Una guerra sporca, senza onore

sarissa

L’esordio in Afghanistan.
L’avventurismo bellico della Repubblica delle Banane continua ad irrobustirsi ed a costare alla gente perbene altri miliardi di euro
,
di Giancarlo Chetoni

La pianificazione del coinvolgimento bellico dell’Italietta in Afghanistan nasce nella Sede del Comando Generale Alleato per il Sud Europa nei mesi successivi al Novembre 2001.
Se la campagna aerea USA ha spazzato via le posizioni tenute dalle forze pashtun a est a sud ed a nord del Paese e disperso sul terreno le sue formazioni combattenti con il sostegno dei Signori della Guerra dell’Alleanza del Nord del calibro di Daud, a libro paga della CIA, accusato recentemente di efferati crimini di guerra, per la Coalizione il lavoro che resta da fare nel Paese delle Montagne è semplicemente enorme.
Il nemico non mollerà facilmente la presa. La morfologia del territorio, la sua estensione, una viabilità primitiva che si inerpica su tornanti di montagna, la totale mancanza di una decente rete stradale di altopiano, l’assenza di risorse minerali ed energetiche da depredare, una struttura sociale e religiosa reiteratamente refrattaria, ostile, a modelli di civiltà estranei ed una struttura statale inesistente fanno dell’Afghanistan, per bene che vada, un grosso buco nero.
I comandanti locali taliban, anche se danno l’ordine di smobilitazione, inviteranno i militanti a mimetizzarsi alle periferie delle città lasciando nei centri urbani i combattenti più determinati per avere occhi, orecchie e braccia alle spalle degli aggressori.
I nuclei pashtun che non saranno sciolti o distrutti esfiltrano un po’ alla volta dalle aree sottoposte a rastrellamenti e bombardamenti per trovare riparo nei fondovalle, nelle aree rurali e nei villaggi di montagna.
Anche se la vittoria è stata facile, quasi senza perdite, gli analisti militari USA e NATO sanno che tenere sotto stretto controllo militare l’intero Afghanistan non sarà né semplice né facile. Occorrerà chiedere ed ottenere, ancora una volta, il sostegno politico, economico e militare alla cosiddetta Comunità Internazionale, a quella nuova e vecchia Europa dell’Est e dell’Ovest, all’Inghilterra, al Canada, a Stati Criminali e Repubbliche delle Banane.
La nostra (!?) avventura militare prende così ufficialmente avvio sulle montagne di Kost, dopo un anno di preparazione logistica e di acclimatamento, nel Luglio 2003 con un distaccamento di paracadutisti della Folgore coinvolto in un primo conflitto a fuoco con presunte formazioni terroriste che, quella volta, si sganciano nell’oscurità. Continua a leggere

L’America ai piedi, a piedi con l’America

nike

Molti lavoratori di Nike Italy hanno manifestato a Bologna contro il licenziamento di 40 dipendenti. Il corteo è arrivato fino alla Provincia dove si è tenuto un tavolo tra sindacati confederali e l’amministratore delegato dell’azienda Andrea Rossi.

Bologna, 29 luglio – “Don’t do It, Run for Job”: parafrasando i famosissimi slogan della campagna pubblicitaria Nike molti lavoratori sono scesi in piazza contro il licenziamento di 40 persone. Magliette gialle personalizzate con gli adesivi della campagna e palloncini bianchi hanno colorato piazza VIII Agosto e sfilato per un breve tratto tra le vie del centro. Il detournement della campagna di protesta attacca la Nike nella sua retorica: da una parte si esalta in concetto di team come punto di forza dell’immagine aziendale, dall’altra si licenzia per una semplice riorganizzazione.
Non è la crisi, infatti, il motivo dei licenziamenti, ci spiegano i lavoratori, ma un semplice cambiamento dell’assetto organizzativo: diminuzione dei dipendenti e aumento di carico di lavoro per chi rimane.
Il corteo si è concluso davanti alla sede della Provincia in via Zamboni dove un gruppo di rappresentanti sindacali di CGIL, CISL e UIL hanno incontrato l’amministratore delegato della multinazionale.
[Fonte infoaut; grassetto nostro]

