Il modo italiano di fare peacekeeping

 

Durante l’estate del 2007, sul sito Internet della rivista di geopolitica “Limes” è apparso un articolo del generale Filiberto Cecchi sul modo italiano di gestire le missioni all’estero per il mantenimento della pace. Vogliamo qui presentare alcune considerazione sviluppate dal generale di Corpo d’Armata in ausiliaria Fabio Mini, quale replica “polemicamente” argomentata alle posizioni del collega, esponente dell’attuale dirigenza militare responsabile – secondo Mini – del sistematico rigetto di tutto il capitale di prestigio accumulato in tanti anni di peacekeeping.
La cosiddetta via italiana al peacekeeping, iniziata in Libano e maturata in Albania, Somalia, Mozambico ed oggi di nuovo in Libano, non ha nulla a che vedere con le azioni militari intraprese contro la Serbia, l’Afghanistan e l’Irak. Vere e proprie guerre, queste.
Se essa oggi sopravvive in Bosnia, Kosovo e Libano o in qualche punto dello stesso Afghanistan è solamente – a parere di Mini – grazie a comandanti sul campo particolarmente intelligenti e caparbi ma non ad una linea di condotta emanata dall’alto.
Anzi, l’attuale vertice militare italiano – cosa tutt’altro da celebrare, indebito e menzognero tentativo di appropriazione di una concezione ormai desueta – continua a chiamare col nome di peacekeeping delle operazioni di guerra in territorio di guerra a fianco di alleati in guerra “soltanto per nascondere i veri scopi ed eludere le stesse leggi nazionali”.
In queste situazioni l’unica “via italiana” che ci viene ormai da più parti riconosciuta con disprezzo è quella di non dire mai no a quello che i potenti (leggasi NATO e Stati Uniti) richiedono, ma di non impegnarsi mai fino in fondo. Caratteristica che riguarda non i soldati ma i vertici militari che giocano sulla capacità e flessibilità dei primi per assecondare all’infinito l’ambiguità e l’equilibrismo dei vari governi, senza che gli stessi vertici militari abbiano mai trovato nulla da ridire, obiezioni da fare.
In Irak, l’Italia ha partecipato ad una guerra senza volerla fare, senza avere interessi a farla, al di fuori del quadro giuridico internazionale, in ossequio all’esigenza degli anglo-americani di avere un numero tale di Stati al fianco da poterla presentare come un fatto d’interesse collettivo. Per far questo – stigmatizza Mini – ci siamo uniti a eserciti di Paesi assolutamente insussistenti sul piano della sicurezza internazionale, abbiamo avvallato menzogne e nefandezze di ogni genere e spaccato il fronte europeo contrario al coinvolgimento in quel teatro. Dal canto loro, gli anglo-americani hanno tollerato che il contingente italiano, insieme ad alcuni altri, si spacciasse per peacekeeping ritenendosi esentato dalle operazioni prettamente militari. Per poi definire il successivo ritiro ininfluente, alla luce del fatto che il contributo alla sicurezza ed alla ricostruzione era stato praticamente nullo.
Analogamente in Afghanistan, dove l’iniziale orientamento ad interpretare il tradizionale ruolo di peacekeeping ed assistenza è stato stravolto dall’assunzione del comando nel contesto della NATO e poi dall’adesione di questa alla guerra dichiarata di Enduring Freedom. Anche in questo caso, l’Italia si è quindi risolta nell’astensione di fatto dalle operazioni belliche e nell’ambiguità di considerare mantenimento della pace ciò che è “semplicemente” guerra.
In nessun caso, né in Afghanistan né in Irak, si è mai intrapreso il tentativo di indurre un cambio della strategia complessiva presso chi di dovere. Così l’unica via italiana al peacekeeping – conclude Mini – è stata quella fatta di indecisioni, ammiccamenti, sudditanza ed ipocrisia.

