Per capire le attuali poste in gioco, bisogna comprendere quello che accade da nove anni.
Nel 2000, quando la classe dirigente USA truccò le elezioni ed impose George W. Bush alla Casa Bianca, il progetto era quello di fondare «un nuovo secolo americano». Alcune persone pensavano che gli Stati Uniti dovessero approfittare del loro vantaggio militare per diventare un impero globale. Esse avevano programmato uno choc psicologico, «un nuovo Pearl Harbour» secondo la loro espressione, per operare tale virata. Questo è stato l’11 settembre. Quel giorno, Henry Kissinger definì la «guerra globale al terrorismo». Spiegò che il fine non sarebbe stato la punizione degli autori degli attentato, ma la distruzione del «sistema» che ostacola la potenza USA, come la risposta a Pearl Harbour non aveva avuto il fine di punire il Giappone, ma di distruggere tutto quello che poneva ostacoli alla potenza degli Stati Uniti.
Ora, nel 2003, l’amministrazione Bush-Cheney scartò dal mandato che le era stato dato dalla classe dirigente USA. Decise di colonizzare l‘Iraq e lo fece sfruttare da una società privata, l’Autorità della Coalizione in Iraq, costituita sul modello della Compagnia delle Indie. Il generale Brent Scowcroft fu il primo leader USA ad opporsi a quel progetto. Non come Dominique de Villepin in nome del diritto internazionale, ma perché quel progetto d’altri tempi avrebbe «distolto gli Stati Uniti dalla guerra al terrorismo».
Scowcroft era l’ideologo dei generali che nel 2006 si rivoltarono contro il progetto di attacco all’Iran. L’anziano esercitava un’influenza preponderante sulla Commissione Baker-Hamilton tramite il suo figlio spirituale, Robert Gates, da lui ben presto imposto al dipartimento della Difesa. Ancor oggi è Scowcroft a consigliare Obama su tutte le nomine relative alla Difesa e alla politica estera. Ed il generale James Jones, consigliere per la Sicurezza nazionale, ha ammesso anche lui di prendere quotidianamente i suoi ordini non dal presidente Obama ma dagli eterni complici Brent Scowcroft e Henry Kissinger.
Dopo la parentesi 2003-06 della colonizzazione dell’Iraq, eccoci tornati alla casella dell’11 settembre. L’obiettivo assegnato all’amministrazione Obama è la ripresa della «guerra al terrorismo» che il duo Bush-Cheney non avrebbe mai dovuto relegare in seconda fila.
La NATO, che i signori Bush e Cheney non erano riusciti a mobilitare in Iraq, sarà sollecitata alla guerra al terrorismo — eventualmente anche alla presunta prevenzione dei genocidi —. È, per quanto riguarda l’Afghanistan. Robert Gates e poi Barack Obama hanno sottolineato che se gli Europei non venissero in Asia centrale, dovrebbero affrontare degli 11 settembre sul loro stesso territorio. Il ricatto non potrebbe essere più chiaro. Una cosa simile si presenta pure nell’Oceano Indiano, dove gli USA stanno collaudando un nuovo alibi, la pirateria. Pochi straccioni, che dispongono di informazioni eccezionali e di armi ultimo modello, abbordano navi di ogni categoria, che vanno dai battelli da diporto per far piangere le casalinghe ai cargo che trasportano armi per stuzzicare gli alleati. È stata recentemente messa in scena una story hollywoodiana con il coraggioso capitano Philips disposto a sacrificare la vita per salvare il suo equipaggio, prima di essere salvato a sua volta dai commando dell’US Seal. In ogni caso, il fine è lo stesso: trovare una nobile causa che giustifichi uno spiegamento militare in grado di distruggere tutto quello che fa ostacolo alla potenza USA.
Da Dal G20 a Durban II, che cosa bolle in pentola. Un’intervista a Thierry Meyssan, di Silvia Cattori.
[grassetto nostro]
