L’Australia nella NATO asiatica

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Il 2 marzo scorso, il Dipartimento della Difesa australiano ha reso noto un rapporto di centoquaranta pagine intitolato Difendendo l’Australia nel secolo dell’Asia Pacifico: la forza 2030, che prevede nuove spese militari per 72 miliardi di dollari.
Nell’ambito di questa cifra, è compreso l’acquisto di 100 esemplari del F-35 Lightning II, che nella versione australiana sarà dotato del Joint Strike Missile, un nuovo armamento per l’attacco a terra e la distruzione delle difese antiaeree nemiche sviluppato congiuntamente con la Norvegia.
Secondo il Financial Times del 4 maggio scorso, il ministro della Difesa australiano Joel Fitzgibbon avrebbe affermato che il rapporto di cui sopra, il primo elaborato nell’ultimo decennio, riconosce la supremazia a livello regionale degli Stati Uniti. Fitzgibbon mette, inoltre, in guardia rispetto alle “tensioni strategiche” causate dalle nuove potenze, specialmente la Cina ma anche l’India, nonché dal “ritorno della Russia”.
In un articolo apparso su un quotidiano australiano nel febbraio 2007, intitolato “Una nuova base spionistica segreta USA ha avuto la luce verde”, si sosteneva che la stretta alleanza militare australiana con gli Stati Uniti sarebbe stata rafforzata con la costruzione di una base di telecomunicazioni ad alta tecnologia nell’ovest dell’Australia. Si tratterà di una struttura cruciale per la nuova rete di satelliti militari a sostegno delle capacità belliche americane nel Medio Oriente ed in Asia. Questa base sarà la prima grande installazione militare USA ad essere costruita in Australia negli ultimi decenni, dopo le controversie avutesi su altri grandi insediamenti quali quelli di Pine Gap e North West Cape.
L’Australia è il Paese non membro della NATO con il maggior numero di truppe in Afghanistan, più di mille, mentre il Primo Ministro Kevin Rudd ha annunciato ad aprile scorso l’invio di altri 400 soldati, incluse alcune unità destinate ad operazioni speciali di combattimento.
Nel giugno 2008, il capo delle forze armate australiane Maresciallo dell’Aria Angus Houston, a proposito dell’impegno di Stati Uniti e NATO sul terreno afghano, ebbe a dire che esso sarebbe durato almeno altri dieci anni. Senza che l’Australia abbia intenzione di tirarsene fuori.
Le truppe del Paese dei canguri sono, fra l’altro, state fra le prime ad entrare in Iraq dopo l’invasione del 2003 e sono fra i pochi contingenti nazionali che ancora vi permangono. Alla fine del 2008, il parlamento irakeno – non senza dissensi – ha approvato una risoluzione che autorizza accordi bilaterali in merito ai soli contingenti non statunitensi ivi presenti: quelli di Gran Bretagna, Estonia, Romania, NATO ed appunto Australia. Negli stessi giorni, il Primo Ministro Rudd era in visita negli Emirati Arabi Uniti dove l’Australia sta riunendo le sue forze aeree ed il proprio quartier generale in Medio Oriente in una sola base, segreta. La presenza di soldati australiani nella regione è di circa 1.000 unità, che si vanno quindi ad aggiungere agli altri 1.000 in Afghanistan, 750 a Timor Est e 140 nelle Isole Salomone.
Qualcuno avanza, in questi ultimi tempi, l’ipotesi di una sorta di NATO asiatica volta ad integrare le nazioni asiatiche direttamente con la NATO e con i suoi singoli membri, gli Stati Uniti prima di tutto, quasi a realizzare un’estensione geografica dell’Alleanza Atlantica verso oriente. Ciò sarebbe l’esito di diverse misure, dagli accordi bilaterali di cooperazione all’insediamento di basi militari, dallo svolgimento di regolari esercitazioni multinazionali al dispiegamento di truppe nei teatri caldi. Lo scorso marzo, è giunta la notizia che l’Australia sta concludendo un accordo con la NATO per l’interscambio di informazioni militari riservate al fine di realizzare un più approfondito “dialogo strategico” ed una maggiore collaborazione sui “comuni interessi di lungo periodo”.
Insieme al Giappone, l’Australia – oltre ad ospitare sul proprio territorio basi militari statunitensi e dispiegare truppe nei teatri afghano ed irakeno – ha messo i piedi su un terreno ancora più pericoloso, unendosi al sistema antimissilistico globale progettato dagli Stati Uniti. Essa verrebbe così a costituire la controparte orientale di uno scudo che vede analoghe infrastrutture impiantate, per quanto riguarda l’emisfero occidentale, in Polonia e Repubblica Ceca.
Questi sviluppi, comunque, non allarmano soltanto la Russia e non coinvolgono unicamente Australia e Giappone. Lo scorso dicembre, infatti, i ministri della Difesa russo e cinese Anatoly Serdyukov e Liang Guanglie si sono incontrati a Pechino per discutere il progetto regionale di difesa antimissile portato avanti, oltre che da USA, Australia e Giappone, anche da Corea del Sud e Taiwan. Inutile sottolineare il disappunto della Cina.
Lo scopo della cosiddetta NATO dell’Asia sarebbe, allora, quello di stabilire una superiorità – se non egemonia – militare americana e più in generale occidentale attraverso tutto il continente asiatico, per quanto riguarda l’intero spettro sia delle forze che dei sistemi d’arma terrestri, aerei, navali e spaziali. Le notizie di stampa degli ultimi mesi confermano l’ampliarsi ed il rafforzarsi di questa tendenza. Come esempio paradigmatico, possiamo riportare l’esercitazione militare congiunta denominata Balikatan 2009, svoltasi dal 16 al 30 aprile u.s. nelle Filippine, sui terreni della base aerea di Clark, che l’aviazione USA – caso più unico che raro – aveva abbandonato volontariamente nel 1991. Sul sito della base sono tornati non solo i marines ma anche gli F-16 Fighting Falcon, i primi cacciabombardieri statunitensi operativi nelle Filippine dopo sedici anni.

Intervistato lo scorso novembre a proposito dell’”invasione russa della Georgia”, così ebbe a dire il magnate dei media austrialiano Rupert Murdoch: “E’ necessario che l’Australia sia parte di una riforma delle istituzioni maggiormente responsabili per il mantenimento della pace e della stabilità. Sto pensando specialmente alla NATO… L’unico percorso per riformare la NATO è di espanderla al fine di includervi nazioni come l’Australia. In tal maniera, essa diverrebbe una comunità basata meno sulla geografia e più sulla comunanza dei valori. Questo è l’unico modo per rendere la NATO efficace. E la leadership australiana è determinante per questo scopo”.

Figlio di CIA a Villa Taverna

Thorne

Roma, 28 agosto – E’ arrivato questa mattina a Roma il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, David Thorne. In una dichiarazione rilasciata all’aeroporto di Fiumicino, dopo essersi detto “davvero onorato ed entusiasta di essere di nuovo” nel nostro Paese, “questa volta in veste di ambasciatore designato a rappresentare gli Stati Uniti”, Thorne ha parlato dell’Italia come della sua “seconda patria, sin da quando mi trasferii qui per la prima volta da bambino, all’età di otto anni”.
“Il mio amore per l’Italia è secondo soltanto a quello che nutro per il mio Paese – ha detto l’ambasciatore designato – Nonostante abbia passato molti anni in Italia, so bene di aver molto da imparare in questo mio nuovo ruolo e sono certo che molti di voi mi saranno di aiuto nel processo di apprendimento”.
(Adnkronos)

Di cotanto padre.

