Informazione atlanticamente corretta, 2° puntata

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Proprio il giorno in cui una pattuglia di parà della Folgore, 183° Reggimento Nembo, veniva attaccata dagli “insorti” nei pressi di Bala Morghab – una località nell’ovest dell’Afghanistan – il direttore di Rainews24, l’ineffabile Corradino Mineo ci riprova ed il 29 maggio u.s. va in onda da Kabul con una puntata speciale de Il Caffé.
Qui il relativo video, in due parti.

Mal d’Africa

mary carlin yates

L’ingerenza negli affari interni di Stati sovrani secondo la consolidata prassi statunitense.

È il traffico di stupefacenti il nuovo nemico di AFRICOM, il neo costituito comando per le operazioni delle forze armate USA nel continente africano. Dopo aver dichiarato guerra alla pirateria nel Golfo di Aden, Washington è intenzionato ad estendere all’Africa l’intervento militare contro la produzione e il traffico di stupefacenti, implementato – con scarso successo – in America Latina. “Il traffico illegale di narcotici rappresenta una minaccia significativa alla stabilità della regione”, ha dichiarato il generale William E. Ward, comandante supremo di Africom, nel corso della sua audizione davanti alla Commissione difesa del Senato, il 17 marzo scorso.
“Secondo l’International Narcotics Control Strategy Report del 2008, l’Africa occidentale è divenuta un punto critico per il transito marittimo della cocaina sudamericana destinata principalmente ai mercati europei”, ha aggiunto Ward. “La presenza di organizzazioni di trafficanti in Africa occidentale, così come l’uso locale di stupefacenti creano seri problemi alla sicurezza. UNODOCS, l’Ufficio contro la droga e il crimine delle Nazioni Unite, stima che il 27% di tutta la cocaina consumata annualmente in Europa transita dall’Africa occidentale, e il trend sta crescendo significativamente. Il valore della droga inviata in Africa dall’America Latina è raddoppiato dal 2005, ed ha sfiorato i due miliardi di dollari nel 2008”.
Per il comando USA è divenuto “significativo” pure il traffico di stupefacenti sulla rotta Asia sud-occidentale – Africa orientale e meridionale. Così, in vista del contrasto dei traffici di droga nel continente africano, il Pentagono ha istituito nel quartier generale Africom di Stoccarda (Germania), un team composto da militari di esercito, marina, aeronautica, corpo dei marines e guardiacoste USA, e da funzionari della Drugs Enforcement Agency (DEA), l’agenzia anti-droga USA, dell’FBI e del Dipartimento di Stato. Alla sua direzione è stata chiamata Mary Carlin Yates, ex ambasciatrice USA in Ghana ed odierna vice-comandante per le attività civili-militari di Africom (l’“assistenza sanitaria ed umanitaria, le azioni di sminamento, l’intervento in caso di disastri naturali, le operazioni di peacekeeping”).
(…)
Il programma preso come modello da Africom è il famigerato Plan Colombia (oggi denominato “Plan Patriota”), miliardi di dollari in armi, apparecchiature radar, diserbanti altamente tossici distribuiti ai partner più fedeli delle regioni andine ed amazzoniche per contrastare la produzione di coca. Anche per questo il comando USA per le operazioni nel continente africano ha avviato una serie di contatti con il suo omologo di Miami che sovrintende all’intervento militare in Centroamerica, America del Sud e Caraibi. “L’US Southern Command ed Africom vogliono lavorare insieme”, ha spiegato l’ambasciatrice Yates. “I narcotrafficanti arrivano in Africa dall’America Latina, così noi dobbiamo lavorare sia in funzione del rafforzamento delle autorità nazionali sia in quello della partnership tra i due comandi e i nostri partner in Africa e Sud America. Ho visitato di recente i reparti di US Southern in Florida, apprezzandone le modalità di coordinamento delle relazioni militari statunitensi con l’America Latina e gli stretti contatti con le autorità internazionali impegnate contro il traffico di droga in centro e sud America”.
Nella proposta di bilancio per l’anno fiscale 2010, il Dipartimento della Difesa ha chiesto di destinare in Africa 52 milioni e 125 mila dollari nell’ambito dell’International Narcotics Control and Law Enforcement, il programma di Washington per combattere il narcotraffico. Si tratta del doppio di quanto è stato previsto per l’anno in corso (29 milioni e 600 mila dollari). Per il Pentagono, i soldi dovranno servire a “combattere il crimine transnazionale e le minacce ad esso collegato e sostenere lo sforzo contro le reti terroristiche che operano nel settore del traffico di droga e in altri affari illeciti”.
(…)
“L’impegno degli Stati Uniti nell’addestramento delle forze navali africane per individuare e sequestrare i carichi di droga è cresciuto negli ultimi anni principalmente grazie all’iniziativa denominata African Partnership Station (APS)”, ha aggiunto l’ambasciatrice Yetes. “L’APS è parte di un piano a lungo termine che vede protagonisti nazioni ed organizzazioni di Africa, Stati Uniti, Europa e Sud America. Una grande attività di cooperazione militare e civile che contribuisce alla crescita della sicurezza nelle coste dell’Africa occidentale e della professionalità dei militari, delle guardia coste e dei marines africani. Il programma è portato avanti attraverso le visite di unità navali, aerei, team di addestramento e progetti d’ingegneria e costruzione navale”.

Da Il Pentagono in guerra contro il narcotraffico africano, di Antonio Mazzeo.

