Una guerra sporca, senza onore

sarissa

L’esordio in Afghanistan.
L’avventurismo bellico della Repubblica delle Banane continua ad irrobustirsi ed a costare alla gente perbene altri miliardi di euro
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di Giancarlo Chetoni

La pianificazione del coinvolgimento bellico dell’Italietta in Afghanistan nasce nella Sede del Comando Generale Alleato per il Sud Europa nei mesi successivi al Novembre 2001.
Se la campagna aerea USA ha spazzato via le posizioni tenute dalle forze pashtun a est a sud ed a nord del Paese e disperso sul terreno le sue formazioni combattenti con il sostegno dei Signori della Guerra dell’Alleanza del Nord del calibro di Daud, a libro paga della CIA, accusato recentemente di efferati crimini di guerra, per la Coalizione il lavoro che resta da fare nel Paese delle Montagne è semplicemente enorme.
Il nemico non mollerà facilmente la presa. La morfologia del territorio, la sua estensione, una viabilità primitiva che si inerpica su tornanti di montagna, la totale mancanza di una decente rete stradale di altopiano, l’assenza di risorse minerali ed energetiche da depredare, una struttura sociale e religiosa reiteratamente refrattaria, ostile, a modelli di civiltà estranei ed una struttura statale inesistente fanno dell’Afghanistan, per bene che vada, un grosso buco nero.
I comandanti locali taliban, anche se danno l’ordine di smobilitazione, inviteranno i militanti a mimetizzarsi alle periferie delle città lasciando nei centri urbani i combattenti più determinati per avere occhi, orecchie e braccia alle spalle degli aggressori.
I nuclei pashtun che non saranno sciolti o distrutti esfiltrano un po’ alla volta dalle aree sottoposte a rastrellamenti e bombardamenti per trovare riparo nei fondovalle, nelle aree rurali e nei villaggi di montagna.
Anche se la vittoria è stata facile, quasi senza perdite, gli analisti militari USA e NATO sanno che tenere sotto stretto controllo militare l’intero Afghanistan non sarà né semplice né facile. Occorrerà chiedere ed ottenere, ancora una volta, il sostegno politico, economico e militare alla cosiddetta Comunità Internazionale, a quella nuova e vecchia Europa dell’Est e dell’Ovest, all’Inghilterra, al Canada, a Stati Criminali e Repubbliche delle Banane.
La nostra (!?) avventura militare prende così ufficialmente avvio sulle montagne di Kost, dopo un anno di preparazione logistica e di acclimatamento, nel Luglio 2003 con un distaccamento di paracadutisti della Folgore coinvolto in un primo conflitto a fuoco con presunte formazioni terroriste che, quella volta, si sganciano nell’oscurità. Continua a leggere

L’America ai piedi, a piedi con l’America

nike

Molti lavoratori di Nike Italy hanno manifestato a Bologna contro il licenziamento di 40 dipendenti. Il corteo è arrivato fino alla Provincia dove si è tenuto un tavolo tra sindacati confederali e l’amministratore delegato dell’azienda Andrea Rossi.

Bologna, 29 luglio – “Don’t do It, Run for Job”: parafrasando i famosissimi slogan della campagna pubblicitaria Nike molti lavoratori sono scesi in piazza contro il licenziamento di 40 persone. Magliette gialle personalizzate con gli adesivi della campagna e palloncini bianchi hanno colorato piazza VIII Agosto e sfilato per un breve tratto tra le vie del centro. Il detournement della campagna di protesta attacca la Nike nella sua retorica: da una parte si esalta in concetto di team come punto di forza dell’immagine aziendale, dall’altra si licenzia per una semplice riorganizzazione.
Non è la crisi, infatti, il motivo dei licenziamenti, ci spiegano i lavoratori, ma un semplice cambiamento dell’assetto organizzativo: diminuzione dei dipendenti e aumento di carico di lavoro per chi rimane.
Il corteo si è concluso davanti alla sede della Provincia in via Zamboni dove un gruppo di rappresentanti sindacali di CGIL, CISL e UIL hanno incontrato l’amministratore delegato della multinazionale.
[Fonte infoaut; grassetto nostro]

Barack Obama secondo Carlos

Barack-obama

Pensate che ci si potrà attendere qualcosa da Barack Obama?
No. È probabile che la sua amministrazione adotterà alcune misure sociali, che i poveri e diseredati vivranno un po’ meglio. Ma nulla di più, fondamentalmente non cambierà nulla. Questo è Barack Obama, un po’ come Kennedy ai suo tempi, è un uomo politico che ispira simpatia. Ma è soltanto marketing, nulla di più ed è per questo che è stato scelto. Negli Stati Uniti, si viene eletti perché si ha abbastanza denaro per finanziare la migliore campagna elettorale. Ma da dove viene quest’ultimo? Dai conti in banca dei capitalisti e dei sionisti. Questi hanno deciso di salvare il sistema americano, per ciò gli hanno dato un nuovo volto: Obama. Ma questo maquillage non modifica la natura intrinseca del sistema americano. Obama non è stato eletto per fare la rivoluzione ma per far uscire gli Stati Uniti da una crisi, dunque non cambierà nulla, continuerà in un modo diverso ciò che hanno fatto i suoi predecessori. In campo internazionale, anche se sono presentati in modo meno brutale, gli scopi resteranno gli stessi e continuerà la politica di Bush in Iraq, in Iran, in Afghanistan, in America latina…

Da Intervista a Ilich Ramirez Sanchez detto Carlos, di Christian Bouchet.

[Carlos sulla strage di Bologna, di cui a giorni ricorre il 29° anniversario]

Una questione di percezioni

cimitero musulmano

Washington, 27 luglio – Cambia la strategia di comunicazione degli USA in Afghanistan: le forze armate americane hanno deciso di non rendere più noto il numero dei talebani uccisi. La decisione, annunciata dal generale Gregory Smith, punta a concentrare gli sforzi sulla protezione dei cittadini afghani piuttosto che sull’eliminazione dei ribelli. “Indicare il numero delle vittime tra gli estremisti ha ben poca importanza per le vite degli afghani”, ha spiegato il direttore della comunicazione delle forze USA.
La divulgazione del numero dei caduti tra i nemici è sempre stata molto spinosa per le forze USA sin dalla guerra del Vietnam, quando ai bollettini trionfalistici dei generali non facevano seguito progressi sul terreno. Nelle missioni in Afghanistan e in Iraq, il Pentagono ha cambiato più volte strategia. In passato, alcune fonti militari hanno ammesso che le dichiarazioni sul numero delle vittime dei raid USA erano parte di una precisa strategia messa a punto per evidenziare il successo contro le forze nemiche. “Non abbiamo condotto le nostre operazioni per uccidere i ribelli, anche se in molti casi questo è il risultato, ma per dare alla popolazione la possibilità di ricostruire le proprie vite, socialmente ed economicamente”, ha sottolineato Smith.
(AGI)

Ipotesi: forse ultimamente le hanno sparate così grosse che più nessuno ormai ci credeva?
Comunque, il cinismo (in salsa obamiana) regna sovrano.

