Escono dalla porta per rientrare dalla finestra

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Dapprima, per contestualizzare i fatti, si legga l’articolo di Frida Berrigan Come restare 1.000 anni in Irak che avevamo inserito qui in occasione della firma del SOFA.
Non si trascuri la pagina dei commenti, dove abbiamo riportato una serie di segnalazioni circa i fatti succedutisi negli ultimi mesi, fino alla dichiarazione in pompa magna di Barack Obama di ieri.

Washington, 28 febbraio – Subito dopo aver ufficialmente annunciato dalla North Carolina la decisione di ritirare dall’Iraq tutte le truppe da combattimento americane entro il 31 agosto dell’anno prossimo, per poi concludere definitivamente la missione alla fine del 2011, Barack Obama ha rilasciato un’intervista al network pubblico ‘Pbs’, nel quale è ritornato sulla genesi della disposizione, assicurando che c’è pieno consenso anche da parte dei vertici delle Forze Armate, di cui è nota peraltro una certa recalcitranza a porre fine all’impegno iracheno in tempi così stretti.
“Siamo stati in grado di raggiungere un’unità di vedute molto forte, che ha il sostegno dei nostri comandanti, tanto di coloro che sono sul campo quanto dei nostri diplomatici e dei nostri analisti”, ha assicurato il presidente degli Stati Uniti, per poi sottolineare: “Io penso che sia questo il giusto modo di agire”. Nondimeno, mentre Obama ancora si trovava nella base dei Marines a Camp Lejeune, negli ambienti del Pentagono e dello stato maggiore interforze si è insistito nel non voler escludere a priori e una volta per tutte l’ipotesi secondo cui soldati USA potrebbero rimanere nel Paese arabo anche oltre il 2011, e quindi anche al di là della scadenza ultima già prevista dal ‘Sofa’: l’accordo in materia stipulato nei mesi scorsi con le autorità irachene dalla precedente amministrazione di George W. Bush. Come sempre, hanno puntualizzato le anonime fonti, tutto dipenderà dalle circostanze concrete e dal momento.
In proposito le medesime fonti hanno ricordato come il comandante in capo del contingente statunitense in Iraq, generale Ray Odierno, consideri “estremamente importante disporre di forze adeguate per superare una serie di eventi-chiave nel corso del 2009″: in particolare, le residue elezioni provinciali in programma intorno alla metà dell’anno, dopo quelle già svoltesi a fine gennaio, e le politiche su scala nazionale previste invece per dicembre.
(AGI)
[grassetto nostro]

La forbice di Obama è spuntata

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L’amministrazione Obama ha annunciato oggi di voler metter fine ad anni di spese eccessive e ai previsti prolungamenti di programmi di armamenti, affermando che una delle principali priorità per il Pentagono è la riforma dell’acquisto (degli armamenti).
La visione d’insieme del budget dell’anno fiscale 2010 diffusa oggi richiede un incremento del 4% del bilancio di base del Pentagono a 533,7 miliardi di dollari, per far crescere l’esercito ed il corpo dei marine, migliorare i servizi medici per i soldati feriti e riformare il sistema di acquisto di armi del Dipartimento della Difesa.
Il piano non comprende dettagli specifici su programmi particolari di armamenti che possono essere oggetto di tagli o cancellazioni, sebbene il presidente Barack Obama questa settimana abbia detto di voler metter fine ai programmi da Guerra Fredda che non sono stati utilizzati.
Questi sforzi riformisti sono seguiti con molta attenzione dai più grossi fornitori del Pentagono, tra cui Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, General Dynamics, BAE Systems ed altri.
Le società si preparano a un taglio nelle spese sui grandi armamenti dopo quasi un decennio di massiccia crescita. Sono particolarmente preoccupate dalla promessa di Obama di cancellare immediatamente alcuni programmi ma i dettagli non sono ancora chiari.
I nuovi armamenti in corso di sviluppo, dice la relazione di bilancio, sono tra i più grandi, i più costosi ed i più complessi tecnologicamente mai adottati dal Pentagono, cosa che li mette a rischio di fallimento nelle prestazioni, incremento dei costi e prolungamenti delle scadenze.
Il Government Accountability Office, istituzione non di parte, lo scorso anno ha stimato che la crescita del costo dei principali programmi di acquisizione del Pentagono fosse attorno al 26%.
Per metter fine a questi problemi cronici, l’amministrazione ha detto di voler mettere un freno all’abitudine militare di aggiungere nuove richieste dopo l’inizio dei programmi di armamenti e porre rigorosi standard prima che inizi il flusso di fondi.

Articolo di Andrea Shalal-Esa per Reuters.
[grassetto nostro]

Alla cifra del bilancio di base vanno aggiunti 130 miliardi di dollari per coprire i costi delle guerre in Afghanistan ed Irak, in lieve calo rispetto ai 141 miliardi stanziati nell’anno fiscale 2009 (si tenga presente che, secondo le regole della contabilità statunitense, l’inizio dell’anno fiscale è posto nel mese di ottobre dell’anno solare precedente).

Consegnati gli ordini per la colonia Italia

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Washington, 27 febbraio – Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha cenato ieri sera a Washington con i principali responsabili della sicurezza USA. Frattini ha incontrato Janet Napolitano, responsabile del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, e Leon Panetta, direttore della CIA. Oggi Frattini ha in programma un colloquio col Segretario di Stato americano Hillary Clinton.
(ANSA)

Roma, 27 febbraio – Nel contesto del consolidato rapporto strategico che lega Italia e Stati Uniti, la visita del ministro degli Esteri Franco Frattini mira ad approfondire i contenuti della collaborazione fra i due Paesi nei principali dossier internazionali, con particolare riguardo all’Afghanistan, nel quadro delle priorità della Presidenza italiana del G8, e ad altri temi cruciali quali l’Iran, la situazione in Medio Oriente, i rapporti con la Russia e i Balcani.
Secondo quanto si legge in una nota della Farnesina, ampio spazio nell’agenda dei colloqui è dedicato alle prospettive della relazioni transatlantiche, alla crisi economica globale e ai temi della Presidenza italiana del G8, con speciale attenzione alle sfide della sicurezza globale: proliferazione delle armi di distruzione di massa, terrorismo, criminalità organizzata, sostegno alle attività di mantenimento e promozione della pace.
Ieri il ministro Frattini ha incontrato al Dipartimento di Stato l’ambasciatore Richard Holbrooke, inviato speciale per l’Afghanistan e il Pakistan. Poi il titolare della Farnesina ha visto il consigliere per la sicurezza nazionale James Jones. Frattini ha inoltre incontrato al Congresso la speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, con la quale ha discusso soprattutto dell’Afghanistan. Sempre al Congresso il ministro ha incontrato il presidente della Commissione Europa della Camera, Robert Wexler, per discutere di Medio Oriente. Oggi, alle 17.30 italiane, è previsto il colloquio con il Segretario di Stato Hillary Clinton, il primo tra i due ministri dall’insediamento dell’amministrazione Obama. Infine, prima del rientro in Italia, Frattini terrà una Public Lecture sul G8 alla Brookings Institution.
(ASCA)

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Washington, 27 febbraio – Il ministro degli Esteri Franco Frattini e il segretario di Stato americano Hillary Clinton sono a colloquio al dipartimento di Stato per quello che è il momento culminante della visita del titolare della Farnesina negli Stati Uniti di Barack Obama. Incontrando brevemente i giornalisti Hillary Clinton, con accanto Frattini, ha detto che “è sempre un piacere ricevere un alleato affidabile” e riferendosi al ministro ha mostrato di apprezzare le posizioni espresse dall’Italia come “leader sui principali temi dell’ampia agenda internazionale”.
(Adnkronos)

Washington, 27 febbraio – Al termine dell’incontro al Dipartimento di Stato con il Segretario di Stato americano Hillary Clinton, durato venti minuti, il ministro degli Esteri Franco Frattini parlando con i giornalisti all’ambasciata italiana si rallegra per la totale sintonia riscontrata su diversi temi, in particolare quello mediorientale. “Siamo sulla stessa linea e sono rimasto colpito dal fatto che ci si capisca al volo” ha affermato Frattini.
(Adnkronos)

Mi manda Picone
Washington, 27 febbraio – ‘Entro marzo’, il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini si recherà in missione a Teheran con la ‘benedizione’ degli USA. Frattini dovrà sondare la fattibilità della partecipazione iraniana alla conferenza regionale di stabilizzazione di Afghanistan e Pakistan, sotto la presidenza italiana del G8, in programma a giugno a Trieste. Su questo Frattini ha avuto oggi il via libera degli USA dopo l’incontro a Washington con il segretario di stato americano Hillary Clinton.
(Ansa)

