No alla guerra – No alla NATO

Appello di Stoccarda del 5 ottobre 2008
Fonte: csotan.org
 

In occasione del 60° anniversario della NATO vi invitiamo a venire a Strasburgo ed a Kehl nell’aprile del 2009 per manifestare contro le aggressive politiche militari e nucleari della NATO e per affermare che un mondo giusto e senza la guerra è possibile.
La NATO è un ostacolo sempre più grande alla realizzazione nella pace mondiale. Dalla fine della guerra fredda, la NATO ha tentato di ridefinirsi come strumento militare nelle mani della “comunità internazionale”, promuovendo la cosiddetta guerra contro il terrorismo. In realtà è uno strumento militare diretto dagli Stati Uniti che dispone di basi militari in tutti i continenti, scavalca le Nazioni Unite e le norme del Diritto Internazionale, incoraggia la militarizzazione e l’aumento delle spese militari: i Paesi della NATO sono responsabili del 75% delle spese militari mondiali. Perseguendo dal 1991 il suo progetto di espansione al servizio dei propri interessi strategici e del controllo delle risorse, la NATO ha intrapreso una guerra nei Balcani con l’ingannevole definizione di “guerra umanitaria” e conduce da più di sette anni una guerra brutale in Afghanistan, dove la situazione sta peggiorando tragicamente estendendosi ormai al Pakistan.
In Europa la NATO acuisce le tensioni, alimenta la corsa agli armamenti con il cosiddetto “scudo” antimissile, un arsenale militare gigantesco e la dottrina del primo colpo nucleare. La politica dell’Unione Europea è sempre più legata alla NATO. L’espansione attuale e potenziale della NATO nell’Europa dell’Est e oltre, come le sue operazioni “fuori zona”, mettono a rischio la pace mondiale. Il conflitto del Caucaso ne è un chiaro esempio. La progressione degli insediamenti NATO aumenta i rischi di guerra, compreso il ricorso alle armi nucleari.
Per realizzare il nostro progetto di mondo pacifico ci opponiamo a tutte le risposte militari alle crisi mondiali e regionali, in quanto costituiscono parte del problema e in nessun caso una soluzione. Ci rifiutiamo di vivere nella paura dell’utilizzo delle armi nucleari e rifiutiamo la nuova corsa agli armamenti. Dobbiamo diminuire le spese militari e impiegare queste risorse per affrontare le necessità vitali dell’umanità. Tutte le basi militari straniere al Paese in cui sono installate devono essere chiuse. Ci opponiamo a tutte le strutture militari utilizzate a scopo di guerra. Vogliamo democratizzare e smilitarizzare le relazioni tra i popoli e instaurare nuove forme di cooperazione pacifica per costruire un mondo più sicuro e più giusto.
Vi chiediamo di diffondere questo messaggio e di invitare tutti a venire a Strasburgo ed a Kehl per trasformare questa visione in realtà. Noi pensiamo che un mondo di pace sia possibile!

Attività proposte durante il Contro-vertice della NATO:
- Sabato 4 aprile: manifestazione
- Da giovedì 2 a domenica 5 aprile: conferenza internazionale
- Azioni di disobbedienza civile non violente
- Campo internazionale di resistenza da mercoledì 1 a domenica 5
[Qui la versione .pdf dell'appello]

Per ulteriori informazioni: notonato

Qui aggiornamenti sul programma delle attività.

Nell’ovattata campagna ferrarese tra i fiumi Po e Reno

Sorto come primo ed unico aeroporto interalleato in Italia durante la prima guerra mondiale, il destino ha voluto che l’impianto “Giuseppe Veronesi” di Poggio Renatico, in provincia di Ferrara, sia oggi sede di uno dei più importanti centri per le telecomunicazioni della NATO in Europa.
La storia dell’aeroporto militare inizia dopo la disfatta di Caporetto: i lavori di costruzione di una base per i bombardieri Caproni della Marina cominciarono nei primi mesi del 1918 sui terreni acquisiti dal Demanio Militare. Dal 1923, anno di costituzione dell’Aeronautica quale terza forza armata indipendente, l’impianto aeroportuale di Poggio Renatico – dedicato al tenente bolognese Giuseppe Veronesi, che durante la Grande Guerra si distinse come “osservatore d’aeroplano” – ospitò l’8° Stormo da bombardamento notturno.
Con la conclusione della seconda guerra mondiale il campo di aviazione venne completamente abbandonato. Solo alla fine degli anni Sessanta, vi furono costruite alcune palazzine ed installato un radar. Nel 1972, l’11° Centro Radar di Ferrara, generalmente noto con il nominativo radio “Pioppo”, venne trasferito a Poggio Renatico ed integrato nella catena di comando e controllo della NATO denominata Nadge. Essa aveva il compito di sorvegliare costantemente i confini dei Paesi appartenenti all’Alleanza Atlantica, dalla Turchia alla Norvegia.
Fu proprio la NATO che, all’inizio degli anni Novanta, finanziò il potenziamento della struttura con la costruzione di una sede protetta con tre piani interrati ed una sala operativa destinata ad ereditare i compiti del centro operativo regionale di Monte Venda, sui Colli Euganei vicino Padova. Attorno a questo nucleo prese forma il Comando Operativo delle Forze Aeree (COFA), uno dei quattro Comandi di Vertice (cosiddetti Alti Comandi) che costituiscono la struttura organizzativa dell’Aeronautica Militare Italiana (AMI). Gli altri tre sono il Comando della Squadra Aerea, il Comando Logistico ed il Comando Scuole dell’Aeronautica Militare, enti che sono tutti direttamente dipendenti dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica.

Quando fu costituito, l’1 gennaio 1998, il COFA aveva sede a Vicenza, che da oltre trent’anni ospitava il comando della 5° Forza Aerea Tattica della NATO (ATAF). La sede era poco più che formale, perché già allora il suo cuore era rappresentato dal Centro Radar di Poggio Renatico. Il COFA, attualmente diretto dal generale di squadra aerea Roberto Iacomino, assicura la pianificazione, il coordinamento e l’impiego operativo delle forze aeree assegnate per il conseguimento di specifici obiettivi nazionali (fra cui addestramenti ed esercitazioni) e l’assolvimento delle missioni sotto l’egida dell’ONU e della NATO. Esso è formato da uno Stato Maggiore che ha alle dipendenze il Reparto Operazioni, il Reparto di Supporto Operativo e la Direzione Operazioni Aeree Correnti.
Presso la base di Poggio Renatico è ubicato anche il Combined Air Operations Center 5 (CAOC 5), uno dei cinque CAOC dipendenti dal Comando delle Forze Aeree Alleate del Sud Europa. Costituito nel 1999 con la partecipazione di soli italiani, oggi è composto da personale multinazionale proveniente da tredici Paesi NATO (Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Norvegia, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Turchia ed Ungheria). Il CAOC 5 è responsabile della difesa dello spazio aereo che comprende Italia, Slovenia ed Ungheria nonché della pianificazione delle operazioni aeree ed esercitazioni NATO, in particolare per l’area balcanica. Al riguardo, va ricordato che dal 24 marzo 1999 l’ancor giovane COFA partecipò all’operazione “Allied Force” nella ex Jugoslavia, con la gestione quotidiana di 400 velivoli di una dozzina di forze aeree, gradualmente saliti a quasi 900. Tra questi vi erano anche aerei italiani impegnati in attività pudicamente definite di “difesa integrata”, ma che comprendevano in realtà ricognizioni, bombardamenti e soppressione della contraerea avversaria.
Il trasferimento delle funzioni da Vicenza a Ferrara proseguì con gradualità sino all’1 settembre 2003, quando fu completato ufficialmente. Il COFA ed il CAOC 5 costituiscono, quindi, il punto di congiunzione delle catene di comando e controllo nazionale e NATO: il comandante del CAOC 5 è lo stesso del COFA, che riassume così in sé il “doppio berretto” dell’incarico di comando nazionale e NATO. L’immagine è suggestiva, ma non dice nulla circa le enormi capacità informatiche e di telecomunicazioni presenti a Poggio Renatico. Sebbene sconosciuto ai più, il COFA è oggi uno degli enti militari più avanzati d’Italia e la recente installazione del nuovo Air Combat and Control System (ACCS) della NATO ne ha accresciuto ulteriormente l’importanza.
Tra COFA e CAOC 5, a Poggio Renatico lavorano circa 1.600 persone, pari a venti volte il personale originario di “Pioppo”. Ultima esercitazione aerea coordinata dalle due strutture è stata la “Spring Flag”, svoltasi dall’1 al 18 aprile 2008. Si tratta della più importante esercitazione fra quelle organizzate annualmente sul territorio nazionale dall’Aeronautica Militare Italiana e vi partecipano, oltre alle Forze Armate nazionali di altri Paesi NATO ed in particolare le loro aeronautiche militari, anche le realtà istituzionali italiane impegnate nel settore della sicurezza quali ad esempio il Ministero degli Affari Esteri e la Croce Rossa Italiana.

Iniziative (poco) bulgare

L’Euro-Atlantic Education Initiative (EAEI) è un Organizzazione non governativa con sede a Sofia in Bulgaria, apolitica e senza scopo di lucro, la cui finalità è quella di promuovere programmi educativi, incontri a livello di Ong, spazi di discussione e seminari sui processi di integrazione euro-atlantica e le prospettive regionali riguardo la sicurezza. Sostenendo l’azione della Bulgaria quale membro della NATO (e dell’Unione Europea), essa lavora per rafforzare la cooperazione transatlantica nell’area balcanica.
Insieme al Centro Informazioni della NATO a Sofia – la più importante struttura di intelligence statunitense presente nella “Nuova Europa” – ed all’Associazione del Trattato Atlantico, l’EAEI ha avviato un Forum sulla Sicurezza nell’Europa Centrale e Sud-Orientale denominato Balkan Mosaic. L’ambizioso progetto, che si avvale della collaborazione offerta dai Ministeri degli Esteri norvegese e danese – chissà perché proprio loro – configura un quadro di dibattito e cooperazione che raccoglie Paesi già membri NATO come la Bulgaria stessa e la Romania, altri di nuova o prossima adesione (Croazia, Albania e Macedonia) ed infine la Bosnia, il Montenegro e la Serbia. Il quinto incontro del Balkan Mosaic si è tenuto lo scorso febbraio, sempre a Sofia, in un momento cruciale per l’area balcanica, pochi giorni prima della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, con il vertice NATO di Bucarest già alle porte. L’allargamento della NATO e la capacità dei Paesi aspiranti all’adesione di soddisfare i criteri stabiliti dal relativo Piano d’Azione sono stati gli argomenti discussi quali opportunità di sviluppo per la “stabilità” a lungo termine della regione. Al dialogo hanno partecipato sia esponenti politici, in rappresentanza di partiti con diversi orientamenti, che responsabili delle Ong, tutti accomunati dalla giovane età.
Quale tutrice delle iniziative euro-atlantiche nei Balcani, emerge la figura di Avgustina K. Tzvetkova. Presidente di Balkan Mosaic oltre che di EAEI, nonché membro di varie altre fondazioni più o meno caritatevoli (ma plausibilmente sostenute dai dollari statunitensi), la dott.ssa Tzetkova vanta una significativa esperienza in campo giornalistico iniziata in tempi antecedenti al crollo del Muro di Berlino ed una recente negli apparati d’intelligence nazionali. Ella risulta, inoltre, membro fondatore del Club Atlantico di Bulgaria nel 1991 e della Gioventù Euro-Atlantica bulgara nel 1995. Un bel curriculum davvero, coronato dalla partecipazione ad un programma di formazione sulla gestione delle Organizzazioni non governative promosso dal… Dipartimento di Stato USA.