Riportiamo a casa i nostri militari

1-11-2009

L’Italia e l’Europa tutta è stata coinvolta subito dopo l’11 settembre in azioni militari mascherate da missioni di pace e di “prevenzione” contro il terrorismo islamico per il sol fatto che ha dovuto seguire ed eseguire come un cane al guinzaglio gli ordini del padrone conclamato, dell’ imperatore sionista mascherato da impero del “bene contro il male”, i buoni contro i cattivi delle favole dei bambini.
Questa situazione turpe resa possibile da equilibri geo-politici e militari favorevoli all’asse USA-Inghilterra-Israele, totali dominanti delle economie e degli arsenali militari dell’occidente, ha ormai mostrato la sua vera faccia esclusiva di un mercato (e di una politica serva di esso) all’affannosa ricerca di una dimensione più ampia (appunto espansionistica) per rispondere alle esigenze tipiche dei modelli liberisti che prevedono il continuo aumento produttivo di merci e sfruttamento di nuove risorse materiali ed umane, onde evitare il crollo, il fallimento di una logica ed una “scienza” liberista egemonica che morirebbe appunto se non si allargasse almeno di un metro ogni giorno.
(…)
Quindi anche i “bambini” hanno capito le orribili falsità delle missioni di “pace” a cui stiamo pagando dazio in termini di notevoli esborsi finanziari, perdite umane dei nostri connazionali, crudelissimi ed orribili spalleggiamenti a stragi di intere città (100.000 morti a Falluja), quartieri di Bagdad con decine di morti al giorno causati dalla resistenza iraqena, il caos in Libano causato dalle continue ingerenze nei governi di quella Nazione, praticamente l’inferno portato a casa di queste ex-nazioni, senza più una vita regolare e pacifica, senza più una speranza di riappropriarsi della propria auto-determinazione, trattati con la scientifica esecuzione di un piano militare di sterminio culturale e fisico di chi non “sposa” il diktat USA-GB-israeliano (la “promo” è: esportare democrazia).
Tutto con la complicità di tutti i Paesi europei ma soprattutto italiana e tedesca (unite da un “tragico destino” di cane al guinzaglio… adesso è il tempo “di massima servitù’” di questi due paesi stra-sconfitti dai liberal-capitalisti conquistatori dell’ultimo conflitto mondiale, della Russia “malandata” è al momento dispersivo parlare).
Ora è da chiedersi chi e come deve fermare queste scelte sadiche e criminali di chi non vede altro sviluppo se non continuare politiche colonialiste e di depredazione delle risorse altrui, la vecchia e solita politica a cui asssistiamo dai tempi “moderni” di Cristoforo Colombo.
L’unica arma vera che abbiamo è sempre quella del “consenso da togliere” al Re infame, al Despota, al Ministro, della piazza piena e gremita di un ritrovato senso della propria voce e della propria consapevolezza di poter rovesciare il corso degli eventi o quantomeno fermarlo. E deve essere recepita e stimata come valida, urgente e politicamente necessaria.
(…)
A tutto, proprio tutto… c’è sempre un limite.
Il popolo andrà a Roma a chiedere l’annullamento delle missioni in Afghanistan, Libano, Iraq
Non passeremo inosservati, milioni di drappeggi bianchi dimostreranno anche al vicino Vicario di Cristo che il colore della totalità plasmante dei colori non è una sua esclusiva, non esistono esclusive per salvare la nostra vita. Per riaffermare la nostra indipendenza militare e politica… tutti quanti sanno che bisogna fermare queste missioni per mille motivi… tutti devono sapere che fermarle si deve e si può… tutti devono sapere che questa è una opportunità per riscoprire il senso di appartenenza ad una Nazione davvero savia e civile… tutti devono saper fondere il loro “particulare” colore, nel bianco, l’”energia luminosa” composta da tutti i colori, il simbolo dell’inversione all’attuale tendenza: dalla dispersione popolare in “mille colori”, alla luce unica e plasmante del Popolo ritornato ad essere “Comunità d’intenti”, comunità positiva… comunità fiduciosa.
Il 1° novembre 2009, dalle ore 10.00 alle ore 16.00 in Piazza Farnesina Ministero degli Esteri a Roma.
Non credo possiamo attender oltre.
“Passato è il tempo che di aspettar ci basti” .

Da La grave “escalation” della politica estera “poco italiana”. Fermiamola!, di Franco Vezio.

Ivo Daalder: Stati Uniti e NATO contro l’ONU

ivo daalder

Olandese di nascita, Ivo Daalder è l’attuale rappresentate permanente (ambasciatore) degli Stati Uniti presso la NATO. Daalder si è fatto le ossa nei Balcani, occupando negli anni novanta sotto le presidenze Clinton il ruolo di direttore degli affari europei del Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Benché nominato da Clinton, egli criticò il suo presidente durante l’aggressione alla ex-Jugoslavia del 1999 a causa del mancato intervento terrestre.
Il giorno seguente a quello in cui Daalder è stato designato da Barack Obama quale ambasciatore alla NATO (11 marzo), un articolo apparso nella stampa olandese, definendolo un “falco liberale”, ha ricordato come egli fosse fra i firmatari della lettera che nel gennaio 2005 il Project for a New American Century (PNAC, uno dei “serbatoi di pensiero” artefici della politica estera statunitense durante le amministrazioni di George Bush) aveva inviato al Congresso richiedendo urgentemente l’aumento dei militari USA impiegati in Iraq. Nell’articolo si ricordava anche come Daalder avesse spesso scritto circa il diritto-dovere della cosiddetta “comunità internazionale” – traduzione: Stati Uniti e Gran Bretagna con vassalli e valvassini vari ed eventuali provenienti da un generico Occidente – di usare lo strumento militare sotto copertura umanitaria per intervenire in quei Paesi che “hanno mancato di adempiere le proprie responsabilità”.
Al momento della nomina, Daalder ricopriva il posto di docente di studi di politica estera presso la Brookings Institution; egli è, inoltre, membro del paramassonico Council on Foreign Relations (CFR) e dell’International Institute for Strategic Studies.
L’edizione cartacea di Russia Today ha commentato la sua designazione con le seguenti parole: “L’amministrazione Obama vede nella NATO il nucleo di un’organizzazione globale delle democrazie che prenderà il posto, eventualmente, delle Nazioni Unite. Washington desidera che la NATO si allarghi con l’ingresso di Paesi come Australia, Giappone, Brasile e Sudafrica e diventi un’organizzazione globale che si occupi non solo di questioni di sicurezza ma anche di epidemie e diritti umani… Il nuovo ambasciatore USA presso la NATO Ivo Daalder è un grande sostenitore di questa idea”.
Daalder, consigliere di Obama in politica estera durante la campagna presidenziale, è un forte promotore del cosiddetto Concerto delle Democrazie, presupposto del quale è l’idea che l’ONU sia un’istituzione ormai datata. L’origine del paradigma di Concerto delle Democrazie, sotto l’egida della NATO ed in opposizione all’ONU, può essere rinvenuta in un’editoriale apparso sul Washington Post del 23 maggio 2004 intitolato “Un’alleanza di democrazie”, scritto a quattro mani da Ivo Daalder e James Lindsay, allora vice presidente e direttore degli studi presso il CFR. Nell’articolo, gli autori non lasciavano alcun dubbio su quale sia l’istituzione da rimpiazzare con una NATO globale : “Un problema immediato è che le Nazioni Unite non sono in grado di fare la differenza. I suoi Caschi Blu possono agevolare il mantenimento della pace quando i cobelligeranti interrompono le ostilità. Ma, come abbiamo appreso nei Balcani, non possono sancire la pace dove essa non esiste. (…) Il problema più grande è che queste (dell’ONU, ndr) proposte di riforma non arrivano al cuore di ciò che affligge l’organizzazione: essa tratta gli Stati membri come egualmente sovrani a prescindere dal carattere dei loro governi. L’idea di eguale sovranità riflette una decisione assunta dai governi sessant’anni fa secondo la quale sarebbe stato meglio che essi non si fossero arrogati il diritto di intervenire negli affari interni degli altri. Questa scelta ormai non ha più senso. Oggi il rispetto per la sovranità statale dovrebbe essere condizionato da come gli Stati agiscono all’interno, non solo all’estero. Abbiamo bisogno di un’Alleanza di Stati Democratici. Questa organizzazione dovrebbe unire le nazioni con solide tradizioni democratiche, quali gli Stati Uniti e il Canada; i Paesi dell’Unione Europea; Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda ed Australia; India ed Israele; Botswana e Costa Rica.”