***

David Thorne è ufficialmente da qualche giorno il nuovo ambasciatore USA in Italia. Ex cognato di J. Kerry, 64 anni, noto imprenditore e deputato di Boston, amico personale di Rahm Emanuel, attuale capo dello staff della Casa Bianca, ha vissuto a Roma negli anni 50 quando suo padre era consigliere economico per il piano Marshall, compito che in realtà serviva da copertura al suo incarico di agente della CIA (Adnkronos).
Ricevuto l’accredito dal Quirinale, si è fatto un giretto in Via Lungotevere Cenci, poi ha incontrato 8 Settembre (!) Alemanno al Campidoglio e 11 (!) Fini a Montecitorio.
Visite calorose, coinvolgenti, graditissime dagli interessati.
Il Sindaco di Roma con i suoi viaggi a Sderot del Maggio 2009, 48 ore prima che Frattini venisse spinto a calci in culo da Eni e Tremonti a corto di palanche, a tentare un semplice approccio con Teheran, è di fatto un punto di fondamentale riferimento dell’anti-Italia.
Rientrato a Villa Taverna il rappresentante di Barack Obama si è dato subito da fare. Ha chiesto al governo italiano di inasprire i rapporti con la Repubblica Islamica dell’Iran.
Per marcare la necessità di una continuità nei rapporti USA-Italia, il negretto democratico di Washington ha trovato nel repubblicano Thorne il soggetto giusto.
La collaborazione tra i due Paesi dovrà rimanere quella che era ai tempi di Spogli. L’arrivo e l’insediamento del 37° Ambasciatore a stelle e strisce in Italia ha ridato fiato alle solite “raccomandazioni”: fare attenzione agli “Stati Canaglia” del Golfo Persico e dell’America Latina, prendere le misure necessarie a isolare a livello economico e politico l’Iran e il Venezuela, dove Eni e Repsol, con una quota a testa del 32.5 % nel Golfo di Cardon hanno di recente acquisito diritti di sfruttamento su quattro giacimenti con potenzialità di estrazione di 1,4 miliardi di BOE (barili di olio equivalenti).
Ecco la motivazione del “viva Italia” del presidente bolivariano al Festival del Cinema di Venezia, la successiva visita a Madrid e il vertice a quattr’occhi Zapatero e Berlusconi con Scaroni ancora una volta a spingere “papi” perché affrontasse il tema di un coordinamento della politica energetica delle due Compagnie di Stato anche in Brasile e Bolivia nell’incontro-bilaterale alla Maddalena. L’astutissimo tenente colonnello di Caracas, cogliendo al volo l’occasione di sfilare sulla passerella del Lido con il regista Oliver Stone, con una fava ha preso tre piccioni: si è fatto una grossa pubblicità e ha sicuramente indispettito Thorne, oltre a saggiare la risposta del governo italiano al suo arrivo in Italia. Nel tranello c’è cascato il solo Galan, notoriamente a corto di materia grigia, che ha lanciato una violenta filippica contro la presenza di Chavez.
(…)

Da Le “raccomandazioni” del signor Thorne, di Giancarlo Chetoni.

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Raccomandazioni, avvertimenti e… lisciate di pelo
Roma, 16 settembre – Gli Stati Uniti ”ammirano” ciò che i militari italiani stanno facendo in Afghanistan e si attendono che il nostro impegno nella regione continui. Lo sostiene l’ambasciatore americano in Italia, David H. Thorne in un’intervista al Corriere della Sera. ”I vostri carabinieri in Afghanistan – dice – sono bravissimi, ammiriamo ciò che fate. L’argomento richiede capacità di guida, leadership, avere militari lì non è necessariamente popolare, ma nei miei incontri ne ho riscontrate. In Afghanistan – avverte Thorne – le cose potrebbero peggiorare, l’Italia è un forte alleato e ci aspettiamo che continui”.
Riguardo all’Iran l’ambasciatore esprime tutta la preoccupazione dell’amministrazione USA sullo ”sviluppo di armi nucleari. Siamo preoccupati di gestire le relazioni con l’Iran in un fronte unito. Vogliamo essere certi – rileva l’ambasciatore – che tutti, Italia compresa, partecipino compatti a questa gestione” evitando di compiere passi da soli. ”La comunità internazionale – conclude Thorne – sta agendo insieme e dobbiamo agire insieme”.
(ASCA)

Cambia l’ambasciatore, ma gli ordini sono sempre gli stessi
In Italya cambia l’ambasciatore degli USA. E, come da consuetudine, il “Corriere della Sera” corre ad interpellarlo (1). E’ il caso di dire che quello che dicono gli ambasciatori degli USA e d’Israele riveste molta importanza per noi Italyani? In tali casi il “Corriere” è un po’ la nostra “Gazzetta Ufficiale”. Ed è meglio tenerne il debito conto.
Leggo: “Anche se USA ed Italia cooperano strettamente su numerosi temi, ci sono, comunque, alcune posizioni della politica estera italiana che continuano a preoccuparci” (1). L’ambasciatore conferma e spiega: “… Nella prima intervista da ambasciatore in Italia, è apparso chiaro che tra i suoi obiettivi rientra quello di evitare che il nostro Paese dipenda troppo dalla Russia per la fornitura di gas e petrolio”.
Qui un dubbio mi assale: evitare che il nostro Paese dipenda troppo dalla Russia per la fornitura di gas e petrolio? Si potrebbe spostare l’Italia lontano dalla Russia e vicino al Venezuela; si potrebbe trasformare le Alpi in gas e le acque del Tirreno in petrolio; si potrebbe…. Ci si potrebbe suicidare per la Patria (USA/Israel). Ma leggo che il Signor Ambasciatore ha già incontrato Napolitano e Berlusconi, Fini e Schifani. E spero che i nostri (ferventi patrioti) gli avranno spiegato che non sono attrezzati per i miracoli. Anche perché il Signor Ambasciatore chiede anche che noi si faccia “fronte comune” contro l’Iran e che “si tenga fermo in Afganistan”. Mah! Siamo una colonia e il Signor Ambasciatore ci detta gli ordini. Solo che….
Solo che leggo anche: “Potrebbe diventare anche un po’ francese il South Stream posseduto finora al 50% da GAZPROM ed ENI….. Un partner solido come EDF contribuirebbe poi ad alleggerire il peso finanziario del progetto. Senza contare il significato politico dell’operazione. Washington ha sempre avversato il South Stream a favore del rivale Nabucco, in futuro dovrebbe vedersela anche con Parigi” (2). E, da quelle parti, sono meno “patrioti” e più “sciovinisti”. Speriamo bene.
Concludo: dal 25 aprile 1945 (data della nostra liberazione) la Terra ha continuato a girare. E, dopo esserci liberati del “Tedesco invasore”, pare che sia venuto il tempo di liberarci dello “Yankee liberatore”. Io ci spero. E voi?
Antonino Amato

Note
(1) “L’ambasciatore USA avverte l’Italia” in Corriere della Sera del 16 settembre 2009, pagina 15.
(2) “South Stream, adesso Edf vuole entrare” in Corriere della Sera del 16 settembre 2009, pagina 32.

Il caso Bechtel

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Abbiamo resuscitato un articolo di Mark Dowie per “Mother Jones” risalente al 1978, nel quale è descritta in maniera magistrale la sinergia, spesso misconosciuta, tra sfera politica (intelligence compresa) e mondo degli affari che caratterizza gli Stati Uniti d’America.

