10.000

Oggi festeggiamo il traguardo delle diecimila visite al blog.

Vi ringraziamo tutti per la crescente attenzione che ci dimostrate quotidianamente, rinnovando l’invito a collaborare nello spirito indicato dal nostro biglietto da visita: nella condivisione delle informazioni, nel dialogo costruttivo sulle tematiche affrontate dai singoli interventi, nella diffusione dei contenuti (citando la fonte) e, più in generale, nella segnalazione dell’iniziativa.
A tal scopo, alleghiamo qui il nostro banner.

Scudo antimissile: le reazioni russe alla firma ceca

E’ successo.
Lo scorso 8 luglio, il Ministro degli Esteri della Repubblica Ceca, Karel Schwarzenberg, ed il Segretario di Stato USA, Condoleeza Rice, hanno firmato il protocollo d’intesa per l’installazione sul suolo ceco di un radar adibito alla localizzazione di missili. I due Paesi, appena pronto, sigleranno anche l’accordo che regola lo status dei militari statunitensi addetti alla gestione della base, inizialmente previsti in duecento unità. Nel protocollo d’intesa è inserita anche una clausola che contempla l’eventualità di una disdetta, in tal caso gli Stati Uniti avranno tempo due anni per ritirare il proprio contingente.
Ora la parola passa al Parlamento, dove il governo guidato dal premier Mirek Topolanek ha una maggioranza risicatissima. La discussione probabilmente non sarà avviata prima dell’autunno inoltrato, e cioè dopo l’elezione del nuovo Presidente americano. Nel frattempo, Schwarzenberg ha già minacciato di dimettersi in caso di mancata ratifica parlamentare. Fuori dalle stanze del potere, l’opposizione all’accordo continua ad assestarsi su percentuali oscillanti attorno al 70% e domanda lo svolgimento di un referendum nazionale.
In terra polacca, invece, le trattative proseguono, al fine di colmare un divario tra domanda ed offerta che a prima vista pare incolmabile. Fonti ben informate riferiscono di una richiesta dell’esecutivo di Donald Tusk che ammonta a 20 miliardi di dollari per l’ammodernamento delle forze armate nazionali, mentre gli Stati Uniti non sarebbero disposti a concedere più di “soli” 47 milioni, definendo le pretese polacche del tutto fuori dalla realtà.
Ed in effetti, se si considerano i tagli ai finanziamenti per il progetto appena operati dalla Camera dei Rappresentanti di Washington (meno 232 milioni di dollari per l’anno corrente ed addirittura meno 341 milioni per il 2009, con un abbattimento di quasi il 50% rispetto alla somma inizialmente stanziata), il giudizio sembra più che appropriato. Dal canto suo, il Pentagono – attraverso il suo portavoce Geoff Morell – fa sapere che “la Lituania potrebbe essere uno dei Paesi dove installare parte dello scudo, nel caso in cui i negoziati con la Polonia dovessero finire con un fiasco”. Al momento, si precisa, comunque non sarebbero in corso negoziati con Vilnius. Terza – ed ultima, per ora – alternativa l’installazione dei missili intercettori su unità navali di stanza nei mari vicini ai Paesi baltici, come ha ipotizzato la stessa Rice.

Il lato più “succulento” – e, per certi versi, persino divertente – della questione sono le reazioni della parte russa, sempre convintissima che sarà lei – e non certo l’Iran né la Corea del Nord – a finire nel mirino dei nuovi insediamenti militari a stelle e strisce. Tanto è vero che un analista dell’Accademia delle Scienze di Mosca, Aleksander Pikayev, ha ipotizzato che in Polonia non vengano dispiegati semplicemente dei missili intercettori con testate convenzionali come annunciato, ma piuttosto dei vettori balistici a corto e medio raggio in grado di portare testate nucleari.
Queste le possibili contromisure minacciate da Mosca:
- la costruzione, che sarebbe già in corso, di una nuova base missilistica nel Caucaso, presso la città di Noyemberyan in Armenia, non distante dal confine con la Georgia;
- il ritiro dal Trattato sulle Forze Nucleari a Medio Raggio firmato nel 1987 ed il dispiegamento, nell’enclave russa di Kaliningrad, con a tiro le eventuali rampe di lancio polacche, di missili Iskander-M e di bombardieri strategici Tupolev-22 armati con missili da crociera a lungo raggio;
- l’interruzione dello smantellamento della divisione missilistica di Kozelsk, nella Russia centrale – realizzato nel quadro dell’Trattato russo-statunitense per la Riduzione del Potenziale Offensivo Strategico (2002) – ed il dispiegamento in loco di avanzate testate ipersoniche in grado di penetrare le difese antimissile. La Russia metterebbe sui suoi missili Topol M testate autonome capaci di staccarsi e cambiare traiettoria, la cui caratteristica è proprio quella di ingannare i sistemi antimissile, che sono in grado di controllare la traiettoria dei vettori ma non quella degli ordigni che lancerebbero. Tale tecnica, unita alla moltiplicazione di stazioni di disturbo per i radar, abbasserebbe di decine di volte l’efficienza dello scudo antimissile;
- lo stazionamento di bombardieri strategici a Cuba, o più probabilmente l’uso dell’isola caraibica quale infrastruttura logistica per la manutenzione ed il rifornimento di carburante ai Tupolev-160 Blackjack e 95 Bear. L’insediamento di basi logistiche per i bombardieri strategici potrebbe riguardare anche il Venezuela e l’Algeria, dove stazionerebbero aerei cisterna Ilyushin-78 addetti al rifornimento in volo, in modo da evitare la presenza permanente dei bombardieri nei pressi del territorio statunitense e degli altri Paesi della NATO;
- la riapertura, sempre a Cuba, della centrale spionistica di Lourdes, che – prima della chiusura avvenuta nel 2002 – rappresentava il più grande ed importante sito del sistema d’intelligence russo Sigint su territorio straniero, capace di tenere sotto controllo i movimenti e le comunicazioni militari nel sud-est USA, nonché gli scambi di informazioni commerciali e politiche fra Stati Uniti e Europa;
- il boicottaggio della… birra ceca;
- la Russia potrebbe infine riprendere il programma di missili orbitali che, evitando i sistemi radar esistenti e potenziali, raggiungerebbero il territorio statunitense attraverso il Polo Sud.

Chi vivrà, vedrà.
[segue nella pagina dei commenti]

Servi, padroni ed amici

Roma, 29 luglio – La base militare USA di Vicenza si può ampliare: non ci sono prove di danni ambientali, e in ogni caso per l’autorizzazione di un insediamento militare non è prevista la consultazione della popolazione interessata. Con queste motivazioni, la quarta sezione del Consiglio di Stato ha accolto l’appello della Presidenza del Consiglio dei ministri e del ministero della Difesa contro l’ordinanza del Tar del Veneto che aveva accolto la domanda di sospensione del progetto Dal Molin di ampliamento della base. Secondo il Consiglio di Stato, “il consenso prestato dal Governo italiano all’ampliamento dell’insediamento militare americano all’interno dell’Aeroporto Dal Molin è un atto politico, come tale insindacabile dal giudice amministrativo, secondo un tradizionale principio sancito dall’art. 31 del testo unico delle leggi sul Consiglio di Stato”. Un’insindacabilità che, secondo Palazzo Spada, “riguarda non solo il contenuto dell’atto, ma anche, a maggior ragione, la sua forma, propria dell’ordinamento nel quale l’atto si è formato”. Inoltre, “il nulla-osta del ministero della Difesa – rileva il Consiglio di Stato – si inquadra nella procedura appositamente prevista per le attività a finanziamento diretto statunitense (secondo quanto previsto dall’accordo bilaterale Italia-Stati Uniti d’America del 20 ottobre 1954, tuttora coperto da classifica di riservatezza) la cui realizzazione è demandata ad una apposita Commissione mista costruzioni (Cmc), costituita nell’ambito della Direzione Generale dei Lavori e del Demanio del ministero della Difesa”. .
(AGI)