Qui, tanto per farsi un’idea, un breve resoconto della conferenza internazionale organizzata dall’EAEI presso l’Hotel Sheraton di Sofia, lo scorso 26 settembre, che ha avuto quale argomento “costi e benefici dell’appartenenza alla NATO”.

Camorrista NATO

CASAL DI PRINCIPE (Caserta) — Via Toti numero 10. Sul confine tra la municipalità di Casal di Principe e San Cipriano. La villa è circondata e protetta da un alto muro, su di un ampio perimetro. Il portone e il cancello in ferro. Gli accessi sono sorvegliati dall’interno da telecamere ultima generazione. Potrebbe essere una delle tante villone che riempiono gli spazi di questa regione del casalese: costruite come fortini, ricordano la logica medioevale a difesa del clan, piegate su se stesse, affacciate su quello che viene chiamato “il luogo”, la corte interna. Con una differenza però. Questa è una delle proprietà immobiliari note della famiglia di Antonio Iovine, classe 1964, detto “ninno” perché piccolo di statura, tra i più pericolosi boss d’Italia, ricercato da oltre 12 anni. E con una peculiarità ancora più curiosa: la villa è ormai da tempo affittata ad ufficiali americani in servizio nelle vicine basi NATO. «Paradossale e assurdo, no? Le casse della NATO, cui contribuisce anche il governo italiano, alimentano quelle della camorra organizzata», dice Franco Roberti, coordinatore della direzione distrettuale antimafia di Napoli. Un fatto noto al comando provinciale dei carabinieri di Caserta, che assieme alla magistratura da tempo cercano di mettere sotto sequestro i beni della camorra, comprese le ville affittate alla NATO.

Quante? «Probabilmente centinaia — commenta il colonnello Carmelo Burgio, ex comandante della missione dei carabinieri a Nassiriya che da oltre 4 anni dirige gli oltre 1.360 carabinieri della provincia —. Con introiti milionari per la malavita locale, che così riesce a riciclare in modo pulito gli introiti delle sue attività illecite. Solo l’anno scorso, nel marzo 2007, riuscimmo a sequestrare beni pari a cento milioni di euro del clan Bianco-Corvino e a localizzare una cinquantina delle loro ville, che erano state acquistate grazie ad un largo giro di truffe alle assicurazioni auto. Di queste oltre 40 erano state affittate a militari americani stanziati nelle basi NATO campane. Oggi quasi tutte sono ancora abitate da ufficiali USA con le loro famiglie. Ma gli affitti, che sono alti per queste regioni e variano in genere dai 1.500 agli oltre 3.000 euro mensili, vanno ora ad un fiduciario dello Stato». Alla procura di Napoli sospettano tra l’altro che anche il clan di Giuseppe Setola, considerato tra gli autori del massacro di sei giovani di colore poche settimane fa, abbia affittato alla NATO. «Occorre capire chi sono gli intermediari della camorra presso gli americani », dice preoccupato Raffaele Cantone, magistrato di Cassazione esperto dei Casalesi. La villa di via Toti ha un iter molto particolare. «Antonio Iovine, assieme a Michele Zagaria, detto ” Capa storta”, e gli Schiavone è al comando della camorra casalese. Si arricchiscono anche con gli affitti alla NATO», dicono i carabinieri. «Calcoliamo che quella dove vive la famiglia di Iovine, sempre tra Casal di Principe e San Cipriano, valga almeno un milione di euro e quella molto vicina di via Toti oltre 800mila. Nell’aprile di quest’anno gli abbiamo sequestrato beni per il valore di 80 milioni di euro. Ma il giudice per le indagini preliminari ci ha negato i sequestri delle ville. In particolare, per quella intestata alla madre di Iovine e affittata agli americani, ci è stato detto che non ci sono prove sufficienti per dimostrare che è stata comprata con fondi sporchi», specifica il tenente dell’Arma Giuseppe Tomasi, da oltre trent’anni impegnato nella lotta alla camorra.
(…)

Estratto da “Ufficiali NATO in affitto nella villa del boss”, di Lorenzo Cremonesi.

Il primo contratto per l’F-35

Il primo contratto per la produzione delle ali del cacciabombardiere F-35 Joint Strike Fighter (JSF), firmato da Robert Bolz per Lockheed Martin e Giancarlo Anselmino per Alenia Aeronautica, vale 15 milioni di dollari, mentre nessun dettaglio è giunto finora sugli altri sviluppi italiani del programma.
L’aeronautica e la marina italiane pianificano al momento l’acquisto di 74 F-35A convenzionali e 57 F-35B a decollo corto/atterraggio verticale, destinati a sostituire dal 2013-2014 gli AMX del 32° Stormo e gli AV-8B imbarcati.
Il contratto siglato alla fine di settembre è il primo di una serie che gradualmente, attraverso i lotti Low Rate Initial Production (LRIP) da 2 a 6, porterà l’azienda torinese a diventare la seconda fonte di produzione per le ali del JSF: un ruolo che allo stato attuale potrebbe raggiungere le 1.200 serie per un valore di sei miliardi di dollari nell’arco di venticinque anni. Nella LRIP 2 saranno coinvolti gli stabilimenti Alenia di Nola (NA) e Foggia, quelle successive coinvolgerà anche Caselle (TO) e Casoria (NA). Dalla fase LRIP 3 partiranno anche i contratti per i sottosistemi, nella quale saranno coinvolte aziende italiane quali Selex Galileo, Selex Comms, Sirio Panel e Aerea.
Dal proprio canto Alenia continua a quantificare l’impatto occupazionale in Italia del programma JSF a pieno regime in 10.000 persone. Per realizzare invece la Final Assembly and Check Out (FACO) presso l’aeroporto militare “Natale e Silvio Palli” di Cameri, in provincia di Novara – una struttura di 60.000 mq coperti e 500 persone specializzate sulla quale il governo italiano dovrà decidere entro fine anno per consentire l’avvio dei lavori nei primi mesi del 2009 e le prime consegne di aerei completi a fine 2013 – si parla di un investimento di ben un miliardo di dollari.
Dal punto di vista della produzione, la FACO consentirebbe di svolgere in Italia il montaggio delle sezioni costruite in USA, Gran Bretagna e Italia, ma anche l’applicazione dei delicatissimi trattamenti esterni che conferiscono al JSF le sue caratteristiche di bassa osservabilità. La FACO, che al momento lavorerebbe per Italia e Olanda, potrebbe poi diventare il polo manutentivo e logistico europeo.

Nel frattempo, oltre oceano si sprizza ottimismo da tutti i pori.
Lockheed Martin ci fa sapere che il primo F-35 ha ultimato tutti i test pianificati nella base aerea di Edwards, in California, dimostrando che il velivolo, l’equipaggio di supporto ed il personale militare e civile sono pronti per ulteriori e più approfonditi collaudi di volo che si prevedono nell’immediato futuro.
“Questa fase iniziale di collaudi nella base è solo l’inizio”, ha detto Doug Pearson, vice presidente dell’F-35 Integrated Test Force della Lockheed Martin. “L’eccezionale performance del velivolo e di quelli che lo supportano dimostra che la squadra è pronta per le attività dei test di volo – che stanno progredendo a grandi passi – programmate presso la base aerea di Edwards e presso la stazione aerea navale di Patuxent River nel Maryland”. Entro la fine del 2009, tutti i 19 velivoli F-35 da collaudo saranno completati e le attività per testare i voli si intensificheranno nel periodo 2013-2014, nel rispetto dei tempi previsti.

Per “festeggiare” il centenario dell’aeroporto di Cameri (e la relativa base NATO ivi ospitata), iniziativa a Novara il prossimo sabato 1 novembre.

Il declino della reputazione americana: perché?

Lo scorso 11 giugno 2008, è stato pubblicato il primo di tre rapporti sull’immagine internazionale degli Stati Uniti d’America elaborati dal Subcomitato sulle Organizzazioni Internazionali, i Diritti Umani e la Vigilanza del Comitato per gli Affari Esteri operante presso la Camera dei Rappresentanti.
I prossimi due rapporti elaborati dallo stesso Subcomitato avranno come tema, rispettivamente, l’impatto del declino di immagine sugli interessi nazionali statunitensi e le raccomandazioni per recuperare credibilità.

La versione integrale di questa indagine rivelatrice è qui.
Quale presentazione, ecco un breve stralcio dal capitolo introduttivo:

Successivamente all’attacco dell’11 Settembre 2001, ci furono una simpatia ed un sostegno mondiale per gli Stati Uniti. Ciò fu riassunto bene dal titolo del quotidiano francese Le Monde “Siamo tutti Americani”.
Da allora, i sondaggi condotti dal governo statunitense e da rispettati enti privati hanno rivelato un declino precipitoso nella propensione verso gli Stati Uniti e la loro politica estera. Le percentuali generalmente positive avutesi fra gli anni Cinquanta ed il 2000, sono diventate per lo più negative dopo il 2002. Come testimoniato nelle dieci audizioni con sondaggisti ed analisti regionali, al Subcomitato è stato riferito che “non abbiamo mai visto numeri così bassi”.

L’inversione è senza precedenti e generalizzata:
- un calo di popolarità del 45% in Indonesia, 41% in Marocco, 40% in Turchia e 27% in Gran Bretagna;
- tra i musulmani della Nigeria, l’opinione favorevole è diminuità di 33 punti, dal 71 al 38%, nel giro di otto mesi;
- in Europa, un aumento di 26 punti dell’opinione secondo cui la leadership statunitense negli affari mondiali non è desiderabile;
- l’impopolarità è cresciuta fino al 82% nei Paesi arabi e l’86% delle classi dirigenti latino-americane adesso considera le relazioni con gli Stati Uniti in maniera negativa;
- nel 2002, l’83% dei Paesi aveva una maggioranza di cittadini propizi verso gli Stati Uniti; nel 2006, solo il 23% ha una maggioranza che ritiene positiva l’influenza americana.

