I conti del GAO

gao

Washington, 30 marzo – Dal 2001 gli Stati Uniti hanno finora speso 685,7 miliardi di dollari per le guerre in Iraq e Afghanistan. Lo ha calcolato il GAO (Government Accountability Office), l’organismo federale di controllo sui conti pubblici USA.
La parte del gigante l’ha fatta il conflitto iracheno, iniziato a marzo del 2003 e costato 533,5 miliardi di dollari fino al dicembre scorso. In Afghanistan, Corno d’Africa e Filippine (tutte legate alla ‘guerra al terrorismo’ lanciata dopo l’attacco dell’11 settembre 2001) è di 124,1 miliardi di dollari. Altri 28,1 miliardi di dollari sono andati in spese anti terrorismo per la difesa del suolo americano. Finora il Pentagono e le diverse agenzie USA hanno speso l’85% degli 808 miliardi di dollari stanziati dal Congresso. I rimanenti 122,3 miliardi sono stati impegnati in installazioni militari e contratti di lungo termine.
I conti del GAO, una sorta di Corte dei Conti USA, dimostrano un rallentamento nell’incremento delle spese per i conflitti aperti. Queste aumentavano al ritmo del 40% nel triennio 2005-2007, al 33% nel 2008 quando sono stati stanziati 162,4 miliardi. Per l’anno in corso il Congresso ha stanziato ‘solo’ 65,9 miliardi e l’amministrazione Obama ne vuole ottenere altri 75,5 miliardi.
(AGI)

[grassetto nostro]

Urban Operations in the Year 2020

Viviamo tempi in cui ogni evento di cronaca nera o fenomeno di criminalità organizzata costituisce un buon pretesto per militarizzare ulteriormente il territorio (e le coscienze)… tempi in cui la protesta sociale va assumendo connotati violenti, gli studenti vengono definiti – a giorni alterni – guerriglieri e/o teppisti ed allora…

Uno studio NATO del 1999 descriveva come probabile che nel futuro le forze dell’Alleanza Atlantica dovessero condurre operazioni in aree urbane, a fronte di capacità per operare in un simile ambiente che sostanzialmente erano quelle dei tempi della seconda guerra mondiale, caratterizzate quindi da alti livelli di perdite umane ed ingenti “danni collaterali”. Ritenendo tali effetti inaccettabili, la NATO chiese alla Research & Technology Organisation (RTO) di insediare un gruppo di studio per l’analisi delle operazioni nelle aree urbane.
Sette Paesi membri NATO – Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda e Stati Uniti – diedero il proprio assenso a fornire studiosi. La prima riunione del cosiddetto Studies, Analysis and Simulation Panel Study Group (SAS-030) ha avuto luogo a Washington nel giugno 2002; a questa ne sono seguite numerose altre in vari Paesi NATO, durante le quali il gruppo di studio SAS-030 ha lavorato per sviluppare un quadro concettuale per le operazioni in aree urbane a sostegno delle future missioni e compiti della NATO.
Ne è infine risultato un rapporto di 140 pagine denominato “Urban Operations in the Year 2020″ (UO 2020) , pubblicato nell’aprile 2003. Esso esamina la natura probabile dei campi di battaglia ed i tipi di forze terrestri da impiegarvi con le loro caratteristiche e capacità. L’ipotesi di partenza è l’aumento esponenziale della popolazione mondiale entro l’anno 2020, supposta oltrepassare i 7,5 miliardi di persone. Il contestuale spaventoso aumento dell’urbanizzazone, con il 70% di questa popolazione che vivrà all’interno delle città, provocherà crescenti tensioni economico-sociali, alle quali si potrà far fronte – secondo il rapporto – solo con una presenza militare massiccia, spesso su periodi di tempo prolungati. In tale quadro, il mondo politico e l’opinione pubblica saranno spinti a chiedere azioni rapide, decisive e “chirurgiche”, non alla portata delle normali forze di polizia se non a rischio di forti perdite od addirittura di ritirate catastrofiche di fronte a folle ostili.
D’altro canto, un uso tradizionale dell’esercito magari inviato all’ultimo momento potrebbe essere controproducente e scatenare ulteriormente l’ira della popolazione tumultuante. Per questo motivo, nell’UO 2020 si consiglia di iniziare gradualmente ad utilizzare l’esercito in funzione di ordine pubblico all’avvicinarsi della crisi mondiale ipotizzata per il 2020. Nel frattempo, ogni Paese dovrebbe formare appositi reparti specializzati nella conduzione di operazioni per il contenimento delle folle ed il controllo del territorio, mediante l’uso di armi convenzionali ad alto contenuto tecnologico e di nuovi sistemi d’offesa bivalenti letali/non letali.

Il testo integrale dell’”Urban Operations in the Year 2020″ è qui.

No alla NATO – No alla guerra, conferenza internazionale

mummianato

Definito il programma dell’incontro che si terrà in coincidenza con il vertice NATO di Strasburgo – Kehl di inizio aprile*, per il 60° anniversario della nascita dell’Alleanza Atlantica.
Fra gli ospiti: Noam Chomsky, Jean Ziegler, Tariq Ali, Jan Tamas del movimento ceco contro lo scudo antimissile…
Qui il dettaglio delle due giornate, con i necessari riferimenti logistici.
Il volantino-manifesto della manifestazione internazionale di sabato 4 aprile, che si svolgerà attraverso le sorvegliatissime strade di Strasburgo, lo trovate invece qui.

* Dei cui passaggi fondamentali cercheremo di proporvi una cronaca.

“La crescente ostilità nella società italiana”. Oppure…

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Washington, 25 marzo – Il Pentagono sta seriamente prendendo in considerazione l’idea di “spostare gli F-16″ di stanza ad Aviano “in una base in Polonia”. L’ipotesi, delineata in uno studio del colonnello Christopher Sage, consigliere del capo di Stato maggiore dell’Aeronautica USA, ha alimentato ulteriormente l’irritazione di Mosca.
La Russia “segue con attenzione il progetto”, ha detto un portavoce delle Difesa aerea, che rischia di rilanciare il dispiegamento – sospeso a fine gennaio – dei missili tattici Iskander nell’enclave russa in Polonia di Kaliningrad come risposta al progetto di scudo anti missile.
All’origine del progetto USA i timori per la crescente “ostilità” nella società italiana per gli insediamenti USA a partire dall’allargamento della base di Vicenza. Sage è convinto che spostare i caccia sarebbe ”nell’interesse nazionale degli Stati Uniti”. Il testo e’ stato pubblicato su ‘Air and Space Power Journal’.
(AGI)

