Perdas de Fogu

Sardegna 2008. Pierre Nazzari è un disertore ricattato e costretto a fare il lavoro sporco in operazioni segrete o illegali. Finisce nelle mani di una struttura parallela al servizio di un comitato d’affari locale e viene obbligato a spiare Nina, una giovane ricercatrice veterinaria che studia gli effetti dell’inquinamento bellico sugli animali nella zona del poligono di Salto di Quirra.
Mentre l’ex militare tenta di conquistare la fiducia della giovane donna, il suo passato ritorna per chiudere un conto lasciato in sospeso. Entrambi saranno costretti a giocare una partita complicata e pericolosa il cui premio è la sopravvivenza.
Sullo sfondo un mondo di affaristi e politici, ex contractor e strutture di sicurezza private, militari e industrie di armamenti legati al grande business della produzione bellica.
Frutto di una lunga e meticolosa inchiesta condotta da Massimo Carlotto e dal gruppo di scrittori uniti nella sigla “Mama Sabot”, Perdas de Fogu segna il ritorno di Carlotto al grande romanzo d’inchiesta contemporaneo. Un’indagine mozzafiato con una trama fitta di colpi di scena, il cui protagonista rappresenta una forte novità nel panorama del noir.
Una denuncia coraggiosa dei giochi sporchi di ambienti politici e militari ai danni della nostra salute e sicurezza.

Qui date e luoghi delle prossime presentazioni del libro.

Le basi americane in Italia, ieri e oggi

aviano

Sergio Romano risponde ad un lettore de Il Corriere della Sera.
Datato ma sempre attuale.

Il testo del Patto Atlantico, firmato a Washington nell’ aprile 1949, non contiene alcun riferimento a basi militari. Il problema sorse più tardi con la creazione di una organizzazione militare integrata (la NATO, North American Treaty Organization) che rendeva necessaria la dislocazione di truppe americane in Europa. Come ha spiegato Natalino Ronzitti in un buon articolo pubblicato dall’ edizione online di Affari Internazionali (la rivista dell’ Istituto Affari Internazionali), la questione fu risolta con un accordo generale, valido per tutti i membri dell’ Alleanza, e con una serie di accordi bilaterali. L’ accordo generale è la Convenzione multilaterale del 1951 sullo statuto delle forze armate NATO stanziate nei Paesi membri dell’ Alleanza. Gli accordi bilaterali fra gli Stati Uniti e l’ Italia sono un trattato del 1954, un Memorandum d’ Intesa concluso nel 1995 e, secondo Ronzitti, «altri accordi che riguardano lo status dei quartieri generali». Mentre la Convenzione fu ratificata dal Parlamento, gli accordi bilaterali non furono presentati alle Camere e divennero validi al momento della firma. Conosciamo il testo di quello del 1995, pubblicato dopo la tragedia del Cermis, ma non conosciamo l’ accordo del 1954 e non sappiamo se le clausole pattuite in piena guerra fredda, fra la morte di Stalin e la rivoluzione ungherese del 1956, rispondano ancora agli interessi italiani di mezzo secolo dopo. Resta poi il problema dei compiti che queste basi avranno in una situazione interamente diversa da quella di allora. Il Patto Atlantico e la NATO furono concepiti per contrastare il blocco sovietico, ma gli americani insistettero, dopo la rivoluzione iraniana del 1978, perché le sue competenze venissero estese «fuori area»: una richiesta che a molti europei sembrò già allora troppo impegnativa e generica. Oggi, gli attacchi alle Torri Gemelle hanno introdotto nella filosofia militare della NATO il concetto di minaccia terroristica, e si potrebbe effettivamente sostenere, come suggerito nella sua lettera, che il terrorismo abbia preso nell’ Alleanza il posto dell’ Unione Sovietica. Con una importante differenza, tuttavia. L’ America pretende di valutare la minaccia, scegliere il nemico e passare all’ uso delle armi senza interpellare la NATO. La guerra irachena non fu una guerra della NATO e l’ organizzazione venne invocata da Washington soltanto quando in Irak le cose cominciarono ad andare male. Allorché decisero di bombardare le milizie delle Corti Islamiche in Somalia (un’ operazione aerea per cui usarono la base di Gibuti) gli americani non interpellarono l’ Alleanza. Che cosa accadrebbe se decidessero di colpire gli Hezbollah usando la base di Vicenza o quella di Aviano? Ronzitti, professore di diritto internazionale alla Università Luiss di Roma, ricorda un caso di qualche anno fa in cui noi divenimmo corresponsabili di una operazione militare americana. Accadde quando aerei americani decollati da Aviano, durante la guerra del Kosovo, colpirono la sede della televisione di Belgrado. La Jugoslavia accusò allora l’ Italia, insieme ad altri Paesi della NATO, di avere violato il diritto internazionale bellico. «Da tenere presente, inoltre», scrive Ronzitti, «che qualora un’ operazione militare parta dal nostro Stato, la neutralità non può essere mantenuta anche in assenza di una partecipazione italiana all’ operazione». Lei chiede, caro Gloria, quale altra organizzazione migliore della NATO possa difenderci dal terrorismo. Il problema andrebbe piuttosto posto in questi termini: siamo sicuri che le basi americane, in queste nuove circostanze, contribuiscano alla sicurezza dell’Italia?

Una nuova Irlanda per fermare la NATO

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La scorsa settimana, a Bruxelles presso la sede della NATO, si sono riuniti i Capi di Stato Maggiore di più di 60 Paesi, membri dell’alleanza o semplicemente associati in uno dei vari accordi di partenariato che la stessa ha instaurato. Il cosiddetto “Incontro Autunnale” del Comitato Militare della NATO è stato presieduto dall’ammiraglio Giampaolo Di Paola e, fra i tanti argomenti all’ordine del giorno, si è occupato anche della cooperazione militare fra l’Alleanza Atlantica e l’Ucraina; al proposito, l’ammiraglio Di Paola si è congratulato con il rappresentante ucraino, generale Serhiy Kyrychenko [vedi foto], affermando che “non c’è nessun partner della NATO che dia un contributo così forte a tutte le missioni ed operazioni dell’alleanza come l’Ucraina”.
Questa sottolineatura giunge soltanto pochi giorni prima dello svolgimento del cruciale Consiglio Nord Atlantico a livello di Ministri degli Esteri che si terrà il 2 e 3 dicembre. In tale occasione, si riuniranno anche le commissioni bilaterali NATO-Georgia e NATO-Ucraina per decidere se offrire ai due Paesi ex sovietici l’ingresso nell’alleanza, attraverso la sottoscrizione di un apposito Membership Action Plan (MAP).
Casca quindi a fagiolo l’arguto commento dell’ex Primo Ministro slovacco, Jan Carnogursky. Egli richiama il no irlandese al Trattato di Lisbona, che, in ambito di Unione Europea, avrebbe dato alla burocrazia comunitaria il potere di prendere decisioni chiave per il futuro dei popoli del Continente, abolendo il diritto di veto da parte dei singoli Paesi. L’affossamento del Trattato ad opera del referendum d’Irlanda ha quindi permesso che l’UE continui ad operare ancora oggi sulla base del principio di unanimità quando chiamata a deliberare su questioni decisive.
Secondo Carnogursky, la situazione si sta ripetendo in modo identico riguardo l’espansione della NATO. Gli Stati Uniti stanno spingendo Georgia ed Ucraina ad entrare nell’alleanza e, come per il Trattato di Lisbona, dal sistema informativo globale è ritenuto politicamente corretto sostenere la piena adesione allo schieramento atlantico di questi due Paesi. Carnogursky ricorda però come l’espansione della NATO sia avvenuta contraddicendo platealmente le promesse che – prima Ronald Reagan, poi Bush senior – fecero all’epoca a Mikhail Gorbaciov. I capi sovietici furono così “ingenui e creduloni” da non pretendere che tali impegni venissero messi nero su bianco. Alcuni anni dopo effettivamente fu adottato un “Atto Fondamentale sulle relazioni comuni, la cooperazione e la mutua sicurezza tra la NATO e la Russia”, ma in esso ci si limitava ad una generica raccomandazione secondo la quale le parti non avrebbero mai dovuto intraprendere azioni che potessero minacciare la sicurezza europea, senza prima consultarsi con l’altra per ottenerne l’approvazione. L’ulteriore espansione ad est della NATO è ormai storia.
In vista dell’imminente incontro dei Ministri degli Esteri NATO, l’ex premier slovacco ritiene che molti Paesi europei siano convinti che né l’Ucraina né la Georgia (tantomeno dopo l’aggressione all’Ossezia del Sud della scorsa estate) soddisfino i criteri per l’adesione, ma che nessuno l’abbia detto alto e forte. Ad osare di bloccare l’ingresso degli aspiranti membri, a dare il proprio voto negativo in ambito NATO potrebbe essere la Slovacchia, con il consenso della maggioranza dei propri cittadini. Si eviterebbero così ulteriori problemi per l’Europa e, favorendo una ripresa della declinante fiducia russa verso le istituzioni europee, la Slovacchia potrebbe diventare “un autorevole mediatore tra l’Europa occidentale e quella sudorientale”.
Ma ci vuole coraggio, conclude Carnogursky rivolgendosi ai connazionali.

IMPORTANTE AGGIORNAMENTO:
colti da un soprassalto di coraggio (?!), pare che Francia, Germania ed altri Paesi Europei, alla vigilia del Consiglio Nord Atlantico a livello di Ministri degli Esteri NATO dei prossimi 2 e 3 dicembre, abbiano comunicato al Segretario di Stato USA Condoleezza Rice il proprio disaccordo riguardo l’avanzamento del processo di adesione di Georgia ed Ucraina all’Alleanza Atlantica.
Qui la notizia come riportata dall’agenzia di stampa RIA Novosti.

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Gli abitanti di Sebastopoli, città ucraina della Crimea con il 97% dellla popolazione di etnia russa, hanno espresso il loro gradimento all’ingresso nella NATO ed alle campagne propagandistiche intraprese dal governo.

“Un’altra questione spinosa che grava sul futuro della NATO è quella del suo immediato vicinato, ed in particolare il vasto e variegato spazio post-sovietico. È ormai escluso che la riunione di dicembre si concluda con l’offerta del MAP a Georgia e Ucraina. L’amministrazione Bush stessa sembra aver ripiegato sul compromesso detto del “MAP without MAP”: un progresso sostanziale nella cooperazione attraverso le Commissioni NATO-Georgia e NATO-Ucraina in vista di un futuro ingresso dei due Paesi nell’Alleanza, senza che il MAP sia formalmente attivato. Anche il raggiungimento di questo compromesso, tuttavia, non è assicurato. La Germania, ad esempio, insiste che una decisione sul MAP debba comunque essere presa prima o poi e si oppone insieme alla Francia a “scorciatoie” per l’ingresso nell’Alleanza.
Forse più decisiva di ogni altra considerazione, tuttavia, rimane la situazione interna dei due Paesi, che pare molto lontana da quella ideale per procedere speditamente verso la membership. In Ucraina l’instabilità politica è crescente e la posizione pro-occidentale ed atlantista del presidente Yushchenko sembra sempre più isolata. In Georgia, il contenzioso su Abkhazia e Ossezia del Sud rimane un macigno enorme sulla strada dell’adesione. A livello politico, poi, la posizione di Saakashvili si è sensibilmente deteriorata all’interno per l’esito catastrofico della guerra mentre la sua leadership pare sempre più screditata anche in Occidente, in particolare a seguito delle accuse di corruzione e le ombre crescenti sul suo ruolo nello scatenamento della crisi di agosto.”
Tratto da Tanti punti interrogativi sulla torta di compleanno della NATO, di Emiliano Alessandri, consulente alla ricerca presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma.

