particolare.
Ad iniziare dal ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier, che in un’intervista pubblicata dall’Allgemeine Sonntagszeitung il 19 marzo 2007, ha avvertito Washington di non cercare di dividere l’Europa in “vecchia” e “nuova”. Anche il presidente del SPD, Kurt Beck, ha criticato gli Stati Uniti per il loro tentativo di cooptare gli europei in chiave antirussa, dichiarando alla Bild che il suo partito non vuole una nuova corsa agli armamenti in stile Guerra Fredda.
Lo stesso ex leader socialdemocratico Gerhard Schroeder, dopo più di un anno di assenza dalle scene, è riapparso per affermare che “gli Stati Uniti stanno tentando un ridicolo accerchiamento della Russia che è tutto tranne che nell’interesse dell’Europa”, ossia quello di “collegare più strettamente la Russia alle strutture europee” (gasdotto North Stream docet).
Dal canto suo Joshka Fisher, il verde già Ministro degli Esteri nel governo Schroeder, ha smesso la veste del pacifista ed invocato un esercito comune europeo per affrancarsi dalla tutela a stelle e strisce. “A mio avviso si tratta di un errore” ha infine chiosato il Ministro della Difesa Franz Jung.
Nonostante il Parlamento Europeo abbia invitato il Consiglio dell’Unione Europea e l’Alto Rappresentante per la politica estera, Javier Solana, ad occuparsi direttamente della questione, nulla è stato fatto sotto questo riguardo, contraddicendo nei fatti le ambizioni dichiarate dell’Unione Europea di definire una propria politica di difesa ed istituire un esercito cosiddetto europeo.
Nel frattempo, fra le parti direttamente interessate i negoziati sono proseguiti.
Dopo che nell’autunno 2007 l’esecutivo dei gemelli Kaczynski è stato rimpiazzato dal governo di Donald Tusk, il nuovo ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha dichiarato che il suo governo doveva riconsiderare i vari costi e rischi dell’operazione, affermando inoltre che il progetto ha origini unicamente statunitensi e che i polacchi non si sentono affatto minacciati dall’Iran. “Dobbiamo discutere a fondo non solo dei benefici, ma anche dei rischi. Non può essere che siamo gli unici a pagare dei costi”. La virata polacca, più che un ripensamento della propria politica estera, può essere letta sotto la lente del pragmatismo. Varsavia sta infatti negoziando con gli Stati Uniti degli aiuti per la formazione e l’equipaggiamento del suo esercito, ed il passo indietro sullo scudo potrebbe mascherare la volontà di trattare da una posizione più forte. Sikorski non ne ha fatto mistero quando ha affermato di attendersi un’offerta statunitense tale da convincere la maggioranza del Parlamento, visto che esso dovrà comunque ratificare ogni eventuale accordo.
Questioni non dissimili da quelle affrontate durante i negoziati intercorsi con la Repubblica Ceca, dove dovrebbe essere ricollocato il radar attualmente in uso sull’atollo di Kwajalein nell’Oceano Pacifico. Le richieste formulate agli statunitensi dal Primo Ministro ceco Mirek Topolanek riguardano il raggiungimento di un accordo per facilitare le procedure dei visti di ingresso e, soprattutto, la partecipazione ad almeno cinque progetti di ricerca in campo militare. Probabilmente per fronteggiare adeguatamente quella che Topolanek ha definito – in un discorso pronunciato alla Heritage Foundation di Washington – la “rinnovata politica imperialista “ della Russia, che “utilizzando una aspra retorica, vuole spargere i semi della confusione tra gli alleati occidentali al fine di indebolire la NATO”. Senza accorgersi del proprio involontario umorismo, Topolanek ha quindi concluso il proprio intervento affermando che “è un imperativo storico della nazione ceca non diventare ancora un burattino di interessi militari stranieri”.
In occasione del recente Vertice NATO di Bucarest, le diplomazie statunitensi e ceche hanno comunicato la conclusione dei negoziati, e che la firma del relativo accordo (e di quello che regola lo stazionamento delle truppe americane nella Repubblica Ceca) sarebbe giunta entro il mese di maggio. A fine aprile è poi giunto l’annuncio di uno slittamento a giugno, causato da impedimenti “logistici” del Segretario di Stato USA Condoleezza Rice. Il trattato sarà successivamente sottoposto alla per nulla scontata ratifica parlamentare ed infine dovrà essere controfirmato dal Presidente ceco Vaclav Klaus.