Barack Obama secondo Carlos

Barack-obama

Pensate che ci si potrà attendere qualcosa da Barack Obama?
No. È probabile che la sua amministrazione adotterà alcune misure sociali, che i poveri e diseredati vivranno un po’ meglio. Ma nulla di più, fondamentalmente non cambierà nulla. Questo è Barack Obama, un po’ come Kennedy ai suo tempi, è un uomo politico che ispira simpatia. Ma è soltanto marketing, nulla di più ed è per questo che è stato scelto. Negli Stati Uniti, si viene eletti perché si ha abbastanza denaro per finanziare la migliore campagna elettorale. Ma da dove viene quest’ultimo? Dai conti in banca dei capitalisti e dei sionisti. Questi hanno deciso di salvare il sistema americano, per ciò gli hanno dato un nuovo volto: Obama. Ma questo maquillage non modifica la natura intrinseca del sistema americano. Obama non è stato eletto per fare la rivoluzione ma per far uscire gli Stati Uniti da una crisi, dunque non cambierà nulla, continuerà in un modo diverso ciò che hanno fatto i suoi predecessori. In campo internazionale, anche se sono presentati in modo meno brutale, gli scopi resteranno gli stessi e continuerà la politica di Bush in Iraq, in Iran, in Afghanistan, in America latina…

Da Intervista a Ilich Ramirez Sanchez detto Carlos, di Christian Bouchet.

[Carlos sulla strage di Bologna, di cui a giorni ricorre il 29° anniversario]

Una questione di percezioni

cimitero musulmano

Washington, 27 luglio – Cambia la strategia di comunicazione degli USA in Afghanistan: le forze armate americane hanno deciso di non rendere più noto il numero dei talebani uccisi. La decisione, annunciata dal generale Gregory Smith, punta a concentrare gli sforzi sulla protezione dei cittadini afghani piuttosto che sull’eliminazione dei ribelli. “Indicare il numero delle vittime tra gli estremisti ha ben poca importanza per le vite degli afghani”, ha spiegato il direttore della comunicazione delle forze USA.
La divulgazione del numero dei caduti tra i nemici è sempre stata molto spinosa per le forze USA sin dalla guerra del Vietnam, quando ai bollettini trionfalistici dei generali non facevano seguito progressi sul terreno. Nelle missioni in Afghanistan e in Iraq, il Pentagono ha cambiato più volte strategia. In passato, alcune fonti militari hanno ammesso che le dichiarazioni sul numero delle vittime dei raid USA erano parte di una precisa strategia messa a punto per evidenziare il successo contro le forze nemiche. “Non abbiamo condotto le nostre operazioni per uccidere i ribelli, anche se in molti casi questo è il risultato, ma per dare alla popolazione la possibilità di ricostruire le proprie vite, socialmente ed economicamente”, ha sottolineato Smith.
(AGI)

Ipotesi: forse ultimamente le hanno sparate così grosse che più nessuno ormai ci credeva?
Comunque, il cinismo (in salsa obamiana) regna sovrano.

