Lo Scheffer di Natale

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“Altri due Paesi si stanno preparando per l’adesione – e spero che, un giorno presto, un terzo ed ancora altri li seguiranno. Nonostante alcune sostanziali difficoltà, abbiamo approfondito le nostre relazioni con i partner in Europa ed oltre – ed iniziato a rimettere in pista la nostra relazione con la Russia. E lasciatemi anche menzionare qualcosa che personalmente considero davvero benvenuto – grazie alla direzione del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon, l’ONU e la NATO hanno posto la propria relazione su un livello più politico, per gestire la nostra positiva e mutualmente benefica cooperazione sul terreno.
Se il 2008 è stato impegnativo, il 2009 lo sarà ancora di più. Daremo il benvenuto al nuovo Presidente statunitense Obama al suo primo Vertice NATO, in aprile, a Strasburgo e Kehl. La nostra Alleanza si allargherà. Così anche la nostra operazione in Afghanistan. E ci saranno pure, ne sono sicuro, alcune sorprese per il mio successore nel ruolo di Segretario Generale.”

Che fa, insinua?
Dal New Year’s Message del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer.

Alfabeto kosovaro

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“Quando una potenza straniera fa un’occupazione, e pochi mesi dopo installa in quella terra la sua più grande base militare, che cosa vuol dire questo? Perché mi chiedi a chi è servita l’indipendenza del Kosovo?”. Ha il carisma di una storia misteriosa alle spalle, le certezze incrollabili della fede e nessun pelo sulla lingua Dobrila Bozovic, ex docente di storia dell’arte a Parigi e oggi portavoce laica del Patriarcato di Pec, culla della cultura serbo ortodossa nel cuore del Kosovo, protetto giorno e notte dai soldati del contingente italiano Kfor. Dobrila decifra per noi gli affreschi bizantini raccontando la storia del Patriarcato, ci autorizza a scattare foto incurante delle proteste delle monache, liquida con freddezza due soldati sloveni arrivati per una visita guidata. “Siete in ritardo e piove. Se arrivavate all’ora giusta, non c’era pioggia e non c’erano sloveni”, ci bacchetta ironica all’inizio della visita. Poi ci trattiene per quasi due ore davanti a caffè e dolcetti turchi, ricorda la casa della sua infanzia accanto a una moschea, la colonna sonora del canto del muezzin. “Se islam e cristianesimo non possono vivere insieme nei Balcani, allora non può esserci pace in nessun luogo. Noi siamo stati manipolati, tutti e due i popoli, sia i serbi che gli albanesi”, dice. Manipolati da chi aveva interesse a sbriciolare il multiculturalismo jugoslavo in uno spezzatino di stati cuscinetto etnici, senza risorse e senza storia. “Vogliono che la Serbia accetti l’indipendenza del Kosovo per entrare in Europa”, dice, “ma il Kosovo è la culla della nostra cultura e religione, o entriamo in Europa con Cristo o rinneghiamo la nostra anima. Dovete capire che l’economia e la demografia non sono tutto. Il 90% di popolazione albanese, per i serbi non è che un numero”. Due milioni di abitanti, un territorio grande come l’Abruzzo, separato dalla nostra penisola solo da un pezzo di Montenegro e un braccio di mar Adriatico, coperto di montagne e punteggiato di preziosissimi monasteri ortodossi, in parte danneggiati durante gli atti vandalici antiserbi del 2004. In Kosovo, anche i monasteri parlano delle tante culture dei Balcani. Il Monastero di Decani, a pochi chilometri da Pec, è una visione: militari all’ingresso, un pesante portone di legno. E oltre il muro, su un prato verde, un perfetto edificio romanico, candido come la cattedrale di Trani, scolpito dagli stessi artigiani negli stessi anni. All’interno del Monastero, la magia, il salto a oriente, negli azzurri della pittura bizantina, odore di incenso e Cristi Pantocratori. “Adesso non si può dire cosa sia successo sulla nostra terra, è passato troppo poco tempo”, sospira Dobrila, “forse saranno i nostri nipoti a poterlo raccontare”.

“D come Dobrila, la pasionaria serba” tratto da Alfabeto kosovaro. 25 storie dal Paese più giovane d’Europa, di Giulia Bondi e Anna Maria Selini.

Ecco come le autrici presentano il loro reportage:
“Sandali sportivi calpestano le strade polverose di Pristina. Poche donne kosovare sarebbero a proprio agio indossandoli. Gli altri piedi scavalcano voragini, evitano cartacce, zigzagano tra le lastre di pietra di via Madre Teresa comodamente calzati in tacchi a spillo vertiginosi. I nostri hanno scarpe sportive e rasoterra.
Straniere e riconoscibili, ma accolte quasi ovunque come figlie o sorelle, in tre settimane di viaggio su e giù per il Kosovo abbiamo ascoltato decine di voci, soprattutto giovani e donne, del paese più giovane d’Europa, l’ultimo nato dalla dissoluzione dei Balcani dopo i sanguinosi conflitti degli anni Novanta, ancora occupato dalla Missione ad interim delle Nazioni Unite, Unmik.
Un mosaico pieno di contraddizioni e memorie divise, che abbiamo cercato di raccontare in un piccolo vademecum: 25 frammenti per il Kosovo dalla A alla Z.”

Qui il video realizzato dalle due giovani giornaliste, in occasione del loro viaggio in Kosovo la scorsa primavera.

Palestina

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‘”Difendere Israele” diventa la scusa per intervenire militarmente, rovesciare governi, embargare intere popolazioni, depredarle delle loro risorse. Tutto ciò, nell’interesse dell’Angloamerica e del suo codazzo di traditori dell’interesse dei popoli d’Europa; popoli che nel Mediterraneo trovano il loro naturale ambiente per prosperare assieme ai loro vicini. L’Occidente americanocentrico, infatti, si serve dell’Entità Sionista come paravento per la sua politica nel mondo arabo e non solo, essendo Gerusalemme pressappoco all’incrocio di Europa, Asia e Africa, ovvero di quel “vecchio mondo” odiato dall’Angloamerica e che con la dottrina dello “scontro di civiltà” deve tenere diviso.
L’Entità Sionista, quindi, è l’avamposto del progetto occidentale, della “globalizzazione” e del “mondialismo”, poiché da una parte è il simbolo dell’innaturale ed ideologica “società multietnica” (contro quella naturale e pre-ideologica degli autoctoni palestinesi), dall’altra è il laboratorio ideologico della tendenza a stabilire un’unica morale mondiale, una sola giustizia mondiale ecc., poiché tutti, progressivamente, devono “riconoscere Israele”.
(…)
All’eroico popolo palestinese i popoli d’Europa dovrebbero guardare con ammirazione. Stanno lì a dimostrarci che nulla è impossibile e che, anche quando sembra tutto perduto, alla fine vince chi resta attaccato alla terra e al proprio modo di vita. Quel modo di vita insegna che resistere è giusto e sacrosanto, e non c’è menzogna mediatica che possa scalfire questa verità quando l’anima non è corrotta. Il problema degli italiani, degli europei, è stabilire se ancora hanno un’anima. Se la “civiltà” dell’Angloamerica non l’ha uccisa e il Sionismo non ha conquistato le menti e i cuori, sapranno riconoscere che i palestinesi stanno lottando anche per noi.’

Da Aggressione sionista a Gaza: una messa a punto su “Sionismo e Palestina”, del Coordinamento Progetto Eurasia (CPE).

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“Nel mondo arabo e islamico la protesta si è fatta sentire a tutti i livelli, la Libia che si astiene all’ONU su una risoluzione di mediazione fra Hamas e Israele, le manifestazioni popolari in molte capitali del Medio Oriente, le dichiarazioni di Hezbollah in Libano su una possibile nuova guerra contro Israele, probabile deterrente contro la minaccia di Tel Aviv di continuare la mattanza con un intervento terrestre a Gaza.
In Italia invece, il pur encomiabile sforzo di alcune organizzazioni pro palestinesi ha prodotto una mobilitazione almeno per ora molto limitata. Molto limitata in rapporto non tanto a quelle del Vicino Oriente – fatto ovvio e scontato – quanto alla storia del movimento per la pace dalla svolta del secolo ad oggi, e in particolare a due date che ne hanno segnato positivamente l’avvio dopo l’11 settembre: quella della manifestazione pro palestinese che sfilò dal Circo Massimo a Piazza Navona nel febbraio o marzo 2002, 200.000 persone circa; e quella del 22 o 23 marzo del 2003, giorno dell’oceanico assemblamento di più di 1 milione di persone a San Giovanni in Roma, poche ore dopo l’attacco anglo-americano all’Iraq.
Da allora il movimento di solidarietà con i paesi e i popoli arabi minacciati dalle guerre imperialiste e sioniste, ha cominciato a declinare inesorabilmente e servono a ben poco i giudizi autoconsolatori del Forum Palestina e di Sergio Cararo sul presunto “successo” della mobilitazione alla Fiera del Libro di qualche mese fa. Altro che successo, anche quella manifestazione è stato il segnale di una crisi profonda, proprio in una fase in cui – dalla distruzione dell’Iraq baatista alla guerra genocida del Libano, al disumano embargo di Gaza – l’aggressività dello Stato d’Israele e del suo principale alleato in Occidente – gli Stati Uniti– si è fatta sentire con una violenza mai conosciuta prima d’ora.
Come mai l’arretramento? I motivi di ordine teorico sono articolabili in tre capitoli essenziali:
(…)
Gli esempi potrebbero continuare, ma ci fermiamo qui per concludere con una sola annotazione: che, cioè, sarebbe ora di riflettere che un antifascismo incapace di ragionare sugli eventi storici e che fa del negazionismo olocaustico un mostro orripilante, e della decontestualizzazione pansiana un crimine orribile anziché una riedizione monca di quanto già sostenuto da Pavone circa il carattere di guerra civile della guerra di liberazione italiana del 43-45; un laicismo a metà, che non vuole vedere gli orrori e gli effetti perversi del dogma olocaustico sulla propria libertà d’azione militante; e un marxismo che crede di restar tale e “rivoluzionario” depennando dall’agenda dei suoi alleati movimenti come Hezbollah e Hamas, o uno stato sovrano come l’Iran di Ahmedimejad: questi antifascismo, laicismo e marxismo, rischiano di essere alla fin fine solo tre forme di opportunismo politico, un imbellettamento dei condizionamenti che si è costretti a subire giorno dopo giorno forse a proprio vantaggio immediato (la sopravvivenza politica), ma sicuramente a danno dei palestinesi e di chi è sotto il tallone di ferro del sionismo in Medio Oriente e nel mondo. Come uscire dall’impasse non so proprio – la situazione attuale è stata costruita in lunghi anni – ma che parlare del problema sia il solo modo per far tornare il movimento di solidarietà con i palestinesi e con i popoli ai livelli di qualche anno fa, questo è per me certezza assoluta.