Oggi, Jubail è un piccolo sonnolento villaggio di pescatori sul Golfo Persico. Fra 16 anni sarà una delle maggiori città industriali sullo stile di Toledo, Ohio, con raffinerie di petrolio, acciaierie, un porto con fondali profondi, alberghi, ospedali, un aeroporto internazionale, svariate centrali elettriche ed il più grande impianto di desalinizzazione del mondo. Questa colossale opera ingegneristica è al centro del progetto dell’Arabia Saudita di trasformarsi da nazione di nomadi del deserto nel maggiore stato industriale. Jubail è di gran lunga il più grande progetto edilizio della storia. L’intera città viene costruita da una famiglia riservata, proprietaria di affari a San Francisco, il cui nome è noto ai primi ministri e presidenti in giro per il mondo, ma è sconosciuto alla maggioranza degli americani: la Bechtel Corporation.
Bechtel sarebbe già importante se non altro per la sua dimensione. Se le imprese venissero catalogate da Fortune 500 in base ai capitali detenuti, Bechtel verrebbe classificata attorno al 25° posto, più avanti di Coca-Cola, Lockheed o American Motors. Bechtel, comunque, è ben più che semplicemente un’altra grande corporation. C’è un impero che assume i suoi dirigenti direttamente dai gabinetti dei Presidenti con enormi incrementi salariali, riceve contratti governativi da miliardi di dollari, mantiene stretti contatti con le élite dei Paesi più importanti e detiene i segreti dell’arricchimento dell’uranio.
(…)
Avviata da un conciatore immigrato di pelli di asino chiamato Warren “Papà” Bechtel nel 1898, questo “piccolo affare di famiglia” è cresciuto fino a diventare la più grande compagnia di progettazione e costruzioni al mondo. Tutti e tre i figli di “Papà”, Warren, Steve e Ken, hanno lavorato nella compagnia nel corso degli anni; ma durante gli anni Trenta il coriaceo e risoluto Steve emerse come leader dei tre fratelli e, nel ’77, rimase l’Amministratore Delegato dell’impero della Bechtel.
(…)
Nonostante Bechtel sembri proprio una vera corporation internazionale – con una forza lavoro poliglotta, con la maggioranza dei suoi uffici di rappresentanza all’estero e con più del 50% dei suoi introiti da progetti stranieri – è molto americana. Malgrado stipuli contratti con i generali Obasanjos del mondo, la scalata al potere della compagnia è stata aiutata soprattutto da un’amicizia chiave a Washington. Continua a leggere

Libera stampa in Afghanistan

Bruxelles, 26 agosto – Un vero e proprio ‘esame’ per verificare l’atteggiamento dei cronisti verso i militari USA, pena l’esclusione. E’ quanto stanno effettuando, stando a una dura denuncia della Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj), i militari a stelle e strisce impegnati in Afghanistan.
Secondo l’Ifj, il Pentagono ha addirittura ingaggiato una società di pubbliche relazioni, ‘The Rendon Group’, con l’incarico di esaminare i giornalisti che chiedono la protezione delle forze armate statunitensi e verificare se i loro servizi dipingano o meno i militari USA in modo positivo.
(Adnkronos/Aki)

Srebrenica balla atlantica

srebrenica

Dopo molti anni che investigo gli eventi bellici a ed attorno a Srebrenica, ho raggiunto la conclusione definitiva che non vi fu nessun genocidio. Nel luglio del 1995, mentre la città veniva conquistata dalle forze serbe, persero la vita circa 2.000 musulmani — non 8.000 come pretende la macchina della propaganda musulmano bosniaca, con il sostegno di certi politici e media occidentali. Quei 2.000 caddero in battaglia contro l’esercito serbo, mentre stava sfondando verso Tuzla. Il “genocidio di Srebrenica” è un’invenzione di Izetbegovic e Clinton, – ha dichiarato Dorin.

Su che cosa basate le vostre asserzioni che il “massacro” di Srebrenica è stato inventato da Izetbegovic e Clinton?
Si dovrebbe tenere in mente che persino i media americani scrissero abbastanza sul fatto che gli Stati Uniti stavano armando da anni le forze di Izetbegovic. L’amministrazione Clinton era molto ostile verso i serbi — i generali di Clinton erano persino coinvolti nell’operazione croata “Tempesta”, l’espulsione e l’eliminazione della nazione serba dalla Repubblica della Krajina serba e da parti occidentali della Bosnia-Herzegovina.
Allo stesso tempo, uno dei signori della guerra di Srebrenica — Hakija Meholjic — continua ad asserire che dal 1993 Clinton offriva ad Izetbegovic un massacro fabbricato contro i musulmani di Srebrenica, come una manovra che avrebbe posto fine alla guerra civile in Bosnia-Herzegovina [a vantaggio dei musulmani bosniaci].

Cosa ci dice questo?
Ci dice che hanno avuto due anni per avviare quella manovra, il tempo durante il quale Izetbegovic e Clinton venivano mitizzati ed elevati alla posizione di eroi attraverso i più influenti media occidentali.

Questo libro offre prove aggiuntive?
Il libro presenta inoltre le prove che dimostrano che 2.000 musulmani che hanno perso la vita a Srebrenica sono caduti in battaglia. Per essere in grado di pretendere che fu commesso il “genocidio” e dal momento che non avevano i corpi sufficienti per sostenere la pretesa iniziale di presumibilmente 8.000 musulmani uccisi, hanno elencato come vittime di Srebrenica numerosi combattenti musulmano bosniaci che sono morti molto prima della conquista di Srebrenica o che vennero uccisi in altre battaglie durante la guerra civile, dal 1992 al 1995. La lista delle presunte vittime di Srebrenica contiene anche i nomi di quelli che sono ancora vivi.

Intendete quelli che più tardi votavano alle elezioni…?
Esatto. Nelle elezioni bosniache del 1996, le liste elettorali contenevano circa 3.000 musulmani bosniaci che erano anche elencati come “vittime di Srebrenica”. Ciò sottolinea ulteriormente il fatto che il cosiddetto Tribunale dell’Aja non ha ancora nessuna prova del “genocidio di Srebrenica”. Invece, conta sulle affermazioni del croato Dražen Erdemovic, provate essere assolute menzogne, come ha dimostrato nel suo ultimo libro il giornalista bulgaro Germinal Civikov.

Il Tribunale dell’Aja non ritiene così…?
L’ex portavoce della NATO Jamie Shea nel 1999 ha enfatizzato che, senza la NATO, tanto per cominciare, non vi sarebbe nessun Tribunale dell’Aja. Ha asserito che la NATO ed il Tribunale dell’Aja sono “alleati ed amici”. Tra gli altri, l’esempio che conferma la sua affermazione è il caso del [Colonnello] Vidoje Blagojevic, condannato ad un lungo periodo di prigione a causa dei fatti di Srebrenica anche se è assolutamente innocente e non ha fatto del male a nessuno. Così, la NATO punisce i suoi avversari attraverso il Tribunale dell’Aja mentre, allo stesso tempo, protegge i suoi alleati.
(…)

Da Il “massacro di Srebrenica” inventato da Bill Clinton e Alija Izetbegovic.

[In attesa di un'eventuale edizione italiana del testo di Alexander Dorin, si può utilmente leggere Il dossier nascosto del "genocidio" di Srebrenica, pubblicato nel 2007 dall'editore La Città del Sole, e consultare il sito srebrenica-report.]