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Tbilisi, 28 novembre – Il presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, ha respinto le critiche che gli sono state rivolte per aver deciso di attaccare l’Ossezia meridionale lo scorso agosto. Ha giustificato il provvedimento dicendo che era necessario per la sicurezza nazionale. ”Sì, abbiamo deciso di intraprendere azioni militari a Tskhinvali”, ha detto Saakashvili prima di testimoniare davanti alla commissione parlamentare sul conflitto. ”E’ stato difficile prendere una decisione simile – ha continuato il presidente – ma qualsiasi governo l’avrebbe fatto per non mettere in pericolo i propri cittadini”.
(ASCA-AFP)

Tre giorni dopo…
Bruxelles, 2 dicembre – Il presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, ha esortato l’Occidente a non normalizzare i rapporti con la Russia se prima non si saranno accertate le responsabilità e le cause della guerra di agosto. Saakashvili, in un’intervista al Wall Street Journal, ha ribadito che l’esercito georgiano si limitò a rispondere all’aggressione della Russia.
(AGI)

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Mosca, 3 dicembre – Il rappresentante russo alla NATO, Dmitry Rogozin, ha affermato in un’intervista che per la NATO avere buoni rapporti con la Russia è molto più importante dell’ammissione di Georgia e Ucraina nell’Alleanza. I membri della NATO ”credo che non dimenticheranno la Georgia e l’Ucraina, ma ritengono necessario risolvere le questioni con la Russia ora”, ha detto Rogozin. ”La NATO è molto interessata a portare avanti operazioni in collaborazione con la Russia, la cui riuscita è di vitale importanza”, ha aggiunto Rogozin riferendosi al supporto logistico dispensato da Mosca per la missione dell’Alleanza in Afghanistan. Ha poi supposto che la NATO ritirerà gradualmente l’idea di ammettere nel Trattato la Georgia e l’Ucraina, prospettiva ”non acclamata da nessuno dei Paesi membri”. ”Ovviamente non potranno cambiare idea e far vedere che hanno agito in questa direzione perchè messi sotto pressione da Mosca – ha spiegato il rappresentante russo – per cui scriveranno dei comunicati di cortesia, faranno altre promesse a Georgia e Ucraina, forse parlando del loro futuro nell’Allenza. Non verranno però prese decisioni radicali”.
(ASCA-AFP)

Qui altri dettagli dell’intervista rilasciata al quotidiano Kommersant.

Avvistato famigerato mostro a Bruxelles!
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Da sinistra a destra: Eka Tkeshelashvili (Ministro degli Affari Esteri, Georgia) a colloquio con Kinga Goncz (Ministro degli Affari Esteri, Ungheria) ed il Segretario Generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer.

Bruxelles, 3 dicembre – La NATO è pronta a dialogare sulla sicurezza europea, ma ”è escluso che possa negoziare la propria dissoluzione”: lo ha detto il segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, interpellato sulla proposta lanciata dal presidente russo Dmitri Medvedev per una nuova architettura europea ”condivisa” che dovrebbe superare il ”NATO centrismo”.
Nel merito della proposta – lanciata dal presidente russo ad Evian l’ottobre scorso – Scheffer ha fatto notare che ”sono necessari molti chiarimenti” per capire cosa esattamente si intende.
‘Se Medvedev concorda che l’OSCE è il forum giusto per discutere di tutto questo, noi siamo pronti a farlo, ma apprezzeremmo più sostanza”, ha sottolineato Scheffer.
In ogni caso, la NATO ”è piuttosto contenta dell’architettura di sicurezza esistente in Europa” e ritiene che questa architettura ”debba restare intatta”.
(ANSA)

Helsinki, 4 dicembre – (…) Intanto secondo gli USA “le proposte di Mosca di un nuovo patto di sicurezza in Europa sono ridondanti e sono un tentativo di indebolire la NATO”. Lo ha detto il vice-segretario di stato, Mattew Bryza. “Non c’è bisogno di una nuova architettura e questo è alquanto trasparente”, ha detto.
(AGI)

Niente NATO? Addio poltrona
Tbilisi, 5 dicembre – Rimpasto di governo in Georgia. A quattro mesi dalla devastante guerra con la Russia, il premier georgiano, Grigol Mgaloblishvili, ha annunciato di aver rimosso il ministro della Difesa, David Kezerashvil, e quello degli Esteri, Eka Tkeshelashvili [a sinistra nella foto sopra, solo due giorni fà... - ndr].
(AGI)

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“Similmente dovrebbe essere considerato il lungo cammino dell’Ucraina verso la NATO e le speranze degli attuali dirigenti ucraini di entrare a far parte del blocco atlantico. Qui esiste una seria contraddizione nella legislazione del Paese. La Costituzione ucraina indica che il Paese è uno Stato pienamente indipendente ed è proibita la collocazione di basi militari straniere sul proprio territorio. Tuttavia, nei progetti principali del Governo ucraino c’è la prossima integrazione Euro-Atlantica. “La NATO è al centro della comunità trans-Atlantica. Utilizziamola e facciamone buon uso”, ha dichiarato pochi giorni orsono Jaap de Hoop Scheffer al “Deutsche Welle”. Il discorso del Segretario Generale della NATO rappresenterebbe una spinta per tutti i programmi NATO in Ucraina. Come gli Stati Uniti e molto più che tutti gli altri componenti dell’Alleanza, il Segretario della NATO è favorevole ad un pronto ingresso di Ucraina e Georgia nella NATO. Ma le sue parole non rappresentano semplicemente la posizione delle rappresentative occidentali.
(…)
L’aspetto più importante è la volontà del popolo. Secondo i dati provenienti da una ricerca di sociologia, meno del 20% dei cittadini dell’Ucraina appoggiano l’entrata del proprio Paese nella NATO. Esiste anche il rischio che l‘ingresso nella NATO non venga discusso nei termini di un referendum nazionale, come è avvenuto in alcuni paesi dell’Europa Centrale, oppure è possibile che le modalità o i risultati di questo referendum vengano manipolati, come è accaduto diverse volte nelle elezioni.”
Tratto da La marcia dell’Ucraina verso la NATO si è arrestata, di Andrej Kovalenko.

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ROMA, 11 dicembre – ”L’imminente passaggio dei poteri presidenziali a Barack Obama negli Stati Uniti è scandita dai dibattiti dei vertici della NATO e dell’Unione Europea di questi giorni. Non si decide nulla, ma iniziano ad emergere le grandi linee della politica”, rileva in una nota Enrico Jacchia, responsabile del Centro di Studi Strategici.
”Alla NATO, la settimana scorsa, l’ultimo affondo dell’Amministrazione Bush per l’ammissione dell’Ucraina e della Georgia si è scontrato con una opposizione generale, cortese ma non per questo meno ferma. Dal futuro Presidente ci si può attendere un atteggiamento più conciliante che non irriti ulteriormente i russi. Ma il suo Segretario di Stato designato, Hillary Clinton, ci può presentare qualche sorpresa.
(…)
”La Commissione Europea ha fatto anch’essa il suo ultimo inopportuno affondo. Ha proposto di allargare ulteriormente ad una dozzina di Stati dell’Est europeo, tra cui le riottose repubbliche del Caucaso, le relazioni privilegiate con Bruxelles. Un’altra spina nel fianco del Cremlino, che si aggiunge alle sempre più pressanti rivendicazioni dei Paesi baltici, esercitate sul drappello dei futuri collaboratori del Presidente americano eletto.
”L’altro ieri, un grande inserto a pagamento di un quarto di pagina pubblicato sul New York Times e i principali giornali d’oltreoceano ha chiesto niente meno che lo stazionamento di truppe NATO e la diaspora forzata in altri Paesi del milione e 500 mila russi attualmente in Lettonia ed Estonia. ”Se questi governi baltici non stanno attenti, possono subire una reazione di Mosca che farà loro male. E noi, che li abbiamo accolti nella NATO e nella UE – conclude Jacchia – dovremo correre ai ripari”.
(ANSA)

Il cambiamento di Obama in due notizie

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Premessa:
“Il bilancio ‘base’ della difesa, che esclude il costo delle guerre in Irak ed Afghanistan, è cresciuto del 40% dal 2001 fino ad una stima di 518,3 miliardi di dollari richiesti per l’anno fiscale 2009. Ma questo non racconta l’intera storia. Se si considerano le altre spese militari, come quelle realizzate dai dipartimenti della Sicurezza Nazionale, dell’Energia, degli Affari dei Veterani, e le numerose leggi di difesa “supplementari” alle quali l’amministrazione Bush ha fatto ricorso per finanziare le sue avventure all’estero, la spesa USA per la difesa ammonta all’impressionante cifra di 863,7 miliardi di dollari. Cifra che supera la spesa annuale di difesa di tutte le altre amministrazioni militari nel mondo messe assieme.”
Bruce Falconer su motherjones.

New York, 25 nov. – Barack Obama confermerà Robert Gates alla guida del dipartimento della Difesa. Lo sostiene il sito ‘Politico’, secondo il quale Gates avrebbe accettato l’offerta del presidente eletto di rimanere alla guida del Pentagono nella nuova Amministrazione.
(AGI)

Washington, 25 nov. – Barack Obama nominerà l’ex comandante delle forze NATO e USA in Europa, James Jones, suo consigliere per la sicurezza nazionale. Secondo il sito “Politico”, il presidente eletto ha scelto il pluridecorato generale per guidare il Consiglio nazionale di sicurezza, un organismo che fa capo alla Casa Bianca e che si occupa di politica estera e altri temi che variano a seconda del presidente in carica.
(AGI)

Numer(ett)i e fatt(acc)i dell’Italia in Afghanistan

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A febbraio 2008, PdL e PD hanno dato il via libera a Camera e Senato al rifinanziamento della missione militare in Afghanistan. Le uscite ufficiali sono state di 365 milioni di euro, quelle reali – con tranches aggiuntive del Ministero degli Esteri – superano i 513, di cui 57 destinati al… riordino dei Tribunali e delle strutture centrali e periferiche del Ministero della Giustizia afghano.
CESVI ed INTERSOS, piene zeppe di volontari di occhio buono e lingua lunga, se ne accappareranno una fetta più che consistente. Ai nuclei CIMIC non resteranno che le briciole e la sfiga di dover fare da bersaglio per le prodezze dei 180 italianissimi Rambo della Task Force 45 – Sarissa.
I 4 Tornado IDS, insieme ad un team previsto di 170 militari tra piloti, motoristi, specialisti elettronici e di armi ed un aliquota di “avieri dell’aria” per la sicurezza, richiederanno uscite per altri 51 milioni di euro nell’esercizio 2009-2010 e 6 se ne andranno per l’approntamento degli shelter corazzati già in costruzione per la protezione passiva contro razzi e colpi di mortaio sull’aeroporto di Herat. Una città squassata in un solo giorno, lo scorso 20 novembre, da tre gigantesche esplosioni a meno di cinquecento metri dalla base italiana di Camp Vianini.
Una guerra, quella organizzata a partire dal 2001 dagli USA in Afghanistan e successivamente corroborata dalla NATO, che è costata ad oggi, ai contribuenti della Repubblica delle Banane, tra morti, feriti, sequestrati con riscatti per entità non precisate, per retribuzioni, diarie di indennità al personale, trasporto, “aiuti” a Ong, uso di blindati, elicotteri, aerei, logistica, impiego, sostituzione e perdite di materiali, la sommetta di 3,2 miliardi di euro.
La campagna contro l’Afghanistan, cominciata sotto grandinate di bombe da 250-500 kg sganciate a caduta libera, e quindi con larga imprecisione, sugli “obiettivi sensibili” da B52 e B1 statunitensi, è tutt’ora in corso e durerà – si sostiene al Pentagono – ancora una ventina di anni.
Gli esportatori di pace e democrazia USA/NATO sono arrivati in Afghanistan, con la complicità dell’ONU, a fare di tutto e di ben peggio del peacekeeping con tanto di promessi e faraonici (e mai mantenuti) piani di ricostruzione. Nel corso di sette anni di guerra hanno inoltre usato i C130 per annaffiare di bombe, oltre che i presunti rifugi dell’inafferrabile Bin Laden, anche il più modesto concentramento di guerriglieri pashtun, ponti, percorsi obbligati, abitazioni isolate e villaggi di montagna. Ad oggi sono almeno 250 le FAE, meglio conosciute come “tagliamargherite”, da 6 tonnellate dotate di paracadute frenante, lanciate dai portelloni posteriori di questi quadriturbina da trasporto oltre a 32 GBU 43B a guida laser da 7 tonnellate ciascuna, arrivate a bersaglio sul terreno.
Le FAE sono enormi contenitori di acciaio che contengono nitrato di ammonio, alluminio in polvere e polistirene che distruggono qualsiasi forma di vita nel raggio di cinquecento metri e sviluppano a terra una pressione di 500 kg ogni 24,5 millimetri quadrati.
Poi Enduring Freedom e ISAF hanno spazzato via dalla carta geografica dell’Afghanistan, quello che era rimasto in piedi delle infrastrutture di appoggio logistico del “nemico”, spesso posizionate in prossimità di centri abitati, con il bombardamento “chirurgico” di cacciabombardieri F117, F16, F18, Mirage 2000, Harrier, Tornado IDS e UAV Predator armati di razzi Hellfire.
Il 2007 si è chiuso con un bilancio ufficiale del governo Karzai, quindi largamente sottostimato, di 7.463 morti ammazzati. Per Human Rights Watch, i decessi registrati tra la popolazione afghana sono stati nello stesso periodo 748.
Nei primi otto mesi del 2008, i “costi collaterali” sono saliti a 1.552, con un incremento che supera di ben oltre il 50% le perdite di vite umane registrate nell’anno precedente. I dati questa volta sono arrivati dall’inviata sudafricana dell’ONU Navi Pillay, durante una conferenza stampa a Kabul nel mese di ottobre.