“Mefistofele” e il MUOS

mefisto

I siciliani possono dormire tranquilli. Sono in buone mani: il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, loro conterraneo, giura sul suo onore che il terminal terrestre del sistema satellitare MUOS, in costruzione a Niscemi (Caltanissetta), non è pericoloso per l’uomo e per l’ambiente. Rispondendo ad un’interrogazione parlamentare di sette esponenti del Partito democratico, La Russa ha smentito tutte le ipotesi di rischio ambientale sollevate dal gruppo di opposizione e dal forte e variegato movimento “No MUOS”. Le smentite, però, sono dotate di gambe corte, anzi cortissime, e come un boomerang hanno già travolto la scarsa credibilità dell’esecutivo Berlusconi in tema di politica estera e di difesa.
“Con riferimento alle notizie in base alle quali l’installazione del sistema di telecomunicazioni satellitare “avrebbe dovuto… essere realizzata presso la base militare di Sigonella” – esordisce il ministro – si rappresenta che la stazione ricetrasmittente del sistema MUOS è stata localizzata, fin dalla richiesta degli USA, presso il sito telecomunicazioni di Niscemi. Tale sito, a diretto e funzionale servizio della US Naval Station di Sigonella, venne realizzato nel territorio comunale di Niscemi, in prossimità di un’area boschiva, ora protetta, fin dalla costituzione della stessa stazione di Sigonella, avvenuta alla fine degli anni ‘50”. Per il governo, dunque, mai e poi mai si sarebbe parlato di Sigonella quale base per i MUOS, mentre la base di telecomunicazioni per le operazioni dei sottomarini nucleari di Niscemi ha già superato da un pezzo i 50 anni di età.
(..)
A impedire l’installazione a Sigonella del programma di telecomunicazioni per le Star Wars, furono però le risultanze di uno studio sull’impatto delle onde elettromagnetiche generate dalle grandi antenne del MUOS, elaborato per conto della Marina Usa da AGI – Analytical Graphics, Inc., importante società con sede a Exton, Pennsylvania, in collaborazione con la Maxim Systems di San Diego, California. Lo studio, denominato “Sicily RADHAZ Radio and Radar Radiation Hazards Model”, è consistito nell’elaborazione di un modello di verifica dei rischi di irradiazione elettromagnetica sui sistemi d’armi, munizioni, propellenti ed esplosivi ospitati nello scalo aeronavale siciliano (“HERO – Hazards of Electromagnetic to Ordnance”).
“Il modello Radhaz Sicilia – si legge sul sito internet dell’AGI – è stato implementato con successo a Sigonella, giocando un ruolo significativo nella decisione di non usare il sito per il terminale terrestre MUOS e di trovare una nuova destinazione”. L’incompatibilità ambientale del sistema satellitare è stata poi suggellata dalla relazione firmata nel 2006 dall’ingegnere Nicholas Gavin di AGI-Maxim Systems. Anche Filippo Gemma, amministratore di Gmspazio Srl di Roma (società che rappresenta in Italia la statunitense AGI), ha confermato l’esito negativo dello studio sull’impatto elettromagnetico. Nel corso di un’intervista a RaiNews 24, trasmessa il 22 novembre 2007 durante lo speciale “Base Usa di Sigonella. Il pericolo annunciato”, Gemma ha dichiarato che “una delle raccomandazioni di AGI era che questo tipo di trasmettitore non dovesse essere installato in prossimità di velivoli dotati di armamento, i cui detonatori potessero essere influenzati dalle emissioni elettromagnetiche del trasmettitore stesso”.
Il ministro La Russa ha poi dimostrato di sconoscere del tutto origini e tipologie delle principali basi USA ospitate in territorio italiano. I lavori per la realizzazione della Stazione di telecomunicazioni di Niscemi, iniziarono infatti a fine 1989, e la base divenne pienamente operativa solo nella primavera del 1991, quarant’anni dopo cioè della data indicata dal ministro. Ad onor di cronaca, nel 1995 il Dipartimento della Difesa USA restituì all’Italia 170 ettari occupati dalla base ma non utilizzati, e due anni più tardi fu istituita la Riserva Naturale Orientata “Sughereta di Niscemi” dove oggi gli USA vogliono installare le potentissime antenne satellitari del MUOS.
Si legge ancora nella risposta del ministro della difesa all’interrogazione del Pd: “Avuto riguardo invece, alle preoccupazioni espresse dalla popolazione locale “per le eventuali conseguenze sulla salute e sull’impatto ambientale” e, più in generale, sull’eventuale pericolosità del progetto in discussione, in applicazione delle procedure bilaterali vigenti in materia di progetti finanziati con fondi statunitensi in Italia – nel 2006, gli USA avevano presentato il progetto in parola per l’approvazione della Difesa, correlato di una relazione illustrativa e di uno specifico studio di impatto ambientale elettromagnetico, sul quale si erano espressi favorevolmente tutti i competenti organi dell’Amministrazione della Difesa e dal quale, testualmente, si evince “..il rischio dell’esposizione del personale… è minimo ed improbabile; …la distanza di sicurezza dall’emissione elettromagnetica … sarà imposta mediante l’installazione di una recinzione di sicurezza;… ai sensi del DM 381/98 … la misurazione dell’inquinamento da radiofrequenze… sarà eseguita appena i sistemi saranno installati e pronti ad operare”. Tranquilli, dunque, a fermare la penetrazione delle microonde ci penseranno le “recinzioni di sicurezza” (!?!), mentre l’inquinamento elettromagnetico sarà misurato solo quando il sistema sarà pienamente funzionante.
La Russa assicura comunque che – sempre a fine lavori – si verificherà “la compatibilità del sistema con le leggi nazionali ed, eventualmente, con le apparecchiature già operanti in sito” (quelle cioè operative dal 1991 e di cui nessuno ha mai monitorato la potenza delle onde emesse).
Il ministro della difesa conclude con un’ultima grossolana bugia: “In merito al livello di realizzazione del progetto, i lavori non sono ancora iniziati”. Come ci è stato confermato per iscritto dai responsabili del “Consorzio Team Muos Niscemi” (il nome prescelto non ammette dubbi di sorta), le rispettive aziende hanno avviato nel maggio 2008 i lavori di “realizzazione di una cabina di media tensione” presso la base USA. Sono poi seguiti quelli per la costruzione “di un’infrastruttura preparatoria all’installazione di 3 antenne satellitari, comprensiva di opere di fondazioni e basamenti speciali, impianti idrici, elettrici, fognari e antincendio”, nonché i lavori di “prevenzione per l’erosione superficiale e il drenaggio”, come si evince dalla pagine web di una delle due società componenti il Consorzio MUOS, la LAGECO (Lavori Generali Costruzioni) di Catania.
(…)

Per leggere il seguito, fatevi forza ed andate direttamente alla fonte:
Grandi Bugie sul MUOS di Niscemi del ministro La Russa, di Antonio Mazzeo.
[grassetti nostri]

Sulle balle

balle

Aviano (PN), 24 marzo – Un caccia americano, in difficoltà subito dopo il decollo dalla base US Air Force di Aviano (Pordenone), ha sganciato i serbatoi di carburante nei pressi di Tamai di Brugnera (Pordenone) ed è poi rientrato alla base.
I serbatoi – si è appreso dai Carabinieri della Compagnia di Sacile (Pordenone) – sono finiti su un fienile, in quel momento vuoto, e fra due abitazioni, senza incendiarsi e senza causare alcun ferito.
L’aereo, che era decollato poco dopo le 15:20, è atterrato nell’aeroporto friulano senza ulteriori problemi.
Sul luogo dove sono caduti i serbatoi sono intervenuti i Carabinieri di Sacile che stanno facendo rilievi e accertamenti.
(ANSA)

I danni vengono provocati dall’aviazione degli Stati Uniti ma il loro risarcimento è chiesto al Ministero della Difesa italiano… per la serie: “Li paghiamo anche”.

Pordenone, 25 marzo – Verranno completate oggi le operazioni di bonifica dei terreni su cui è stato riversato il carburante dei due serbatoi sganciati ieri da un aereo in avaria, proveniente dalla base USAF di Aviano (Pordenone).
Lo ha accertato una riunione tecnica svoltasi stamani alla Prefettura di Pordenone sulle conseguenze del guasto, che ha causato danni a un edificio rurale disabitato ed a un’automobile nel Comune di Brugnera (Pordenone).
L’unica famiglia costretta ieri ad abbandonare la propria abitazione – informa una nota della Prefettura – potrà rientrare appena verranno conclusi i rilievi, effettuati dall’Arpa e dall’Azienda sanitaria competente. Dalla riunione odierna è comunque emerso che non risultano problemi di natura ambientale o rischi per la salute.
Sono state infine definite con il Comune di Brugnera le procedure amministrative per la richiesta al Ministero della Difesa del risarcimento per i danni subiti.
(ANSA)