Washington, 29 luglio – Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice dà il benvenuto al ministro degli Esteri Franco Frattini al Dipartimento di Stato, sostenendo che “gli Stati Uniti sono molto fortunati ad avere un così buon amico ed alleato nell’Italia”. La visita del titolare della Farnesina “è la prima di un membro del nuovo governo italiano – sottolinea la Rice – ma non è la prima volta che ci incontriamo, ci siamo conosciuti in un’altra vita”.
(Adnkronos)

Ci mancava solo la reincarnazione…

Paolo Dorigo

Paolo Alvise Lorenzo Dorigo, nato a Venezia il 24.10.1959, militante comunista, prigioniero, artista, intellettuale e lavoratore materialista dialettico anti-spiritualista ed anti-virtualista”.
Condannato alla pena di anni tredici e mesi sei di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici e pagamento delle spese processuali con sentenza del 3.10.1994, per essere stato ritenuto responsabile dei reati di associazione con finalità di terrorismo, ricettazione, banda armata, detenzione e porto illegali di armi, attentato per finalità terroristiche e rapina, in relazione all’operazione firmata PCC-BR contro la base USAF di Aviano, il 2 settembre 1993.
Entra in carcere il 23 ottobre 1993 e ne esce il 13 marzo 2006, grazie alla assunzione della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (firmata a Roma il 4.11.1950) all’interno del Codice di procedura italiano. La Corte europea dei diritti dell’uomo aveva infatti stabilito, con decisione del 9.9.1998, che il processo a carico del Dorigo era stato non equo per violazione dell’art. 6 della suddetta Convenzione, in quanto la condanna era stata pronunciata sulla base delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari da tre coimputati non esaminati in dibattimento, perché si erano avvalsi della facoltà di non rispondere.
Nell’aprile 2007, Dorigo presenta in conferenza stampa una refertazione radiologica che riconosce come non patologiche né anatomiche le formazioni sconosciute, di 1 mm o più di diametro, riscontrate in numero di ventidue nel timpano sinistro e nelle tube di Eustachio, da Tac effettuate nel 2005. Probabilmente impiantate durante un’operazione chirurgica a cui era stato sottoposto il 10 gennaio 1996 presso il CTO di Torino, a seguito di una sua protesta che lo aveva visto darsi fuoco con 200 grammi di butano liquido. Da allora viene controllato e torturato “uditivamente, subliminalmente, fisiologicamente, psichicamente, a livello dolorifico, senza sosta, 24 ore al giorno”. Sulla base della sua esperienza scrive un libro, “La tortura nel Belpaese” edito da Malatempora, e fonda l’Associazione Vittime Armi elettroniche-mentali.
Il 1 dicembre 2006, la Corte Suprema di Cassazione prende atto che, a distanza di oltre otto anni dalla decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo, non è stata adottata alcuna misura legislativa che consenta al Dorigo di esercitare il diritto alla rinnovazione del processo, una prolungata inerzia qualificabile come “flagrante diniego di giustizia” da parte dello Stato italiano, e dichiara l’inefficacia dell’ordine di carcerazione emesso in esecuzione della sentenza di condanna del 1994.
Il 5 dicembre seguente, dopo uno sciopero della fame di 75 giorni (il quinto lungo oltre 50 giorni dal 1999), Dorigo ottiene che gli venga rilasciato il passaporto che dovrebbe permettergli finalmente di espatriare per sottoporsi ad intervento chirurgico, al fine di estrarre i corpi estranei e dimostrare che si tratta di microchip. Concessogli effettivamente nel gennaio seguente, i successivi tentativi di recarsi presso una delle cliniche appositamente contattate all’estero, in India ed in altri Paesi, risultano infruttuosi a causa di interventi esterni.
Il 2 settembre 1993, una mano ignota lanciò una bottiglia molotov contro il cancello di ingresso della principale base dell’aviazione statunitense in Italia.

Aggiornamento del 16 luglio 2009
Una cronaca dettagliata dell’operazione ai danni della base di Aviano, sulla base dei verbali di interrogatorio di Angelo Dalla Longa, è qui.

Il mito dell’Europa


© 2008 Alfio Krancic

Dicevano:

“L’Europa è la fondamentale testa di ponte strategica dell’America (…) Un’Europa veramente “europea”non esiste. E’ una visione del futuro, un ideale ed un fine; ma certamente non una realtà (…) Per farla breve, l’Europa occidentale rimane in larga misura un protettorato americano…”.
Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, Longanesi, 1998.

“L’Europa non esiste. Esiste un governatorato generale dell’Europa amministrato dalla NATO. Dunque che senso ha praticare la diplomazia nello spazio europeo? E’ irragionevole cercare accordi con i vassalli quando tutto viene deciso dal sovrano… La scelta che la diplomazia americana lascia al suo partner è solo quella tra morire o essere a stelle e strisce (ma di seconda classe). Per questo le trattative che si possono condurre con il sovrano d’Europa non possono essere che tattiche, tanto per allungare i tempi. Trattative strategiche possono essere intavolate solo con coloro che non sono ancora diventati a stelle e strisce e non intendono farlo. Come la Cina, l’India, il mondo islamico… In sostanza è tutto qui”.
Vitalij Tretjakov, “Il triangolo strategico della Russia”, Limes n. 2/1999, pp. 166-169.

La Comunità Europea di Difesa

natoniet1

“Nel 1954 l’Europa fu ad un passo dalla realizzazione di un primo embrione di difesa comune in campo militare, progetto che recava in sé anche una forte valenza di unità politica. La storia della Comunità Europea di Difesa (più brevemente, CED) comincia nel 1949 su iniziativa francese per poi terminare, con gli strascichi successivi al suo fallimento determinato formalmente dalla bocciatura del Parlamento transalpino, nel 1955. Una molteplicità di fattori, attinenti sia alle singole politiche nazionali dei paesi europei che alla politica internazionale, si combinarono in modo tale da svuotare di contenuti un progetto di unione federalista e condurre definitivamente tutta l’Europa occidentale nella sfera di influenza statunitense.”

Il seguito della breve monografia di Federico Roberti si trova qui.

