Lo Scheffer di Natale

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“Altri due Paesi si stanno preparando per l’adesione – e spero che, un giorno presto, un terzo ed ancora altri li seguiranno. Nonostante alcune sostanziali difficoltà, abbiamo approfondito le nostre relazioni con i partner in Europa ed oltre – ed iniziato a rimettere in pista la nostra relazione con la Russia. E lasciatemi anche menzionare qualcosa che personalmente considero davvero benvenuto – grazie alla direzione del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon, l’ONU e la NATO hanno posto la propria relazione su un livello più politico, per gestire la nostra positiva e mutualmente benefica cooperazione sul terreno.
Se il 2008 è stato impegnativo, il 2009 lo sarà ancora di più. Daremo il benvenuto al nuovo Presidente statunitense Obama al suo primo Vertice NATO, in aprile, a Strasburgo e Kehl. La nostra Alleanza si allargherà. Così anche la nostra operazione in Afghanistan. E ci saranno pure, ne sono sicuro, alcune sorprese per il mio successore nel ruolo di Segretario Generale.”

Che fa, insinua?
Dal New Year’s Message del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer.

Alfabeto kosovaro

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“Quando una potenza straniera fa un’occupazione, e pochi mesi dopo installa in quella terra la sua più grande base militare, che cosa vuol dire questo? Perché mi chiedi a chi è servita l’indipendenza del Kosovo?”. Ha il carisma di una storia misteriosa alle spalle, le certezze incrollabili della fede e nessun pelo sulla lingua Dobrila Bozovic, ex docente di storia dell’arte a Parigi e oggi portavoce laica del Patriarcato di Pec, culla della cultura serbo ortodossa nel cuore del Kosovo, protetto giorno e notte dai soldati del contingente italiano Kfor. Dobrila decifra per noi gli affreschi bizantini raccontando la storia del Patriarcato, ci autorizza a scattare foto incurante delle proteste delle monache, liquida con freddezza due soldati sloveni arrivati per una visita guidata. “Siete in ritardo e piove. Se arrivavate all’ora giusta, non c’era pioggia e non c’erano sloveni”, ci bacchetta ironica all’inizio della visita. Poi ci trattiene per quasi due ore davanti a caffè e dolcetti turchi, ricorda la casa della sua infanzia accanto a una moschea, la colonna sonora del canto del muezzin. “Se islam e cristianesimo non possono vivere insieme nei Balcani, allora non può esserci pace in nessun luogo. Noi siamo stati manipolati, tutti e due i popoli, sia i serbi che gli albanesi”, dice. Manipolati da chi aveva interesse a sbriciolare il multiculturalismo jugoslavo in uno spezzatino di stati cuscinetto etnici, senza risorse e senza storia. “Vogliono che la Serbia accetti l’indipendenza del Kosovo per entrare in Europa”, dice, “ma il Kosovo è la culla della nostra cultura e religione, o entriamo in Europa con Cristo o rinneghiamo la nostra anima. Dovete capire che l’economia e la demografia non sono tutto. Il 90% di popolazione albanese, per i serbi non è che un numero”. Due milioni di abitanti, un territorio grande come l’Abruzzo, separato dalla nostra penisola solo da un pezzo di Montenegro e un braccio di mar Adriatico, coperto di montagne e punteggiato di preziosissimi monasteri ortodossi, in parte danneggiati durante gli atti vandalici antiserbi del 2004. In Kosovo, anche i monasteri parlano delle tante culture dei Balcani. Il Monastero di Decani, a pochi chilometri da Pec, è una visione: militari all’ingresso, un pesante portone di legno. E oltre il muro, su un prato verde, un perfetto edificio romanico, candido come la cattedrale di Trani, scolpito dagli stessi artigiani negli stessi anni. All’interno del Monastero, la magia, il salto a oriente, negli azzurri della pittura bizantina, odore di incenso e Cristi Pantocratori. “Adesso non si può dire cosa sia successo sulla nostra terra, è passato troppo poco tempo”, sospira Dobrila, “forse saranno i nostri nipoti a poterlo raccontare”.