Riportiamo a casa i nostri militari

1-11-2009

L’Italia e l’Europa tutta è stata coinvolta subito dopo l’11 settembre in azioni militari mascherate da missioni di pace e di “prevenzione” contro il terrorismo islamico per il sol fatto che ha dovuto seguire ed eseguire come un cane al guinzaglio gli ordini del padrone conclamato, dell’ imperatore sionista mascherato da impero del “bene contro il male”, i buoni contro i cattivi delle favole dei bambini.
Questa situazione turpe resa possibile da equilibri geo-politici e militari favorevoli all’asse USA-Inghilterra-Israele, totali dominanti delle economie e degli arsenali militari dell’occidente, ha ormai mostrato la sua vera faccia esclusiva di un mercato (e di una politica serva di esso) all’affannosa ricerca di una dimensione più ampia (appunto espansionistica) per rispondere alle esigenze tipiche dei modelli liberisti che prevedono il continuo aumento produttivo di merci e sfruttamento di nuove risorse materiali ed umane, onde evitare il crollo, il fallimento di una logica ed una “scienza” liberista egemonica che morirebbe appunto se non si allargasse almeno di un metro ogni giorno.
(…)
Quindi anche i “bambini” hanno capito le orribili falsità delle missioni di “pace” a cui stiamo pagando dazio in termini di notevoli esborsi finanziari, perdite umane dei nostri connazionali, crudelissimi ed orribili spalleggiamenti a stragi di intere città (100.000 morti a Falluja), quartieri di Bagdad con decine di morti al giorno causati dalla resistenza iraqena, il caos in Libano causato dalle continue ingerenze nei governi di quella Nazione, praticamente l’inferno portato a casa di queste ex-nazioni, senza più una vita regolare e pacifica, senza più una speranza di riappropriarsi della propria auto-determinazione, trattati con la scientifica esecuzione di un piano militare di sterminio culturale e fisico di chi non “sposa” il diktat USA-GB-israeliano (la “promo” è: esportare democrazia).
Tutto con la complicità di tutti i Paesi europei ma soprattutto italiana e tedesca (unite da un “tragico destino” di cane al guinzaglio… adesso è il tempo “di massima servitù'” di questi due paesi stra-sconfitti dai liberal-capitalisti conquistatori dell’ultimo conflitto mondiale, della Russia “malandata” è al momento dispersivo parlare).
Ora è da chiedersi chi e come deve fermare queste scelte sadiche e criminali di chi non vede altro sviluppo se non continuare politiche colonialiste e di depredazione delle risorse altrui, la vecchia e solita politica a cui asssistiamo dai tempi “moderni” di Cristoforo Colombo.
L’unica arma vera che abbiamo è sempre quella del “consenso da togliere” al Re infame, al Despota, al Ministro, della piazza piena e gremita di un ritrovato senso della propria voce e della propria consapevolezza di poter rovesciare il corso degli eventi o quantomeno fermarlo. E deve essere recepita e stimata come valida, urgente e politicamente necessaria.
(…)
A tutto, proprio tutto… c’è sempre un limite.
Il popolo andrà a Roma a chiedere l’annullamento delle missioni in Afghanistan, Libano, Iraq
Non passeremo inosservati, milioni di drappeggi bianchi dimostreranno anche al vicino Vicario di Cristo che il colore della totalità plasmante dei colori non è una sua esclusiva, non esistono esclusive per salvare la nostra vita. Per riaffermare la nostra indipendenza militare e politica… tutti quanti sanno che bisogna fermare queste missioni per mille motivi… tutti devono sapere che fermarle si deve e si può… tutti devono sapere che questa è una opportunità per riscoprire il senso di appartenenza ad una Nazione davvero savia e civile… tutti devono saper fondere il loro “particulare” colore, nel bianco, l'”energia luminosa” composta da tutti i colori, il simbolo dell’inversione all’attuale tendenza: dalla dispersione popolare in “mille colori”, alla luce unica e plasmante del Popolo ritornato ad essere “Comunità d’intenti”, comunità positiva… comunità fiduciosa.
Il 1° novembre 2009, dalle ore 10.00 alle ore 16.00 in Piazza Farnesina Ministero degli Esteri a Roma.
Non credo possiamo attender oltre.
“Passato è il tempo che di aspettar ci basti” .

Da La grave “escalation” della politica estera “poco italiana”. Fermiamola!, di Franco Vezio.