Dall’estate del 2006, durante il governo Prodi, è già operativa nell’ovest dell’Afghanistan – nelle province di Farah e di Herat – la forza di reazione rapida dei Bersaglieri e della Task Force 45 – Sarissa, composta da Comsubin di Varignano, Paracadutisti Carabinieri Tuscania e 185° Regt. Folgore che parteciperà a ripetute azioni di guerra contro i Taliban nel distretto di Gulistan.
Nel corso dei combattimenti la Task Force 45, appoggiata da 5 elicotteri d’attacco A129 Mangusta e blindati Dardo con cannoni a tiro rapido da 25 mm, si renderà responsabile insieme a Rangers USA e SAS britanniche dell’uccisione di decine di guerriglieri afghani e di un numero imprecisato di feriti.
Il primo impiego di militari italiani, inquadrati in ISAF, contro formazioni combattenti Taliban risale al 18 Settembre 2006. Seguiranno ulteriori “missioni di annientamento” l’1 Ottobre ed il 10 Dicembre dello stesso anno.
Il 2007 vedrà Alpini Paracadutisti, Bersaglieri e Truppe Speciali di ISAF ed Enduring Freedom, impegnati in azioni di rastrellamento e di fuoco da terra e dall’aria contro nuclei di Taliban il 21 Febbraio, 11 Marzo-10 Aprile, il 27 Aprile, il 10 ed il 22 Agosto, il 19 Settembre, il 5 Ottobre ed a chiusura dell’anno dall’1 al 21 Novembre. Sarà l’ultima grande e protratta operazione “attacca e distruggi” prima della pausa invernale.
Al vertice NATO di aprile a Bucarest, presente Frattini, gli Stati Uniti chiederanno perentoriamente all’Italia di ampliare il suo intervento militare in Afghanistan corredandolo di “ulteriori ed indispensabili mezzi di difesa per riallineare sul terreno lo sforzo comune di USA ed Alleati della NATO nella lotta contro il terrorismo”. L’azzimatissimo Ministro degli Esteri assicurerà in quella occasione a Jaap de Hoop Scheffer il ritiro dei caveat che limitavano l’impiego sul campo del personale militare italiano nelle province di Herat e Farah, dichiarate zone di guerra da Enduring Freedom.
Frattini confermerà inoltre al Segretario Generale della NATO che il rapporto di collaborazione dell’Italia con gli Stati Uniti sarà nel tempo ancora più stringente e politicamente affidabile rispetto al passato. Ed ecco che dopo le parole giungono i fatti: i Tornado Panavia IDS dell’Aeronautica Militare Italiana del generale Camporini arrivano a Mazar-e Sharif…
Ne riparleremo. Ne vale la pena.

[Versione rivista e corretta di "La guerra segreta dell'Italietta in Afghanistan", di Giancarlo Chetoni.
Per gentile concessione dell'autore]

La nuova sede della NATO

La nuova sede di Bruxelles della NATO, un progetto faraonico da 650 milioni di euro da realizzare nell’area di un’ex-caserma dell’esercito belga, a detta dei responsabili del progetto dovrebbe essere terminata nel 2014.
I lavori di costruzione veri e propri dovrebbero svolgersi dal settembre del 2009 alla fine del 2013. Si tratterà di costruire tre edifici in grado di accogliere i 4.500 dipendenti della NATO ed alcune delle sue agenzie su una superficie di 250.000 metri quadri, ha spiegato il colonnello belga Christian Lanotte, che sovrintende al progetto per conto del ministero della difesa del Belgio.
La costruzione della nuova sede, che viene discussa dal 1999, si farà nell’area dell’ex-Quartier Roi Albert 1er dell’aeronautica belga, di fronte alla sede attuale della NATO, costruita in fretta (in circa sette mesi ed a titolo “provvisorio”) nel 1967 in seguito ad un trasloco precipitoso da Parigi. Sarà accompagnata da una ristrutturazione del boulevard Léopold III (ovvero A201), l’autostrada semiurbana che collega Bruxelles al suo aeroporto internazionale, con la creazione di un tunnel ed il prolungamento della linea del tram 55.

Fincantieri sbarca in America (o il contrario?)

Fincantieri ha annunciato di aver raggiunto un accordo per l’acquisizione di Manitowoc Marine Group (MMG) dalla società controllante The Manitowoc Company. All’acquisizione, i cui termini sono stati già approvati dai consigli di amministrazione delle due aziende, partecipa anche la Lockheed Martin con una quota di minoranza; l’azienda statunitense guida uno dei due gruppi industriali che partecipano al programma Littoral Combat Ship (LCS), quello a cui aderisce Fincantieri con la fornitura di diesel generatori Isotta Fraschini ed i sistemi di stabilizzazione Ride Control System prodotti nel cantiere di Riva Trigoso, in provincia di Genova.
L’operazione, che ha un valore di circa 120 milioni di dollari, sarà perfezionata entro la fine dell’anno, dopo le consuete autorizzazioni regolamentari, tra cui quelle dell’antitrust USA e della Commissione per gli investimenti esteri negli Stati Uniti.
Il Manitowoc Marine Group è uno dei principali costruttori navali di medie dimensioni negli Stati Uniti ed opera per clienti civili ed enti governativi, fra cui la US Navy e la Coast Guard. Esso possiede due cantieri nel Wisconsin: a Marinette c’é il Marinette Marine Corporation focalizzato nella costruzione di navi militari, mentre a Sturgeon Bay ha sede il Bay Shipbuilding Company per la costruzione di navi commerciali e riparazioni; un terzo stabilimento per le riparazioni e trasformazioni navali è nell’Ohio, a Cleveland. MMG occupa quasi 1.600 persone ed ha realizzato nel 2007 ricavi per circa 320 milioni di dollari.
L’acquisto da parte dell’azienda italiana, che da tempo aveva annunciato sue acquisizioni sul mercato internazionale, è da inquadrare nella partecipazione di Fincantieri al programma Littoral Combat Ship. Fincantieri entra così nel più grande mercato mondiale della “difesa”, quello statunitense. Oltre ad acquisire nuovi contratti su questo mercato, essa avrà modo di affermarsi anche nell’export – sia militare che mercantile – verso i Paesi nella sfera di influenza USA, oggi assolutamente preclusi all’Italia in quanto vincolati con accordi commerciali soprattutto agli Stati Uniti. Con rilevanti conseguenze previste anche per l’indotto italiano, fra i 200 ed i 400 milioni di dollari in termini di meccanica, componentistica, ingegneria e servizi.
I cantieri americani stanno lavorando anche alla realizzazione di 30 Response Boat Medium commissionate dalla Guardia Costiera USA e vi sono progetti futuri per 34 Fast Response Cutter, pattugliatori costieri di poco inferiori ai cinquanta metri, che rientrano nel più ampio programma Deepwater, della durata di venticinque anni e del valore di 24 miliardi di dollari, per l’ammodernamento della flotta della Guardia Costiera statunitense.
Fred P. Moosally, presidente della Lockheed Martin’s Maritime Systems & Sensors Business, ha dichiarato che “l’operazione aumenterà la capacità del consorzio per il programma Littoral Combat Ship di consegnare navi di elevata qualità e valore aggiunto, in grado di sostenere al meglio la delicata missione della US Navy”. Da parte sua Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri, ha affermato che “questa acquisizione rappresenta un passo importante nel percorso di crescita di Fincantieri e delle sue attività nel settore militare. Con essa raggiungiamo un importante traguardo nell’attuazione del nostro Piano industriale”.
Lo scorso 26 agosto è quindi arrivato in Liguria per una visita di due giorni agli stabilimenti Fincantieri di Muggiano (La Spezia) e Riva Trigoso, il Segretario della Marina Militare statunitense, Donald Winter. Nell’occasione, Winter ha potuto vedere con i propri occhi le strutture di produzione della Direzione Navi Militari e ricevere informazioni sull’organizzazione generale dell’azienda, le sue strategie industriali e di mercato. Sono stati affrontati anche i dettagli e le prospettive del recente accordo per l’acquisizione da parte di Fincantieri dei cantieri americani di Manitowoc Marine Group. A Muggiano, Winter è salito a bordo della portaerei Cavour, nuova nave ammiraglia della Flotta italiana, e del cacciatorpediniere Caio Duilio, realizzato nell’ambito del programma di cooperazione italo-francese Orizzonte, dove è stato ricevuto dal Capo di Stato Maggiore della Marina Militare Italiana, Ammiraglio di Squadra Paolo La Rosa, e dal Direttore Generale degli Armamenti Navali, Ammiraglio Ispettore Capo Dino Nascetti.

Littoral Combat Ship

Annunciato nel novembre 2001 dalla US Navy nell’ambito del Future Surface Combatant Program, il programma militare Littoral Combat Ship (LCS) – fregate leggere destinate a missioni di tipo costiero – deriva da un antico progetto dell’italiana Fincantieri. La scelta del tipo di carena è stata infatti ripresa dal motoscafo veloce Destriero costruito da Fincantieri e poi utilizzato per numerosi traghetti, mercantili e navi militari.
Il programma LCS prevede la costruzione di 55 navi per un valore di circa 19 miliardi di dollari. A realizzarle saranno due consorzi, di cui uno guidato da Lockheed Martin – principale operatore statunitense nel settore militare, nonché azienda appaltatrice del cacciabombardiere F-35 Joint Strike Fighter – che coinvolge per la parte costruttiva Marinette Marine e Bollinger Shipyards e per la parte ingegneristica Gibbs & Cox.
Gli LCS sono unità di medie dimensioni particolarmente innovative ed adatte ad essere impiegate in diverse tipi di missioni nell’ambito della difesa da minacce di tipo asimmetrico, essendo dotate di tre tipi di moduli da combattimento per un’unica piattaforma nave (superficie, cacciamine, antisommergibile).
Queste navi hanno un dislocamento di 3.000 tonnellate, sono lunghe 115,3 metri e larghe 17,5. Hanno un ponte di volo particolarmente ampio ed un hangar in grado di ospitare due elicotteri H-60. Grazie ad un sistema di propulsione combinato diesel/turbine a gas, possono raggiungere una velocità superiore ai 40 nodi.
Il prototipo della LCS, che ha effettuato le prime prove nel lago Michigan alla fine dello scorso mese di luglio, ha suscitato l’interesse anche di altre marine militari, fra le quali anche quella di Israele con cui la Lockheed Martin ha in corso di finalizzazione un accordo per la realizzazione di un massimo di quattro unità, con valore totale di circa 2 miliardi di dollari.

[Segue]

Come restare 1.000 anni in Irak

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Esiste un sistema grazie al quale i negoziatori statunitensi possano rimediare delle basi permanenti senza il via libera del Congresso? Certo. Si chiama SOFA.
Di Frida Berrigan, 22 agosto 2008

Pochi americani avevano sentito nominare il SOFA prima di quest’anno, quando in rete ha fatto scalpore una rivelazione che molti osservatori della politica estera americana avevano previsto da molto tempo. Malgrado abbiano ripetutamente sostenuto il contrario, le autorità statunitensi stavano facendo pressioni sul governo iracheno perché accettasse una presenza militare degli Stati Uniti a tempo indeterminato, comprese – e questa era la cosa più sconvolgente – fino a 58 basi americane sul suolo iracheno.
Il termine SOFA, acronimo di Status of Force Agreement, è balzato improvvisamente sulle prime pagine. I Paesi hanno negoziato febbrilmente per raggiungere questo ed un altro accordo chiamato Strategic Framework Agreement (Accordo sul Quadro Strategico). I due distinti patti sono stati messi insieme e confusi sia da esperti di politica estera che dalle voci critiche. Il SOFA fornisce la base legale per la presenza e le operazioni delle forze armate statunitensi. L’Accordo sul Quadro Strategico è più vasto – benché non vincolante – e affronta tutti gli aspetti della relazione bilaterale tra l’Irak e gli Stati Uniti, compreso il controllo delle basi, le comunicazioni tra forze di sicurezza irachene e statunitensi e la questione principale: per quanto tempo? Nelle bozze dell’accordo i negoziatori hanno fatto riferimento ad “orizzonti temporali” per il ritiro delle truppe. Semantica astuta, vero? Non serve essere una persona di scienza per capire che un orizzonte non si avvicina mai all’osservatore.
Questi accordi servono a sostituire il mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 2003, che scadrà alla fine dell’anno e che autorizzava la presenza militare multinazionale in Irak. Emanato senza una significativa partecipazione da parte dell’Irak, dice essenzialmente che l’Irak è sovrano, che l’occupazione militare è una collaborazione temporanea con le forze irachene, che si svolgeranno delle elezioni, che comincerà una fase di transizione democratica e che la forza militare “multinazionale” ricorrerà “a tutte le misure necessarie a contribuire al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Irak”. La proroga del 2007 di questo mandato incontrò la strenua opposizione di un parlamento iracheno alle prime armi, che fece appello direttamente (e inutilmente) al Consiglio di Sicurezza quando il Primo Ministro Nouri al-Maliki richiese la proroga senza l’approvazione parlamentare.
I negoziati in corso sono l’ultima occasione dell’amministrazione Bush per risuscitare la sua tormentata politica mediorientale. Se tecnicamente il mandato delle Nazioni Unite potrebbe essere ulteriormente esteso, l’Irak però aveva già indicato che la proroga del 2007 sarebbe stata l’ultima. Richiederne un’altra denuncerebbe la debolezza del governo iracheno, dimostrerebbe che non ha il controllo della situazione ed equivarrebbe a riconoscere davanti al mondo che la politica di Bush in Irak ha fatto fiasco.
Ma quello perseguito dall’amministrazione non era un normale accordo sullo status delle forze. “Si distingue da tutti gli altri SOFA conclusi dagli Stati Uniti in quanto può contenere l’autorizzazione da parte del governo ospite… perché le forze statunitensi possano intraprendere operazioni militari”, osserva il Congressional Research Service (Servizio di Ricerca del Congresso). Continua a leggere