Per quanto gli Stati Uniti non possano basare la loro politica estera sui sondaggi d’opinione – sia domestici che effettuati all’estero – questa propensione fortemente negativa verso la politica estera americana è al tempo stesso una responsabilità ed il segnale che qualcosa è andato veramente storto. Che cosa è accaduto? Perché, come ci si chiede spesso, ci odiano?

Il rapporto si conclude con la seguente, illuminante, indicazione da parte degli autori:

Gli Stati Uniti non dovrebbero determinare la loro politica sulla base di ciò che il pubblico pensa essa dovrebbe essere, specialmente non sulla base dell’opinione pubblica di Paesi stranieri, ma piuttosto scegliere quella politica fondata su ciò che è giusto, giusto per il popolo degli Stati Uniti, e che servirà la comunità internazionale nel lungo periodo.

Niscemi, il MUOS e l’egemonia globale statunitense

“In Sicilia l’ultima tappa del processo di militarizzazione dello spazio e di rilancio delle guerre stellari e delle strategie di “primo colpo” nucleare. A due passi dal centro abitato di Niscemi (Caltanissetta) sta per sorgere infatti una delle stazioni di controllo terrestre del Mobile User Objective System MUOS, il sofisticato sistema di comunicazione satellitare ad altissima frequenza (UHF) delle forze armate USA che integrerà comandi, centri d’intelligence, radar, cacciabombardieri, missili da crociera, velivoli senza pilota, ecc., con l’obiettivo di perpetuare la superiorità offensiva degli Stati Uniti d’America.
(…)
L’area prescelta per la stazione terrestre MUOS ricade nell’antico feudo Ulmo di Niscemi dove dal 1991 esiste una delle più grandi stazioni di telecomunicazione della Marina USA nel Mediterraneo. Si tratta della “Naval Radio Transmitter Facility (NRTF) N8″, utilizzata per le trasmissioni in alta e bassa frequenza (HF ed LF) dei comandi e delle forze militari operanti in una vastissima area compresa tra il Mediterraneo, l’Asia sud-occidentale, l’Oceano Indiano e l’Oceano Atlantico. Attualmente a Niscemi sono installate 41 antenne di trasmissione HF ed una LF; il centro di telecomunicazione è sotto il controllo della U.S. Naval Computer and Telecommunication Station Sicily (NAVCOMTELSTA – NCTS Sicily) che ha sede a NAS II Sigonella. NCTS Sicily assicura le comunicazioni supersegrete e non, delle forze di superficie, sottomarine, aeree e terrestri e dei centri C4I (Command, Control, Computer, Communications and Intelligence) di Stati Uniti ed alleati NATO. “Essendo parte della Navy’s ForceNet Vision – si legge nel sito ufficiale della base di Sigonella – NAVCOMTELSTA Sicily lega insieme sensori, piattaforme di comando e controllo, decision makers, sistemi d’arma che permettono di progredire nella Guerra Globale al Terrorismo”. Le infrastrutture dei centri di Sigonella e Niscemi “forniscono il supporto tattico C4I al Comando Navale USA in Europa (COMUSNAVEUR), ai Comandi della V e VI Flotta (COMFIFTHFLT e COMSIXTHFLT), al Comando delle forze aeree nel Mediterraneo (COMFAIRMED), ai Comandi del 7° e 8° Gruppo Sottomarino (COMSUBGRUs 7 and 8), al CTF 67, al VP Squadron ed ai 44 Tenant Commands attraverso la comunicazione nelle frequenze LF, HF, UHF, EHF ed SHF”.
A seguito della chiusura della stazione della US Navy di Keflavik (Islanda), nel dicembre 2006 sono state assegnate a NAVCOMTELSTA Sicily tutte le funzioni di collegamento LF con i sottomarini strategici USA operanti nella regione atlantica. I centri di Sigonella e Niscemi sono stati integrati al Submarine Automated Broadcast Processing System (ISABPS), il sistema che globalmente permette ai sottomarini di ricevere messaggi ed ordini mentre navigano in immersione. La stazione di Niscemi, essendo l’unica struttura della US Navy nel bacino mediterraneo con particolari caratteristiche, ha assunto un ruolo chiave nel potenziamento delle comunicazioni dei sottomarini nucleari USA (Under Sea Warfare – USW communication) e dei diversi centri di supporto tattico (TSCOMM), delle operazioni aeroterrestri della vicina base di Sigonella NASSIG, e di quelle della Broadcast Control Authority (BCA).
Niscemi contribuisce pure ad ottimizzare le comunicazioni in bassa frequenza delle unità dell’US Air Force, di altri organismi appartenenti al Dipartimento della Difesa e del Sistema Interoperativo Sottomarino dell’Alleanza Atlantica (NATO Interoperable Submarine Broadcast System – NISBS). I sistemi di telecomunicazione installati a Niscemi sono stati inseriti nel cosiddetto “Minimum Essential Emergency Communication Network”, il sistema concepito dagli Stati Uniti per sopravvivere a un attacco ed esercitare il controllo sulle opzioni nucleari strategiche.
(…)
Con l’installazione della stazione terrestre del MUOS, Niscemi farà l’ennesimo salto di qualità, e si affermerà come una delle maggiori infrastrutture di guerra a livello planetario. Secondo quanto affermato dagli alti comandi della US Navy, “il Mobile User Objective System fornirà un sistema universale e multi-service a terminali e siti mobili e fissi per i servizi di telecomunicazione satellitare (SATCOM)”. Il sistema assicurerà così “una considerevole crescita delle odierne capacità di comunicazione satellitare così come un significativo miglioramento dell’operatività dei piccoli terminali”. Si tratta a tutti gli effetti di un sistema che fornirà servizi di telefonia cellulare alle forze militari utilizzando i satelliti che opereranno come “cell towers” nello spazio. Nello specifico, il MUOS Ground System – di cui la stazione di Niscemi sarà elemento chiave – assicurerà le comunicazioni ed i controlli interfaccia tra i satelliti MUOS e le reti di telecomunicazioni del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti con base a terra. “Il sistema MUOS è parte dell’architettura di trasformazione delle comunicazioni satellitari militari”, spiega l’ammiraglio Victor See Jr., responsabile del settore ricerca, sviluppo ed acquisizione spaziale della Marina USA. “Stiamo realizzando il MUOS a partire dalle infrastrutture terrestri associate per poi connetterlo ai terminal e ai siti periferici JTRS (Joint Tactical Radio System) del servizio UHF. Le comunicazioni ad altissima frequenza sono uno dei principali obiettivi di interconnessione con gli utenti mobili – esercito, marina ed aeronautica militare – nei teatri periferici di guerra. Il primo satellite MUOS sarà lanciato entro il dicembre 2009 e la piena operatività orbitale avverrà nel marzo 2010.
Quando il sistema sarà pienamente operativo (2014) ci sarà una coppia di sistemi satellitari che garantiranno il trasferimento di informazioni dalle unità di guerra operanti a terra o in mare verso lo spazio e da lì ai terminali terrestri. Il sistema MUOS utilizzerà anche tecnologia di tipo commerciale”.
(…)
La progettazione e la realizzazione del segmento terrestre del sistema MUOS è stato affidato alla General Dynamics, altra potente società del complesso militare industriale statunitense. Lo scorso mese di agosto, la General Dynamics ha annunciato di aver completato l’installazione di tre antenne satellitari giganti presso la base di Wahiawa, Hawaii, nota come”Naval Computer and Telecommunications Area Master Station Pacific”.
“Wahiawa è la prima delle quattro stazioni terrestri che saranno equipaggiate con antenne satellitari del sistema MUOS”, si legge nel comunicato stampa emesso da General Dynamics. “Le altre stazioni MUOS saranno realizzate a Norfolk, Virginia, Geraldton, Australia e Niscemi, Italia”.”

Da Sorgerà a Niscemi la stazione terrestre USA del piano di riarmo spaziale MUOS, di Antonio Mazzeo.

In un successivo articolo, pubblicato l’11 ottobre, Mazzeo segnala che le prime opere di movimentazione terra e di predisposizione delle piattaforme per l’installazione del MUOS (costo complessivo del progetto: 43 milioni di dollari) hanno già preso il via lo scorso 19 febbraio.
Oltre all’impatto per ora ignoto delle onde elettromagnetiche della stazione radar sulla salute umana e sull’ambiente circostante, l’autore sottolinea gli spropositati consumi di gasolio. Stando ai dati forniti dal Pentagono, si parla di 2.100.000 litri nel periodo compreso tra il 2003 ed il 2005, una cifra nettamente superiore a quella di altre importanti infrastrutture per le telecomunicazioni che gli Stati Uniti possiedono in Italia, quali Napoli Capodichino (550.000 litri) e isola di Tavolara (300.000).
Facile, lo pagano il 65% in meno!

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Tre miliardi di dollari che alla fine potrebbero diventare sei. È quanto costerà il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS (Mobile User Objective System), che la Marina Militare degli Stati Uniti d’America prevede di realizzare entro la fine del 2012. È un programma ambiziosissimo, elemento chiave delle future strategie di guerra nello spazio e in ogni angolo del pianeta.
Il MUOS assicurerà il trasferimento d’informazioni e dati ad una velocità mai raggiunta nella storia delle telecomunicazioni e consentirà alle forze armate statunitensi di rafforzare ulteriormente la propria superiorità militare. Perlomeno sulla carta, visto che tutta una serie d’imprevisti progettuali e tecnici ne stanno ritardo l’entrata in funzione. Intanto però il MUOS si è convertito in uno dei più lucrosi affari per i colossi dell’industria militare: la Lockheed Martin e la Boeing, che si occupano della costruzione e messa in orbita dei satelliti; la General Dynamics, che sta realizzando i quattro terminal terrestri; la Harris Corporation, che invece fornirà le potentissime antenne ad altissima frequenza (UHF), la cui incompatibilità con l’uomo e l’ambiente è cosa ormai accertata.
Un business ad esclusivo appannaggio del made in USA, mentre i due Paesi stranieri che hanno avuto l’ardire di ospitare le stazioni terrestri del sofisticato sistema satellitare (Australia e Italia) dovranno accontentarsi di qualche spicciolo (e delle radiazioni elettromagnetiche…). Per installare il terminal a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, il Pentagono ha riservato un budget di “appena” 13 milioni di dollari. Nonostante l’inesistenza d’informazioni del governo Berlusconi e delle autorità statunitensi attorno all’infausto progetto militare, è possibile conoscere l’identità delle uniche imprese italiane chiamate ai lavori di esecuzione. Queste hanno scelto di darsi un nome non certo originale ma che perlomeno esplicita le finalità della loro azione: “Consorzio Team MUOS Niscemi”. Dal maggio 2008 curano presso la stazione di telecomunicazioni NRTF dell’US Navy di contrada Ulmo, la “realizzazione di un’infrastruttura preparatoria all’installazione di 3 antenne satellitari, comprensiva di opere di fondazioni e basamenti speciali, impianti idrici, elettrici, fognari e antincendio”, nonché i lavori di “prevenzione per l’erosione superficiale e il drenaggio”. Quando i lavori saranno completati, Niscemi ospiterà antenne circolari e torri radio che collegheranno i Centri di Comando e Controllo delle forze armate USA, i centri logistici e gli oltre 18.000 terminali militari radio esistenti, con i gruppi operativi in combattimento, i cacciabombardieri in volo e gli aerei senza pilota che opereranno dalla vicina base di Sigonella.