Scarronzoni per i “pappafichi”

ISAF soldiers spinning

Per capire le motivazioni ed il significato profondo delle dichiarazioni rilasciate di recente da La Russa a Massimo Caprara sul Corriere della Sera in cui chiede una revisione del codice militare di pace attualmente cogente in Afghanistan per i militari italiani, servirà ricorrere più avanti a Wikipedia ed al “caso“ Calipari. Il nesso tra il funzionario del SISMI ucciso da un marine USA a Baghdad ed il caporalmaggiore Alessandro Di Lisio morto a luglio per un esplosione che ha coinvolto il Lince su cui prestava servizio in Afghanistan, si presta a più di una similitudine.
Il Ministro della Difesa non ha detto esplicitamente di volere l’introduzione di un codice militare di guerra ma ha fatto capire che quello di pace è di intralcio. Di intralcio a chi? Ce lo faccia capire senza manfrine.
Intervistato da Sky Tg24, La Russa ha fatto sapere all’opinione pubblica del Bel Paese che serve una “terza via“ ed il dissequestro urgente disposto dalla Procura di Roma di tre, dicasi 3, Lince. Volete sapere quanti LMV “bidone“ erano in forza, a gennaio 2009, al Comando Regionale di Herat? Duecentoquarantanove (249). Proprio così. Avete letto giusto.
In Italia, come abbiamo già detto, a disposizione delle Forze Armate ce ne sono la bellezza di 1.270. Con un C-130, in otto-dieci ore, se ne possono far arrivare ad Herat due. Perdiamo efficienza sul terreno avendone operativi da quelle parti 246 anziché 249? Macchè. E allora?
Dal 2002 al 2009, abbiamo movimentato Italia-Afghanistan e ritorno 29.000 tonnellate di logistica e materiali militari; 15, all’ingrosso, in più per rimpiazzare i LMV distrutti che differenza fanno? Semplicemente nessuna.
Il nostro signor Auricchio, quello “piccante“, nasconde altri obbiettivi, anche economici, che potrebbero danneggiare la FIAT Iveco? Non è affatto escluso, anzi, a dirla tutta…
A ben vedere potrebbero esserci profili penali. Che la FIAT Iveco possa vendere ad Inghilterra, Belgio, Croazia, Spagna, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Austria degli scarronzoni ed a che costo unitario non è affare che riguarda la Procura di Roma, ma se i Lince rappresentano un pericolo per l’incolumità dei militari italiani la magistratura ha pieni titoli per accertarne i limiti operativi e la pericolosità per chi li ha in dotazione.
O no?
Se la magistratura lo dovesse accertare, gli affaroni della famiglia Elkann subirebbero una battuta d’arresto. E’ questo che non si vuole? A naso sembrerebbe proprio di sì.
La Russa e Cossiga (Giuseppe, figlio di Francesco) sono del mazzo? Mai dire mai. L’ ISTRID non lavora forse per lobby?
Il ministrone auspica, inoltre, un nuovo codice che non sia di pace né di guerra, da rimaneggiare, per azzerare – questo lo diciamo noi con la certezza che questa sia la finalità che si prefigge di raggiungere il Governo – i poteri di indagine della magistratura italiana nel Paese delle Montagne.
Governo e Difesa non tollerano, di fatto, occhi indiscreti sulla “missione di pace“? La risposta anche in questo caso è affermativa. Vogliono conquistarsi forse gli stessi poteri di veto che servirono al Ministro della Giustizia dell’amministrazione Bush per mettere a pagliolo le rogatorie internazionali dei pm Franco Ionta e Pietro Saviotti?
Angelino Alfano non ha forse annunciato che, a settembre, prenderà il via il ridimensionamento per legge dei poteri di indagine della magistratura inquirente? La Russa è uno dei colonnelli di Berlusconi. Allineato e coperto.
Facciamo ora entrare in campo l’enciclopedia abbastanza “libera“ del web, la più affermata e conosciuta per la distribuzione di contenuti su internet, per quel che riguarda il funzionaro del SISMI ucciso dal marine Mario Lozano.
“ …negli Stati Uniti è stata istituita una commissione d’inchiesta ai cui lavori sono stati ammessi osservatori italiani (nessun inquirente legale – nda) nominati dal Governo in carica di centrodestra. In Italia la magistratura ha incontrato impedimenti e difficoltà (eufemismo – nda) nelle svolgimento degli accertamenti a causa del particolare status in cui si sono svolti i fatti che risultava essere territorio dell’Iraq sottoposto a controllo del codice militare USA ed a sovranità, di fatto, assegnata al Segretario alla Difesa; negato anche il permesso di far analizzare a magistrati e tecnici della polizia scientifica italiana il veicolo su cui viaggiava Calipari. I giudici italiani hanno dovuto attendere la conclusione dell’inchiesta USA. Il diniego motivato da esigenze di natura militare ha di fatto provocato lo scadimento del valore probatorio del reperto (leggasi manomissione intenzionale della Toyota Corolla – nda).”

La Procura di Roma dopo la morte del mitragliere Di Lisio ha sequestrato tre Lince per capire come stavano le cose.
Il 9 agosto, il Cocer Esercito ha chiesto per bocca del generale Domenico Rossi – mai fidarsi degli altri gradi! -che i magistrati della Procura di Roma facciano con urgenza sopralluoghi in Afghanistan e tolgano i “sigilli“, senza cercare il pelo nell’uovo. Bel sindacalista, questo signore! Anche lui, come la Russa, chiede un intervento urgente di dissequestro degli Iveco perché servono i “pezzi di ricambio“.
Si potrebbe fare, volendo, le pulci anche a lui.
La sicurezza chi ci sta dentro interessa o no a questo signore? Sembrerebbe poco o nulla. Brunetta il nano cattivo ha previsto di tagliare dall’organico dell’Esercito 50.000 militari definendoli con disprezzo “pappafichi” e “pancioni in esubero”. La guerra della Repubblica Italiana delle Banane in Afghanistan costa sempre di più.
Quanto?
Ne riparleremo.
Giancarlo Chetoni

Bulgaria e Romania avamposti strategici sul Mar Nero

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romania

Bulgaria e Romania fecero il loro formale ingresso nella NATO nel 2004, in occasione del vertice di Istanbul, e da allora sono diventati gli ultimi – forse in entrambi i sensi della parola: i più recenti ed i finali – membri dell’Unione Europea.
Precedentemente, entrambi i Paesi avevano negato alla Russia l’uso del loro spazio aereo per trasportare rifornimenti alle truppe russe dislocate in Kosovo nel 1999.
Qualche anno dopo, nel 2002, la Romania aveva permesso agli Stati Uniti di usare la propria base aerea di Mikhail Kogalniceanu per i preparativi all’invasione dell’Iraq del successivo marzo 2003.
Nel dicembre 2005, il Segretario di Stato USA Condoleezza Rice si recò a Bucarest per firmare un accordo che prevedeva l’utilizzo – o meglio: la presa di possesso – di quattro basi militari: quella prima menzionata di Mikhail Kogalniceanu ed i campi di tiro ed addestramento a Babadag, Cincu e Smardan. La spiegazione all’epoca fu che gli Stati Uniti avrebbero usato le quattro basi per l’addestramento, comprese esercitazioni congiunte e multilaterali, ed il transito di rifornimenti verso l’Afghanistan e l’Irak. Ed il territorio romeno ha servito questi scopi fin da allora.
Nell’aprile dell’anno seguente, 2006, gli Stati Uniti firmarono un accordo analogo con la vicina Bulgaria per l’utilizzo di tre delle sue più grandi basi militari, quella aerea di Bezmer, il campo d’addestramento di Novo Selo ed il campo di volo di Graf Ignatievo.
Entrambe gli accordi prevedono una durata iniziale di dieci anni. Agli USA viene consentito di stazionare truppe in quantità variabile tra le 5.000 e 10.000.
Questi sette siti sono le prime basi militari americane nel territorio di quello che era il Patto di Varsavia.
La base aerea bulgara di Bezmer è una grossa infrastruttura simile nello scopo a quella romena di Mikhail Kogalniceanu. Secondo un quotidiano locale che ne scriveva due anni fà, essa acquisterà lo status di insediamento militare strategico come le basi di Incirlik in Turchia ed Aviano in Italia, divenendo una delle sei nuove basi aeree con tale connotazione fuori dai confini degli Stati Uniti.
Strategica perché, sotto il comando della Joint Task Force East insediata a Mikhail Kogalniceanu, a partire da essa potrebbero essere dispiegate truppe in zone di guerra nel Vicino Oriente e nell’Asia centrale e sudoccidentale.
Gli accordi stretti dagli USA con Bulgaria e Romania – come di consueto in questi casi – sono suscettibili di essere estesi alla NATO in quanto i tre firmatari sono tutti membri dell’Alleanza Atlantica. Secondo un articolo del Sofia Echo del gennaio 2008, la NATO avrebbe ottenuto la disponibilità della vecchia base di una brigata corazzata bulgara presso la città di Aitos per trasformarla in un deposito logistico.
A Graf Ignatievo, base aerea vicino la città di Plodviv, invece saranno trasferiti alcuni velivoli di stanza ad Aviano, sosteneva un’altra fonte bulgara nell’ottobre 2007. Trasferimento temporaneo, precisava, ma con la possibilità di diventare definitivo.
La severità e l’urgenza della minaccia percepita dalla Russia era tale che il generale Vladimir Shamanov, consigliere del Ministero russo della Difesa, ebbe a dichiarare: “Punteremo i nostri missili sulle infrastrutture militari USA in Bulgaria e Romania”. Apprensioni che certo non potevano essere fugate dalle affermazioni dell’allora Ministro degli Esteri bulgaro Solomon Passy il quale auspicava che il dispiegamento di forze terrestri, aeree e navali americane fosse seguito dall’installazione di missili.
Ad un anno di distanza dalla firma dell’accordo Stati Uniti-Bulgaria, un commento di stampa sottolineava come le nuove basi nell’Europa orientale facessero parte di un ambizioso piano per spostare le brigate combattenti facenti capo all’Comando Europeo delle Forze Armate USA (EUCOM) dall’Europa occidentale – prevalentemente la Germania – ad insediamenti avanzati prossimi al Caucaso, al Vicino Oriente ed all’Africa. Quando questo processo di riposizionamento fosse completato, due terzi delle forze di manovra dell’EUCOM saranno insediate nell’Europa meridionale ed in quella orientale.
Riferendosi specificatamente alle basi in Romania, nel luglio 2007 lo Stars and Stripes – organo ufficiale dell’esercito statunitense – riferiva la possibilità che truppe di altri Paesi vi svolgessero periodi di addestramento e che le forze USA lì situate potessero trasferirsi in brevi missioni di addestramento in Paesi confinanti quali Georgia ed Ucraina. Nel successivo mese di agosto vennero svolte delle esercitazioni per inaugurare con più enfasi possibile i nuovi insediamenti.
Per quanto riguarda le basi in Bulgaria, notizie di stampa dell’estate 2008 riferivano dei nuovi alloggiamenti costruiti presso Novo Selo per 500 rangers statunitensi e le loro famiglie, che vi saranno insediati in modo permanente, con una spesa prevista di 62 milioni di dollari nei successivi due anni. Altri 2.500 soldati si alterneranno nelle altre basi secondo un principio di rotazione.