Piccoli atlantici crescono

La Youth Atlantic Treaty Association (YATA) nasce a Roma nel 1996 nell’ambito della Atlantic Treaty Association, di cui costituisce la sezione giovanile. Oggi la YATA si estende dall’America del Nord fino alla Russia ed ai Paesi del Caucaso, comprendendo 38 filiali nazionali (una per ciascun Paese membro della NATO più varie altre di Paesi che attendono/aspirano all’adesione, con l’eccezione della Russia). Ne risulta ciò che i suoi Presidenti degli anni trascorsi definiscono “one of the strongest and most influential youth NGO networks in the world”.
I membri della YATA hanno organizzato svariati eventi a carattere sia nazionale che internazionale, sui temi della sicurezza e della cooperazione transatlantica, al fine di creare un quadro al cui interno studenti, giovani professionisti e ricercatori possano scambiare le proprie idee e dar vita ad una “genuina” comunità transatlantica, con la possibilità di dialogare direttamente con i decisori di livello mondiale, “including George W. Bush”. E perbacco!
Uno dei più importanti obiettivi futuri della YATA è la creazione di forti filiali nazionali in Asia Centrale e nella regione del Mar Nero, il che – poco casualmente – si trova in sintonia con la più generale politica di espansione verso est fino al cuore dell’Eurasia della organizzazione madre. A tal fine il reperimento di nuovi sostenitori finanziari appare assolutamente fondamentale.
Come detto, la YATA nasce nel 1996 come sbocco naturale di tutte le iniziative organizzate dai gruppi giovanili attivi all’interno di quasi tutti i circoli nazionali atlantici facenti capo alla Atlantic Treaty Association. Sotto questo aspetto, la filiale danese ha rivestito un ruolo di pioniere, organizzando fin dal 1985 il cosiddetto DAYS (acronimo di Danish Atlantic Youth Seminar), le cui tematiche riguardano sempre questioni legate ai conflitti internazionali ed alla gestione delle crisi derivanti. Sede del seminario, che quest’anno giunge alla sua 23° edizione, è la base aerea NATO di Aalborg…
Fra le “many exciting activities at national and international level around Europe and North America” organizzate nell’anno trascorso, citiamo:
Aliante 2007, gara studentesca sulle tematiche della cooperazione euro-atlantica, le cui finali si sono svolte alla base militare di Rheindahlen, in Germania. Premio in palio un viaggio di due settimane… negli Stati Uniti;
Norsec 2007, l’annuale Nordic Regional Security Conference dedicata alla discussione delle questioni legate alla sicurezza a livello regionale. In questa edizione, tenutasi a Tartu in Estonia, si sono incontrati 50 giovani fra i venti ed i trent’anni, con acclarate doti dirigenziali, già coinvolti nei processi decisionali dei rispettivi Paesi (scandinavi e baltici) di provenienza;
Simotan 2007, organizzato a Lisbona dal Comitato Atlantico Portoghese e dalla Facoltà di Scienze Sociali e Politiche della locale Università Tecnica, ha messo in scena – come ogni anno – la simulazione di una sessione straordinaria del Consiglio NATO in risposta all’emergere di una crisi internazionale;
 la 6° Conferenza Internazionale di Sipan, in Croazia, riservata a giovani “leaders” provenienti in particolar modo dall’Europa Sud-orientale che hanno discusso tematiche di cooperazione regionale e del processo di allargamento della NATO;
 infine, per concludere in bellezza, il NATO DAY Ostrava, durante il quale ad un pubblico di 55.000 visitatori sono stati mostrati i mezzi che la Repubblica Ceca ed i suoi alleati hanno a disposizione per garantire la sicurezza: il programma prevedeva, tra le altre cose, esibizioni di attrezzature militari e di tecnologie di polizia e salvataggio, nonché la possibilità di assistere all’addestramento delle unità speciali e toccare con mano i diversi tipi di equipaggiamento utilizzati.
Voi, quel giorno, dove eravate?

Guai ai vinti

Mosca, 22 luglio – Il rappresentante russo presso la NATO, Dmitry Rogozin, ha chiesto che i leader occidentali responsabili del bombardamento della Jugoslavia nel 1999 siano processati da un tribunale speciale insieme all’ex presidente della Repubblica serba di Bosnia Radovan Karadzic. Lo riporta l’agenzia Interfax. ”Se il caso di Karadzic merita di essere considerato a L’Aja, allora accanto a lui sul banco degli imputati dovrebbero esserci coloro che hanno preso la decisione di bombardare persone completamente innocenti, centinaia delle quali sono morte durante la ‘democratizzazione’ dei Balcani da parte dell’Occidente”, ha dichiarato Rogozin a Bruxelles.
(ASCA-AFP)

Casi d’intelligence – vite esemplari

Sonia Mancini, quarant’anni, livornese.
Tenente della Riserva selezionata dell’Esericito Italiano, da oltre cinque mesi a Baghdad è il capo dell’ufficio Affari Pubblici nella missione NATO di addestramento delle forze di sicurezza irakene. In tale veste, è la portavoce del generale di divisione Paolo Bosotti, vice comandante della missione.
Dopo un corso di addestramente della durata di due mesi, svolto presso la Scuola di Applicazione ed Istituti di Studi Militari a Torino, ora fa parte del gruppo degli “esperti della Comunicazione”. L’Esercito può inviarla in un teatro operativo per un periodo complesivo di ventiquattro mesi.
Oggi lavora per lo più nella blindatissima Zona Verde di Baghdad, incontrando giornalisti iracheni e stranieri, accompagnando il generale Bosotti nelle riunioni con politici e militari, impartendo lezioni di comunicazione ad ufficiali, funzionari e dirigenti locali. Di notte, dorme in un container mimetizzato, coperto da sacchi di sabbia. Compagna di stanza un’ufficiale danese. I momenti di relax – con altri militari di vari Paesi, diplomatici, funzionari internazionali e contractors – li trascorre vicino alla piscina della vecchia ambasciata statunitense.
Quando va male, ci sono i bunker, dipinti di giallo fluorescente, che dice di non perdere mai di vista. A chi le chiede se tale situazione non sia un po’ claustrofobica, risponde: “Claustrofobico stare a Baghdad e volare su un elicottero Black Hawk ogni settimana? No, lo assicuro… E’ bellissimo!”.
Difatti, ora che sta scadendo il suo primo mandato, spera che le rinnovino l’incarico.

Ah, dimenticavamo. Nella vita fa la giornalista, a La7. Assunta a tempo parziale.

Carabinieri a Baghdad

Come di consueto non sono stati forniti molti dettagli circa la nuova missione dei Carabinieri in Irak, rivelata dal settimanale Panorama nell’estate del 2007. Quel che è certo è che si tratta di una missione addestrativa messa a punto nell’ambito del programma della NATO di assistenza alle forze militari e di sicurezza irachene (NATO Training Mission – Iraq).
L’Italia ricopre un ruolo di primo piano nell’accademia istituita allo scopo nella località di Rustamyah, vicino Baghdad, dove operano una novantina di istruttori italiani ed il generale Paolo Bosotti (prima di lui, Alessandro Pompegnani) ha l’incarico di vice-comandante .
I Carabinieri selezioneranno e addestreranno in due anni 8 battaglioni, composto ognuno da 400 agenti iracheni, alle tecniche anti-sommossa, anti-guerriglia ed anti-terrorismo. Il personale iracheno a sua volta svolgerà compiti di istruttore per altre sei brigate (24 battaglioni) che rappresenteranno l’elite della Iraqi National Police.
In pratica si tratta di costituire reparti simili come struttura e formazione alle unità MSU (Multinational Specialized Unit) che l’Arma ha creato dieci anni or sono per l’impiego nei Balcani in ambito NATO e che hanno operato anche in Irak durante l’operazione Antica Babilonia.
Gli istruttori insediatisi a Camp Dublin, una base statunitense situata nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, provengono quindi in gran parte dalla Seconda Brigata Mobile – la grande unità dei Carabinieri per le operazioni all’estero con comando a Livorno e composta dai reggimenti 13° e 7° di Laives (Bolzano) e Gorizia – e dal reggimento paracadutisti Tuscania, mentre per le specializzazioni più tecniche potrebbero essere impiegati anche istruttori del Gruppo Intervento Speciale (GIS).
Costi? Il decreto “Milleproroghe” del febbraio 2008 ha stanziato per l’anno in corso poco più di 8 milioni di euro. A marzo è iniziata la terza sessione di addestramento, agli ordini del colonnello Fabrizio Parrulli.