Da Il Vicino Oriente è lontano. E’ giusto tacere che Hamas è il legittimo rappresentante del popolo palestinese?, di Claudio Moffa.

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Benefici elettorali del massacro
Gerusalemme 2 gennaio – La popolarità del leader del partito laburista e ministro della Difesa Ehud Barak sta risalendo vertiginosamente in Israele. E’ quanto emerge da un nuovo sondaggio pubblicato oggi, nel settimo giorno dell’offensiva sferrata dallo Stato ebraico contro Hamas a Gaza. L’operazione gode di un consenso molto vasto tra gli israeliani, con il 95% che la sostiene, l’80% dei quali senza riserve, spiega il sondaggio, apparso sul quotidiano Maariv. A poche settimane dalle elezioni anticipate previste per il 10 febbraio, il 44% degli intervistati dichiara di avere ”un’opinione più positiva” su Ehud Barak, contro il 48% che non ha cambiato opinione e il 2,5% che ha un’opinione più negativa. Il partito laburista (centro-sinistra), che era in caduta libera nei sondaggi, è accreditato dall’ultimo sondaggio di 16 deputati su 120 nella prossima Knesset (contro i 19 dell’attuale legislatura). Era sceso a una dozzina di rappresentanti nelle intenzioni di voto emerse dai sondaggi precedenti l’offensiva del 27 dicembre. Il Likud, principale formazione dell’opposizione di destra guidata dall’ex premier Benjamin Netanyahu è gomito a gomito con il partito Kadima (centro) del ministro degli Esteri Tzipi Livni, con 28 seggi, stando alle intenzioni di voto per le legislative del prossimo mese. Il partito di Netanyahu resta tuttavia in una posizione migliore per creare il prossimo governo, grazie all’appoggio dei partiti religiosi e dell’estrema destra, anche se tale coalizione non dispone di una maggioranza assoluta.
(ASCA-AFP)

Gerusalemme, 2 gennaio – L’offensiva nella Striscia di Gaza sta aumentando la popolarità del Partito laburista e di Kadima, a poco più di un mese dalle elezioni del 10 febbraio. In base a un sondaggio pubblicato su “Maariv”, se si votasse oggi i laburisti del ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, otterrebbero 16 seggi alla Knesset contro i sette di cui erano accreditati a novembre. Attualmente la formazione progressista ha 19 deputati sui 120 totali. Il 44% degli intervistati sostiene di avere ora un’opinione migliore di Barak. Risale anche il partito centrista Kadima guidato dal ministro degli Esteri, Tzipi Livni: nel sondaggio è appaiato con il blocco conservatore del Likud, con 28 seggi, mentre prima dell’offensiva era sempre indietro. Il 95% degli intervistati sostiene l’operazione Piombo fuso contro Hamas e l’80% è favorevole senza riserve ai bombardamenti.
(AGI)

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Oslo, 5 gennaio – Gli sforzi compiuti dall’Unione Europea per porre fine agli attacchi a Gaza probabilmente non andranno a buon fine. Questa l’opinione di Jan Egeland, diplomatico norvegese che nel 1993 prese parte ai negoziati per gli accordi di pace a Oslo tra Israele e Palestina. ”Con tutto il rispetto per l’UE e la diplomazia mondiale, il blocco non ha influenza né su Israele né su Hamas”, ha detto Egeland, capo dell’Istituto norvegese per gli affari internazionali (Nupi). Il diplomatico ha anche definito il Quartetto per la pace in Medio Oriente ”fallito”, sottolineando il fatto che ”sono stati persi dieci anni durante i quali non è stato fatto niente” per creare una pace duratura nella regione. Secondo Egeland molto importante invece é l’influenza USA su Israele. ”La questione é nelle mani degli Stati Uniti, ha detto. ”Anche Egitto e Iran hanno un ruolo importante da svolgere ma il resto del mondo è ultimo nella lista”, ha aggiunto il diplomatico.
(ASCA-AFP)

Caracas, 5 gennaio – Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha condannato oggi quello che ha definito il «genocidio» che Israele sta compiendo nella Striscia di Gaza, accusando le autorità dello Stato ebraico di essere «un governo assassino» e il «braccio esecutore» della politica degli Stati Uniti. «C’è una crisi umanitaria terribile, causata dall’invasione israeliana della Striscia di Gaza, ed è triste vedere come Israele si presta a questo gioco e continua ad agire come il braccio esecutore dell’impero yankee», ha detto Chavez durante una manifestazione politica a Caracas. Il presidente venezuelano ha aggiunto che «bisogna denunciare il governo di Israele come un governo assassino, un governo genocida e il mondo dovrebbe essere in piedi, a pronunciarsi per esigere, come fa il Venezuela, che cessi l’invasione». Dopo aver espresso la sua solidarietà al popolo palestinese, Chavez ha detto che il suo governo è in contatto con vari Paesi del Medio Oriente ed organizzazioni umanitarie per contribuire all’assistenza delle popolazioni di Gaza. «Stiamo facendo tutto il possibile, ma questo è un massacro, con bombardamenti ogni 15 minuti e ora l’invasione terrestre, e tutto ciò è appoggiato e promosso dal governo statunitense, un governo al quale restano solo pochi giorni di vita», ha concluso il presidente venezuelano.
(ANSA)

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Gerusalemme, 8 gennaio – Mentre nella Striscia di Gaza prosegue l’offensiva in corso ormai da tredici giorni consecutivi, in mattinata le artiglierie israeliane hanno immediatamente risposto al lancio di razzi da oltre frontiera avvenuto poco prima, bombardando il territorio libanese dal quale erano piombati verso l’alba gli ordigni, da tre a cinque, abbattutisi su tre diverse località della Galilea con il conseguente ferimento di cinque persone, nessuna delle quali peraltro in gravi condizioni. Il contrattacco è stato annunciato da una portavoce dell’Esercito dello Stato ebraico, spiegando che sono state sparate cinque salve “direttamente e specificamente in direzione dei punti di partenza dei razzi”, ma senza precisare il tipo di proietti impiegati per la rappresaglia. L’area al confine tra i due Paesi è la stessa che fu teatro della guerra-lampo dell’agosto 2006 tra le forze israeliane e le milizie sciite libanesi di Hezbollah; l’ultimo bombardamento con razzi dal Libano meridionale su Israele risaliva invece al giugno dell’anno scorso, ed era stato effettuato da estremisti palestinesi. L’odierno scambio di colpi da ambo le parti è stato confermato anche da fonti delle forze di sicurezza di Beirut.
(AGI)

Ma…
Beirut, 8 gennaio – Il partito politico sciita Hezbollah ha messo in chiaro al governo libanese di non essere coinvolto nel lancio di razzi dal Libano verso il nord di Israele. Lo ha riportato il ministro dell’Informazione Tarek Mitri. ”Hezbollah ci ha assicurato del fatto che intende impegnarsi per la stabilità del Paese, nel rispetto della risoluzione 1701”, ha detto Mitri riferendosi alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha portato alla fine della devastante guerra del 2006 tra Israele e Hezbollah. ”Ciò è un eufemismo per affermare che non sono coinvolti nell’attacco”, ha continuato il ministro.
(ASCA-AFP)

Gerusalemme, 8 gennaio – Il governo israeliano ritiene che dell’attacco con razzi avvento in mattinata sulla Galilea siano responsabili estremisti palestinesi con basi nel Libano meridionale, e non le milizie sciite locali di Hezbollah: lo ha dichiarato all’emittente televisiva ‘Channel 2′ il ministro per gli Affari dei Pensionati, Rafi Eitan, già alto ufficiale del Mossad, i servizi segreti. “La responsabilità è interamente del governo libanese”, ha peraltro sottolineato. “Credo”, ha poi osservato Eitan, “che si sia trattato di episodi isolati”; e comunque, ha aggiunto, “ce l’aspettavamo”.
(AGI)

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Tornando a noi, si presti attenzione al discorso del ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni al simposio NATO-Israele dell’ottobre 2007 ed al commento dell’allora Segretario Generale Aggiunto della NATO Claudio Bisogniero (“Israel occupies a special place”).
Sono le premesse del Programma Individuale di Cooperazione fra la NATO ed Israele, sottoscritto lo scorso dicembre.

Nel frattempo, da Stoccarda un portavoce dell’EUCOM ci informa che circa un centinaio di soldati, aviatori e marines appartenenti al comando europeo dell’esercito statunitense – l’EUCOM appunto – sono attualmente in Israele per l’installazione di un nuovo sistema radar. Per quanto la base aerea sia vicina alla zona del conflitto, essi non sono stati oggetto di alcun attacco da parte palestinese.
Il governo israeliano aveva in passato richiesto agli USA un tale sistema per difendersi da un possibile attacco missilistico dall’Iran. Una volta pienamente operativo, esso integrerà Israele nella rete antimissile globale USA pur rimanendo formalmente di proprietà statunitense. “Siamo impegnati nei confronti degli israeliani, per la difesa di Israele” ha specificato Geoff Morrell, addetto stampa del Pentagono.

Enciclopedia delle nocività, voce “Okinawa”

“Il 4 settembre 1995, alle otto di sera circa, due marines e un marinaio americani aggrediscono una ragazza di appena dodici anni mentre torna a casa. Il marine Rodrico Harp, 21 anni, ed il marinaio scelto Markus Gill, 22 anni – detto il “carro armato”, 182 cm di altezza e 122 kg di peso – confessano di aver picchiato la ragazza e che il marine Kenndrick Ledet, 20 anni, le aveva legato mani e piedi e coperto bocca ed occhi con del nastro isolante.
Tutti e tre risiedevano a Camp Hansen. Gill raccontò alla corte di aver violentato la ragazza “solo per divertirsi” e di averla scelta a caso, mentre usciva da una cartoleria. Il tenente generale Richard Myers – che era, allora, comandante delle forze USA in Giappone e che, sotto la presidenza di George W. Bush, sarebbe diventato capo di stato maggiore — affermò che si trattava di una tragedia inaudita, causata da “tre mele marce”, pur sapendo che i reati sessuali commessi dai militari americani contro la popolazione di Okinawa avvenivano a una media di due al mese. A peggiorare la situazione, il superiore di Myers, l’ammiraglio Richard C. Macke, comandante delle forze USA nel Pacifico, dichiarò alla stampa: “Credo che sia stato un gesto stupidissimo. Con i soldi che hanno speso per noleggiare l’auto si sarebbero potuti pagare una ragazza”.