L’espansione militare USA/NATO nella regione del Mar Nero si protende secondo quattro direttive. A spiegarlo in maniera concisa ma esauriente è stato Vakhtang Maisaia, presidente dell’Associazione per la Politica Estera della Georgia, sul Georgian Times del 2 aprile 2008:
“Il Mar Nero è una vitale area geostrategica per l’Alleanza Atlantica in combinazione con la missione ISAF in Afghanistan, le operazioni di carattere logistico in Darfur, la missione di addestramento NATO in Irak e le operazioni per il mantenimento della pace in Kosovo…”.

Gli “effetti” Lince in Afghanistan

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Quando i pneumatici scorrono su un terreno sterrato di montagna segnato da solchi profondi, e succede con frequenza perché ad ogni primavera quando si sciolgono le nevi l’acqua da quelle parti si porta via fango e pietre, l’equipaggio “dondola”, la velocità di marcia si riduce a 3-5 km all’ora, la guida si fa particolarmente dura e l’autiere stenta a tenere il controllo del mezzo.
Il volante non risponde come dovrebbe mentre il Lince manifesta un’accentuata tendenza al ribaltamento su un fianco quando affronta anche a bassa velocità una curva in salita o in discesa.
Più volte è stato necessario far uscire l’equipaggio dai “blindati” con le ruote all’aria su “carreggiate” che a stento permettono l’avanzamento e si affacciano sul vuoto.
Il Light Multirole Vehicle – LMV (più chiaro di così!) ha un baricentro troppo spostato verso l’alto per il posizionamento della “cellula di sicurezza”. Inoltre, la luce tra il terreno ed i parafiamma anteriore-posteriore per assorbire l’effetto di cariche esplosive ne compromette la stabilità, l’assetto, in movimento anche con l’inserimento delle marce ridotte.
Un carente bilanciamento dei pesi tra parte anteriore (motore) e parte posteriore (gruppo di riduzione) fa il resto.
Anche se la FIAT lo presenta come un blindato di nuova generazione, ad alta affidabilità, sicurezza e caratteristiche “stealth” (!), la realtà è che il Lince, almeno in Afghanistan, sta dando dei grossi grattacapi a chi deve uscirci in perlustrazione o muoversi in colonna su aree accidentate.
La blindatura laterale sopporta l’impatto di proiettili in calibro 12,7 mm ma è estremamente vulnerabile al tiro di datatissimi RPG.
Un colpo in pieno penetrerebbe come un coltello nel burro nelle blindature laterali e nella cellula di sicurezza determinando la perdita immediata dell’intero equipaggio del Lince. Non è ancora successo ma è fatale che succeda.
La guerra di annientamento contro famiglie, clan e combattenti pashtun portata avanti da ISAF-NATO ed Enduring Freedom alzerà inevitabilmente il livello della “risposta”.
Osannato come “avveniristico” da giornali, tv, da esperti e riviste militari, presentato come il blindato leggero da pattugliamento tecnologicamente più avanzato prodotto nei primi sette anni del XXI° secolo per la qualità e la quantità delle piastre di acciaio, dei compositi protettivi e dei blindovetro usati nell’assemblaggio che avrebbero dovuto garantire un elevatissima capacità di sopravvivenza, il Lince in realtà è quello che è: un gippone “protetto” uscito dalla Iveco di Bolzano in fretta e furia, con un approccio progettuale e modalità costruttive che hanno tenuto in scarsa o nulla considerazione la “lezione sul campo” arrivata dall’Iraq.
Nel Paese delle Montagne il Lince si sta lasciando dietro, e siamo appena agli inizi, uno strascico di contusi, traumatizzati, feriti e morti. Continua a leggere

Operazione Ocean Shield

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Lisbona, 17 agosto – La NATO ha lanciato ufficialmente l’operazione ‘Ocean Shield’ contro la pirateria al largo del Corno d’Africa, dopo il via libera del Consiglio Nord-Atlantico. Lo ha annunciato il Comando alleato a Lisbona.
”Non è stata fissata alcuna scadenza per quest’operazione a lungo termine, che durerà finché sarà ritenuta necessaria”, ha detto all’Afp il maggiore Stefano Sbaccanti. ‘Ocean Shield” subentra all’operazione ”Allied Protector”, in corso dalla scorsa primavera. Nel quadro di questa nuova missione, che resta incentrata essenzialmente sulle operazioni anti-pirateria, la NATO potrà anche ”aiutare gli Stati regionali che ne faranno richiesta a sviluppare una propria capacità di lotta contro le attività dei pirati”, spiega un comunicato. ”Questa componente dell’operazione deve completare gli sforzi internazionali in corso e contribuire a stabilire una sicurezza marittima duratura al largo del Corno d’Africa”, aggiunge il testo.
Sul campo, l’operazione è condotta dal Gruppo navale permanente numero 2, che ha come nave ammiraglia la fregata britannica Hms Cornwall, assistita dalle fregate italiana Its Libeccio, greca Hs Navarinon, turca Tgc Gediz e dal cacciatorpediniere americano Uss Donald Cook. Tuttavia, ha precisato il maggiore Sbaccanti, ”altri Paesi stanno pensando di rafforzare questo dispositivo, che può evolvere in qualsiasi momento”.
(ASCA-AFP)