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Il Rwanda è sicuramente uno dei paesi chiave nella nuova strategia di penetrazione politica e militare degli Stati Uniti nel continente africano. Tanto importante che recentemente è stato meta di una visita di tre giorni da parte del generale statunitense William E. Ward, comandante in capo di AFRICOM, il comando delle forze armate USA per l’Africa. Dopo aver assistito ad alcune esercitazioni congiunte USA-Rwanda nei campi-presidi di Gabiro e Gako, Ward ha incontrato i giornalisti preannunciando il “rafforzamento della cooperazione militare” tra i due paesi, specie nel settore della “lotta ai traffici di droga”, nelle acque del Lago Kivu, al confine con la Repubblica Democratica del Congo. AFRICOM rafforzerà la propria azione anche nel campo della “formazione” degli ufficiali locali. Il comando USA collabora già con l’Accademia militare di Nyakinama (istituita nel 2001); adesso, grazie ai fondi dell’International Military Education and Training Program (IMET), una quarantina di appartenenti alle forze armate ruandesi potranno specializzarsi nei principali college di guerra degli Stati Uniti. In aggiunta, Africom offrirà assistenza alla “Scuola Ufficiali” che entrerà in funzione in Rwanda entro il 2012.
È tuttavia l’ambigua operazione di “stabilizzazione del Darfur”, quella che ha assorbito il maggior numero di risorse umane e finanziarie della partnership Washington-Kigali. Attualmente 3,454 “peacekeepers” ruandesi sono impegnati nella regione occidentale del Sudan nell’ambito della missione internazionale voluta dall’ONU e dall’Unione Africana. L’aeronautica militare USA ha garantito tutte le operazioni di trasporto del personale, dei sistemi d’arma e dell’equipaggiamento pesante delle forze armate del Rwanda, sin dall’avvio della missione in Darfur (ottobre 2004). Di conseguenza è frequente la presenza nello scalo aereo di Kigali di aerei cargo C-130 “Hercules” e C-17 “Globemaster” del Comando USA per la Mobilità Aerea (AMC), e di team operativi dell’US Air Force provenienti dalle basi di Ramstein, Mildenhall (Gran Bretagna) e Charleston (South Carolina). L’ultimo grande ponte aereo Rwanda-Darfur è stato attivato da AFAFRICA tra il gennaio e il febbraio di quest’anno. Prima del loro trasferimento, i “peacekeepers” hanno partecipato ad un addestramento specifico a Gako, con l’immancabile presenza dei “consiglieri” di US Army Africa, giunti apposta da Vicenza.
(…)
Nel suo report sui diritti umani del 2007, il Dipartimento di Stato ha infatti stigmatizzato il bilancio del governo del Rwanda in tema di difesa dei diritti dell’uomo. “Ci sono casi di abusi gravi”, segnalava Washington. “Si nota un aumento di esecuzioni extragiudiziarie, di arresti e di detenzioni arbitrarie da parte dei servizi di sicurezza (…) I crimini impuniti rimangono numerosi”. Ciononostante gli aiuti e i programmi di addestramento militare statunitensi sono cresciuti esponenzialmente: il loro valore è stato di 811 milioni di dollari nel biennio 2008-09, più i 500 milioni previsti per il 2010 con l’International Military Education and Training Program (IMET). Altri 200 milioni di dollari in “aiuti militari diretti” dovrebbero arrivare a Kigali il prossimo anno.
La fiducia del Pentagono per la tenuta “democratica” delle forze armate ruandesi non è stata turbata neanche dalle risultanze delle inchieste promosse dalle autorità giudiziarie spagnole e francesi sugli omicidi di cittadini dei due paesi commessi tra il 1990 e il 2002 in Rwanda e nella Repubblica Democratica del Congo. Il 6 febbraio 2008, il tribunale di Madrid ha emesso quaranta mandati di cattura nei confronti di altrettanti militari ruandesi, accusati di genocidio e terrorismo. Tra i principali indiziati, il generale Karake Karenzi, alla guida della forza multinazionale di “peacekeeping” in Darfur. Dopo la conquista Tutsi di Kigali, il generale Karake sarebbe stato tra i responsabili dei massacri scatenati nei campi profughi ai confini con il Congo dove si erano nascosti gli estremisti Hutu responsabili della prima fase del genocidio. Sempre secondo i magistrati spagnoli, nel 2000 l’alto ufficiale era al comando delle truppe che nel corso di uno scontro armato con reparti ugandesi a Kisangani in Congo, causarono la morte di 760 civili innocenti. Grazie alla protezione del presidente Kagame (altro “big” accusato di crimini contro l’umanità) e del grande alleato statunitense, Karake Karenzi è stato mantenuto al suo incarico di vice-comando della missione ONU-UA in Darfur sino al 3 maggio 2009.

Da US Army Vicenza, Africom e il Rwanda: una lezione di cinismo, di Antonio Mazzeo.

NATO Rapid Deployable Corps – Italy

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Ritornano a Kabul i militari della base NATO di Solbiate Olona (Varese). Partiti a gennaio dall’aeroporto di Malpensa (su aerei dell’USAF), i 100 ufficiali di stanza al Comando di Reazione Rapida di Solbiate (uno dei cinque comandi di reazione rapida della NATO nel mondo), integrano il comando NATO delle operazioni militari in Afghanistan, basato a Kabul. Andranno a sostituire lo staff turco e resteranno al comando per i prossimi sei mesi. Il compito di comando dei militari della base “Ugo Mara” si era già avuto da agosto 2005 ad aprile 2006, con la responsabilità della spedizione militare “ISAF” (International Security Assistance Force) e l’assistenza a “Enduring Freedom” (“missione” composta di una coalizione a guida statunitense) sotto la guida del Generale Mauro Del Vecchio (ora parlamentare del Partito Democratico).
La “Ugo Mara”, al cui comando c’è il Generale Gian Marco Chiarini, è situata tra le città di Varese e Milano, a pochi chilometri dall’aeroporto di Malpensa (che è impiegato anche come aeroporto militare; ne sono un ultimo esempio le partenze dei militari, sopra descritte) e in un raggio di 15 chilometri dagli insediamenti a prevalente produzione bellica quali AgustaWestland ed Aermacchi. E’ attiva come base NATO a partire dal novembre 2001. Vi risiedono circa duemila soldati appartenenti a quindici Paesi: italiani, inglesi, statunitensi, tedeschi, ungheresi e greci i più presenti. Questo comando di reazione rapida è in grado di gestire quattro divisioni più alcune unità d’organizzazione e comando in aeree di conflitto, per un totale di 60mila militari coinvolti. La visione della base e le molteplici attività insite la connotano come un centro di comando predisposto ad attuare una sorta di ‘guerra informatica’. Infatti non vi è la presenza, nell’area della base, di carri armati, cannoni o altri grossi armamenti terrestri o aerei; oltre al campo per le esercitazioni, numerosi impianti con paraboliche e radar, semoventi o su strutture fisse. Inoltre è anche in corso un’ampia ristrutturazione che la porterà ad essere la prima base NATO in Italia con infrastrutture pari alle grandi basi USA ed europee. Infatti, è già in atto la costruzione di quello che è stato chiamato “Villaggio Monte Rosa”, un vero e proprio paese abitato dai militari e dalle loro famiglie, che prevede la costruzione di 227 palazzine, 448 uffici, 3 aree briefing, sale per congressi, impianti sportivi al coperto ed esterni, centri ricreativi, un centro medico, scuole, sportelli bancari, negozi. Il villaggio sorgerà su un’area di 35 ettari.