Ivo Daalder: Stati Uniti e NATO contro l’ONU

ivo daalder

Olandese di nascita, Ivo Daalder è l’attuale rappresentate permanente (ambasciatore) degli Stati Uniti presso la NATO. Daalder si è fatto le ossa nei Balcani, occupando negli anni novanta sotto le presidenze Clinton il ruolo di direttore degli affari europei del Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Benché nominato da Clinton, egli criticò il suo presidente durante l’aggressione alla ex-Jugoslavia del 1999 a causa del mancato intervento terrestre.
Il giorno seguente a quello in cui Daalder è stato designato da Barack Obama quale ambasciatore alla NATO (11 marzo), un articolo apparso nella stampa olandese, definendolo un “falco liberale”, ha ricordato come egli fosse fra i firmatari della lettera che nel gennaio 2005 il Project for a New American Century (PNAC, uno dei “serbatoi di pensiero” artefici della politica estera statunitense durante le amministrazioni di George Bush) aveva inviato al Congresso richiedendo urgentemente l’aumento dei militari USA impiegati in Iraq. Nell’articolo si ricordava anche come Daalder avesse spesso scritto circa il diritto-dovere della cosiddetta “comunità internazionale” – traduzione: Stati Uniti e Gran Bretagna con vassalli e valvassini vari ed eventuali provenienti da un generico Occidente – di usare lo strumento militare sotto copertura umanitaria per intervenire in quei Paesi che “hanno mancato di adempiere le proprie responsabilità”.
Al momento della nomina, Daalder ricopriva il posto di docente di studi di politica estera presso la Brookings Institution; egli è, inoltre, membro del paramassonico Council on Foreign Relations (CFR) e dell’International Institute for Strategic Studies.
L’edizione cartacea di Russia Today ha commentato la sua designazione con le seguenti parole: “L’amministrazione Obama vede nella NATO il nucleo di un’organizzazione globale delle democrazie che prenderà il posto, eventualmente, delle Nazioni Unite. Washington desidera che la NATO si allarghi con l’ingresso di Paesi come Australia, Giappone, Brasile e Sudafrica e diventi un’organizzazione globale che si occupi non solo di questioni di sicurezza ma anche di epidemie e diritti umani… Il nuovo ambasciatore USA presso la NATO Ivo Daalder è un grande sostenitore di questa idea”.
Daalder, consigliere di Obama in politica estera durante la campagna presidenziale, è un forte promotore del cosiddetto Concerto delle Democrazie, presupposto del quale è l’idea che l’ONU sia un’istituzione ormai datata. L’origine del paradigma di Concerto delle Democrazie, sotto l’egida della NATO ed in opposizione all’ONU, può essere rinvenuta in un’editoriale apparso sul Washington Post del 23 maggio 2004 intitolato “Un’alleanza di democrazie”, scritto a quattro mani da Ivo Daalder e James Lindsay, allora vice presidente e direttore degli studi presso il CFR. Nell’articolo, gli autori non lasciavano alcun dubbio su quale sia l’istituzione da rimpiazzare con una NATO globale : “Un problema immediato è che le Nazioni Unite non sono in grado di fare la differenza. I suoi Caschi Blu possono agevolare il mantenimento della pace quando i cobelligeranti interrompono le ostilità. Ma, come abbiamo appreso nei Balcani, non possono sancire la pace dove essa non esiste. (…) Il problema più grande è che queste (dell’ONU, ndr) proposte di riforma non arrivano al cuore di ciò che affligge l’organizzazione: essa tratta gli Stati membri come egualmente sovrani a prescindere dal carattere dei loro governi. L’idea di eguale sovranità riflette una decisione assunta dai governi sessant’anni fa secondo la quale sarebbe stato meglio che essi non si fossero arrogati il diritto di intervenire negli affari interni degli altri. Questa scelta ormai non ha più senso. Oggi il rispetto per la sovranità statale dovrebbe essere condizionato da come gli Stati agiscono all’interno, non solo all’estero. Abbiamo bisogno di un’Alleanza di Stati Democratici. Questa organizzazione dovrebbe unire le nazioni con solide tradizioni democratiche, quali gli Stati Uniti e il Canada; i Paesi dell’Unione Europea; Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda ed Australia; India ed Israele; Botswana e Costa Rica.”

Imperterrito, Daalder ha offerto una replica due anni e mezzo dopo (12 ottobre 2006), questa volta in una vetrina generosamente concessagli dall’International Herald Tribune, pubblicazione gemella del New York Times (l’altro principale pilastro della “libera stampa” americana), in un articolo di cui era coautore con James Goldgeier, anch’egli appartenente al CFR.
Nel pezzo, intitolato “Per la sicurezza globale, espandere l’alleanza”, si afferma: “La NATO deve diventare più estesa e globale ammettendo ogni Stato democratico che abbia il desiderio e la capacità di contribuire all’adempimento delle nuove responsabilità dell’alleanza. Altri Paesi democratici condividono i valori della NATO e molti interessi comuni – inclusi Australia, Brasile, Giappone, India, Nuova Zelanda, Sudafrica e Corea del Sud – e tutti loro possono grandemente contribuire agli sforzi della NATO con l’offerta di forze militari aggiuntive o sostegno logistico…”. Il contributo è urgente perché “il dispositivo militare della NATO è assottigliato dalle molte nuove missioni che deve adempiere in Iraq ed in Afghanistan, così come in Sudan, Congo ed altri parti dell’Africa.”
Nel marzo 2007, parlando del progetto di scudo antimissile globale, l’allora vice Segretario di Stato statunitense John Rood dichiarò che i siti all’uopo individuati in Polonia e Repubblica Ceca “dovrebbero essere integrati con le installazioni radar esistenti nel Regno Unito ed in Groenlandia così come con gli intercettori di difesa missilistica in California ed Alaska”, aggiungendo che a quel tempo qualcosa come quattordici Paesi erano già coinvolti nei piani, inclusi “Australia, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Israele, India, Giappone, Olanda ed Ucraina. Anche Taiwan sta partecipando…”.
La correlazione fra i Paesi non NATO menzionati come membri del Concerto o Alleanza delle Democrazie sotto l’egida atlantica e quelli che si stanno integrando nel sistema globale di scudo antimissile è più che evidente.

[Sulla strategia statunitense per svuotare dall'interno le Nazioni Unite: Accordo segreto fra l'ONU e la NATO]

L’Italia chiamò: i soldati denunciano l’uranio impoverito

«I soldati americani erano equipaggiati diversamente. Prima di entrare in una zona considerata a rischio indossavano tute protettive, guanti speciali, maschere con filtro. Noi invece lavoravamo a mani nude, le nostre maschere, quando ce le davano, erano di carta, tute niente».