Al castello di Rambouillet

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“L’estremo tentativo per evitare l’intervento militare che già la NATO stava minacciando si svolse al castello di Rambouillet, vicino a Parigi, dove il 6 febbraio 1999 si aprirono i “colloqui di pace ” che  culminarono al contrario nella guerra del successivo 24 marzo.
Nella bozza di accordo presentata dal Gruppo di contatto, formato da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Russia, non si accennò mai ad una possibile indipendenza del Kosovo ma solo ad un’autonomia che si sarebbe incarnata in un parlamento, un presidente, una costituzione e una corte costituzionale.
Il documento prevedeva ampi poteri ai verificatori dell’OSCE, che sarebbero dovuti rimanere nella Provincia per un periodo di tre anni, il ritiro non totale delle forze di polizia e di sicurezza serbe, l’impossibilità per il Kosovo di avere un proprio esercito, una propria moneta e una propria politica estera (prerogative che sarebbero rimaste nelle mani del governo di Belgrado).
La bozza del Gruppo di contatto lasciò invece irrisolto lo status della Provincia allo scadere dei tre anni di “verifica” ; gli albanesi avrebbero voluto un referendum per l’autodeterminazione del Kosovo, i serbi insistettero che un’eventuale consultazione avrebbe dovuto riguardare anche i restanti abitanti della Federazione Jugoslava.
L’UCK, che inizialmente rifiutò il contenuto dell’accordo, dietro chiare pressioni statunitensi decise di accettarne una formula così limitata e la sua delegazione a Rambouillet assunse un’importanza ben superiore a quella dello stesso “moderato” Rugova.
Durante i 17 giorni dei colloqui svoltisi all’interno del castello, la rappresentanza serba non s’incontrò mai con quella albanese; la conferenza venne preparata a Londra in una riunione del 29 gennaio del Gruppo di contatto e da una successiva consultazione del 30 gennaio a Bruxelles, durante la quale il Consiglio Atlantico conferì al segretario generale della NATO, Javier Solana, l’autorizzazione ad interventi aerei contro la Serbia nel caso quest’ultima si fosse rifiutata di firmare l’accordo. Continua a leggere

Resteranno in Afghanistan per almeno 25 anni

300 additional ANP officers ready to hit the streets

Abbiamo tradotto questo articolo un po’ datato ma che offre numerosi dettagli utili a comprendere la strategia a lungo termine degli USA in Afghanistan e nei Paesi limitrofi.

Gli Stati Uniti combatteranno la guerriglia nel mondo islamico per 25 anni,
di Anwar Iqbal – 26 dicembre 2008

Gli Stati Uniti si impegnano a combattere la guerriglia nel mondo islamico per 25 anni, sostiene un rapporto del Joint Forces Command statunitense.
In aggiunta a questo generale impegno a combattere la guerriglia, la costruzione da parte statunitense di strutture militari permanenti in Afghanistan dimostra i suoi piani per un insediamento a lungo termine nel Paese attanagliato dalla guerra.
Ad inizio settimana, lo US Corps of Engineers ha emanato i bandi per alcuni di questi progetti. Uno di tali progetti a Kandahar potrebbe costare 500 milioni di dollari mentre tre progetti distinti per alloggi destinati alle truppe statunitensi costeranno almeno 100 milioni ognuno.
La scorsa settimana, il Segretario alla Difesa USA Robert Gates, che conserverà il suo ufficio nella prossima amministrazione, ha assicurato al governo afghano che gli Stati Uniti stanno portando avanti un “impegno rafforzato” nei confronti di quel Paese. “Assisterete ad un prolungato impegno americano per sconfiggere i nemici del popolo afghano durante l’amministrazione del Presidente eletto”, ha aggiunto.
Sabato, l’ammiraglio Mike Mullen, che presiede lo Stato Maggiore Congiunto statunitense, ha detto ai giornalisti che, entro la prossima estate, fino a 30.000 militari USA si uniranno ai 31.000 già in Afghanistan.
Mercoledì, la radio ufficiale Voice of America (VOA) riporta una dichiarazione di Gates secondo la quale gli Stati Uniti si stanno attrezzando a combattere “guerre irregolari” nel mondo islamico per gli anni a venire.
Il rapporto di VOA è basato su uno studio del Joint Forces Command statunitense il quale afferma che gli Stati Uniti si sono preparati ad affrontare le guerriglie e le minacce di piccola entità nei prossimi 25 anni.
Il contrammiraglio John Richardson ha affermato che lo studio, nel suo tentativo di prevedere le minacce globali nei prossimi 25 anni, è indirizzato prevalentemente in una direzione.
“Ci rendiamo conto che il futuro presenterà tipologie irregolari di minacce” ha detto. “Ed abbiamo bisogno di essere capaci di rispondere a quelle minacce ed essere superiori nel campo della guerra irregolare così come lo siamo in quello della guerra convenzionale”.
Il rapporto di VOA afferma che Gates sostiene con forza un più esteso impegno statunitense nella contro-guerriglia in Afghanistan, Pakistan ed altrove.
Ciò che il Pentagono chiama “guerra irregolare” copre tutto lo spettro fra una limitata guerra convenzionale, con carri armati ed artiglieria, e la guerriglia urbana contro insorgenti, ed include la necessità di sostenere governi stranieri con ogni genere di aiuti, dall’addestramento dell’esercito e della polizia alla costruzione di reti elettriche, sistemi idrici e burocrazie efficaci, aggiunge il rapporto. Continua a leggere

Stare a casa propria, mai?!

hartford

Un sottomarino nucleare americano e un’altra nave USA si sono scontrati oggi nello stretto di Hormuz, senza provocare danni all’unità di propulsione atomica.
Lo ha riferito la Marina USA, aggiungendo che 15 marinai a bordo del sottomarino USS Hartford sono rimasti lievemente feriti nella collisione con la nave anfibia USS New Orleans.
“Non ci sono danni all’impianto di propulsione nucleare dell’Hartford”, ha detto a Reuters il portavoce della Marina Nathan Christensen.
Lo stretto di Hormuz, tra Oman e Iran, collega i più grossi produttori di petrolio del Golfo, come l’Arabia Saudita, con il Golfo di Oman e il Mare arabico.
Circa il 40% del petrolio lascia la regione attraverso lo stretto.
“Non ci sono state ripercussioni sul traffico nello stretto. Entrambe le navi stavano operando nell’ambito del loro potere e sono passate attraverso lo stretto”, ha aggiunto il portavoce.
La collisione è avvenuta alle prime ore dell’alba e ha provocato la fuoriuscita di 25.000 galloni (circa 95.000 litri) di carburante.
“Il New Orleans ha riportato la rottura del serbatoio, che ha provocato la fuoriuscita di circa 25.000 galloni di diesel”, si legge in una nota della Marina USA, aggiungendo che sull’accaduto è stata aperta un’indagine.
(Reuters)

Quel sottomarino lo conoscono bene in Sardegna, dalle parti de La Maddalena…

Sopralluogo a Sigonella per l’AGS

ags

ROMA, 20 marzo – Un sopralluogo della NATO a Sigonella, conclusosi oggi, ha ”confermato le potenzialità” della base aerea, sede del 41/o Stormo dell’Aeronautica, ad ospitare il complesso sistema di sorveglianza aero-terrestre dell’Alleanza Atlantica denominato AGS (Alliance Ground Surveillance). Lo rende noto l’Aeronautica militare.
La delegazione internazionale, accompagnata da ufficiali dello Stato Maggiore della Difesa e dell’Aeronautica militare (quest’ultima rappresentata dal generale Paolo Magro, capo del III Reparto, e dal colonnello Luca Tonello, Comandante del 41/o Stormo), ha effettuato un ”approfondito sopralluogo”, teso appunto a valutare la possibilità di ospitare il programma AGS, dopo che in sede NATO è stata nei mesi scorsi accolta la candidatura italiana di Sigonella.
”Al termine di due settimane di intenso lavoro – fanno sapere allo Stato maggiore dell’Aeronautica – sono state confermate le ottime potenzialità dello Stormo di supportare, in virtù delle sue riconosciute ed apprezzate capacità, le future attività NATO”.
La capacità AGS consentirà all’Alleanza Atlantica la continua sorveglianza di vaste aree di territorio per mezzo di aerei senza pilota, dotati di elevata autonomia di volo, operanti da grandi altezze ed elevate distanze ed in qualsiasi condizione meteo. Mediante l’impiego di sensori radar tecnologicamente avanzati, l’AGS scoprirà e fornirà immagini di oggetti sia fermi che in movimento.
(ANSA)