Radar antimissile, dove e come

Il sito dove dovrebbe essere installato il radar dello scudo antimissilistico USA nella Repubblica Ceca è un vecchia base dell’esercito sovietico, adesso terreno di manovra dell’esercito ceco, ad 80 km dalla frontiera tedesca ed a 70 km da Praga. Il terreno confina con il minuscolo (80 abitanti) comune di Trokavec, dove il 17 marzo 2007 si è svolto un simbolico referendum durante il quale 71 dei 72 votanti si sono espressi contro l’installazione del radar. Prendendo esempio dall’iniziativa del sindaco di Trokavec, diversi altri primi amministratori della regione hanno organizzato a loro volta delle consultazioni pubbliche, non prima di aver rifiutato la proposta di aiuti finanziari proveniente dal governo ceco in cambio del loro assenso all’installazione della base. Aiuti che sono stati qualificati come “pizzo”.
Sulle altitudini del vicino paese di Jince ci sono invece le due vecchie caserme, con campi di gioco e parcheggi rifatti a nuovo, che dovrebbero ospitare i 200 soldati statunitensi addetti al radar con potenza di 500 megawatt (tanti da far ipotizzare a molti, effetti non proprio benefici sulla salute, causa inquinamento elettromagnetico).
Secondo i sondaggi più recenti, quasi il 70% dei cechi si oppone all’installazione dello scudo, con l’opposizione socialdemocratica, i comunisti ed i pacifisti che chiedono a gran voce, ma inascoltati, un referendum popolare in merito. Nulla in tal senso è sortito dalla massiccia manifestazione dello scorso 17 novembre 2007, che ha visto scendere in piazza decine di migliaia di persone.
D’altro canto, chi in un referendum (locale) aveva avuto la possibilità di pronunciarsi, come gli ungheresi di Pécs il 4 marzo 2007 a riguardo della prevista costruzione di un’altra stazione radar della NATO (sul monte Tubes), è rimasto deluso. Il mancato raggiungimento del quorum necessario per poterne convalidare l’esito – quasi plebiscitario, con oltre il 90% dei votanti contrari – ha reso inutile lo sforzo e fatto infuriare i promotori. Essi hanno infatti sottolineato che in occasione del referendum (nazionale) per l’ingresso dell’Ungheria nella NATO era stato previsto che, se l’affluenza fosse risultata inferiore al 50%, per renderlo valido sarebbe bastato che almeno il 25% degli aventi diritto si fosse espresso con un voto, favorevole o contrario. Condizioni che effettivamente si verificarono, inducendo in seguito taluni osservatori maliziosi ad affermare che la soglia di accettabilità fosse stata abbassata appositamente tenendo conto dei sondaggi effettuati prima delle consultazioni.

Basi non baci, 1° aggiornamento

Sinceramente ce ne aspettavamo in maggiore quantità, o quantomeno speravamo che giungessero direttamente nella pagina dei commenti che questo blog mette a disposizione affinché una sana dialettica possa instaurarsi a partire dai suoi contenuti.
I rilievi critici siamo invece dovuti andarli a trovare in giro per la rete, ed oggi qui vogliamo rispondere ad una scelta di quelli più argomentati. Non prima di rimandarvi all’elenco completo delle installazioni USA-NATO presenti sul territorio italiano, al quale fa riferimento l’ordine numerico che segue.

Dicono:
13. Montichiari (BS): i Nike Hercules non hanno testate nucleari come armamento, essendo missili terra-aria antiaerei. Negli anni ’60-’70 erano muniti anche di testate nucleari, perché la dottrina del tempo prevedeva di lanciarli nelle grandi formazioni di bombardieri oppure come proiettili d’argento a colpo sicuro. Il fatto che è sfuggito è che da 20 anni non hanno più quel tipo di armamento e che da 5 anni almeno sono stati radiati e dismessi in quanto obsoleti.
I missili MIM-14 e MIM-14C Nike Hercules (originariamente SAM-A-25 Nike Hercules) – lunghezza 12,65 m; peso 4.845 kg; apertura alare 1,88 m; raggio di azione 130 km; altitudine max 50 km – erano opzionalmente armati con due tipi di testate:
I. testata convenzionale a frammentazione del tipo T45, di circa 280 kg, con una carica esplosiva che scagliava tutto intorno all’incirca 20 mila frammenti di acciaio da 140 grani;
II. Testata nucleare del tipo W-31 con una potenza variabile di 2,20 o 40 kilotoni.
Essendo diventati militarmente obsoleti, nel 2004-2005 sono stati definitivamente ritirati dal servizio (anche se alcuni, disattivati, sono ancora presenti nei depositi di Montichiari), e dovrebbero prossimamente essere rimpiazzati e sostituiti con i SAMP/T o con i MIM-104 Patriot (acronimo di: Phased Array Tracking to Intercept Of Target), in una delle sue diverse varianti (ASOJ/SOJC, PAC-2, PAC-2 GEM, GEM/C, GEM/T, PAC-3).