Da Premiato Consorzio Team MUOS Niscemi, sempre dell’ottimo Antonio Mazzeo.

Collaborazionisti dentro il Dal Molin

Vicenza, 22 ottobre – Le ruspe sono entrate in azione all’interno dell’area dell’aeroporto Dal Molin di Vicenza, dove deve sorgere la nuova base militare americana.
Lo hanno reso noto i militanti del coordinamento ‘No Dal Molin’, contrari al progetto. Al momento è stata già abbattuta una palazzina e sta per essere smantellata una strada di collegamento tra alcuni degli edifici interni all’area aeroportuale. Secondo le informazioni riferite dai ‘No Dal Molin’ alle demolizioni delle strutture stanno lavorando tre ruspe ed alcuni camion. ”Le demolizioni -
affermano i contrari alla base – sono la miglior metafora di quanto sta avvenendo a Vicenza: gli statunitensi vogliono demolire il patrimonio della città per realizzare un nuovo strumento di guerra”.
Il coordinamento terrà domani una conferenza stampa, nella sede del presidio permanente, per annunciare la propria risposta a questa nuova fase del braccio di ferro sulla Ederle 2. Venerdì pomeriggio, inoltre, i ‘No Dal Molin’ si porteranno sulla rotatoria di Viale Ferrarin – principale via d’accesso all’aeroporto – per incontrare i lavoratori e i tecnici incaricati delle demolizioni ”e guardarli negli occhi”.
(ANSA)

NESCO per NATO

Dopo aver letto attentamente tutte le voci di quei due elenchi di incarichi affidatile (progetti e servizi), almeno uno che non fosse inserito nel quadro delle infrastrutture USA-NATO presenti in Italia siamo riusciti a trovarlo: le nuove sale operatorie della clinica Villa Margherita di Roma.
Si tratta della Nesco International, società di ingegneria ed architettura con sede nella capitale, che lavora in completa sinergia con i propri committenti atlantici nei campi della progettazione, delle consulenze e dei servizi di ingegneria.

Abu Omar, la CIA e la sovranità italiana

“Il rapito, in questo caso, è (o era) un imam quarantaduenne, Hassan Mustafa Osama Nasr, noto anche con il nome di Abu Omar. Nel 1991, se non prima, Omar aveva lasciato l’Egitto per l’Albania, perché apparteneva all’organizzazione islamica fuorilegge Jamaat al-Islamiya ed era ricercato dalla polizia. A Tirana aveva lavorato per circa quattro anni al servizio di enti di beneficenza islamici e non sembra aver preso parte ad alcuna attività criminosa. Dopo 1’11 settembre, l’amministrazione Bush incluse gli enti per cui Omar lavorava tra quelli che sostenevano il terrorismo. A Tirana, intanto, aveva sposato una donna albanese, Marsela Glina, da cui aveva avuto una figlia e un figlio.
Nel 1995, dietro sollecitazione della CIA, i servizi segreti albanesi proposero a Omar di diventare informatore, e lui accettò prontamente. Gli albanesi non lo pagarono, ma lo aiutarono ad appianare un contenzioso che aveva con la proprietaria dei locali di una panetteria da lui avviata e, dopo il matrimonio con un’albanese, lo misero in regola con il permesso di soggiorno. Abu Omar fu il primo arabo disposto a denunciare i propri soci agli albanesi, e le informazioni fornite dagli albanesi alla CIA con l’aiuto dell’egiziano accrebbero notevolmente la reputazione dei loro servizi segreti agli occhi degli americani. Eppure, poche settimane dopo, per ragioni ignote – forse perché gli esiliati islamici suoi amici avevano saputo della sua collaborazione con la polizia – fuggì con la famiglia dall’Albania. La CIA informò in seguito gli albanesi che Abu Omar si trovava in Germania. Nel 1997 ricomparve a Roma, dove gli fu garantito lo status di rifugiato politico. Di lì a poco si trasferì a Milano, che è il principale centro di attività islamistiche in Italia, e cominciò a predicare in una moschea che era già considerata punto di ritrovo per estremisti politici e religiosi. La polizia antiterrorismo italiana gli mise il telefono sotto controllo e piazzò microfoni e microspie in casa sua e in un’altra moschea in cui Abu Omar andava a predicare. Benché ritenesse di avere prove sufficienti ad arrestarlo con l’accusa di «associazione terroristica», la polizia temporeggiò perché tramite intercettazioni stava raccogliendo informazioni di grande interesse che, oltretutto, stava condividendo con la CIA.
Lunedì 17 febbraio 2003, poco dopo mezzogiorno, Abu Omar stava percorrendo via Guerzoni, diretto a una moschea per le preghiere quotidiane, quando fu fermato da un carabiniere. Secondo Armando Spataro, il pubblico ministero di Milano che indaga sulla vicenda, il carabiniere era stato ingaggiato dalla CIA perché avvicinasse Abu Omar con la scusa di un normale controllo dei documenti. La partecipazione di questo agente italiano, nome in codice «Ludwig», ha suscitato il sospetto che il Sismi, il servizio segreto militare italiano, stesse cooperando con gli americani. L’ufficio dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi ha sempre negato qualsiasi intervento, ma i pubblici ministeri milanesi ne dubitano e proseguono nelle loro indagini.
Secondo la testimonianza di un passante, due uomini che parlavano un «pessimo» italiano sbucarono da un furgone bianco parcheggiato, spruzzarono una sostanza chimica sul viso di Omar e lo caricarono a forza sul furgone, che ripartì a tutta velocità seguito da almeno un’auto o forse due. Tra le due e le cinque del pomeriggio, il furgone partì in direzione nord-est verso la base NATO di Aviano, dove era atteso da un ufficiale dell’aeronautica USA, il tenente colonnello Joseph Romano, il quale lo scortò fino all’imbarco. Abu Omar fu fatto salire su un Learjet civile e trasportato nella base aerea di Ramstein, in Germania. Lì fu trasferito su un Gulfstream civile che partì alle 20.30, quella sera stessa. Quando arrivò al Cairo nelle prime ore del mattino del 18 febbraio, Abu Omar fu preso in consegna dalle autorità egiziane. Ad accompagnare Omar in Egitto, a bordo del Gulfstream, c’era anche il capo dell’ufficio CIA di Milano Robert Lady.
Nonostante i leader politici italiani abbiano fermamente assicurato di non aver collaborato in alcun modo a questo rapimento, è evidente che le autorità di polizia sapevano molte cose al riguardo. Il team di sequestratori, autisti e sorveglianti della CIA, composto da diciannove persone, ha lasciato una strabiliante quantità di tracce, che indicano la loro totale indifferenza rispetto al rischio di poter essere individuati. Il primo agente arrivò a Milano il 7 dicembre 2002 e, secondo gli atti della procura, prese alloggio al Westin Palace. Gli altri cominciarono ad arrivare all’inizio di gennaio e il 1° febbraio erano già praticamente tutti in loco. Non alloggiarono in case private o in luoghi qualsiasi, bensì in hotel milanesi a quattro stelle come l’Hilton (340 dollari a notte) e lo Star Hotel (325 dollari a notte) . Sette americani scesero al Principe di Savoia – noto come «uno dei più lussuosi hotel del mondo» – per periodi compresi fra i tre giorni e le tre settimane al prezzo medio, per notte, di 450 dollari. Mangiando in ristoranti raffinatissimi, accumularono spese per 144.984 dollari, pagati per mezzo di carte Diners Club che erano state consegnate loro insieme ai passaporti falsi. In tutti gli hotel, il personale fotocopiò i loro passaporti, e fu così che la polizia italiana ottenne, se non i loro veri nomi, almeno le loro fotografie. Dopo il trasferiménto di Abu Omar ad Aviano, quattro americani andarono a Venezia, prendendo stanze in hotel lussuosissimi, mentre altri si presero una vacanza in luoghi assai pittoreschi della costa settentrionale toscana, sempre a spese del governo.
Ancora più imbarazzante fu il fatto che l’ambasciata americana di Roma aveva fornito agli agenti CIA un gran numero di telefoni cellulari italiani, tramite i quali essi comunicarono prima per organizzare i dettagli del rapimento, poi nel corso dell’operazione e, infine, durante il trasferimento ad Aviano. Tutte le loro conversazioni furono registrate dalla polizia italiana. Nessuno sa spiegare questa totale mancanza di professionalità.”

Estratto da Nemesi, di Chalmers Johnson, Garzanti, 2008, pp. 175-178.

ULTIM’ORA:
Giuseppe Scandone, ex capo di gabinetto del SISMI, sentito lo scorso 15 ottobre come testimone nel processo sul sequestro dell’ex imam di Milano Abu Omar, ad una domanda della difesa dell’ex direttore del servizio segreto militare, Nicolò Pollari, ha opposto il segreto di Stato.
Il giudice, Oscar Maggi, deciderà domani se il funzionario – capo di gabinetto del SISMI proprio quando Pollari era il direttore – debba rispondere o meno. Uno dei legali di Pollari ha chiesto se questi avesse impartito ordini o direttive in relazione ad operazioni illegali per combattere il terrorismo, le extraordinary renditions, come quella di cui è stato vittima Abu Omar. A quel punto il funzionario ha opposto il segreto di Stato.
I difensori degli imputati hanno depositato una lettera del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ai ministri della Difesa, dell’Interno ed ai vertici dei servizi segreti, in cui si ricorda ai funzionari pubblici il dovere di apporre il segreto di Stato sui rapporti tra servizi segreti italiani e stranieri. Ricordando quanto scritto dal suo predecessore, Romano Prodi, nella lettera Berlusconi sosterrebbe che il segreto di Stato non riguarda il fatto in sé del sequestro, ma i rapporti in funzione della lotta al terrorismo tra gli apparati di intelligence. Sempre nella lettera, si invitano i funzionari pubblici citati come testimoni ad avvertire qualora ci fosse l’eventualità che le domande riguardino, per l’appunto, i rapporti tra i servizi segreti italiani e stranieri.

