Portaerei Italia a Modena e Bologna

Incontri pubblici:
Portaerei Italia: 60 anni di presenza militare USA/NATO nel nostro Paese

* Venerdì 7 Maggio, ore 21, presso la Sala Conferenze della Circoscrizione Centro Storico, Piazzale Redecocca 1 a Modena
A cura di Pensieri in Azione
con
Giancarlo Chetoni, redattore blog byebyeunclesam
Fabrizio di Ernesto, autore di “Portaerei Italia”, Fuoco Edizioni

** Sabato 8 Maggio, ore 16, presso la Sala dell’Angelo, via San Mamolo 24 a Bologna
A cura di  Eur-eka
con
Giancarlo Chetoni
Fabrizio di Ernesto
modera Eduardo Zarelli, responsabile di Arianna editrice

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3 pensieri su “Portaerei Italia a Modena e Bologna

  1. Per il Bene Comune ci sarà…non so se a Modena o Bologna, dipenderà dagli impegni della presidente.
    Un caro saluto Nando.

  2. Italia colonia: l’America in casa,
    di Fabrizio Fiorini
    http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=1991

    Uno schietto e irriverente giornalista italiano contemporaneo, nel corso di un dibattito radiofonico di qualche tempo fa, si trovò a illustrare esaustivamente la natura fallace del dogma democratico occidentale e la connotazione perversa che esso veniva ad assumere nel momento in cui questo assurgeva al rango di Verbo da esportare con le armi qua e là per il pianeta. Sostenne quindi la maggiore rappresentatività – questa sì, in senso stretto, democratica – del mullah Mohammed Omar nei confronti del popolo afghano che non quella espressa dalla classe politica europeo-occidentale, spenta e amorfa risultante di un rituale meccanismo in virtù del quale “si infila una scheda in un’urna e ne sbuca fuori Schifani”.
    L’immagine è forte e calzante. Rende bene l’idea della manifesta incapacità delle rappresentanze elette del nostro Paese (locali o nazionali che siano) di interpretare la volontà e la domanda di libertà del popolo che pure, nonostante il crescente astensionismo, si è prodigato a votarle; vuoi per via della propaganda, o per via delle sfrontate promesse elettorali, o per l’addormentamento delle coscienze, o – peggio – per rassegnazione, per euforia da naufraghi.
    Tale dramma è vissuto ancor più intensamente dai nostri concittadini, italiani ed europei, che hanno la sventura di risiedere in prossimità di una base o di un’installazione militare statunitense. Possono infatti costoro toccare con mano la completa privazione di sovranità che affligge la vita politica della nazione e constatare la totale sudditanza delle nostre “autorità” civili, militari, intellettuali e religiose nei confronti degli Stati Uniti d’America i quali attraverso le suddette strutture manifestano la loro impunità, la loro incondizionata libertà di azione e la loro decisiva facoltà di ingerenza negli affari interni del Paese ospitante. Essi decidono infatti in completa autonomia se sanzionare o meno e in quale misura le irregolarità e le violazioni della legge commesse dalla soldataglia ubriaca che imperversa sul territorio, stabiliscono se e come ampliare una installazione militare o se mutarne la destinazione d’uso, decidono sul dispiegamento, sul numero e sulla potenza delle testate atomiche da collocarvi neanche si trattasse di cassette di munizioni.
    Il popolo brama di ribellarsi, fosse anche solo per legittima paura. Ma trova nei suoi rappresentanti solo pusillanimità, mediocrità, asservimento. Come se la tragedia non bastasse a sé stessa, a questa si aggiungono i saltimbanchi della farsa: gli esponenti della falsa sinistra, che spesso si trovano ad amministrare le unità territoriali in cui le truppe a stelle e strisce sono acquartierate con armi e bagagli. Si, proprio quegli uomini di sinistra che fino a qualche decennio or sono, tra una lettura di poesia cilena e una mostra d’arte vietnamita, tra un corso di ballo cubano e una conferenza sull’estimo rurale sovietico, allietavano le orecchie dei loro sostenitori denunziando un giorno si e l’altro pure il dramma dell’imperialismo e le malefatte della potenza americana, dall’alto delle tribune che i potenti partiti e organizzazioni di cui erano parte gli concedevano.