Sangue, sudore e lacrime: le perdite umane della “Guerra Globale al Terrore”

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Secondo la rivista francese Navires & Histoire n° 52 di Febbraio 2009, le truppe statunitensi avrebbero subito, dall’inizio della guerra all’Iraq al 12 gennaio 2009: 6.761 soldati uccisi (156 suicidi), 66.115 mutilati o feriti gravemente, 26.224 sono i disertori e i renitenti. Inoltre il 15% dei soldati di ritorno dall’Iraq o dall’Afghanistan, presentano problemi di tossicodipendenza, soprattutto dall’eroina. A questi numeri vanno aggiunti 450 soldati uccisi e 5.892 feriti della coalizione alleata agli USA. Va aggiunto che almeno 4.000 soldati inglesi presentano problemi mentali.
Le agenzie dei contractors e dei mercenari hanno subito, su tutti i fronti della “Guerra Totale al Terrore”, al 12 gennaio 2009, 5.054 morti (ufficialmente 962) e 11.281 feriti. Di questi morti, 1.264 sono statunitensi (ufficialmente 445 e 3.307 feriti), spesso presentati come centroamericani.
I camionisti stranieri, uccisi in Iraq, sono 1.002 e 1.536 feriti, cui vanno aggiunti 154 membri delle Nazioni Unite uccisi e 244 giornalisti.
Bisogna aggiungervi 5.981 volontari e civili arabi morti in Iraq.
Gli iracheni hanno avuto 415.482 morti entro il 12 gennaio 2009: 41.638 i soldati e i miliziani uccisi dal 1 maggio 2003 al 12 gennaio 2009. I guerriglieri morti in combattimento o per le ferite riportate sono 31.410. I civili uccisi dal 1 maggio 2003 al 12 gennaio 2009 sono 173.494 e altri 168.940 a causa delle condizioni generali imposte dalla guerra.
In totale, afferma la rivista francese alla data del 12 gennaio 2009, nella guerra e nell’occupazione dell’Iraq sono morti 415.482 iracheni.

Dall’ottobre 2001 al 12 gennaio 2009 gli statunitensi, i loro alleati e i contractors hanno subito 13.729 caduti e 98.384 feriti su tutti i fronti della “Guerra Totale al Terrore”.

In Afghanistan, dal 1° ottobre 2001 al 12 gennaio 2009, le truppe della coalizione hanno avuto 847 soldati statunitensi caduti (33 suicidi) e 8.321 feriti, la coalizione ha subito 536 morti e 6.111 feriti.
Dal 1° ottobre 2001 al 12 gennaio 2009 sono morti 72.350 tra civili, ribelli e militari, afghani e pakistani.

Inoltre negli altri teatri della “Guerra Globale al Terrorismo” le cifre, al 12 gennaio 2009 erano le seguenti:
- Yemen, Africa e Filippine: 16.525 morti;
- nel resto del mondo: 3.252 morti;
- a causa di attentati: 6.997 morti;
- Libano/Israele/Palestina (dal luglio 2006 al 12 gennaio 2009): 6.597 morti;
- Somalia (dal novembre 2006 al 12 gennaio 2009): 14.856 morti;
- persone scomparse, arrestate o rapite nel quadro della ‘Guerra Globale al Terrorismo’ 26.280.

Totale dei morti a causa della “Guerra Globale al Terrorismo”: 561.928 uccisi.

[A cura del Bollettino Aurora]

TotoNATO

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Sono ormai in pieno svolgimento i preparativi per il prossimo vertice NATO di Strasburgo – Kehl, in programma all’inizio di aprile. Durante l’incontro, che segnerà il sessantesimo anniversario dell’Alleanza Atlantica, verrà ufficializzato l’ingresso quali nuovi membri di Albania e Croazia e molto probabilmente anche il ritorno della Francia nel comando militare integrato, dal quale uscì nel 1966 per decisione del generale Charles De Gaulle. Sono inoltre attesi l’adozione di un nuovo Concetto Strategico (quello in vigore risale al 1999) e la decisione circa i nuovi contingenti militari da inviare in Afghanistan. Il vertice, fra l’altro, sarà il primo a vedere la presenza del neoeletto presidente USA Barack Obama.
Pare comunque che l’attenzione dei governi dei Paesi membri sia attualmente focalizzata sulla successione a Jaap de Hoop Scheffer nel ruolo di Segretario Generale della NATO. I principali candidati a sostituirlo, quando alla fine della prossima estate concluderà il suo mandato, sembrerebbero essere:
- Radoslaw Sikorski, attuale Ministro degli Esteri polacco, ufficialmente sostenuto dal suo Primo Ministro, Donald Tusk, e da tutti gli Stati membri NATO dell’Europa orientale;
- il Primo Ministro danese Anders Rasmussen, che però pare più interessato al posto di primo Presidente della nuova Unione Europea (una volta che entrasse in vigore il Trattato di Lisbona, previa una nuova consultazione referendaria nella riluttante Irlanda);
- gli ex ministri canadesi della Difesa Peter MacKay e degli Esteri John Manley, la cui designazione violerebbe però la consolidata tradizione che a guidare la NATO sia sempre un europeo;
- in pole position, ci sarebbe comunque Solomon Passy, fondatore del Club Atlantico di Bulgaria dopo la caduta della Cortina di Ferro e Ministro degli Esteri nel governo dell’ex re Simeone (2001-2005).
Lo scorso ottobre, Passy ha rilasciato una dichiarazione secondo la quale è auspicabile che il processo di allargamento della NATO non si interrompa prima che altri Paesi dei Balcani (Macedonia, Serbia, Bosnia Erzegovina e lo stesso Kosovo) diventino membri. “Se questo accadesse, un terzo degli Stati membri della NATO sarebbero nei Balcani…”.

Pagare è volere

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“Non ci può essere migliore dimostrazione della volontà politica, o della mancanza di essa, all’interno della NATO, dell’ammontare di denaro che ogni membro dell’Alleanza intende spendere nel settore della difesa. Esiste una chiara, persistente e crescente divergenza nelle spese militari tra i membri europei della NATO e gli Stati Uniti e sembrano esserci poche possibilità che questa tendenza sia invertita. A dispetto di un impegno, assunto da lunga data, da parte di tutti i membri della NATO di spendere almeno il 2% del loro Prodotto Interno Lordo nel settore della difesa, soltanto sei – Bulgaria, Francia, Grecia, Romania, Turchia e Gran Bretagna (ndr) – dei ventiquattro membri europei attualmente raggiungono tale obiettivo. Ma le spese militari non sono semplicemente una questione di quantità; è importante anche come sono impiegate le risorse. Noi crediamo che in aggiunta all’obiettivo del 2%, l’Alleanza dovrebbe stabilire dettagliati obiettivi riguardo le capacità, e scadenzari, per mezzo dei quali possano essere valutati i comportamenti degli Alleati.
Se i membri europei dell’Alleanza vogliono essere presi sul serio, se vogliono che gli Stati Uniti rimangano coinvolti ed impegnati nella NATO, e se intendono avere una maggiore influenza nella direzione complessiva della politica dell’Alleanza, essi devono impiegare le necessarie risorse e migliorare le proprie capacità. Siamo convinti che un’Alleanza con differenze nelle spese militari così grandi e crescenti, non sarà sostenibile nel lungo periodo”.

Un brevissimo ma significativo estratto da “The future of NATO and European defence. Ninth Report of Session 2007-08”, elaborato dal Defence Committee della House of Commons britannica.
Per chi volesse addentrarsi nel ponderoso rapporto, il testo integrale è qui.