Imperterrito, Daalder ha offerto una replica due anni e mezzo dopo (12 ottobre 2006), questa volta in una vetrina generosamente concessagli dall’International Herald Tribune, pubblicazione gemella del New York Times (l’altro principale pilastro della “libera stampa” americana), in un articolo di cui era coautore con James Goldgeier, anch’egli appartenente al CFR.
Nel pezzo, intitolato “Per la sicurezza globale, espandere l’alleanza”, si afferma: “La NATO deve diventare più estesa e globale ammettendo ogni Stato democratico che abbia il desiderio e la capacità di contribuire all’adempimento delle nuove responsabilità dell’alleanza. Altri Paesi democratici condividono i valori della NATO e molti interessi comuni – inclusi Australia, Brasile, Giappone, India, Nuova Zelanda, Sudafrica e Corea del Sud – e tutti loro possono grandemente contribuire agli sforzi della NATO con l’offerta di forze militari aggiuntive o sostegno logistico…”. Il contributo è urgente perché “il dispositivo militare della NATO è assottigliato dalle molte nuove missioni che deve adempiere in Iraq ed in Afghanistan, così come in Sudan, Congo ed altri parti dell’Africa.”
Nel marzo 2007, parlando del progetto di scudo antimissile globale, l’allora vice Segretario di Stato statunitense John Rood dichiarò che i siti all’uopo individuati in Polonia e Repubblica Ceca “dovrebbero essere integrati con le installazioni radar esistenti nel Regno Unito ed in Groenlandia così come con gli intercettori di difesa missilistica in California ed Alaska”, aggiungendo che a quel tempo qualcosa come quattordici Paesi erano già coinvolti nei piani, inclusi “Australia, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Israele, India, Giappone, Olanda ed Ucraina. Anche Taiwan sta partecipando…”.
La correlazione fra i Paesi non NATO menzionati come membri del Concerto o Alleanza delle Democrazie sotto l’egida atlantica e quelli che si stanno integrando nel sistema globale di scudo antimissile è più che evidente.

[Sulla strategia statunitense per svuotare dall'interno le Nazioni Unite: Accordo segreto fra l'ONU e la NATO]

L’Italia chiamò: i soldati denunciano l’uranio impoverito

«I soldati americani erano equipaggiati diversamente. Prima di entrare in una zona considerata a rischio indossavano tute protettive, guanti speciali, maschere con filtro. Noi invece lavoravamo a mani nude, le nostre maschere, quando ce le davano, erano di carta, tute niente».

Quattro soldati cercano un difficile ritorno alla normalità dopo essersi ammalati di tumore operando in zone bombardate con armi all’uranio impoverito. Luca, Emerico, Angelo e Salvatore hanno scelto volontariamente la divisa, ma sono stati abbandonati dall’Esercito proprio quando hanno dovuto lottare per la vita. Chi ha denunciato ha subito minacce e ricatti, chi ha taciuto è sprofondato nella solitudine. L’Italia chiamò è un’inchiesta multimediale che racconta attraverso immagini e testo gli effetti dell’inquinamento bellico sul personale delle forze armate italiane impiegato in Bosnia, Kosovo e Iraq. Il documentario giornalistico, premiato dalla critica, riannoda in un diario intimo le storie dei soldati, ricostruendo la catena delle responsabilità.

Ottobre 1993. Travolto dallo scandalo della Sindrome del Golfo, che ha fatto migliaia di vittime tra i militari inviati in Iraq, il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti dirama le prime norme generali di protezione dall’uranio impoverito. Il videotape informativo, originariamente destinato alle caserme, viene trasmesso a tutti i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica, ma in Italia lo Stato Maggiore dell’Esercito non lo mostrerà mai ai soldati, che continueranno a partire per le missioni di “pace” all’estero senza adeguate protezioni, ammalandosi e morendo. Perché i vertici delle forze armate hanno taciuto? Hanno sottovalutato i rischi oppure nessuno ha voluto assumersi la responsabilità di rispondere alle famiglie di chi aveva subito la contaminazione? In uno scenario inquinato da statistiche fasulle, due Commissioni parlamentari d’inchiesta hanno cercato di ristabilire la verità dei fatti, riuscendoci solo parzialmente. Per alcuni scienziati non è dimostrabile il nesso causa-effetto tra l’insorgenza dei tumori e l’esposizione all’inquinamento bellico. Ma nei corpi dei soldati ci sono elementi chimici che possono provenire solo da esplosione di uranio impoverito. Di recente i tribunali ne hanno riconosciuto gli effetti letali, aprendo la strada a centinaia di richieste di risarcimento. Mentre la politica litiga sulle cifre, chiunque è libero di sperimentare armi non convenzionali nei poligoni sardi, bastano 50.000 dollari ed un’autocertificazione. Il picco dei decessi deve ancora arrivare, avvertono gli scienziati, aspettiamoci il peggio.

Secondo le organizzazioni che raggruppano i familiari delle vittime, oltre 2500 soldati sono stati colpiti dalla Sindrome dei Balcani, mentre 167 sono già morti. Questa tragedia si sarebbe potuta evitare, ma lo Stato Maggiore della Difesa dell’Esercito italiano, pur conoscendo da molto tempo i rischi di un’esposizione prolungata all’uranio impoverito, non ha fornito ai militari l’equipaggiamento necessario.
Il nemico invisibile sono le radiazioni e le polveri sottili prodotte durante i bombardamenti. Un video, girato dagli stessi soldati e tuttora classificato come riservato, mostra le procedure standard adottate durante l’Operazione Vulcano, una massiccia bonifica effettuata in Bosnia il 14 novembre 1996. I soldati seppelliscono in una profonda buca le armi e le munizioni lasciate sullo scenario di guerra dall’esercito yugoslavo, poi le fanno brillare. Con il risultato che una nuvola radioattiva investe l’accampamento. Dopo otto anni, otto dei soldati che hanno partecipato a quella operazione si sono ammalati di tumore, due sono morti, mentre altri due hanno avuto figli con malformazioni genetiche.
L’Italia chiamò è un’inchiesta multimediale su uno scandalo militare che ha avuto poco visibilità in Italia nonostante la morte di centinaia di militari. Le testimonianze di Emerico, Angelo, Salvatore e Luca – congedati dall’Esercito e ritornati alla vita civile – sono intrecciate al dramma della difficile guarigione dalla malattia.

L’Italia chiamò.
Uranio impoverito: i soldati denunciano

di Leonardo Brogioni, Angelo Miotto, Matteo Scanni
Edizioni Ambiente, ISBN 978-88-96238-07-3

L’Italia chiamò è anche un documentario, la cui versione originale (in dvd allegato al libro) ha una durata di 47 minuti.
Qui è possibile visionarne una versione ridotta da 15 minuti.