Status Of Force Agreement (SOFA)

A proposito di Irak, e non solo…

“Quando devono chiedere il permesso per costruire una o più basi militari in un paese straniero, gli Stati Uniti prima negoziano un contratto fondamentale, che in genere ha lo scopo di stabilire un’ «alleanza» con la controparte.
(…)
Concluso questo accordo preliminare, gli Stati Uniti passano a negoziare un Accordo sullo status delle forze armate (SOFA), che ha essenzialmente lo scopo di concedere a qualsiasi militare americano presente nel paese ospite la massima immunità possibile nei confronti delle leggi locali. Il sistema giuridico di alcuni di questi paesi «ospiti» non è meno sofisticato del nostro, cosicché è improbabile che degli americani possano essere seriamente puniti dalle forze dell’ordine o dai tribunali locali. Il SOFA, però, concede ai soldati americani, ai dipendenti delle società appaltatrici, ai dipendenti civili del dipartimento della Difesa, tutta una serie di privilegi particolari di cui i normali cittadini di quel paese o i forestieri non americani non godono. Nel solco della grande tradizione dell’«extraterritorialità», inaugurata nel XIX secolo dal colonialismo occidentale, questi trattati non prevedono quasi mai la reciprocità; in altre parole, il SOFA concede agli americani privilegi che non valgono per i cittadini dell’altro paese sul territorio degli Stati Uniti. La principale eccezione è costituita dal SOFA fondativo della NATO, che invece prevede la reciprocità. Per il personale militare di un paese NATO attivo sul territorio USA dovrebbero valere gli stessi diritti e benefici concessi alle truppe americane in Europa.
(…)
I SOFA non sono, di per sé, accordi che diano accesso al territorio o consentano la creazione di basi. L’articolo 6 del trattato di sicurezza nippo-americano, ad esempio, dice semplicemente: «Al fine di contribuire alla sicurezza del Giappone e al mantenimento della pace e della sicurezza in Estremo Oriente, si concede alle forze americane di mare, d’aria e di terra l’utilizzo di strutture e zone sul territorio giapponese. L’utilizzo di queste strutture e aree e lo status delle forze armate americane in Giappone saranno regolati da un accordo separato». I SOFA sono appunto questi accordi separati che enunciano ciò che la nazione ospite consente di fare agli Stati Uniti sul proprio territorio.
(…)
Il SOFA a fondamento della NATO e gli accordi con i singoli paesi europei non contengono esenzioni dalle responsabilità nell’inquinamento ambientale e acustico, ed è sicuramente per questo che il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld vuole spostare le basi americane dalla Germania nei paesi della «nuova Europa», cioè in quei paesi ex satelliti dell’Unione Sovietica che sono abbastanza poveri e disperati – almeno per ora – da permettere agli Stati Uniti di inquinare quanto vogliono, gratuitamente, nella speranza di ricavarne almeno qualche beneficio economico.
I SOFA tolgono, di fatto, la questione dell’arrivo e della partenza degli americani dalle mani dei paesi ospiti, il che, ovviamente, conferisce al termine «ospite» un nuovo e curioso significato. L’articolo 9.2 del SOFA sottoscritto dal Giappone è esemplare, in questo senso. «I membri delle forze armate degli Stati Uniti», afferma, «non sono tenuti al rispetto di leggi e regolamenti riguardanti passaporti e visti.» Ciò significa che i militari americani accusati di crimini commessi in Giappone hanno potuto, in alcuni casi, lasciare in tutta fretta il paese senza incontrare ostacoli legali, e senza che i giapponesi potessero farci alcunché.
(…)
I SOFA, comunque, sollevano molti altri problemi assai complessi. Per limitarci a pochi esempi, si pensi alle vaste superfici di terra preziosa che gli Stati Uniti hanno preso in affitto gratuito in paesi «poveri di terra» come il Giappone; al fatto per cui né le leggi sul lavoro locali né quelle americane proteggono i lavoratori del posto operanti all’interno delle nostre basi; al fatto che i funzionari doganali dei paesi ospiti non hanno autorità sul materiale americano che entra sul suo territorio.
Tuttavia, il problema senz’altro più sentito dalle popolazioni dei paesi che ospitano le nostre basi è quello della giurisdizione civile e penale. Nelle questioni civili – ad esempio, nel caso di danni causati da militari americani fuori servizio alla guida delle loro auto – il SOFA prevede in genere che il danno sia da determinare e da risarcire, al punto che spesso si richiede ai nostri soldati di stipulare un’assicurazione contro eventuali danni a beni o persone. Nel caso di reati da codice penale, i vari SOFA prevedono misure diverse, ma conferiscono perlopiù la giurisdizione agli Stati Uniti, qualora il reato sia stato commesso da un soldato contro un altro o mentre il colpevole era impegnato nello svolgimento delle proprie mansioni. In presenza di accuse diverse, l’autorità resta di solito nelle mani della nazione ospite.
(…)
I SOFA sottraggono piuttosto esplicitamente ai paesi ospiti la rispettiva sovranità, il che spiega come mai sia sempre stato più facile imporli a paesi sconfitti o occupati, come la Germania e il Giappone dopo la seconda guerra mondiale e la Corea del Sud dopo la guerra del 1953, o estremamente deboli e dipendenti, come Ecuador e Honduras. Questi accordi, però, sebbene tentino di regolarizzare le relazioni internazionali dell’impero militare americano, spesso a suo esclusivo vantaggio, e siano spesso volontariamente rispettati dai governi alleati, satelliti o dipendenti, introducono anche fattori che a lungo termine generano lo scontento e la protesta popolare nei confronti dell’impero. I SOFA non possono che dar luogo a dispute politiche esplosive quando le leggi americane e le aspettative delle truppe USA creano un clima di impunità nella nazione ospite. Lo sdegno, allora, è spesso innescato da semplici differenze di cultura giuridica.
(…)
Nel 1957, secondo la rivista «Time», erano in vigore «più di» quaranta SOFA «concepiti per legalizzare lo status dei 700.000 militari USA dislocati in paesi amici». Nell’aprile 1996 il dipartimento di Stato disse che avevamo sottoscritto accordi sullo status delle forze armate con cinquantatré paesi. Prima dell’ 11 settembre 2001, gli Stati Uniti riconoscevano di avere stretto accordi del genere con novantatré nazioni, sebbene in alcuni paesi, soprattutto nel mondo islamico, vengano tenuti segreti in quanto fonte di grave imbarazzo. Poiché, però, dalla metà degli anni Novanta l’impero di basi americano ha continuato a espandersi, il vero numero di SOFA in vigore è ignoto all’opinione pubblica.”

Estratto da Nemesi, di Chalmers Johnson, Garzanti, 2008, pp. 225-233.
[Grassetti nostri]

Il lascito di Bill, le colpe di George, i compiti di Barack

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Da “L’ultima chance. La crisi della superpotenza americana” di Zbigniew Brzezinski, Salerno editrice, 2008 (traduzione italiana di “Second chance. Three presidents and the crisis of american superpower”, Basic Books, 2007).

Il lascito di Bill
“La fine repentina delle divisioni in Europa pose l’accento sul desiderio degli Stati postcomunisti di diventare parte integrante della Comunità atlantica. La risposta di Clinton a questo problema impiegò diversi anni a svilupparsi, ma alla fine divenne la parte piú costruttiva e duratura del suo lascito in materia di politica estera. La contestuale realtà della NATO, che abbracciava ventisette membri (venticinque dei quali europei), e un’Unione Europea a venticinque membri, indicava che il vecchio slogan di una « collaborazione transatlantica» poteva alla fine acquistare sostanza reale. Tale collaborazione possedeva il potenziale per iniettare vitalità politica in un tentativo vigoroso di forgiare un sistema mondiale piú cooperativo.
Il tema catalizzatore per il rinnovamento dell’alleanza era la questione dell’espansione della NATO. (…)
A sorpresa, quando il presidente Walesa espresse il desiderio che la Polonia diventasse membro della NATO, il presidente russo Eltsin rispose positivamente. Nel corso di una visita a Varsavia nell’agosto del 1993, con le truppe russe ancora in Germania Est, Eltsin affermò pubblicamente che non riteneva tale prospettiva contraria agli interessi russi. Il principale consigliere di Clinton per gli affari russi e il suo segretario di Stato gli suggerirono comunque cautela. Pertanto, ancora per un anno, gli sforzi statunitensi si concentrarono su un processo di “preparazione” all’allargamento, ingegnosamente etichettato «collaborazione per la pace», che aveva il merito di rendere l’allargamento piú probabile mentre ne rimandava l’effettiva decisione.
(…)
Alla fine del 1996, alla vigilia delle elezioni presidenziali statunitensi, Clinton impegnò pubblicamente gli Stati Uniti per l’espansione della NATO, e lo sforzo ebbe un’accelerazione a seguito della sua rielezione. Il segretario di Stato del primo mandato lasciò il posto a Madeleine Albright, piú dinamica e con maggiori relazioni politiche, una protégé della First Lady (oltre che amica ed ex socia dell’autore di questo libro). Impegnata personalmente per l’espansione a est della NATO, la Albright conferì una precisa direzione strategica all’operazione.
Il processo su due fronti procedeva ora con minori esitazioni. Nel maggio del 1997 fu firmato l’Atto fondatore che regolava le relazioni NATO-Russia. Il suo intento era quello di rassicurare la Russia che la NATO adesso era un partner per la sicurezza. Clinton, ancora una volta, colse l’occasione per ribadire l’amicizia dell’America con la Russia di Eltsin. In luglio Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria furono invitate ufficialmente a unirsi alla NATO. Segui presto l’invito alle Repubbliche Baltiche, a Romania e Bulgaria.
(…)
Questa volta [Kosovo, 1999 - ndr] gli Stati Uniti agirono con maggior decisione. Il segretario Albright assunse il comando per conto del governo USA. La Albright approfittò dell’impulso politico offerto dall’allargamento della NATO per modellare una coalizione politica che ponesse la Serbia di fronte a un ultimatum preciso: lasciare il Kosovo o esserne cacciata con la forza. Con l’America e l’Europa fortemente coese, una campagna di bombardamenti inflisse gravi danni alle infrastrutture serbe (anche nella capitale), mentre le truppe della NATO si ammassavano in Albania e in Grecia per organizzare una campagna di terra decisiva.
La Russia, che si oppose con forza a tali azioni, operò un estremo tentativo di inserirsi nel conflitto dispiegando un piccolo reparto nell’aeroporto di Pristina, la capitale del Kosovo, forse nel tentativo di salvare un pezzo di Kosovo per la Serbia o di ottenervi una zona di occupazione russa. Ma con la NATO politicamente determinata, il tentativo non portò a nulla. La politica di allargare e rafforzare la Comunità atlantica si dimostrò valida, e la fase terminale della crisi iugoslava si risolse a metà del 1999 nei termini occidentali e sotto la leadership americana. La Serbia fu costretta a lasciare il Kosovo.
La decisione di Clinton di inviare le truppe in Bosnia, compiuta a dispetto della risoluzione del Congresso a maggioranza repubblicana, e poi di usare la forza per costringere la Serbia a ritirarsi, fu un elemento critico per la stabilizzazione della ex Iugoslavia. E inoltre incoraggiò la cooperazione tra America ed Europa in materia di sicurezza internazionale. Nel 2004, dopo che Clinton aveva lasciato la presidenza, il comando delle forze NATO in Bosnia passò dagli Stati Uniti all’Europa, a riprova della solidità dei legami transatlantici.
La politica di Clinton nei confronti della stessa Russia, già danneggiata dall’espansione della NATO, venne tuttavia gravemente complicata dalla crisi iugoslava.
(…)
Intorno al 1990 l’America, sola, aveva raggiunto la cima del totem globale. Nel 1995 la considerazione di cui il paese godeva nel mondo aveva con tutta probabilità raggiunto il suo apice. L’intero pianeta aveva accettato quella nuova realtà e la gran parte dell’umanità la gradiva persino. Il potere americano non solo era considerato indiscutibile, ma anche legittimo, e la voce dell’America era credibile. Il merito di ciò deve essere ascritto a Clinton. Se la supremazia americana nel 1990 prese il volo, il prestigio globale raggiunse l’apogeo storico nella seconda metà del decennio.
(…)
Il presidente in persona era ammirato e quasi universalmente apprezzato, con un fascino personale paragonabile a quello di Franklin Roosevelt o John Kennedy. Ma non approfittò dei suoi otto anni alla Casa Bianca per impegnare la leadership globale americana a tracciare una via definita che le altre nazioni potessero seguire.
(…)
Senza alcun dubbio quando Clinton lasciò la carica, l’America era ancora un paese dominante, sicuro e rispettato, le relazioni con gli alleati erano sostanzialmente positive, e una notevole enfasi era stata posta sugli sforzi internazionali per portare rimedio alle smaccate ingiustizie della condizione umana. Ma alla fine dell’ultimo decennio del XX secolo la crescente ondata di ostilità nei confronti dell’America non si limitava piú al Medio Oriente. Persino alcuni degli alleati cominciavano a provare risentimento per lo strapotere americano. La proliferazione nucleare si diffondeva dopo otto anni di negoziati inconcludenti e di futili proteste. Le buone intenzioni riuscivano sempre meno a compensare la mancanza di una strategia chiara e determinata
(…)
L’eredità che nel 2001 Clinton lasciò al suo successore, antitetico dal punto di vista dottrinale, si dimostrò senza costrutto e vulnerabile.”
[pp. 79-81, 88-89, 97-99]