Qui le referenze acquisite durante la loro più che sessantennale permanenza ad Okinawa.
[Buon Natale!]

Informazione atlanticamente corretta

rainews24

Dopo la marchetta di Raitre, ecco quella di Rainews24.

Roma, 23 dicembre – Rainews 24 trascorrerà la mattina del Natale in compagnia delle migliaia di soldati sottoufficiali e ufficiali italiani impegnati nelle missioni militari all’estero. A partire dalle 9 del 25 dicembre, il direttore Corradino Mineo, in una edizione speciale del ”Caffé di Rainews24”, si collegherà in diretta con i più importanti teatri operativi delle nostre missioni: Afghanistan, Libano e Kosovo. Lì saranno presenti i comandanti dei contingenti e i militari impegnati nelle operazioni di pace, che seguiranno via satellite sugli schermi delle basi l’intera trasmissione. Ospite in collegamento diretto il ministro degli esteri Franco Frattini. Durante la trasmissione verranno effettuati anche collegamenti con il Vaticano dove è prevista la Messa del Santo Padre. Alle ore 10 sarà trasmesso il reportage realizzato da Rainews24 nei giorni scorsi nella base del nostro contingente e nei dintorni di Herat, dal titolo: ”Herat Ovest Afghanistan 7 a.m. 11 p.m”, in cui si racconta la vita quotidiana di una soldatessa e di un maresciallo dal momento della sveglia mattutina alla fine della faticosa giornata di lavoro.
(ASCA)

Okinawa

Okinawa è la prefettura più meridionale e più povera del Giappone.
Con i suoi 726 chilometri quadrati di superficie è grande pressoché quanto Los Angeles ed è l’isola più grande dell’arcipelago delle Ryukyu. La capitale, Naha, è molto più vicina a Shanghai che a Tokyo e la cultura di queste zone riflette forti influenze cinesi. In passato le Ryukyu erano un regno indipendente, poi annesse al Giappone nel tardo XIX secolo, nello stesso periodo in cui le Hawaii vennero annesse agli Stati Uniti.
Nel 2005, Okinawa ospitava trentasette delle ottantotto basi militari statunitensi presenti in Giappone. Le basi di Okinawa coprono un totale di 233 chilometri quadrati, ossia il 75% di tutto il territorio occupato da installazioni militari USA sul suolo giapponese, nonostante l’isola rappresenti solo lo 0,6% del territorio dell’intero arcipelago.
Il Giappone, come la Germania, è una pietra angolare del dispositivo militare statunitense sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Se la fedeltà del Giappone dovesse venir meno, tutta la struttura USA in Asia Orientale finirebbe probabilmente per crollare. Nel novembre 2004, secondo statistiche del Pentagono, gli Stati Uniti avevano 36.365 militari in uniforme in Giappone, senza contare gli 11.887 marinai della Settima Flotta distaccati presso le basi di Yokosuka (prefettura di Kanagawa) e di Sasebo (prefettura di Nagasaki), alcuni dei quali, a turno, sono in servizio per mare. A questi vanno aggiunti i 45.140 dipendenti che lavorano nelle basi, i 27.019 impiegati civili del dipartimento della Difesa ed i circa 20.000 giapponesi che collaborano con le forze USA in mansioni che vanno dalla manutenzione dei campi da golf al servizio come camerieri nei molti locali riservati agli ufficiali fino alla traduzione dei giornali giapponesi per conto della CIA e della Defense Intelligence Agency. E si tenga conto che Okinawa, anche in assenza di tutti questi ospiti stranieri, sarebbe comunque un’isola sovrappopolata: con una densità demografica di quasi 2.200 unità per chilometro quadrato, è una delle aree maggiormente popolate del mondo. In termini assoluti, vi risiedono 1,3 milioni di abitanti circa.
L’isola principale di Okinawa fu teatro dell’ultima grande battaglia della seconda guerra mondiale, nonché dell’ultimo successo militare colto dagli Stati Uniti in Asia orientale. Circa 14.000 americani e 234.000 giapponesi, tra soldati e civili, persero la vita in quella feroce campagna durata tre mesi, così sanguinosa che divenne la principale giustificazione per i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. La battaglia durò da aprile a giugno del 1945 e devastò completamente l’isola.
Dal 1945 al 1972 gli ufficiali militari americani governarono Okinawa come una loro esclusiva proprietà. Nel 1952 la concessione di Okinawa fu il prezzo che il governo nipponico dovette pagare in cambio della firma di un immediato trattato di pace e del trattato di sicurezza nippo-americano, che segnò la fine dell’occupazione. Molti abitanti di Okinawa credono ancora che l’imperatore Hirohito li abbia sacrificati nel 1945 in un’inutile battaglia intesa a ottenere migliori condizioni di resa dagli alleati e che Tokyo li abbia poi sacrificati di nuovo nel 1952 per permettere al resto del paese di riconquistare la propria indipendenza e godere i primi frutti di una rinnovata prosperità economica. In quest’ottica, il Giappone accettò abbastanza di buon grado il trattato di sicurezza nippo-americano in quanto la maggior parte delle basi militari statunitensi erano dislocate in un’isoletta dell’estremo sud, dove tutti i problemi correlati alla loro presenza poterono essere ignorati dalla maggioranza della popolazione.
Le due grandi guerre americane contro il comunismo asiatico – in Corea ed in Vietnam – non avrebbero potuto essere combattute senza basi militari sul territorio giapponese. Quegli avamposti militari furono teste di ponte d’importanza vitale in Asia, nonché rifugi sicuri, invulnerabili agli attacchi di Corea del Nord, Cina, Vietnam e Cambogia. Allorché, al culmine della guerra del Vietnam, le proteste degli abitanti di Okinawa contro i B-52, i bar, i bordelli*, le scorte di gas nervino ed i crimini commessi dai soldati raggiunsero l’apice, gli Stati Uniti si decisero a restituire ufficialmente l’isola al Giappone. Nulla tuttavia cambiò in termini di presenza militare.
Negli anni Novanta la vita quotidiana sull’isola era di gran lunga migliore rispetto al periodo in cui il territorio era soggetto all’esclusiva giurisdizione americana. Il Giappone profuse cospicue somme di denaro, ben comprendendo che l’economia postbellica del paese fosse stata alimentata in parte a spese dei locali e che fosse dunque necessario un trasferimento di ricchezza. Sebbene Okinawa sia ancor oggi la prefettura più povera del Giappone, alla fine degli anni Novanta ha raggiunto il 70 per cento del livello di ricchezza nazionale.

*In Corea del Sud, sin dai tempi della guerra sono sorti enormi accampamenti militari (kijich’on) tutt’intorno alle basi americane. Ha scritto Katharine Moon: “Queste basi fungono in un certo senso da vetrina della presenza militare americana in Corea, caratterizzate da viuzze appena illuminate con insegne al neon intermittenti tipo Lucky Club, Top Gun o King Club. Musica country o da discoteca a volume altissimo rimbomba per le vie, dove uomini ubriachi scatenano risse e in cui soldati americani in divisa e truccatissime donne coreane passeggiano avvinghiati palpeggiandosi reciprocamente il sedere”. Fino al ritiro delle forze armate americane dalle Filippine nel 1992, la città di Olongapo, adiacente la base navale americana di Subic Bay, non aveva nessuna industria eccezion fatta per quella dell’”intrattenimento”, con circa 55.000 prostitute ed un totale di 2.182 strutture registrate, che offrivano “riposo e divertimento” ai militari statunitensi.

Aerei spia USA a Vicenza

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L’Esercito USA ha assegnato un plotone di aerei senza pilota (UAV) “Shadow 200” alla 173^ Brigata Aerotrasportata di Vicenza. Lo ha reso noto il comandante del “Joint Multinational Training Command” dell’US Army, colonnello Tim Touzinsky. Annunciando l’intenzione del Pentagono di realizzare a Grafenwöhr, Germania, la principale area addestrativa in Europa dei nuovi aerei spia, Touzinsky ha accennato all’attivazione di tre plotoni “Shadow”, il primo presso la 172^ Brigata di Fanteria di Grafenwöhr, il secondo presso il 2° Reggimento di cavalleria di Vilseck (Germania), e il terzo presso la 173^ Brigata di Vicenza.
(…)
I residenti che vivono attorno all’aeroporto Dal Molin di Vicenza sono avvisati. Gli aerei spia “Shadow 200” hanno una spiccata propensione a schiantarsi a terra dopo il decollo, come è confermato dalle cronache dei primi voli sperimentali eseguiti in Kosovo nel 2004. Nei soli primi due giorni d’addestramento, l’US Army perdette due velivoli e fu costretta a sospenderne la sperimentazione. Dopo la “correzione” di alcuni problemi tecnici agli apparati di bordo furono riprese le operazioni, ma altri due gravi incidenti imposero un lungo stop ai nuovi aerei senza pilota. Furono poi testati negli scenari di guerra afghano ed iracheno. Qualche mese fa, gli “Shadow 200” sono stati dislocati dalla 172^ Brigata di Fanteria dell’US Army presso la base avanzata “Warhorse” di Baqubah, Iraq.
(…)
L’attribuzione di un plotone di “Shadow 200” alla 173^ Brigata Aviotrasportata di Vicenza va infatti interpretata nel quadro dei nuovi piani USA di penetrazione in Africa, insieme alla recentissima trasformazione del comando SETAF (Southern European Task Force) – ospitato anch’esso nella città veneta – in US Army Africa, la componente terrestre di Africom. Il 9 dicembre 2008, alla presenza dei due massimi rappresentanti dell’esercito USA in Europa, il generale William E. Ward, comandante Africom, e il generale Carter Ham, comandante di US Army Europe, la SETAF ha mutato emblema e bandiera, assumendo il ruolo di reparto d’élite per l’intervento armato nel continente africano. In realtà, per la SETAF di Vicenza non si tratterrà di un debutto in Africa. La forza aerotrasportata ha infatti una lunga storia operativa in questa vasta area geografica. Nel 1994, gli uomini della 173^ Brigata furono inviati in Rwanda per un’ambigua operazione di “peacekeeping” che non impedì lo sterminio di centinaia di migliaia di civili durante il conflitto interno. Due anni più tardi la SETAF fu mobilitata per facilitare l’evacuazione di personale USA presente a Monrovia, Liberia.
Ancora nel 1996, i reparti USA di Vicenza presero parte alla “Joint Task Force Guardian Assistance” inviata in Uganda e Rwanda per “assistere” le operazioni di rimpatrio dei rifugiati ruandesi dall’allora Zaire. Quando una parte dei rifugiati rientrò nel paese d’origine, la missione USA si trasformò in assistenza militare e logistica a favore delle nuove autorità del Rwanda. Nel 1997 fu la volta della Repubblica del Congo, dove la 173^ Brigata fu schierata per fornire “assistenza” all’evacuazione di popolazione non combattente proveniente dallo Zaire. Quando il paese fu nominato “Repubblica Democratica del Congo”, gli obiettivi della missione furono ridisegnati, e i militari USA si trasformarono in “consiglieri” del governo di transizione.