La corte dichiara il difetto di giurisdizione

aviano

Con atto di citazione del 21 agosto 2006, Tiziano Tissino, Giuseppe Rizzardo, Michele Negro, Carlo Mayer e Monia Giacomini convennero dinanzi al Tribunale di Pordenone gli Stati Uniti d’America, chiedendo all’autorità giudiziaria adita l’emanazione:
– di una pronuncia dichiarativa della illegittimità della installazione, da parte dello Stato estero convenuto, di armi nucleari all’interno della base aerea di Aviano – illegittimità predicabile, nella specie, sulla base del diritto e dei trattati internazionali, alla luce del grave e attuale pericolo incombente sulla propria salute e sulla propria vita;
– di una conseguente pronuncia “impositiva”, allo Stato estero, dell’obbligo di procedere alla rimozione di tali armi nucleari dal territorio italiano;
– di una ulteriore pronuncia di condanna del convenuto al risarcimento dei danni in favore di essi istanti.
A fondamento di tali domande, gli attori esposero: (…)

La controversia nella quale, rispetto ad armi nucleari installate in Italia dagli Stati Uniti d’America in forza del Trattato del Nord Atlantico, si chiede l’accertamento dell’illegittimità dell’installazione delle stesse, la rimozione e il risarcimento del danno per il pregiudizio arrecato alla salute, rientra tra quelle concernenti attività eseguite dallo Stato estero “jure imperii” e resta sottratta alla giurisdizione italiana in base al criterio della cosiddetta “immunità ristretta”, che non è derogata neppure in presenza di attività idonee a ledere od a porre in pericolo la vita, l’incolumità personale e la salute dei cittadini dello Stato ospitante.
L’ordinanza n. 4461 del 25 febbraio 2009 della Corte di Cassazione (Sezioni Unite Civili, Presidente V. Carbone, Relatore G. Travaglino) si trova qui.
Lorsignori, padroni a casa nostra.

[Sulla base di Aviano:
Enciclopedia delle nocività, voce “Aviano”

Aviano Italia: la basi NATO viste da vicino
]

Stop al MUOS?

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NISCEMI (Caltanissetta) — «No Muos come no Dal Molin ». Lo slogan è un po’ complicato da scandire ma ha comunque messo d’accordo sindaci di tutti gli schieramenti politici e cittadini di 15 comuni attorno a Niscemi, che da settimane protestano per dire no all’installazione da parte della marina militare Usa di un sofisticato sistema di antenne satellitari (appunto il Muos: Mobile User Objective System) per le comunicazioni radio e video ad alta frequenza. Se non è ancora la rivolta di Vicenza promette di diventarlo. Con una variante: anche il governatore Raffaele Lombardo si è schierato a fianco dei manifestanti.
Proprio ieri sera è andata in scena l’ultima delle tante iniziative del comitato «No Muos»: una riunione in contemporanea dei consigli comunali di tutti i 15 Comuni (tra cui anche Gela, Caltagirone, Vittoria) per impedire che siano piantate nell’ex base Usa di contrada Ulmo, a 2 chilometri da Niscemi, le gigantesche parabole del diametro di 18 metri e alte circa 100 metri. Sarebbe il quarto impianto del genere al mondo dopo quelli in Virginia, Hawaii e Australia, al servizio del sistema di comunicazione delle forze armate americane.
Mentre erano in corso le varie assemblee cittadine da Palermo è arrivata la presa di posizione di Lombardo che, con un pizzico di enfasi, il sindaco di Niscemi Antonio Di Martino ha saluto come «un atto d’orgoglio che ricorda Craxi ai tempi della crisi di Sigonella». Il presidente della Regione ha infatti rivendicato la titolarità dei siciliani a decidere sul mega impianto e ha chiesto a Berlusconi un intervento ufficiale presso l’amministrazione Usa per lamentare la mancanza di informazioni sui rischi che corrono i cittadini e per dire no all’installazione. Nella lettera, inviata anche ai ministri della Difesa, degli Esteri e dell’Interno, Lombardo osserva che l’area scelta è «già ad alto rischio ambientale e oggetto di uno studio epidemiologico dell’organizzazione mondiale della sanità. Oltre ad essere di interesse comunitario». Insomma, il governatore ha fatto proprie le preoccupazioni dei cittadini che temono gli effetti sulla salute per l’alta concentrazione di campi elettromagnetici.
«Preoccupazioni legittime — dice il sindaco di Niscemi — già oggi nel nostro comprensorio ricadono ben 41 antenne di trasmissioni della vicina base di Sigonella. Di recente l’Arpa ha installato centraline per il rilevamento dell’inquinamento elettromagnetico e almeno due di queste segnalano livelli vicini limiti di guardia. A questo ora vogliono aggiungere il Muos». Nella lettera a Berlusconi anche Lombardo si dice «preoccupato per la salute della popolazione». E poi sollecita trasparenza. Finora, infatti, la base in cui dovrà sorgere il Muos è off-limits. In chiusura il governatore chiede a Palazzo Chigi «di intervenire presso l’amministrazione Usa per manifestare il disappunto per la mancata informazione e la ovvia contrarietà della Regione a che il sistema venga installato».

Sicilia, stop alla Marina Usa. «No alle mega parabole», di Alfio Sciacca.