Coca NATO

Bruxelles, 16 Luglio – La NATO ha reclutato un ex consulente della Coca Cola, per “dotare l’Alleanza di strumenti di comunicazione degni del 21° secolo”. Lo ha detto il portavoce James Appathurai, confermando che la personalità scelta è l’americano Michael Stopford, super esperto di comunicazione. Stopford comincerà a lavorare da agosto come viceaggiunto del segretario generale della NATO, con l’incarico di seguire la comunicazione strategica. Stopford, tra l’altro, ha lavorato anche alla Exxon Mobil.
(ANSA)

I falsi amici dell’Europa (e della Russia)

“Lasciatemi proseguire con qualcosa che potete trovare completamente sorprendente, soprattutto provenendo da me: voi che siete diplomatici, giornalisti, parlamentari, giuristi internazionali e uomini d’affari di domani, spero che riterrete che la vostra prima responsabilità, oltre a costruire una Gran Bretagna e una NATO le più solide possibili, consista nel rafforzare e costruire le capacità dell’Unione Europea. Troverete strano ed anche un po’ strabico che sia l’ambasciatore americano alla NATO a tenere questo discorso davanti voi e a preconizzare, per i dirigenti britannici ed internazionali di domani, la costruzione di un’UE più forte. Perché dunque faccio un tale discorso?
Se noi abbiamo appreso una cosa dall’11 settembre 2001, o anche, in questo caso, da sessanta o cento anni a questa parte, è che gli Stati Uniti ed il Regno Unito non hanno soltanto bisogno uno dell’altro, ma hanno bisogno di un’Europa forte. Negli Stati Uniti, abbiamo bisogno di un’Europa che sia il più possibile unita, pronta a fare tutta la sua parte per difendere la nostra sicurezza comune e promuovere i nostri valori condivisi. Ed i britannici, come tutti gli europei, hanno bisogno di un’America che sia impegnata, che consulti l’Europa e che cooperi con essa allo scopo di trovare soluzioni comuni a sfide comuni (…).
Oggi, le sfide che dobbiamo superare insieme vanno dal terrorismo, dall’estremismo violento e dalle armi di distruzione di massa fino alla necessità di ridurre la nostra dipendenza verso l’energia fossile, reagire alla povertà, alle malattie ed alla fame che toccano ancora troppa gente nel mondo. Insieme, dobbiamo ricomporre i rapporti con il Cremlino che ha fermamente rafforzato il suo potere statale, che si è ritirato dal Trattato sulle armi convenzionali in Europa e che minaccia di puntare i suoi missili contro i suoi vicini, anche se lavoriamo insieme alla Russia sull’Iran, la Corea del Nord e su altri interessi comuni di primaria importanza. Dobbiamo mantenere verso l’Iran la giusta proporzione di diplomazia, di aperture politiche ed economiche, e di pressione perché ricominci a cooperare con il Consiglio di Sicurezza, affinché abbandoni ogni idea terroristica e dia al suo popolo il futuro che esso merita. E dobbiamo incoraggiare la Cina ad utilizzare la sua crescente potenza in direzione della stabilità e della pace, presso i suoi vicini o negli affari del mondo. In breve, viviamo in un mondo complicato e pericoloso che richiede da parte di quelli che hanno la possibilità di vivere in società libere di riunire le loro forze per proteggere ciò che abbiamo e per consolidare ed allargare la Comunità democratica.
(…)
Quando noi, gli Stati Uniti, cerchiamo nel mondo i partner che possono rispondere a queste sfide, guardiamo certamente ai nostri alleati dell’Asia e alle altre potenti democrazie a sud ed a est; ma spesso, ci arrestiamo alla sola UE. Noi consulteremo sempre Londra per prima, come le altre capitali, ma sempre più spesso ci volteremo anche verso le istituzioni europee. Continua a leggere

Italiani? No, grazie

All’inizio dell’anno, sul settimanale della base USAF di Aviano – il “Compass” – è apparso un annuncio, nello spazio dedicato alle offerte di lavoro, per la ricerca di personale addetto a diverse funzioni: cuochi, camerieri, cassieri etc., per coprire i posti messi a disposizione dal reparto che si occupa della gestione dei tanti servizi (mense, alberghi, foresterie, palestre, piscine e persino un golf club) presenti all’interno di questo angolo di Stati Uniti nel Nord-est. Fin qui nulla di strano, se non che nell’annuncio si precisava che “i posti sono riservati a personale civile americano ed a cittadini dei Paesi membri della NATO, esclusi quelli del Paese ospite, l’Italia”.
Un tale provvedimento nasceva molto probabilmente dalla volontà di abbattere i costi, in quanto i contratti italiani sono mediamente più onerosi (ed in euro) di quelli previsti per il personale statunitense e di molti altri Paesi europei (in dollari). Le organizzazioni sindacali operanti nella base hanno sottolineato che si tratta di posizioni tradizionalmente ricoperte da personale italiano, ma che da qualche tempo vengono affidate a civili statunitensi, in numero di 150 fino ad oggi. Esse hanno denunciato questa pratica irregolare e contraria agli accordi ed alla normativa italiana, che prevede lavoratori civili statunitensi solo per i ruoli di supporto ed al seguito dei militari, assunti nel Paese di origine e soltanto in missione in Italia. Il principio che sta a monte di tali norme è quello della compensazione dei disagi che derivano dalla presenza di servitù militari così estese come quelle di Aviano. I posti di lavoro riservati di diritto ai lavoratori italiani costituirebbero proprio una compensazione dei disagi e dei costi che la comunità locale paga in termini di impatto, non solo ambientale, di una grande base militare.
Immediato il dietrofront dei vertici militari statunitensi, che hanno ammesso l’errore porgendo le scuse del caso e promettendo di apportare adeguate misure correttive all’annuncio. Le spiegazioni della base non hanno però del tutto convinto l’allora presidente della Regione, Riccardo Illy, che – nonostante i suoi ottimi rapporti con l’USAF testimoniati dai gradi di comandante onorario assegnatigli e dal volo di prova da lui compiuto su un F-16 (vedi foto) – ha deciso di chiedere spiegazioni per iscritto direttamente all’Ambasciata statunitense.
Pare che in futuro una commissione interna di nuova nomina si occuperà di redigere i bandi per le assunzioni di personale all’interno della base, questa l’assicurazione fornita al sindaco di Aviano. Il quale, comunque, ha anche accennato alla necessità di assumere personale statunitense per non penalizzare i familiari dei militari che arrivano in Italia e che qui non possono – non si sa bene per quale ragione – lavorare.
Insomma, oltre il danno anche la beffa.

Intenzioni aggressive

“Gli americani hanno sempre accusato i loro avversari di turno di avere “intenzioni aggressive”. In realtà è difficile trovare nella Storia l’esempio di un Paese che abbia avuto “intenzioni aggressive” così costanti e ben documentate come gli Stati Uniti. Questi, che si reclamizzano come una potenza pacifica dedita solo agli scambi e baratti, sono il Paese che negli ultimi 200 anni, da quando esiste, ha condotto il maggior numero di guerre, fra grandi e piccole, dichiarate e non dichiarate. Qualcuno ha calcolato il numero di volte in cui gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente all’estero: nel suo libro The CIA: a forgotten history, William Blum (un inglese) ha pubblicato un’appendice nella quale elenca 168 fatti del genere nel periodo dalla fondazione dell’Unione al 1945, per una media di un intervento armato ogni 10 mesi. Questi sono andati dalle intimidazioni tramite invio di navi da guerra alle invasioni dei Marines e alle partecipazioni nelle guerre mondiali, ed hanno avuto per oggetto più di 50 paesi diversi, in grande maggioranza miserabili ed indifesi, del Terzo Mondo.
(…)
A proposito del Messico, dal 1806 al 1919 è stato aggredito quattordici volte, per una media di un’aggressione armata ogni otto anni, si vede bene la ragione di quel suo detto popolare “Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti”. L’ayatollah Khomeini non fu dunque il primo ad identificare gli Stati Uniti con il Demonio (il “Grande Satana”). Ma non è questione di vicinanza. La Cina, che è dall’altra parte dell’Oceano Pacifico, ha subito più aggressioni armate americane del Messico: 22 dal 1843 al 1934, per una media di una ogni 4 anni. Dopo il 1945 il coefficiente Aggressioni all’estero/Mese si è un po’ ridotto, ma non di troppo (…). Forse, se ci si fanno bene i conti, dopo il 1945 il coefficiente Aggressioni all’estero/Mese è addirittura aumentato. Il tutto considerando solo gli interventi armati alla luce del sole, effettuati mostrando la bandiera, e non quelli eseguiti nascondendosi dietro bombardieri privi di insegne, avvelenamenti anonimi di derrate alimentari e di falde acquifere, spargimenti anonimi di microbi e bacilli, eserciti mercenari (tipo quelli dei Contras, dell’Unita, del Renamo, del Kuomintang del Triangolo d’Oro, etc.) e così via.”