Da Aerei spia “Shadow” alla 173^ Brigata aerotrasportata di Vicenza, di Antonio Mazzeo.

Lezioni difficili dalla Mesopotamia

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Documento ufficiale mette in luce gli errori della ricostruzione in Irak.
Di James Glanz da Baghdad e T. Christian Miller, del sito investigativo non profit ProPublica, da Washington.

Un documento inedito di 513 pagine sulla ricostruzione in Irak rivela un progetto ostacolato prima dell’invasione dai pianificatori del Pentagono, che erano ostili all’idea di ricostruire un paese straniero, e poi trasformato in un fallimento da 100 miliardi di dollari da guerre burocratiche, violenza in vertiginoso aumento e ignoranza degli elementi basilari delle infrastrutture e della società irachene.
Il documento, primo resoconto ufficiale di questo tipo, sta circolando sotto forma di bozza qui e a Washington in una stretta cerchia di tecnici, esperti e alti funzionari. Conclude anche che quando la ricostruzione cominciò a segnare il passo – soprattutto nel momento critico della ricostruzione della polizia e dell’esercito iracheni – il Pentagono non fece altro che diffondere dati gonfiati sui progressi compiuti per coprire i fallimenti.
In un brano, per esempio, si citano le parole dell’ex Segretario di Stato Colin L. Powell secondo cui nei mesi successivi all’invasione del 2003 il Dipartimento della Difesa “continuava a inventare cifre relative alle forze di sicurezza irachene – il numero aumentava di 20.000 unità alla settimana! ‘Adesso ne abbiamo 80.000, adesso 100.000, adesso 120.000’”.
L’affermazione di Powell sulle cifre gonfiate dal Pentagono è confermata dal Tenente Generale Ricardo S. Sanchez, ex comandante delle truppe di terra in Irak, e L. Paul Bremer III, il capo dell’amministrazione civile cui subentrò nel giugno del 2004 un governo iracheno.
Tra le conclusioni generali del documento c’è che cinque anni dopo avere intrapreso il suo maggiore progetto di ricostruzione dai tempi del Piano Marshall in Europa dopo la Seconda Guerra Mondale, il Governo degli Stati Uniti non dispone né delle politiche né della capacità tecnica né della struttura organizzativa essenziali a realizzare un programma di tali proporzioni.
Il messaggio più amaro per il programma di ricostruzione è forse come è andato a finire. Le cifre sui servizi di base e la produzione industriale compilate per il rapporto rivelano che con tutte le promesse e il denaro speso, lo sforzo di ricostruzione non ha fatto molto di più che restaurare quello che era stato distrutto durante l’invasione e i convulsi saccheggi successivi.
Alla metà del 2008, dice il rapporto, erano stati spesi per la ricostruzione dell’Irak 117 miliardi di dollari, compresi 50 miliardi del denaro dei contribuenti statunitensi.
La storia contiene un elenco di rivelazioni che mostrano il clima caotico e spesso velenoso che ha caratterizzato la ricostruzione. Continua a leggere

Disamericanizziamoci!

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Sul numero di novembre di “Aeronautica”, mensile dell’Associazione Arma Aeronautica, si parla finalmente ed ampiamente del progetto per l’assemblaggio a Cameri (No) dell’aereo USA F-35 JSF, il superaereo del futuro invisibile ai radar.
Finora sul notiziario, pur ricco di tutte le novità, la cosa era stata ignorata e solo sul numero precedente era apparso un breve cenno.
Il progetto, avviato nel 1999 con il governo di centro-sinistra, aveva visto la firma del primo protocollo da parte di Berlusconi, quella del secondo protocollo da parte di Prodi ed ora è in attesa della firma finale dell’attuale Governo per l’avvio dell’operatività.
Le relazioni del Ministero della Difesa e di quello dell’Industria dovrebbero essere presentate alle competenti Commissioni di Camera e Senato entro fine anno e le Commissioni avranno 30 giorni per dare lo “scontato” parere favorevole.
Intanto, all’aeroporto dell’Aeronautica Militare Italiana di Cameri (No), dove si svolgerà l’assemblaggio finale dell’aereo, sono già in corso da tempo le operazioni di allungamento delle piste e la costruzione di nuovi capannoni.
A Cameri affluiranno le sezioni anteriori di fusoliera fornite da Lockeed Martin, quelle centrali fornite dalla Northrop Grumman, quelle posteriori costruite da Bae Systems, l’ala prodotta da Lockeed Martin e le semiali esterne prodotte dall’Alenia di Torino.
I primi aerei verranno consegnati a partire dal 2011, con due anni di ritardo sul progetto iniziale, ma questa volta senza ulteriori ritardi, indipendentemente dalla crisi attuale, in quanto per gli USA l’F-35 JSF è una priorità assoluta.
Ma qual’è per noi l’aspetto “negativo” di questo progetto, al di là dell’ingente costo dei 131 aerei F-35 JSF che l’Italia si è impegnata ad acquistare da qui al 2023, costo forse in parte bilanciato dall’apporto di lavoro agli stabilimenti italiani di Alenia?
Gli aerei che spettano all’Italia verranno consegnati a partire dal 2014 e nel frattempo i piloti italiani saranno addestrati nella base USA di Eglin in Florida, dove entrerà in funzione la scuola unificata internazionale.
I piloti italiani però “non potranno partecipare allo sviluppo delle nuove tattiche e modi d’impiego consentiti dalla rivoluzionaria concezione dei sistemi di missione”.
Lo stesso Istituto Affari Internazionali che ha partecipato allo studio del progetto, nella sua relazione parla inoltre di “qualche incognita per la sovranità operativa nazionale e per l’eccessiva protezione del know-how americano” e precisa che “senza l’accesso al codice sorgente e all’architettura del sistema i futuri utilizzatori del F-35 JSF non solo non potrebbero modificare l’aereo, ma forse neppure sfruttarne a pieno il potenziale”. C’è insomma il rischio di “creare utilizzatori di serie A (gli USA e forse l’Inghilterra) e di serie B (l’Italia e gli altri Stati europei coinvolti nel progetto)”.
Con la differenza, rispetto alle altre Nazioni europee, che l’Italia in pratica appalta la base dell’Aeronautica Militare Italiana di Cameri agli USA, creando così un’altra pesante servitù internazionale a danno della propria sovranità e mettendo a rischio le popolazioni locali ed il territorio per le migliaia di voli di prova e collaudo e per l’ inquinamento acustico e ambientale.
Per tutto questo, ribadiamo alto e forte il nostro “NO” all’assemblaggio finale degli aerei F-35 JSF a Cameri (No)!

Comunicato del “Comitato Disamericanizziamoci” di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola, Via Baiettini 2, 28921 Verbania (VB) – tel. 347.0344400

[grassetti nostri]

Gran Sacerdote dell’Atlantismo

napolibush

E’ “fondamentale” e “fuori discussione” per la politica estera italiana la scelta euro-atlantica, con l’inserimento nel contesto europeo e l’Alleanza Atlantica, ha detto il presidente della Repubblica. “Ormai da numerosi decenni è fuori discussione la collocazione internazionale dell’Italia quale si definì – ha ricordato il presidente – con l’adesione all’Alleanza Atlantica ed alla Comunità Europea”. “L’ancoraggio alle fondamentali scelte euro-atlantiche” resta dunque fondamentale al di là di ogni cambiamento di governo. In particolare Napolitano si è detto convinto di trovare negli Stati Uniti un interlocutore privilegiato considerando anche “la nuova amministrazione americana”.
Tali sono le dichiarazioni rilasciate dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenendo alla sesta conferenza degli ambasciatori d’Italia, che si è aperta questa mattina alla Farnesina.

Sotto Natale siamo tutti più “buoni”
Roma, 22 dicembre – Nel nostro Paese, spesso diviso sul piano politico, è larghissimo il consenso per le missioni all’estero, afferma Napolitano. Il presidente ha comunicato in videoconferenza con i militari impegnati fuori dai confini nazionali ai quali ha rivolto gli auguri per le festività natalizie. “Le risorse disponibili per la spesa pubblica sono limitate, ma tra queste sono irrinunciabili quelle destinate a finanziare le missioni”, ha aggiunto Napolitano.
(Ansa)

Roma, 22 dicembre – “E’ in gioco la causa della pace e dello sviluppo dell’Afghanistan ma, allo stesso tempo, è in gioco la sicurezza dell’Italia e l’onore del nostro Paese“. E’ quanto sottolinea il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano -nel collegamento via satellite dalla sede del Coi all’aeroporto di Centocelle con i comandanti delle nostre missioni militari di pace a Kabul e ad Herat- ricordando che “misure intese a rafforzare l’efficacia della nostra presenza sono state annunciate e adottate dal governo e, per esso, dal ministro della Difesa Ignazio La Russa”, che gli siede accanto.
(Adnkronos)

[grassetti nostri]