L’esempio dell’Ucraina

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Uno sguardo più attento all’evolversi della situazione nelle aree interessate, dovrebbe indurre a maggiore prudenza molti entusiasti sostenitori di una presunta “vocazione” della nuova amministrazione USA alla composizione dei conflitti tuttora in corso con la Russia e con altri protagonisti della scena internazionale, i quali danno per scontata la sua accettazione incondizionata di un nuovo orizzonte multipolare delle relazioni internazionali, in cui non ci sia posto per le scelte avventurose che hanno caratterizzato la precedente presidenza Bush.
Se ci limitiamo, ad esempio, ad esaminare alcuni sviluppi degli avvenimenti in Ucraina, il grande paese europeo considerato da sempre strategico per gli interessi USA e oggetto, da lunghi anni, di pressioni e condizionamenti esterni, possiamo trarre la conclusione che il tentativo di “forzare i tempi” della sua integrazione nell’orbita occidentale non si è certo definitivamente arrestato, che le speranze di un’accelerazione dei progetti di “colonizzazione” e asservimento militare a suo tempo intrapresi continuano ad essere coltivate, approfittando anche della profonda crisi economica in cui versa l’ex repubblica sovietica, sull’orlo della bancarotta.
Anche il notevole sviluppo del movimento anti-NATO (per iniziativa, in particolare, del Partito Comunista di Ucraina e di altre forze di sinistra), a cui si è assistito in questi ultimi giorni, con grandi manifestazioni in diverse parti del paese (in particolare in Crimea, scenario potenziale di un pericoloso scontro tra le forze navali di Mosca e di Washington), sta lì a dimostrare che la consapevolezza del pericolo di definitivo assoggettamento al “carro americano” è ben presente in larghi strati dell’opinione pubblica ucraina, che non ha certo abbassato la guardia, neppure dopo l’avvento di Obama alla presidenza.
Rivelatrice dell’incertezza di un futuro di “distensione” della politica USA in quest’area, appare, ad esempio, l’intervista al quotidiano francese Le Figaro, in cui, nei giorni scorsi, il principale ispiratore della politica estera “democratica” verso il mondo ex sovietico, Zbigniew Brzezinski, si è espresso per l’apertura di “sedi di dialogo” con Mosca, ma ha anche precisato che l’approccio negoziale deve avvenire nel contesto di una concezione delle relazioni con la Russia e gli stati dell’ex URSS, che non lascia spazio a dubbi interpretativi: “L’inizio del dialogo con la Russia non può avvenire a costo di limitare le aspirazioni di quei paesi che vogliono aderire alla NATO – come l’Ucraina e la Georgia – soprattutto perché l’Ucraina, in quanto membro della NATO, spianerebbe la strada alla democratizzazione della Russia”. Ancora una volta, Ucraina, Georgia (e altri stati dell’ex URSS) dirette da elite fedeli ai valori di “missione di civiltà” della potenza USA, integrate militarmente nel blocco imperialista, e garanti degli interessi USA contro una Russia ricondotta a più miti consigli e disposta a trattare (o meglio, a collaborare) alle condizioni imposte. E’, tra l’altro, non privo di significato che l’intervista sia stata diffusa contemporaneamente al diffondersi di voci circa la nomina del figlio dello stesso Brzezinski ad ambasciatore a Varsavia, capitale di un paese che da secoli nutre velleità egemoniche sugli stati slavi europei limitrofi alla Russia (Bielorussia e Ucraina) e che, più di tutti, ha operato, negli ultimi anni, a favore di una politica aggressiva nei confronti dell’amministrazione russa, in perfetta sintonia con gli orientamenti della politica estera USA.
A metà febbraio, nel corso di una visita in Georgia, il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Robert Wood, pur con toni meno aggressivi di quelli che caratterizzavano l’era Bush, richiesto di un parere circa un possibile cambiamento dell’atteggiamento della nuova amministrazione Obama nei confronti dell’adesione di Georgia e Ucraina all’Alleanza Atlantica, ha risposto che gli Stati Uniti “sono ancora impegnati nel migliorare e rafforzare le relazioni della NATO” con i due paesi. E ha concluso: “A quanto ne so, non c’è stato alcun cambiamento della posizione rispetto alla dichiarazione di Bucarest (dei leader della NATO, in aprile 2008): è evidente che questi due paesi saranno membri della NATO”.
(…)
Nel frattempo, prosegue incessante la stretta collaborazione degli USA con il governo di Kiev (peraltro alle prese con una drammatica crisi di credibilità presso l’opinione pubblica del proprio paese) per garantire, come sottolinea il 21 febbraio l’analista politico ucraino Viktor Pirozhenko nel sito russo del Fondo di Cultura Strategica, “un’adesione silenziosa, non formale alla NATO dell’Ucraina”, che viene considerata “membro de facto dell’alleanza, anche in assenza di una formalizzazione giuridica”. A tal scopo, sottolinea Pirozhenko, è previsto un drastico incremento del numero degli osservatori statunitensi e una sostanziosa crescita dell’appoggio finanziario da parte USA a innumerevoli organizzazioni non governative ucraine (quelle, tanto per intendersi, che hanno svolto un ruolo decisivo nella vittoria della “rivoluzione arancione” alla fine del 2004).
In effetti, pur non essendo formalmente membro della NATO, con la presidenza di Juschenko, l’Ucraina assolve praticamente agli stessi obblighi previsti per i membri a pieno titolo dell’alleanza militare. Ad esempio, lo spiegamento ai confini della Russia di parte consistente delle formazioni militari di Kiev, ha rappresentato, come ha dichiarato, nel dicembre 2008, il Capo di Stato Maggiore S. Kirichenko, “il rafforzamento delle frontiere della NATO, fino alla linea di confine ucraino-russa” . Un altro passo che sancisce l’adesione di fatto alla NATO si è registrato con l’accordo, siglato dal ministro della difesa Jekanurov, che permette il transito e la dislocazione delle forze e del personale dell’alleanza su tutto il territorio nazionale.
Un altro esempio viene dalla ratifica, il 18 febbraio, da parte del parlamento ucraino dei “protocolli aggiuntivi” al “Memorandum di intesa” siglato dal governo e dalla NATO, che prevede l’installazione di un “Centro di Informazione e Documentazione della NATO” e la dislocazione in tutto il paese di ufficiali di collegamento del blocco militare.
“Se l’Ucraina continuerà ad adempiere fedelmente agli obblighi previsti per tutti i paesi membri della NATO, pur continuando a stare fuori dall’alleanza” – conclude l’analisi di Pirozhenko – “alla fine, i partners europei (riluttanti) degli Stati Uniti si convinceranno che l’Ucraina dovrà essere ammessa, senza osservare le procedure normalmente richieste, ma semplicemente legittimando la situazione esistente”.