“D come Dobrila, la pasionaria serba” tratto da Alfabeto kosovaro. 25 storie dal Paese più giovane d’Europa, di Giulia Bondi e Anna Maria Selini.

Ecco come le autrici presentano il loro reportage:
“Sandali sportivi calpestano le strade polverose di Pristina. Poche donne kosovare sarebbero a proprio agio indossandoli. Gli altri piedi scavalcano voragini, evitano cartacce, zigzagano tra le lastre di pietra di via Madre Teresa comodamente calzati in tacchi a spillo vertiginosi. I nostri hanno scarpe sportive e rasoterra.
Straniere e riconoscibili, ma accolte quasi ovunque come figlie o sorelle, in tre settimane di viaggio su e giù per il Kosovo abbiamo ascoltato decine di voci, soprattutto giovani e donne, del paese più giovane d’Europa, l’ultimo nato dalla dissoluzione dei Balcani dopo i sanguinosi conflitti degli anni Novanta, ancora occupato dalla Missione ad interim delle Nazioni Unite, Unmik.
Un mosaico pieno di contraddizioni e memorie divise, che abbiamo cercato di raccontare in un piccolo vademecum: 25 frammenti per il Kosovo dalla A alla Z.”

Qui il video realizzato dalle due giovani giornaliste, in occasione del loro viaggio in Kosovo la scorsa primavera.

Palestina

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‘”Difendere Israele” diventa la scusa per intervenire militarmente, rovesciare governi, embargare intere popolazioni, depredarle delle loro risorse. Tutto ciò, nell’interesse dell’Angloamerica e del suo codazzo di traditori dell’interesse dei popoli d’Europa; popoli che nel Mediterraneo trovano il loro naturale ambiente per prosperare assieme ai loro vicini. L’Occidente americanocentrico, infatti, si serve dell’Entità Sionista come paravento per la sua politica nel mondo arabo e non solo, essendo Gerusalemme pressappoco all’incrocio di Europa, Asia e Africa, ovvero di quel “vecchio mondo” odiato dall’Angloamerica e che con la dottrina dello “scontro di civiltà” deve tenere diviso.
L’Entità Sionista, quindi, è l’avamposto del progetto occidentale, della “globalizzazione” e del “mondialismo”, poiché da una parte è il simbolo dell’innaturale ed ideologica “società multietnica” (contro quella naturale e pre-ideologica degli autoctoni palestinesi), dall’altra è il laboratorio ideologico della tendenza a stabilire un’unica morale mondiale, una sola giustizia mondiale ecc., poiché tutti, progressivamente, devono “riconoscere Israele”.
(…)
All’eroico popolo palestinese i popoli d’Europa dovrebbero guardare con ammirazione. Stanno lì a dimostrarci che nulla è impossibile e che, anche quando sembra tutto perduto, alla fine vince chi resta attaccato alla terra e al proprio modo di vita. Quel modo di vita insegna che resistere è giusto e sacrosanto, e non c’è menzogna mediatica che possa scalfire questa verità quando l’anima non è corrotta. Il problema degli italiani, degli europei, è stabilire se ancora hanno un’anima. Se la “civiltà” dell’Angloamerica non l’ha uccisa e il Sionismo non ha conquistato le menti e i cuori, sapranno riconoscere che i palestinesi stanno lottando anche per noi.’

Da Aggressione sionista a Gaza: una messa a punto su “Sionismo e Palestina”, del Coordinamento Progetto Eurasia (CPE).