Affermano:
89. Monte Iacotenente (FG): 131° Squadriglia Radar alle dipendenze del 22° Gruppo Radar – Aeronautica Militare Italiana (AMI).
Oltre alla 131° Squadriglia Radar (22° Gruppo Radar – AMI) è ugualmente presente, sul posto, una Stazione radar NADGE della rete di comunicazione ACE High ed un’antenna del sistema NICS NATO, entrambe sotto controllo USA.

Sostengono:
90. Monte Sant’Angelo (FG): Teleposto 32° Stormo AMI (Meteo).
E’ ugualmente presente un ripetitore del sistema di telecomunicazione DEB della NATO, sotto controllo USA.

Concludono:
35. Monte Cimone (MO): Centro Meteo dell’AMI. Fonte: http://www.aeronautica.difesa.it (fate una ricerca sul sito e ne scoprirete tante altre…).
Oltre a molteplici antenne per le telecomunicazioni, un Radiofaro per la navigazione aerea dell’Aeronautica Militare Italiana, un Centro del Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare (Centro Aeronautica Militare di Montagna – CAMM) ed una Stazione di ricerca (Stazione “Ottavio Vittori” dell’Istituto di Scienze dell’atmosfera e del clima appartenente al Consiglio Nazionale delle Ricerche – CNR), esiste ugualmente una Stazione della rete DEB della NATO, sotto controllo USA.

Tanto a significare che innumerevoli installazioni militari, nominalmente riconducibili alle Forze Armate nazionali, ospitano in maniera neanche tanto dissimulata le infrastrutture della rete USA-NATO.

Dedicato a E.M. e M.S., specialisti dell’intrattenimento

 

Israele membro di fatto della NATO

Alla fine di giugno del 2007, al quartier generale della NATO a Bruxelles si sono svolti incontri ufficiali ad alto livello tra una delegazione israeliana guidata da Avigdor Lieberman, allora ministro per gli affari strategici, e rappresentanti della NATO, fra cui il vicesegretario generale l’italiano Alessandro Minuto Rizzo. Essi hanno discusso principalmente il dispiegamento nella Striscia di Gaza di una forza militare internazionale posta sotto la guida della NATO, al fine di mantenere l’ordine ed impedire ai palestinesi di armarsi. Altri argomenti all’ordine del giorno sono stati l’Iran, le difese aeree israeliane e l’approfondimento della cooperazione in materia di intelligence tra la NATO ed Israele.
Al ritorno da questi incontri, Lieberman ha dichiarato alla radio dell’esercito israeliano di aver ricevuto la tacita benedizione di Stati Uniti, Unione Europea e NATO per iniziare una guerra nel Vicino Oriente lanciando un attacco contro l’Iran (e la Siria, il Libano…). Egli ha anche detto che, a causa degli impegni militari in Iraq ed Afghanistan, gli Stati Uniti ed i loro alleati non sono in grado di dare il via ad una guerra contro l’Iran ma che, se questa fosse stata intrapresa da Israele, sarebbero intervenuti immediatamente al suo fianco non appena fosse cominciata, per proteggere il suo “diritto ad esistere” ovviamente (ché se prendessero l’iniziativa in prima persona, i loro leader politici dovrebbero affrontare opinioni pubbliche molto contrarie ad altre avventure militari ed infrazioni del diritto internazionale).
Le affermazioni di Lieberman non lasciano molti dubbi sulle prospettive dell’entità sionista in termini di diplomazia e sicurezza: “Aderire alla NATO ed entrare nell’UE”. Non si dimentichi a questo proposito che Israele è già membro attivo dell’operazione NATO Active Endeavour nel Mediterraneo orientale.
All’inizio del 2008 si sono susseguiti viaggi in Vicino Oriente di diversi esponenti politici occidentali, da Bush al presidente francese Sarkozy fino al segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, il quale ha assicurato i suoi interlocutori arabi che la NATO agirà nel Golfo Persico per contenere l’Iran e che interverrà in un eventuale conflitto tra Israele ed i suoi nemici. Sarkozy, dal canto, suo ha dichiarato che le probabilità di un attacco israeliano contro l’Iran sono molto più alte di uno americano, benché l’Iran – dicono gli esperti – gli sia militarmente superiore. Lieberman ha poi dato le dimissioni dal proprio incarico ministeriale, ufficialmente a causa del dissenso verso lo svolgimento dei colloqui di pace con i palestinesi tenutisi ad Annapolis, in realtà – pare – nell’ambito di una tattica per mantenere il partito laburista nella coalizione governativa di Olmert e dare a quest’ultimo il tempo di lanciare un attacco all’Iran.
Che ciò avvenga o meno, dall’altra parte della barricata sono rimasti in pochi a credere che Israele sia in grado di elaborare una politica coerente con i propri interessi e non invece succube delle direttive strategiche d’oltreoceano. Già nel 2004, il ministro della difesa iraniano, il contrammiraglio Ali Shamkhani, ammonì il governo statunitense che in caso di attacco israeliano la risposta militare dell’Iran sarebbe stata diretta anche contro gli Stati Uniti. In seguito all’aggressione del Libano nell’estate 2006, il vice segretario generale di Hezbollah, lo sceicco Naim Qassam, ebbe a dire alla televisione Al-Manar che la reazione israeliana era stata talmente sproporzionata da far credere plausibilmente che l’aggressione fosse stata pianificata in anticipo eseguendo decisioni già assunte dagli Stati Uniti: “Tutti hanno sempre detto che è Israele a muovere le fila dell’America, ma adesso risulta che è l’America a manovrare Israele. Israele è diventato il braccio dell’America”.
In una delle sue rarissime apparizioni pubbliche in quel di Beirut, il capo indiscusso di Hezbollah, Hassan Nasrallah, in previsione di una nuova aggressione sionista, ha promesso una guerra che cambierà il volto di tutta la regione, e non secondo gli auspici del piano made in USA di “Nuovo Medio Oriente”.