Da Si è arrestata l’espansione della NATO ad est?, di Mauro Gemma.
[grassetto nostro]

Quando i Carabinieri circondarono le Delta Force

carabinieri a sigonellaLa telefonata, allora non esistevano i cellulari, gli arrivò a casa, alle due di notte: «Dottore, deve venire. E’ atterrato un aereo…». Roberto Pennisi era il sostituto procuratore di turno, a Siracusa. Si vestì, aspettò l’auto dei carabinieri e si mise in viaggio. Un’ora per arrivare a Sigonella. Entrò nella base, vide l’aereo, i militari americani che circondavano il velivolo, i carabinieri che circondavano a loro volta i militari a stelle e strisce. E per ventiquattr’ore fu testimone e protagonista nello stesso tempo dell’epilogo della drammatica vicenda dell’Achille Lauro, con la consegna dei quattro terroristi palestinesi, autori del sequestro e dell’omicidio del cittadino americano Leon Klinghoffer, ebreo.
Va bene, sono passati ventiquattr’anni dal dirottamento della nave da crociera italiana. I quattro colpevoli hanno scontato la pena. Anche il capo del commando, Youssef Maged al Molky, ha lasciato l’Italia, il primo maggio scorso, destinazione Damasco (lui non voleva andarci, convinto che sarebbe stato eliminato). Ma ancora oggi, nell’immaginario collettivo, quella vicenda viene tramandata come l’esempio di un Paese che mostrò gli attributi, che, per la prima volta, non si piegò ai desiderata degli alleati americani. Ancora adesso, e l’ultimo in ordine di tempo è stato Walter Veltroni, si ricorda lo «statista» Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, che seppe dire no a Ronald Reagan. «Di cosa può andar fiera una nazione – si domanda oggi il magistrato – che prende per i fondelli se stessa?».
Un grande inganno. Roberto Pennisi e Alessandra Nardini hanno raccolto in un libro, che uscirà a settembre – «Il mistero di Sigonella» (Giuffrè editore) -, i fatti accaduti in quell’arco di tempo di ventiquattr’ore. La testimonianza di Pennisi propone un’altra storia, che sintetizza così: «In quelle ventiquattr’ore si consumò una doppia privazione della sovranità nazionale del nostro Paese, sia da parte degli alleati americani – la limitazione in quel caso la subimmo – che degli interlocutori arabo-palestinesi, e in quel caso l’accettammo. Sia chiaro, posso pure capirne le ragioni, ma non posso giustificarle».
Questa privazione di sovranità ha a che fare con l’autonomia e la competenza della magistratura penale per i fatti criminali, messe in discussione: «In quelle ventiquattr’ore – spiega Pennisi – il pm doveva applicare la legge. E solo parzialmente è riuscito a farlo. Doveva individuare i responsabili del reato e assicurarli alla giustizia. E ciò non è avvenuto, perché non è riuscito a impedire che qualcuno dei sospettati, munito di salvacondotto, lasciasse il nostro Paese». Non solo, Pennisi avrebbe dovuto perseguire anche gli alleati americani, protagonisti di un dirottamento aereo, il velivolo egiziano doveva raggiungere Tunisi, dell’ingresso di un manipolo di militari, la Delta Force, in armi sul suolo italiano. E anche di sequestro di persona, i passeggeri del velivolo egiziano. Ma evidentemente non lo fece per motivi di opportunità: «Del resto, senza l’intervento americano come avremmo potuto arrestare i sequestratori?».
(…)
La suggestione è forte, e Pennisi accenna a un parallelismo con le antiche vicende palermitane tornate d’attualità in queste ore: «A questo punto che differenza c’è tra la trattativa con gli americani e i palestinesi e la trattativa con Cosa Nostra? Perché non si trattava anche con la mafia di evitare altre stragi?».
Naturalmente, la sua è un’osservazione paradossale. E però affonda la lama, Pennisi: «Se l’Italia fosse stata davvero autonoma, nessun Paese straniero si sarebbe permesso di violare il nostro territorio in armi. Nessuno avrebbe mai neppure immaginato di fare ciò che è successo a Sigonella in Paesi quali la Francia, l’Inghilterra, persino la Spagna. E non è stata forse violazione la mancata possibilità di applicare la legge?».
(…)

Da Il giallo di Sigonella, 24 ore per un inganno di Guido Ruotolo.
[grassetto nostro]

Il Montenegro diventa una base

A seguito di una consultazione referendaria, il Montenegro ha dichiarato la propria indipendenza il 21 maggio 2006. Con un territorio di 14.000 kmq (meno della Puglia) e 650.000 abitanti, è stato il 192° ed ultimo Stato ad entrare nell’ONU.
A distanza di soli sette mesi, aveva già aderito al Partenariato per la Pace della NATO. I montenegrini però non sono mai stati interpellati sulla questione, ed alcuni sondaggi suggeriscono che un 70% di loro voterebbe contro l’ingresso nell’Alleanza Atlantica se avesse l’opportunità di farlo. La principale ragione di questa ostilità sta nell’aggressione della NATO alla ex Jugoslavia del 1999.
Nel giugno dell’anno scorso, la NATO ha svolto un proprio seminario a Podgorica, capitale del Paese. Dopo solo due settimane, è stato lanciato un cosiddetto “Dialogo Intensificato” tra la NATO ed il Montenegro. A novembre 2008, il Presidente Milo Djukanovic – dopo esser stato rassicurato che “la NATO non è stanca di allargarsi” (testuali parole dell’ex segretario generale Jaap de Hoop Scheffer) – ha presentato formale domanda di ingresso nell’alleanza, tradottasi in un Piano d’Azione Individuale per l’Adesione.
Il mese successivo, il Montenegro e la Bosnia sono stati accolti nella “Catena Adriatica” (Adriatic Charter), il meccanismo di cooperazione intrapreso sotto l’egida statunitense nel 2003 per coordinare gli sforzi di Albania, Croazia e Macedonia durante il loro cammino di avvicinamento alla NATO (conclusosi solo per i primi due Paesi).
Il 17 dicembre scorso, l’ambasciatore negli Stati Uniti Miodrag Vlahovic ha firmato un SOFA che stabilisce termini e condizioni per lo stazionamento di forze militari di tutti i Paesi membri NATO in Montenegro.
Ad inizio febbraio 2009, Frank Boland, direttore della Pianificazione per la Politica di Difesa della NATO, ha dichiarato ad un quotidiano balcanico che il Montenegro potrebbe diventare un membro dell’alleanza nel 2012, una volta che il Paese si sia adeguato agli standard NATO per quanto riguarda l’addestramento delle truppe.

Lo scorso 28 luglio, il Montenegro ha annunciato di stare assegnando un contingente iniziale di 40 soldati alla missione ISAF in Afghanistan.

Pentagono verde

ecologia

O forse un altro pretesto per ingerire negli affari altrui?
[grassetti nostri]

Washington, 9 agosto – Nel febbraio del 2004 il Pentagono stilò un rapporto segreto per il presidente George W. Bush che prevedeva entro il 2020 lo scoppio di una serie di conflitti innescati dai cambiamenti climatici. Cinque anni dopo i militari hanno iniziato a prepararsi a questi nuovi scenari di guerra con delle simulazioni di conflitti (‘war games’) in cui, tra l’altro, suggeriscono di passare prima possibile all’uso di fonti energetiche rinnovabili per contenere il riscaldamento globale.
E’ quanto rivela il New York Times secondo cui il Pentagono ha preso atto che i cambiamenti climatici globali porranno sfide strategiche molto gravi agli Stati Uniti, che dovranno far fronte sia sul fronte degli aiuti di emergenza ma anche a focolai di guerra causati da uragani, siccità, migrazioni di massa e pandemie. Queste crisi potrebbero far crollare governi, alimentare movimenti terroristici e destabilizzare intere regioni, in particolare nell’Africa sub-sahariana, nel Medio oriente e nel sud est asiatico. Nel giro di 20-30 anni, queste regioni dovranno combattere contro carenza di cibo, acqua ed alluvioni catastrofiche derivanti dai cambiamenti climatici e dall’innalzamento delle temperature. E la risposta non potrà essere solo di carattere umanitario, ma necessariamente anche militare. Il caso pratico preso in considerazione alla National Defense University ha preso in considerazione l’impatto devastante di un uragano seguito da inondazioni nel Bangladesh musulmano con centinaia di migliaia di sfollati che cercherebbero riparo nell’India a maggioranza indù, innescando conflitti religiosi, diffondendo malattie contagiose, mettendo a dura prova le già deboli infrastrutture.
Le variazioni climatiche minacciano direttamente alcune basi militari USA perché molte installazioni si trovano esposte al rischio dell’innalzamento delle acque, come in Florida e della Virginia (come le basi della marina di Norfolk e San Diego) o nell’Oceano indiano (l’isola di Diego Garcia da cui partono i bombardieri che colpiscono l’Afghanistan).
(AGI)