Sport d’acqua made in USA

La Casa Bianca, per ben due volte, nel 2003 e nel 2004, appoggiò esplicitamente, con documenti segreti, i metodi duri di interrogatorio da parte della CIA nei confronti di presunti terroristi, compreso il famigerato waterboarding, ossia l’annegamento simulato. L’ha affermato recentemente il Washington Post citando quattro fonti ben informate della CIA e dell’amministrazione Bush che hanno però chiesto l’anonimato.
I documenti, finora riservati, furono richiesti all’Amministrazione dall’allora direttore della CIA, George J. Tenet, oltre un anno dopo che gli interrogatori segreti erano cominciati. L’agenzia investigativa l’avrebbe fatto perché preoccupata delle conseguenze sull’opinione pubblica di eventuali rivelazioni sui metodi di interrogatorio, sentendo perciò il bisogno dell’imprimatur scritto della Casa Bianca, anche se nel 2002 già il Dipartimento di Giustizia aveva approvato i metodi.
Secondo le fonti citate, la CIA temeva che la Casa Bianca potesse in un secondo momento, se messa alle strette da uno scandalo, prendere le distanze dai metodi usati dall’agenzia investigativa per interrogare i sospetti terroristi. Tenet avrebbe richiesto (e di lì a pochi giorni, effettivamente ottenuto) un documento di approvazione scritto già nel giugno 2003, durante una riunione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Poi nel giugno 2004, egli chiese alla Casa Bianca un nuovo documento scritto sulla scia dello scandalo per le torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib ed anche questa volta fu soddisfatto.
D’altra parte, la Casa Bianca ha continuato a ricorrere al waterboarding sino ad oggi, decidendo caso per caso in base alle valutazioni dell’intelligence e ribadendo che non si tratta di una forma di tortura, ma di un mezzo legale che “ha salvato vite di americani”. Il 5 febbraio scorso, il direttore della CIA Michael Hayden, durante un’audizione davanti al Congresso, aveva per la prima volta ufficialmente riferito sull’uso del waterboarding tra il 2002 e il 2003 su tre presunti alti esponenti di Al Qaeda.
Notizia degli ultimissimi giorni è che gli Stati Uniti stanno facendo pressioni sugli “alleati” europei affinché li aiutino a trovare una sistemazione per i detenuti di Guantanamo. Chiudere la prigione per “nemici combattenti” nella base americana a Cuba è una delle priorità di Barack Obama, ma il problema rimane dove sistemare i detenuti che non possono essere rimpatriati. Secondo il Times, più di un quinto dei 250 prigionieri di Guantanamo provengono da Paesi che, in caso di rimpatrio, non garantirebbero il rispetto dei diritti fondamentali, il che fa a dir poco sorridere pensando alle loro attuali e ben note condizioni di detenzione. John Bellinger, consigliere legale di Condoleezza Rice, ha confermato che Washington sta cercando l’aiuto dei Paesi europei per sistemare quei detenuti non pericolosi che non possono essere rimpatriati. Finora l’Albania ha accolto un gruppo di uiguri (separatisti islamici originari della Cina occidentale) ed il Portogallo ha annunciato di essere pronto ad accoglierne altri. “Un funzionario di alto livello del dipartimento di Stato – si legge nell’articolo del Times – ha spiegato che finora la Gran Bretagna e la maggior parte dei membri dell’Unione Europea si sono rifiutati”. Ma Washington sembra determinata, almeno ad ascoltare le parole di Bellinger: “Non ci aiutano quei Paesi che continuano a chiedere la chiusura di Guantanamo e non fanno nulla per metterci in grado di farlo”.
Ed allora ecco che spunta fuori un rapporto bipartisan del Senato statunitense, il quale afferma che le decisioni dell’ex capo del Pentagono Donald Rumsfeld furono “la causa diretta” degli abusi sui detenuti a Guantanamo e nel carcere di Abu Ghraib. Il documento (che trovate qui) accusa l’amministrazione Bush di aver creato il clima morale e legale che ha contribuito al trattamento inumano dei prigionieri. Diventati ormai così ingombranti che l’unico desiderio sembra quello di sbolognarli al primo disponibile.

Parà, di qua e di là

Nel quadro generale di riferimento della Difesa italiana, resta invariata la politica, avviata negli ultimi anni, protesa allo sviluppo della capacità interforze, la cosiddetta jointness. L’altro punto fermo è l’evoluzione del panorama internazionale, che richiama l’approfondimento di tecniche e dottrine, mirate a rendere uomini e mezzi capaci di una stabile sinergia con gli “alleati” nelle missioni svolte dall’Italia in contesti multinazionali.
In quest’ottica, permane l’impegno delle Forze Armate italiane proteso alla pianificazione di attività di scambio bilaterale con i Paesi della NATO. Un esempio arriva dall’Esercito, in particolare dalla brigata paracadutisti Folgore, uno degli assetti che per primi muovono verso gli scenari operativi all’estero. Dal 28 settembre al 4 ottobre u.s., una delegazione di specialisti dell’US Army, guidata dal colonnello Terry Sellers, ha visitato le strutture italiane in previsione di un’ulteriore approfondimento delle attività di cooperazione, soprattutto a livello esercitativo.
La delegazione statunitense, formata da ufficiali e sottufficiali del 1° battaglione paracadutisti Airborne della scuola di fanteria di Fort Benning, costituisce l’equivalente del Centro addestramento paracadutisti (Capar) di Pisa. La delegazione è stata ricevuta dal comandante della Folgore, generale Rosario Castellano che ha illustrato l’organizzazione ed i compiti della brigata paracadutisti, sottolineando l’impegno del proprio personale nei vari contesti in cui è chiamato ad operare, sia in Italia che all’estero.
I vari comprensori del complesso addestrativo sono risultati di grande interesse per la delegazione USA, che ha avuto modo di assistere ad alcune fasi delle attività condotte dagli aspiranti paracadutisti. Il programma della visita ha compreso anche l’approfondimento delle dottrine e dei materiali in uso alla brigata, attraverso sopralluoghi presso i vari reparti della Folgore dislocati in Toscana. Secondo quanto espresso dalla delegazione statunitense, il momento che maggiormente ha valorizzato l’interazione tra i due Paesi è stata l’esercitazione congiunta di aviolancio con i colleghi della brigata sulla zona di Altopascio, che ha dato modo ai membri dell’Airborne di conseguire il brevetto di paracadutista militare italiano. Al termine della visita,  i militari USA si sono detti molto soddisfatti dell’accoglienza nel nostro Paese e dell’attività di studio e cooperazione sviluppata nel periodo trascorso tra le diverse strutture addestrative. L’occasione è stata utile al perfezionamento di altri accordi di collaborazione, soprattutto per i corsi di “Jump Master” (direttore di lancio) ed altri specifici settori di pertinenza del Capar di Pisa.

Puglia americana

La base USAF di San Vito dei Normanni (San Vito Air Station), situata circa dieci chilometri a nord-ovest di Brindisi, in una posizione intermedia fra il porto della città pugliese ed il paese di San Vito dei Normanni, fu attivata l’1 novembre 1960, nel pieno della Guerra Fredda, grazie ad uno dei tanti accordi segreti siglati tra l’Italia e gli Stati Uniti. Inizialmente operò come installazione esterna della base di Aviano, con il personale e le attrezzature di sostegno forniti dal 6.900° stormo di sicurezza, arrivato a San Vito già nel 1959. Esso diede il via alla costruzione delle infrastrutture che permisero poi al 6.917° Electronics Security Group, 700 uomini dell’aviazione a cui se ne aggiungevano alcuni della US Navy, di entrare in attività.
Nel 1964, venne eretta quella mastodontica e misteriosa struttura che prese il nome di “gabbia dell’elefante” [vedi foto]. Si trattava di un’antenna radiogoniometrica ad alta frequenza FLR-9, costituita da una grande struttura circolare a cerchi concentrici (Wullenweber), mentre nei bunker sottostanti lavoravano centinaia di specialisti dell’intercettazione, traduttori e crittografi che, grazie a quelle antenne ed a potentissime apparecchiature radio con un raggio utile di intercettazione di circa 1.500 miglia, ascoltavano ogni comunicazione – telefonica, radio, telex, telegrafica, video… – proveniente non solo dal blocco comunista e dal Vicino e Medio Oriente, ma anche dai cosiddetti Paesi amici occidentali, Italia compresa.
La base di San Vito e quella di Chicksands, in Gran Bretagna, furono le prime ad essere equipaggiate con il sistema di intercettazione FLR-9, nell’ambito della nuova rete spionistica col nome in codice di “Cavallo di Ferro”. Le altre tre installazioni della rete erano collocate presso la base di Misawa in Giappone, la Clark Air Base nelle Filippine ed a Elmendorf, in Alaska.
Già dal 1967 l ‘attività di intelligence di San Vito passò alle dipendenze operative della NSA (National Security Agency), il servizio segreto militare che di fatto gestisce il famigerato sistema Echelon e le sue derivazioni.
All’inizio degli anni Ottanta, si avviò il ridimensionamento degli organici, per una serie di tagli al bilancio militare statunitense, ma anche con l’affermazione della tecnologia satellitare che ha reso superflue ed antiquate le grandi installazioni fisse come quella di San Vito. La Guerra del Golfo del 1991 fu l’ultima operazione convenzionale alla quale partecipò la base, che dall’aprile 1993 cessò di operare.
Alla fine di quell’anno, San Vito accolse uomini e mezzi assegnati alle missione umanitaria “Deny Flight” in Bosnia Erzegovina, poi riconvertiti nell’operazione di peacekeeping “Provide Promise” condotta negli stessi territori, con gli elicotteri Black Stallion ed i cacciabombardieri AC-130 Spectre stazionanti presso le piste dell’aeroporto militare Pierozzi di Brindisi. Nel 1997, i 1.300 uomini della Joint Operation Task Force-2 – avieri statunitensi del 352° Special Operations Group e del 16° Special Operations Wing – operavano a San Vito a sostegno del dispiegamento delle truppe NATO in Bosnia e del controllo dello spazio aereo sul Paese balcanico. Affiancati da una manciata di fanti e marinai USA, e dalle truppe speciali francesi dell’Armée de l’Air, impegnate in operazioni di commandos.
Terminata l’aggressione della NATO alla Serbia del 1999, a San Vito è rimasto soltanto un reparto addetto alla sorveglianza del perimetro esterno ed alla efficienza della stazione di osservazione solare del Solar Electro-Optical Network. La struttura è gestita da un contractor privato ed è inserita in una rete di sei installazioni sparse nel mondo per assicurare un monitoraggio 24 ore su 24. Organizzativamente fa capo al 55° Space Weather Support Squadron, insediato alla Schriever Air Force Base in Colorado.
Il 26 febbraio 2000, il senatore Stefano Semenzato, vicepresidente del gruppo parlamentare dei Verdi, presentò un’interrogazione nella quale – alla luce delle risultanze dello studio preparato per il Parlamento Europeo da Duncan Campbell e denominato “Interception Capabilities 2000″, sull’esistenza e le modalità di funzionamento del sistema Echelon – chiedeva delucidazioni in merito alle attività ed alla dotazione tecnologica della base di San Vito dei Normanni. Domandava inoltre se il governo italiano avesse una qualche forma di controllo sull’attività della base e se, in caso contrario, non intendesse porre agli Stati Uniti una richiesta in tal senso.
A seguito di una gara bandita nel dicembre 2001, sono stati rimossi tutti i materiali che componevano l’antenna e le imboccature al bunker sottostante sono state sigillate con due impenetrabili porte d’acciaio, atte ad evitare qualsiasi ingresso non autorizzato. Non sono stati effettuati lavori al di sotto del suolo mentre al di sopra di esso oggi il terreno appare completamente sgombro.
Il 24 luglio 2003, con una cerimonia ufficiale tenutasi nella base di Ramstein, in Germania, alla presenza del colonnello Casertano per lo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana (AMI) e del comandante dell’aeroporto di Brindisi, Rolando Tempesta, è avvenuto il passaggio di San Vito dall’USAF all’AMI. L’accordo parlava di un periodo transitorio di due anni in cui San Vito avrebbe dovuto rimanere in carico all’aeronautica italiana, per poi transitare all’amministrazione civile scelta dallo Stato. Resta però in possesso degli Stati Uniti una piccola ma importante porzione della base, quella della stazione di osservazione solare con sofisticate apparecchiature e radar. Gli addetti non indossano divise e la loro presenza nel territorio è quindi “invisibile”.
Negli ultimi anni, si è assistito ad un balletto di posizioni in cui si ritrova coinvolta anche l’ONU, la quale ha ottenuto l’uso di parte delle aree della ex base per scopi logistici (un nuovo enorme deposito che va ad aggiungersi a quello già presente presso l’aeroporto del capoluogo brindisino) ed operativi (una erigenda scuola di addestramento al peacekeeping con corsi di “polizia internazionale”).