Da Varese, la base della “guerra informatica”, di Stefano Ferrario.

Editore italiano cercasi

bases-of-empire

The Bases of Empire. The Global Struggle against US Military Posts
a cura di Chaterine Lutz, Pluto Books / TNI
ISBN 978 0 7453 2832 4
Le basi militari USA nel mondo, nel punto di vista sia degli studiosi accademici che degli attivisti mobilitati contro di esse.

 

vieques

Military Power and Popular Protest. The U.S. Navy in Vieques, Puerto Rico
di Katherine T. McCaffrey, Rutgers University Press
ISBN 0-8135-3091-1
La base della US Navy a Vieques, nel Portorico, chiusa a seguito di una sollevazione di massa della popolazione locale.

 

diegogarcia

Island of Shame: The Secret History of the U.S. Military Base on Diego Garcia
di David Vine, Princeton University Press
ISBN 978-0-691-13869-5
La base di Diego Garcia, “l’isola delle meraviglie” nell’Oceano Indiano.

American Gulag

Sull’imprigionamento di massa negli Stati Uniti d’America, di Claudio Giusti.
(Fra parentesi quadra vengono indicate le fonti di ciascuna informazione, indicazioni bibliografiche ulteriori sono disponibili presso l’autore)

La crescita dell’universo concentrazionario americano prosegue inarrestabile.
Ogni settimana 1.000 detenuti si aggiungono a quello che è il più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin.
Un milione e seicentomila carcerati riempiono le prigioni statali e federali (trent’anni fa erano duecentomila), ottocentomila quelle locali (cinquecentomila sono in attesa di giudizio), con in più centomila minorenni nei riformatori (30.000 sono i minori nelle carceri per adulti) [BJS – Sourcebook]
Gli Stati Uniti d’America detengono il record mondiale di un carcerato ogni 120 abitanti, con un tasso di detenzione di 833 per 100.000. Ma, se aggiungiamo ai 2,5 milioni in prigione i 5 milioni e passa che sono in libertà vigilata (probation e parole), arriviamo a un condannato ogni 40 abitanti e a un tasso di 2.500 per centomila.
Un adulto americano ogni cento [PEW] è dietro le sbarre e per i maschi neri si arriva a uno ogni nove. [Liptak] Con i 5 milioni in probation e parole siamo a uno ogni 31. [PEW] Il 2% degli americani e il 14% dei neri (5 milioni di ex carcerati) hanno perso il diritto di voto [The Economist]
Metà dei carcerati sono neri, ma i neri sono il 13% della popolazione.
Se il tasso d’incarcerazione per i bianchi è di 409 per 100.000 per i neri è 2.468. Se poi si considerano solo i maschi il tasso per i bianchi sale a 736 mentre per i neri arriva a 4.789 ma in molti Stati supera abbondantemente quota 10.000. Non stupisce quindi che in un quarto degli Stati il 10% dei maschi neri adulti sia in galera. Questo si spiega perché, pur essendo il 13% dei drogati, i neri sono il 35% degli arrestati per possesso di droga, il 55% dei processati per questo reato e il 75% di quelli che stanno scontando una pena per questo delitto. [prisonsucks – ICJ - Webb]
Un terzo dei ventenni di colore è in prigione o in libertà vigilata e per i giovani neri passare un periodo di tempo in prigione è un “rito di passaggio” come lo era per noi fare il servizio militare. Il loro tasso d’incarcerazione è di 13.000 per centomila, mentre per i loro coetanei bianchi è di 1.700. [Sentencing Project – HRW]
Ci sono più ragazzi neri in prigione che all’università [Donohoe]
Le donne detenute sono 200.000 e spesso si ha notizia di una di loro costretta a partorire ammanettata mani e piedi. [AI - Liptak]
100.000 detenuti sono in isolamento nei supermax e nelle SHU [The New Yorker]
3.300 sono nel braccio della morte.
Gli ergastolani sono 130.000. Un quarto non ha la possibilità di rilascio sulla parola (LWOP) e di questi circa 3.000 erano minorenni al momento del crimine (alcuni di 13 e 14 anni) [Liptak]
Il prezzo del mantenimento del gulag americano è di 60 miliardi di dollari annui e l’intero sistema giudiziario-penale ne costa 200. [Webb]
In California ogni detenuto costa 40.000 dollari all’anno (come tenerlo a studiare ad Harvard), ma se i matti fossero in manicomio e i drogati in comunità la spesa diventerebbe di 20 e 10 mila rispettivamente. Il Governatore Schwarzenegger sta tentando di salvare il bilancio rilasciando 22.000 dei 160.000 carcerati californiani. [International Herald Tribune 11/01/2008]
A tenere gremito il sistema concentrazionario USA ci pensano le diciottomila polizie americane che, anche se metà dei crimini gravi non è denunciata, compiono ogni anno 15 milioni di arresti: 5.000 arresti ogni 100.000 abitanti. 1 milione e 500.000 sono arresti per DUI (guida in stato di ebbrezza). 2,5 milioni sono arresti di minorenni e almeno 500.00 di bambini sotto i 14 anni. [UCR]
Questa enorme massa schiaccerebbe qualsiasi sistema giudiziario, ma quello americano è salvato dalle infinite possibilità di ricatto e contrattazione che offre il patteggiamento. Così i processi con giuria sono, nel 2004, appena 155.000 su di un totale di 45 milioni e duecentomila casi giudiziari civili e penali, mentre gli appelli sono solo 273.000. [BJS – Mize]
La famosa efficienza giudiziaria americana si basa esclusivamente sulla frettolosa sommarietà del giudizio, senza certezza del diritto e della pena.
Il 6% degli americani è afflitto da gravi problemi mentali, ma per i detenuti si passa al 20% e le carceri, con i loro 500.000 malati psichici, sostituiscono gli ospedali psichiatrici [Time – HRW] che ne contengono solo 100.000 [The Economist]
Il sovraffollamento di jails e prisons non produce solo gente che dorme per terra o nei corridoi, ma condizioni igienico sanitarie atroci, con altissimi tassi di violenza, stupro e suicidio, tanto che una prigione in Georgia è stata definita da un giudice federale “una nave di schiavi”. [SCHR]
Se, ai due milioni e mezzo in prigione e ai cinque in libertà vigilata, aggiungiamo i cinque milioni che hanno perso il diritto di voto (con gravi conseguenze sia per loro che per il sistema elettorale) e i bambini che hanno almeno un genitore in prigione vediamo che l’Incarceration Nation, ha creato una sottoclasse di 15 milioni di persone, un ventesimo della popolazione americana.
Metà abbondante degli Stati rappresentati alle Nazioni Unite ha una popolazione inferiore.