AGGIORNAMENTO 17/11/2008:
Milano (Reuters) – Nell’ambito del processo per il rapimento dell’ex imam di Milano Abu Omar, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi conferma l’esistenza del segreto di Stato su ordini e direttive impartite dall’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari ai suoi uomini per impedire l’uso di mezzi e modalità illecite nella lotta al terrorismo e in relazione alle “renditions”.
Facendo riferimento al segreto di Stato opposto da un testimone del processo — l’ex funzionario del Sismi Giuseppe Scandone — Berlusconi in una lettera indirizzata al giudice milanese Oscar Magi, ha detto: “Ritengo che il segreto di Stato sia stato correttamente opposto dal testimone e pertanto dichiaro espressamente di confermarlo ai sensi dell’articolo 202, comma 3 del codice penale”.
Nella lettera, datata 15 novembre e depositata agli atti del processo, Berlusconi risponde all’ordinanza del 22 ottobre scorso nella quale Magi gli chiedeva di confermare il segreto di Stato opposto dallo stesso Scandone.
(…)
Nella lettera inviata a Magi, Berlusconi inoltre contesta “decisamente l’esistenza di qualunque ambiguità mia e del mio predecessore nell’apposizione del segreto di Stato”.
“La opposizione del segreto si fonda sulla duplice esigenza di riserbo che deve, da un lato, tutelare gli interna corporis di ogni servizio, ponendo al riparo da indebita pubblicità le sue modalità organizzative e operative, dall’altro e soprattutto, preservare la credibilità del servizio nell’ambito dei suoi rapporti internazionali con gli organismi collegati. Ove l’assoluto riserbo venisse meno l’efficacia operativa dei servizi sarebbe gravemente compromessa”, ha scritto ancora il premier.
Il giudice Magi nella sua ordinanza faceva riferimento alla lettera — inviata da Berlusconi al ministro dell’Interno, a quello della Difesa e ai servizi segreti — in cui il presidente del Consiglio si rivolgeva ai dipendenti pubblici dicendo che è un dovere opporre il segreto di Stato in materia di rapporti tra i servizi segreti italiani e stranieri in materia di terrorismo.
“Premetto che non ho ancora letto la lettera di (Silvio) Berlusconi, ma in linea generale se si conferma il segreto di Stato sulle circostanze già indicate, si conferma che Pollari non può addurre a propria discolpa elementi fondamentali per la propria difesa in quanto coperti da segreto di Stato”, ha commentato Nicola Madia, legale di Pollari.
Intanto, la Corte Costituzionale deve pronunciarsi su un conflitto di attribuzioni di poteri tra governo e magistrati relativa, tra l’altro, alla decisione di estendere il segreto di Stato su una serie di atti che ne rendono impossibile l’acquisizione da parte dei pm come prove davanti al giudice.

Grande Fratello atlantico alle falde del Vesuvio

Dal prossimo anno i dipendenti della pubblica amministrazione italiana saranno dotati di una carta d’identità elettronica per poter utilizzare in sicurezza i sistemi informatici.
E’ questo uno dei numerosi aspetti dei problemi legati alla “sicurezza informatica”, emersi nel corso di una conferenza svolta lo scorso 11 giugno presso l’Accademia Aeronautica di Pozzuoli con la partecipazione di esperti provenienti da ambienti accademici, scientifici, industriali e militari.
L’evento, organizzato dall’Unione industriali di Napoli e dall’Agenzia delle telecomunicazioni e servizi informativi (NCSA) della NATO ha avuto come tema: Sicurezza informatica: problematiche e prospettive (le possibili sinergie tra istituzioni ed imprese).
La conferenza ha pienamente raggiunto il suo obiettivo in quanto ha consentito di gettare le basi per una possibile concreta cooperazione tra l’Unione industriali, la Regione Campania e la NATO nel campo della ricerca e sviluppo sui sistemi di sicurezza informatica.

Intervista a Zbigniew Brzezinski

Intervista a Zbigniew Brzezinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, sull’eredità di Bush e sul perché appoggi Obama contro McCain.
Di Michael Mechanic per Mother Jones.

Mother Jones: E per quanto riguarda le condizioni del nostro esercito all’estero? Abbiamo una grande presenza all’estero: quasi 800 basi in giro per il mondo. Siamo l’unico Paese a farlo. Crede che sia necessario o saggio?
Zbigniew Brzezinski: Potrebbe essere utile per il prossimo presidente passare in rassegna le dimensioni e l’efficacia dei nostri sforzi difensivi. C’è un che di preoccupante in una situazione in cui un solo Paese, che ha circa il 5% della popolazione mondiale, è responsabile di più del 50% della spesa militare mondiale. C’è qualcosa di bizzarro, in questo. Forse ha a che fare con il ruolo che dobbiamo svolgere nel mondo, il fatto che dobbiamo avere una spesa militare molto ma molto grande. Però bisogna semplicemente chiedersi se è davvero necessario che sia così. Mi ha stupito la frequenza e la pervasività di pubblicità pomposamente patriottiche per l’industria della difesa, solitamente accompagnate da deferenti saluti agli uomini e alle donne che stanno sacrificando le loro vite per difenderci. Siamo attualmente la potenza più orientata militarmente. Ma abbiamo davvero bisogno di tutto questo per la nostra sicurezza?

MJ: Per quanto riguarda l’Irak, abbiamo costruito molte di quelle che possono solo essere definite basi permanenti…
ZB: Basi permanenti possono diventare impermanenti.

MJ: Pensa che il piano sia questo?
ZB: Non è il piano, ma il fatto che costruiamo qualcosa non significa che deve esistere per sempre. Penso che se vinceranno i democratici non dovremo mantenere basi permanenti in Irak nei modi e nelle dimensioni che Bush sta forse ora progettando. Se firma degli accordi con Maliki lei pensa che il Congresso democratico li avallerà?

MJ: Vedremo.
ZB: Io penso che lo sappiamo.

MJ: Un’ultima domanda sulle nostre basi. Cosa pensa che potrebbe succedere se dovessimo cominciare a eliminare la nostra presenza militare?
ZB: Non eliminerei la nostra presenza militare. Ci sono molti luoghi nel mondo in cui è nel nostro interesse essere presenti e dove siamo i benvenuti. Il problema è: abbiamo bisogno di essere presenti ovunque nelle proporzioni attuali, abbiamo bisogno di spendere nella difesa quello che stiamo spendendo? Soprattutto se guardiamo ad altri aspetti della società americana: la decadenza delle infrastrutture, il sistema ferroviario sempre più obsoleto, i servizi aerei sovraccarichi, e così via. E se aggiungiamo a questo le potenziali conseguenze della malaccorta politica nei confronti dell’Iran, di qui a non molto penseremo ai 4 dollari per gallone di benzina come a un affare. Perché ne staremo pagando 10.”

L’intervista, nella sua versione integrale, si può leggere qui.

Del “nostro” è appena stato pubblicato in Italia L’ultima chance. La crisi della superpotenza americana, Salerno editrice.
Ne riparleremo.

NATO Response Force

La NATO Response Force (NRF) – la cui creazione venne decisa nel Vertice NATO di Praga del 2002 – è una forza militare congiunta di elementi terrestri, marittimi ed aerei che può essere disegnata sulla base di specifiche missioni e dispiegata rapidamente ovunque richieda il Consiglio Nord Atlantico. Unità delle forze speciali costituiscono una componente addizionale che può essere utilizzata quando necessario. I suoi elementi di avanguardia sono pronti a dispiegarsi entro cinque giorni e la forza nel suo complesso è in grado di sostenersi per un mese (o per un periodo anche maggiore se rifornita).
La NRF non è una forza permanente né stabile, piuttosto essa è composta di unità assegnate dai Paesi membri della NATO a rotazione, per lassi di tempo in genere pari a sei mesi, che precedentemente hanno svolto complesse ed impegnative esercitazioni congiunte. La direzione delle operazioni della NRF si alterna fra i Comandi di Brunssum in Olanda, di Napoli e di Lisbona, mentre il cappello strategico è fornito dal Quartier Generale Supremo di Mons in Belgio.
La NRF è organizzata in modo da poter intraprendere un ampio spettro di missioni, in qualsiasi luogo nel mondo. Più in particolare, essa può essere impiegata come forza autonoma per la difesa collettiva (conformemente all’articolo 5 del Trattato istitutivo della NATO) oppure per condurre operazioni di evacuazione, far fronte alle conseguenze di disastri (“including chemical, biological, radiological and nuclear events”) o di crisi umanitarie, svolgere operazioni di controterrorismo; come forza iniziale che prepari il terreno e faciliti l’arrivo di un contingente più vasto; infine, come forza capace di dimostrare la determinazione e la solidarietà della NATO nel prevenire situazioni di crisi politica.
Il prototipo della NRF, comprendente circa 9.500 unità, è stato attivato nell’ottobre 2003 ed il mese successivo ha svolto la sua prima esercitazione in Turchia, con la partecipazione di soldati appartenenti agli eserciti di 11 Paesi membri. Nel 2004 alcuni elementi della NRF hanno contribuito alla sicurezza delle Olimpiadi in Grecia e delle elezioni presidenziali tenutesi in Afghanistan. Le esercitazioni sono proseguite fino a quando, nell’ottobre 2004, il Segretario Generale della NATO ha annunciato che la NRF aveva raggiunto una adeguata capacità operativa.
Nel settembre 2005, componenti navali ed aeree della NRF sono state impiegate negli Stati Uniti, a seguito di una formale richiesta governativa di soccorso dopo gli estesi danneggiamenti provocati dall’Uragano Katrina. Il mese seguente (e fino al febbraio 2006), la NRF ha fornito aiuto umanitario in Pakistan dopo un terremoto dalle conseguenze devastanti. Essa è poi diventata pienamente operativa nel mese di ottobre 2006, con una componente terrestre di circa 21.000 soldati, ed una marittima ed aerea dalle dimensioni similari.
A mano a mano che le diverse componenti in rotazione della NRF raggiungono gli elevati parametri di preparazione richiesti, nuovi concetti e tecnologie si diffondono attraverso le unità di tutti i Paesi membri. La NRF agirebbe quindi come catalizzatore della trasformazione accelerata delle forze NATO complessive, nella direzione di uno sviluppo della loro proiezione fuori dall’area geografica “tradizionalmente” coperta dall’Alleanza Atlantica, ed in particolar modo spingendo i Paesi europei a riformare i propri eserciti al fine di renderli più facilmente dispiegabili ed interoperabili.
Parlando in puro “natese”.