“Kosovo rubato”

La Televisione di Stato della Repubblica Ceca, che in un primo momento aveva partecipato al finanziamento del documentario realizzato da Vaclav Dvorak ed intitolato “Kosovo rubato”, relativo alle sofferenze inflitte ai Serbi abitanti la provincia di Kosovo e Metohija, ora, dopo il riconoscimento del Ministro degli Esteri della proclamazione unilaterale di indipendenza da parte albanese, si rifiuta di trasmetterlo.
I rappresentanti della Televisione di Stato giustificano il loro rifiuto sostenendo che il documentario è “sbilanciato” e caratterizzato da un “orientamento filoserbo”, tale che “il suo tono potrebbe causare emozioni negative”. Gli autori del documentario, non nascondendo il proprio disappunto di fronte alla plateale censura, replicano che effettivamente – nella produzione dell’opera – sono stati utilizzati alcuni spezzoni provenienti dagli archivi della Televisione serba, ma nessun tipo di sostegno economico è stato ricevuto dalla Serbia o dai Serbi in generale. Allo stesso tempo, hanno sfidato i censori ad indicare una singola affermazione, immagine o passaggio del documentario che sia falso o scorretto. Un invito che a tutt’oggi rimane senza risposta.
La trasmissione del documentario, programmata per la data del 17 marzo u.s., in coincidenza con l’anniversario dell’ultimo pogrom contro i Serbi del Kosovo e Metohija nel 2004, è stata dapprima posticipata ad aprile, successivamente – dopo il riconoscimento dell’indipendenza da parte del governo ceco lo scorso 21 maggio – è stata eliminata dal palinsesto in maniera definitiva.
Presa coscienza della censura subita, gli autori hanno deciso di far circolare il documentario – in lingua ceca – attraverso Internet. Ora la Televisione di Stato sta usando questo fatto come pretesto ulteriore per la messa al bando del documentario ed afferma che gli autori hanno violato il diritto di esclusiva.

Qui ne proponiamo una versione con sottotitoli in inglese, divisa in dieci parti per una durata complessiva di circa un’ora.
Buona visione.

 

 

2ª parte,                                          3ª parte,                                     4ª parte,

5ª parte,                                          6ª parte,                                     7ª parte,

8ª parte,                                          9ª parte,                                     10ª parte.

Comunicazione di Servizio

Le statistiche del blog rivelano un crescente interesse per gli accordi bilaterali che regolano la permanenza e lo status economico-giuridico di truppe ed installazioni USA-NATO sul territorio italiano.
Più che comprensibile, alla luce degli ultimi sviluppi giudiziari e politici del caso Dal Molin.
Ebbene, vi annunciamo che la prossima settimana pubblicheremo il testo completo dello Shell Agreement del 1995. Per quanto riguarda il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954, se “qualcuno” l’avesse mai visto, ci faccia un fischio. 

Che Tornado quel ministro!