Le colpe di George
“George W. Bush ha frainteso il momento storico, e in pochi anni ha pericolosamente minato la posizione geopolitica dell’America. Nel perseguire una politica basata sulla convinzione che «ora noi siamo un impero, e quando agiamo creiamo la nostra realtà», Bush ha messo in pericolo l’America. L’Europa risulta sempre piú alienata. La Russia e la Cina appaiono entrambe decise e in crescita. L’Asia volta le spalle e si riorganizza, mentre il Giappone riflette su come rendersi piú sicuro. Le democrazie latino-americane divengono populiste e antistatunitensi. Il Medio Oriente è frammentato e sull’orlo di un’esplosione. Il mondo islamico è infiammato da crescenti passioni religiose e nazionalismi antimperialisti. In tutto il mondo, i sondaggi mostrano che la politica statunitense è ampiamente temuta e persino disprezzata.
La conseguenza è che il prossimo presidente degli Stati Uniti dovrà impiegare uno sforzo monumentale per restituire legittimità all’America nel suo ruolo di principale garante della sicurezza globale e ridefinire gli Stati Uniti con una risposta comune ai dilemmi sociali in espansione in un mondo che ormai si è risvegliato dal punto di vista politico e non è disponibile al dominio imperialista.”
[pp. 126-127]

I compiti di Barack
“Dato il crescente indebitamento globale americano (al momento gli Stati Uniti detengono l’80% delle riserve mondiali) e l’enorme deficit commerciale, un’importante crisi finanziaria, soprattutto in un’atmosfera di antiamericanismo carico di emotività e diffuso a livello planetario, potrebbe avere conseguenze terribili per il benessere e la sicurezza del paese. L’euro sta divenendo un serio rivale del dollaro e si parla di un concorrente asiatico per entrambi. Un’Asia ostile e un’Europa concentrata su di sé a un certo punto potrebbero essere meno disposte a finanziare il debito statunitense.
Per gli Stati Uniti da ciò derivano diverse conclusioni geopolitiche. E’ essenziale che l’America preservi e fortifichi i particolari legami transatlantici.
(…)
Comunque, siccome le nuove realtà politiche globali vanno nella direzione di un declino del tradizionale dominio dell’Occidente, la Comunità atlantica deve mostrarsi aperta a una maggior partecipazione da parte dei paesi non europei. Ciò implica, in primo luogo e soprattutto, uno sforzo serio per coinvolgere il Giappone (e per estensione la Corea del Sud) nelle consultazioni chiave. Si dovrebbe prevedere anche un ruolo particolare per il Giappone nei piani di sicurezza della NATO allargata, oltre a qualche partecipazione volontaria in alcune missioni della NATO. In breve, coinvolgendo in maniera selettiva i paesi non europei piú avanzati e democratici in piani di stretta collaborazione sulle questioni globali, un centro moderato, ricco e democratico potrebbe continuare a proiettare in tutto il mondo la propria influenza positiva.
(…)
I cinesi sono pazienti e calcolatori. Questo offre all’America e al Giappone, oltre che alla Comunità atlantica in espansione, il tempo di coinvolgere Pechino in responsabilità condivise per la leadership globale. Negli anni a venire la Cina diventerà o un giocatore chiave in un sistema globale piú giusto o la principale minaccia alla stabilità di quel sistema, che ciò avvenga a causa di crisi interne o per qualche sfida esterna. Pertanto, gli Stati Uniti dovrebbero incoraggiare un ruolo sempre maggiore per la Cina nelle istituzioni e nelle imprese internazionali.
E’ giunta l’ora di affrontare il fatto che il summit del G8 dei “leader mondiali” è divenuto un anacronismo.
(…)
Un corpo piú rappresentativo – anche se ancora informale ed esterno al sistema dell’ONU – potrebbe affrontare, piú in sintonia con lo spirito dei tempi, questioni basilari come l’equità in materia di non proliferazione nucleare, la divisione adeguata del peso della lotta alla povertà globale o i bisogni comuni dei paesi ricchi e di quelli poveri per combattere le conseguenze del riscaldamento globale. Le discussioni del G8 su questi argomenti sono oggi condotte entro confini storici anacronistici.
Persino con queste nuove istituzioni sarà sempre conveniente per l’America infondere un senso di comune direzione in un mondo inquieto. L’America è, e rimarrà per un certo tempo, l’unica potenza in grado di far muovere la comunità globale nella direzione necessaria. Ma per fare ciò potrebbe essere indispensabile un’epifania nazionale riassunta al meglio (anche se con qualche rischio di esagerazione) da due note espressioni: rivoluzione culturale e cambio di regime. Il fatto è che sia l’America sia la politica americana hanno bisogno di un rinnovamento derivato dalla comprensione da parte del popolo dell’impatto rivoluzionario di un’umanità piú risoluta dal punto di vista politico.
(…)
Pertanto all’inizio dell’era globale una forza dominante non ha altra scelta che perseguire una politica estera che sia realmente mondialista nello spirito, nei contenuti e negli obiettivi. La cosa peggiore per l’America, e per il mondo intero, sarebbe che la politica statunitense fosse considerata arrogante e imperialista in un’epoca postimperiale, mirata alla ricostruzione del colonialismo in un’era postcoloniale, indifferente ed egoista di fronte a un’interdipendenza globale senza precedenti e moralistica dal punto di vista culturale in un mondo caratterizzato dalle diversità religiose. La crisi della superpotenza americana sarebbe in tal caso estrema.
E’ essenziale che la seconda chance americana dopo il 2008 ottenga un maggior successo della prima, perché non ce ne sarà una terza. L’America deve urgentemente modellare una politica estera post-guerra fredda veramente mondialista. Può ancora farlo, sempre che il prossimo presidente, consapevole che «la forza di una grande potenza diminuisce quando cessa di servire un’idea», scelga di collegare in maniera tangibile la potenza americana alle aspirazioni di un’umanità risvegliata dal punto di vista politico.”
[pp. 149-152]

Scudo sì, scudo no, scudo forse

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In attesa di parlarne più diffusamente, vi segnaliamo che nella pagina dei commenti di questo articolo stiamo raccogliendo alcuni aggiornamenti relativi allo scudo antimissile, al centro delle cronache di politica internazionale di questi giorni.
Non da ultimo anche per il sorprendente attivismo del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Uomo in alto mare

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Il 30 ottobre 2007, Giovanna Reggiani viene aggredita nei pressi della stazione ferroviaria di Tor di Quinto alle porte di Roma. Ricoverata presso il reparto di terapia intensiva dell’ospedale Sant’Andrea, vi muore dopo due giorni. Il marito, Giovanni Gumiero, dichiara che “lei era rimasta a Roma per preparare il trasloco, ci saremmo trasferiti definitivamente a La Spezia”.

Ma chi è Giovanni Gumiero? Promosso Contrammiraglio l’1 Gennaio 2008, Gumiero attualmente comanda il Gruppo Navale Permanente della NATO 2 (Standing NATO Maritime Group 2 – SNMG2). La SNMG2 è una forza marittima permanente multinazionale della NATO che opera sotto il comando della componente marittima alleata di Napoli e contribuisce anche alla forza di risposta rapida (NRF). Oltre a svolgere compiti operativi, la SNMG2 partecipa ad esercitazioni con le Marine NATO, del Partenariato per la Pace e del Dialogo Mediterraneo e rappresenta la NATO nel corso di visite a porti di Paesi che non fanno parte dell’Alleanza Atlantica.
Nell’assumere il comando della SNMG2, lo scorso 4 luglio a Taranto, Gumiero ne ha ricordato il ruolo in relazione alla lotta contro il terrorismo: “Oggi assumo il comando della SNMG2 in un periodo in cui la richiesta di sicurezza è più grande che mai, soprattutto nell’area marittima. Questa forza ha evidenziato di essere in grado di svolgere quei compiti che dimostrano il proposito della NATO di prevenire e combattere la minaccia globale posta dal terrorismo”.
Attualmente la SNMG2 – attraverso un suo reparto di sette imbarcazioni provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Grecia e Turchia – sta conducendo l’operazione Allied Provider al largo delle coste della Somalia, per consentire al World Food Programme dell’ONU di fornire aiuti umanitari e dissuadere le attività di pirateria nell’area.

Lo scorso 29 ottobre, la Terza Corte di Assise di Roma ha emesso la sentenza a carico di Romulus Nicolae Mailat, rumeno di 25 anni, accusato di omicidio volontario, rapina e violenza sessuale in relazione alla morte di Giovanna Reggiani, la consorte del Gumiero. Mailat, dopo la richiesta dell’ergastolo formulata dal Pubblico Ministero il giorno precedente, aveva avuto a dichiarare: “Vogliono a tutti i costi un colpevole per un fatto così grave e penso di essere stato estratto da un mazzo di carte. Sono un capro espiatorio per tutti i romeni che hanno commesso reati in Italia”.
Piero Piccinini, difensore di Mailat, aveva puntualizzato: “Abbiamo un testimone-chiave, ma la polizia non sa dove sia”, riferendosi a Emilia Neamtu, la romena che aveva denunciato Mailat alla polizia, di cui la stampa romena aveva scritto che soffriva di disturbi psichici e il cui figlio, Gheorghe, sarebbe stato presente all’aggressione. “La Neamtu si trova in Romania e sostiene che nessuno l’abbia informata del processo”, affermava l’avvocato, convinto che “se fosse stata ascoltata in tribunale, forse sarebbero risultate molte contraddizioni”.
“E’ per questo motivo che il procuratore non ha fatto tutti gli sforzi per portarla in Italia”, continuava il legale chiedendosi come mai la polizia non sapesse dove si trovi la Neamtu. “Nessuno della baraccopoli in cui viveva Mailat è stato ascoltato”, proseguiva spiegando che la maggiore contraddizione nel caso fosse “la mancanza di prove che dimostrino che Mailat abbia avuto un contatto fisico con la signora Reggiani: niente sangue, niente tracce di pelle, peli o liquidi biologici”.
L’avvocato Tommaso Pietrocarlo, legale del Gumiero, dal canto suo aveva chiesto un risarcimento danni a favore del suo cliente, essendo evidente “quali sofferenze questa vicenda ha portato all’ammiraglio: vive, in privato, un dolore grandissimo. Addirittura non abita più nella casa in cui viveva con la moglie”.