NATO-UE, un’alleanza globale per il 21° secolo

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Avevamo concluso un precedente articolo sui rapporti tra la NATO e l’Unione Europea accennando al progetto europeo di costituire una forza militare a dispiegamento rapido, equivalente alla Response Force atlantica, di circa 60.000 unità.
In questi ultimi mesi numerosi nodi stanno venendo al pettine, avvicinandosi anche la scadenza del Vertice NATO che celebrerà il sessantesimo dell’organizzazione. Si parta comunque dalla seguente constatazione: 21 dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea sono anche parte della NATO. Dei sei che ne restano fuori, tutti eccetto per ora Cipro – e cioè Austria, Finlandia, Irlanda, Malta e Svezia – sono membri del programma NATO detto Partenariato per la Pace. E di questi cinque, soltanto la piccola Malta non ha un proprio contingente militare operativo sotto il controllo NATO in Afghanistan, nei Balcani od altrove.
In quel pezzo facevamo anche riferimento alle dichiarazioni del Presidente francese (“con passaporto statunitense”, secondo una battuta che circola in ambienti diplomatici) circa la complementarietà di NATO e UE in campo militare, rilasciate in occasione del Vertice NATO di Bucarest nell’aprile 2008. Considerazioni raccolte e rilanciate dall’allora ambasciatore USA presso l’Alleanza Atlantica, Victoria Nuland, la cui “tenerezza” i nostri lettori già conoscono (per rinfrescarvi la memoria potete leggere qui).
Da allora – nonostante la subitanea osservazione del Ministro degli Esteri russo Lavrov secondo il quale la NATO sta usurpando il ruolo e le funzioni dell’ONU – abbiamo assistito ad un crescendo. Ad iniziare dall’articolo a quattro mani apparso sul Times del 12 giugno 2008, scritto da George Robertson e Paddy Ashdown. Il primo ex Ministro della Difesa britannico e Segretario Generale della NATO dal 1999 al 2004, il secondo – anch’egli britannico – Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina dal 2002 al 2006 ed oggi braccio destro di Javier Solana, “Ministro degli Esteri” dell’Unione Europea.
Ebbene, in quest’articolo essi hanno affermato che “il percorso per formare gruppi di combattimento dell’UE dovrebbe essere accelerato, reso pienamente compatibile con le forze di risposta rapida della NATO formando la base di una nuova capacità europea di contro-guerriglia capace di operare negli Stati falliti ed in teatri post-bellici”.
Lo scorso autunno, la NATO ha iniziato la transizione dalla sua Kosovo Force (KFOR), la sola autorizzata dalle Nazioni Unite con la risoluzione 1244 del 1999, alla missione europea denominata EULEX, sollevando la forte censura da parte di Serbia e Russia.
A dicembre, l’operazione anti-pirateria nel golfo di Aden e Corno d’Africa Allied Provider, a guida NATO, ha lasciato spazio all’omologa EUNAVFOR Atalanta, la prima a piena responsabilità europea così lontano dalle coste del Vecchio Continente.
Negli stessi giorni, l’agenzia di stampa EUobserver ha riportato una dichiarazione di Nicholas Sarkozy sul fatto che gli Stati Uniti non vedono più la Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD) come un aggressivo concorrente della NATO, e che quindi non ci sarebbe necessità di scegliere ma le due possono andare avanti tranquillamente insieme. Ad inizio febbraio 2009, su Le Monde, in un commento congiunto lo stesso Sarkozy ed il Cancelliere tedesco Angela Merkel hanno auspicato una maggiore integrazione e cooperazione fra Unione Europea e NATO.
Il 13 febbraio, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, capo del Comitato Militare della NATO, ha presagito “il bisogno di una nuova forma di governo mondiale in cui la NATO, l’UE e le altre maggiori organizzazioni internazionali abbiano un ruolo da svolgere”.
Pochi giorni dopo, il deputato finlandese Ari Vatanen ha presentato a nome della Commissione Affari Esteri dell’Unione Europea una relazione nella quale si sostiene che l’UE “può realizzare pienamente il suo potenziale soltanto sviluppando un forte legame transatlantico ed un rapporto di complementarietà con la NATO”. Al che l’europarlamentare tedesco Tobias Pfluger ha risposto che “ogni sforzo di rafforzare la NATO attraverso una più stretta cooperazione con l’UE aumenta le probabilità di conflitti internazionali. Conduce inoltre ad un’ulteriore militarizzazione della politica estera europea ed accelera la tendenza ad utilizzare la forza militare per risolvere i conflitti”.
Le posizioni di Vatanen e Pfluger sono non solo opposte ma anche irriducibili, sia nel senso che non possono conciliarsi, sia in quello che sono le uniche alternative praticabili: l’Europa può indugiare nei suoi intenti egemonici attraverso la partecipazione ad un blocco militare internazionale sempre più espansionista ed aggressivo oppure – rigettando le vecchie visioni suprematiste che vi sottendono, semplicemente cambiate di marchio per adattarle all’attualità – può adoperarsi attivamente per smantellarlo.

Camorrista NATO, atto terzo

gomorra

Atto primo.
E atto secondo.

Gomorra, l’opera di Roberto Saviano che tanto successo ha riscosso e sta giustamente riscuotendo in Italia ed all’estero, grazie anche ad una trasposizione cinematografica che aiuta a raggiungere quegli strati della popolazione che non hanno letto e forse non leggeranno il libro, dovrebbe spingere ad approfondimenti ulteriori. Senza soffermarci sulle tante tematiche bene sviscerate dalla narrazione di Saviano, guardiamo infatti ad alcuni altri punti che meritano di essere sviluppati.
Essi riguardano il contesto generale e soprattutto internazionale in cui il fenomeno “Gomorra” (la camorra) sorge e si sviluppa. Quali sono i legami che consentono a quel “regime parallelo” di sostenersi? Su questo il libro non si addentra, lasciando aperti numerosi interrogativi. Dove il tema viene toccato, i dubbi aumentano, anzichè diminuire.

Alcuni esempi:

1) Nel capitolo intitolato “Kalashnikov” si parla delle armi omonime. Si dice che alla camorra queste sono arrivate anche dalla Macedonia e da altri Paesi dell’Europa orientale: “I clan acquistarono informalmente dagli Stati dell’est – Romania, Polonia, ex Jugoslavia – interi depositi di armi (…). Una parte della difesa di quei Paesi venne mantenuta dai clan (…). I depositi degli eserciti dell’est [erano] a loro completa disposizione.” Il periodo di cui si parla è quello della crisi e della fine di quei sistemi politici, perciò la camorra subentra agli eserciti dei Paesi socialisti, da liquidatrice e nemica.
“I mitra quella volta li avevano stipati in camion che ostentavano sui fianchi il simbolo della NATO. Tir rubati dai garage americani” – rubati? – “e che grazie a quella scritta potevano girare tranquillamente” – tranquillamente? – “per mezza Italia. A Gricignano d’Aversa, la base NATO è un piccolo colosso inaccessibile, come una colonna di cemento armato piazzata in mezzo a una pianura. Una struttura costruita dai Coppola, come tutto del resto da queste parti. Non si vedono quasi mai gli americani. I controlli sono rari. I camion della NATO hanno massima libertà e così quando le armi sono giunte in paese, gli autisti si sono pure fermati in piazza, hanno fatto colazione, hanno inzuppato il cornetto nel cappuccino mentre chiedevano in giro per il bar di poter contattare ‘un paio di neri per scaricare roba, velocemente’…”.
Quindi la NATO non solo non avrebbe il controllo del territorio, ma neppure dei propri camion! E il controllo dei depositi di armi dei Paesi ex-socialisti, lo aveva la camorra, oppure la NATO?
Oppure la NATO attraverso la camorra?
Una cosa è certa, e cioè che i beni immobiliari di proprietà della malavita napoletana dati in uso alle forze della NATO e agli statunitensi in particolare sono tanti.

2) A pagina 204 si parla della compravendita di panzer Leopard in cui la camorra era coinvolta negli anni Settanta e Ottanta. Si allude a trattative effettuate “con l’allora Germania Est”. Ma è noto che il Leopard è un frutto dell’industria degli armamenti tedesco-occidentali, anzi per la precisione esso nacque da un programma congiunto tra la Repubblica Federale e gli Stati Uniti; tuttora il mezzo è normalmente utilizzato dagli eserciti della NATO.

3) Subito di seguito si riferisce che “Zeljko Raznatovic, meglio conosciuto come ‘la tigre Arkan’, ebbe rapporti con Sandokan Schiavone, capo dei Casalesi”, e ci si addentra in una ricostruzione dei fatti piuttosto oscura. Si dice infatti che Arkan grazie ai Casalesi avrebbe fatto entrare in Serbia “capitali e armi sotto forma di aiuti umanitari: ospedali da campo, medicinali e attrezzature mediche.” Ma allora, in concreto, stiamo parlando di armi, di soldi, o di ospedali da campo, medicinali e attrezzature mediche?
Prosegue Saviano: “Secondo il SISMI però le forniture (…) erano in realtà pagate dalla Serbia mediante prelievi dai propri depositi presso una banca austriaca.” Varrebbe a dire che la Serbia pagava (in dollari): allora i soldi uscivano dai Balcani, non entravano… In effetti pare uscissero, tanto che venivano poi girati a un non meglio specificato “ente alleato dei clan serbi e campani, che avrebbe dovuto provvedere a ordinare alle varie industrie interessate i beni da dare come aiuto umanitario” (sic), “pagando con soldi provenienti da attività illecite e attuando così il riciclaggio degli stessi capitali. E proprio in questo passaggio entrano in scena i clan Casalesi. Sono loro ad aver messo a disposizione le ditte, i trasporti, i beni per effettuare l’operazione di riciclaggio.”
Qui non abbiamo capito molto, ed il seguito è altrettanto oscuro: “Servendosi dei suoi intermediari Arkan, secondo le informative, chiede l’intervento dei Casalesi per mettere a tacere i mafiosi albanesi che avrebbero potuto rovinare la sua guerra finanziaria, attaccando da sud o bloccando il commercio di armi” (di nuovo: materiale umanitario oppure armi? O entrambe?).
Solo alla fine si chiarisce almeno un aspetto: “I Casalesi calmarono i loro alleati albanesi, dando armi e concedendo ad Arkan una serena guerriglia. In cambio (…) l’impresa italiana si disseminò in mezza Serbia.”
Dalla “difficile” ricostruzione si capiscono almeno due cose:
(a) che gli alleati in primis dei Casalesi erano i mafiosi albanesi, come d’altronde ebbe occasione di spiegare lo stesso Saviano in tempi “non sospetti” (“L’armata albanese nella nuova guerra di Napoli”, su Il Manifesto, 21/11/2004), e
(b) che l’operazione di riciclaggio non riguardava i soldi “di Arkan” o “della Serbia” bensì soldi sporchi acquisiti in Italia da italiani (camorristi?) che si inserivano in una compravendita di “ospedali da campo, medicinali e attrezzature mediche” al solo scopo di riciclare quei soldi.