Camp Bondsteel Intercontinental Soccer Competition

 

Lo scorso 13 settembre, la base statunitense di Camp Bondsteel ha ospitato un torneo di calcio tra i contingenti militari della Kfor, la forza di interposizione a guida NATO presente in Kosovo.
Alla competizione hanno partecipato sei squadre “nazionali”: Irlanda, Grecia, Finlandia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Stati Uniti. Ogni squadra aveva una rosa di quindici giocatori, con nove in campo per ogni partita e con sostituzioni senza limiti. Sono stati formati due gironi con tre squadre ognuno: le seconde classificate si sarebbero poi contese il 3° e 4° posto, mentre le due vincitrici avrebbero giocato per la vittoria finale. Partite di due tempi dalla durata di venti minuti ciascuno.
Il torneo è iniziato alle nove del mattino con il derby fra Repubblica Ceca e Slovacchia, con una netta vittoria della prima per 4 a 0. La successiva combattuta partita ha visto affrontarsi Grecia ed Irlanda, con gli irlandesi vincitori di misura per 1 a 0. Gli Stati Uniti, pur se sostenuti da un grande tifo, hanno dovuto poi cedere alla Repubblica Ceca per 2 a 0. L’Irlanda, benché provata dal precedente match, ha quindi strapazzato per 4 a 0 la Finlandia. L’emozionante vittoria della Slovacchia sugli Stati Uniti per 3 a 2 ha concluso il primo girone, mentre nell’altro la Grecia ha battuto la Finlandia per 2 a 0.
Queste le classifiche finali dei due gironi:

Group 1

Place

Nation

Won

Draw

Lose

Points

1

Czech Rep

2

0

0

6

2

Slovakia

1

0

1

3

3

U.S.A.

0

0

2

0

 

Group 2

Place

Nation

Win

Draw

Lose

Points

1

Ireland

2

0

0

6

2

Greece

1

0

1

3

3

Finland

0

0

2

0

Si è quindi svolta la finale per il terzo posto, una partita intensa e gradevole in cui la Grecia ha sconfitto la Slovacchia per 2 a 1 con i goal dei caporali Efthimios e Dimitrios, mentre per gli slovacchi si registra la realizzazione di niente poco di meno che il comandante del contingente, tenente colonnello Alexander Kollarik.
La successiva finale per il primo posto fra Irlanda e Repubblica Ceca si è disputata con due tempi da trenta minuti ciascuno, ed una grande partecipazione da parte dei rispettivi sostenitori. Gli irlandesi sono alla fine risultati vincitori con un perentorio 4 a 1.
Molti ringraziamenti vanno agli ufficiali di tutti i contingenti che hanno collaborato nell’organizzazione del torneo, ed in particolare a Marcus Wheeler , lo specialista supervisionatore per le attività sportive e ricreative presso Camp Bondsteel. Al termine della manifestazione, il tenente colonnello Michael Murphy del 38° gruppo di fanteria irlandese, ha provveduto a consegnare i trofei e le medaglie ai vincitori ed i certificati di partecipazione a tutte le squadre.

Non ci credete?
La fonte è inoppugnabile: nato.int.
Una sola domanda: ma i “nostri” perché non c’erano?

Il bilancio USA per la “difesa”

Lo scorso 24 settembre, nel pieno della bagarre sui miliardi di dollari dei contribuenti da erogare per il salvataggio di Wall Street, la Camera dei Rappresentanti ha approvato la legge che autorizza uno stanziamento di $612 miliardi per il settore della “difesa” nel 2009, senza alcun accenno di protesta pubblica né uno straccio di commento da parte degli organi di informazione.
Il provvedimento include 68,6 miliardi per il proseguimento delle operazioni belliche in Irak ed Afghanistan, che rappresenta però solo una parte dei costi totali su base annua di queste guerre (il resto verrà stanziato con futuri provvedimenti a carattere aggiuntivo). Esso comprende anche un aumento degli stipendi per il personale militare pari al 3,9% e le risorse necessarie per la costruzione della stazione radar in Repubblica Ceca, nell’ambito del progettato scudo antimissile in Europa orientale. La legge è stata approvata con 392 voti favorevoli e 39 contrari ed ora passerà al Senato, dove un provvedimento similare ha già ottenuto l’assenso.
La spesa annuale da parte degli Stati Uniti in “sicurezza nazionale” – che significa il bilancio della “difesa” più tutte quelle spese a carattere militare che sono nascoste nel bilanci dei ministeri dell’Energia, Affari Esteri, Tesoro, Veterani, della CIA e di numerosi altri enti nel ramo esecutivo – già ammonta ad oltre un trilione di dollari, una somma maggiore dei bilanci della difesa di tutti gli altri Stati al mondo messi insieme. Non solo non c’è stata alcuna significativa copertura informativa su questo ultimo finanziamento, ma nemmeno si è percepito il minimo segnale dell’urgente necessità di indagare sulla relazione esistente tra l’elefantiaco apparato militare statunitense, le strabilianti spese per armamenti, le guerre straordinariamente costose (e fallimentari), da una parte, e la catastrofe finanziaria, dall’altra.
L’unico commento, pervenuto a livello parlamentare riguardo la misura del bilancio militare statunitense, è stata la solita pomposa fesseria sul fatto che un fallimento nella votazione della legge di bilancio avrebbe rappresentato un tradimento delle truppe. L’anziano senatore repubblicano John Warner ha infatti implorato i suoi colleghi di partito di votare il provvedimento “in segno di rispetto del personale militare”.

Soldati americani in giro per il mondo

Trimestralmente il Ministero della Difesa statunitense diffonde uno stringato censimento del personale militare attivo alle proprie dipendenze, diviso per area geografica e per Paese.

Giusto per puntualizzare i dati più significativi, considerando le aggregazioni maggiori:
- il grosso dei soldati statunitensi (più di un milione) opera nella madrepatria;
- quelli in Europa sono poco meno di 85.000, oltre la metà dei quali appartengono all’US Army, altri 31.000 abbondanti all’US Air Force ed il rimanente diviso tra US Navy (oltre 5.000) e Marines (briciole);
- altra grossa fetta è rappresentata dall’Estremo Oriente e dall’area del Pacifico, che ospitano più di 70.000 militari, abbastanza equamente distribuiti fra i quattro corpi: 20.000 circa per esercito ed aviazione, 15.000 circa per marina e Marines;
- le rimanenti quattro aree geografiche registrano presenze assai più modeste: Nord Africa, Vicino Oriente ed Asia meridionale per poco meno di 8.000 unità; Africa sub-sahariana per circa 2.700; il cosiddetto Emisfero Occidentale (in pratica, l’America centrale e meridionale) per poco più di 2.000; infine i territori delle ex repubbliche sovietiche a malapena per 154 unità;
- vi è infine un dato residuale ma significativo, che comprende i militari cosiddetti “non distribuiti” i quali ammontano ad oltre 122.000 unità. Di questi la maggior parte dovrebbero essere imbarcate sulle varie Flotte statunitensi che solcano le acque internazionali, visto che quasi 88.000 fanno capo alla US Navy e quasi 26.000 ai Marines.

Esaminiamo ora le presenze nei singoli Paesi:
- partendo dall’Europa, è ancora massiccia la presenza statunitense in Germania (56.200 militari, quasi per intero quelli che stazionano sul nostro continente in capo all’US Army e circa la metà di quelli che appartengono all’USAF); seconde “a pari merito” vengono Italia e Gran Bretagna, con poco meno di diecimila soldati ciascuna: in Italia stazionano poco meno della metà degli appartenenti all’US Navy in Europa, mentre in Gran Bretagna i militari sono quasi tutti in forza all’USAF (e, sia detto per inciso, in gran numero impegnati in attività di intelligence, presso le basi di Menwith Hill – che ospita importanti infrastrutture della rete Echelon – e di Lakenheath, che è anche il più importante deposito di armamenti nucleari statunitensi rimasto in Europa dopo il probabile smantellamento di quello di Ramstein, in Germania);
- trasferendoci in Estremo Oriente, si trovano gli oltre 33.000 militari stazionanti in Giappone, di cui circa 14.000 Marines (quasi tutti quelli dispiegati nella regione), ed i 26.339 in Corea del Sud, per due terzi appartenenti all’US Army;
- infine, segnaliamo il caso di Gibuti, il piccolo Stato africano posto all’ingresso del Mar Rosso e di fronte alla penisola Arabica, dove l’ex base della Legione Straniera francese di Camp Lemonier – allargata di cinque volte tanto – ospita 2.400 militari di cui 750 Marines, 700 marinai, 600 fanti e 350 aviatori; qui gli Stati Uniti vorrebbero porre la sede del nuovo comando AFRICOM, per ora collocata in Germania insieme a quella dell’EUCOM.

Tirando le somme: 290.178 militari statunitensi stazionano in Paesi stranieri, e di questi 81.709 operano sul territorio di Paesi membri della NATO. Addizionati a quelli operativi nella madrepatria, si raggiunge la cifra di 1.373.205 che costituiscono gli effettivi delle Forze Armate statunitensi.
Di questi, 195.000 sono dispiegati nell’operazione Iraqi Freedom e 31.100 in quella Enduring Freedom in Afghanistan. Una percentuale di poco inferiore al 10% di questi due dispiegamenti è effettuata a partire da truppe dislocate sul territorio di Paesi stranieri, in particolare Germania, Italia e Giappone (nonché Corea del Sud e Gran Bretagna). Il che basterebbe a rendere i Paesi in questione complici della cosiddetta “Guerra Globale al Terrore” decretata dall’amministrazione statunitense dopo l’11 Settembre 2001, anche se non fossimo in presenza – come nel caso dell’Italia sicuramente siamo – di un contributo militare attivo ai disegni egemonici a stelle e strisce.

Il documento, la cui ultima edizione risale a marzo 2008, è disponibile qui.

English version

American soldiers all over the world

translation: L. Bionda.

Every three months the US Department of Defense publishes a short report on active duty military personnel strength, listed by regional area and by country.

Let’s focus on the most significant data:
- the greatest part of the US soldiers (more than 1 million) works in the United States;
- the ones deployed in Europe are no more than 85,000; more than a half of them works in the US Army, 31,000 in the US Air Force, 5,000 in the US Navy; only few of them belongs to the Marine Corps;
- a large number works in the Far East and Pacific Area, with more than 70,000 military units, more or less uniformly distributed: 20,000 in the Army and the Air Force, 15,000 in the Navy and the Marine Corps;
- in the four remaining parts of the world the US military presence is very small: in North Africa, Middle East and Southern Asia there are no more than 8,000 soldiers; in Sub-Saharan Africa about 2,700 units. In the so-called “Western Hemisphere” (Southern and Central America) about 2,000 troops. In some of the former USSR countries about 154 US military are deployed;
- finally, there is a small but significant data which refers to the so-called “undistributed” troops, about 122,000 soldiers. Most of them are probably deployed in US fleets in international waters, since almost 88,000 units work in the US Navy, and about 26,000 are Marines.