Mailat è stato condannato a 29 anni di carcere. I giudici, riconoscendo il vincolo della continuazione tra i tre reati contestati, hanno disposto anche l’espulsione a pena espiata ed il risarcimento in separata sede con una provvisionale di 500.000 euro, nonché l’interdizione legale e la sospensione della potestà genitoriale.

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Roma, 9 luglio 2009 – Ergastolo e sei mesi di isolamento diurno. E’ questa la condanna emessa dalla prima corte d’Assise d’appello di Roma inflitta Romulus Nicolae Mailat, il romeno di 29 anni, per l’omicidio di Giovanna Reggiani. La sentenza è stata pronunciata dopo due ore di camera di consiglio dalla Corte presieduta da Antonio Cappiello. Mailat è stato condannato all’ergastolo perché gli sono state revocate le attenuanti generiche riconosciute in primo grado. Resterà anche sei mesi in isolamento diurno.
La Corte ha condannato l’imputato anche al pagamento delle spese processuali pari a 2.500 euro confermando del resto anche la sentenza di primo grado che riconosceva al vedovo della Reggiani il risarcimento danni che in via provvisoria era stato fissato in 500 mila euro. Contro la sentenza ovviamente il difensore Piero Piccinini ha già preannunciato ricorso in cassazione.
(Adnkronos)

La sentenza è passata in giudicato
Roma, 14 aprile 2010 – La Cassazione ha reso definitivo l’ergastolo per Romulus Mailat, il romeno condannato per l’uccisione di Giovanna Reggiani aggredita nei pressi della stazione di Tor di Quinto, nella capitale, la sera del 30 ottobre 2007. Lo ha deciso la Prima sezione penale presieduta da Severo Chieffi, dichiarando inammissibile il ricorso presentato dal romeno che sta scontando il carcere a vita nell’istituto penitenziario di Pesaro.
In questo modo, piazza Cavour ha convalidato la decisione della Corte d’assise d’appello di Roma del 9 luglio 2009 che aveva annullato le attenuanti generiche concesse a Mailat in primo grado, condannandolo all’ergastolo (la Corte d’assise, con lo sconto, aveva inflitto una pena di 29 anni). “La condanna di Mailat è basata sul verosimile – protesta il legale del romeno, Piero Piccinini -. A tutt’oggi non so ancora quale sia la sua posizione visto che la condanna è frutto di un processo fatto male imbastito su presupposti che andavano verificati. Non si ha la minima idea di ciò che accadde quella notte, e questo emerge dalle carte”.
In primo grado, la Corte d’assise di Roma – 29 ottobre 2008 – aveva stabilito per il marito di Giovanna Reggiani una provvisionale di 500mila euro come risarcimento danni. “Soldi che – afferma Tommaso Pietrocarlo, legale del marito della Reggiani costituitosi parte civile nel processo – Mailat non ha ovviamente mai rifuso”. Anche la pubblica accusa di piazza Cavour rappresentata da Vito D’Ambrosio nella sua requisitoria aveva chiesto di confermare l’ergastolo per Mailat, condividendo la sentenza d’appello che aveva negato lo sconto di pena al romeno.
L’aggressione avvenuta a Roma, che portò alla morte di Giovanna Reggiani, spinse a portare il tema della sicurezza al centro dell’agenda politica e della campagna elettorale del 2008 e venne seguita da episodi violenti nei confronti di alcuni romeni che hanno suscitato tensioni politiche tra Italia e Romania.
Giovanni Gumiero, marito di Giovanna Reggiani, si è commosso alla sentenza della Cassazione. “Giustizia è fatta”. Raggiunto telefonicamente dal suo avvocato, Tommaso Pietrocarlo, il vedovo della Reggiani, che è ammiraglio ed è in navigazione, ha pianto. “Non cercavamo vendetta – spiega il legale – 29 anni o l’ergastolo non restituiranno la moglie all’ammiraglio Gumiero. Cercavamo soltanto la verità dei fatti. Non un colpevole a tutti i costi, solo la verità, e questa è stata affermata”.
(Adnkronos)

In un Paese dove la giustizia è lentissima, la rapidità con cui si è svolto questo procedimento giudiziario (meno di tre anni… ) nonché la durezza della sentenza definitiva, ulteriormente inasprita rispetto a quella emessa al termine del primo grado, desta in noi più di un sospetto.
Il fatto che il vedovo sia l’ammiraglio Giovanni Gumiero di cui sopra non conta davvero nulla?

Nuove bombe per Obama?

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Lo scorso 1 novembre, presso lo Stato Maggiore dell’aeronautica USA, è diventato operativo lo Strategic Deterrence and Nuclear Integration Office affidato al maggior generale C. Donald Alston. La nuova struttura è stata denominata A10 – decima branca dello staff aeronautico – e costituisce il primo passo verso la costituzione dell’Air Force Global Strike Command prevista entro settembre 2009.
Il generale Norton Schwartz, che nei mesi scorsi è subentrato al generale T. Michael Moseley nell’incarico di Capo di Stato Maggiore dell’US Air Force, a proposito dell’A10 ha dichiarato che “il nuovo ufficio sarà determinante nel gestire l’intera problematica nucleare”. Pochi giorni prima, il segretario alla Difesa Robert Gates aveva affermato la necessità di ammodernare l’armamento nucleare americano per mantenere l’efficacia della sua funzione deterrente. Nella conferenza stampa a margine del discorso tenuto il 28 ottobre al Carnegie Endowment for International Peace, Gates ha espresso forti perplessità in merito al destino delle componenti più datate dell’arsenale nucleare russo, sostenendo che “gli stessi russi probabilmente non hanno alcuna idea di quante ne possiedono o, probabilmente, dove sono”. A nulla è servita la replica del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, secondo il quale non si sono verificate perdite di ordigni nucleari.
La schermaglia verbale sembra al momento limitata alla sicurezza degli arsenali, anche se il riordinamento di uffici e comandi nell’ambito dell’aeronautica militare USA ha provocato le reazioni della Corea del Nord. Il quotidiano governativo Rodong Sinmun ha sottolineato l’esigenza di rafforzare le difese contro l’iniziativa USA, definita “estremamente pericolosa” perché volta a controllare il mondo con le armi nucleari. Oggi tuttavia qualsiasi decisione sull’arsenale nucleare statunitense, dalla sicurezza all’ammodernamento, è nelle mani di Barack Obama che aveva già manifestato le sue intenzioni in un articolo pubblicato nel numero di luglio-agosto 2007 di Foreign Affairs.
Un intero paragrafo, intitolato “Impedire la diffusione di armi nucleari”, anticipava le possibili linee-guida della nuova amministrazione, partendo dall’indimostrato presupposto che Al Qaeda abbia come obiettivo quello di “portare una Hiroshima” negli USA. Le preoccupazioni di Obama erano analoghe a quelle di Gates: “Nell’ex Unione Sovietica ci sono circa 15-16.000 testate nucleari e riserve di uranio e plutonio con cui si possono costruire altre 40.000 testate”. Allora, Obama concludeva sottolineando il pericolo rappresentato dai programmi di Iran e Corea del Nord ed affermava: “Nell’affrontare queste minacce, non escluderò l’opzione militare”.
La penserà ancora così?

Eagle Resolve

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Dal 1º novembre al 30 si svolgerà sul poligono sardo di capo Teulada l’esercitazione “Eagle Resolve”, un’attività interforze multinazionale che comprende l’esercitazione NATO “Arrcade Fusion 08” e quella europea “Evropi 08” su base comando della Divisione Acqui guidata dal generale di Divisione Vincenzo Lops. In “Arrcade Fusion 08″, precisa lo nota della Divisione Acqui, «si simulerà un intervento su esplicita richiesta di un Paese in crisi. Lo scenario prefigurato, un Paese in cui è presente un forte movimento di Insurgency, è decisamente innovativo rispetto alle precedenti esercitazioni condotte. Esso si fonda sul paradigma internazionale che vede improbabile il ritorno a guerre di tipo classico e che, invece, attribuisce una valenza sempre più preponderante all’elemento umano, che negli attuali scenari geopolitici gioca un ruolo assolutamente prioritario. Su queste basi la Divisione “Acqui” dovrà essere capace di pianificare e successivamente condurre un’operazione che preveda l’ impiego non convenzionale delle unità dipendenti (che per realismo esercitativo saranno schierate in Germania e collegate con i più moderni sistemi di comunicazione di cui dispone la Forza Armata), in un mix di attività volte prioritariamente a “colpire” il cuore e la mente della popolazione, allo scopo di isolare gli “Insurgents” e conferire credibilità alla compagine governativa in supporto della quale è stato predisposto l’intervento militare. Il tutto giocato con un approccio interforze (Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri), multinazionale (una delle unità dipendenti dalla Divisione è una Brigata portoghese) e “multy agency”, che vede coinvolte in questo tipo di operazione non solo la componente militare ma anche una serie di agenzie governative ed internazionali, tutte sinergicamente connesse per il buon esito dell’operazione».
«Il secondo momento addestrativo – prosegue la nota -, la “Evropi08″, vedrà lo Staff del Comando Divisione riconfigurarsi quale EU Force HQ, sotto Comando e Controllo di un Operation HQ Greco, con la responsabilità diretta dell’operazione nel Teatro d’intervento. Nella circostanza, lo scenario di riferimento è quello di un Paese da poco uscito da un conflitto che richiede l’intervento di una “Coalition Force Europea” per sostenerlo nel difficile processo di ricostruzione delle strutture sociali e governative e nel ripristino di quelle condizioni di sicurezza che permettano la ripresa economica ed il rientro di migliaia di profughi. Al buon esito di quest’ultima esercitazione è legato il superamento del primo step, affinché il Comando Divisione “Acqui” possa poi conseguire, nel 2010, la certificazione della piena capacità operativa in ambito Europeo».

FONTE: dedalonews.it

ULTERIORI APPROFONDIMENTI NELLA PAGINA DEI COMMENTI

Fotoromanzo atlantico

Una sequenza di scatti della conferenza stampa a margine dell’ultimo incontro tra l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Javier Solana (a sinistra), ed il Segretario Generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer (a destra), svoltosi lo scorso 27 ottobre presso il Quartier Generale NATO di Bruxelles.

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L’AFRICOM e “la portaerei nel Mediterraneo”

Dopo quattro anni in cui il Pentagono gli ha cercato una sede in giro per il continente ed in attesa di porlo nella base di Camp Lemonier a Gibuti, lo scorso 1 ottobre 2008 si è insediato AFRICOM, il comando delle forze armate USA per l’Africa, diretto dal generale William E. (Kip) Ward. Per ora a Stoccarda, città tedesca che ospita anche il comando per l’Europa, detto EUCOM. La centrale d’intelligence per le operazioni in Africa è tuttavia presente da cinque anni nella base aeronavale di Sigonella. Nel più assoluto segreto, stazioni di telecomunicazioni e aerei P-3C Orion coordinano la “Guerra globale al Terrorismo” in un’area compresa tra il Golfo di Guinea e il Corno d’Africa.
Il generale James L. Jones, comandante dell’EUCOM, in un’audizione davanti alla sottocommissione difesa del Senato, l’1 marzo 2005, aveva dichiarato che “EUCOM ha istituito nel dicembre 2003 la Joint Task Force denominata Aztec Silence, ponendola sotto il comando della VI Flotta USA, per contrastare il terrorismo transnazionale nei Paesi del nord Africa e costruire alleanze più strette con i governi locali”. Il generale statunitense si era poi soffermato sulle unità d’eccellenza prescelte per coordinarne le operazioni. “A sostegno di JTF Aztec Silence, le forze d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento (ISR) della US Navy basate a Sigonella, Sicilia, sono state utilizzate per raccogliere ed elaborare informazioni con le nazioni partner. Questo robusto sforzo cooperativo ISR è stato potenziato grazie all’utilizzo delle informazioni raccolte dalle forze nazionali locali”.
Sino allo scorso anno, la “JTF Aztec Silence” si basava sullo sforzo operativo di differenti squadroni di pattugliamento aereo della US Navy che venivano trasferiti in Sicilia per periodi di circa sei mesi da basi aeronavali statunitensi. Il 7 dicembre 2007, tuttavia, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha istituito il “Patrol Squadron Sigonella (Patron Sig)”, assegnando in pianta stabile in Sicilia uomini e mezzi provenienti da tre differenti squadroni di pattugliamento aeronavale (il VP-5, il VP-8 e il VP-16), più il personale del “Consolidated Maintenance Organization” di Jacksonville (Virginia), addetto alla manutenzione dei velivoli.
Le operazioni del “Patron Sig” sono pianificate e dirette dal “Sigonella’s Tactical Support Center” (TSC), uno dei nodi a livello mondiale della Rete di comando e controllo della Marina USA. “TSC Sigonella – spiega il comando delle forze navali USA in Europa – fornisce 24 ore su 24 il supporto alle operazioni di comando, controllo, comunicazione, computer ed intelligence (C4I) per il pattugliamento aereo marittimo nel teatro europeo ed in buona parte del continente africano”.