La visita di Bush a Roma un primo risultato l’ha ottenuto. Ce lo ha fatto sapere l’Ansa con un stringatissimo comunicato uscito il 18 giugno alle ore 18.30: “Kabul. Tornado allo studio del governo”.
La faccenda dei cacciabombardieri Panavia Tornado sarà affrontata dallo stesso Berlusconi con il Segretario Generale della NATO De Sheffer entro il mese corrente, con un esito largamente scontato date le pregresse e pressanti richieste piovute a Roma da Bruxelles di aumentare il numero degli scarponi sul terreno del contingente italiano in Afghanistan e le sue dotazioni “militari” fin dall’aprile 2008.
Una tabella sulla “par condicio” in leccaculismo tra PDL e PD obbliga a ricordare che la troika Prodi – D’Alema – Parisi dal maggio 2006 al marzo 2008 ha fatto lievitare l’impegno dell’Italia in Afghanistan da 1.526 a 2.853 militari dotando, tra l’altro, il cosiddetto P.R.T di Herat di nuovi strumenti di sorveglianza, di attacco aereo e terrestre come UAV Predator, elicotteri A 129 Mangusta e corazzati Dardo con cannoni a tiro rapido da 25 mm. Seguendo una strategia di annunci, con tutta evidenza concordati tra Quartier Generale della NATO e la Repubblica Italiana delle Banane, a distanza di meno di 12 ore il Ministro della Difesa La Russa è andato un po’ più in là del suo collega della Farnesina Frattini precisando che “se dagli Alleati arriverà una richiesta (ma guarda un po’ che capacità di preveggenza!) si potrebbe inviare a Kabul 4-5 Tornado che in ogni caso (ecco la solita, ributtante ipocrisia!) avrebbero compiti di perlustrazione e mai di bombardamento”.
Una proprietà di linguaggio quella messa fin qui messa in evidenza dal Titolare di Via XX Settembre che non può non lasciare di sasso. Perlustrazione è un termine adatto ad indicare personale militare da impiegare in pattuglia a piedi o su mezzi di trasporto scoperti o protetti, ruotati o cingolati in territorio “amico” o “nemico”. A La Russa è evidentemente molto più familiare il lessico che gira nei salotti e nei clubs esclusivi di Milano, dove si incontra “tanta bella gente”… Ma torniamo a bomba.
Il Panavia Tornado IDS è un sofisticato aereo da attacco al suolo a lungo raggio, capace di imbarcare anche GBU 24 a guida laser “Paveway” con una testata di guerra di 1.066 Kg, che in tutta la sua lunga vita operativa non ha mai svolto una sola missione di “perlustrazione” essendo completamente inadatto allo scopo. Le Caste ed i Palazzi del Potere l’hanno usato, su input di D’Alema, nel 1999 su Serbia e Kosovo e, con effetti di ritorno di immagine devastanti, sugli aeroporti dell’Irak nel 1991. L’allora maggiore pilota Bellini ed il capitano navigatore Cocciolone furono abbattuti da un missile Crotale in fase di avvicinamento all’obbiettivo che prevedeva uno “strike” con bombe a caduta libera Mk 82 -83 sulle piste di volo. Un attacco programmato a “sciame” con altri Tornado IDS di Sua Maestà Britannica dopo il primo passaggio di “bombing” effettuato da F-117, F-16 e F-15 statunitensi quando le difese contraeree erano ormai in pieno allarme. Mentre gli “yankee” per il fattore sorpresa se la cavarono alla grande senza abbattimento, i cacciabombardieri di Gran Bretagna ed Italia andarono incontro a perdite rovinose.
Le immagini della cattura dell’equipaggio “made in Italy ” e le loro dichiarazioni di pentimento vennero diffuse dalle Televisioni di tutto il mondo. Bellini, psicologicamente meno fragile e ben più avveduto del Cocciolone, si limitò a fare il canarino negli uffici della Guardia Repubblicana.
L’ex capitano navigatore del Panavia Tornado IDS è tornato in Afghanistan da tenente colonnello alla guida della missione Aquila nel 2006 e nel 2007 da “ispettore” dell’Aeronautica Militare Italiana. Per farci cosa? L’organizzatore logistico per conto di un CSM dell’Aeronautica con tante brutte storie alle spalle e con pessime frequentazioni sulle coste del Mediterraneo Centrale. Semplici coincidenze? Tutt’altro.
Che lasciano aperto uno scenario da “guerra totale” nella Regione del Golfo Persico e del Medio Oriente. Il mefisto di Via della Scrofa ha precisato inoltre che “se gli italiani utilizzano per la copertura delle missioni cacciabombardieri della Gran Bretagna e della Germania non sarebbe irragionevole fare altrettanto con mezzi nostri (cioè del contribuente – ndr)”. Quello di La Russa potrebbe sembrare un tentativo maldestro di recupero di dignità “nazionale” per ritagliarsi qualche spazio di credibilità tra i grintosi e, ancora una volta, perdentissimi Alleati; in realtà non è nient’altro che un “servizietto” da lacchè alle guerre infinite dei massacratori planetari.
La Russa aggiornerà il comunicato del giorno precedente con una nota rilasciata all’AGI dove “perlustrazioni” diventa “copertura missioni”, per nascondere ad un’opinione pubblica trasversalmente e massicciamente schierata contro le “operazioni di pace” del Bel Paese – che costano miliardi di dollari ogni anno – l’appoggio strategico che i Tornado IDS porteranno sul campo di battaglia per la distruzione dei “target” da inserire, via via, nella lista di Enduring Freedom. Se poi tra qualche morto di fame ma dignitosissimo ribelle pashtun che imbraccia l’AK 47 ci saranno bambini, donne e anziani, la cosa non avrà molta risonanza. Le voci del massacro non andranno al là di qualche decina di chilometri .
In Afghanistan i cacciabombardieri d’attacco in forza a ISAF ed Enduring Freedom sono oltre 70. Con il contributo dell’Italietta il conto, per ora, arriverebbe a 74-75. Un po’ troppi e un po’ troppo sofisticati per dare la caccia ai Waziri o ai Beluchi che si infiltrano, in primavera ed in estate, dal confine pakistano a Kabul ed a Kandahar per raggiungere poi il sud-ovest del Paese delle Montagne.