Una nuova leadership USA per l’Afghanistan

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Washington ha intanto individuato il capro espiatorio per autoassolversi da qualsivoglia responsabilità per l’inaudito massacro di civili durante i raid aerei nella provincia di Farah. Si tratta del comandante delle forze militari in Afghanistan, generale David McKiernan, che a poco meno di un anno dalla sua nomina è stato “invitato” dal segretario della difesa, Robert Gates, ad abbandonare l’incarico. A sostituirlo è stato chiamato il generale Stanley McChrystal, noto specialista in “operazioni speciali” e comandante dal 2003 al 2008 del Joint Special Operations Command delle forze armate USA. “Abbiamo fatto scattare una nuova strategia e una nuova missione che richiedono anche una nuova leadership”, ha dichiarato Gates.
Merita essere ricordato il curriculum professionale del nuovo zar delle guerre in Afghanistan e Pakistan. Dopo un primo incarico come comandante del 1° Battaglione Paracadutisti della 82^ divisione aviotrasportata di Fort Bragg, nel 1980 Stanley McChrystal partecipò ad un corso specializzato per ufficiali di fanteria presso la cosiddetta “Scuola delle Americhe” di Fort Benning, Georgia, centro di formazione alla lotta anti-guerrigliera e alle più efferate pratiche di tortura per migliaia di militari dei regimi dittatoriali latinoamericani degli anni ’70 e ’80.
Nel giugno 1990, l’ufficiale entrò a far parte del team per le “operazioni speciali” dell’esercito USA che sarà poi inviato in Arabia Saudita per preparare le operazioni Desert Shield e Desert Storm (prima guerra del Golfo). Dieci anni più tardi, l’amministrazione Bush assegnò McChrystal allo staff esecutivo che pianificò e coordinò il secondo grande attacco all’Iraq. Il suo volto entrò nelle case di tutti gli americani. Fu infatti McChrystal a rappresentare il Pentagono in tutti i briefing con stampa e tv sull’andamento del conflitto iracheno. Conquistata Baghdad, il generale si defilò dai palcoscenici mediatici e passò a condurre una forza d’intervento supersegreta, la “Task Force 6-26”, che scatenò la caccia ai più stretti collaboratori di Saddam Hussein. È a questa unità speciale che è stato attribuito l’assassinio di Abu Musab al-Zarqawi, presunto leader di Al-Qaeda in Iraq, nel giugno 2006. Ma la “6-26” ha conquistato la notorietà internazionale per le torture commesse durante gli interrogatori di prigionieri iracheni a Camp Nama e Abu Ghraib. Una quarantina di militari appartenenti alla task force sono stati oggetto di provvedimenti disciplinari per i crimini commessi all’interno delle basi-prigioni istituite dagli USA in Iraq.

Da Un miliardo di dollari per le nuove basi USA in Afghanistan, di Antonio Mazzeo.

Un’Apache a stelle e strisce

L’ AH-64 Apache è la versione a stelle e strisce più vicina per profilo all’elicottero d’attacco “tricolore” A-129 Mangusta, che supera in potenza di fuoco.
In tandem si stanno lavorando per conto di Enduring Freedom/ISAF – con “intensi cicli operativi” sia in perlustrazione che in attacco – le provincie di Herat e di Farah, dove le popolazioni sedentarie e nomadi locali parlano il farsi e hanno radicate tradizioni culturali e religiose in comune con l’Iran.
L’ambasciatore di Teheran in Italia, Mustafà Doolatyr, ha dichiarato il 27 Febbraio u.s. a La Repubblica che in sette anni il traffico d’oppio che passa per il suo Paese, nonostante la deterrenza della pena capitale per i trasportatori, è aumentato da 200 kg ad 8 tonnellate e che i profughi assistiti dal governo iraniano sono attualmente più di 2 milioni, per lo più provenienti dalle aree di confine dell’Afghanistan. Numero in vertiginosa crescita anche per i ripetuti attacchi aerei che USA/NATO effettuano sugli insediamenti locali per “desertificare” il territorio e provocare un esodo di massa verso l’Iran.
Il dott. Ishaqzai, che collabora con la Croce Rossa Internazionale, lo scorso 5 maggio ha riferito all’agenzia Pajhook Afghan News che nel suo villaggio una sola famiglia ha perso sotto i bombardamenti 23 componenti mentre 65 perdite sono state registrate tra anziani, donne, uomini e bambini ad Agha Saiban. Imprecisato il numero dei feriti e degli amputati.
Al contrario del Mangusta impiegato anche in missioni di appoggio tattico (scorta armata a pattuglie blindate di polizia ed esercito di Kabul) anche nelle provincie di Bagdis e Ghor, l’ AH-64 è il perno del dispositivo militare integrato di Enduring Freedom che copre Kabul e l’intero Paese delle Montagne, con un impiego particolarmente esasperato nelle zone di confine tra Afghanistan e Pakistan.
Gli A-129 presenti in cinque unità presso l’aereoporto del West Rac di Herat, inquadrati in ISAF, integrano su richiesta del Comando USA le operazioni “attacca e distruggi” condotte dagli AH-64, dalle cannoniere volanti C-130, dagli A-10 e dai cacciabombardieri F-15 e F-16 contro formazioni di nuclei “ribelli”.
Oltre agli attacchi intenzionali su obiettivi valutati di prioritario interesse militare, molti raids vengono effettuati il più delle volte in condizioni di visibilità gravemente insufficienti per repentini cambiamenti luce-ombra-nuvole, vento, sabbia e polvere in sospensione in zone collinari, portando a ripetute e gravi perdite anche tra gli abitanti dei villaggi di fondovalle.
In varie occasioni, il comando italiano ha confermato la pertecipazione degli A-129 Mangusta ad “azioni di fuoco” USA contro formazioni di “terroristi” nell’area di Herat e Farah, senza accennare alle perdite inflitte al “nemico” che si suppone ingenti.
La spaventosa cadenza di fuoco e la potenza delle mitragliatrici in calibro 7, 62, 12.7 e 20 mm in dotazione sia agli AH-64 che agli A-129 dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio che USA e NATO non sono in Afghanistan per portare pace e piani di ricostruzione ma la guerra.
Una guerra di lunga durata che ha per obiettivo strategico l’ annientamento di qualsiasi opposizione politica e militare organizzata.