Il brano è tratto da Vecchi trucchi. Le strategie e la prassi della politica estera americana, di John Kleeves, pubblicato nel 1991 dall’editore Il Cerchio, Rimini.
(Grassetti nostri)

Europa (sempre) campo di battaglia

Il Piano Strategico della politica estera statunitense per gli anni 2007-2012, pubblicato nell’aprile 2007 dal Dipartimento di Stato, afferma a chiare lettere che la sua principale priorità è fronteggiare il “comportamento negativo” della Russia in diverse aree, dalla vendita di equipaggiamenti militari a Stati ritenuti inaffidabili quali Iran, Siria e Venezuela, alla pressione esercitata sui Paesi ex sovietici per farli rientrare nella sua sfera d’influenza.
Si spiega forse in questo modo la determinazione statunitense nel cercare di acquisire una supremazia strategica nel settore degli armamenti nucleari, confermata dalla prestigiosa rivista Foreign Affairs (edita dal Council of Foreign Relations – CFR) quando ammette candidamente che “secondo la dottrina della sicurezza nazionale statunitense, lo scudo stellare non deve essere concepito come uno strumento difensivo a sé stante ma come elemento prezioso nel quadro di un contesto offensivo”.
Lo scenario prefigurato sarebbe quello nel quale gli Stati Uniti vorrebbero essere in grado di lanciare un “primo colpo” (first strike) riducendo al minimo una possibile rappresaglia grazie al progettato scudo antimissile da installare nell’Europa orientale. Come già avvenuto in passato, il Pentagono prevede che sarà l’Europa il campo di battaglia destinato a pagare le conseguenze di un eventuale confronto bellico con la Russia.

La Direttiva Politica Globale della NATO

“L’Alleanza resterà pronta, caso per caso e per consenso, a contribuire ad un’efficace prevenzione dei conflitti e ad impegnarsi attivamente nella gestione delle crisi, anche con operazioni di risposta alle crisi non riguardanti l’Articolo 5, come previsto dal Concetto Strategico. L’Alleanza ha intrapreso una serie di operazioni di questo tipo dalla fine della Guerra Fredda. L’esperienza ha messo in luce la crescente importanza delle operazioni di stabilizzazione e di sostegno militare agli impegni di ricostruzione dopo un conflitto. Il ruolo delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea e di altre organizzazioni, comprese se necessario organizzazioni non governative, nelle operazioni in corso e nelle crisi future renderanno indispensabili una cooperazione ed un coordinamento pratici molto stretti tra tutti gli elementi coinvolti dalla risposta internazionale.
Su questo sfondo, la NATO deve conservare la capacità di condurre tutto il suo ventaglio di missioni, da quelle ad alta intensità a quelle a bassa intensità, concentrandosi soprattutto sulle operazioni più probabili, rispondendo alle esigenze operative attuali e future e restando in grado di condurre le operazioni più impegnative. Continuerà ad esserci bisogno di una combinazione di forze nucleari e convenzionali, conformemente alle direttive in vigore.”

Il testo integrale della Direttiva Politica Globale, sottoscritta dai Capi di Stato e di Governo dei Paesi della NATO, il 29 novembre 2006 a Riga, è qui.

Albania e Croazia nella NATO

Bruxelles, 9 luglio – Albania e Croazia hanno firmato i protocolli di adesione alla NATO in una cerimonia al quartier generale di Bruxelles. La firma, alla presenza del segretario generale, Jaap de Hoop Scheffer, e dei ministri degli Esteri di Tirana e Zagabria, Lulzim Basha e Gordan Jandrokovic, porta i due Paesi balcanici a un passo dal diventare ufficialmente Paesi membri della NATO.
“E’ un risultato storico per questi due Paesi e per l’intera Comunità di nazioni atlantiche”, ha dichiarato Scheffer durante la cerimonia, secondo un comunicato dell’Alleanza. Il segretario generale ha sottolineato la grande trasformazione compiuta dai due Paesi, ricordando che “non molto tempo fà” la regione a cui appartengono, i Balcani occidentali, era stata teatro “del primo intervento operativo” della NATO in quello che è stato “il primo grande conflitto sul territorio europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale”.
L’Alleanza atlantica si appresta così ad espandersi a 28 Paesi, ma la Macedonia – che doveva entrare insieme ad Albania e Croazia – continua ad essere esclusa a causa della disputa sul suo nome ufficiale con la Grecia. Per diventare pienamente operativa, l’adesione dovrà essere ratificata dai parlamenti degli attuali 26 Paesi della NATO, e poi da quelli albanese e croato. L’ultimo passo sarà il deposito degli atti di ratifica presso il Dipartimento di Stato USA, dove è conservato il Trattato di Washington che ha istituito la NATO.
Croazia e Albania erano state invitate ad entrare nell’Alleanza atlantica all’ultimo summit della NATO, svoltosi a Bucarest dal 2 al 4 aprile.
(APCOM)

In Olanda tanti dubbi sul JSF

La Corte dei Conti olandese, in un rapporto reso pubblico nel dicembre 2007, ha esposto le proprie osservazioni riguardo la partecipazione del ministero della Difesa al progetto di sviluppo del nuovo caccia F-35 Lightning II (Joint Strike Fighter, acronimo JSF).
Il governo olandese ha deciso di partecipare al progetto in questione avendo identificato l’F-35 come il velivolo più adatto a succedere agli F-16 di cui è dotata l’aviazione nazionale, sebbene la decisione definitiva sulla loro sostituzione non arriverà prima del 2010.
Il punto di dissenso più fortemente espresso dalla Corte dei Conti olandese concerne l’impossibilità di stabilire con esattezza il costo del progetto (e quindi il costo di ciascun velivolo, se e quando il governo olandese decidesse di procedere all’acquisto), per diverse ragioni. In primo luogo, i ministeri della Difesa e degli Affari Economici hanno un accesso limitato ai dati finanziari elaborati dalla Lockheed Martin, l’azienda risultata vincitrice della relativa gara di appalto. In secondo luogo, alcuni dei costi del progetto ricadono al di fuori di quello che il ministero della Difesa ha chiamato “programma per la sostituzione del F-16”. In terzo luogo, i costi non possono essere comparati in quanto i due ministeri, nelle rispettive rilevazioni, hanno utilizzato diversi indici dei prezzi e diverse valute. Conseguenza di tutto ciò è che il Parlamento olandese non ha attualmente a disposizione una valutazione precisa dei costi complessivi dell’operazione, ed anzi esiste il rischio che tale mancanza perduri anche quando esso dovrà decidere se acquistare o meno il velivolo: probabilmente, il costo unitario reale sarà noto con precisione solo quando ne terminerà la produzione (sembra nel 2052…).
Nel frattempo, i dati disponibili segnalano un aumento del costo unitario dai circa 37 milioni di dollari dell’ottobre 2001 ai quasi 48 milioni nel dicembre 2006. Il ministero della Difesa ha previsto invece di pagare 5,5 miliardi di euro per l’acquisto di 85 velivoli, il che comporterebbe un costo unitario di 65 milioni.
Per quanto riguarda invece la partecipazione delle aziende olandesi al programma di sviluppo del JSF, uno studio ha rilevato che essa costerebbe più dell’acquisto “diretto”. I costruttori olandesi hanno acconsentito quindi a colmare questo divario rimettendo una certa percentuale del fatturato che realizzano con il programma JSF allo Stato. Fino al 30 giugno 2008 la percentuale devoluta allo Stato è stata del 3,5%. Il caso dovrebbe essere riesaminato nel mese in corso e la percentuale ristabilita, probabilmente ad un livello superiore al 5%. Tra il 2002 ed il 2012, si prevede che l’Olanda investirà 800 milioni di dollari nel programma di sviluppo del JSF ed ulteriori 359 milioni durante la fase produttiva. A fronte di tali investimenti, le previsioni di contratti per le aziende olandesi coinvolte nel progetto assommerebbero a circa 800 milioni di dollari, di cui effettivamente 679 milioni sono stati firmati alla data del dicembre 2006.