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“Nel mondo arabo e islamico la protesta si è fatta sentire a tutti i livelli, la Libia che si astiene all’ONU su una risoluzione di mediazione fra Hamas e Israele, le manifestazioni popolari in molte capitali del Medio Oriente, le dichiarazioni di Hezbollah in Libano su una possibile nuova guerra contro Israele, probabile deterrente contro la minaccia di Tel Aviv di continuare la mattanza con un intervento terrestre a Gaza.
In Italia invece, il pur encomiabile sforzo di alcune organizzazioni pro palestinesi ha prodotto una mobilitazione almeno per ora molto limitata. Molto limitata in rapporto non tanto a quelle del Vicino Oriente – fatto ovvio e scontato – quanto alla storia del movimento per la pace dalla svolta del secolo ad oggi, e in particolare a due date che ne hanno segnato positivamente l’avvio dopo l’11 settembre: quella della manifestazione pro palestinese che sfilò dal Circo Massimo a Piazza Navona nel febbraio o marzo 2002, 200.000 persone circa; e quella del 22 o 23 marzo del 2003, giorno dell’oceanico assemblamento di più di 1 milione di persone a San Giovanni in Roma, poche ore dopo l’attacco anglo-americano all’Iraq.
Da allora il movimento di solidarietà con i paesi e i popoli arabi minacciati dalle guerre imperialiste e sioniste, ha cominciato a declinare inesorabilmente e servono a ben poco i giudizi autoconsolatori del Forum Palestina e di Sergio Cararo sul presunto “successo” della mobilitazione alla Fiera del Libro di qualche mese fa. Altro che successo, anche quella manifestazione è stato il segnale di una crisi profonda, proprio in una fase in cui – dalla distruzione dell’Iraq baatista alla guerra genocida del Libano, al disumano embargo di Gaza – l’aggressività dello Stato d’Israele e del suo principale alleato in Occidente – gli Stati Uniti– si è fatta sentire con una violenza mai conosciuta prima d’ora.
Come mai l’arretramento? I motivi di ordine teorico sono articolabili in tre capitoli essenziali:
(…)
Gli esempi potrebbero continuare, ma ci fermiamo qui per concludere con una sola annotazione: che, cioè, sarebbe ora di riflettere che un antifascismo incapace di ragionare sugli eventi storici e che fa del negazionismo olocaustico un mostro orripilante, e della decontestualizzazione pansiana un crimine orribile anziché una riedizione monca di quanto già sostenuto da Pavone circa il carattere di guerra civile della guerra di liberazione italiana del 43-45; un laicismo a metà, che non vuole vedere gli orrori e gli effetti perversi del dogma olocaustico sulla propria libertà d’azione militante; e un marxismo che crede di restar tale e “rivoluzionario” depennando dall’agenda dei suoi alleati movimenti come Hezbollah e Hamas, o uno stato sovrano come l’Iran di Ahmedimejad: questi antifascismo, laicismo e marxismo, rischiano di essere alla fin fine solo tre forme di opportunismo politico, un imbellettamento dei condizionamenti che si è costretti a subire giorno dopo giorno forse a proprio vantaggio immediato (la sopravvivenza politica), ma sicuramente a danno dei palestinesi e di chi è sotto il tallone di ferro del sionismo in Medio Oriente e nel mondo. Come uscire dall’impasse non so proprio – la situazione attuale è stata costruita in lunghi anni – ma che parlare del problema sia il solo modo per far tornare il movimento di solidarietà con i palestinesi e con i popoli ai livelli di qualche anno fa, questo è per me certezza assoluta.

Da Il Vicino Oriente è lontano. E’ giusto tacere che Hamas è il legittimo rappresentante del popolo palestinese?, di Claudio Moffa.

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Benefici elettorali del massacro
Gerusalemme 2 gennaio – La popolarità del leader del partito laburista e ministro della Difesa Ehud Barak sta risalendo vertiginosamente in Israele. E’ quanto emerge da un nuovo sondaggio pubblicato oggi, nel settimo giorno dell’offensiva sferrata dallo Stato ebraico contro Hamas a Gaza. L’operazione gode di un consenso molto vasto tra gli israeliani, con il 95% che la sostiene, l’80% dei quali senza riserve, spiega il sondaggio, apparso sul quotidiano Maariv. A poche settimane dalle elezioni anticipate previste per il 10 febbraio, il 44% degli intervistati dichiara di avere ”un’opinione più positiva” su Ehud Barak, contro il 48% che non ha cambiato opinione e il 2,5% che ha un’opinione più negativa. Il partito laburista (centro-sinistra), che era in caduta libera nei sondaggi, è accreditato dall’ultimo sondaggio di 16 deputati su 120 nella prossima Knesset (contro i 19 dell’attuale legislatura). Era sceso a una dozzina di rappresentanti nelle intenzioni di voto emerse dai sondaggi precedenti l’offensiva del 27 dicembre. Il Likud, principale formazione dell’opposizione di destra guidata dall’ex premier Benjamin Netanyahu è gomito a gomito con il partito Kadima (centro) del ministro degli Esteri Tzipi Livni, con 28 seggi, stando alle intenzioni di voto per le legislative del prossimo mese. Il partito di Netanyahu resta tuttavia in una posizione migliore per creare il prossimo governo, grazie all’appoggio dei partiti religiosi e dell’estrema destra, anche se tale coalizione non dispone di una maggioranza assoluta.
(ASCA-AFP)