4) Sempre rimanendo in tema di alleati internazionali della camorra, sarebbe molto pertinente per un futuro approfondimento della indagine di Saviano andare a scavare nei rapporti con la leadership montenegrina. Saviano non può non aver sentito parlare delle pesanti accuse rivolte dalla magistratura italiana contro Milo Djukanovic: associazione mafiosa finalizzata al contrabbando internazionale di sigarette e riciclaggio di danaro. Accuse tanto imbarazzanti che Djukanovic si era tolto di mezzo per un po’ dopo la proclamazione della “indipendenza” della sua repubblichetta, di cui era stato premier e presidente in diverse fasi. Accuse in base alle quali Djukanovic a metà del 2007 è stato rinviato a giudizio in Italia. I rapporti che Djukanovic e la sua lobby politico-affaristico-secessionista instaurò con la malavita italiana passarono non solo attraverso la Sacra Corona Unita pugliese, ma anche attraverso la camorra, specialmente nelle persone del boss del contrabbando Gerardo Cuomo, di Gragnano, e del noto camorrista (benchè pugliese) Francesco Prudentino, di Ostuni, già residente in Montenegro.
Su tutto questo, su cui la stampa italiana e internazionale ha calato un silenzio di tomba mentre in Montenegro e Croazia i giornalisti che se ne occupano vengono arrestati o uccisi, raccomandiamo di andarsi a rileggere in particolare, tra la molta documentazione presente nell’archivio di JUGOINFO.

Fonte: cnj

AAA… patrimonio militare svendesi

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Si apre oggi a Cannes il Mipim, il principale salone internazionale della proprietà immobiliare, che proseguirà fino al 13 marzo. La novità di questo anno è la partecipazione del Ministero della Difesa italiano, presente per garantirsi l’attenzione dei possibili acquirenti che in un futuro non remoto potrebbero essere interessati a speculazioni sul patrimonio militare italiano. Questo futuro è legato ai tempi di approvazione in Parlamento del ddl 1373 di istituzione della Difesa Servizi S.p.A., forse la più grande operazione di privatizzazione e svendita mai tentata nel Paese.
“La costituzione della Difesa Servizi S.p.A consentirebbe di scavalcare tutti gli impedimenti frapposti dalla normativa vigente e, cosa più importante, uscire fuori dal controllo democratico del Parlamento”, sottolinea Massimo Solferino della RdB-CUB Difesa “Il principale obiettivo di questa società è quello di far cassa utilizzando il patrimonio collettivo, espropriando così cittadini della possibilità di una riconversione al sociale di queste risorse, con ricadute benefiche sull’intera collettività”.
“Ma la Difesa Servizi S.p.A. non si occuperà solo della svendita del patrimonio del demanio militare. Infatti – aggiunge Solferino – tra le funzioni ad essa attribuite figurano anche l’utilizzo, in proprio o con gestioni miste pubblico-privato, di aree demaniali per settori strategici quali lo smaltimento rifiuti e l’approvvigionamento energetico. Ci troveremo dunque di fronte al cambiamento della destinazione d’uso di immense aree, sottoposte oggi a vincoli militari, in cui sarà possibile costruire discariche, impianti per la produzione di combustibile da rifiuti (CdR), inceneritori e, potenzialmente, anche centrali nucleari. Il tutto senza dover dar conto a Comuni, Province, Regioni o al Parlamento ma rispondendo solo al suo unico azionista: il Ministro della Difesa”.
Prosegue il rappresentante RdB: “Il personale civile e parte di quello militare verrà assorbito, privatizzato e utilizzato a supporto di tutte queste operazioni, venendo spogliato di tutte le prerogative di pubblico dipendente al servizio dello Stato. Per tutte queste ragioni la RdB-CUB P.I. contrasterà questo progetto scellerato e fa appello a tutti i cittadini, gli amministratori, le forze sociali e parlamentari affinché vi si oppongano in tutte le sedi opportune”, conclude Solferino.

Comunicato stampa del 10 marzo 2009 delle Rappresentanze Sindacali di Base Pubblico Impiego – Confederazione Unitaria di Base.
[grassetto nostro]

Niscemi, adesso è il momento di fare sul serio

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La strabiliante manifestazione che ha riempito la piazza di Niscemi e le sue strade è una cosa molto seria, rappresenta il punto da cui partire per impostare una serie di iniziative di lotta capaci di dissuadere chi vuole costruire gli eco mostri o impedire la loro realizzazione.
Non servono allo scopo i continui comunicati che vengono trasmessi e l’uso quotidiano dei giornali locali, intrisi quasi quotidianamente di più o meno velate illazioni intorno alle vere o presunte responsabilità del sindaco in carica; questo modo di agire e di affrontare il problema, se da un lato rischia di creare sfiducia nei confronti delle istituzioni, non riuscirà sicuramente ad incidere sul destino della costruzione dello strumento di morte che l’esercito americano, nella loro ossessione della guerra totale contro quelli che loro considerano nemici, vogliono installare nel nostro territorio, sul nostro suolo a scapito della nostra salute e della salute dei nostri discendenti.
Bando quindi alle polemiche!
Noi vogliamo combattere la tendenza alla rassegnazione; la tendenza a mettere in dubbio la nocività delle onde elettromagnetiche ad alta frequenza, l’estromissione della politica che a dire di tanti deve per forza essere strumentalizzante, come se essa non fosse capace di cose assurde, come quella di consentire l’installazione del MUOS o di cose buone e positive come la lotta per non consentirla.
Vogliamo combattere l’idea che la lotta non deve avere colori politici ed affermare anzi che la lotta deve avere tutti i colori, perché se ci sono tutti i colori allora sì che si potrà esser certi che la lotta intrapresa è di tutto il popolo, con i suoi diversi credo, con le sue articolate sensibilità, con le sue diverse fedi e convinzioni, con i suoi santi e i suoi eroi, ma tutti uniti nel sentire e nell’agire comune e, quando ci conteremo, potremo notare oltre alle presenza le eventuali assenze…
La giusta lotta che abbiamo intrapreso non ci consente di dividerci o di escludere alcuno.
Lotta di popolo contro l’installazione dei MUOS, senza “SE”, senza “MA”!
In quest’ottica, organizziamo tutti insieme la marcia Niscemi-Ulmo
Fissiamo una data insieme, senza fughe in avanti da parte di qualche condottiero o di qualche sigla desiderosa di primeggiare.
Questo sarebbe da irresponsabili!

Comunicato stampa del 8 marzo 2009 del Comitato No MUOS.