Martedì 2 giugno a Novara contro gli F-35

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L’iter parlamentare per l’approvazione dell’insediamento, a Cameri (NO), della fabbrica per l’assemblaggio degli F-35 è ormai definito.
A partire dal 2010 inizierà la costruzione del capannone. Tale impresa industriale-militare viene condotta, con ampio dispendio di denaro pubblico, dalla multinazionale statunitense Lockheed Martin in associazione con l’italiana Alenia Aeronautica (del gruppo Finmeccanica) e coinvolgerà una serie numerosa di aziende.
Il riarmo come via d’uscita dalla crisi economica, come con la Grande Crisi degli anni ‘30 e con la Grande Depressione di fine ‘800. Peccato che in entrambi i casi questa strada abbia condotto a guerre mondiali. Di certo, l’impiego dei nuovi bombardieri nelle “missioni di pace” produrrà distruzione, morte e sofferenza…. Gli F-35 sono i perfetti strumenti operativi di una sorta di gendarmeria mondiale in via di perfezionamento: una volta costruiti non faranno certo la ruggine in qualche hangar italiano od olandese.
Gli F-35 costeranno un sacco di soldi: più di 600 milioni di euro per costruire la fabbrica di Cameri, circa 13 miliardi (a rate, fino al 2026) per l’acquisto dei 131 aerei che l’Italia vuole acquisire. Nessuno può ignorare che, con una spesa di questa entità, si potrebbero senza alcun dubbio creare ben più dei miseri seicento posti di lavoro promessi all’interno dello stabilimento di Cameri. Si potrebbe altresì intervenire in vario modo per migliorare le condizioni di vita di tutti, ampliando e migliorando la qualità della spesa sociale, tutelando davvero territori e città, investendo in fonti energetiche rinnovabili e ridistribuendo reddito.
E poi vogliono costruire gli F-35 proprio ai confini del parco naturale del Ticino, che dovrebbe quindi sopportare l’impatto dei collaudi di centinaia e centinaia di aerei rumorosissimi ed inquinanti, con le relative gravi conseguenze per la salute e la qualità della vita degli abitanti della zona.

L’Assemblea Permanente No F-35 dà appuntamento a Novara, il 2 giugno alle ore 15.00, davanti alla stazione ferroviaria di piazza Garibaldi.
Da lì si snoderà un corteo attraverso le strade della città per gridare forte l’opposizione a quest’ennesimo progetto di militarizzazione del territorio.

Enrico Mattei, italiano “pericoloso”

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Gli scorsi 3 e 4 maggio, un significativo successo di ascolti ha caratterizzato la messa in onda da parte della Televisione di Stato –  a quasi quarant’anni di distanza da “Il caso Mattei” di Francesco Rosi – di un film in due puntate diretto da Giorgio Capitani. Il titolo è “Enrico Mattei. L’uomo che guardava al futuro” e ne è produttrice, con la collaborazione dell’archivio storico dell’ENI, la Lux Vide di Ettore Bernabei, un amico fraterno di Mattei.
Secondo sir Ashley Clarke, ambasciatore britannico a Roma, il fondatore dell’ENI aveva obiettivi molto chiari. Il primo era di “dominare la distribuzione dei prodotti petroliferi in Italia” mediante un controllo sulle fonti. Un modo per garantire al suo Paese scorte sufficienti di greggio, necessarie all’industria petrolifera nazionale ed allo sviluppo industriale. Sia perchè le grandi compagnie petrolifere angloamericane costituivano oggettivamente un impero capace di influenzare la politica e la finanza su scala planetaria, sia perchè nella sua tempra di uomo tutto d’un pezzo, la sua personale lotta contribuiva ai suoi ideali di patria e di dignità nazionale.
Ma l’obiettivo di evitare la dipendenza petrolifera dai britannici e dagli americani non era un affare di poco conto. Innanzi tutto per le sue implicazioni geopolitiche.
Basti pensare che l’Italia rivestiva la duplice funzione di centro nevralgico dell’anticomunismo in Europa e di controllo delle risorse energetiche del Vicino e Medio Oriente. Una partita alla quale dai primi anni Quaranta partecipano, da un lato, grandi compagnie come la Standard Oil Company per gli USA e la Shell per la Gran Bretagna, con i suoi dominions in Iraq, Transgiordania ed Egitto; dall’altro, l’Unione Sovietica, artefice di una politica di espansione ideologica e di alleanze strette con gli Stati emergenti dalla lotta anticoloniale.
Quello che temevano le potenze angloamericane non era solo la messa in discussione degli equilibri che regolavano il controllo delle fonti energetiche nel mondo così come era uscito dalla seconda guerra mondiale, ma anche e soprattutto gli elementi di disturbo o di attacco all’ordine geopolitico già dato, mediante l’attivismo di personaggi come appunto Enrico Mattei. Egli mirava a raggiungere una totale sovranità per il nostro Paese o, come diceva A. Jarratt, funzionario del Ministero dell’Energia britannico, “l’autarchia petrolifera” nei Paesi in via di sviluppo, guarda caso in gran parte ex colonie di Sua Maestà.
Il 7 agosto 1962, in un documento indirizzato allo stesso Jarratt, qualcuno riferisce quanto avrebbe detto Mattei in una conversazione privata: “Ci ho messo sette anni per condurre il governo italiano verso un’apertura a sinistra. E posso dirle che mi ci vorranno meno di sette anni per far uscire l’Italia dalla NATO e metterla alla testa dei Paesi neutrali [Non Allineati]”. Mancava poco più di un anno alla nascita del primo governo di centro-sinistra guidato da Aldo Moro…