Gerusalemme, 2 gennaio – L’offensiva nella Striscia di Gaza sta aumentando la popolarità del Partito laburista e di Kadima, a poco più di un mese dalle elezioni del 10 febbraio. In base a un sondaggio pubblicato su “Maariv”, se si votasse oggi i laburisti del ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, otterrebbero 16 seggi alla Knesset contro i sette di cui erano accreditati a novembre. Attualmente la formazione progressista ha 19 deputati sui 120 totali. Il 44% degli intervistati sostiene di avere ora un’opinione migliore di Barak. Risale anche il partito centrista Kadima guidato dal ministro degli Esteri, Tzipi Livni: nel sondaggio è appaiato con il blocco conservatore del Likud, con 28 seggi, mentre prima dell’offensiva era sempre indietro. Il 95% degli intervistati sostiene l’operazione Piombo fuso contro Hamas e l’80% è favorevole senza riserve ai bombardamenti.
(AGI)

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Oslo, 5 gennaio – Gli sforzi compiuti dall’Unione Europea per porre fine agli attacchi a Gaza probabilmente non andranno a buon fine. Questa l’opinione di Jan Egeland, diplomatico norvegese che nel 1993 prese parte ai negoziati per gli accordi di pace a Oslo tra Israele e Palestina. ”Con tutto il rispetto per l’UE e la diplomazia mondiale, il blocco non ha influenza né su Israele né su Hamas”, ha detto Egeland, capo dell’Istituto norvegese per gli affari internazionali (Nupi). Il diplomatico ha anche definito il Quartetto per la pace in Medio Oriente ”fallito”, sottolineando il fatto che ”sono stati persi dieci anni durante i quali non è stato fatto niente” per creare una pace duratura nella regione. Secondo Egeland molto importante invece é l’influenza USA su Israele. ”La questione é nelle mani degli Stati Uniti, ha detto. ”Anche Egitto e Iran hanno un ruolo importante da svolgere ma il resto del mondo è ultimo nella lista”, ha aggiunto il diplomatico.
(ASCA-AFP)

Caracas, 5 gennaio – Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha condannato oggi quello che ha definito il «genocidio» che Israele sta compiendo nella Striscia di Gaza, accusando le autorità dello Stato ebraico di essere «un governo assassino» e il «braccio esecutore» della politica degli Stati Uniti. «C’è una crisi umanitaria terribile, causata dall’invasione israeliana della Striscia di Gaza, ed è triste vedere come Israele si presta a questo gioco e continua ad agire come il braccio esecutore dell’impero yankee», ha detto Chavez durante una manifestazione politica a Caracas. Il presidente venezuelano ha aggiunto che «bisogna denunciare il governo di Israele come un governo assassino, un governo genocida e il mondo dovrebbe essere in piedi, a pronunciarsi per esigere, come fa il Venezuela, che cessi l’invasione». Dopo aver espresso la sua solidarietà al popolo palestinese, Chavez ha detto che il suo governo è in contatto con vari Paesi del Medio Oriente ed organizzazioni umanitarie per contribuire all’assistenza delle popolazioni di Gaza. «Stiamo facendo tutto il possibile, ma questo è un massacro, con bombardamenti ogni 15 minuti e ora l’invasione terrestre, e tutto ciò è appoggiato e promosso dal governo statunitense, un governo al quale restano solo pochi giorni di vita», ha concluso il presidente venezuelano.
(ANSA)