“Il progetto migliore possibile” al Dal Molin

commissario costa

Vicenza, 20 febbraio – Può aprire ufficialmente il cantiere della nuova base americana al Dal Molin di Vicenza. Lo ha annunciato oggi il commissario Paolo Costa. Il progetto è stato approvato dalla commissione mista costruzioni Italia-USA e ieri, ha reso noto Costa, il generale Ivan Resce, capo del genio difesa, ha potuto firmare la delibera che autorizza ad aprire ufficialmente il cantiere ed a costruire.
L’annuncio è stato dato da Costa nel corso di una conferenza stampa cui ha partecipato anche il console americano in Italia Daniel Weygandt.
”Malgrado non sia stata eseguita la Valutazione di Impatto Ambientale – ha detto Costa – il progetto che abbiamo ottenuto è il migliore possibile in base alla più stringente delle normative fra quelle previste in Italia e negli Stati Uniti”.
I problemi e gli impatti relativi alla falda acquifera, al traffico ed al paesaggio, ha spiegato Costa, sono stati risolti ”con soluzioni che rispettano l’ambiente e prevedono addirittura una centrale di cogenerazione in grado di cedere energia, in alcuni momenti della giornata, alla città”.
In una superficie di quasi sei ettari troveranno posto edifici nuovi per 75mila metri quadrati e saranno conservate la vecchia caserma degli avieri e il circolo sottufficiali. La maggior parte delle costruzioni sarà di due piani, tranne i due silos per auto in grado di ospitare, ognuno, 860 autovetture ed i due dormitori, ciascuno per 604 persone. Nell’edificio del comando generale spariranno le facciate neoclassiche a favore di una concezione più moderna e meno vagamente palladiana.
Sul fronte delle compensazioni per la città, il commissario Costa ha ammesso che ”un’area preziosa è stata sottratta alla città. Per questo è all’approvazione del CIPE una delibera che, da una parte, mette a disposizione 11,5 mln di euro per ricostruire la pista di volo dell’aeroporto civile su progetto regalato dall’aeronautica militare, dall’altra impegna 5 mln di euro per la progettazione della tangenziale nord di Vicenza”.
(ANSA)

E siccome non dobbiamo mai dimenticare che l’Italia è una colonia yankee, concludiamo questa densa giornata con la visione delle puttanelle conigliovestite che si intascano i denari del nostro canone.
W il Kirghizistan!

La firma di Ignazio per l’AGS

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Cracovia, 20 febbraio – Al via il processo per la ratifica dell’accordo in base al quale Sigonella ospiterà la base dell’ ‘Ags’. E’ cominciato con la firma del ministro della Difesa Ignazio la Russa nella ministeriale NATO di Cracovia.
L’ ‘Ags’ e’ il nuovo sistema di sorveglianza della superficie terrestre dell’Alleanza Atlantica. Si tratta, in sostanza, di una base di intelligence aerea che sarà dotata di vari apparati terrestri e di aerei spia Global Hawk.
(ANSA)

Droni CIA in Pakistan

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La CIA sta utilizzando in segreto una base aerea nel sud del Pakistan per lanciare i Predator, che osservano ed attaccano i militanti talebani – e contemporaneamente causano anche numerose vittime civili – sul versante pakistano della frontiera con l’Afghanistan. E’ quanto ha appurato un’inchiesta del Times.
I governi di Islamabad e Washington hanno ripetutamente smentito che si stiano svolgendo operazioni militari statunitensi, sotto copertura o di altro genere, in territorio pakistano. 
Il Times ha però scoperto che la CIA sfrutta la base aerea di Shamsi da almeno un anno. La base, situata ad una cinquantina di chilometri dal confine afghano, consente agli USA di lanciare droni entro pochi minuti dopo aver ricevuto informazioni di intelligence. Gli statunitensi utilizzarono Shamsi durante l’invasione dell’Afghanistan nel 2001, ma nel 2006 il governo pakistano dichiarò ufficialmente che gli Stati Uniti l’avevano abbandonata insieme con altre due basi aeree.
Inizialmente, infatti, agli USA fu concesso di utilizzare anche le basi di Jacobabad, Pasni e Dalbadin. Jacobabad divenne la principale base aerea statunitense in attesa che quella di Bagram, in territorio afghano, venisse ripristinata. Pasni, sulla costa, fu usata per gli elicotteri e Dalbadin come struttura logistica delle forze speciali. Nel luglio del 2006, il governo pakistano dichiarò che le forze armate USA non stavano più utilizzando le basi di Shamsi, Pasni e Jacobabad, benché queste rimanessero a loro disposizione in caso di emergenza.
Il maggior generale Athar Abbas, portavoce capo militare pakistano, ha confermato che gli statunitensi stanno utilizzando Shamsi, pur senza fornire maggiori spiegazioni. Ha inoltre aggiunto che viene da loro usata anche un’altra base aerea nelle vicinanze di Jacobabad, trecento miglia a nordest di Karachi.
Chiave della scoperta del Times è stata la fornitura non motivata di 730.000 galloni di carburante avio F34 a Shamsi, i cui dettagli sono stati reperiti sul sito del Defence Energy Support Centre, l’agenzia per l’acquisto di carburante del Pentagono. Da esso si desume che una società privata, la Nordic Camp Supply (NCS) con sede in Danimarca, si è aggiudicata la distribuzione di carburante, per un importo di 3,2 milioni di dollari, dalle raffinerie pakistane nei pressi di Karachi. Il carburante è stato fornito l’anno scorso, in coincidenza con l’aumento degli attacchi di aerei senza pilota USA alle aree tribali.
“Possiamo vedere gli aerei innalzarsi dalla base” ha detto Safar Khan, un giornalista locale.”L’area attorno alla base è una zona ad alta sicurezza ed a nessuno è consentito avvicinarsi”. Egli ha affermato anche che il perimetro esterno di Shamsi è vigilato da militari pakistani, ma il campo di volo rimane sotto il controllo delle forze statunitensi.
Paul Smyth, direttore al Royal United Services Institute, afferma che
730.000 galloni di carburante avio F34, conosciuto anche come JP8, non sono sufficienti a rifornire regolarmente i voli degli aerei da trasporto Hercules ma bastano per i droni o gli elicotteri.
Altri esperti sostengono che la pista di atterraggio di Shamsi è troppo corta per la maggior parte dei velivoli, ma è comunque grande abbastanza per i Predator ed è collocata in maniera ideale. Essa si trova, infatti, in una regione scarsamente popolata, a circa 180 miglia sudest della città di Quetta, dove ben poche persone possono notare il via vai dei droni.

Oggi ne parla anche il paludato Corsera, attribuendo “la soffiata” a Dianne Feinstein, democratica, presidente del Comitato sull’Intelligence del Senato americano.

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Il nuovo Kissinger

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Persa nell’enfasi che ha accompagnato, in patria e nel mondo, l’inaugurazione della 44° presidenza degli Stati Uniti, è stata la nomina del generale dei Marines in pensione James Jones quale prossimo maggiore architetto ed esecutore della politica estera USA.
Il 22 novembre scorso, il Washington Post si riferiva all’allora pendente designazione di Jones come Consigliere per la Sicurezza Nazionale in questi termini: “Obama sta considerando di espandere la sfera di competenza per dare al Consigliere lo stesso tipo di autorità una volta esercitata da alcuni potenti personaggi fra i quali Henry Kissinger”. L’analogia è con il ruolo svolto da Kissinger come Consigliere per la Sicurezza Nazionale nelle due amministrazioni Nixon (1969-1977), durante la seconda delle quali coprì anche il posto di Segretario di Stato, con un’influenza nel determinare le linee della politica estera che mai nessuno precedentemente aveva avuto. Un paragone potrebbe essere tratteggiato anche con il Consigliere durante l’amministrazione Carter, il ben noto Zbigniew Brzezinski, vero artefice della politica estera nel periodo 1977-1981, con i Segretari di Stato dell’epoca (prima Vance, poi Muskie) che recitavano un ruolo da comparse.
James Jones è il primo ex comandante supremo della NATO (e del Comando Europeo delle Forze Armate statunitensi, EUCOM) – incarico svolto dal 2003 fino al dicembre 2006, poco prima (febbraio 2007) di ritirarsi dalla carriera militare – a diventare Consigliere. Con il Segretario alla Difesa Robert Gates. egli costituisce i due terzi di quel triumvirato che, nell’ambito della politica estera, l’amministrazione Obama ha ereditato da quella Bush.
Dopo la sua inclusione nella lista dei papabili per il posto di Consigliere, lo scorso novembre, Jones aveva dichiarato che, come comandante supremo della NATO, la sua principale preoccupazione fosse stata di proteggere le infrastrutture energetiche e le linee di trasporto dall’Africa, dal Golfo Persico e dal Mar Caspio. Jones ha più volte sottolineato come la politica energetica sia per gli Stati Uniti una questione di sicurezza nazionale ed al tempo stesso una priorità nella sicurezza mondiale. Non per nulla, dopo il pensionamento è stato presidente dell’Istituto per l’Energia nel 21° Secolo, emanazione della Camera di Commercio statunitense, e membro del consiglio di amministrazione della società petrolifera Chevron.
Jones è quindi stato piuttosto esplicito nell’indicare in quale aree del pianeta cadano le priorità del Pentagono. Si tratta di tre delle cinque zone del mondo che ospitano le più ricche e non (o poco) sfruttate riserve di petrolio e gas naturale: appunto il Golfo di Guinea, i mari Caspio e Nero, il Golfo Persico. Le altre due zone, già terreno di battaglia fra l’Occidente e la Russia e le altre potenze emergenti, sono l’Artico e la regione Caraibi – parte nord dell’America indiolatina, con il sud-est asiatico candidato ad aggiungersi all’elenco. Sia ben chiaro che questa non è una semplice competizione per il petrolio ma piuttosto una mobilitazione internazionale di carattere strategico, condotta da un consorzio di potenze occidentali declinanti riunite sotto l’egida della NATO, per impadronirsi delle risorse energetiche mondiali e delle rotte di rifornimento al fine di mantenere ed incrementare la propria egemonia – politica ed economica – globale.