Qui vogliamo segnalare anche l’ottimo lavoro del documentarista Fabio Pellarin, “Potere & petrolio. La sfida di Enrico Mattei”, dvd coprodotto da Istituto Luce e Croce del Sud Cinematografica, con la consulenza storica di Simone Misiani (docente di Storia Economica presso l’Università di Teramo), Marcello Colitti (consulente petrolifero, già stretto collaboratore di Mattei) e Giuseppe Accorinti (Amministratore delegato Agip Petroli ed attualmente Presidente della scuola Mattei).
Il documentario, avvalendosi di materiali del Luce e soprattutto di filmati d’epoca provenienti dal ricco archivio dell’ENI, ripercorre la vita pubblica di Mattei, ma senza indagare sull’attentato che ne causò la morte nell’ottobre 1962, con la caduta dell’aereo privato che lo riportava a Milano dalla Sicilia. “Non dimentica però – come sottolinea l’autore – che il tribunale di Pavia, riaprendo il caso nel 1994, è giunto alla conclusione che in quell’aereo ci fu un’esplosione provocata da una bomba”.
Giusto per ricordare la fretta con cui la penna di Indro Montanelli tentò di liquidare la questione con “l’insaziabile voglia di giallo” degli italiani. A chi scriveva articoli contro di lui, a cominciare proprio da Montanelli, Enrico Mattei non aveva l’abitudine di rispondere. Preferì pubblicare i 35 volumi intitolati ‘Stampa e oro nero’ in cui furono raccolti, rigorosamente senza replica, i continui attacchi della stampa atlantista.

Pace e democrazia a colpi di Gatling

Nel filmato, la piattaforma da cui si spara con la Gatling è un elicottero AB-212, uno dei cinque in dotazione ad ISAF Italia in Afghanistan, con una capacità di fuoco inferiore ai Mangusta A-129 presenti a Camp Arena, che montano tubi di lancio per missili Hellfire e mitragliatrice a tre canne Gatling in calibro 20 mm, con un serbatoio da 500 proiettili e due mitragliatrici da 12.7 per complessivi 1.500 colpi.
La Gatling è una delle armi, meno sofisticate e distruttive, impiegate contro le abborracciate formazioni di guerriglieri afghani che tentano di difendersi con qualche fucile d’assalto AK-47. Tiro utile in altezza: 200 metri.
Napolitano & soci (del PD e del PdL) li chiamano terroristi.
Ignazio La Russa ha mandato da quelle parti anche quattro caccia Panavia Tornado armati di dispersori, di bombe a caduta libera e laser da 2.000 libbre per mettere nel mirino con più precisione dall’aria presunti terroristi.
I piloti da caccia dell’ Aeronautica Militare Italiana, dal canto loro, sganciano sui “bersagli” senza rischiare un graffio. Per ora su quel terreno non è arrivato a dorso di mulo o di cavallo niente di più sofisticato (missili antiaerei a spalla e controcarro) di qualche vecchio RPG.
Il West Rac di Herat a guida “tricolore”, dopo averli avvistati con gli UAV Predator mentre si spostano a piedi sui percorsi di montagna o si concentrano nel dopo marcia in qualche abitazione fatta di mattoni di fango dei fondovalle, dà l’ok per sbriciolare i “ribelli”, fornendo le coordinate in tempo reale ai Tornado IDS.
USA ed alleati della NATO, tra una strage e l’altra di anziani, di uomini, donne e bambini, stanno portando avanti una guerra di aggressione senza fine, sempre più sanguinosa e vigliacca.

Ecco un esempio di come l’Occidente esporta “pace e democrazia ” in Afghanistan.
Un immenso volume di fuoco su obbiettivi a terra da un AB-212 con una mitragliatrice Gatling.

Nervosismo italiano in Afghanistan

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La notizia dell’uccisione di una bambina e del ferimento dei suoi parenti, da parte di soldati italiani in Afghanistan, ci riempie di dolore e ci fa istintivamente condannare l’accaduto, attribuendo esso alla reiterazione della volontà dei governi italiani a mantenere truppe in quel teatro di guerra, pur sapendo che esse vanno incontro sempre più a rischi per se stessi oltre che al ripetersi di deprecabili incidenti come quello accaduto.
Le circostanze del fatto, così come sono state spiegate dai portavoci militari italiani, squarciano parzialmente il velo di silenzioso riserbo che ultimamente è caduto sulla nostra presenza militare in Afghanistan e sulla ulteriore decisione di rafforzare, anche su richiesta del presidente USA Obama il nostro contingente militare.
“… Più aerei, più mezzi più uomini, sperando che questo serva a dare quel colpo di grazia alla guerriglia talebana più intransigente e cercando la collaborazione dei talebani moderati, ovvero i signori dell’oppio più malleabili all’odore dei dollari.”…
Purtroppo nel frattempo la situazione sul campo è tesissima, se dobbiamo vederla analizzando quanto è successo oggi e i nervi, anche per i soldati più esperti, sono a fior di pelle.
Se a soli quattro chilometri del campo militare più importante della zona di Herat, tre mezzi militari potentemente armati e blindati vedendo arrivare, anche se a velocità sostenuta, sulla sua naturale corsia di marcia una macchina, si son sentiti tanto minacciati per porre in essere manovre quali quelle che hanno poi portato al tragico incidente, dobbiamo dire che la situazione anche per noi italiani è molto grave e dà troppo l’impressione di reazione da contingente assediato, per lo meno psicologicamente.
Le circostanze ci ricordano amaramente un altro incidente, quello in cui furono coinvolti l’agente dei servizi Calipari e l’inviata del Manifesto qualche anno fa, a Baghdad.
Anche lì si parlò di velocità sostenuta dell’auto italiana, che il marine aveva fatto i segnali luminosi atti a far segnalare l’alt alla macchina dei Servizi italiana , che il marine avesse sparato in aria e poi solo una piccola raffica e che l’autista dell’auto non si era voluto ostinatamente fermare se non dopo il fattaccio.
(…)
La cosa più grave è poi il fatto che ben tre mezzi dopo aver fatto fuoco contro un’automobile sospetta, se la siano svignata senza curarsi di sapere che cosa avevano combinato o neanche provare ad inseguire probabili terroristi che avrebbero potuto fare qualche macello contro altri colleghi e che solo in seguito hanno saputo che ben diversi erano gli occupanti dell’auto sospetti, beh… questa suona proprio come la balla raccontata dal marine Lozano sulla strada dell’aeroporto di Baghdad!
Quale sarà la naturale conclusione delle inchieste aperte sul caso?
Due sono le possibili soluzioni:
1) i soldati che hanno fatto fuoco così prontamente ed efficacemente come da disposizioni ricevute avranno un encomio;
2) il responsabile della pattuglia, i diretti superiori, generali compresi, che hanno impartito le regole d’ingaggio tali da portare a questo incidente, dovranno essere tutti processati non lasciando solo o soli coloro che hanno materialmente premuto il grilletto.
L’esperienza c’insegna che la prima soluzione sarà in pole position per il verdetto finale.