“La sfida più grande si giocherà a Vicenza”

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Chissà se si riferiva alle proteste dei No base o alle questioni burocratiche made in Italy. Però lo ha detto chiaro: «La sfida più grande? Sarà la nuova base a Vicenza».
Lui è il generale Carter Ham, comandante dell’US Army Europe, che durante una conferenza stampa al Pentagono parlava della pesante ristrutturazione delle forze armate USA in Europa, del suo timore che in Germania restino troppo pochi soldati e delle varie dislocazioni dei battaglioni. E quando davanti ai giornalisti americani cita Vicenza e il Dal Molin il generale Carter Ham non nasconde come stanno le cose: «La sfida più grande («the biggest challenge») che ci resta per la trasformazione del comando è il consolidamento della 173esima Airborne Brigade Combat Team in Italia».
Insomma è proprio sul Dal Molin che si gioca, sostiene il generale, tutta la riorganizzazione dell’esercito statunitense in Europa.
«Quell’unità ha adesso alcune truppe in Germania, ma si riunificherà a Vicenza con la costruzione di nuovi edifici». Quindi il Pentagono, a sentire il comandante dell’US Army in Europa, sulla nuova base nell’ex aeroporto vicentino e sull’allargamento della Ederle ci conta eccome. «Per ospitare – si legge nell’articolo comparso sul sito web Armytimes.com – i 3.800 soldati della 173rd brigata oltre ai loro parenti e agli impiegati civili».
Dal Molin a parte, il generale Carter Ham era andato al Pentagono per chiedere di cambiare il progetto iniziale di ristrutturazione dell’esercito americano in Europa. «Meglio fermarci a quarantaduemila soldati e non, come previsto dal programma iniziale, di ridurli a trentaduemila entro il 2012-13». In altre parole mantenere tra Italia e Germania quattro combat team e non due come vorrebbe il Pentagono.
Carter Ham ha parlato anche del neonato US Africa Command che, sempre a Vicenza, ha sostituito la vecchia Setaf: «Così come è strutturato oggi non avrà a disposizione truppe ma dovrà servirsi di quelle sparse in Europa». E solo quando ci saranno le condizioni logistiche e di fondi l’esercito trasferirà il comando dalla Ederle all’Africa.

Da Il Giornale di Vicenza del 4 marzo 2009, p. 19, di Al. Mo.

Le dichiarazioni del generale Prosciutto sono riportate più estesamente da Antonio Mazzeo, il quale sottolinea come il programma di ridimensionamento delle forze statunitensi in Europa – in corso da alcuni anni – sembri destinato ad interrompersi.
Da Potenziate le basi dell’esercito USA in Europa:

Uno stop al piano di riduzione delle forze terrestri USA in Europa. Lo ha chiesto il comandante dell’US Army nel vecchio continente, generale Carter F. Ham, in occasione della sua recente visita a Washington dove ha incontrato gli alti comandi dell’esercito e del Dipartimento della difesa. Ham ha raccomandato che il numero dei militari in forza al comando USAREUR, venga congelato al suo livello odierno di 42,000 unità, bloccando il programma che prevede il ridimensionamento ad un massimo di 32,000 soldati entro il 2012-13. Nello specifico, il Pentagono ha programmato la riduzione della presenza in Europa da quattro a due brigate pesanti (la 2^ Stryker Brigade a Vilseck, Germania e la 173^ Brigata Aviotrasportata a Vicenza, Italia).
Il generale Ham ha spiegato che il commando USAREUR ha bisogno di una forza maggiore per “rispondere efficacemente alle richieste operative in Iraq, Afghanistan, nei Balcani e dove sarà necessario”, e per condurre simultaneamente “l’ambizioso programma di addestramento con gli alleati, particolarmente con le nuove nazioni appartenenti alla NATO e con quelle che hanno fatto richiesta di entrare nell’organizzazione”.
Negli ultimi anni, il Pentagono ha chiuso in Europa 43 tra basi e piccole installazioni dell’US Army, richiamando negli Stati Uniti 11.000 militari. Il piano di riduzione prevede adesso il ritiro della 172^ Brigata di fanteria (oggi di stanza nelle città tedesche di Schweinfurt e Grafenwöhr) e della 1^ Divisione Corazzata di Baumholder (ancora in Germania), destinata a Fort Bliss, Texas. La richiesta formalizzata dal generale Carter F. Ham potrebbe tuttavia condurre a una modificazione di questo scenario.
’US Army punta intanto a centralizzare i suoi reparti di guerra in cinque grandi centri “hub”, quattro in Germania (Ansbach, Grafenwöhr, Kaiserslautern e Wiesbaden), ed uno in Italia, per l’appunto Vicenza. Nel budget previsto per il 2009 dall’amministrazione USA per il potenziamento delle basi militari all’estero, è prevista una spesa di 349 milioni di dollari per le infrastrutture e le postazioni ospitate in questi “hub” europei dell’esercito.
(…)

Nella foto: il ritrovamento di alcune bombe inesplose della Seconda Guerra Mondiale durante i lavori in corso all’aeroporto Dal Molin di Vicenza.

Dietro le quinte di Hollywood

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Sono diversi gli enti governativi statunitensi che possiedono uffici di collegamento a Hollywood, dall’FBI alla NASA per arrivare alle varie agenzie di intelligence. Pochi di loro, comunque, hanno qualcosa di significativo da offrire, e così la loro influenza sull’industria cinematografica americana risulta minima. La maggiore eccezione è rappresentata dal Pentagono, che mantiene un aperto ma scarsamente pubblicizzato rapporto con Hollywood nel cui contesto, in cambio di consigli, uomini e mezzi di inestimabile valore, quali aerei ed elicotteri, il Pentagono chiede di prassi che le sceneggiature vengano alterate in senso a lui favorevole. In questo ambito rimane insuperata Top Gun, la pellicola interpretata nel 1986 da Tom Cruise, allora nascente “divo di Stato” (secondo l’azzeccata definizione di John Kleeves).
Lo svolgimento di questo genere di attività governative, per quanto moralmente discutibile, è almeno di pubblico dominio. Ciò non può essere detto a proposito dei maneggi fra Hollywood e la CIA che, fino a tempi recenti, erano largamente misconosciuti da parte dell’agenzia di spionaggio. Solo nel 1996, la CIA ha reso noto – con poca enfasi – il campo di responsabilità del suo ufficio di collegamento con i media, da poco istituito, retto dall’agente veterano Chase Brandon.
La decisione della CIA di lavorare pubblicamente con Hollywood fu preceduta, nel 1991, dal “Rapporto sulla più grande trasparenza della CIA” stilato da una task force – creata appositamente dall’allora direttore Robert Gates – che aveva dibattuto (segretamente!) sulla questione se l’agenzia dovesse essere meno reticente. Nel rapporto, la CIA ammetteva di aver “modificato alcuni soggetti riguardanti l’agenzia, sia a carattere documentaristico che di finzione, su richiesta degli stessi estensori che chiedevano un aiuto in termini di accuratezza ed autenticità”.
E’ però con l’undici settembre 2001, e con la successiva “Guerra Globale al Terrore” dichiarata dall’amministrazione Bush, che il legame tra Hollywood ed il governo USA fa un salto di qualità. Continua a leggere

Washington e Tel Aviv capitali d’Italia

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Roma, 5 marzo – Il Ministro Frattini ha per ora deciso di riprogrammare il previsto incontro con la sua controparte iraniana, il Ministro degli Esteri Mottaki, ad un contesto più proficuo per l’ esame dell’importante questione Afghanistan-Pakistan. Ciò anche alla luce delle dichiarazioni inaccettabili rivolte dalle massime Autorità iraniane contro lo Stato di Israele e l’ Amministrazione americana, nonché della notizia secondo cui l’ Iran ha in programma di organizzare la settimana prossima una Conferenza su Gaza i cui obiettivi sono antitetici a quelli della Conferenza appena svoltasi a Sharm El Sheikh e di cui l’ Italia è stata co-sponsor. Lo rende noto la Farnesina.
(Adnkronos)

La conferenza su Gaza a cui si fa riferimento in realtà ha preso il via già mercoledì scorso…

Il trionfo segreto della CIA

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Di Anatoly Korolev per RIA Novosti, 19 gennaio 2009