Il discorso di Monaco di Vladimir Putin

Dal 1962, una conferenza annuale sulla sicurezza raduna a Monaco di Baviera responsabili tedeschi e statunitensi, oltre a numerosi ospiti internazionali. La sessione del 2007 si è tenuta dal 9 all’11 febbraio, riunendo circa 270 invitati. Nel contesto di una tensione crescente tra gli Stati Uniti ed Israele da una parte, e l’Iran dall’altra, questa 43° edizione della conferenza doveva permettere di precisare le intenzioni dell’Iran, il ruolo dell’Unione Europea e della NATO, nonché la posizione della Russia. Era intitolata “Ripristinare la compartecipazione transatlantica”, sottolineando che l’implicazione era l’eventuale partecipazione degli Europei ad un’azione contro l’Iran, dopo gli strappi relativi alla questione irachena. Del resto, pare non esservi contraddizione tra la costruzione dell’Unione Europea ed il rafforzamento dei legami transatlantici, tanto che la Strategia Europea di Sicurezza enunciata da Javier Solana nel 2003, la National Security Strategy degli Stati Uniti ed il Concetto Strategico della NATO sono pressoché identici.
Uno volta arrivato il suo turno per parlare all’uditorio, il presidente russo Vladimir Putin ha spiegato di non esser venuto alla conferenza per congratularsi con i partecipanti ma per dibattere. Con determinazione, egli ha esortato gli Europei a rompere l’Alleanza Atlantica che li vincola ad una potenza bellicosa dalla quale essi non hanno nulla di buono da sperare.

La traduzione integrale del discorso di Monaco è qui.