In Italia convergenza bipartisan sul JSF

Il primo venne firmato nel dicembre 1998, durante il governo D’Alema; il secondo nel giugno 2002, con Berlusconi capo dell’esecutivo; il terzo nel febbraio 2007, da parte dell’immarcescibile Lorenzo Forcieri, sottosegretario alla Difesa del governo Prodi, contestualmente all’assunzione di ulteriori impegni anche per quanto riguarda lo scudo antimissilistico voluto dagli Stati Uniti.
Sono tre i memorandum d’intesa siglati dall’Italia quale socia nel progetto per lo sviluppo del nuovo cacciabombardiere F-35 Lighting II (Joint Strike Fighter). L’Italia – la cui intenzione è quella di sostituire entro la metà del prossimo decennio Harrier, AMX e Tornado in dotazione all’Aeronautica Militare – ha già speso nel progetto 638 milioni di dollari per la prima fase di sviluppo (che costerà complessivamente oltre un miliardo di dollari), ai quali vanno aggiunti altri 900 milioni per la successiva fase di implementazione e produzione. Inizialmente era stata ipotizzata una ricaduta sulla nostra economia molto positiva, diecimila occupati per un periodo di quasi cinquanta anni, in quanto un nutrito gruppo di aziende italiane (capeggiate da Alenia e Fiat Avio) partecipa al progetto come subcontrattista per la progettazione e la realizzazione delle ali. Le ultime stime prevederebbero invece non più di un migliaio di occupati, di cui solo duecento diretti e gli altri nell’indotto, per dieci anni; ritorni solamente “attesi” in quanto si concretizzeranno eventualmente con l’assemblaggio dei velivoli – che dovrebbe avvenire nella base militare di Cameri, in provincia di Novara – e con il successivo acquisto dei 131 modelli previsti, per un impegno economico stimato in circa 11 miliardi di dollari (e con un costo unitario di 84 milioni di dollari, se le stime dovessero essere confermate, ma si sa come vanno le cose in questi casi…).
Poca roba, si dirà, rispetto ai 2.500 velivoli che Stati Uniti e Regno Unito si sono impegnati ad acquistare, ed ai complessivi 4.500 che la Lockheed Martin, capofila del gruppo di aziende statunitensi che rappresenta il primary contractor, vorrebbe produrre. Fatto sta che i quasi due miliardi di dollari stanziati per il JSF sono fondi pubblici, mentre i contratti spuntati dalle aziende italiane, ammontanti a non più di un miliardo, produrranno utili privati, destinati comunque ad avverarsi solamente quando lo Stato effettivamente acquistasse i velivoli.
Si aggiunga che il JSF è concorrenziale all’Eurofighter Typhoon, il caccia che l’Italia sta costruendo insieme a Regno Unito, Germania e Spagna, e di cui si è riservata di acquisire 121 modelli (con una spesa totale di circa 7 miliardi di euro ed un costo unitario di 58 milioni). Secondo alcuni commentatori, la scelta del JSF mette in crisi l’evoluzione delle strategie europee nel campo della difesa e sottrae preziose risorse alle ulteriori tranche dell’Eurofighter. Altri parlano di una vera e propria dipendenza industriale strategica, originata dalla riluttanza statunitense a trasferire tecnologia ed informazioni per salvaguardare la propria superiorità tecnologica nel settore.
La discussione parlamentare ed a mezzo stampa riguardo il progetto di sviluppo del JSF, è avvenuta con una certa eco solo in Norvegia, Danimarca ed Olanda, mentre in Italia è stata praticamente nulla. Secondo il sito Dedefensa, che ha intervistato una anonima fonte italiana di alto livello vicina all’ex Presidente del Consiglio, Romano Prodi, il nostro governo avrebbe ricevuto fortissime pressioni da Washington per perseverare nel progetto JSF. Testualmente, essa avrebbe riferito: “Non potevamo fare niente, c’è stata una tale pressione, una tale costanza nella pressione, che ha impegnato tutto il nostro sistema politico. Siamo letteralmente prigionieri. E’ molto più che una normale situazione di “influenza”. E’ una situazione che è insita nella psicologia e nella stessa sostanza del nostro sistema politico”. Decennale subordinazione che non è causata dalla sua ormai declinante potenza ma dalla “psicologia e sostanza stessa del nostro sistema politico”. Un’assuefazione alla sudditanza che non si immagina nemmeno lontanamente di scrollarsi di dosso perché bisognerebbe ripensare in termini di strategia e di geopolitica, materie delle quali i nostri governanti spesso ignorano persino l’esistenza.

English version

“Bipartisan” concurrence on the JSF in Italy

translation: L. Bionda

The first memorandum was signed in December 1998, during D’Alema’s government; the second one followed in June 2002, with Berlusconi at the head of the government; the third one was signed in February 2007 by Lorenzo Forcieri, Deputy Minister of Defense during Prodi’s government, and included further engagements regarding the antimissile shield imposed by the United States.
These are the three agreements signed by Italy as partner in the project for the development of the new strike fighter plane “F-35 Lighting II (Joint Strike Fighter)”. Italy – whose intention is to replace by 2015 the Harrier, AMX and Tornado fighter jets used by the Italian Air Force – has already spent 638,000,000 USD in the first step of the project development (which is expected to cost more than one billion dollars), but we have to add other 900 million dollars more for the following step of implementation and production of the aircraft.
At the beginning a very positive spin-off on our economy was expected, with a workforce of ten thousand people employed for almost fifty years, as a large group of Italian companies (lead by Alenia and Fiat Avio) takes part to the project with subcontracts for designing and constructing the fighters’ wings.
According to the last estimate, howewer, no more than a thousand people would be employed, two hundred of them directly and the others in the allied industries, for ten years; these are the “expected” results, since they will come true only with the assemblage of the aircrafts, to be completed in a military base near Cameri, in the province of Novara (North-Western Italy), and with the subsequent purchase of 131 strike fighters, as planned, for an economic pledge of 11 billions USD approximately (and with a cost of 84 million USD each, if the estimate will be confirmed, but who knows …).
Small things, we could say, if compared with the 2,500 strike fighters that the United States and the United Kingdom have planned to purchase, and with the 4,500 strike fighters that the Lockheed Martin company, leader of the American companies’ group that represents the primary contractor, would like to produce.
But the nearly two billion dollars spent in the JSF project are public funds, and the deals signed by the Italian companies, for less than a billion dollars, will produce private profits; however, everything will become reality only when the government effectively acquires the aircraft.
Moreover, the JSF plan is in direct competition with the Eurofighter “Typhoon”, the strike fighter that Italy is building with the United Kingdom, Germany, and Spain; Italy would purchase 121 of these planes (at 58 million euros each, for a total spending of almost 7 billion euros ).
According to some experts, the choice of JSF interferes with the evolution of the European defense strategies and distracts resources away from the Eurofighter project. Others point at a strategic industrial dependence, arising from the United States’ unwillingness to share technology and information in order to protect their technological superiority in that field.
The discussion in our Parliament and on the media regarding the JSF project had good impact in Norway, Denmark and Holland only, while in Italy it was almost ignored.
According to the website “Dedefensa”, citing an anonymous Italian official linked with our former Prime Minister, Romano Prodi, the Italian government was very much pressed by Washington to go on with the JSF project.
The Italian official declared: “We couldn’t do anything, there has been such a pressure, such a great and continuous pressure that totally absorbed our political system. We are captives, literally. This goes beyond a common situation of political ‘influence’. This situation lies deep into the psychology and the very essence of our political system”.
Decades of subjection not caused by weakness and declining power, but by “the psychology and the very essence of our political system”. A habit to subsiervience so rooted that we don’t even think of shaking it off, because that woul mean rethinking our strategy and geopolitics. And our politicians and lawmakers often don’t even know that such issues exist.