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Gerusalemme, 8 gennaio – Mentre nella Striscia di Gaza prosegue l’offensiva in corso ormai da tredici giorni consecutivi, in mattinata le artiglierie israeliane hanno immediatamente risposto al lancio di razzi da oltre frontiera avvenuto poco prima, bombardando il territorio libanese dal quale erano piombati verso l’alba gli ordigni, da tre a cinque, abbattutisi su tre diverse località della Galilea con il conseguente ferimento di cinque persone, nessuna delle quali peraltro in gravi condizioni. Il contrattacco è stato annunciato da una portavoce dell’Esercito dello Stato ebraico, spiegando che sono state sparate cinque salve “direttamente e specificamente in direzione dei punti di partenza dei razzi”, ma senza precisare il tipo di proietti impiegati per la rappresaglia. L’area al confine tra i due Paesi è la stessa che fu teatro della guerra-lampo dell’agosto 2006 tra le forze israeliane e le milizie sciite libanesi di Hezbollah; l’ultimo bombardamento con razzi dal Libano meridionale su Israele risaliva invece al giugno dell’anno scorso, ed era stato effettuato da estremisti palestinesi. L’odierno scambio di colpi da ambo le parti è stato confermato anche da fonti delle forze di sicurezza di Beirut.
(AGI)

Ma…
Beirut, 8 gennaio – Il partito politico sciita Hezbollah ha messo in chiaro al governo libanese di non essere coinvolto nel lancio di razzi dal Libano verso il nord di Israele. Lo ha riportato il ministro dell’Informazione Tarek Mitri. ”Hezbollah ci ha assicurato del fatto che intende impegnarsi per la stabilità del Paese, nel rispetto della risoluzione 1701”, ha detto Mitri riferendosi alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha portato alla fine della devastante guerra del 2006 tra Israele e Hezbollah. ”Ciò è un eufemismo per affermare che non sono coinvolti nell’attacco”, ha continuato il ministro.
(ASCA-AFP)

Gerusalemme, 8 gennaio – Il governo israeliano ritiene che dell’attacco con razzi avvento in mattinata sulla Galilea siano responsabili estremisti palestinesi con basi nel Libano meridionale, e non le milizie sciite locali di Hezbollah: lo ha dichiarato all’emittente televisiva ‘Channel 2′ il ministro per gli Affari dei Pensionati, Rafi Eitan, già alto ufficiale del Mossad, i servizi segreti. “La responsabilità è interamente del governo libanese”, ha peraltro sottolineato. “Credo”, ha poi osservato Eitan, “che si sia trattato di episodi isolati”; e comunque, ha aggiunto, “ce l’aspettavamo”.
(AGI)

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Tornando a noi, si presti attenzione al discorso del ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni al simposio NATO-Israele dell’ottobre 2007 ed al commento dell’allora Segretario Generale Aggiunto della NATO Claudio Bisogniero (“Israel occupies a special place”).
Sono le premesse del Programma Individuale di Cooperazione fra la NATO ed Israele, sottoscritto lo scorso dicembre.

Nel frattempo, da Stoccarda un portavoce dell’EUCOM ci informa che circa un centinaio di soldati, aviatori e marines appartenenti al comando europeo dell’esercito statunitense – l’EUCOM appunto – sono attualmente in Israele per l’installazione di un nuovo sistema radar. Per quanto la base aerea sia vicina alla zona del conflitto, essi non sono stati oggetto di alcun attacco da parte palestinese.
Il governo israeliano aveva in passato richiesto agli USA un tale sistema per difendersi da un possibile attacco missilistico dall’Iran. Una volta pienamente operativo, esso integrerà Israele nella rete antimissile globale USA pur rimanendo formalmente di proprietà statunitense. “Siamo impegnati nei confronti degli israeliani, per la difesa di Israele” ha specificato Geoff Morrell, addetto stampa del Pentagono.