Quattro soldati cercano un difficile ritorno alla normalità dopo essersi ammalati di tumore operando in zone bombardate con armi all’uranio impoverito. Luca, Emerico, Angelo e Salvatore hanno scelto volontariamente la divisa, ma sono stati abbandonati dall’Esercito proprio quando hanno dovuto lottare per la vita. Chi ha denunciato ha subito minacce e ricatti, chi ha taciuto è sprofondato nella solitudine. L’Italia chiamò è un’inchiesta multimediale che racconta attraverso immagini e testo gli effetti dell’inquinamento bellico sul personale delle forze armate italiane impiegato in Bosnia, Kosovo e Iraq. Il documentario giornalistico, premiato dalla critica, riannoda in un diario intimo le storie dei soldati, ricostruendo la catena delle responsabilità.

Ottobre 1993. Travolto dallo scandalo della Sindrome del Golfo, che ha fatto migliaia di vittime tra i militari inviati in Iraq, il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti dirama le prime norme generali di protezione dall’uranio impoverito. Il videotape informativo, originariamente destinato alle caserme, viene trasmesso a tutti i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica, ma in Italia lo Stato Maggiore dell’Esercito non lo mostrerà mai ai soldati, che continueranno a partire per le missioni di “pace” all’estero senza adeguate protezioni, ammalandosi e morendo. Perché i vertici delle forze armate hanno taciuto? Hanno sottovalutato i rischi oppure nessuno ha voluto assumersi la responsabilità di rispondere alle famiglie di chi aveva subito la contaminazione? In uno scenario inquinato da statistiche fasulle, due Commissioni parlamentari d’inchiesta hanno cercato di ristabilire la verità dei fatti, riuscendoci solo parzialmente. Per alcuni scienziati non è dimostrabile il nesso causa-effetto tra l’insorgenza dei tumori e l’esposizione all’inquinamento bellico. Ma nei corpi dei soldati ci sono elementi chimici che possono provenire solo da esplosione di uranio impoverito. Di recente i tribunali ne hanno riconosciuto gli effetti letali, aprendo la strada a centinaia di richieste di risarcimento. Mentre la politica litiga sulle cifre, chiunque è libero di sperimentare armi non convenzionali nei poligoni sardi, bastano 50.000 dollari ed un’autocertificazione. Il picco dei decessi deve ancora arrivare, avvertono gli scienziati, aspettiamoci il peggio.

Secondo le organizzazioni che raggruppano i familiari delle vittime, oltre 2500 soldati sono stati colpiti dalla Sindrome dei Balcani, mentre 167 sono già morti. Questa tragedia si sarebbe potuta evitare, ma lo Stato Maggiore della Difesa dell’Esercito italiano, pur conoscendo da molto tempo i rischi di un’esposizione prolungata all’uranio impoverito, non ha fornito ai militari l’equipaggiamento necessario.
Il nemico invisibile sono le radiazioni e le polveri sottili prodotte durante i bombardamenti. Un video, girato dagli stessi soldati e tuttora classificato come riservato, mostra le procedure standard adottate durante l’Operazione Vulcano, una massiccia bonifica effettuata in Bosnia il 14 novembre 1996. I soldati seppelliscono in una profonda buca le armi e le munizioni lasciate sullo scenario di guerra dall’esercito yugoslavo, poi le fanno brillare. Con il risultato che una nuvola radioattiva investe l’accampamento. Dopo otto anni, otto dei soldati che hanno partecipato a quella operazione si sono ammalati di tumore, due sono morti, mentre altri due hanno avuto figli con malformazioni genetiche.
L’Italia chiamò è un’inchiesta multimediale su uno scandalo militare che ha avuto poco visibilità in Italia nonostante la morte di centinaia di militari. Le testimonianze di Emerico, Angelo, Salvatore e Luca – congedati dall’Esercito e ritornati alla vita civile – sono intrecciate al dramma della difficile guarigione dalla malattia.

L’Italia chiamò.
Uranio impoverito: i soldati denunciano

di Leonardo Brogioni, Angelo Miotto, Matteo Scanni
Edizioni Ambiente, ISBN 978-88-96238-07-3

L’Italia chiamò è anche un documentario, la cui versione originale (in dvd allegato al libro) ha una durata di 47 minuti.
Qui è possibile visionarne una versione ridotta da 15 minuti.