Lettera a Frattini

“Eccellenza,
circa quattro mesi or sono, il 17 febbraio 2008, una delle due province autonome della Serbia, il Kossovo, proclamò unilateralmente la propria indipendenza. Alcuni paesi occidentali, gli Stati Uniti per primi, procedettero formalmente a riconoscere tale indipendenza. L’Italia, allora governata da una amministrazione diversa da quella di cui Ella fa oggi parte, ritenne opportuno seguire l’esempio degli Stati Uniti. A tutt’oggi, una quarantina di paesi, su quasi duecento nel mondo, hanno riconosciuto l’indipendenza nel Kossovo. Fra questi, la grande maggioranza è costituita da paesi europei.
Eccellenza, in seguito ad una giornata di riflessione sul problema del Kossovo, organizzata due settimane or sono a Trieste dalla Comunità Serba e dall’Associazione Culturale Strade d’Europa, tutti i presenti hanno sostenuto l’idea di inviarLe questa lettera. In altre parole si sente diffusamente il bisogno di attirare la Sua qualificata attenzione sulla questione onde invocare una Sua azione diplomatica, volta a far assumere al nostro paese una condotta maggiormente rispettosa del diritto internazionale e degli interessi dell’Italia medesima.”

L’incipit della lettera-appello indirizzata al ministro degli Esteri Franco Frattini da parte del professor Stefano Pilotto, docente di Storia dei Trattati e Politica Internazionale presso l’Università di Trieste.
Chi volesse aderire alla sottoscrizione può farlo comunicando il proprio nome, cognome, città di residenza e professione al seguente indirizzo di posta elettronica: stradedeuropa@hotmail.it
La lista dei firmatari è visibile sul blog kosovo.splinder.com.

Il testo completo della lettera (file .pdf) è anche qui.