Alla “JTF Aztec Silence” sono attribuite le missioni della “Operation Enduring Freedom – Trans Sahara” (OEF-TS), il complesso delle operazioni militari condotte dagli Stati Uniti e dai suoi partner africani nella vasta area del Sahara-Sahel. In OEF-TS le forze armate USA possono contare sulla collaborazione di ben undici Paesi: Algeria, Burkina Faso, Libia, Marocco, Tunisia, Ciad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal. Grazie ad OEF-TS, Washington addestra, equipaggia ed assiste gli Stati partner.
Più propriamente, OEF-TS è la componente militare della più ambiziosa “Trans Sahara Counter Initiative” (TSCTI), il piano a lungo termine degli Stati Uniti d’America per “prevenire i conflitti” nella regione, “attraverso un’ampia gamma di strumenti politici, economici e per la sicurezza”. Il TSCTI prevede al suo interno una “componente civile”, in cui è importantissimo il ruolo di USAID, l’agenzia statunitense per la cooperazione allo sviluppo. All’iniziativa trans-sahariana sono stati destinati 31 milioni di dollari nel 2006, 82 milioni nel 2007 ed è prevista una spesa di circa 100 milioni all’anno dal 2008 al 2013. A ciò si aggiungono i 1.300 milioni di dollari già approvati dal Congresso per l’anno 2009 per l’esecuzione di “programmi militari bilaterali” con i Paesi africani e l’attivazione del nuovo comando AFRICOM a Stoccarda.

Se per le attività belliche nello scacchiere nord-occidentale EUCOM ha creato la “JTF Aztec Silence”, nel Corno d’Africa, Mar Rosso e Golfo di Aden opera dal 2002 la “Combined Joint Task Force – Horn of Africa” (CJTF-HOA). Della CJTF-HOA fanno parte oltre 1.800 militari di esercito, marina ed aeronautica USA, più i rappresentanti dei Paesi membri della coalizione (Gibuti, Etiopia, Eritrea, Kenya, Uganda, Somalia, Sudan, Tanzania, Yemen, Seychelles, Isole Comore, Mauritius e Madagascar). I comandi ed i centri operativi della sono stati insediati a Camp Lemonier, dove sono in corso alcune delle opere infrastrutturali più costose delle forze armate USA (oltre 120 milioni di dollari nel 2007 per la realizzazione di piste e parcheggi aeroportuali, impianti elettrici e depositi carburanti). Ad esse non hanno fatto mancare il loro apporto i reparti di stanza a Sigonella, primi fra tutti i “Seabees” del Genio della Marina e l’“Explosive Ordnance Disposal Mobile Unit 8” (EODMU8), il reparto speciale utilizzato per l’individuazione di esplosivi “nemici”, la manutenzione di mine, armi convenzionali, chimiche e nucleari e la loro installazione a bordo di portaerei e sottomarini.
EODMU8 opera senza interruzione a Gibuti dalla primavera del 2004 ed è intervenuto anche nell’addestramento di unità speciali “anti-terrorismo” dei Paesi alleati USA della regione. In particolare, il gruppo mobile di Sigonella ha operato a fianco delle forze armate di Etiopia e Kenya alla vigilia dell’attacco scatenato a fine 2006 contro le Corti Islamiche somale. Proprio in preparazione dell’intervento militare USA in Somalia, dal maggio al novembre 2006 furono trasferiti dalla Virginia in Sicilia i reparti di volo del “Patrol Squadron 16 VP-16” (oggi in buona parte confluiti nel “Patrol Squadron Sigonella”).

E sempre Sigonella pare destinata ad ospitare anche il nuovo sistema di sorveglianza Alliance Ground Surveillance (AGS), dopo che la candidatura avanzata dal ministro della Difesa Ignazio La Russa ha ricevuto il gradimento da parte del suo omologo statunitense Robert Gates. E’ l’esito della visita ufficiale condotta oltre oceano dal titolare della Difesa alla fine di ottobre, che è così riuscito a superare la “concorrenza” dei tedeschi. L’AGS è un sistema finalizzato a potenziare la capacità di proiezione della NATO “fuori area”, rendendo più incisivo il ruolo svolto dalla forza di risposta rapida NRF. Che il costo di questo progetto sia sostenibile come auspicato da La Russa appare quantomeno improbabile, la NATO stessa definendolo come uno dei suoi programmi più costosi, per una spesa totale di almeno 4 miliardi di euro.

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“Stando a quanto preannunciato dal Comando dell’US Air Force in Germania, a Sigonella opererà uno squadrone con cinque velivoli. Nella base siciliana sarà pure realizzato il Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, il complesso per le operazioni di manutenzione degli aerei senza pilota che US Air Force e US Navy schiereranno periodicamente per missioni di spionaggio e “anti-terrorismo” in Europa, Medio Oriente e continente africano.
I Global Hawk hanno assunto un ruolo determinante nelle strategie di guerra degli Stati Uniti d’America. Realizzati negli stabilimenti della Northrop Grumman di San Diego (California) e della Raytheon Systems di Falls Church, Virginia, possiedono grande autonomia di volo ed un estesissimo raggio di azione. I Global Hawk sono strumenti teleguidati con caratteristiche simili ai missili da crociera Cruise, poiché volano secondo mappe predeterminate che possono mutare in qualsiasi momento su ordine dei centri operativi terrestri.
Il nuovo velivolo senza pilota sarà il nucleo vitale del sistema AGS – Alliance Ground Surveillance (sorveglianza alleata terrestre), che la NATO prevede di rendere operativo sin dal prossimo anno. Il sistema diverrà lo strumento d’intelligence prioritario per gli interventi della Forza di Risposta Nato (NRF) attivata recentemente dall’Alleanza Atlantica. Il ministro della difesa La Russa vuole a tutti i costi che il Centro di comando AGS venga ospitato in Italia. Dove? Ma a Sigonella naturalmente.”
Tratto da È ufficiale: a Sigonella i Global Hawk dell’US Air Force, di Antonio Mazzeo.
(Dello stesso autore, di pochi giorni successivo, Dopo Sigonella, anche a Decimomannu i Global Hawk USA).

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“Era prevedibile che con l’istituzione del nuovo comando militare USA per le operazioni nel continente africano, AFRICOM, una parte delle attività di direzione, controllo ed intervento venissero ospitate dalle maggiori installazioni che le forze armate statunitensi possiedono in Italia. Dopo l’istituzione a Vicenza del Comando per le operazioni terrestri in Africa, e a Napoli di quello per le operazioni navali, gli Stati Uniti d’America puntano a trasformare la stazione aeronavale di Sigonella in uno dei principali scali europei dell’Air Mobility Command (AMC), il Comando unificato che sovrintende alle operazioni di trasporto aereo negli scacchieri di guerra internazionali.
“Con la piena operatività di AFRICOM, le accresciute necessità d’intervento nel continente africano richiedono lo spostamento del personale AMC dall’Inghilterra e dalla Germania verso il sud, in Spagna, Italia e Portogallo”, ha annunciato il colonnello Keith Keck, comandante della divisione di pianificazione strategica dell’Air Mobility Command, con sede presso la base aerea di Scott, Illinois. Le installazioni destinate alla dislocazione di uomini e mezzi? A rispondere è il comandante Stephen McAllister, dell’ufficio di pianificazione dell’Air Mobility Command: “Le basi che potrebbero ricevere un afflusso di uomini dell’AMC includono la stazione navale di Rota e l’aeroporto di Morón in Spagna, lo scalo di Lajes Field, nelle Azzorre (Portogallo) e la Naval Air Station di Sigonella, in Italia”.
L’uso del condizionale lascerebbe pensare ad una scelta non ancora definitiva, ma in un’intervista rilasciata al periodico statunitense Air Forces Magazine (novembre 2008), il generale Duncan J. McNabb, la più alta autorità militare nel settore della mobilità e del trasporto aereo USA, ha dichiarato che “per assicurare il successo dell’intervento in Africa”, è indispensabile “sviluppare le infrastrutture delle basi chiave, come Lajes Field, l’isola Ascensione nell’Atlantico e Sigonella, Sicilia”. “L’Air Mobility Command – ha aggiunto McNabb – sta lavorando con il comando dell’US Air Force in Europa per trasferire in queste installazioni, dalla base aerea di Ramstein, Germania, il traffico aereo di AFRICOM”.”

Da Prosegue la colonizzazione militare della Sicilia di Antonio Mazzeo.

Frasi celebri – commiato da un Presidente

Invitandovi a leggere questo per conoscere quali siano gli amici del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, oggi diamo l’addio a George H. W. Bush con una scelta delle sue più acute esternazioni, tratte dal testo di Effepi editore.

Il Pedagogo
Vedete, la mia linea di lavoro è: continua a ripetere le cose, continua e continua, finché la verità affonda.
(New York, 24 maggio 2005)

L’Economista
Le nostre importazioni provengono in sempre maggiore quantità dall’estero.
(Beaverton, Oregon, 25 settembre 2005).
Si tratta evidentemente di un budget. E’ pieno di numeri.
(5 maggio 2000)

Il Politico
E’ un mito credere che io non so cosa succede. E’ un mito credere che io non sappia che ci sono opinioni che non si accordano con le mie, perché ne sono pienamente cosciente.
(Philadelphia, 12 dicembre 2005)
I nostri nemici sono innovativi e pieni di risorse? Lo siamo anche noi. Essi non cessano mai di escogitare nuovi modi di nuocere al nostro Paese ed al nostro popolo? E noi facciamo lo stesso.
(Washington D.C., 5 agosto 2004)
Voglio che tutti gli americani sappiano che la responsabilità delle decisioni che prendo è mia, e anche loro.
(Live with Regis, 20 settembre 2000)
L’ambasciatore ed il generale mi stavano facendo rapporto sulla vasta maggioranza di irakeni che vogliono vivere in un mondo pacifico e libero. Noi troveremo queste persone e le assicureremo alla giustizia.
(Washington D.C., 27 ottobre 2003)

Il Pensatore
Secondo me la guerra è un posto pericoloso.
(Washington D.C., 7 maggio 2003)
Io so in cosa credo. Io continuerò ad articolare ciò in cui credo e ciò a cui credo – io credo che ciò a cui credo è giusto.
(Roma, 22 luglio 2001)
La giustizia dovrebbe essere giusta.
(Washington D.C., 15 dicembre 2004)
Non sappiamo mai come sarà la nostra storia fino a molto dopo che siamo morti.
(Washington D.C., 5 maggio 2006)

Il Pensatore Politico
Secondo il mio giudizio, quando gli Stati dichiarano che ci saranno gravi conseguenze, e poi non ci sono gravi conseguenze, ciò crea conseguenze avverse.
(8 febbraio 2004)
Se questa fosse una dittatura, tutto sarebbe un sacco più facile, sempre che fossi io il dittatore.
(Washington D.C., 19 dicembre 2000)
Non c’è nulla di più profondo del riconoscere il diritto di Israele ad esistere. E’ questo il pensiero più profondo di tutti… Non mi viene in mente nulla di più profondo di questo diritto.
(Washington D.C., 13 marzo 2002)

Il Sociologo
Anzitutto, lasciatemi dire molto chiaramente, i poveri non sono necessariamente assassini. Solo perché ti capita di non essere ricco, ciò non significa che tu voglia uccidere.
(Washington D.C., 19 maggio 2003)
Troppi buoni dottori hanno perso il lavoro. Troppi ginecologi non riescono più a praticare il loro amore con le donne in tutto questo Paese.
(Poplar Bluff, Missouri, 6 settembre 2004)

Il Bioetico
Se gli iraniani dovessero avere un’arma nucleare, potrebbero proliferare.
(Washington D.C., 21 marzo 2006)

Il Geografo
[Rivolto al Presidente brasiliano Lula da Silva]
Wow! Il Brasile è grosso!
(Brasilia, 6 novembre 2005)

Il Credente
Io ho fiducia che Dio parla attraverso di me. Senza questo, non potrei fare il mio lavoro.
(Ad un gruppo di Amish, 9 luglio 2004)