L’eredità di Jaap

rasmuscheffer

Il Segretario Generale uscente della NATO, l’olandese Jaap De Hoop Scheffer, è in procinto di lasciare il posto ad Anders Fogh Rasmussen, che si è dimesso da Primo Ministro danese per subentrare nell’incarico il prossimo 1 agosto.
Durante le ultime settimane, De Hoop Scheffer ha tributato una serie di visite d’addio nei Paesi membri NATO di recente acquisizione (Bulgaria, Romania, Slovenia, Albania e Croazia) e presso altri che sono tuttora sulla soglia di ingresso (Macedonia e Finlandia). Durante il suo mandato quale rappresentante dell’unico blocco militare esistente nel mondo, la NATO ha ingrossato le proprie file con 9 nuovi Stati (oltre a quelli citati appena sopra, anche le tre repubbliche baltiche e la Slovacchia), pari a tre quarti dei Paesi fondatori sessant’anni fa.
Tutte le nuove acquisizioni sono in Europa orientale, tre confinano con la Russia e due terzi di esse erano precedentemente parte dei tre Paesi multietnici dell’Europa (e nei primi due casi, anche multiconfessionali) disgregatisi nel periodo 1991-1993: Unione Sovietica, Jugoslavia e Cecoslovacchia. I bocconi piccoli sono più facili da ingoiare.
In coerenza con ciò, lo scorso 9 maggio De Hoop Scheffer ha reso pubblica la propria soddisfazione circa il fatto delle nove adesioni realizzatesi durante il suo mandato, auspicando che la Macedonia diventi presto la decima, una volta che sia risolto il contenzioso in corso con la Grecia sul nome da assegnare costituzionalmente all’ex territorio jugoslavo.
Si tenga presente che il fattore determinante nella designazione di De Hoop Scheffer quale Segretario Generale della NATO fu il suo sostegno all’invasione dell’Iraq quando era Ministro degli Esteri dell’Olanda ed il suo impegno per il dispiegamento di truppe olandesi in quel Paese. Il suo successore, Rasmussen, ha svolto un ruolo simile come capo del governo in Danimarca a partire dal 2003.
Si noti, inoltre, che tutte le nove nazioni che De Hoop Scheffer ha contribuito a portare dentro la NATO hanno inviato i propri soldati sia in Iraq che in Afghanistan, in diversi casi prima del loro ingresso nell’Alleanza Atlantica e come precondizione per l’adesione alla stessa.
E’ stato sempre durante il suo mandato che la NATO ha lanciato l’Iniziativa per la Cooperazione di Istanbul, per aumentare la cooperazione e il dislocamento di militari con gli Stati partecipanti al Dialogo Mediterraneo (Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia) ed alla Cooperazione del Golfo (Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti), rafforzando così la presa dell’alleanza dalla costa atlantica dell’Africa al Golfo Persico.
Il suo canto del cigno è rappresentato dal consolidamento dell’integrazione militare di quella zona dell’Europa sudorientale dove, al termine della Guerra Fredda, iniziò l’espansione della NATO: i Balcani. Quale sia il grado di sovranità dei nuovi membri dell’alleanza e degli attuali canditati ad entrarvi, è ben delineato dalla notizia di stampa dello scorso 7 maggio secondo cui il governo albanese sta svolgendo negoziati con la NATO affinché essa prenda pieno controllo dello spazio aereo dell’Albania.
Al che, viene in mente la favola di Esopo del lupo che si offre di liberare la pecora dalla rude guida del cane pastore.

La lettera di Noam Chomsky ai vicentini

Chomsky

Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli statunitensi svilupparono una strategia di controllo globale, con lo scopo di rimuovere i poteri dell’imperialismo europeo e andare molto oltre, ma attraverso nuove strade. Avevano imparato l’efficacia dell’aviazione, e intendevano coprire quanti più porzioni del mondo possibile con basi militari che potevano essere velocemente ampliate se necessario, e usate per garantire il controllo su risorse, sopprimere resistenze locali che potessero minacciare il dominio statunitense, e installare e proteggere regimi amici. Il massiccio intervento per sovvertire la democrazia italiana dalla fine degli anni quaranta è solo uno dei molti esempi, niente in confronto ad altri che rasentarono il genocidio.
Ai giorni nostri, ci sono quasi 800 basi militari statunitensi nel mondo. Un più recente sviluppo è la costruzione di massive aree fortificate all’ interno delle città, chiamate “ambasciate” , sebbene non assomiglino affatto alle ambasciate che sono sempre esistite. La prima è stata la città-nella-città a Baghdad, e poi replicata a Islamabad e Kabul. La regione del Medio Oriente, con le sue immense risorse energetiche, è stata una preoccupazione di primaria importanza, e l’ obiettivo dell’ intervento statunitense basato nella zona periferica. Fin dalla Seconda Guerra Mondiale, l’ Italia è stata considerate una parte cruciale di questa zona periferica.
Durante la Guerra Fredda, il pretesto era la “difesa contro i Russi.” Dopo il crollo dell’ Unione Sovietica , tale pretesto è stato abbandonato. La prima amministrazione Bush aveva annunciato che le politiche sarebbero rimaste invariate, o addirittura ampliate, sebbene essi ammisero tacitamente che “le minacce ai nostri interessi” che richiedevano un intervento militare nel Medio Oriente “non potevano essere lasciate alle porte del Cremlino” , al contrario di decenni di inganni.
Nella maggior parte del mondo, movimenti popolari hanno protestato contro l’ utilizzo del proprio territorio per la dominazione globale statunitense. Proprio in questo periodo l’Ecuador sta espellendo la più importante base americana in Sud America. Decenni di proteste a Okinawa stanno obbligando parziale ritiro su Guam. Altrove molti altri stanno seguendo la stessa strada.
Le coraggiose proteste di Vicenza sono state un’ ispirazione per molti altri. Hanno fornito un slancio agli sforzi globali di coloro che ricercano un mondo basato sulla cooperazione e aiuto reciproco piuttosto che liti e violenza. Sono lieto di unirmi a molti altri nell’augurare a voi il massimo successo nei vostri attuali sforzi.
Noam Chomsky

Schiacciata dalla NATO

schiacciareUnPisolino

Maryam ha 5 anni. E’ nata a Taywara, nella provincia centrale di Ghowr. Ma poi la sua famiglia, nella speranza di fuggire dalla miseria, è emigrata nella provincia meridionale di Helmand, finendo a vivere nel campo profughi di Mahajor, alle porte di Lashkargah. La casa di Maryam è una baracca, dove abita assieme ai suoi genitori, Mohammed Tahir e Qamar Gull, al nonno, allo zio, ai suoi quattro fratelli e alle sue due sorelle. Alle tre di mattina del 27 giugno, tutti sono stati svegliati dalle urla della piccola Maryam, schiacciata sotto uno scatolone da venti chili pieno di volantini informativi delle forze di occupazione NATO, lanciato da tremila piedi di altezza. Normalmente questi contenitori si aprono durante la caduta lasciando piovere il loro contenuto. Ma questa scatola, evidentemente, era difettosa.
Verso le cinque di mattina, Maryam, accompagnata dal padre, è arrivata nell’ ospedale di Emergency, a Lashkargah. “Era in stato di shock, con un trauma da schiacciamento della regione addominale e una vastissima ferita dei tessuti molli di tutta l’area genitale”, riferiscono fonti mediche dell’ospedale di Emergency. Immediatamente assistita e operata, le hanno trovato una grave frattura pelvica, vagina, retto e ano distrutti e danni all’uretra. “Viene operata di laparotomia, le viene fatta una colostomia (per defecare dalla pancia, ndr) e diverse trasfusioni visto che aveva perso moltissimo sangue. Oggi, tre giorni dopo, è stata riportata in sala operatoria per un’ulteriore pulizia delle ferite. Il 3 luglio dovrebbe subire un ulteriore intervento, e la storia credo si ripeterà per parecchi giorni a venire”, aggiunge la fonte medica. Maryam ha ripreso conoscenza il secondo giorno di degenza. Da allora brontola continuamente perché vuole l’acqua da bere. Il suo viso è perennemente crucciato in una smorfia di rabbia. In effetti non è piacevole svegliarsi di botto alle 3 di mattina con un pacco da venti chili che ti piomba addosso e ti apre l’addome spaccandoti le ossa… Quale futuro avrà questa bimba senza più organi genitali in un Paese come l’Afghanistan?
[Fonte: peacereporter.net]