In base alle regole dell’Accademia di Svezia, gli archivi dei Premi Nobel possono essere aperti solamente cinquanta anni dopo l’avvenuta consegna. Pertanto i documenti relativi all’Ottobre 1958 potranno essere resi pubblici nel Gennaio di quest’anno. Si tratta di un’epoca importante per la cultura russa. Quell’anno l’Accademia consegnò il Premio Nobel per la Letteratura al poeta sovietico Boris Pasternak.
Ora che gli archivi sono stati resi pubblici, le circostanze che portarono al più grande scandalo nella storia dei Premi Nobel saranno finalmente esaminate scrupolosamente.
La vicenda del premio a Pasternak ha fatto nascere degli strani sospetti. Pare che la CIA abbia contribuito a quel premio. È stata la CIA a stampare la prima versione russa del “Dottor Zhivago”, senza la quale la candidatura di Pasternak non sarebbe stata accettata dato che il Comitato Nobel prendeva in esame solamente opere in lingua originale.
Non c’è bisogno di precisare che Pasternak non ebbe mai nulla a che fare con l’intelligence. Il suo genio fu solo usato come una potente arma durante la Guerra Fredda tra Est ed Ovest. Fino a poco tempo fà questa storia degna di agenti segreti è stata coperta da un sottile velo di segretezza. È stato solo grazie alla volontà di Ivan Tolstoj (membro della famosa famiglia Tolstoj) che i segreti sono stati rivelati e resi pubblici. Ci sono voluti 20 anni per risolvere l’enigma.
Boris Pasternak iniziò a scrivere il suo leggendario romanzo poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1946. Impiegò dieci anni. Dopo aver concluso l’opera nel Gennaio 1956, Pasternak cominciò a chiedersi cosa avrebbe fatto a quel punto. Il romanzo che alla fine prese il titolo di “Dottor Zhivago” (inizialmente si chiamava “La candela che brucia”) era controcorrente rispetto ai principi della letteratura sovietica. Avrebbe dovuto tenerlo da parte in attesa di tempi migliori? Ed, eventualmente, quando sarebbero giunti questi momenti? Oltretutto non era più molto giovane. Continua a leggere

BiancaNATO

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La NATO ha bombardato e assassinato nei Balcani. La NATO bombarda e assassina in Afghanistan. La NATO , forse, bombarderà in Pakistan o in Somalia. E assassinerà. Tutto ciò sembra proprio non preoccupare una delle più prestigiose università private italiane, la Cattolica del Sacro Cuore di Milano, tanto cara agli ambienti del Vaticano e della Conferenza episcopale. Così, mentre il movimento internazionale no war si è dato appuntamento il prossimo 4 aprile a Strasburgo per chiedere lo scioglimento della North Atlantic Treaty Organization, l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, l’ateneo meneghino si prepara ad ospitare un convegno internazionale per analizzare – ed ovviamente sostenere – l’odierno processo di riorganizzazione e di potenziamento degli strumenti militari della NATO.
“1949-2009: Sessant’anni di Alleanza Atlantica fra continuità e trasformazione” è il titolo dell’evento organizzato nei giorni 12 e 13 marzo 2009 nell’Aula Magna della Cattolica dal Dipartimento di Scienze politiche con l’adesione, tra gli altri, del Comitato Atlantico Italiano, del Centro Alti Studi per la Difesa , della Divisione Diplomazia Pubblica della NATO e del Comando Militare Esercito Lombardia.
Secondo quanto si legge nella brochure-invito, “il convegno, che si inquadra nel progetto di ricerca La NATO tra globalizzazione e perdita di centralità, finanziato sui fondi D.3.2 dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, si inserisce in una tradizione consolidata di studi sulla sicurezza internazionale condotti dal Dipartimento di Scienze politiche e di collaborazione con gli organismi della NATO”.
(…)
La lista dei relatori invitati dalla Cattolica di Milano è lunga e variegata. Il personaggio più atteso è certamente l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, odierno Presidente del NATO Military Committee, carica ricoperta nella storia dell’alleanza solo da un altro ufficiale italiano (Guido Venturoni). Di Paola, già comandante della portaeromobili “Giuseppe Garibaldi” e sino a qualche mese fa Capo di Stato Maggiore della Difesa, ha pure ricoperto in passato il ruolo di Direttore Nazionale degli Armamenti e di Capo di gabinetto del ministro della Difesa (anni 1998-2001). Nel curriculum professionale dell’ammiraglio c’è pure un lungo incarico presso il Supreme Allied Command Atlantic (SACLANT), uno dei due comandi supremi della NATO, con sede a Norfolk, Virginia, a cui è attribuito tra l’altro il compito di “protezione della deterrenza nucleare marittima della NATO”. Al SACLANT, Giampaolo Di Paola ha lavorato nel settore della pianificazione a lungo termine della guerra sottomarina.
Al Convegno NATO della Cattolica parteciperanno poi altri rappresentanti di vertice delle forze armate italiane, come il generale Vincenzo Camporini, odierno Capo di Stato Maggiore della Difesa; (…)
Chiude l’elenco degli invitati in grigioverde il generale Carlo Cabigiosu, ex Comandante del Centro operativo interforze di Roma, (…)
A riprova di come negli ultimi anni accanto alla privatizzazione del sistema universitario italiano si è pure assistito ad una “militarizzazione” di corsi e programmi di studio, il convegno sulla trasformazione della NATO prevede la partecipazione di cattedratici provenienti da importanti università italiane ed europee: (…)
Chiudono la lista dei partecipanti, due politici di centrodestra, l’on. Enrico La Loggia (Forza Italia), ex ministro per gli Affari regionali, oggi vice presidente del Popolo della Libertà alla Camera dei Deputati e presidente del Comitato Atlantico italiano; e il sen. Sergio De Gregorio (Italiani nel Mondo/Forza Italia), ex Presidente della Commissione Difesa del Senato, attualmente capo della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare della NATO. (…)

Da Università Cattolica di Milano con un cuore tutto per la NATO, di Antonio Mazzeo.
[grassetti nostri]

Niscemi dice no al MUOS

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Niscemi (CL), 28 febbraio – Tremila persone sono scese in piazza a Niscemi per dire ‘no’ all’installazione dell’impianto MUOS (Mobile User Object System), il sistema-radar di rilevazione satellitare ad alta frequenza che le forze armate degli Stati Uniti vorrebbero realizzare in contrada Ulmo a poco più di due km dal centro abitato. La gente teme che i campi magnetici della base militare possano causare danni alla salute. Nella zona esistono già 41 antenne installate dagli americani a supporto dei voli della base aerea di Sigonella.
La manifestazione, promossa dagli studenti del liceo scientifico Leonardo Da Vinci, ha coinvolto tutte le scuole del paese. In prima fila sindaci e amministratori dei comuni del circondario (Caltagirone, Gela, Butera, Riesi, Mazzarino). Alcuni bambini, durante il corteo, si sono bagnate le mani nella vernice lasciando le impronte su striscioni di tela bianchi con scritto: “Diamo una mano per salvare il mondo”. I dipendenti delle agenzie di pompe funebri hanno portato in spalla tre bare, come metafora di altrettanti rischi di morte per la popolazione: “i veleni del Petrolchimico, le onde elettromagnetiche del MUOS e la futura centrale nucleare che potrebbe essere istallata nel ragusano”. Sette carri funebri hanno sostato in piazza durante il comizio di chiusura della protesta. Il presidente del consiglio comunale di Niscemi ha annunciato che convocherà nei prossimi giorni una seduta consiliare da tenersi a Roma, davanti l’ambasciata americana, aperta alla partecipazione dei cittadini di Niscemi. Il sistema satellitare “MUOS” prevede il collegamento a terra con quattro basi USA installate in zone poco popolate in Virginia, Haway e Australia. Quarto importante punto di riferimento dovrebbe essere proprio quello siciliano di Niscemi, che però risulta ad alta densità demografica. Nel 2010 è prevista la messa in orbita di un apposito satellite. L’intera progetto dovrebbe entrare in funzione nel 2011.
(ANSA)