Generale di quale Paese?

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Scrivevamo:
“Il Generale di S.A. Vincenzo Camporini, nominato Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica dal Consiglio dei Ministri del governo Prodi il 20 Settembre 2006, per una rotazione prevista tra Aviazione, Marina ed Esercito, è attualmente Capo di Stato Maggiore della Difesa e quindi ai vertici di comando delle Forze Armate. Il suo curriculum dice che a parte un breve periodo di frequenza ad un corso NATO, lontano negli anni, è il primo alto ufficiale italiano che non abbia certificazioni atlantiche, che non ha fatto registrare frequentazioni imbarazzanti e, elemento di per sé significativo, non è stato pataccato, almeno per ora, né dal Congresso né dalle Amministrazioni USA con la “Legion of Merit”, la più alta onorificenza offerta ai militari appartenenti alla NATO. Camporini, quindi, ha alle spalle uno stato di servizio, almeno dal nostro punto di vista, decente. Naturalmente esegue gli ordini che gli impartisce il Ministero della Difesa e perciò lunedì 24 novembre ha fatto partire per l’Afghanistan, delegando l’atto formale al Generale S.A. Daniele Tei, i quattro Tornado del 6° Stormo di Ghedi (…)”.

A proposito di caccia(bombardieri). Ad inizio ottobre, è stata presentata a Roma una ricerca condotta dall’Istituto Affari Internazionali sul programma F-35 Joint Strike Fighter, giusto in tempo per contribuire a spiegare la portata delle scelte che l’Italia è chiamata a compiere nei prossimi mesi. Un caccia strategico per affrontare le sfide di sicurezza del 21° secolo ed un’occasione da non sprecare, con qualche incognita per la sovranità operativa, l’eccessiva protezione del know-how statunitense e la burocrazia italiana. Questo il ritratto che esce dalla ricerca. “Mi sorprende che sia stato necessario produrre questo studio”, ha ironizzato nell’occasione il generale Camporini, tanto è “lampante” l’esigenza di questo “programma assolutamente vitale per la difesa”. Né esiste la possibilità concreta, ha aggiunto Camporini, di sviluppare un’alternativa che non potrebbe arrivare prima di una ventina d’anni. Alla mancanza di alternative contribuirebbero anche il costo di un eventuale nuovo programma ed il fatto che “qualsiasi ritiro sembrerebbe una follia: abbiamo già speso due miliardi sugli 11 previsti“, ha osservato Edmondo Cirielli, presidente della commissione Difesa della Camera. “Non vedo competizione o conflitto tra JSF ed Eurofighter. Questo è stato chiaro per noi sin dall’inizio,” ha infine chiosato Camporini in termini operativi. “L’Eurofighter è concepito per la difesa aerea, compito che svolge benissimo, ma non può svolgere il ruolo di attacco in maniera economicamente sostenibile.
Attacco. Avete capito bene.

Frattanto, dall’altra parte dell’Atlantico, gli analisti militari più avvertiti hanno iniziato a paragonare l’F-35 JSF all’F-22. Lo sviluppo di quest’ultimo è iniziato nel 1986, originalmente con l’idea di produrne più di 700 esemplari per sostituire i vecchi F-15 e F-16. Nel 2000, l’incremento dei costi aveva convinto il Pentagono a ridurre le sue esigenze a 346 velivoli. Ma nel 2005, quasi venti anni e 40 miliardi di dollari più tardi, la richiesta era ulteriormente scesa a 180 unità, come conseguenza dei lunghi ritardi e dell’imprevisto incremento dei costi che hanno fatto lievitare il prezzo per singolo aereo da un’iniziale proiezione di 184 milioni di dollari ad una di 355. Per colmare il vuoto, l’USAF ha quindi iniziato a sviluppare l’F-35 Joint Strike Fighter, che secondo i più critici promette di ripetere il fiasco del F-22. A parere di Winslow Wheeler, direttore del Straus Military Reform Project al Washington’s Center for Defense Information e curatore del testo di prossima uscita America’s Defense Meltdown: Pentagon Reform for President Obama and the New Congress, l’F-22 – descritto come più fragile e meno manovrabile rispetto ai caccia dei tempi della guerra in Vietnam –  “è ridicolmente costoso, ed il suo enorme prezzo impedisce di acquistarne una quantità apprezzabile”.

Che dire? Evidentemente anche Camporini spera di essere nominato a fine mandato presidente di una consociata di Finmeccanica, come succede a tutti i Capi di Stato Maggiore che hanno favorito le lobbies del complesso militar-industriale.

Air Jordan e la Benemerita

Roma, 9 dicembre – Il capo del Comando centrale americano, il generale David Petraeus, elogia il lavoro svolto in Irak dai Carabinieri e da Anna Prouse, la 38enne italiana a capo del Prt (il Provincial Reconstruction Team) della provincia meridionale di Dhi Qar in cui si trova Nassiryah. ”I Carabinieri sono messi su un piedistallo rispetto alle forze di polizia militare di altri Paesi. Quando le forze della polizia irachena si addestrano con loro, si sentono come se giocassero con Michael Jordan”, ha affermato, citando il campione americano di basket, il capo del Comando centrale americano nella conferenza che ha tenuto questo pomeriggio a Roma al Centro studi americani.
(Adnkronos)

Il Programma Individuale di Cooperazione fra la NATO ed Israele

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Con l’arrivo del vice Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri Tzipi Livni all’Incontro Ministeriale della NATO, il Consiglio Nord Atlantico ha ratificato il Programma Individuale di Cooperazione (PIC), un accordo che rafforza ed espande le relazioni operative tra Israele e la NATO nei campi della sicurezza e della diplomazia.
Il PIC prevede un ampio spettro di campi nei quali Israele e la NATO coopereranno pienamente. Il Ministro degli Affari Esteri ha in effetti aperto la porta per la cooperazione fra i servizi di sicurezza e la NATO in vari settori come il controterrorismo, incluso lo scambio di competenze di intelligence e sicurezza, l’aumento del numero di esercitazioni militari congiunte NATO-Israele, l’ampiamento della cooperazione nella lotta alla proliferazione nucleare, lo sviluppo della cooperazione nelle aree degli armamenti e della logistica, la connessione di Israele sul piano elettronico al sistema NATO, etc. Il Comandante in Capo dell’Israel Defense Force, tenente-generale Ashkenazi, ha visitato il quartier generale della NATO a Bruxelles due settimane fà.

Comunicato del Ministero degli Affari Esteri di Israele.

E poi…
Gerusalemme, 11 dicembre – Barack Obama offrirà a Israele un accordo strategico per proteggere il Paese da un eventuale attacco nucleare dall’Iran. Lo rivela stamane ‘Haaretz’, un quotidiano israeliano solitamente ben informato. Citando un’anonima fonte vicina al presidente-eletto, il quotidiano scrive che la neo-amministrazione USA si impegnerà nell’ambito di una sorta di “ombrello a protezione nucleare” per rispondere e reagire a qualsiasi attacco contro Israele.
(AGI)

Accordo segreto fra l’ONU e la NATO

NATO/

Pochissimi media hanno riferito, in maniera estremamente sintetica, di un accordo segreto stretto tra le Nazioni Unite e la NATO alla fine di settembre, firmato dai Segretari Generali delle due organizzazioni Ban Ki Moon (ONU) e Jaap de Hoop Scheffer (NATO).
Secondo l’edizione del 26 settembre del quotidiano Financial Times Deutschland, le due parti avevano concordato di mantenere uno stretto riserbo sull’accordo, teso a “semplificare la cooperazione in situazioni critiche come quelle in Afghanistan od in Kosovo”. L’articolo afferma che l’accordo era stato molto discusso all’interno delle Nazioni Unite fino al termine, anche e soprattutto per l’atteggiamento della NATO nei confronti della guerra in Georgia. Alla fine Ban Ki Moon era stato spinto a firmare l’accordo da Francia, Stati Uniti e Regno Unito.
In seguito, il 9 ottobre, l’agenzia di stampa RIA Novosti riportava la notizia che il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si diceva scandalizzato dall’accordo, che era stato negoziato e firmato tacitamente, senza consultare tutti gli Stati membri. Quando è circolata la voce che si stava preparando un simile accordo tra Nazioni Unite e NATO, Lavrov ha interpellato formalmente il Segretario Generale, ma è riuscito ad ottenere solo risposte vaghe.
Molto duro (e pungente) anche il commento dell’inviato russo presso la NATO, Dmitrij Rogozin. “Forse i nostri funzionari di Bruxelles (cioè della NATO) e di New York (cioè delle Nazioni Unite) nel sonno si trasformano in combattenti contro il male globale e, come Don Chisciotte, lottano con i mulini a venti del terrorismo mondiale”, ha detto il diplomatico. “Di fatto il documento è stato firmato sotto dettatura della NATO, ed usa il linguaggio NATO”, ha aggiunto Rogozin, spiegando che i russi non possono “riconoscere la legittimità di un simile documento e lo considereranno espressione del pensiero personale del signor Ban Ki Moon”.
“Il significato di questo documento è collegato all’Afghanistan” è stata la sua conclusione: la NATO starebbe cercando di presentare la situazione in modo tale da spartire la responsabilità con l’ONU in caso di fallimento in Afghanistan, utilizzando l’Organizzazione delle Nazioni Unite come un “ombrello”.