Let’s examine these data by region and country:
- starting with Europe, the military presence in Germany is still very large (56,200 soldiers, almost the entire US Army in the whole Europe, about a half of the USAF units); just behind Germany come Italy and Great Britain with less than 10,000 soldiers each: in Italy remains less than a half of the US Navy units in the whole Europe, while in Great Britain most of the soldiers works for the USAF (mainly dealing with intelligence activities at Menwith Hill base – with hosts important infrastructure of the Echelon network – and in the Lakenheath base, which will be the most important US nuclear weapons’ warehouse in Europe after the probable dismantling of Ramstein, Germany);
- in the Far East there are 33,000 units based in Japan, of which 14,000 are Marines (almost the entire Marines presence), and 26,339 in South Korea, with 2/3 of them working for the US Army;
- finally, we can underline the situation in Djibouti, a small African country near the Red Sea facing the Arabic Peninsula, where the in former “Foreign Legion” base in Camp Lemonier – enlarged five times – 2,400 military units are deployed (750 Marines, 700 US Navy, 600 units from infantry and 350 units working in the air forces); here in Djibouti the US State Department plan to build the headquarters of the new AFRICOM command, now based in Germany as well as the EUCOM.

In conclusion, 290,178 US soldiers are deployed in foreign countries, with 81,709 of them in NATO member countries. If we add those who work in the USA, we have 1,373,205 soldiers as the total strength of the US armed forces.
195,000 of them are deployed in Iraq (Operation Iraqi Freedom) and 31,000 in Afghanistan (Operation Enduring Freedom). About 10 per cent of these soldiers comes from military bases in foreign countries, in particular Germany, Italy and Japan (but also South Korea and Great Britain). This fact allows to consider these countries as accomplices in the “Global war on terror” started by US administration soon after 11/9, even though in absence (and this is certainy not the case of Italy) of an active military contribution to the American egemonic plans.

You can read that document (most recent edition – March 2008) here.

Italian version

Trofei – raccolto epico in Georgia

E’ la la prima volta nella storia moderna che un esercito vittorioso miete un tale raccolto di trofei, sufficienti ad equipaggiare almeno 6.000 soldati. I georgiani hanno lasciato tutti i loro nuovi equipaggiamenti a più affidabili custodi. E non solo gli equipaggiamenti ma anche documenti, video, fotografie, istruzioni tecniche e persino le registrazioni di telefonate riservate…

Autore di questo documentario – qui presentato in tre parti – è Arkadij Mamontov, un giornalista investigativo famoso per i suoi scoop, molti dei quali hanno dimostrato il coinvolgimento dell’Occidente nel Caucaso, nelle rivoluzioni colorate, in Cecenia. Mamontov realizza un programma chiamato “Inviato speciale” su Rossija, una delle due emittenti televisive nazionali russe che copre anche il territorio delle ex repubbliche sovietiche ed è seguita da circa 50 milioni di spettatori.

Il filmato, dunque, viene dalla “aggressiva, autoritaria ed irrilevante” Russia.
Condy dixit.

Radio Free Europe, nuova sede in fortezza blindata

PRAGA, 9 ottobre – Cambia sede a Praga Radio Free Europe (Rfe), una delle emittenti storiche finanziate dagli Stati Uniti che trasmettevano notiziari durante il comunismo nell’Europa dell’est.
La nuova sede è ubicata alla periferia di Praga e, per i suoi alti standard di sicurezza, somiglia ad una fortezza blindata. La costruzione sta per essere ultimata questi giorni e per molti aspetti, più che alla libertà fa pensare ad un carcere di massima sicurezza. La radio è ”free” ma è protetta da una doppia recinzione altissima con portoni di accesso blindati, scrive oggi il quotidiano ‘Mlada fronta Dnes’. L’edificio a Praga-Strasnice si snoda in cinque piani su una superficie di 23.000 mq. E’ dotato di vetri antiproiettile, barriere, di un sofisticato sistema di allarme, nonché di un impianto di climatizzazione con valvole speciali capaci di proteggere l’edificio da eventuali radiazioni nucleari.
Le trasmissioni in 26 lingue di Radio Free Europe sono finanziate dal Congresso degli USA. La decisione di trasferire la Radio dal centro di Praga alla periferia fu presa dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli USA, quando l’emittente fu inclusa nella lista dei probabili bersagli terroristici. Il personale si trasferirà nella nuova sede a novembre. Un’altra radio storica USA della guerra fredda, The Voice of America, invece non trasmette più da Praga.
(ANSA)

Lettera da una scuola

A seguire riproduciamo la “lettera” inviataci lo scorso 7 ottobre dalla classe II H del Liceo Falcone di Bergamo, quale commento al post “La Guerra infinita” su Raitre.
Invitiamo tutti i lettori a dare un proprio contributo nella pagina dei commenti, nel tentativo di rispondere alle domande intelligentemente poste da questi ragazzi.

La nostra insegnante di storia ha assegnato come compito di seguire i due documentari andati in onda venerdì 19 e 26 Settembre 2008, alle ore 21:00 su Rai 3, dal titolo: ‘La Guerra Infinita’. Il giorno dopo, in classe abbiamo discusso i temi trattati dal programma e sono emerse alcune domande a cui non siamo stati in grado di rispondere. Chiediamo quindi che qualcuno ci aiuti a capire, perché siamo stati davvero colpiti dal renderci conto della disinformazione di cui siamo preda.

1- Il capo dell’organizzazione di spaccio della droga in Europa, ripreso alla stazione centrale di Milano, è stato arrestato? E se non lo è, perché?
A chi gioverebbe questo?

2- Perché le organizzazioni internazionali, nonostante sappiano bene il giro malavitoso che sta intorno alla droga, continuano ad ignorarlo? Il permanere di questi problemi dimostra che la presenza di organizzazioni come la Nato e l’Onu è inutile.
A chi giova questo?

3- Perché lo stato Afghano non interviene a sostenere quei cittadini che cercano un’alternativa alle coltivazioni illegali?
A chi giova questo?

4- Perché solo la Turchia riesce ad intercettare il traffico di droga? A chi giova questo?

Adesso che siamo a conoscenza di ciò che succede ‘a un’ora di volo da Roma’, aspettiamo con ansia che il mondo degli adulti ci dia un segnale di speranza per credere nel nostro futuro.
Ma se non dovesse succedere nulla, a chi gioverebbe tutto questo?
Abbiamo ripensato, non senza tristezza, al romanzo ‘La storia’ della Morante, recentemente trattato da noi e ci è sembrato che il sottotitolo ‘Uno scandalo che dura da 10.000 anni’ sia destinato inesorabilmente a perpetuarsi.
… E poi il mondo adulto lamenta che noi giovani non abbiamo entusiasmo e valori in cui credere.
… Dateceli e noi crederemo.

La classe II H,
Liceo Falcone, Bergamo

NATO Partnership Running Festival

Per la gioia di grandi e piccini, la prossima domenica 12 ottobre si terrà a Budapest, capitale dell’Ungheria, l’attesissima terza edizione del “NATO Partnership Running Festival”, competizione podistica che prevede un tracciato di dieci chilometri per gli adulti e di quattro per ragazzi e ragazze sotto i quattordici anni.
Fra gli organizzatori figurano Budapest Athletic Federation, Budapesti Diàksport Szovetség, City-Park Ice Ring, National Institute of Food Safety and Nutrition, nonché Zrinyi Miklos National Defense University. Sponsor principale è la NATO Public Diplomacy Division, a noi già nota. Altri sponsor: Budapest Publik Transport Ltd., Evidence Hungary, In-Kal Security Ltd., SZTE EHOK, National Youth Club of First Aid Applicators in Hungary e… l’immancabile Nike.
Per la dieci chilometri la partenza è prevista da via Attila (però!) per arrivare, nientepopodimenochè, in Piazza degli Eroi, dove partirà ed arriverà anche la gara sul tracciato ridotto. Nessuna quota di partecipazione è prevista per i componenti delle Forze Armate e per i lavoratori della NATO. I primi tre classificati, maschi e donne, delle due competizioni saranno premiati con prodotti rigorosamente Nike.
A cura della Zrinyi Miklos National Defense University, saranno organizzate alcune amene attività collaterali: dimostrazioni di combattimento militare ravvicinato nonché di carri armati T-72 e veicoli corazzati BTR-80A, esibizioni di armi letali e non, una mostra di modellismo, tiro tattico sportivo (meglio conosciuto come soft air), camuffamento del viso (face painting), un concorso a quiz sulla NATO, donazioni del sangue, la presentazione di Organizzazioni non governative e l’imperdibile competizione di disegno all’aria aperta dedicata al tema “La NATO per la Pace”.
Per l’occasione, la NATO Public Diplomacy Division proporrà alcuni eventi speciali il cui scopo è raccogliere una larga fetta di pubblico – civili, sia giovani che adulti, politici, rappresentanti delle forze armate, accademici – per scoprire, discutere ed esplorare la NATO che cambia, le sue Operazioni e Missioni, e la Sicurezza che essa assicura. Al fine di creare un ponte simbolico tra l’Alleanza Atlantica e la regione balcanica occidentale e radunare le giovani generazioni provenienti da tutta la regione sul terreno comune dell’Integrazione Euro-Atlantica.
Lo chiamano soft power.

Pancevo_la città morta

di Antonio Martino, 2007, Italia, 26’

Pancevo, una cittadina a quindici chilometri da Belgrado, è sede di uno dei più grandi complessi industriali dell’ex Jugoslavia. Durante la guerra del 1999, la NATO bombarda il complesso industriale causando un’enorme catastrofe ambientale. Grandi quantità di sostanze tossiche si riversano nella terra e nell’aria. La NATO non risarcisce i danni provocati alle tecnologie di queste industrie: gli stessi operai si trovano costretti a riparare i macchinari senza supervisione, e diventano vittime costanti di fughe di benzene ed altre sostanze tossiche che si liberano nell’aria. A distanze di nove anni, oggi a Pancevo – la città più inquinata d’Europa – muore in media un uomo al giorno.

Il documentario sarà proiettato presso il Cinema Lumière – Sala Officinema/Mastroianni, via Azzogardino 65/A a Bologna, sabato 11 ottobre alle ore 22,00.
Nell’ambito di Terra di Tutti Film Festival, documentari e cinema sociale dal Sud del mondo, 2° edizione 10/11/12 ottobre 2008.
Ingresso libero.