“Non abbiamo miglior amico nella NATO dell’Italia”

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”Sabato siamo stati alla base di Aviano per incontrare i nostri aviatori e prendere consapevolezza della cooperazione con l’Italia – ha detto Nancy Pelosi nel corso dello speech sulla sicurezza internazionale a Montecitorio – il giorno dopo abbiamo portato l’omaggio al cimitero americano a Firenze e abbiamo ringraziato i funzionari italiani che aiutano a mantenere viva la memoria dei nostri caduti”. Pelosi ha poi ringraziato l’Italia per l’impegno in Afghanistan, ”dove le truppe italiane aiutano il Paese a risollevarsi”.
(…)
Pelosi è stata ricevuta stamattina dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Quirinale, ed a Montecitorio è stata accolta dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. La speaker USA è accompagnata da una delegazione parlamentare del suo Paese. In programma tra l’altro una conferenza della Pelosi nella sala della Lupa, dal titolo: ”Strong allies for a secure future”.
(…)
Spiega che la visita in Italia, dove incontrerà le più alte cariche istituzionali, ha un doppio scopo: ringraziare le autorità italiane per l’ intensa collaborazione con l’America e ascoltare le idee del suo Paese d’origine sulle maggiori sfide mondiali, a partire da ”crisi economica, sicurezza, ambiente, clima, promozione dei diritti umani”. Ha chiesto di cominciare la sua visita incontrando le truppe USA della base di Aviano.
”Non so quanti americani sanno che non abbiamo miglior amico nella NATO dell’Italia, non so quanti sanno che 14 mila dei nostri militari sono ospitati dall’Italia, non so quanti sanno della leadership dell’Italia nella lotta alla proliferazione nucleare, al terrorismo, alla crisi alimentare, alla crisi del clima – ha detto la Pelosi – ma vogliamo che lo sappiano e cercheremo di metterlo in evidenza durante questo mio viaggio”.
(ANSA)

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Fedeli e… saggi
Roma, 17 febbraio – “Il nostro scopo primario è di rafforzare le relazioni tra i nostri due Paesi”. Al termine di una lunga colazione di lavoro a Villa Madama con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, ha riassunto così il senso della sua visita a Roma. “L’America non ha un partner migliore dell’Italia nella NATO” ha ribadito la Pelosi, che si è detta anche “lieta di poter contare sulla saggezza dell’Italia in Europa”.
(Adnkronos)

E magari anche servili
Roma, 17 febbraio – I rapporti tra Italia e Stati Uniti sono ispirati da “amicizia e fiducia” tra i due popoli, i rispettivi governi e le istituzioni. E’ quanto ha confermato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, alla presidente della Camera dei Rappresentanti Usa, Nancy Pelosi, con la quale ha avuto una cena all’hotel ‘Eden’ di Roma. Il titolare della Farnesina ha ribadito “l’impegno del governo italiano a cooperare ancora più fortemente con gli Stati Uniti”: nell’ambito della NATO, in Afghanistan, ma anche in altre aree come l’Africa, un continente che ha “grande importanza per questo governo”. Rivolto poi a Pelosi, “se l’Italia può fare qualcosa”, ha affermato Frattini, “potete contare sul suo sostegno”. Dal canto suo la numero uno della Camera di Washington ha ribadito che Roma e Washington “debbono rafforzare i loro legami”, già solidi, e “lavorare insieme” per affrontare le sfide globali come la crisi economica, i cambiamenti climatici e la sicurezza.
(AGI)

AFRICOM: un Comando del Pentagono, rifiutato dall’Africa, accolto tra Sigonella, Ederle e Dal Molin

africom

Nel Dicembre 2008 il Ministro degli Esteri annunciava un importante accordo dalle pesanti ricadute in politica interna e internazionale: Africom sarebbe stato ospitato in Italia. Pochissimi ne hanno preso atto con la serietà e la preoccupazione che sarebbe stata necessaria, pochi di più ne sanno qualcosa. Non se ne parla affatto, né ne è stato discusso in Parlamento o nelle amministrazioni locali delle regioni interessate, eppure, il nostro Paese ospiterà il comando del Pentagono, coordinato tra Vicenza e Napoli, nella basi operative americane Ederle, Dal Molin e Sigonella; a quest’ultima – come s’è appurato nel 2005 – fa già capo la centrale d’intelligence per le operazioni anti-terrorismo in Africa: un osservatorio di telecomunicazioni e aerei P-3C Orion gestiscono il controllo di un’area compresa tra Golfo di Guinea e Corno d’Africa e ora sopraggiungeranno altri soldati (750), armamenti e logistica. Alex Zanotelli e la sua rete stanno facendo molto per sensibilizzare la cittadinanza circa i modi in cui una decisione di tale importanza sia stata presa senza alcun riguardo per le Istituzioni: noi, in qualità di studiosi, invitiamo a prendere in seria considerazione le implicazioni di un simile accordo.
Segue l’informativa e le firme dei sottoscrittori.

Studiosi africanisti e di diverse aree disciplinari desiderano portare all’attenzione nazionale come sia passata inosservata la decisione, esternata poco prima di Natale dal Ministro degli esteri Frattini, di offrire ospitalità ad AFRICOM sul nostro territorio, e precisamente a Napoli e Vicenza (basi operative Ederle, Dal Molin e Sigonella), senza alcuna discussione in Parlamento o, quantomeno, senza alcun coinvolgimento apparente delle amministrazioni locali coinvolte [1]. Un dibattito aperto su una questione così delicata avrebbe probabilmente permesso di far riflettere questo Governo circa le reali implicazioni non solo interne, ma anche internazionali di una tale decisione e non solo alla luce di un prevedibile passaggio di consegne dall’Amministrazione Bush a quella di Obama, ma nel rispetto dell’autodeterminazione dei popoli e degli Stati.
Pochi sanno di cosa si tratti e ci sembra quindi opportuno offrire degli elementi che consentano di farsi un quadro più preciso della situazione.
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Kosovo – Il conflitto congelato

kusavo

Due bombe. E’ iniziato così il nuovo anno a Mitrovica, in Kosovo.
E’ solo l’ultimo episodio di violenza in questo Paese che si appresta a festeggiare il primo anno d’indipendenza.
Le tensioni sono avvenute nella città del nord, divisa storicamente tra serbi ed albanesi.
Solo a novembre 2008, altri due ordigni erano scoppiati invece a Pristina, la capitale. Obiettivo: l’International Civilian Office dell’Unione Europea. L’episodio è arrivato sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo per l’arresto di tre cittadini tedeschi, accusati dal governo kosovaro di essere spie ed autori dell’attentato. Si è sfiorato l’incidente diplomatico prima che i tre fossero liberati.
In questo clima, a dicembre è iniziata Eulex, la più grande missione civile europea prevista per l’intero territorio del Kosovo e che è destinata ad aiutare i magistrati kosovari a portare nel Paese lo Stato di diritto e porre fine, tra l’altro, ai ripetuti e gravi episodi di violenza. Il più sanguinoso fu nel marzo 2004, quando disordini anti-serbi causarono 19 morti, 900 feriti e 4.000 profughi, oltre alla distruzione di 800 abitazioni e 35 edifici religiosi.
Nell’ultima esplosione di violenza, la notte tra il 2 ed il 3 gennaio 2009, una decina di persone sono rimaste ferite, compresi vigili del fuoco, una giornalista ed un cameraman.

Un’inchiesta di Rainews24 cerca di spiegare cosa sta succedendo oggi in Kosovo.
Qui il relativo video.