A seguire il testo dell’accordo, rintracciato da ambienti diplomatici tedeschi, ed un commento in merito del professor Alfred de Zayas, funzionario delle Nazioni Unite a riposo, già Segretario della Commissione dell’ONU per i Diritti Umani.

Dichiarazione congiunta sulla cooperazione tra i segretariati delle Nazioni Unite e della NATO

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il Segretario Generale dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, rallegrandosi della cooperazione più che decennale tra le Nazioni Unite e la NATO a sostegno del lavoro delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, e desiderando, nello spirito delle conclusioni del Summit Mondiale del 2005, fornire un quadro di riferimento per la consultazione e la cooperazione allargata tra i loro rispettivi Segretariati, hanno concordato quanto segue:

1. Noi, Segretario Generale delle Nazioni Unite e Segretario Generale dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, riaffermiamo il nostro impegno per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali.
2. Le nostre esperienze condivise hanno dimostrato il valore del coordinamento efficace ed efficiente tra le nostre Organizzazioni. Abbiamo sviluppato la cooperazione operativa, per esempio, in operazioni di mantenimento della pace nei Balcani e in Afghanistan, dove operazioni autorizzate dalle Nazioni Unite e condotte dalla NATO si affiancano a operazioni di pace delle Nazioni Unite. Abbiamo anche lavorato insieme e collettivamente con altri partner a sostegno di organizzazioni regionali e sub-regionali. Inoltre la NATO ha fornito risorse e personale al Pakistan a sostegno delle operazioni di soccorso umanitario delle Nazioni Unite nel 2005. La nostra cooperazione è guidata dalla Carta dell’ONU, da linee guida e principi umanitari internazionalmente riconosciuti e dalla consultazione con le autorità nazionali.
3. Un’ulteriore cooperazione contribuirà in misura significativa ad affrontare le minacce e le sfide cui la comunità internazionale è chiamata a rispondere. Sottolineiamo pertanto l’importanza di creare un quadro di riferimento per la consultazione, il dialogo e la cooperazione, anche – se ritenuto opportuno – attraverso scambi regolari ed un dialogo a livello dirigenziale ed operativo su questioni politiche ed operative. Riaffermiamo inoltre la nostra disponibilità a fornire, compatibilmente con i nostri rispettivi mandati e facoltà, assistenza ad organizzazioni regionali e sub-regionali, se richiesto ed opportuno.
4. Sottolineando che questo quadro di riferimento dev’essere flessibile ed in evoluzione, concordiamo di sviluppare ulteriormente la cooperazione tra le nostre organizzazioni su questioni di interesse comune: comunicazione e condivisione di informazioni, ma non solo; questioni concernenti la protezione di popolazioni civili; capacity-building, addestramento ed esercitazioni; lezioni apprese, pianificazione e supporto nelle emergenze; e coordinamento e supporto operativo.
5. La nostra cooperazione continuerà a svilupparsi praticamente, tenendo conto dei mandati, delle competenze, delle procedure e delle capacità di ciascuna Organizzazione, così da contribuire ad un miglioramento del coordinamento internazionale in risposta alle sfide globali.

New York, 23 settembre 2008

Jaap de Hoop Scheffer
Segretario Generale dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico

Ban Ki Moon
Segretario Generale delle Nazioni Unite

Violazione della Carta delle Nazioni Unite

di Alfred de Zayas

Se il testo della dichiarazione comune sulla cooperazione tra Nazioni Unite e NATO dovesse essere esatto sarebbe un vero scandalo, poiché andrebbe contro lo spirito e la lettera della Carta delle Nazioni Unite e scavalcherebbe l’autorità del Segretario Generale delle Nazioni Unite. L’ONU deve rimanere indipendente e non schierarsi mai con un’alleanza militare. È ovvio che questo accordo è un affronto alla Cina ed alla Russia, nonché a tutti i Paesi non-allineati (118 Stati).
Quando il mio ex superiore Sergio Viera de Mello ed altri colleghi delle Nazioni Unite furono uccisi in un attentato nell’agosto del 2003 a Baghdad, spiegai in un’intervista che ciò era parzialmente dovuto al fatto che gli iracheni avevano considerato le Nazioni Unite come un braccio imperialista della NATO e probabilmente continuavano a farlo. Ecco perché i miei bravi colleghi furono colpiti.
Non dobbiamo dimenticare che la NATO ha partecipato a guerre illegali, come quella del 2003 in Irak (violando l’articolo 2.4 della Carta ONU, come l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan non mancò di affermare più volte). Inoltre la NATO è colpevole di crimini di guerra nei Balcani, in Irak ed in Afghanistan. Anche l’uso di munizioni all’uranio impoverito va considerato un crimine contro l’umanità. L’Assemblea Generale deve assolutamente occuparsi di questo accordo ONU-NATO e dichiarare la sua illegittimità.

Luce su Site Pluto

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La base USA di Site Pluto a Longare, con la collegata base della Fontega a Tormeno, è un centro della strategia bellica che l’amministrazione statunitense ha messo in atto in Irak ed in Afghanistan, indifferente al prezzo che pagano le popolazioni civili.
Dentro la base si studiano nuove guerre e Site Pluto-Fontega è l’arsenale d’armi della 173° brigata aviotrasportata di stanza alla Ederle (e nella nuova base prevista al Dal Molin).
Negli ultimi anni, dentro la base sono stati effettuati molti lavori di ristrutturazione e, da poco, l’amministrazione comunale ha concesso una seconda entrata in via dei Martinelli, a conferma dell’intensificarsi delle attività.
Oltre ad essere un avamposto di guerra, Site Pluto è un pericolo reale e incombente per la salute e la sicurezza delle persone che vivono in zona.

Affinché sia rispettato l’articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra”, senza farci complici di aggressioni, chiediamo la riconversione ad uso civile di questo sito e la bonifica dalle armi a garanzia della salute dei cittadini.
Per queste ragioni vi invitiamo a camminare insieme a noi di giorno per osservare e di notte per illuminare…

Domenica 7 dicembre 2008, ore 10.00
Ritrovo al parcheggio del campo sportivo di Longare per percorrere il sentiero che segue il perimetro di Site Pluto e la strada sterrata fino all’ingresso della base di San Rocco (ex Site Hawk, ora CoESPU).

Sabato 20 dicembre 2008, ore 17.00
Il medesimo percorso all’imbrunire e nella notte più lunga dell’anno, illuminata dalle torce elettriche e dal desiderio di pace e giustizia.

Organizzano: Gruppo Presenza LongareDonne in Rete per La Pace

Abu Omar, sospeso il processo

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MILANO (Reuters) – Il giudice di Milano Oscar Magi ha sospeso oggi il processo per il sequestro dell’ex imam di Milano, Abu Omar, fino al 18 marzo prossimo, in attesa che la Corte costituzionale decida sul conflitto di attribuzioni tra il governo e la magistratura.
Al processo, stamani, la difesa dell’ex numero due del Sismi, Marco Mancini, aveva chiesto la revoca di alcune prove testimoniali o la sospensione del processo fino alla decisione della Corte costituzionale oppure il proscioglimento del suo assistito. La pubblica accusa si era opposta alle richieste di Mancini.
La Corte costituzionale è chiamata a esprimersi sul conflitto di attribuzione tra poteri tra governo e magistratura milanese sull’estensione del segreto di Stato in merito a una serie di atti che la procura ritiene utili al caso.
Il mese scorso il premier Silvio Berlusconi aveva confermato l’esistenza del segreto di Stato su ordini e direttive impartite dall’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari ai suoi uomini per impedire l’uso di mezzi e modalità illecite nella lotta al terrorismo e in relazione alle “rendition”, cioè i trasferimenti illegali di sospettati di terrorismo.
Nell’ordinanza di oggi, il giudice Magi ha spiegato di aver deciso di sospendere il processo per la difficoltà che hanno le parti “di tracciare un limite certo nell’ammissibilità delle domande e nella possibilità delle risposte”.
“Deve ritenersi che vi sia stata da parte della presidenza del Consiglio una dilatazione della sfera di non conoscibilità dei fatti relativi al reato per cui si procede…l’evidente illogicità di tale dilatazione comporta di conseguenza un’estrema difficoltà sia per il giudice procedente che per le altre parti processuali di tracciare un limite certo nell’ammissibilità delle domande e nella possibilità delle risposte. Per queste ragioni si ritiene opportuno sospendere il processo in corso e in particolare, anche l’ascolto dei testi del pm ancora da assumere, tutti appartenenti o ex appartenenti al Sismi”, ha scritto Magi nel provvedimento.

Sempre stamattina, il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro ha detto che l’attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, e il suo predecessore, Romano Prodi, hanno utilizzato il segreto di Stato per ostacolare la giustizia.
Parole che hanno provocato la dura reazione di uno dei legali di Berlusconi, Niccolò Ghedini, che le ha definite “un intollerabile attacco” al premier e che ha chiesto al Consiglio superiore della magistratura di prendere “urgenti provvedimenti in merito”.
“Comprendo l’aspirazione dei difensori a interpretare il segreto di Stato come se questo potesse diventare impunità o impedire l’accertamento della verità. Comprendo questa aspirazione perché è la stessa dell’attuale e del precedente presidente del Consiglio di usare il segreto di Stato per ostacolare la giustizia”, ha detto Spataro.
Ferma la replica di Ghedini. “Le dichiarazioni di Spataro sono di assoluta gravità. Il presidente Berlusconi nel pieno rispetto delle leggi e dei trattati, ha opposto la più ampia e leale collaborazione all’autorità giudiziaria nella vicenda Abu Omar”, ha detto l’avvocato in una nota.
“Si deve ricordare che proprio il governo di Silvio Berlusconi non ha apposto alcun segreto sull’asserito sequestro di Abu Omar, decisione ribadita dal governo Prodi. … E’ intollerabile che un magistrato possa attaccare impunemente in maniera siffatta l’attuale presidente del Consiglio. E’ auspicabile che il Consiglio Superiore della Magistratura prenda urgenti provvedimenti in merito”, ha aggiunto.
Intanto Pollari – attraverso il suo avvocato, Nicola Madia – ha detto: “Il presidente del Consiglio è l’unico depositario del segreto di Stato e in tale veste mi ha ordinato di rispettarlo. Intendo obbedire agli ordini ricevuti nonché ai doveri istituzionali e morali discendenti dal giuramento di fedeltà allo Stato. E questo nonostante il segreto di Stato mi precluda di difendere e di dimostrare la più totale estraneità del Sismi alla vicenda”.