Italian version

F-35 Lightning II (Joint Strike Fighter)

Trattasi di un cacciabombardiere supersonico multiruolo di 5° generazione ad alto contenuto tecnologico, contraddistinto da bassa osservabilità radar-termica-acustica-visiva (stealthness). Verrà prodotto in tre versioni ad alta comunanza di componenti:
F-35A, versione per le piste convenzionali;
F-35B, versione a decollo corto ed atterraggio verticale;
F-35C, per decolli a catapulta ed atterraggi col gancio sulle grandi portaerei della US Navy.
Il programma si articola in quattro fasi:
System Development and Demonstration (SDD), della durata di dieci anni, con completamento entro il 2012, durante i quali verrà portato avanti sia lo sviluppo dei sistemi del velivolo che i relativi test, condotti tramite 19 esemplari già in linea di volo od in fase di produzione;
Production, Sustainment and Follow-on Development (PSFD) in cui vengono delineate le partecipazioni industriali, l’impegno economico ed i requisiti dei singoli partner del progetto complessivo;
Low-Rate Initial Production (LRIP), con inizio nel 2009 e conclusione indicativamente nel 2015, in cui avverrà una produzione a basso ritmo (poco più di venti velivoli al mese);
Full Rate Production (FRIP), cioé la produzione a pieno regime.
Il programma trae beneficio da una serie di studi condotti negli Stati Uniti negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, nell’ambito del Joint Advanced Strike Technology riguardo nuove tecnologie in grado di essere applicate su un futuro aereo d’attacco comune a US Air Force, US Navy e US Marines. Nel 1997 fu definito Joint Strike Fighter (JSF) il requisito per un velivolo in grado di soddisfare tale scopo e due consorzi concorrenti guidati da Lockheed Martin e Boeing vinsero la gara per la definizione e realizzazione del primo prototipo, che si concretizzò nel 2000.
Venne quindi selezionato il prototipo della statunitense Lockheed Martin, con quartier generale a Bethesda, Maryland e fatturato di 42 miliardi di dollari nel 2007 (che è il primary contractor, affiancata da Northrop Grumman, BAE Systems, Pratt & Whitney, General Electric e Rolls Royce quali principali subcontractors) come vincitore della competizione ed il gruppo ottenne un contratto da 19 miliardi di dollari per lo sviluppo e la produzione del JSF. BAE System è invece capo commessa per le due nuove portaerei della Royal Navy sulle quali opereranno i 138 F-35B britannici.
Il programma ha assunto una significativa dimensione internazionale con la firma di un accordo di cooperazione fra Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Olanda, Turchia, Canada, Australia, Danimarca e Norvegia avvenuta nel 2002, che ha fatto del JSF il più grande programma aeronautico internazionale dell’era moderna.
Il 15 dicembre 2006 ha avuto luogo il primo volo di un F-35A, mentre l’F-35B ha fatto il suo esordio lo scorso 10 giugno sui cieli del Texas, guidato dall’ex pilota RAF Graham Tomlinson, compiendo la prima delle 5.000 uscite previste nei prossimi cinque anni.
All’inizio del 2007, le nove nazioni partner hanno firmato – dopo numerose discussioni sulle partecipazioni industriali ed i trasferimenti di tecnologia – l’accordo di prosecuzione per la fase successiva di PSFD.
L’F-35B sarà la prima delle tre varianti del Lightning II a ottenere l’Ioc (Initial operational capability), con l’entrata in servizio, in dotazione ai Marines, nel 2012. La capacità operativa iniziale verrà poi raggiunta dagli F-35A e, nel 2014, dagli F-35C.

Shell Agreement

A proposito degli accordi che regolano lo status giuridico ed economico delle installazioni USA/NATO presenti in Italia, scrivevamo:
“Il Memorandum d’intesa tra i governi di Italia e Stati Uniti del 2 febbraio 1995, detto Shell Agreement, si articola in cinque articoli e due annessi che si limitano a ribadire la cooperazione militare con gli Stati Uniti. L’accordo, reso pubblico dopo la strage del Cermis del 1998 su richiesta degli inquirenti, rimanda ogni questione specifica ad “accordi tecnici negoziati per ciascuna installazione e/o infrastruttura”, i cosiddetti technical attachments, e quindi cosa ci sia nelle basi e che attività vi si svolgano sono dati che continuano a rimanere segreti. Infine, sebbene il Memorandum disponga che le strutture delle basi siano ufficialmente sotto controllo italiano, che il Comandante USA informi preventivamente le autorità italiane su ogni movimento di armi e personale e qualunque problema o inconveniente si verifichi, il pieno controllo sul personale, l’equipaggiamento e le operazioni permane in capo agli Stati Uniti, senza che vi siano sanzioni per la violazione di queste disposizioni.”

Il testo dello Shell Agreement si trova sul sito de La Repubblica in una versione malamente scannerizzata. Dopo la paziente trascrizione di A. Marsigliante, ve lo proponiamo ora qui.

Un altro C.A.I.

“Quando ero un giovane studente con una borsa di studio della NATO assegnatami per elaborare negli anni Settanta uno studio comparativo dei bilanci della difesa dei Paesi NATO, ebbi l’occasione di leggere il Rapporto Harmel del 1967: rimasi meravigliato dalla lungimirante affermazione che l’area del Trattato del Nord Atlantico non può essere considerata in isolamento dal resto del mondo. Crisi e conflitti che nascono fuori dell’area possono mettere a repentaglio la sua sicurezza sia in via diretta sia intaccando l’equilibrio globale.
Pierre Harmel come Manlio Brosio, allora Segretario Generale della NATO ed ex Presidente del Comitato Atlantico Italiano, erano certamente sulla giusta strada ed oggigiorno ne abbiamo conferma.
Stabilità e sicurezza non dipendono più dall’equilibrio delle forze, ma dalla cooperazione. Esse devono essere assicurate in tutto il mondo.” (grassetto nostro)
Parola del On. Prof. Enrico La Loggia, Presidente del Comitato Atlantico Italiano (C.A.I., appunto).
Si tratta di un Ente che svolge da cinquanta anni attività di studio, formazione ed informazione sui temi di politica estera, sicurezza ed economia internazionale, relativi all’Alleanza Atlantica. In ambito internazionale, il Comitato assicura la presenza dell’Italia in seno all’Atlantic Treaty Association (ATA), che è l’organo di raccordo tra la NATO e le pubbliche opinioni dei Paesi membri. In ambito nazionale, esso svolge attività di studio attraverso commissioni con competenza in diverse materie, dalle tematiche militari a quelle economiche, educative, relative a stampa ed informazione, etc. Quali attività di formazione ed aggiornamento culturale, il Comitato organizza corsi e promuove conferenze e dibattiti presso istituti accademici e scolastici su tematiche atlantiche. Nel campo dell’informazione, infine, esso è attivo su tutto il territorio nazionale attraverso una rete di associazioni periferiche ad esso aderenti, denominate Club Atlantici, dei quali coordina e promuove le iniziative.
Particolarmente attivo appare, in questo senso, il Club Atlantico di Bologna, organizzatore negli ultimi due anni di conferenze su “il ruolo dell’Italia nella NATO e nelle operazioni di mantenimento della pace” oppure su “l’Ungheria nell’ambito dell’integrazione europea ed atlantica” (sic). Appuntamenti centrali del calendario atlantico sono comunque gli annuali Forum Atlantici organizzati in prestigiose “location”. Nel settembre 2006, alla vigilia del Vertice NATO di Riga, ricercatori presso centri di studi strategici od accademie militari, decisori politici e parlamentari con il proprio “staff”, di età fra i venticinque ed i trentacinque anni, si sono riuniti al Centro Alti Studi per la Difesa a Roma ed hanno discusso – per tre giorni – di ruolo, capacità e missione della NATO, in considerazione delle sfide e minacce future. Nell’ottobre 2007, i lavori si sono svolti invece “nella straordinaria cornice di Palazzo dei Normanni” a Palermo, un’occasione di dialogo, di riflessione politica ed un contributo scientifico altamente qualificato, volti a promuovere “nuove prospettive di sicurezza e cooperazione nel Mediterraneo, Medio Oriente ed Asia”. Con la partecipazione, per la prima volta, anche di relatori provenienti dai Paesi aderenti all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, che – evidentemente – comincia a far sentire il proprio peso sullo scacchiere internazionale.