Pentiti, incazzati e speranzosi a Vicenza

Pentiti.
Claudio Cicero, esponente della maggioranza durante la giunta Hullweck, ora consigliere comunale dell’opposizione, il quale ha inviato un conciso telegramma al ministro della Difesa Ignazio La Russa per denunciare “le cose turche” che stanno avvenendo presso l’aeroporto Dal Molin di Vicenza. Cicero non ci sta alla chiusura dello scalo berico e si scaglia in primo luogo contro il Commissario governativo Paolo Costa, “che ha fatto chiudere l’aeroporto e chissà per conto di chi ha agito”. Ultima fra le “maialate”, l’asportazione del monumento dedicato ad Arturo Ferrarin, gloria dell’aviazione italiana, protagonista del raid Roma-Tokio nel 1920, personaggio-simbolo della città.
Cicero annuncia di essere addirittura disposto a schierarsi contro la costruzione della base statunitense, qualificando ciò che sta succedendo a Vicenza come un fatto gravissimo e vergognoso: un ordine del giorno approvato dall’amministrazione comunale il 26 ottobre 2006 ancora in vigore e che non è stato mai rispettato. Testuali parole: “Si rischia di consegnare l’area agli americani senza alcuna condizione rispettata. Nessuno dei patti chiesti è stato portato a buon fine. (…) Se questo è lo stato delle cose, allora sarò io per primo a diventare uno dei più duri oppositori della base USA”.
Incazzati.
Statunitensi a cui, a rigore, le chiavi dell’aeroporto Dal Molin – ormai sgomberato dall’Aeronautica Militare Italiana e chiuso al traffico civile – dovrebbero essere consegnate il prossimo 1 luglio. Lo scorso 15 giugno giunge però al Gazzettino una lettera di un dipendente dell’Aeronautica Militare il quale denuncia che non è vero che gli americani entreranno al Dal Molin solo dopo la costruzione della nuova base, anzi ormai vanno e vengono tutti i giorni come se di fatto ne fossero già i padroni. Dopo il 1 luglio, poi, entreranno nelle palazzine già dell’Aeronautica ed in particolare in quelle ancora per poco occupate dal 27° Genio campale. Lo sfogo prosegue ricordando le dichiarazioni del Commissario Costa che gli statunitensi avrebbero regalato la bonifica dei terreni sia sul lato ovest, quello che dovrebbe ospitare la base, che su quello est, che dovrebbe essere vincolato a parco. Ebbene, il contratto di bonifica sarebbe già stato ridotto alla sola parte ovest: qui sono a rischio il museo dell’Aeronautica, smembrato ed oggi giacente a pezzi in uno degli hangar, ed i quasi mille alberi di alto fusto lì presenti. Ciliegina sulla torta la cosiddetta rototraslazione della pista promessa da Costa, definita come “impossibile pena la riduzione drastica della lunghezza della pista e di conseguenza della sua funzionalità”.
Speranzosi.
Mentre dagli Stati Uniti giungono notizie di stanziamenti per il completamento-rinnovamento di infrastrutture militari a Vicenza, richiesti nell’ordine di oltre 100 milioni di dollari per il 2009, – quindi aggiuntivi all’appalto per la Dal Molin – il neosindaco Achille Variati ha messo a punto il testo della delibera che sarà portata in Consiglio comunale il prossimo 26 giugno, propedeutica ad una consultazione popolare da tenersi in autunno, probabilmente il 5 ottobre. I vicentini saranno interrogati se siano o meno favorevoli all’avvio di un procedimento di acquisizione al patrimonio comunale dell’area aeroportuale Dal Molin, da destinare ad usi di interesse collettivo. Un eventuale esito positivo prevede la partecipazione di non meno di 35.000 elettori, la metà più uno dei votanti alle recenti elezioni comunali. Una volta approvata, la delibera sarà trasmessa al Governo, alla Regione Veneto ed all’ambasciatore statunitense, con la richiesta di sospendere i lavori per la costruzione della nuova base – attualmente concentrati sulla bonifica dei terreni – fino all’espletamento della consultazione.
Variati è stato però anticipato dal TAR Veneto, che lo scorso 20 giugno ha reso note le motivazioni che lo hanno spinto ad accogliere il ricorso presentato dall’associazione dei consumatori Codacons per la sospensione dei lavori alla Dal Molin. I magistrati amministrativi affermano che nessuna traccia documentale di supporto e’ stata riscontrata sull’”atto di consenso prestato dal Governo italiano a quello degli Stati Uniti d’America, espresso verbalmente nelle forme e nelle sedi istituzionali’. ”Tale atto di consenso, che pertanto risulta espresso soltanto oralmente – sottolineano i giudici – appare estraneo ad ogni regola inerente all’attività amministrativa e assolutamente extra ordinem, tale da non essere assolutamente compatibile con l’importanza della materia trattata e con i principi tradizionali del diritto amministrativo e delle norme sul procedimento, in base ai quali ogni determinazione deve essere emanata con atto formale e comunque per iscritto”.
Il TAR rileva poi che l’assenso del Governo italiano “risulta essere stato formulato, del tutto impropriamente, da un dirigente del Ministero della Difesa, al di fuori di qualsiasi possibile imputazione di competenze e di responsabilità ad esso ascrivibili in relazione all’altissimo rilievo della materia”.
“Rilevato altresì che è stata contestualmente autorizzata la pubblicazione del bando di gara (…) senza che consti il rispetto delle normative europee ed italiane in materia di procedure ad evidenza pubblica per la assegnazione di commesse pubbliche”, il TAR ha ritenuto di “sospendere l’efficacia dei provvedimenti impugnati, inibendo nei confronti di chicchessia l’inizio di ogni attività diretta a realizzare l’intervento e ciò sotto il controllo degli organi del Comune di Vicenza competenti in materia di edilizia ed urbanistica”.

Il testo completo della sentenza è qui.