Da Il ferimento della bambina afgana e il caso Calipari, di Antonio Camuso.

Katastrofa – Catastrofe

L’Associazione Culturale “Strade d’Europa” di Trieste svolge da tempo iniziative finalizzate a far conoscere i drammi che ha vissuto negli ultimi 10 anni il popolo serbo e in particolare chi risiede nel Kosovo Metohija. L’anno scorso assieme alla Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa di Trieste ha svolto un convegno in cui si è evidenziata l’illegittimità della dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Provincia del Kosovo ed in seguito è stata elaborata dai relatori ed inviata al Ministero degli Affari Esteri italiano una lettera, corredata da molteplici firme a supporto, al fine di chiedere al Ministro Frattini da poco entrato in carica un’inversione di rotta rispetto al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo attuato dal suo predecessore appunto.
Ricorrendo quest’anno il decennale dei bombardamenti della NATO che colpirono la Serbia e perdurando la pretesa secessionista da parte della componente albanese della Provincia del Kosovo Metohija, l’associazione ha deciso di promuovere ancora assieme alla comunità serbo-orotodossa triestina un’altra giornata di studio, nell’ambito della quale analizzare cause, sviluppi e conseguenze dell’aggressione patita dalla Serbia 10 anni or sono.
Sabato 9 maggio avrà quindi luogo a Trieste, presso la Sala Risto Skuljevic della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa in via Genova 12, il convegno “Katastrofa – Catastrofe: Serbia e Kosovo a 10 anni dai bombardamenti della NATO”: l’evento è organizzato in collaborazione con la Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa di Trieste, con il contributo dell’Ente Regionale per il Diritto allo Studio Universitario di Trieste, con il patrocinio del Coordinamento Progetto Eurasia e rientra nei Seminari 2009 di Eurasia, rivista di studi geopolitici.
Il convegno si articolerà in due sessioni: alle ore 11:00, assieme al al prof. Stefano Pilotto (docente di Storia dei Trattati e delle Relazioni Internazionali presso l’ateneo cittadino) ed a Lorenzo Salimbeni (collaboratore di Eurasia), interverrà il vescovo serbo-ortodosso del Kosovo Metohija Artemije per analizzare con l’aiuto della sua preziosa testimonianza l’attuale situazione nella provincia, il ruolo della missione EULEX e le decisioni che potrà prendere il Tribunale Internazionale de L’Aja, interpellato da Belgrado in merito alla legittimità del separatismo kosovaro.
Alle ore 18:00, verrà proiettato il documentario “Kosovo & Metohija Katastrofa” ed interverranno gli autori di alcune recenti pubblicazioni: Stefano Vernole con “La questione serba e la crisi del Kosovo” analizza le implicazioni geopolitiche dell’indipendenza unilateralmente proclamata da Prishtina; Maria Lina Veca, la quale è anche curatrice del suddetto documentario, in “Kosovo e Metohija, il ritorno impossibile” racconta il dramma che vivono quotidianamente le enclavi serbe ancora presenti; Michele Antonelli in “Canto d’amore per la Jugoslavia” svela gli interessi internazionali che hanno portato alla disintegrazione della Jugoslavia.

Il volantino dell’iniziativa è qui.

La Somalia nel mirino degli USA

somalia

Tutto lascia ormai pensare che si faccia imminente l’attacco contro le basi terrestri dove, secondo il Pentagono, si nasconderebbero i pirati. Negli Stati Uniti sono sempre più numerosi i servizi giornalistici e radiotelevisivi che equiparano “terrorismo islamico” e “pirateria somala”, descrivendo improbabili legami strategico-operativi tra i gruppi di combattenti che si oppongono all’occupazione alleata dell’Iraq e dell’Afghanistan e gli autori degli assalti ai mercantili. L’Associated Press, in un recente articolo a firma della giornalista Lolita C. Baldor, riporta le dichiarazioni di alcuni funzionari dell’esercito e dell’anti-terrorismo USA, secondo i quali “sta crescendo l’evidenza che gli estremisti stanno fuggendo dal confine Pakistan-Afghanistan tentando d’infiltrasi in Africa orientale, portando con loro le sofisticate tattiche terroristiche e le tecniche di attacco acquisite durante sette anni di guerra contro gli Stati Uniti e i loro alleati”.
“L’allarme è che la Somalia si appresti a divenire il nuovo Afghanistan, un santuario dove i gruppi legati ad al-Qaeda potrebbero addestrarsi e pianificare gli attacchi contro il mondo occidentale”, aggiungono le fonti militari. Il numero di estremisti islamici giunti in Corno d’Africa sarebbe ancora abbastanza piccolo, non più di 24-36 persone, “ma una cellula di queste dimensioni è stata responsabile dei devastanti attentati dell’agosto 1998 contro le ambasciate USA in Kenya e Tanzania che causarono la morte di 225 persone”. Il generale William “Kip” Ward, capo di Africom, il Comando statunitense per le operazioni nel continente africano, ha confermato all’Associated Press, l’“inquietudine” delle forze armate USA per quanto starebbe accadendo in Somalia. “Quando hai a disposizione ampi spazi territoriali, che sono senza governo, riesci ad avere un rifugio sicuro per le attività di sostegno e per quelle di addestramento”, ha dichiarato Ward. “E i combatterti stranieri che si stanno trasferendo in Africa orientale accrescono la minaccia terroristica nella regione”.
Secondo il Pentagono, il rischio terrorismo in Somalia proverrebbe dal gruppo islamico Al-Shebab, i cui uomini controllano ormai buona parte del paese, e dall’organizzazione militare nota con l’acronimo EEAQ. “Anche se ancora non viene considerata come una cellula ufficiale di al-Qaeda – scrive l’Associated Press – l’EEAQ ha legami con i maggiori leader terroristici ed è stata implicata negli attentati del 1998 in Tanzania e Kenya”. Secondo Washington, EEAQ ed Al-Shebab potrebbero decidere di addestrasi ed operare congiuntamente, “favorendo l’ingresso delle fazioni terroristiche di al-Qaeda tra le migliaia di miliziani che vivono in Somalia, organizzati prevalentemente su basi claniche e impegnati fino ad oggi in diatribe interne”.
Anche all’interno dell’Alleanza Atlantica non mancano i sostenitori della tesi sulla penetrazione di al-Qaeda in Corno d’Africa. In un’intervista al quotidiano on line Il Velino, un “alto ufficiale di provenienza NATO” ha dichiarato che la Somalia è “al momento utilizzata per reclutare e addestrare guerriglieri da inviare nelle aree ‘calde’”. “Presto però, si passerà ad altro come gli attacchi terroristici”, ha aggiunto l’anonimo interlocutore. Ricordando il sanguinoso attentato suicida del 12 ottobre del 2000 contro la fregata statunitense USS Cole, ancorata nel porto di Aden, l’ufficiale ipotizza che le flotte militari internazionali anti-pirateria potrebbero essere il prossimo bersaglio di un atto terroristico.
Con uno schema propagandistico già sperimentato alla vigilia dell’attacco all’Iraq di Saddam Hussein, gli alti comandi USA e NATO descrivono minuziosamente alleanze e minacce diaboliche, senza fornire però elementi concreti che provino quanto dichiarato. Basta però a creare un clima d’insicurezza generale e legittimare i piani d’intervento militare in Somalia.