Cronaca di una sudditanza cronica

Nella giornata dell’indipendenza, Vicenza si trova sotto occupazione militare; migliaia di agenti in assetto antisommossa, con i manganelli in pugno e le maschere antigas al volto, si sono schierati fin dalla mattina nell’area limitrofa al Dal Molin, smentendo le parole del questore Sarlo che nei giorni passati aveva dichiarato che il corteo sarebbe stato libero di percorrere le strade della città.
Una prova – l’ennesima – dell’arroganza di chi vuol imporre la nuova base statunitense; un messaggio chiaro, a sfidare coloro a Vicenza come altrove si ostinano a “osare la speranza”. Nella città del Palladio, diceva quell’ingente quanto minaccioso schieramento di militari accompagnati da decine di mezzi blindati, la democrazia non esiste. Accettare e aver paura è quel che il governo chiede ai vicentini.
Una situazione, quella che si sono trovati di fronte i manifestanti quest’oggi, sulla quale Obama ha da dare più d’una spiegazione. Perché se questo è il cambiamento promesso dal presidente statunitense, qualcosa non torna. Non solo ai vicentini è stato vietato esprimersi con una consultazione popolare; non solo è stato impedito ai cittadini di conoscere le conseguenze che avrebbe la realizzazione del progetto, attraverso una Valutazione d’Impatto Ambientale. Quest’oggi, con lo schieramento provocatorio di migliaia di carabinieri ai margini del percorso della manifestazione, si è anche tentato di impedire l’espressione del dissenso.
Come scriveva il commissario Paolo Costa, per chi vuol imporre la nuova base è necessario “sradicare alla radice il dissenso locale”; e, visto che di argomentazioni convincenti a sostegno del progetto non ce ne sono, da alcuni mesi la questura ha deciso di mostrare il muso duro. Botte lo scorso 6 settembre sui vicentini seduti per terra; minacce il 10 febbraio contro chiunque osava avvicinarsi a Via Ferrarin. E, oggi, un’occupazione militare che ha fatto sembrare Vicenza una zona di guerra più che una città in cui è riconosciuto il diritto democratico di manifestare.
È servito il coraggio di esserci di migliaia di persone – almeno 20 mila – per difendere il diritto di percorrere strada S. Antonino senza la minacciosa presenza di manganelli e maschere antigas; è servita la determinazione di una mobilitazione che per il suo non volersi arrendere all’imposizione viene messa all’indice come violenta ed estremista.
Ma a chiunque percorreva oggi l’area intorno al Dal Molin era evidente chi difende l’illegalità e chi la democrazia: da una parte migliaia di agenti armati di tutto punto, a intimidire una città che vuol costruire il proprio futuro; dall’altra un corteo composito, trasversale, che ha capito che i reticolati e la militarizzazione del territorio sono la metafora dell’imposizione. Chi oggi difendeva militarmente il Dal Molin ha difeso un’illegalità imposta con l’autoritarismo; e accettare questa situazione senza rivendicare con determinazione il proprio diritto a manifestare liberamente equivaleva ad alzare le mani di fronte a coloro che vogliono calpestare, con i propri scarponi chiodati, la città berica.
(…)

Da Obama, è questa la tua democrazia?
[grassetti nostri]

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Un corteo colorato, ma anche un corteo determinato; gli obiettivi della vigilia erano chiari ed espliciti: entrare nel cantiere statunitense per piantare migliaia di bandiere NoDalMolin e dimostrare, così, la determinazione di tanti cittadini nell’opporsi alla base militare.
Ed era chiaro, sin dalla vigilia, che la Questura avrebbe usato tutti gli strumenti a propria disposizione per impedire alla democrazia di esprimersi e difendere, in questo modo, l’imposizione del governo a cui risponde.
E, del resto, accettare il diktat della Prefettura – “nessuno entrerà al Dal Molin” – avrebbe significato abbassare la testa di fronte all’arroganza con la quale si vuole garantire quest’imposizione; per questo, nei giorni precedenti al corteo, erano stati preparati degli strumenti di autodifesa e autotutela collettivi e individuali: perché alzare la testa di fronte all’imposizione significa anche non abbassarla di fronte a coloro che sono disposti a usare la violenza per garantirla.
Nulla di offensivo, naturalmente: e la lunga storia di mobilitazione – ormai tre anni – della comunità vicentina è lì a garantire quanto sia pacifica l’opposizione alla base. Strumenti, invece, di difesa, come barriere e scolapasta pieni di stracci, da mettere sulla testa. L’occupazione militare che ha subito la città berica e la volontà della questura di impedire il corteo hanno dimostrato che per “sradicare alla radice il dissenso locale”, come richiesto dal commissario Costa, il Governo è disposto a schierare davanti ai vicentini i carabinieri di ritorno dall’Afghanistan: vogliono proprio fare di Vicenza un territorio di guerra; ma noi resisteremo un minuto in più.
(Difendersi non è violento)

Contrariamente a quanto afferma la “libera stampa”, di black block non c’era l’ombra. La manifestazione si è svolta sotto il cortese ma rigoroso controllo delle donne e degli uomini del Presidio Permanente, che hanno dimostrato una capacità organizzativa ed una saldezza di nervi a mio parere eccezionale.
Dopo che il tentativo, fatto dai giovani vicentini, di avanzare nonostante il blocco imprevisto creato all’altezza di Ponte Marchese – a poche decine di metri da dove sorge il tendone dei NoDalMolin – dai Carabinieri del Tuscania non è andato in porto, il Presidio ha iniziato una trattativa con le forze dell’”ordine” fino ad ottenere che tutto il percorso precedentemente concordato venisse “liberato” dalla presenza delle stesse.
Solo in quel momento il corteo si è ricostituito, con in testa come al solito le donne vicentine (encomiabili anche nell’accompagnarci sui bus navetta, nel rifornirci di acqua e nel rispondere a qualsiasi richiesta di informazione venisse loro posta), e si è inoltrato in maniera abbastanza spedita fin dentro il centro abitato della città senza ulteriori problemi.
Uno che ieri c’era, e che è rimasto impressionato dal dispiegamento di centinaia e centinaia di italiani in uniforme mandati dallo Stato a presidiare un territorio, quello della futura base, sul quale lo stesso Stato non ha e non avrà mai alcun diritto di sovranità.
Federico