Trenta anni fà in Iran

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Nei giorni di Tasua e Ashura (nono e decimo giorno del mese di Muharram) a Tehran e in altre città furono organizzate manifestazioni con milioni di persone, definite “il referendum informale contro la monarchia dello shah”. Shapur Bakhtiyar, alto esponente del Fronte Nazionale, rimase l’ultima carta da giocare. Gli Stati Uniti suggerirono allo shah di nominarlo primo ministro e i dirigenti delle quattro industrie di stato, riuniti a Guadalupe, gli espressero il loro comune sostegno.
Il generale della NATO Huyser si recò in missione segreta in Iran, rimanendovi per due mesi. Egli rivelò successivamente nelle sue confessioni* che il suo compito era quello di assicurare il sostegno delle forze armate a Bakhtiyar, organizzare il suo governo, spezzare la catena di scioperi e preparare un colpo di stato che riportasse lo shah al potere, in maniera simile a quanto avvenne il 19 agosto 1953 [l’autore si riferisce alla destituzione del governo di Mossadeq]. Ma i messaggi dell’imam Khomeini sulla necessità di portare avanti la lotta fecero fallire tutti i suoi piani.
Nel dicembre del 1978 l’imam Khomeini convocò il Consiglio rivoluzionario. Lo shah abbandonò il paese pochi giorni dopo, due giorni dopo aver presieduto il Consiglio della monarchia e ottenuto il voto di fiducia per il governo Bakhtiyar. (…) I continui incontri tra il generale Huyser, i consiglieri militari statunitensi e i generali dell’esercito dello shah non poterono aiutare Bakhtiyar a sopprimere gli scioperi e a porre fine alla rivolta del popolo.
Il mese successivo fu annunciata la notizia che l’imam Khomeini aveva preso la decisione di ritornare in patria. (…) Vista la situazione, i suoi seguaci gli suggerirono di posticipare il suo ritorno finché le condizioni non fossero state più sicure. Sull’altro fronte, dal punto di vista americano la presenza dell’imam Khomeini in mezzo a milioni di persone in rivolta avrebbe significato la fine certa del regime.
Per costringere l’imam Khomeini a posticipare il suo rientro furono quindi attuate varie azioni intimidatorie (…).
Bakhtiyar, con il sostegno del generale Huyser, chiuse quindi tutti gli aeroporti ai voli internazionali. Ma una enorme folla cominciò ad affluire a Tehran da tutto il paese e milioni di persone presero parte a numerose dimostrazioni insieme a diversi ulama e personalità politiche che si erano ritirate nella moschea dell’università in segno di protesta: tutti chiedevano l’immediata riapertura degli aeroporti. Dopo alcuni giorni, il governo di Bakhtiyar, incapace di opporre resistenza, accettò la richiesta del popolo. Finalmente la mattina del 1° febbraio del 1979, dopo quattordici anni di esilio forzato, l’imam Khomeini potè tornare di nuovo a casa.
(…) alcuni giorni dopo (5 febbraio) l’imam Khomeini nominò Mahdi Bazargan primo ministro del governo rivoluzionario provvisorio. Bazargan, che era stato candidato dal Consiglio rivoluzionario, era una personalità religiosa con un passato di lotta contro il regime e maturata politicamente con il Movimento Nazionale per il Petrolio.
Nella stesura dell’ordine l’imam Khomeini specificò che Bazargan era designato primo ministro al fine di preparare il referendum e le elezioni politiche, a prescindere dalle sue relazioni di partito. (…)
Il giorno 8 febbraio i membri dell’aeronautica giurarono fedeltà all’imam Khomeini nella sua residenza. (…) Il giorno 9 febbraio il reparto Homafaran dei sottoufficiali dell’aeronautica, fedele all’imam Khomeini, insorse e occupò la più importante base aerea di Tehran. La Guardia reale fu inviata a reprimerlo, ma si ritrovò davanti un muro di gente arrivata a supporto delle forze rivoluzionarie. Il giorno successivo le stazioni di polizia e le centrali di potere governative cominciarono a cadere in mano al popolo una dopo l’altra. Il comandante responsabile dell’applicazione della legge marziale a Tehran anticipò l’inizio del coprifuoco alle quattro pomeridiane, mentre Bakhtiyar convocò il Consiglio di sicurezza e diede ordine che il colpo di stato, così come pianificato dal generale Huyser, avesse luogo.
Nel frattempo l’imam Khomeini in un messaggio chiese alla popolazione di Tehran di scendere nelle strade per prevenire la cospirazione che stava per avere luogo e per cancellare di fatto la legge marziale. Un mare di uomini, donne, giovani e anziani si riversò nelle strade e cominciò a costruire barricate e rifugi. La prima linea di carri armati e i distaccamenti delle brigate motorizzate furono così dispersi appena si mossero dalle loro basi. Il colpo di stato era fallito ancor prima di iniziare.
L’ultimo tentativo di resistenza del regime dello shah fu così spezzato e la mattina del giorno 11 febbraio 1979 fu ufficialmente dichiarata la fine del regime monarchico.

* R. E. Huyser, Missione a Tehran, Mondadori, 1988.
Qui, Huyser nega di aver mai fatto parte della struttura di comando della NATO e sostiene di essere stato unicamente il vicecomandante dell’EUCOM – il Comando europeo delle forze armate statunitensi situato a Stoccarda - agli ordini del generale Alexander Haig (ndr).

Da Il racconto del Risveglio. Una biografia politica e spirituale dell’imam Khomeini, di Hamid Ansari, Irfan Edizioni, 2007, pp. 84-86.
[grassetti nostri]

Tolleranza zero a Vicenza

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VICENZA, 10 febbraio – Le forze dell’ordine hanno disperso il centinaio di dimostranti che questa mattina hanno dato vita a una manifestazione non autorizzata davanti all’ingresso militare dell’aeroporto Dal Molin.
Ci sono stati forti momenti di tensione fra i No Dal Molin che si oppongono alla costruzione della nuova base Usa e i reparti di carabinieri e polizia schierati in tenuta antisommossa, decisi a far rispettare il divieto di manifestare in quella strada. Tensione e qualche scaramuccia quando gli agenti sono entrati in contatto con i dimostranti per dividerli in due tronconi e spingerli indietro. Secondo una prima ricostruzione, in questo clima un automobilista esasperato avrebbe urtato una donna che è caduta su un muretto procurandosi una ferita al sopracciglio che l’ha trasformata in una ‘maschera’ di sangue, contribuendo a far salire la tensione. La donna è stata trasportata in ambulanza al Pronto Soccorso dove i medici le avrebbero suturato la ferita con alcuni punti.
Dopo che la manifestazione è stata dispersa, i no-base hanno tenuto un’assemblea improvvisata in un parcheggio e hanno deciso di raggiungere in auto il vicino comune di Montecchio Precalcino dove ha sede l’azienda edile che sta facendo i lavori al Dal Molin. Qui hanno bloccato i cancelli e due camion, chiedendo di parlare con il titolare. Nel frattempo sono intervenute le forze dell’ordine che hanno allontanato con modi decisi i dimostranti.
(ANSA)

E’ iniziata presto la giornata dei No Dal Molin: dalle sei del mattino un gruppo di cittadini ha cercato di raggiungere la rotatoria di viale Ferrarin. Un cordone delle forze dell’ordine ha bloccato i manifestanti e – senza alcuna giustificazione – li ha caricati, costringendoli a indietreggiare.
I manifestanti si sono allora spostati davanti alla sede della ditta subappaltatrice che sta lavorando in questi giorni all’interno del Dal Molin [Carta Isnardo - ndr]. Per circa un’ora sono stati bloccati due camion, con un sit-in pacifico davanti all’ingresso della cava, mentre i manifestanti chiedevano di poter incontrare il titolare, sono intervenute le forze dell’ordine, minacciando di arrestare tutti i presenti.
I No Dal Molin hanno ora raggiunto il corteo degli studenti nei pressi di viale Ferrarin.
La giornata di mobilitazione continua, nonostante l’atteggiamento irresponsabile delle forze dell’ordine che da questa mattina hanno sospeso ogni agibilità democratica in città. Fermi e violenze a senso unico; la Questura vicentina ha deciso di chiudere ogni canale di dialogo con i manifestanti, minacciando costantemente di arresto i cittadini che, pacificamente, tentano di difendere la propria terra.
Presidio Permanente, 10/2/2009

Successivamente, intorno alle ore 13, alcuni automezzi della Carta Isnardo sono stati bloccati in prossimità della sede della stessa ditta. Le forze dell’ordine sono intervenute fermando 18 attivisti del Presidio Permanente, portati in Questura con l’accusa di blocco del traffico.
Questa sera, alle ore 18, la mobilitazione continua con una manifestazione nella centralissima Piazza dei Signori.