Da Alla Turchia il comando della crociata anti-pirati, di Antonio Mazzeo.

La legittima difesa del TOR-M1

… per penetrare in profondità in un territorio nemico è necessario acquisire prima la superiorità aerea oppure, se non è conveniente in quanto richiede eccessive risorse e tempo, è necessario disporre di armamento di precisione stand-off, ossia di armamento che può essere lanciato da grande distanza dall’obiettivo da distruggere per evitare di esporre velivoli e piloti a rischi eccessivi …
[Estratto da una relazione decodificata tenuta nel settembre 1973 al Comando Generale della NATO a Bruxelles]

Il progenitore pienamente operativo delle armi di precisione stand-off è l’AGM 65 (Air-to-Ground Missile) “Maverick”, che venne impiegato nel 1972 durante le ultime fasi della Guerra del Vietnam dalla US Air Force, nel 1973 dalla Heyl Ha’Avir durante la Guerra del Kippur, poi nel 1991 durante Desert Storm in Irak per completare un massiccio “impiego operativo” su Serbia e Kosovo nel 1999. Aerei che lo hanno avuto in dotazione: F-15, F-16, F-18 e A-10.
Alla “famiglia” degli AGM seguirà quella BGM (Ballistic Guided Missile) a partire dal “109 Tomahawk” entrato in servizio nel 1983. Le armi di precisione AGM e BGM, dallo sviluppo negli anni ’60 all’impiego operativo che arriva fino al 2003, dopo aver assorbito almeno 50 miliardi di dollari dalla progettazione alla scorta arsenali, sono oggi totalmente superate contro Paesi che dispongono di un sistema integrato di difesa antiaereo a breve e medio raggio ed a prevalente capacacità anti BGM come il TOR-M1. Esso rappresenta attualmente, insieme all’S 300 ed all’S 400, uno dei prodotti tecnologici di punta dell’industria della difesa russa. Uno Stato che abbia in dotazione un numero sufficiente di batterie di almeno due di questi sistemi d’arma (l’S 400 non è ancora esportato) è in grado di poter respingere qualsiasi attacco aereo portato con armi di precisione stand-off e di infliggere costi insopportabili in ratei di perdite, in piloti ed in velivoli, anche ad una potenza “planetaria” come gli USA.
Gli ultimi dieci anni del XX° secolo hanno incrinato la deterrenza terrestre, aerea ed aereonavale degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica. I primi venticinque del XXI° ne segneranno la progressiva uscita di scena a livello militare e geopolitico. Un singolo missile terra-aria del sistema mobile TOR-M1, con un costo unitario che non dovrebbe superare i 75.000 dollari, può abbattere un’arma di precisione stand-off da 1,5 milioni di dollari e/o un jet militare da 80 o più milioni di dollari con una letalità dal 92 al 95%. La difesa, almeno in questi anni decisivi, si sta attrezzando a neutralizzare con crescente successo l’offesa portata con le guerre di aggressione.


Negli ultimi secondi del filmato, tre TOR-M1 dimostrano la straordinaria precisione di colpire, in successione, un bersaglio che vola a bassa quota in avvicinamento veloce.

Segreto di Stato bipartisan sul sequestro Abu Omar

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Il giudice della quarta sezione del tribunale di Milano, Oscar Magi, deciderà il prossimo 20 maggio sulle numerose istanze presentate dagli avvocati degli imputati nel processo per il sequestro dell’ex imam Abu Omar, dopo che la Corte Costituzionale ha parzialmente accolto il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dal governo contro la magistratura milanese in materia di segreto di Stato. Il procuratore aggiunto Armando Spataro e il pm Ferdinando Pomarici si sono opposti, giudicandole tra le altre cose intempestive, alle richieste di proscioglimento presentate da numerosi imputati.
Per quanto riguarda invece, l’utilizzabilità delle prove, sulla scorta della sentenza della Consulta, la pubblica accusa ha ritenuto che dichiarazioni di testimoni e documentazione siano utilizzabili escludendo, in sostanza, tutti i riferimenti ai rapporti tra SISMI e CIA. La Corte Costituzionale ha accolto parzialmente i ricorsi presentati dal governo Prodi e dall’esecutivo guidato da Berlusconi, accomunati nell’opporre il segreto di Stato sulla vicenda. Sarà quindi necessario attendere la ripresa del processo per sapere se il giudice Oscar Magi vorrà continuarlo o interromperlo.
Le motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale, emessa l’11 marzo scorso, secondo gli avvocati che difendono i 36 imputati sembrerebbero lasciare poco spazio. Infatti i giudici della Corte hanno confermato la piena titolarità del presidente del Consiglio ad apporre su alcuni atti e vicende il segreto di Stato.
Il tribunale dovrà quindi, secondo la Corte, preliminarmente vagliare l’effetto di tali annullamenti sul processo in corso dal momento che la sentenza chiarisce che i rapporti fra CIA e SISMI sono coperti dal segreto di Stato e che chiunque dovesse parlare (testimoni o anche imputati) incorrerebbe nel reato di violazione di segreto di Stato punito con la reclusione fino a quattro anni.
Anche sull’utilizzazione delle intercettazioni telefoniche effettuate dalla procura, la Corte afferma che non sono utilizzabili nella parti in cui facciano riferimento ad elementi conoscitivi coperti dal segreto di Stato ed in particolare sul tema delle relazioni intercorse fra i servizi segreti italiani e quelli statunitensi.