Enciclopedia delle nocività, voce “Okinawa”

“Il 4 settembre 1995, alle otto di sera circa, due marines e un marinaio americani aggrediscono una ragazza di appena dodici anni mentre torna a casa. Il marine Rodrico Harp, 21 anni, ed il marinaio scelto Markus Gill, 22 anni – detto il “carro armato”, 182 cm di altezza e 122 kg di peso – confessano di aver picchiato la ragazza e che il marine Kenndrick Ledet, 20 anni, le aveva legato mani e piedi e coperto bocca ed occhi con del nastro isolante.
Tutti e tre risiedevano a Camp Hansen. Gill raccontò alla corte di aver violentato la ragazza “solo per divertirsi” e di averla scelta a caso, mentre usciva da una cartoleria. Il tenente generale Richard Myers – che era, allora, comandante delle forze USA in Giappone e che, sotto la presidenza di George W. Bush, sarebbe diventato capo di stato maggiore — affermò che si trattava di una tragedia inaudita, causata da “tre mele marce”, pur sapendo che i reati sessuali commessi dai militari americani contro la popolazione di Okinawa avvenivano a una media di due al mese. A peggiorare la situazione, il superiore di Myers, l’ammiraglio Richard C. Macke, comandante delle forze USA nel Pacifico, dichiarò alla stampa: “Credo che sia stato un gesto stupidissimo. Con i soldi che hanno speso per noleggiare l’auto si sarebbero potuti pagare una ragazza”.

Qui le referenze acquisite durante la loro più che sessantennale permanenza ad Okinawa.
[Buon Natale!]

Informazione atlanticamente corretta

rainews24

Dopo la marchetta di Raitre, ecco quella di Rainews24.

Roma, 23 dicembre – Rainews 24 trascorrerà la mattina del Natale in compagnia delle migliaia di soldati sottoufficiali e ufficiali italiani impegnati nelle missioni militari all’estero. A partire dalle 9 del 25 dicembre, il direttore Corradino Mineo, in una edizione speciale del ”Caffé di Rainews24”, si collegherà in diretta con i più importanti teatri operativi delle nostre missioni: Afghanistan, Libano e Kosovo. Lì saranno presenti i comandanti dei contingenti e i militari impegnati nelle operazioni di pace, che seguiranno via satellite sugli schermi delle basi l’intera trasmissione. Ospite in collegamento diretto il ministro degli esteri Franco Frattini. Durante la trasmissione verranno effettuati anche collegamenti con il Vaticano dove è prevista la Messa del Santo Padre. Alle ore 10 sarà trasmesso il reportage realizzato da Rainews24 nei giorni scorsi nella base del nostro contingente e nei dintorni di Herat, dal titolo: ”Herat Ovest Afghanistan 7 a.m. 11 p.m”, in cui si racconta la vita quotidiana di una soldatessa e di un maresciallo dal momento della sveglia mattutina alla fine della faticosa giornata di lavoro.
(ASCA)