Qui il resoconto della giornata di martedì 10 febbraio e le iniziative in programma nei prossimi giorni.

Bosnia radioattiva

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I servizi segreti bosniaci sembra abbiano scoperto anni fà un traffico di scorie e materiali radioattivi organizzato dalla stessa missione di pace NATO in Bosnia-Erzegovina, attraverso la quale la Francia “esportava” grandi quantità di rifiuti radioattivi, che venivano poi gettati nei laghi della Erzegovina.
Il quotidiano [croato Vecernji List - ndr] spiega che “il segreto di Stato dei rifiuti radioattivi” comincia con la firma degli Accordi di Dayton, quando la Erzegovina diventa un settore della divisione multinazionale sud-est, sotto il comando dell’esercito francese. È qui che la Francia ha la brillante idea di trovare una comoda soluzione al suo annoso problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi prodotti dalla sua industria nucleare, che spesso si presta ad essere oggetto di “tratte” illecite verso i Paesi del Sud-Est Europeo.
Così dal momento dell’arrivo della IFOR in Bosnia Erzegovina, e negli anni successivi, viene attivata nella regione della Erzegovina l’unità speciale dell’esercito francese per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, composto solo da agenti di origine Maori provenienti dalla Polinesia francese e dalla Nuova Zelanda. Occultando i trasferimenti di materiali nelle missioni di pace IFOR e SFOR, gli agenti francesi facevano sbarcare le navi contenenti rifiuti radioattivi nel porto montenegrino di Bar, per poi trasportare il carico scortato con un sproporzionato contingente francese sino a Stoca, dove i container con i rifiuti venivano riempiti con colate di cemento.
Secondo alcune testimonianze dei servizi di intelligence bosniaca, i blocchi cementati venivano gettati con degli elicotteri in tre laghi della Erzegovina, ossia Busko, Ramsko e Jablanicko. Le forze francesi, in questo modo, hanno occultato nella Bosnia centinaia di blocchi, come testimoniato dalla popolazione del luogo che assisteva nel cuore della notte a continui voli a bassa quota di elicotteri che sganciavano poi il materiale. Anche i pescatori conoscevano bene che i tre laghi erano diventati una vera e propria discarica, ed era meglio non andare a pescare in quelle acque inquinate.Le zone di stoccaggio venivano ampiamente selezionate, depositando i blocchi in fondali di grande profondità con adeguate attrezzature.

Da Rifiuti radioattivi nei laghi della Erzegovina?, di Fulvia Novellino.

Casi di intelligence – vite esemplari 2°

segreto

Pubblichiamo la trascrizione di due lettere riservate, rispettivamente del 15 settembre 2004 e del 2 maggio 2005, inviate da Pietro Altana.
La prima al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e, per conoscenza, ai vertici dei Servizi Segreti militare (SISMI) e civile (SISDE), generali Nicolò Pollari e Mario Mori, ed al Ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. Ad essa è allegata una copiosa, ma criptata, relazione sulle attività svolte dal suddetto Altana per il SISMI.
La seconda – con oggetto: rinvio a giudizio – è indirizzata a Pollari e, per conoscenza, a Mori e Pisanu.
Qui la versione .pdf delle due lettere e della relazione di servizio.
Grazie a Joseph per la segnalazione.

Ill.mo Sig. Presidente della Repubblica Italiana, mi chiamo Pietro Altana, sono nato a Torino il 14 gennaio 1960, residente in Genova, Via Sardorella, 53A/2. Richiedo il Suo autorevolissimo intervento per le circostanze che m’han visto coinvolto. Che Le sintetizzo di seguito.
Da anni lavoro per il SISMI (Servizio Segreto Militare) a tempo pieno, ed occasionalmente per il SISDE (Servizio Segreto Civile) in qualità di consulente nei settori di mia competenza: informatica, Società Iraniane e Centri Sociali. Stò seguendo da circa 2 anni sotto copertura, come “infiltrato” i Centri Sociali di Torino, Genova e Milano, e son entrato in contatto con soggetti che hanno rapporti d’interesse e che gravitano nell’area di questi Centri Sociali del triangolo industriale TO-MI-GE.
Nell’ambito del mio incarico per i Servizi ho acquisito la fiducia di questi soggetti e acquisito materiali utili ed informazioni. Tra questi materiali: documenti, campioni di stupefacente, esplosivi ed altro. In particolare gli esplosivi di grande interesse (per indagini attinenti recenti attentati effettuati in Genova a danno della Questura di Genova e di una Caserma della Polizia di Stato di Genova-Sturla). Il 5 agosto 2004 avrei dovuto consegnare il predetto materiale al mio diretto superiore del SISMI, Sig. Renato Raso.
Quella stessa mattina nei pressi della mia abitazione son stato fermato da una pattuglia dei Carabinieri della Stazione di Genova-Pontedecimo che ha proceduto alla perquisizione della mia vettura (dove avevo parte del materiale dei Centri Sociali da consegnare ai Servizi).
Come da disposizioni impartite dico ai Carabinieri che lavoro per il Ministero dell’Interno, che il materiale era da consegnare ai Servizi, ed ho indicato i dati del mio diretto superiore del SISMI, Sig. Renato Raso, che era autorizzato a fornire tutte le necessarie delucidazioni. I militari dell’Arma han richiesto il mio arresto ed esteso la perquisizione al mio ufficio ed abitazione. Quì è stato posto sotto sequestro copioso materiale afferente le società iraniane che sono al centro delle nostre investigazioni (tra cui diversi computers contenenti files di documenti digitalizzati, CD, documenti cartacei etc etc).
Il materiale in questione concerne società di trading iraniane (tutte controllate direttamente dal Governo Iraniano) quali le società: IRASCO, NISCO, IRITEC, IRISA, IRITAL, IRAN AIR, TEEN TRANSPORT, e molte altre, tutte società che hanno rapporti con i servizi di intelligence iraniana e che dalle ns. indagini risulta abbiano favorito l’export – da Genova per l’Iran – di alta tecnologia Made in Usa (vietata dall’embargo) ed inoltre tecnologie militari e tecnologie nucleari. Moltissima di questa riservata documentazione era depositata in files nei miei computers (tutti posti sotto sequestro) e sono ora al vaglio degli inquirenti. Queste documentazioni sono state da me acquisite tramite informatori del SISMI all’interno delle società iraniane. I miei legali di fiducia m’han anche paventato l’ipotesi che gli inquirenti (PM Anna Canepa e GIP Todella) possano interpellare le società iraniane per una verifica della documentazione trovata in mio possesso.
A questo riguardo Le segnalo – ill.mo Sig. Presidente – il potenziale rischio (peraltro reale) che le società iraniane (e quindi induttivamente anche il Governo Iraniano) possano venire a conoscenza delle Ns. indagini espletate in questi anni sul loro conto. Con tutte le gravi, irreparabili e conseguenti negative implicazioni di carattere diplomatico per il Ns. Paese.
Attualmente mi trovo ancora in stato di detenzione nel Carcere di Genova in attesa di sviluppi. Mi metto sin d’ora a Sua più completa disposizione per poterLe fornire – qualora lo ritenesse necessario – ogni ulteriore e più approfondita informazione in ordine alla presente. E’ gradita l’occasione per porgerLe i più deferenti saluti e ringraziamenti.
ALTANA PIETRO

Ill.mi Sigg.ri Direttore SISMI, Ministro dell’Interno, Direttore Sisde,
mi riferisco alla mia del 15 settembre 2004, rimasta priva di riscontro, che allego in copia, per segnalarVi che – in relazione ai fatti che mi vedono imputato – la Procura della Repubblica di Genova (PM Anna Canepa) m’ha notificato un avviso di rinvio a giudizio. La decisione degli inquirenti, è stata assunta in quanto dagli Organi Istituzionali preposti – in questo frangente – non si è ritenuto di dover assumere autonome iniziative a miglior tutela dei miei interessi e reputazione.
Ricorrendo le circostanze sopra menzionate gradisco informarVi che, stante la situazione, i miei legali m’han indotto a predisporre per le prossime udienze dibattimentali (la prima il giorno 30 giugno c.a. ore 9.00 c/o Tribunale di Genova) le documentazioni comprovanti la mia attività professionale, espletata in questi anni a favore del SISMI (e Sisde), dal momento che questa ora rientra a pieno titolo nelle competenze della Magistratura e che in tale sede andrà discussa ed approfondita.
Ciò naturalmente con l’esonero da parte mia di qualsivoglia responsabilità, e con la riserva di far valere nelle opportune sedi giudiziarie i diritti con Voi instaurati, nascenti dalla mia qualità di collaboratore subordinato.
E’ gradita l’occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti.
Altana Pietro

Tutti a Civitavecchia!