Noble Light 2008

Dal 6 al 12 ottobre si svolgerà in Veneto la fase centrale dell’esercitazione NATO denominata Noble Light 2008. Nel corso dell’iniziativa militare, il Multinational CIMIC Group South di Motta di Livenza otterrà la validazione della sua capacità operativa conseguita nel 2006.
Il CIMIC – Civil Military Cooperation - è un reparto multinazionale della NATO a guida italiana, in grado di ricercare, addestrare e proiettare unità di specialisti nel soccorso e nella ricostruzione di aree sconvolte da conflitti. Esso è l’unico comando operativo dell’Alleanza in questo settore d’intervento. Per le proprie attività, il CIMIC si avvale anche di specialisti funzionali tratti dalla vita civile e richiamati in servizio (medici, architetti, ingegneri, avvocati…) per disegnare il quadro d’intervento e contribuire alla creazione di un ambiente sicuro. Ultimo compito del CIMIC è la pianificazione del passaggio dei poteri alle autorità civili, reintegrate nei compiti istituzionali. Il memorandum di intesa tra le nazioni coinvolte nel progetto (oltre all’Italia, Grecia, Portogallo, Turchia ed Ungheria) è stato firmato il 26 febbraio 2004.
L’ esercitazione simulerà uno scenario di crisi nel quale si troveranno ad operare organizzazioni militari e civili, e consentirà al personale del Cimic Group South di esercitarsi nelle funzioni specifiche che poi metterà in atto, come avviene nella realtà, nei vari teatri operativi.
Il personale del CIMIC Group South – ospitato nella caserma ‘Mario Fiore’ di Motta di Livenza (Treviso), Riviera Scarpa 75, nota in precedenza come ‘Vittorio Veneto’, quando accoglieva i reparti dell’11º reggimento genio dell’Esercito – ha operato ed opera in Irak, Kosovo, Libano ed Afghanistan. Il primo intervento sul campo è cominciato il 29 giugno 2003 con la partecipazione di una unità CIMIC all’operazione ‘Antica Babilonia’ nella provincia irachena del Dhi Qar. Da quella data, sino a oggi, una decina di distaccamenti CIMIC si sono avvicendati su una base di turnazione prevista ogni quattro mesi.
Tutte le prerogative del CIMIC verranno illustrate nel corso del Vip day organizzato presso la caserma di Motta di Livenza per il giorno 9 ottobre, durante il quale alle numerose autorità civili e militari come a tutti gli ospiti sarà offerta la possibilità di verificare concretamente come esso opera, le sue finalità e le modalità attraverso le quali si mettono in pratica quei progetti che consentono di supportare la missione offrendo un aiuto concreto alle popolazioni delle aree di crisi.

La marchetta di Raitre

Lo scorso venerdì 26 settembre, Raitre ha trasmesso la seconda ed ultima parte del reportage di Riccado Iacona La Guerra Infinita, fortemente critico circa il ruolo della NATO quale fattore di pacificazione e stabilità nel Kosovo e nell’Afghanistan.
A pochissimi minuti di distanza, nel corso della trasmissione “Primo piano”, la stessa emittente ha mandato in onda un servizio realizzato da Nico Piro e Mario Rossi, intitolato Tra guerra e pace, sull’operato di ISAF ed in particolare del contingente italiano dislocato nel nord-ovest afghano.
Sotto la forma di un servizio informativo, si assiste al rinnovato tentativo propagandistico – in certi passaggi di spessore davvero modesto – di legittimare la presenza di forze militari straniere a seguito dell’occupazione del territorio afghano. Arrivando comunque ad ammettere, per quanto riguarda la componente italiana, anche le caratteristiche spiccatamente aggressive della cosiddetta Operazione Sarissa.
Guardare per credere.

I rapporti tra la NATO e l’Unione Europea

Fra alti e bassi, la tendenza non pare subire mutamenti significativi.
Le valutazioni sulle questioni legate alla sicurezza, compiute dalla NATO e dall’UE, sono molto simili, tanto che le due organizzazioni – con 19 Paesi membri in comune – hanno al riguardo un’agenda pressoché identica.
La Direttiva Politica Globale emessa dall’Alleanza Atlantica in occasione del Vertice di Riga nel 2006, fa riferimento ad accordi intercorsi fra la NATO e l’Unione Europea circa “le procedure per assicurare uno sviluppo delle capacità richieste, condivise da ambedue le organizzazioni, che sia coerente, trasparente e reciprocamente sostenuto”. Anche il Concetto Strategico della NATO, risalente al 1999, sottolinea l’importanza della cooperazione tra la NATO e l’UE. Infine, la Strategia Europea per la Sicurezza, elaborata nel 2003, evidenzia i comuni interessi, stabilendo che “uno degli elementi fondamentali del sistema internazionale è la relazione transatlantica. La NATO è una importante espressione di questa relazione… Gli accordi permanenti fra la NATO e l’UE rafforzano la capacità operativa dell’Unione Europea e configurano il quadro della collaborazione strategica fra le due organizzazioni nella gestione delle crisi. Questo riflette la nostra comune determinazione ad affrontare le sfide del nuovo secolo”.
Secondo molti osservatori, comunque, la relazione tra la NATO e l’Unione Europea è densa di difficoltà e, nonostante alcuni piccoli progressi conseguiti negli ultimi anni, rimane sostanzialmente inefficiente. I problemi, piuttosto che ai livelli operativi, sarebbero da localizzare nelle alte sfere burocratiche in quel di Bruxelles (dove – si ricordi – entrambe hanno la propria sede). Fattore decisivo, per quanto concerne l’attuale situazione di stallo, sarebbe l’atteggiamento della Francia, tesa ad impedire che contatti più intensi fra NATO ed UE possano ostacolare la crescita dei progetti di difesa comune europea.
L’elezione di Nicholas Sarkozy – secondo gli stessi osservatori – dovrebbe comportare un significativo mutamento nell’attitudine francese verso le relazioni NATO-UE; in particolar modo, il chiacchieratissimo Presidente ha espresso l’intenzione della Francia di rientrare nel Comando Integrato dell’Alleanza Atlantica, dal quale era uscita nel 1966 con De Gaulle. Forti segnali in tal senso sono giunti durante l’ultimo Vertice NATO di Bucarest, dove Sarkozy ha promesso di sfruttare il semestre di presidenza francese dell’Unione Europea come occasione per rilanciare la Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD). “E’ necessario che noi, alleati e partner europei, miglioriamo le nostre capacità militari. Questo rafforzerà sia l’UE che la NATO. Le due organizzazioni sono complementari e si rafforzeranno a vicenda” ha concluso Sarkozy. Nonostante queste dichiarazioni estremamente rassicuranti, larghi settori delle dirigenza politica (e militare) francese rimangono profondamente e convintamente ostili all’Alleanza Atlantica ed ai suoi neanche tanto coperti tentativi di sabotaggio ai danni della sovranità militare del Vecchio Continente. Quei medesimi settori che, avendo criticato gli ultimi orientamenti espressi in tema di difesa da parte dell’Eliseo, sono finiti nel mirino della presidenza transalpina.
Prossimo banco di prova sarà (o meglio, dovrebbe essere) l’entrata in vigore, l’1 gennaio 2009, del Trattato di Lisbona firmato dai Capi di Stato e di Governo al Consiglio Europeo lo scorso dicembre. Il Trattato contiene infatti una serie di innovazioni concernenti la Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC) e, attraverso di essa, la PESD. Allarga le finalità di quest’ultima, adesso denominata Politica Comune di Sicurezza e Difesa, e delle sue missioni. Stabilisce inoltre una clausola di solidarietà ed un impegno di mutua difesa tra i Paesi membri dell’Unione Europea e prevede una cooperazione con meccanismi permanenti, sulle tematiche della difesa. Crea un fondo per l’avvio delle relative operazioni e razionalizza, nel quadro di un unico testo, gli aspetti esistenti della PESD con tutti i suoi sviluppi a partire dal Consiglio Europeo di Colonia del 1999, durante il quale fu assunta la storica decisione di procedere alla creazione di un’autonoma forza militare dell’Unione Europea. Secondo il testo del comunicato finale dell’epoca, essa “deve avere la capacità di condurre azioni in modo autonomo, potendo contare su forze militari credibili, i mezzi per decidere di farle intervenire e la disponibilità a farlo, al fine di rispondere alle crisi internazionali senza pregiudizio per le azioni della NATO”.
Di quel primo nucleo composto da 50-60.000 uomini in grado di essere schierato nell’arco di 60 giorni e di mantenere la posizione per almeno un anno, in verità nessuno ha mai sentito parlare.

Politica Europea di Difesa: definizioni

Nel settore degli armamenti, il WEAG (Gruppo Europeo Occidentale degli Armamenti) è il primo foro europeo, per storia ed ampiezza di partecipazione, che include tutti i Paesi europei, tanto membri della NATO, quanto non appartenenti ad alleanze militari (Austria, Finlandia e Svezia). Esso ha lo scopo di: consentire un uso più efficace dei fondi per ricerca, sviluppo ed approvvigionamento dei materiali d’armamento; accrescere la standardizzazione e l’interoperabilità degli armamenti fra i Paesi membri; rafforzare il peso politico-industriale dell’Europa nell’ambito della NATO.
L’OCCAR (Organismo Congiunto per la Cooperazione in materia di Armamenti) è il secondo foro rilevante per agire sulla domanda militare ed è stato istituito nel 1996 dai ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia e Regno Unito, mentre Belgio e Spagna hanno aderito rispettivamente nel 2003 e nel 2005. Gli Stati europei possono partecipare a programmi gestiti dall’OCCAR senza esserne membri, come nel caso – attualmente – di Turchia, Olanda e Lussemburgo. Esso rappresenta una vera e propria Agenzia Europea per gli Armamenti, destinata a gestire una serie di programmi di approvvigionamento ed ad assistere i partecipanti nello sviluppo di equipaggiamenti militari in collaborazione, coordinando le esigenze a lungo termine ed i relativi investimenti in tecnologia. I sette programmi attualmente gestiti dall’OCCAR sono i seguenti: Airbus A400M (aereo da trasporto tattico e strategico), il fiore all’occhiello dell’organizzazione; Boxer (veicolo corazzato multiruolo); Cobra (sistema di localizzazione sistemi d’arma); Fremm (fregate multimissione); FSAF/munizioni PAAMS (sistema antimissile superficie-aria); Roland (sistema missilistico terra-aria); e Tiger (elicottero multiruolo).
Dal lato della razionalizzazione dell’offerta, la più importante iniziativa è la Lettera d’Intenti (Lol). Sottoscritta nel 1998 dai ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna e Svezia, essa rappresenta la risposta alla dinamica delle fusioni societarie europee, fornendo uno stimolo al processo di europeizzazione dell’industria per la difesa. Il primo importante risultato è venuto con la firma, nel 2000, dell’Accordo quadro che rappresenta un importante riferimento giuridico ed amministrativo per la costituzione della base tecnologica ed industriale europea.