Okinawa

Okinawa è la prefettura più meridionale e più povera del Giappone.
Con i suoi 726 chilometri quadrati di superficie è grande pressoché quanto Los Angeles ed è l’isola più grande dell’arcipelago delle Ryukyu. La capitale, Naha, è molto più vicina a Shanghai che a Tokyo e la cultura di queste zone riflette forti influenze cinesi. In passato le Ryukyu erano un regno indipendente, poi annesse al Giappone nel tardo XIX secolo, nello stesso periodo in cui le Hawaii vennero annesse agli Stati Uniti.
Nel 2005, Okinawa ospitava trentasette delle ottantotto basi militari statunitensi presenti in Giappone. Le basi di Okinawa coprono un totale di 233 chilometri quadrati, ossia il 75% di tutto il territorio occupato da installazioni militari USA sul suolo giapponese, nonostante l’isola rappresenti solo lo 0,6% del territorio dell’intero arcipelago.
Il Giappone, come la Germania, è una pietra angolare del dispositivo militare statunitense sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Se la fedeltà del Giappone dovesse venir meno, tutta la struttura USA in Asia Orientale finirebbe probabilmente per crollare. Nel novembre 2004, secondo statistiche del Pentagono, gli Stati Uniti avevano 36.365 militari in uniforme in Giappone, senza contare gli 11.887 marinai della Settima Flotta distaccati presso le basi di Yokosuka (prefettura di Kanagawa) e di Sasebo (prefettura di Nagasaki), alcuni dei quali, a turno, sono in servizio per mare. A questi vanno aggiunti i 45.140 dipendenti che lavorano nelle basi, i 27.019 impiegati civili del dipartimento della Difesa ed i circa 20.000 giapponesi che collaborano con le forze USA in mansioni che vanno dalla manutenzione dei campi da golf al servizio come camerieri nei molti locali riservati agli ufficiali fino alla traduzione dei giornali giapponesi per conto della CIA e della Defense Intelligence Agency. E si tenga conto che Okinawa, anche in assenza di tutti questi ospiti stranieri, sarebbe comunque un’isola sovrappopolata: con una densità demografica di quasi 2.200 unità per chilometro quadrato, è una delle aree maggiormente popolate del mondo. In termini assoluti, vi risiedono 1,3 milioni di abitanti circa.
L’isola principale di Okinawa fu teatro dell’ultima grande battaglia della seconda guerra mondiale, nonché dell’ultimo successo militare colto dagli Stati Uniti in Asia orientale. Circa 14.000 americani e 234.000 giapponesi, tra soldati e civili, persero la vita in quella feroce campagna durata tre mesi, così sanguinosa che divenne la principale giustificazione per i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. La battaglia durò da aprile a giugno del 1945 e devastò completamente l’isola.
Dal 1945 al 1972 gli ufficiali militari americani governarono Okinawa come una loro esclusiva proprietà. Nel 1952 la concessione di Okinawa fu il prezzo che il governo nipponico dovette pagare in cambio della firma di un immediato trattato di pace e del trattato di sicurezza nippo-americano, che segnò la fine dell’occupazione. Molti abitanti di Okinawa credono ancora che l’imperatore Hirohito li abbia sacrificati nel 1945 in un’inutile battaglia intesa a ottenere migliori condizioni di resa dagli alleati e che Tokyo li abbia poi sacrificati di nuovo nel 1952 per permettere al resto del paese di riconquistare la propria indipendenza e godere i primi frutti di una rinnovata prosperità economica. In quest’ottica, il Giappone accettò abbastanza di buon grado il trattato di sicurezza nippo-americano in quanto la maggior parte delle basi militari statunitensi erano dislocate in un’isoletta dell’estremo sud, dove tutti i problemi correlati alla loro presenza poterono essere ignorati dalla maggioranza della popolazione.
Le due grandi guerre americane contro il comunismo asiatico – in Corea ed in Vietnam – non avrebbero potuto essere combattute senza basi militari sul territorio giapponese. Quegli avamposti militari furono teste di ponte d’importanza vitale in Asia, nonché rifugi sicuri, invulnerabili agli attacchi di Corea del Nord, Cina, Vietnam e Cambogia. Allorché, al culmine della guerra del Vietnam, le proteste degli abitanti di Okinawa contro i B-52, i bar, i bordelli*, le scorte di gas nervino ed i crimini commessi dai soldati raggiunsero l’apice, gli Stati Uniti si decisero a restituire ufficialmente l’isola al Giappone. Nulla tuttavia cambiò in termini di presenza militare.
Negli anni Novanta la vita quotidiana sull’isola era di gran lunga migliore rispetto al periodo in cui il territorio era soggetto all’esclusiva giurisdizione americana. Il Giappone profuse cospicue somme di denaro, ben comprendendo che l’economia postbellica del paese fosse stata alimentata in parte a spese dei locali e che fosse dunque necessario un trasferimento di ricchezza. Sebbene Okinawa sia ancor oggi la prefettura più povera del Giappone, alla fine degli anni Novanta ha raggiunto il 70 per cento del livello di ricchezza nazionale.

*In Corea del Sud, sin dai tempi della guerra sono sorti enormi accampamenti militari (kijich’on) tutt’intorno alle basi americane. Ha scritto Katharine Moon: “Queste basi fungono in un certo senso da vetrina della presenza militare americana in Corea, caratterizzate da viuzze appena illuminate con insegne al neon intermittenti tipo Lucky Club, Top Gun o King Club. Musica country o da discoteca a volume altissimo rimbomba per le vie, dove uomini ubriachi scatenano risse e in cui soldati americani in divisa e truccatissime donne coreane passeggiano avvinghiati palpeggiandosi reciprocamente il sedere”. Fino al ritiro delle forze armate americane dalle Filippine nel 1992, la città di Olongapo, adiacente la base navale americana di Subic Bay, non aveva nessuna industria eccezion fatta per quella dell’”intrattenimento”, con circa 55.000 prostitute ed un totale di 2.182 strutture registrate, che offrivano “riposo e divertimento” ai militari statunitensi.