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“Mamma non ho fatto niente! digli di andar via!!!”
Queste le parole che mio figlio di 3 anni continuava a ripertermi alla vista dell’enorme dispiego di forze dell’ordine a Vicenza.
Mi son chiesta anch’io come mai, perchè così tanti in tenuta antisommossa… perchè poi contro di noi?
Cosa stavamo facendo di male? Cosa temessero?
Sì, strano a dirsi ma in un’Italia all’incontrario la Polizia, i Carabinieri, le forze dell’ordine non fanno più “servizio pubblico”, non difendono più i civili… li caricano!!
Così il 4 Luglio 2009 i Vicentini, come quelli della Val di Susa, gli Abruzzesi e quanti (tanti da tutta Italia e non) si fossero dati appuntamento, insieme per manifestare democraticamente, contro le imposizioni, l’arroganza, oramai ordinaria, delle amministrazioni locali per conto di “padroni autoritari”, erano sotto stretto controllo militare.
Eravamo in tanti: donne e uomini, giovani e meno giovani, piccoli in passeggino, tutti armati di bandiere colorate, di pignatte, musica, slogan, megafoni e biciclette trillanti e procedavamo pacificamente.
Di contro a pochi passi dal Presidio e da via S. Antonino i Carabinieri spiegati davanti al corteo con manganelli, caschi, maschere antigas, lacrimogeni e blindati a difesa dell’area Dal Molin!
Difendevano chi senza dar conto o ragione impone l’arroganza, chi si permette di calpestare la volontà del popolo sovrano sbarrando un corteo autorizzato…
Così che a testa alta, come chi è senza macchia e sente di agire in nome della ragione, la schiera avanti del corteo non si lascia intimidire e va avanti e così, lo stesso, caricato con manganelli e lacrimogeni.
Nessun ferito ma tanta perplessità, sgomento: i caposaldi della nostra Costituzione il 4 Luglio 2009 in Italia vengono a mancare, in America si festeggia l’Indipendenza!
I diritti del popolo sul proprio territorio fatti a pezzi, il popolo trattato da estremista, da sovversivo, da traditore (contro chi poi?) e tenuto sin dall’inizio sottotiro da elicotteri della Polizia.

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A gonfiare poi la vicenda anche le prime reti nazionali che limitandosi alla citazione mettono in risalto solo che questa baruffa creata ad hoc (mi viene in mente Cossiga e le sue dichiarazioni-dritte sulle manifestazioni studentesche) affinché l’opinione pubblica punti il dito (informazione strumentalizzata).
Però vi dico ,il 4 Luglio a Vicenza io c’ero e ho potuto constatare che non c’era il ben che minimo accenno di violenza da parte del corteo, nessuna testa calda (anche se di caldo ne faceva parecchio) ma solo la forza delle donne e degli uomini del Presidio, coraggiosamente, a mani nude, rivestiti solo del loro orgoglio, senza elmetti o giubbotti antiproiettili, nudi e crudi come la realtà di quei momenti, trattare con le forze armate affinché arretrassero dietro i reticolati e tenere a bada quasi 20.000 persone.
Gente che non ha abbassato la guardia alle provocazioni perché consapevoli che lì era in gioco il futuro dei loro figli e della loro terra.
Gente giusta, comune, con tanta voglia di vivere e solidale che giorno per giorno viene ricoperta da ingiurie, accusata e ciò nonostante va avanti.
Le maledicenze che li vogliono violenti non li demoralizzano, al contrario ne traggono maggior forza per andare avanti con più convinzione.
Li ho conosciuti, gente disposta al confronto, che si mette in discussione.
Sono contagiosi, come il raffreddore, ma fanno bene all’animo.
Sono amici di quell’Italia che ha voglia di riscattarsi, di non subire più soprusi e di vedersi sottrarre la salute, il territorio e la dignità di popolo a favore di strumenti di guerra.
Come la macchia d’olio pronti ad allargarsi, perchè la forza è nell’unità.
Il loro scopo è quello di tanti, e quello per cui la Costituzione, ancora oggi violata da chi dovrebbe portarne alta l’asta e dare l’esempio, afferma all’art. 11:
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”
Maria Grazia

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Nella giornata dell’indipendenza Vicenza ha subito l’occupazione militare; di seguito una breve ricostruzione dei fatti che, partendo dalla vigilia della manifestazione, evidenzia la volontà di intimidire la città per tapparle la bocca…

1-2 luglio. Il Dal Molin è ogni giorno più militarizzato; il cantiere è presidiato dai carabinieri, mentre l’intera area è sorvegliata da pattuglie della polizia e agenti in borghese. Il Presidio Permanente dichiara le proprie intenzioni: entrare nell’area che gli statunitensi vorrebbero trasformare in base di guerra per piantare migliaia di bandiere NoDalMolin. I residenti, nel frattempo, lamentano la crescente militarizzazione del quartiere e gli estenuanti controlli a cui sono sottoposti.
3 luglio. Il Giornale di Vicenza pubblica il suo scoop, una “notizia bomba”; secondo il quotidiano berico un carico di bombe a mano rubate una settimana prima in Slovenia sarebbe destinato al corteo del giorno successivo. Il giornalista non indica la fonte della notizia e sulla stampa italiana e slovena non c’è traccia di questo furto. La notizia, ovviamente, verrà smentita dai fatti, ma questo il quotidiano non lo riferirà ai suoi lettori.
Nel pomeriggio dello stesso giorno l’intera area nord della città si riempie di forze dell’ordine; i camion che trasportano in Presidio migliaia di bottiglie d’acqua e il palco che sarà montato nel prato verde vengono ripetutamente fermati per infiniti controlli che non portano a nulla. Un giornalista che entra in Via Ferrarin per girare un reportage viene fermato, identificato e multato.
4 luglio. Ore 10.00. I primi contingenti di forze dell’ordine si dispongono, diversamente dalle manifestazioni precedenti e da quanto annunciato dal questore, all’esterno del Dal Molin, lungo la strada che dovrebbe percorrere il corteo.
Ore 11.00. I vigili del fuoco calano una barca nel fiume che costeggia il lato nord del cantiere statunitense. I pullman in partenza da molte città vengono fermati per infiniti controlli; alcuni non giungeranno mai a Vicenza.
Ore 12.00. A 50 metri dal Presidio Permanente, lungo l’argine che costeggia il Dal Molin e su Ponte Marchese si schiera il Tuscania, unità dei carabinieri che ha combattuto in Afghanistan. Proprio all’imbocco del ponte viene piazzato un blindato con il rosto sul paraurti anteriore e i lancilacrimogeni.
Ore 12.30. Via S. Antonino viene chiusa al traffico. Lungo la strada si schierano un migliaio di uomini con manganelli e maschere antigas accompagnati da decine di blindati. Tutte le strade laterali vengono chiuse e presidiate da ingenti forze. del Dal Molin, i blindati si parcheggiano sopra gli alberelli piantati due anni fa dai vicentini, calpestandoli.
Ore 13.00. Non viene permesso ai pullman turistici di percorrere via S. Antonino; il tragitto era stato definito in accordo con l’amministrazione comunale e la questura, ma le forze dell’ordine sbarrano la strada ai pullman dei manifestanti.
Ore 13.15. Viale dal Verme viene chiusa. La strada, su cui dovrebbe transitare il corteo, viene interrotta da due blindati che si schierano di traverso e da decine di agenti. È ormai evidente che il corteo non può transitare in strada S.Antonino e proseguire lungo il percorso autorizzato. Sull’argine, i carabinieri del Tuscania indossano i caschi nonostante manchino due ore alla partenza del corteo.
Ore 13.30. Il Presidio Permanente denuncia l’impossibilità di manifestare pacificamente in via S.Antonino dove le forze dell’ordine sono schierate in un modo che rende evidente la volontà di creare una trappola in cui far infilare il corteo e intimidire la città. Due elicotteri sorvolano costantemente a bassa quota l’area.
Ore 14.00. Il Presidio Permanente chiede che le forze dell’ordine siano ritirate dal percorso del corteo perché esso possa sfilare liberamente e pacificamente. Colonne dei carabinieri passano costantemente davanti al tendone di ponte Marchese ad alta velocità, nonostante in strada ci siano i primi manifestanti che si preparano a spostarsi verso Ponte Marchese.
Ore 14.30. Strada S. Antonino ha un aspetto surreale. La circolazione è chiusa e ovunque ci sono forze dell’ordine in assetto antisommossa e mezzi blindati. Molti di essi si schierano all’interno del parcheggio di un distributore, ad “attendere” il corteo.
Ore 15.00. Inizia a formarsi il corteo in Via M.T. Di Calcutta. Migliaia di persone raggiungono il luogo di partenza della manifestazione nonostante i tanti limiti imposti alla mobilità dei cittadini. A ponte Marchese ai carabinieri si aggiungono alcuni rinforzi della celere che si schierano di traverso sulla strada che dovrebbe percorrere il corteo, bloccandola.
Ore 15.45. Il corteo parte. Si rinnova la richiesta affinché sia garantita la possibilità di percorrere il percorso autorizzato pacificamente e senza la presenza minacciosa di centinaia di uomini in assetto antisommossa a circondare il corteo.