Base Structure Report 2008

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Il Dipartimento della Difesa USA rimane uno dei più grandi “proprietari terrieri” del mondo con un impianto fisico costituito da più di 545.700 strutture situate in più di 5.400 località su circa 30 milioni di acri (12.140.569 ettari). Il Base Structure Report (BSR) per l’anno fiscale 2008 rappresenta una sintesi unificata dell’inventario annuale delle proprietà e delle strutture del Dipartimento della Difesa, non soggette a segreto militare, al 20 settembre 2007.
Ciascun record comprende il nome del sito, il corpo delle Forze Armate a cui è stato assegnato, il nome della città più vicina, il numero degli edifici di proprietà in affitto o d’altro genere, la superficie in acri totale ed il totale di acri usato, il valore effettivo (in milioni di dollari) ed il numero di personale autorizzato (militare, civile e altro) se disponibile.
Se la struttura fisica della base può cambiare nel corso dell’anno (nuove costruzioni, demolizioni, ecc.), il BSR è un’“istantanea” dell’impianto fisico del Dipartimento della Difesa al 30 settembre 2007. Le basi elencate possono trovarsi a diversi stadi di attività, compreso “non utilizzato” o “in attesa di disposizioni”.
Questo rapporto comprende informazioni specifiche sui siti che rispondono a predefiniti criteri di grandezza e valore (eccetto i siti della Guardia Nazionale della sezione X). Se il sito si trova in un Paese straniero dev’essere più grande di 10 acri (circa 4 ettari) oppure avere un valore effettivo superiore a 10 milioni di dollari per essere indicato singolarmente. Per mantenere la completezza del documento, i siti che non rispondono a questi criteri sono riuniti come “Altri” all’interno di ciascuno Stato o Paese.
I dati sul personale sono inclusi in questo documento unicamente al fine di mostrare l’ordine di grandezza e non devono essere considerati come dati convalidati sulle risorse umane del dipartimento militare. È anche possibile che i totali di questo documento non rappresentino l’effettiva popolazione in un determinato sito.

A seguire, un elenco delle principali definizioni.
Name nearest city: identifica il nome della città in cui si trovano i beni immobiliari o di quella ad essi più vicina.
Buildings: edifici; una struttura (di uno o più livelli) chiusa e provvista di tetto, pavimento e muri costruita su un lotto di terreno e adatta per una tra una vasta gamma di attività (abitazione, spazi riservati a uffici e/o produzione).
Structures: strutture; una struttura classificata diversamente da un edificio o da strutture lineari che è costruita su/nel terreno (per es. strade, ponti, rifugi, poligoni, ecc.).
Linear structures: strutture lineari; un sistema di distribuzione che fornisce un servizio od un bene comune ad uno o più edifici o strutture (per es. linee di comunicazione, distribuzione della corrente elettrica, fognature).
Total acres: acri totali; identifica il numero totale di acri posseduti, usati o affittati dal Dipartimento della Difesa.
Notes on personnel data: note sui dati del personale; pur essendosi fatti tutti gli sforzi per far corrispondere la consistenza del personale al sito giusto, la popolazione può non riflettere l’effettiva popolazione del sito.
MIL: identifica tutto il personale militare noto autorizzato per il sito.
CIV: identifica tutto il personale civile noto del Dipartimento della Difesa identificato per il sito.
OTHER: identifica tutto il restante personale civile identificato per il sito, compresi i cittadini stranieri e, qualora disponibile, qualsiasi contrattista a tempo pieno.

Lo studioso dell’imperialismo statunitense Chalmers Johnson ha avuto a dire: “Secondo il “Base Structure Report” del Pentagono – l’inventario annuale delle proprietà e delle strutture in affitto delle Forze Armate – nel 2008 gli Stati Uniti usufruiscono di 761 “siti militari” in paesi stranieri. (Questo il termine preferito dal Dipartimento della Difesa, invece che basi come di fatto sono). Contando anche le basi militari sul territorio USA arriviamo ad un totale di 5.429.
Le stime all’estero fluttuano di anno in anno. Il totale 2008 scende dalle 823 del 2007 che saliva dalle 766 del 2006. Il totale attuale rimane comunque sostanzialmente meno di quello del picco di 1.014 durante la Guerra Fredda nel 1967. In ogni caso se si considera che ci sono solo 192 Paesi nelle Nazioni Unite, 761 basi militari all’estero sono un notevole esempio di espansionismo imperialista – anche di più se si considera che i comunicati ufficiali militari sottostimano la situazione reale. (Le stime ufficiali omettono le basi di spionaggio, quelle nelle zone di guerra, incluse in Iraq ed Afghanistan, e strutture di entità mista collocate in zone considerate troppo sensibili da discutere o che il Pentagono per le sue più svariate ragioni sceglie di escludere – es. Israele, Kosovo o Giordania).”

Il Base Structure Report (BSR) per l’anno fiscale 2008 è qui.

A questa pagina, invece, è possibile prendere visione di una efficace elaborazione grafica interattiva della presenza militare statunitense del mondo, messa a punto dalla redazione di Mother Jones.

Anniversario osseto

saakashvili

Mosca, 4 agosto – A tre giorni dal primo anniversario dalla guerra-lampo tra Russia e Georgia, scoppiata il 7 agosto 2008, continua ad aggravarsi il clima di confronto tra le due Repubbliche ex sovietiche: al punto che il presidente georgiano Mikheil Saakashvili non ha esitato a bollare come “preoccupanti” le manovre militari del Cremlino nella provincia ribelle dell’Ossezia del Sud, ammonendo che “esiste un rischio” di “conflitto imminente”, come del resto lo descriverebbero gli stessi mass media russi.
Dal canto suo il ministero degli Esteri di Mosca ha reso noto che è stato “innalzato lo stato di allerta da combattimento delle truppe e delle guardie di frontiera” di stanza in territorio sud-ossetino: il portavoce ministeriale Andrei Nesterenko ha definito la situazione “molto allarmante”, imputandola alle “incessanti provocazioni georgiane”. Nesterenko ha precisato che per la Russia “al momento l’obiettivo prioritario consiste nel non permettere un aggravamento” della tensione, scongiurando che degeneri “in un confronto peggiore”; e ha sottolineato che il suo Paese “farà di tutto per evitarlo”.
Il vice ministro degli Esteri, Grigory Karasin, dal canto suo ha però accusato apertamente gli Stati Uniti di “ricoprire il ruolo principale nel riequipaggiamento della macchina da guerra georgiana”; e ha ammonito che Mosca non chiuderà più un occhio se gli USA “continueranno ad armare un regime imprevedibile con la scusa di voler rafforzare la giovane democrazia” di Tbilisi.
(AGI)

Se le cose dovessero volgere al peggio, auspichiamo vivamente che l’esercito russo punti diritto su Tbilisi al fine di destituire il buffone inNATO e metterlo così nelle condizioni di non nuocere ulteriormente, prima di tutto al suo Paese.

Iraq: quando il Carnefice fa la parte della Vittima

OperationIraqiFreedom

L’abilità recitativa yankee messa al servizio della ragion di Stato per giustificare agli occhi del mondo un ritiro dal teatro irakeno che si vorrebbe anticipato rispetto ai tempi previsti.
L’”endemica pigrizia” dei suoi soldati e la “corruzione ed incompetenza leggendarie” dei suoi politici ed amministratori quali cause di un disimpegno dall’Iraq da realizzare quanto prima.
Con il non trascurabile effetto collaterale di ridurre “i costi (…) in termini di vite umane e denaro” (corsivo nostro). Senza però dimenticarsi di lasciare qualche “grande base di addestramento, basi aeree o quartier generali” al fine di meglio controllare che tutto si svolga secondo i desideri del Grande Manovratore.

Ah, “le generose mammelle dello Zio Sam”!
Ovvero il memorandum del colonnello Timothy R. Reese.