Aerei spia USA a Vicenza

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L’Esercito USA ha assegnato un plotone di aerei senza pilota (UAV) “Shadow 200” alla 173^ Brigata Aerotrasportata di Vicenza. Lo ha reso noto il comandante del “Joint Multinational Training Command” dell’US Army, colonnello Tim Touzinsky. Annunciando l’intenzione del Pentagono di realizzare a Grafenwöhr, Germania, la principale area addestrativa in Europa dei nuovi aerei spia, Touzinsky ha accennato all’attivazione di tre plotoni “Shadow”, il primo presso la 172^ Brigata di Fanteria di Grafenwöhr, il secondo presso il 2° Reggimento di cavalleria di Vilseck (Germania), e il terzo presso la 173^ Brigata di Vicenza.
(…)
I residenti che vivono attorno all’aeroporto Dal Molin di Vicenza sono avvisati. Gli aerei spia “Shadow 200” hanno una spiccata propensione a schiantarsi a terra dopo il decollo, come è confermato dalle cronache dei primi voli sperimentali eseguiti in Kosovo nel 2004. Nei soli primi due giorni d’addestramento, l’US Army perdette due velivoli e fu costretta a sospenderne la sperimentazione. Dopo la “correzione” di alcuni problemi tecnici agli apparati di bordo furono riprese le operazioni, ma altri due gravi incidenti imposero un lungo stop ai nuovi aerei senza pilota. Furono poi testati negli scenari di guerra afghano ed iracheno. Qualche mese fa, gli “Shadow 200” sono stati dislocati dalla 172^ Brigata di Fanteria dell’US Army presso la base avanzata “Warhorse” di Baqubah, Iraq.
(…)
L’attribuzione di un plotone di “Shadow 200” alla 173^ Brigata Aviotrasportata di Vicenza va infatti interpretata nel quadro dei nuovi piani USA di penetrazione in Africa, insieme alla recentissima trasformazione del comando SETAF (Southern European Task Force) – ospitato anch’esso nella città veneta – in US Army Africa, la componente terrestre di Africom. Il 9 dicembre 2008, alla presenza dei due massimi rappresentanti dell’esercito USA in Europa, il generale William E. Ward, comandante Africom, e il generale Carter Ham, comandante di US Army Europe, la SETAF ha mutato emblema e bandiera, assumendo il ruolo di reparto d’élite per l’intervento armato nel continente africano. In realtà, per la SETAF di Vicenza non si tratterrà di un debutto in Africa. La forza aerotrasportata ha infatti una lunga storia operativa in questa vasta area geografica. Nel 1994, gli uomini della 173^ Brigata furono inviati in Rwanda per un’ambigua operazione di “peacekeeping” che non impedì lo sterminio di centinaia di migliaia di civili durante il conflitto interno. Due anni più tardi la SETAF fu mobilitata per facilitare l’evacuazione di personale USA presente a Monrovia, Liberia.
Ancora nel 1996, i reparti USA di Vicenza presero parte alla “Joint Task Force Guardian Assistance” inviata in Uganda e Rwanda per “assistere” le operazioni di rimpatrio dei rifugiati ruandesi dall’allora Zaire. Quando una parte dei rifugiati rientrò nel paese d’origine, la missione USA si trasformò in assistenza militare e logistica a favore delle nuove autorità del Rwanda. Nel 1997 fu la volta della Repubblica del Congo, dove la 173^ Brigata fu schierata per fornire “assistenza” all’evacuazione di popolazione non combattente proveniente dallo Zaire. Quando il paese fu nominato “Repubblica Democratica del Congo”, gli obiettivi della missione furono ridisegnati, e i militari USA si trasformarono in “consiglieri” del governo di transizione.

Da Aerei spia “Shadow” alla 173^ Brigata aerotrasportata di Vicenza, di Antonio Mazzeo.