L’AFRICOM a Vicenza (e Napoli)

Roma, 2 dicembre – Dovrebbe essere ospitato nelle basi americane di Vicenza e Napoli il nuovo “Comando AFRICOM”. E’ quanto apprende l’Adnkronos da fonti informate alla vigilia di una conferenza stampa alla Farnesina del ministro degli Esteri Franco Frattini e dell’ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli, durante la quale dovrebbe arrivare l’annuncio.
(Adnkronos)

Bruxelles, 2 dicembre – “Ci sono quattro componenti di AFRICOM, di cui due saranno ospitate in Italia, una a Vicenza e l’altra a Napoli”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini, in una conferenza stampa a Bruxelles, confermando quanto scritto dall’Adnkronos e precisando che “non ci sono truppe americane assegnate su base permanente a queste componenti”.
(Adnkronos/Aki)

Roma, 3 dicembre – “Un grande aspetto della politica estera americana è che c’è poca discontinuità e grande continuità e per questo penso che gli ottimi rapporti Italia-USA continueranno”. Lo ha detto l’ambasciatore statunitense a Roma, Ronald Spogli, in una conferenza stampa congiunta alla Farnesina con il ministro degli Esteri, Franco Frattini. Per Spogli, “l’Italia per molti motivi è un Paese chiave per gli Stati Uniti”, un “partner coinvolto in teatri molto importanti, come il Libano, i Balcani e l’Afghanistan”. E, con l’insediamento di Barack Obama, “non c’è motivo per un cambiamento in questi rapporti”. “Contiamo molto sul contributo italiano” in Afghanistan, ha aggiunto Spogli.
(AGI)

africom

“Ripetendo il copione che caratterizza ogni scelta di politica militare, sono tante le menzogne e le omissioni del governo italiano. Nel corso di una conferenza stampa, presente l’ambasciatore statunitense in Italia Ronald Spogli, il ministro Frattini ha dichiarato che le due componenti di AFRICOM che saranno ospitate a Napoli e Vicenza, «operano nel quadro della NATO». Ebbene, al contrario di quanto dice Frattini, AFRICOM è stato istituito lo scorso anno dell’amministrazione Bush senza consultare gli alleati atlantici. Il Pentagono ha deciso unilateralmente le finalità dell’intervento in Africa [lotta al terrorismo, addestramento e armamento dei paesi partner] e i tempi di attivazione del comando transitorio di Stoccarda [Germania], delle basi e delle unità destinate ad intervenire in Africa. Le operazioni [molte delle quali segrete] e le esercitazioni che si realizzano nel continente sono gestite esclusivamente da personale statunitense. Fare riferimento alla NATO per le operazioni USA in Africa è solo un modo per occultare la piena sudditanza di Roma a Washington.
(…)
Il ministro degli esteri ha pure aggiunto che «non ci saranno truppe da combattimento americane assegnate su base permanente» a Napoli e Vicenza, ma solo «componenti civili». Frattini, cioè, enfatizza le finalità di «assistenza umanitaria» del nuovo comando USA occultando ciò che ha fortemente irritato il Congresso e buona parte delle organizzazioni non governative degli Stati uniti. A Stoccarda, infatti, solo una decina di persone assegnate ad Africom non sono dipendenti del Dipartimento della Difesa, mentre più di mille sono i militari di aeronautica, esercito, marina, guardia costiera e corpo dei marines.
Frattini, bontà sua, precisa che «i problemi dell’Africa non si risolvono con truppe da combattimento», e che nel malaugurato caso in cui ci fosse bisogno di esse, «queste proverranno dalla Germania ma non dall’Italia». Ma non vengono forse dalle basi tedesche di Bamberg e Scweinfurt i reparti della 173esima Brigata aviotrasportata che raggiungeranno Vicenza quando saranno conclusi i lavori all’aeroporto Dal Molin?
(…)
All’ambasciatore statunitense Ronald Spogli va riconosciuta maggiore sincerità. «Gli obiettivi dei nuovi comandi AFRICOM – ha dichiarato – vertono su sicurezza e incremento dell’assistenza umanitaria, attraverso quattro attività: prevenzione dei conflitti; promozione della crescita economica; controllo dei flussi migratori e prevenzione del terrorismo».Per Spogli, la creazione dei due comandi subordinati di Napoli e Vicenza «favorirà la cooperazione Italia-USA, come già si sta facendo nell’ambito delle iniziative G8 per l’addestramento delle forze di peacekeeping e nelle azioni contro la pirateria a largo delle coste somale». Una strizzatina d’occhio agli accordi multimilionari sottoscritti dai complessi militari-industriali dei due paesi e all’ex premier Romano Prodi, nominato dall’ONU quale responsabile degli interventi di «peacekeeping» in Africa. Quando si dice scelte bipartisan.”

Da L’Italia raddoppia: Africom a Napoli e Vicenza, di Antonio Mazzeo.

Tornado per l'”autodifesa”

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Il Generale di S.A. Vincenzo Camporini, nominato Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica dal Consiglio dei Ministri del governo Prodi il 20 Settembre 2006, per una rotazione prevista tra Aviazione, Marina ed Esercito, è attualmente Capo di Stato Maggiore della Difesa e quindi ai vertici di comando delle Forze Armate.
Il suo curriculum dice che a parte un breve periodo di frequenza ad un corso NATO, lontano negli anni, è il primo alto ufficiale italiano che non abbia certificazioni atlantiche, che non ha fatto registrare frequentazioni imbarazzanti e, elemento di per sé significativo, non è stato pataccato, almeno per ora, né dal Congresso né dalle Amministrazioni USA con la “Legion of Merit”, la più alta onorificenza offerta ai militari appartenenti alla NATO.
Camporini, quindi, ha alle spalle uno stato di servizio, almeno dal nostro punto di vista, decente.
Naturalmente esegue gli ordini che gli impartisce il Ministero della Difesa e perciò lunedì 24 novembre ha fatto partire per l’Afghanistan, delegando l’atto formale al Generale S.A. Daniele Tei, i quattro Tornado del 6° Stormo di Ghedi, come deliberato dal CdM del governo Berlusconi il 23 settembre u.s.
I Tornado sono inseriti nel dispositivo Joint Air Task Force di Herat, anche se la destinazione iniziale è l’aereoporto di Mazar-e Sharif (cinquecento km a nord est del PRT-West Rac a guida italiana) – dove sono attualmente operativi dieci Tornado tedeschi che martellano quotidianamente obiettivi “nemici” nel nord e nell’est dell’Afghanistan – in attesa del completamento dei rifugi corazzati in cemento armato per la protezione passiva su Camp Arena e Camp Vianini.
I Tornado si portano dietro, si afferma, un pod ottico-elettronico Rec-Lite, volando a quote medio-alte (tra i novemila e gli undicimila metri) per il rilevamento a terra e saranno armati solo per l’autodifesa (?!), in un teatro di guerra dove qualche nucleo di coraggiosissimi straccioni, senza coordinamento, per contrastare delle sofisticate macchine da guerra come i Tornado ha a disposizione solo delle pallottole calibro 7,62 mm che non superano il tiro utile di 300 metri.
Insomma i Tornado saranno “i nostri occhi” come titola la Repubblica, per la difesa dei Rambo di Sarissa e di ISAF-NATO nelle provincie di Bagdis, Herat e Farah, con una capacità di fuoco a terra che supera per un solo cacciabombardiere quella di tutti i combattenti pashtun dell’Afghanistan.
Questa almeno la spiegazione ufficiale uscita dal Comando Operativo Interforze (COI) di Centocelle, che programma ed organizza le “missioni di pace” dell’Italietta in Africa, Vicino Oriente ed Asia. Un micro-CENTCOM alla periferia di Roma, ad imitazione della struttura di comando del generale Petraeus a Tampa, in Florida.
Alloggiato sulle aree dell’ex aeroporto Francesco Baracca, il COI seleziona e coordina il personale militare destinato ai tanti teatri di “pace” dove poi si fa la guerra, trasformando con la propaganda mediatica gli aggrediti in “terroristi” e gli aggressori in “esportatori di pace e di democrazia”. Che l’Italia partecipi anche alle attività di “training”, “advising” e “mentoring” a favore dell’Afghan Border Police e dell’Afghan National Civil Order, rendendo operativo lo schieramento in teatro di militari dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e… della Forestale, deve continuare a rimanere una notizia confinata all’ambito strettamente riservato delle cosiddette Istituzioni e dei Palazzi del Potere.
La percezione è che tra Kabul e Roma sia al lavoro un efficientissimo apparato di censura capace di manipolare, mimetizzare e sopprimere le notizie che possano creare un impatto negativo su un’opinione pubblica nazionale schierata contro tutte le avventure belliche della sfiatatissima Italia. Più osservatori indipendenti vanno sostenendo concordemente che questa task force molto, molto riservata faccia capo all’ambasciatore Ettore Sequi, ricevuto in gran pompa al Quirinale il 12 settembre 2008 dal Capo del cosiddetto Consiglio Supremo di Difesa, onorevole Giorgio Napolitano.
Scelto da D’Alema e confermato da Frattini, Ettore Sequi è un diplomatico di carriera – rappresentante in Afghanistan anche dell’Unione Europea – che, a quanto si sussurra in giro, ha strutturato una catena di complicità locali e nazionali (oltre a piazzare Ong come CESVI ed INTERSOS a Kabul) capace di annullare il diritto di informazione e di intimidire, con l’appoggio di polizia e servizi segreti dell’ex Presidente della Unocal Hamid Karzai, sia i corrispondenti locali che qualche collaboratore occasionale di Peacereporter.
Dopo il sequestro Mastrogiacomo e la protratta carcerazione subìta dal direttore di Emergency, Rahamatullah Hanefi, amico e collaboratore di Gino Strada, dall’Afghanistan arrivano con il contagocce unicamente informazioni e notizie regolarmente manipolate.
Il resto lo fanno l’ANSA e gli organi di informazione del Bel Paese.