Dopo quindici Martini
Quando un medicinale viene dal Canada, io voglio assicurarmi che ti curi, non che ti ammazzi… Ho un obbligo di essere sicuro che il governo fa tutto quel che può per proteggerti. E’ una… la mia preoccupazione è che è che sembra che venga dal Canada, e può venire da un Terzo Mondo.
(Saint Louis, Missouri, 8 ottobre 2004)
Sono onorato di stringere la mano ad un valoroso cittadino irakeno che ha avuto le mani tagliate da Saddam Hussein.
(Washington D.C., 25 maggio 2004)
E’ nell’interesse del nostro Paese trovare quelli che vogliono farci danno, e metterli fuori pericolo.
(Washington D.C., 28 aprile 2005)

Tra “little Americas” e “lily pads”

“Nella sua «Revisione della posizione globale», il Pentagono suddivide ora le proprie installazioni militari in tre categorie. La prima è quella delle basi operative principali (Main Operating Bases o MOB), dove si trovano forze combattenti permanenti, vaste infrastrutture (caserme, piste aeroportuali, hangar, strutture portuali, depositi di munizioni), sedi di comando e controllo e strutture di accoglienza per le famiglie (case, scuole, ospedali e strutture ricreative). In questa categoria rientrano la base aerea di Ramstein, in Germania (con un «valore di sostituzione dell’impianto», o PRV, stimato nel 2005 a 3,4 miliardi di dollari e 10.744 addetti residenti in loco, tra militari e dipendenti civili del dipartimento della Difesa); la base aerea di Kadena, sull’isola di Okinawa, in Giappone (con un PRV di 4,7 miliardi di dollari e 9.693 addetti); la base aerea di Aviano, in Italia (con un PRV di 807,5 milioni di dollari e 4.786 addetti); e il presidio di Yongsan, a Seoul, in Corea del Sud (con un PRV di 1,3 miliardi di dollari e 12.178 addetti), che verrà presto sostituito da Camp Humphreys (con un PRV di 954,3 milioni di dollari e 5.622 addetti), situato all’estremo sud della penisola, fuori dalla portata dei missili nordcoreani.
Queste basi sono confidenzialmente ribattezzate little Americas, ma la cultura che esse riproducono non è quella mediamente prevalente negli Stati Uniti, bensì quella più particolare di posti come il South Dakota, la costa del Mississippi e Las Vegas. Per esempio, sebbene nelle nostre basi militari all’estero vivano più di centomila donne – contando quelle in servizio militare, le mogli e le parenti dei soldati – e benché l’aborto sia un diritto garantito dalla costituzione americana, nei nostri ospedali militari è vietato l’aborto. Ogni anno si registrano nelle forze armate quattordicimila casi, o tentativi, di violenza sessuale, e le donne che rimangono incinte all’estero e vogliono abortire non possono far altro che ricorrere ai servizi sanitari locali, cosa che in certe zone del nostro odierno impero non è né semplice né piacevole. Altrimenti devono tornare in patria a proprie spese.
Un’altra differenza tra le basi in patria e quelle all’estero sta nella presenza, in queste ultime, di slot machine di proprietà delle forze armate sparse nei circoli degli ufficiali e nei centri dedicati alle attività ricreative. Le forze armate incassano più di 120 milioni di dollari all’anno dalle slot machine, che creano un giro d’affari complessivo di circa 2 miliardi di dollari. Secondo Diana B. Henriques del «New York Times», «le slot machine sono state una costante della vita militare per diversi decenni. Furono bandite dalle basi militari in patria dopo una serie di scandali. Furono eliminate dalle basi dell’esercito e dell’aeronautica nel 1972, dopo che più di una dozzina di persone erano state condannate da una corte marziale per aver svaligiato delle slot machine nel Sud-Est asiatico durante la guerra del Vietnam [...]. Oggi ci sono circa 4.150 moderne slot machine dotate di video in basi militari distribuite in nove paesi». Il circolo della base aerea di Ramstein, ad esempio, è strapieno di slot machine. La conseguenza è un notevole aumento, tra i militari all’estero, dei casi di compulsione al gioco d’azzardo e di famiglie rovinate.
Il secondo tipo di basi all’estero è quello dei siti operativi avanzati (Forward Operation Sites o FOS). Si tratta di installazioni militari di un certo rilievo, di cui il Pentagono cerca in tutti i modi di minimizzare l’importanza. Ben sapendo che molti stranieri vedono le strutture americane sul loro territorio come enclave imperialiste permanenti, Rumsfeld ha detto: «Stiamo cercando la formula linguistica più adatta. Sappiamo che la parola “base” non è quella giusta per definire la nostra presenza». In sostanza, i FOS sono dei MOB un po’ più in piccolo, se non fosse che nei FOS non sono ammessi i familiari degli addetti, e le truppe dovrebbero ruotare con scadenze semestrali e non triennali, come invece avviene nelle altre installazioni.
Tra gli insediamenti di questo tipo figurano, ad esempio, le strutture portuali di Sembawang, a Singapore, dove attraccano le nostre portaerei in visita (PRV di 115,9 milioni di dollari, 173 addetti) e la base aerea di Soto Cano in Honduras, che non figura nel Base Structure Report del 2005, ma è uno dei principali centri operativi a disposizione del Comando sud statunitense per esercitare la propria egemonia sull’America Latina. Altri esempi sono la base aeronavale di proprietà britannica dell’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, che ospita i bombardieri B-2 (PRV di 2,3 miliardi di dollari, 521 addetti); la base aerea di Manas, nei pressi di Biskek, capitale del Kirghizistan, che ha un’estensione di 15 ettari, ospita 3.000 soldati e possiede una pista d’atterraggio lunga più di 4.000 metri, costruita in origine per i bombardieri sovietici; e l’ex base della Legione straniera francese a Gibuti, all’ingresso del Mar Rosso, nota anche come Camp Lemonier, che ospita 1.800 militari, perlopiù delle Forze speciali. (Visitai Gibuti nel 1962, quando era ancora una base della Legione straniera. Era un inferno e, stando a quel che ne dicono i soldati americani, lo è tuttora. Oggi accoglie una «Sensitized Compartmentalized information Facility», che è, in altre parole, un centro civile-militare da un miliardo di dollari per l’intercettazione e la raccolta di informazioni.) In passato, le basi di questo genere si sono solitamente trasformate in enclave permanenti degli Stati Uniti, indipendentemente dal nome usato dal dipartimento della Difesa per denotarle.
Il terzo tipo di basi è il più piccolo e il più sobrio. Il Pentagono ha scelto per queste installazioni il nome di Cooperative Security Locations (CSL), anche se non ha specificato in che senso siano «cooperative» o di chi sia la «sicurezza» a cui contribuiscono. Nel gergo del dipartimento della Difesa vengono chiamate lily pads, cioè «foglie di ninfea», e sono queste le basi che stiamo cercando di creare su tutto l’«arco di instabilità» globale, che si dice congiunga la regione andina, il Nordafrica, il Medio Oriente, le Filippine e l’Indonesia. In un rapporto del maggio 2005, la Commissione per le basi all’estero affermava che nei luoghi toccati da questo arco «le tensioni etniche, il fanatismo ideologico e religioso, il malgoverno e, soprattutto, l’odio nei confronti dell’Occidente in generale e degli Stati Uniti in particolare toccano un livello di molto superiore alla media». Perché questo arco di regioni debba essere il luogo ideale per l’espansione della nostra presenza militare, se non per il fatto che vi si trovano molti dei principali paesi produttori di petrolio del pianeta, non è stato chiarito.
Queste basi «a foglia di ninfea» contengono armi e munizioni preinstallate (che potrebbero anche essere trafugate o espropriate ad altri fini) e sono accessibili ai militari americani a precise condizioni negoziate in anticipo, sebbene destinate ad accogliere truppe americane solo in situazioni d’emergenza. Si tratta di luoghi che i nostri soldati possono raggiungere con un balzo, come tante rane bene armate, dal territorio americano o dalle più importanti tra le nostre basi all’estero. Una struttura di questo tipo sorge, ad esempio, a Dakar, in Senegal, dove l’aeronautica ha negoziato il diritto di atterraggio d’emergenza per i propri velivoli, accordi logistici e forniture di carburante. Nel 2003 fu utilizzata per i preparativi di un nostro limitato intervento nella guerra civile in Liberia.
Altre «foglie di ninfea» si trovano in Ghana, Gabon, Ciad, Niger, Guinea Equatoriale, nelle isole di Sào Tomé e Principe nel Golfo di Guinea ricco di petrolio, in Mauritania, in Mali e all’aeroporto internazionale di Entebbe, in Uganda, oltre che sulle isole di Aruba e Curnao, nelle Antille Olandesi, non lontano dal Venezuela. Altre sono in costruzione in Pakistan (dove già disponiamo di quattro basi più grandi), India, Thailandia, Filippine e Australia, ma anche in Nordafrica, in particolare in Marocco, Tunisia e Algeria (teatro del massacro di centinaia di migliaia di civili, dopo che nel 1992 i militari vi presero il potere, sostenuti dagli Stati Uniti e dalla Francia, annullando l’esito di un’elezione democratica vinta dal Fronte islamico di salvezza). Altre sei sono in via di realizzazione in Polonia.
Il modello di tutte queste installazioni, secondo il Pentagono, sarebbe la serie di basi che abbiamo costruito negli ultimi due decenni nel Golfo Persico, in paesi retti da autocrazie antidemocratiche come Bahrein, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, anche se le basi lì insediate sono in genere troppo vaste per poterle considerare «foglie di ninfea». Mark Sappenfield, del «Christian Science Monitor», ha osservato: «L’obiettivo [...] è quello di stringere il maggior numero possibile di accordi in tutto il mondo, cosicché, quand’anche un paese dovesse cambiare idea e negare l’accesso agli Stati Uniti, il Pentagono avrà a portata di mano altre opzioni. Questo nuovo corso, però, costringerà i capi del Pentagono a dimostrarsi statisti oltre che strateghi militari».”

Estratto da Nemesi, di Chalmers Johnson, Garzanti, 2008, pp. 192-196.
Al riguardo si vedano anche La versione americana della colonia è la base militare e Soldati americani in giro per il mondo.

Arcobaleno sbiadito

Bari, 30 ottobre – Quasi nove anni dopo gli arresti e quattro anni prima che si prescriva anche l’ultimo reato, il peculato, la magistratura barese ha concluso con 17 rinvii a giudizio l’inchiesta su presunte malefatte legate alla gestione della Missione Arcobaleno. L’operazione umanitaria fu voluta nel 1999 dal governo D’Alema in Albania per sostenere i kosovari in fuga dalla loro terra bombardata dalla NATO per scacciare le truppe dell’allora leader serbo Slobodan Milosevic. Tra i rinviati a giudizio dal gup Marco Guida c’è anche l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Franco Barberi, all’epoca dei fatti capo della Protezione civile. Dal 5 marzo 2009 sarà processato per associazione per delinquere assieme al suo segretario Roberto Giarola, al capo della missione Massimo Simonelli, al capo del campo profughi di Valona Luciano Tenaglia, al volontario della protezione civile Alessandro Mobono, e ad Emanuele Rimini, Luca Provolo e Antonio Verrico. Fabrizio Cola, ex sindacalista dei vigili del fuoco e nono presunto componente del sodalizio, sarà invece processato con rito abbreviato. Nei loro confronti si è costituita parte civile la presidenza del Consiglio. Non saranno invece processati l’ex sottosegretario alle politiche giovanili, Giovanni Lolli (Ds) e il diessino Quarto Trabacchini, accusati di favoreggiamento per aver rivelato ad alcuni indagati che erano in corso indagini, facendo così saltare le verifiche in corso. Il reato di favoreggiamento è stato infatti dichiarato prescritto dal giudice. A Barberi, a Giarola e a Cola, il procuratore aggiunto di Bari Marco Dinapoli (subentrato al pm inquirente Michele Emiliano, dal 2004 sindaco di Bari), contesta di aver ottenuto, abusando ”di una fitta rete di rapporti personali intrattenuti con esponenti apicali della politica, del governo, del sindacato e della pubblica amministrazione”, la rimozione del prefetto Bruno Ferrante (”che si adoperava contro gli interessi dell’associazione”) dall’incarico di capo di gabinetto del ministero dell’Interno. Gli stessi imputati – secondo l’accusa – si adoperavano poi ”per ottenere la nomina di Barberi a direttore dell’Agenzia protezione civile e quella di Cola a componente del Cda, sebbene Cola non avesse titoli per farlo”. Infine, all’organizzazione è contestato di aver favorito ditte amiche per l’aggiudicazione di appalti pubblici (divise per le forze di polizia) e in particolare di favorire l’attività della multinazionale americana ‘Gore’. L’inchiesta sulla missione umanitaria portò, il 20 gennaio del 2000, all’arresto (per tre mesi) di quattro persone: Simonelli, Mobono, Tenaglia e la dipendente della protezione civile Silvia Lucatelli, tutti rinviati a giudizio oggi.
(ANSA)

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