Caro Ministro, Caro Arturo

Dal sito NoDalMolin, una lettera che il commissario straordinario Paolo Costa mandò all’allora Ministro della Difesa Arturo Parisi, in cui si esprime la volontà di “eliminare alla radice le componenti locali del dissenso” nonostante poggino su “motivi ragionevoli” e “cause fondate”.

Vicenza, 17 settembre 2007

Ill.mo Signor
On. Prof. Arturo PARISI
Ministro della Difesa
Caro Ministro, Caro Arturo,
è giunto il momento di prendere decisioni definitive circa il progetto di ampliamento dell’insediamento militare americano all’aeroporto Dal Molin di Vicenza.
Sono decisioni che si possono prendere oggi sfruttando le premesse poste in questi mesi di lavoro del Commissario (e che sono amministrativamente riassunte nella determina del Direttore Generale del GENIODIFE, gen. Resce) e che devono esser prese ora per imprimere una inerzia positiva alla realizzazione del progetto ed eliminare alla radice le componenti locali del dissenso.
Sulle componenti non locali (pacifismo apolitico e antiamericanismo) occorrerà comunque intervenire con una accorta campagna di comunicazione che naturalmente non può riguardare il solo Commissario.
La tre giorni di protesta a crescente caratterizzazione no-global svoltasi da giovedì 13 a sabato 15 settembre a Vicenza, a conclusione di un presidio-campeggio “pacifista” durato dal 6 al 16 settembre, può diventare l’ultima manifestazione di un dissenso sostenuto anche localmente; ma solo se si interviene tempestivamente per togliere le cause ragionevoli, perché fondate, di questo dissenso. Mi riferisco alle preoccupazioni relative alla viabilità di accesso al nuovo insediamento militare, che avrebbe potuto aumentare i disagi di un traffico cittadino già difficile per la conformazione storica di Vicenza, e a quelle relative all’utilizzo ai fini di ampliamento della base dell’ultima grande area verde pregiata della città. Motivi ragionevoli che vanno definitivamente separati da quelli legati all’antiamericanismo, all’antimilitarismo e/o pacifismo apolitico, cioè dai motivi che nulla hanno a che fare con le caratteristiche del nuovo insediamento militare americano a Vicenza.
Dopo i mesi di relativa tranquillità, garantiti sia dall’estate sia dalla prospettiva di soluzione meno impattante fatta intravedere dal Commissario nella sua comunicazione e nei suoi atti di autorizzazione all’avanzamento del progetto, questa è oggi di nuovo a rischio per le attività del Presidio Permanente sostenuto dai movimento no-global del Nord Est, se non italiani e oltre. E’ facile prevedere che la tensione salirà non appena si darà il via al programma di bonifica bellica dell’area già contrattualizzato.
E’ questo dunque il momento per intervenire decisamente e trasformare le prospettive di soluzione, già fatte intravedere, in soluzioni certe, a utilizzare fin d’ora anche a fini di comunicazione.
Occorre poter arrivare molto presto a dire – fondatamente – che il nuovo insediamento militare americano altro non è che un riuso, con qualche espansione, della sola area ad ovest della pista di aviazione già utilizzata dall’aeronautica militare italiana e che, quindi, l’area ad est della pista, il grande prato verde che sarebbe stato distrutto dall’intervento previsto nella proposta che ha scatenato l’opposizione locale, rimane intatto. Questa affermazione, assieme a quella già acquisita che si organizza, sia in via temporanea sia in via definitiva, una accessibilità viaria che non interferisce con la viabilità normale soprattutto quella di attraversamento del centro storico di Vicenza, toglierebbe ogni motivo di opposizione ragionevole.
Se si può aggiungere, come si deve aggiungere, che Vicenza verrà ricompensata per questo suo “sacrificio” con il completamento della tangenziale a nord della città e con eventuali altri interventi in tema di università e di sanità, il pacchetto completo dovrebbe spianare la strada al progetto.
Ma occorre poter spendere tutto e subito. Continua a leggere

Jimmy Carter, bocca della verità

“Israele possiede 150 bombe nucleari”.
Parola dell’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, come da dichiarazione rilasciata lo scorso 26 maggio a margine del festival letterario di Hay-on-Wye, in Galles.
Le sue affermazioni, riportate dal Times di Londra, contraddicono la posizione di Israele, che non ha mai ammesso di detenere armamenti atomici. Quindi, come riferisce il Guardian, Carter ha spronato l’Europa a rompere con gli Stati Uniti su tale questione. “Mica sono nostri vassalli – ha sottolineato – occupano una posizione di parità con gli Stati Uniti”, mentre a suo parere l’Unione Europea mantiene una posizione “passiva” rispetto al conflitto israelo-palestinese e la sua mancata critica all’embargo imposto alla striscia di Gaza è “imbarazzante”.

Kossiga, Carlos ed i soliti ignoti

Una decina di giorni fa, Cossiga, sicuro di essere completamente coperto dal Governo Berlusconi, ha attribuito alla Francia anzichè ad una azione congiunta USA-Israele, l’abbattimento del DC 9 Itavia su Ustica, aggiungendo nelle dichiarazioni rilasciate ai media che l’aereo partito da Bologna fu abbattuto da un missile, anzichè ad impatto, ad influenza lanciato da Mirage. Dal 1980 ad oggi, Cossiga aveva sempre sostenuto la tesi della bomba a bordo.
Una mossa, nelle intenzioni dell’arcinoto agente della CIA, destinata a dare a Sarkozy l’opportunità di rovistare negli archivi della DGSE e magari procedere all’eliminazione di qualche struttura del Ministero della Difesa che non è d’accordo con le nuove impostazioni di politica estera e militare che prevedono il rientro della Francia nel comando integrato della NATO.
La risposta non si è fatta attendere ma non è quella prevista dall’ex Ministro degli Interni (guardacaso) durante il rapimento Moro e dai suoi ispiratori. Ed ecco che escono, dal carcere di Parigi, delle dichiarazioni di Carlos, capaci di mettere in difficoltà Kossiga ed il Partito Amerikano.
Carlos è andato più in là. Nelle note scritte rilasciate al suo avvocato italiano accusa USA ed Israele, con la complicita del SISMI “deviato-filosionista”, di aver portato a termine anche la strage alla stazione di Bologna. I fatti come li riporta l’Ansa sono stati accuratamente “trattati” per confondere il diavolo e l’acqua santa e far apparire le Brigate Rosse di Via Fani come espressione di un nucleo antimperialista con solidi agganci internazionali in Medio Oriente, quando è ormai storicamente accertato che Moretti e soci ricevevano “input” e coperture da CIA e Mossad.
Per lasciare questa certezza di collusione con OLP, FPLP e RAF, le Brigate Rosse organizzarono il sequestro del generale statunitense James Dozier, che si concluse con la previstissima liberazione dell’ostaggio da parte della Polizia. Questo cercato insuccesso determinò lo scioglimento delle BR e la fine della cosidetta “lotta armata al sistema”. Una lotta armata che prevedeva la completa militarizzazione degli apparati dello Stato, una radicale smobilitazione dei quadri del SISMI ostili alla NATO e la stabilizzazione politico-istituzionale della “Repubblica Italiana”.