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Le navi del Secondo gruppo marittimo permanente della NATO (Standing Maritime Group 2) sosteranno nel porto di Civitavecchia dal 7 al 9 febbraio. La forza marittima, al comando del contrammiraglio Giovanni Gumiero, è alle dipendenze dal Comando della componente marittima alleata del sud Europa ed è composta dalle fregate Zeffiro della Marina Militare, St. Albans della Marina inglese, Kountouriotis della Marina greca, Gediz della Marina turca, dal cacciatorpediniere Laboon della Marina statunitense e dall’unità di supporto logistico tedesca Berlin.
Standing Maritime Group 2 è una forza marittima multinazionale integrata ed è impiegata principalmente nel mar Mediterraneo o in aree ad esso adiacenti secondo le esigenze operative della NATO. Recentemente, per l’operazione Allied Provider (24 ottobre – 15 dicembre 2008 ) il dispositivo navale è stato dislocato nel Corno d’Africa e nel Golfo di Aden per scortare i convogli umanitari del Programma alimentare mondiale (Wfp) diretti in Somalia e per il contrasto del fenomeno della pirateria.
Nel corso della sosta nel porto laziale si svolgeranno manifestazioni di carattere sociale e culturale per incrementare la coesione degli equipaggi e consolidare i legami tra le forze NATO e la popolazione locale.

FONTE: Stato Maggiore Marina

Ansiosi di limonare

limonare

Notare la sfacciataggine…

Roma, 4 febbraio – Un incontro tra il ministro degli Esteri Franco Frattini ed il segretario di Stato americano Hillary Clinton “avverrà non appena sarà possibile concordare una data”. Lo ha chiarito il portavoce della Farnesina Maurizio Massari, precisando che “al momento non ci sono delle date, ma, com’è tradizione quando c’è un cambio di amministrazione, si prevede contatti ed incontri in tempi brevi con i ministri degli Esteri dei principali alleati”. “E noi ci consideriamo fra i partner più importanti”, ha sottolineato ancora Massari.
(Adnkronos)

Bishkek preferisce Mosca

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Durante la visita in Russia per svolgere colloqui bilaterali, il presidente del Kirghizistan Kurmanbek Bakiev ha dichiarato ieri che il suo governo ha deciso di porre fine all’utilizzo della base aerea di Manas da parte dell’esercito USA. Nella conferenza stampa seguita all’incontro con il presidente russo Dmitry Medvedev,
Bakiev ha fatto riferimento al rifiuto statunitense di accettare un (ulteriore) aumento del canone di affitto, attualmente fissato a 150 milioni di dollari annui, ed ai numerosi problemi di ordine pubblico creati dalla presenza delle truppe americane.
Per il Kirghizistan, afflitto da povertà endemica e che quest’anno si trova ad affrontare anche una bolletta energetica quasi doppia rispetto al passato (con il gas uzbeko passato da 145 a 240 dollari ogni mille mc), una bella boccata di ossigeno è rappresentata dagli aiuti che la Russia ha concesso: lo sconto di 180 milioni di debito pregresso, altri 150 milioni di aiuti a fondo perduto ed un prestito agevolato di 2 miliardi di dollari per la costruzione di varie infrastrutture, fra cui la centrale idroelettrica da 1.900 MW di Kambaratinsk.
In totale, si tratta dell’equivalente di circa due volte il bilancio annuo del Kirghizistan e la metà del suo prodotto interno lordo.
Riguardo l’insediamento statunitense a Manas, Bakiev ha commentato: “Inizialmente si trattava di una questione di uno o due anni. Ne sono passati otto. Abbiamo ripetutamente sollevato la questione di una compensazione economica con la controparte, ma non siamo stati compresi”. Leonid Gusev, analista politico, sostiene che Bakiev “è preoccupato che, nel caso di un conflitto con l’Iran, la base sia usata come crocevia dei militari, causando così altre turbative sociali”.
Sia quel che sia, certamente non una bella notizia per l’amministrazione Obama, chiaramente intenzionata ad incrementare il proprio sforzo bellico in Afghanistan. L’ambasciatore USA a Bishkek ha annunciato che in giornata verrà rilasciata da Washington una dichiarazione ufficiale.
Rimaniamo in attesa degli sviluppi, quindi.

6/2/2009
Il provvedimento di chiusura della base sarà sottoposto alla voto del Parlamento kirghizo la settimana prossima, previa discussione.
Il portavoce del Pentagono Bryan Whitman, ieri, ha detto che il governo USA continua a discutere con le autorità del Kirghizistan, specificando che “siamo ancora molto impegnati sulla questione”. “Certamente non ha alcun senso per la Russia o per qualsiasi altro Paese della regione cercare di minare lo sforzo internazionale per portare stabilità in Asia Centrale”, ha aggiunto Whitman. Il portavoce ha però negato di accusare indirettamente la Russia: “(I russi) sono stati molti netti nelle loro dichiarazioni pubbliche in passato sul sostegno allo sforzo internazionale per portare stabilità in Afghanistan così come nella regione”.
Un funzionario anonimo del Dipartimento di Stato ha invece fatto notare come l’annuncio di Bakiev circa la chiusura della base USA sia arrivato dopo un vertice col presidente russo Dmitry Medvedev. “In termini di negoziati, nulla è mai dato per certo in Asia Centrale. Certamente la vicenda non è finita. Continuiamo a discutere col Kirghizistan”, ha detto il funzionario.
Il governo del Paese centrasiatico, attraverso un suo portavoce,  oggi ribatte affermando che la decisione è “definitiva” e che i colloqui in corso sono unicamente indirizzati a stabilire un calendario per la chiusura della base.

9/2/2009
Oggi in Kirghizistan comincia il dibattito parlamentare sulla chiusura della base di Manas. La discussione si svolgerà inizialmente nei comitati interessati, a partire da quello per la difesa, per poi passare in Parlamento per la votazione finale.
Dal momento in cui il Kirghizistan e gli USA si saranno scambiati la documentazione inerente (note diplomatiche), il personale statunitense avrà 180 giorni di tempo per lasciare la base.

11/2/2009
I tempi si allungano: a causa dell’impossibilità di partecipare alla discussione da parte del Ministro degli Esteri Kadyrbek Sarbayev, il dibattito fra i tre partiti politici presenti nel parlamento kirghizo subisce uno slittamento.
Fino ad ora, la questione è passata al vaglio soltanto della commissione Difesa, unica fra i comitati parlamentari interessati che abbia approvato la chiusura di Manas.
Qui alcuni approfondimenti utili ad inquadrare meglio tutta la vicenda.

17/2/2009
Il governo kirghizo ha sottoposto ieri al Parlamento il testo del provvedimento che sancisce la fine dell’utilizzo della base di Manas da parte dell’esercito statunitense (e di altri 11 Paesi: Australia, Canada, Corea del Sud, Danimarca, Francia, Italia, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Spagna e Turchia).
La discussione è stata inserita nell’ordine del giorno di giovedì 19, avendo il provvedimento ottenuto oggi il via libera dei comitati parlamentari interessati.
Intanto gli Stati Uniti cercano un’alternativa.

19/2/2009
Il Parlamento del Kirghizistan ha approvato la decisione del governo di chiudere la base di Manas. L’assemblea ha votato a favore della chiusura con una maggioranza schiacciante, 78 voti su un totale di 81 deputati presenti ed un solo voto contrario.

20/2/2009
Il presidente Bakiev ha firmato il provvedimento, dalla cui notifica – già effettuata oggi presso la locale ambasciata USA – decorre il termine di 6 mesi entro i quali dovranno togliere il disturbo.
Bye Bye Uncle Sam.