Ore 16.15. Il corteo raggiunge il Presidio Permanente e si ferma. Il Questore rifiuta di far transitare il corteo sul suo percorso autorizzato e smentisce di aver dichiarato, alla vigilia, che la manifestazione avrebbe potuto svolgersi liberamente. Il corteo rifiuta di entrare nella trappola costruita da Sarlo, volta a intimidire e impaurire chi vuol difendere la propria terra.
Ore 16.45. Di fronte al rifiuto della Questura di lasciar svolgere la manifestazione, una testa di alcune centinaia di persone autoprotetta da barriere che riportano la caricatura di Obama e caschi prova ad avanzare per permettere al corteo di proseguire senza minacce. Appena le barriere vengono poste di fronte ai carabinieri, quest’ultimi caricano con molte manganellate e alcuni lacrimogeni urticanti. Le barriere e i caschi fanno si che, al termine della giornata, non ci saranno feriti.
Al Presidio, intanto, si raggruppano migliaia di persone determinate a proseguire il corteo e in attesa che il diritto a sfilare sia garantito.
Ore 17.30. Le forze dell’ordine si ritirano dalle strade laterali al percorso autorizzato e la celere libera Ponte Marchese. Il corteo può ripartire. Decine di donne fanno cordone davanti ai carabinieri del Tuscania che, maschera antigas al volto e manganello in mano, vedono sfilare il corteo alle spalle delle donne.
Ore 19.00. Il corteo si conclude sotto un forte temporale. Il Questore ha mostrato ancora una volta il suo volto violento, schierando un apparato militare gigantesco per impaurire le famiglie che si ostinano a osare la speranza. L’apparato repressivo ha impedito alle donne e agli uomini di piantare le proprie bandiere al Dal Molin, ma ha anche mostrato il modo in cui si vuol realizzare la base statunitense: con l’imposizione e l’uso della forza. Il corteo, d’altra parte, ha dimostrato la propria determinazione a non lasciarsi sbarrare la strada da chi avrebbe voluto vietare lo svolgimento della manifestazione.
[Fonte: nodalmolin.it]

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Aveva tutti i presupposti per essere una manifestazione memorabile quella di sabato scorso a Vicenza. Per certi versi lo è stata, ma non nel senso che ci si aspettava. Al nostro arrivo nella città berica ci colpiscono soprattutto due cose: l’efficienza della macchina organizzativa messa in piedi dagli organizzatori e l’eterogeneità della moltitudine dei partecipanti. Giovani e meno giovani, famiglie con bambini, vicentini e non, tutti lì per gridare un unico gigantesco “No Dal Molin”. Migliaia e migliaia le persone che compongono un corteo pacifico e assolutamente trasversale.
Partiti e sindacati per opportunismo si tengono alla larga da Vicenza, come ormai sono lontani anni luce dalle istanze dei cittadini che dovrebbero rappresentare. Insomma, i presupposti sono ottimi. Un’altra cosa che ci colpisce, tuttavia, è l’imponenza delle “forze dell’ordine” mobilitate per un tale evento, numeroso sì ma del tutto pacifico. Cominciamo a capire che qualcosa potrebbe andare storto. Infatti, tutto sembrava andare per il meglio, quando, giunti a Ponte Marchese troviamo qualcosa che lì non avrebbe proprio dovuto esserci. A sbarrare il corteo infatti decine e decine di uomini in assetto antisommossa. E’ chiaro, è una trappola. Pochi minuti infatti e cominciano a volare le manganellate. Il resto è cronaca. Sui mezzi di disinformazione di massa è tutta una gara da destra a sinistra, dai sindacati agli “intellettuali” a chi condanna di più “i facinorosi e i violenti”. Non un accenno al fatto che i Carabinieri, in quel posto, non avrebbe dovuto esserci. Si è cercato il pretesto per affondare le giuste istanze di migliaia e migliaia di Vicentini contrari alla svendita del loro territorio. Sono fiducioso che comunque essi continueranno nella loro più che legittima battaglia di libertà.
Augusto

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In questa stupida e ignorante Italia, la maggior parte di ingenui e pecoroni italiani ha bevuto che… i no global hanno generato scontri con le forze dell’ordine… questa manifestazione contro il G8… questa manifestazione anti-americana… giovani dei centri sociali hanno!!! E’ una vergogna assoluta, quali no global? Quali centri sociali? Cosa c’entra antiamericanismo o G8?
Si trattava solo ed esclusivamente di una manifestazione contro la costruzione della nuova base militare USA all’aeroporto Dal Molin. Quasi nessuno ha detto che le forze dell’ordine hanno violato gli accordi e hanno provocato gli scontri bloccando la strada concordata per il corteo. Chi ci governa ha voluto dare una prova di forza, due messaggio chiari: uno, chi vuole manifestare sappia che rischia la propria incolumità! In questo modo sicuramente tante persone avranno paura e non parteciperanno alle prossime manifestazioni. Due, vi abbiamo avvertiti, non vi conviene manifestare a L’Aquila al prossimo G8.
Enrico

Nessuna libertà senza sovranità

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Si terrà domani il corteo contro la nuova base militare statunitense a Vicenza; una manifestazione che, non a caso, si svolgerà alla vigilia dell’arrivo in Italia del presidente Obama, al quale i No Dal Molin vogliono far notare le enormi contraddizioni tra le sue parole e l’atteggiamento arrogante che l’amministrazione a stelle e strisce tiene a Vicenza.
Obama, infatti, ha più volte parlato di partecipazione popolare e democrazia; ma a Vicenza gli statunitensi hanno preteso che il proprio progetto andasse avanti senza il consenso dell’amministrazione comunale e della cittadinanza, a cui è stato impedito di esprimersi. Obama parla di green economy e rispetto dei beni naturali, ma a Vicenza i suoi collaboratori impongono una struttura che devasterà la più grande falda acquifera del nord Italia e l’ultimo territorio verde della città.
Obama permetterebbe tutto ciò in una città statunitense? A Vicenza l’amministrazione che lui presiede si gioca la propria credibilità: perché, se gli statunitensi continueranno a voler imporre l’installazione militare, i cittadini europei avranno chiaro che la linea politica di Obama non è affatto diversa, nei fatti concreti, da quella di chi l’ha preceduta.
“No dal Molin? Yes we can”: sarà, questo, lo slogan provocatoriamente stampato su migliaia di magliette bianche che riportano la caricatura di Obama con una cesoia in spalla, pronto a tagliare le recinzioni del cantiere statunitense che impediscono ai cittadini di vivere il proprio territorio.