L’Agenzia di Difesa Europea

L’Agenzia di Difesa Europea è l’organismo creato nel luglio 2004 dal Consiglio dei ministri dell’Unione Europea per migliorare le capacità di difesa europee. Essa ha quattro principali funzioni:
– lo sviluppo delle capacità di difesa;
– la cooperazione nel campo degli armamenti;
– la base tecnologica ed industriale della difesa europea ed il mercato degli equipaggiamenti;
– promuovere la collaborazione nei campi della ricerca e della tecnologia.
Si tratta di una gamma piuttosto ampia di responsabilità, anche se essa non si occupa affatto degli aspetti operativi e delle questioni di politica e strategia di difesa. Quindi l’Agenzia è, o comunque dovrebbe essere, un organismo “neutro”.
Ad essa partecipano tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, tranne la Danimarca che ha scelto di restare fuori dalla Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD, che a sua volta è una specificazione della PESC, la Politica Estera e di Sicurezza Comune). Il bilancio del 2006 è stato pari a 20 milioni di euro, necessari per la retribuzione del personale (circa ottanta lavoratori), il trasloco nei nuovi uffici e l’avviamento degli studi di fattibilità. L’Agenzia fungerà da luogo dove gli Stati membri si riuniscono per cooperare su tutto lo spettro delle attività prima elencate, cercando di creare il consenso sulle priorità nel campo delle capacità e quindi di avanzare proposte e presentare progetti.
Tra qualche anno, gli obiettivi prioritari saranno determinati attraverso un’analisi delle capacità necessarie a sostenere gli scopi della PESD. Alla fin fine, toccherà ai ministri della Difesa dei Paesi membri, che hanno comunque l’ultima parola su qualunque proposta dell’Agenzia, decidere se modificare alcuni elementi nelle loro pianificazioni nazionali e se utilizzare il denaro in modo differente per includervi la dimensione europea, esito non scontato ma probabile poiché l’Agenzia gode di un sostegno politico notevole.
Per evitare duplicati, l’Agenzia coordinerà la proprie attività con quelle della NATO attraverso alcuni meccanismi, formali ma soprattutto informali. Ad esempio, con un confronto dei rispettivi programmi di lavoro annuali.
Partendo dalla constatazione che fondamentalmente sono gli Stati Uniti che restringono il flusso di tecnologia nel settore della difesa attraverso l’Atlantico e limitano l’accesso delle aziende europee al mercato statunitense, mentre godono di un assai libero accesso a quello europeo, l’Agenzia suggerisce agli Stati membri di investire in una più forte base tecnologica industriale per la difesa quale mezzo per ridurre questo evidente squilibrio, sul quale d’altro canto essa non può – o non vuole? – intervenire in alcun modo.
La nostra personale impressione? Tanto fumo, poco arrosto e la solita decennale sudditanza.
Siglata dalle inequivocabili parole di Hilmar Linnenkamp, non per nulla EDA Deputy Chief Executive, per il quale “la coerenza fra l’Unione Europea e la NATO è una necessità assoluta”.

Un buon profeta

In un’intervista concessa al quotidiano “Il Resto del Carlino” nel lontano 1995, James Baker – già ministro del Tesoro sotto Ronald Reagan e segretario di Stato durante la presidenza di Bush senior – sollecitato a spiegare il suo pessimismo in merito al processo di integrazione europea, così rispondeva:
“Nel 1990 si accese fra Europa e Stati Uniti una discussione sulla creazione del pilastro europeo di difesa all’interno della NATO. Ricorda? L’Europa avrebbe assunto un ruolo maggiore e l’America l’avrebbe ridotto. Andò a finire che oggi non se ne parla più. E sa perché? Perché concordare una difesa comune significa avere, come presupposto, una politica estera comune. Non si può avere la prima senza avere la seconda. In caso di intervento, chi darà ai generali gli ordini? Per agire come e con quali obiettivi?”.
Dunque – chiedeva poi il giornalista – non solo l’unione monetaria, ma anche quella politica è a suo parere un’illusione?
“Diciamo che sarà molto, molto difficile”.

Almeno per la seconda, lo è sicuramente ancora oggi, a tanti anni di distanza. La prima, d’altra parte, l’abbiamo pagata salatissima e dei benefici promessi se ne sono avverati davvero pochi.

Joint Vision 2020

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“L’esercito degli Stati Uniti oggi è una forza composta da uomini e donne addestrati in modo ottimale, pronti a consegnare la vittoria alla nostra Nazione. In conformità con gli obiettivi della Strategia di Sicurezza Nazionale, l’apparato militare è abitualmente impiegato per modellare il contesto della sicurezza internazionale e per trovarsi pronto a rispondere attraverso l’intera gamma delle potenziali operazioni militari. Questo documento, però, si focalizza sul terzo elemento del nostro approccio strategico: la necessità di prepararci già adesso ad un futuro incerto.
Il Joint Vision 2020 incrementa ed estende l’architettura concettuale stabilità dal Joint Vision 2010, con l’obiettivo di continuare a guidare la trasformazione in corso nelle Forze Armate Americane. Il proposito basilare di questo apparato è stato, e continuerà ad essere, quello di combattere e di vincere le guerre della Nazione. Lo scopo complessivo della trasformazione descritta in questo documento è la creazione di una forza che sia dominante nell’intero arco delle operazioni militari: persuasiva nei periodi di pace, decisiva in guerra, superiore in ogni tipologia di conflitto.”

La traduzione integrale del “Joint Vision 2020” è qui.