Agli yankee non piacciono le Tigri

tamil

All’inizio del mese scorso, l’ambasciata statunitense a Colombo, capitale dello Sri Lanka, ha rilasciato una dichiarazione nella quale si rallegra per le recenti vittorie dell’esercito nazionale contro le Tigri del Tamil, che hanno condotto alla “liberazione” di Kilinochchi – la città che per un decennio è stata la capitale dell’enclave Tamil nelle parti settentrionale ed orientale dell’isola – e sprona il governo a proseguire sulla strada dell’annichilimento del movimento guerrigliero. Il passaggio chiave della dichiarazione recita che “Gli Stati Uniti non sono favorevoli a negoziati fra il governo dello Sri Lanka e le Tigri, un gruppo definito dall’America come organizzazione terroristica sin dal 1997”.
A distanza di poche ore, il governo ha formalmente messo al bando le Tigri. La rinnovata capacità militare dell’esercito è quasi interamente dovuta al sostegno ricevuto negli ultimi tempi da Washington direttamente o da alcuni suoi alleati chiave. Il Pentagono ammette di aver fornito addestramento per l’attività di contrasto alla guerriglia alle truppe dello Sri Lanka, così come notizie di intelligence ed armi non-letali. Fra queste, sofisticate attrezzature radar che hanno permesso a Colombo di smantellare le rotte marittime di rifornimento dall’India. Contemporaneamente, Israele ed il Pakistan hanno fornito all’esercito un largo arsenale di armamenti tecnologicamente avanzati.
Nel gennaio 2006, solo poche settimane dopo l’insediamento del nuovo governo e le sue denuncie circa le supposte eccessive concessioni fatte alle Tigri da quello precedente, l’allora ambasciatore USA Jeffrey Lunstead minacciò le Tigri che se non avessero rapidamente aderito ad un accordo secondo le condizioni espresse dal governo, avrebbero dovuto fronteggiare “un esercito più forte, capace e determinato”. A scanso di equivoci, Lunstead aggiunse: “Per mezzo dei nostri programmi di addestramento militare e di assistenza, inclusi gli impegni riguardo il controterrorismo ed il blocco delle transazioni finanziarie illegali, stiamo collaborando a formare la capacità del governo dello Sri Lanka di proteggere il suo popolo e difendere i propri intereressi”.
Il corrispettivo di questo sostegno è stato l’Access and Cross Servicing Agreement, firmato nel marzo 2007, che consente alle unità della Marina e dell’Aviazione statunitense di utilizzare le infrastrutture dello Sri Lanka.
Ad ogni modo, la venticinquennale guerra civile nello Sri Lanka rappresenta un disastro per il popolo intero, sia la maggioranza singalese che la minoranza Tamil. Più di 70.000 persone, su una popolazione di circa 19 milioni, sono rimaste uccise. Qualcosa come 800.000 Tamil hanno abbandonato l’isola ed un altro mezzo milione sono profughi interni, di modo tale che un terzo della popolazione Tamil è stata sradicata dalle proprie case. D’altro canto, oggi la sfera militare conta per il 17% del bilancio nazionale, mentre il presidente Mahinda Rajapakse ha avvisato la popolazione che, nonostante le disastrose condizioni economiche del Paese, esso dovrà sostenere ulteriori “sacrifici”.

Occupato il Dal Molin. Dal Molin libero!

Quando le forze dell’ordine si sono ritirate dall’aeroporto, tra i 400 No Dal Molin è partito, spontaneo, l’applauso; una prima, precaria vittoria per la città che, con il cuore prima ancora che con le unghie e con i denti sta difendendo il proprio territorio da quanti vogliono imporle una nuova base militare.
Era iniziato tutto alle 10 di questa mattina; una lunga colonna di auto in Via S. Antonino, donne e uomini che scendono dagli autoveicoli, tagliano le reti e prendono possesso di un’area dell’aeroporto; alcuni vanno sui tetti, altri appendono striscioni e cartelloni. La polizia, in pochi minuti si schiera e intima lo sgombero. Ma non ne hanno il diritto: l’Enac, per bocca della società incaricata della liquidazione, non lo ritiene utile. Le forze dell’ordine si ritirano, mentre i vicentini restano dentro al Dal Molin.
L’area che gli statunitensi vorrebbero occupare e militarizzare, dunque, è stata liberata e da oggi, per la prima volta, è accessibile a tutti i cittadini. Nei giorni scorsi, del resto, i No Dal Molin erano stati chiari: se partiranno i lavori non staremo a guardare. E così è stato: qualche giorno fa Cmc e Ccc, le ditte che hanno vinto l’appalto per il cantiere, avevano iniziato a demolire le strutture esistenti per far posto alle nuove caserme statunitensi; un avvio del cantiere illegale, innanzitutto perché la maggioranza della comunità locale è contraria a questo insediamento, poi perché nessuna Valutazione d’Impatto Ambientale è stata ancora realizzata nonostante la particolarità geologica e idrica dell’area.
Da oggi si apre una nuova fase della mobilitazione contro la nuova base militare statunitense; è quella della determinazione dei vicentini che, ingannati e trattati come sudditi dal commissario Costa e dal Governo, si riprendono la propria terra per difendere il proprio diritto alla parola e, soprattutto, il proprio diritto a costruirsi il futuro della città.
Questa sera all’interno del Dal Molin – ore 18.00 – si terrà la prima assemblea pubblica dei cittadini; domani verrà aperto il parco della pace e realizzato l’ufficio dell’Altrocomune per la Valutazione d’impatto ambientale. Abbiamo messo i piedi all’interno del Dal Molin, simbolo di coloro che vogliono difendere la democrazia e la terra per impedire la costruzione di una nuova base di guerra. Abbiamo riaperto la vicenda dopo che in tanti l’avevano frettolosamente dichiarata chiusa. Difendere Vicenza? Si può fare; perché il futuro è nelle nostre mani: ci hanno impedito di decidere attraverso la consultazione popolare, non potranno impedirci di difendere la nostra città.
[Fonte: nodalmolin]

Qui il video servizio di Sky TG24.

nodalmolin

Le perle di Giancarlo Galan
Ecco le parole del presidente della Regione Veneto circa il sindaco di Vicenza:
“Achille Variati è il teorico, il mandante e l’esecutore degli estremisti antiamericani del “No Dal Molin”. È lui il vero irresponsabile di ciò che
avviene a Vicenza sul piano del più assurdo estremismo politico. Basta guardare i tempi: ieri il sindaco mannaro incontra il commissario governativo, oggi gli estremisti antiamericani hanno occupato i cantieri del Dal Molin. Più chiaro di così”.
Dalla cronaca della giornata di ieri fatta da Il Giornale di Vicenza.

“Non ce ne andiamo”
La notizia, diffusa da alcuni media, secondo cui domani lasceremo il Dal Molin è infondata. Ieri abbiamo liberato un’area dell’aeroporto perché abbiamo un obiettivo: difendere la nostra terra.
L’assemblea che si svolgerà questa sera all’interno del Dal Molin esprimerà le prossime richieste delle donne e degli uomini che difendono Vicenza dalla militarizzazione; qualcuno vorrebbe restare sordo alle richieste della comunità vicentina per imporre un progetto che essa non vuole. Ma noi continueremo a far sentire la nostra voce.
Presidio Permanente, Vicenza, 1 febbraio 2009

“Occupazione sospesa”
L’occupazione dell’area civile del Dal Molin, da parte degli attivisti del Presidio Permanente, ha avuto il merito di riportare alla ribalta, locale e nazionale, l’opposizione alla costruzione della nuova base militare statunitense a Vicenza.
Non solo, questa iniziativa ha anche permesso di mettere al centro della discussione il possibile utilizzo della stessa area civile (oggi di fatto inesistente) a favore della cittadinanza vicentina. Il fatto che oggi, attraverso un comunicato, l’amministrazione comunale per voce del sindaco, affermi di voler concretamente lavorare in questo senso, è sicuramente una vittoria da ascrivere all’impegno e alla generosità di quei tanti vicentini che, consci dei rischi che si assumevano, hanno dato vita a questa importante iniziativa di lotta. Riteniamo essenziale che su quell’area si esca finalmente da ambiguità e silenzi, e non possiamo che essere soddisfatti che, oggi, la discussione verta su di un suo utilizzo a favore della collettività, così come sempre richiesto da parte del Presidio Permanente. Queste cose sono state ribadite anche allo stesso Achille Variati nell’incontro svoltosi in data odierna.
Allo stesso tempo è stata presentata formalmente la richiesta alla Società Aeroporti, di poter usufruire di alcuni spazi all’interno della struttura per poter avviare uno studio tecnico di analisi sull’effettivo impatto sull’ambiente della nuova base.
A fronte di queste significative novità stasera il Presidio valuterà tempi e modi per la sospensione, entro la giornata di domani, dell’occupazione. Ora, per il Presidio Permanente No Dal Molin, è tempo di pianificare e predisporre il blocco concreto dei lavori di costruzione della nuova base.
Vicenza, 2 febbraio 2009
[grassetto nostro]