Presidio Permanente, Vicenza, 3 luglio 2009
[grassetto nostro]

Volantino byebyeunclesam

La strategia delle basi USA secondo Fabio Mini

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La sua analisi la permanenza delle basi militari USA come questa di Vicenza, oltre che rappresentare il passato, sono funzionali soltanto alla manutenzione della paura? O considera vi siano sintomi di cambio nella politica di Washington adesso Obama è presidente?
Più che sintomi ci sono per ora delle intenzioni dichiarate che vanno verso il superamento del paradigma paura=potere. Il presidente Obama ha annunciato che a causa della crisi dovrà tagliare i fondi alla difesa. Inoltre ha assunto toni distensivi con l’Iran. Tuttavia ha confermato l’invio di altre truppe in Afghanistan e i suoi consiglieri si stanno preparando ad un approccio più aggressivo con il Pakistan. Anche la questione Iraq è ancora aperta. Ci sarà senz’altro una riduzione di truppe, ma non è detto che questo coincida con la chiusura di alcune basi. Anzi, io credo che proprio il ritiro di truppe costituirà il movente per trasformare alcune basi transitorie in basi permanenti, in pratica da semplici “camps” a vere e proprie Basi. La questione con la Corea del Nord si fa ancora una volta complessa e i rapporti con la Cina, ancorchè utili dal punto di vista economico in questa particolare congiuntura, non sono ancora strategicamente stabilizzati. Forse la molla della paura potrà essere superata, ma non credo che il presidente riesca a moderare i desideri di potenza (con relativi interessi) che lo schieramento delle basi soddisfa. Un altro elemento riguarda le persone. Con questa amministrazione godono di largo credito dei personaggi non proprio restii all’esercizio del potere militare nel mondo. I Clinton, Albright, Holbrook, Hill sono gli stessi che hanno fatto le guerre e stabilito il principio della formazione di nuovi Stati su base etnica. Ora s’interessano di questioni mondiali e Holbrook è responsabile addirittura per Afghanistan e Pakistan mentre Hill sarà ambasciatore in Iraq. Se applicano gli stessi principi applicati ai Balcani e al Caucaso saremo costretti ad affrontare nuove crisi.

Quali sono stati finora i fondamenti della strategia delle basi statunitensi in Europa? Sono ancora validi attualmente (progressivo ritiro dall’Irak, Afghanistan, apertura all’Iran, ridiscusso lo scudo USA in Polonia, timido disgelo con Putin su Cecenia-Georgia)?
Ho indicato i fondamenti della strategia delle basi in 1) presenza sul territorio, 2) pressione politica, 3) penetrazione economica 4) schieramento avanzato per successive proiezioni di forza. Secondo me tutti questi elementi (ed altri) non hanno più senso in Europa, ma sono fondamentali nella mentalità americana in altre parti del mondo. Tra scegliere di chiudere basi sicure e aprirne di insicure io penso che purtroppo la soluzione sarà quella di mescolare le due cose. Le basi sicure in Europa non saranno chiuse mentre quelle in Africa, Caucaso, Asia ecc. saranno aperte contando sul sostegno delle prime.

Con Obama si avvertono o si prospettano variazioni sul numero e la dislocazione delle basi militari statunitensi nel mondo?
Non credo e comunque piccoli aggiustamenti non significativi ai fini della politica generale che rimane quella di presenza attiva americana nel mondo. Semmai cambierà l’atteggiamento verso i partners. Saranno chiamati a dare maggiore sostegno proprio perchè gli USA non sono in grado e non vogliono più fare tutto da soli.

Da Obama confermerà le basi militari in Italia e in Europa, di Azzurra Carpo.
[grassetti nostri; errori di sintassi altrui]

E annessione sia!

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Caro presidente, Se non vi disturbo e se il mio messaggio non vi trova mal disposto, vogliate accettare l’umile appello di un giovane che è molto lontano dall’America e vi chiede aiuto per la realizzazione di un sogno che fino ad oggi non è riuscito ad avverare. Permettete che mi presenti. Il mio nome è Salvatore (….). Sono stato annessionista fin dalla fanciullezza (…) [ma] non ho potuto mostrare palesemente i miei sentimenti (…) seguivo da vicino la libertà politica portata dagli americani, (….) Ci occorre la cosa più essenziale; il vostro appoggio morale. Voi potreste, ed a ragione, chiedere: “Qual’è il fattore più importante che vi spinge a questa lotta per la separazione dall’Italia?” (…) Perché in anni di unità nazionale, o, per essere esatti, in anni di schiavitù all’Italia, siamo stati depredati e trattati come una misera colonia. Per queste ragioni noi vogliamo unirci agli Stati Uniti d’America (…). Signore, vi preghiamo di ricordare che centinaia di migliaia di uomini aspettano d’essere liberati.
È una lettera all’allora presidente Harry Truman di Salvatore Giuliano (1922-1950), notissimo bandito e indipendentista palermitano negli anni dopo la seconda guerra mondiale. All’epoca la Sicilia aveva un suo partitino che sognava la pura e semplice annessione dell’isola a Washington. E Giuliano, bandito per lo Stato, era addirittura “colonnello” nei ranghi dell’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana): un misterioso crogiuolo di umori secessionistici locali, connessioni con i servizi segreti americani, contiguità ad ambienti fascisti ma anche socialisti. Ma che c’entra il bandito Giuliano con noi? Beh, le analogie con la situazione vicentina non mancano. Con lo Stato italiano, e Roma capitale, il Veneto ha ormai – si sa – un rapporto conflittuale. Ci sentiamo guardati con sufficienza e disprezzo. La locomotiva economica del paese tira, s’ingegna, lavora, dà moltissimo al paese, mentre Roma – come la cicala della favola – sperpera. Dai oggi, dai domani, viene da pensare, prima o poi qualcosa ci restituiranno. Macchè. Chiedi la TAV, e non ci sono i soldi (ma per il ponte sullo Stretto di Messina, che avrebbe fatto inorridire il bandito Giuliano, sì). Chiedi di tenere un po’ di tasse prodotte sul territorio, e ti guardano come fossi matto. E quando Roma si ricorda di noi, è ancora per chiedere: ci serve fare un’altra base militare, ci date il vostro aeroporto?
A questo punto, guardiamo ai fatti. Vicenza è già oggi la città più americana d’Italia. Con la nuova base lo sarà ancora di più. Per popolazione, numero di installazioni militari (abbiamo perso il conto), presenza abitativa sul territorio. Abbiamo dato i natali ad Amy Adams (diva hollywodiana in irresistibile ascesa, guardatela sculettare bellissima in “La guerra di Charlie Wilson”). Abbiamo stregato il Comandante Petraeus (astro degli alti comandi militari a stelle e strisce), diplomato Sharon Tate, ospitato valanghe di soldati in partenza per la guerra. Abbiamo perfino un vino (il clinto) che si chiama quasi come uno degli ultimi presidenti americani. E se guardate bene la copertina un po’ provocatoria di questo mese, vedrete come si sposano l’architettura vicentina a quella d’oltreoceano: non a caso, si sa, il disegno della Casa Bianca deriva dall’influenza palladiana. E allora, cosa aspettiamo? Fatto 30, facciamo 31: torniamo alla vera madrepatria, assimilata fin da bambini a suon di film e telefilm. Si, chiediamo l’anschluss allo Zio Sam anche noi. Sai i vantaggi poi! Per il popolo delle partite IVA il sistema delle tasse americano sarebbe una manna. Gli hamburger ai vicentini già piacciono e molto. E non sarebbe bellissimo avere al liceo la squadra di football con le majorette e il ballo di fine anno? Attendiamo solo il nostro Salvatore che prenda carta e penna, e scriva: Caro presidente Obama…

[Lettera al presidente degli Stati Uniti di America pubblicata nel numero estivo di CityLights]