    Rivelandosi per quello che sono, utili specchietti per allodole, oggi, questi “compagni si, compagni no, compagni un caz” sembrano aver perso la loro grinta e la loro radicale determinazione nell’affermazione delle istanze politiche anti-imperialiste con cui ad ogni piè sospinto esercitavano un tempo le corde vocali. Oggi per loro gli unici motivi da addurre in contrasto alla presenza militare straniera nel Paese sono i problemi di viabilità che ne deriverebbero; oppure l’inquinamento causato dalla scia degli aeroplani; o ancora le violazioni del Piano regolatore; c’è stato anche chi ha denunciato il rischio di turbamento che subirebbero in prossimità di edifici militari le traiettorie del volo degli uccelli. Ma qui non c’entrano nulla i “codici di geometrie esistenziali” di Battiato, quanto piuttosto i codici di una insormontabile idiozia politica.
    Per trovare degna rappresentanza delle proprie domande di sovranità e per poter trovare una sponda politico-istituzionale nella sacrosanta richiesta di cessazione delle servitù militari statunitensi sul suolo nazionale, quindi, un cittadino di Aviano, di Vicenza, di Sigonella o di Teulada deve spostarsi di qualche migliaio di chilometri verso Oriente, in prossimità dell’ufficio di presidenza della Repubblica Islamica dell’Iran. E’ stato il solo presidente Mahmud Ahmadinejad, infatti, nel corso della conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare tenutasi nei giorni scorsi a Nuova York, a esprimere la propria solidarietà al nostro Paese e ad altri Paesi europei, esortando gli Stati Uniti d’America a ritirare dal suolo del vecchio continente le loro armi di distruzione di massa e il loro temibile arsenale atomico. I governanti di cui sopra, privi dei più elementari rudimenti di dignità umana, hanno ben pensato di abbandonare l’aula per protesta e di dettare alle agenzie di stampa delle farneticanti dichiarazioni in cui le proposte pacificatorie e multipolari del presidente iraniano sono state assimilate ai deliri di un folle, alle minacce di un sanguinario.
    Nulla di nuovo quindi, e nulla di buono, da questa serva Europa. In cui occorre cercare col lumicino le voci di dissenso e di denuncia dell’occupazione atlantica. Una di queste voci è senz’altro l’opera di Fabrizio Di Ernesto, Portaerei Italia, già oggetto delle nostre attenzioni sulle pagine di questo quotidiano.
    Il libro (che verrà presentato dall’Autore oggi a Bologna, nella Sala dell’Angelo di via San Mamolo 24, alle ore 16), oltre a esporre una circostanziata analisi della presenza militare a stelle e strisce in Italia e a presentare un’attenta disamina sull’organizzazione e sulle funzioni delle maggiori tra le centotredici installazioni Usa presenti sul nostro territorio a sessantacinque anni dalla fine della seconda guerra mondiale, dedica un’ampia sezione appunto alla questione delle armi atomiche che la potenza nordamericana ha stanziato a poche centinaia di metri dalle nostre abitazioni civili in virtù del trattato Stone Ax imposto nel primo dopoguerra al governo di Roma.
    Un capitolo conclusivo viene inoltre dedicato alle proteste della popolazione nei confronti di tale presenza, protesta sedata e soffocata dai canali para-istituzionali in cui si è dipanata, a causa della mancanza di volontà e dell’incapacità della classe politica nazionale di opporre la pur minima obiezione alle direttive impartite da Washington. Un testo, quindi, che può aiutare nella definizione di quella consapevolezza necessaria all’identificazione di quali pericoli corre oggi la nazione nel trovarsi nelle mani di chi da molti, troppi, decenni ne calpesta la dignità e la sovranità anche attraverso una insormontabile occupazione militare; un testo da leggere e da approfondire: la presentazione bolognese di oggi (e le altre organizzate in varie città italiane) ne offre la possibilità.
    La consapevolezza rivela la soluzione, che risiede nell’affermazione della giustizia sociale e della sovranità nazionale. Altro che i problemi di viabilità sollevati dal vicesindaco di turno. Ma è comunque un bene che i politicanti nazionali acquisiscano familiarità con gli ingorghi: presto dovranno infatti percorrere una strada che sicuramente sarà molto affollata. Quella che li porterà, inesorabilmente, verso il loro declino.

  3. Italia a sovranità limitata,
    di Alessandro Iacobellis
    http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=32356

    Sabato 8 maggio si è tenuta a Bologna, presso la sala dell’Angelo, la presentazione del libro di Fabrizio Di Ernesto “Portaerei Italia”, uscito per i tipi di Fuoco Edizioni (pagine 98, euro 11).

    Presenti per l’occasione l’Autore (già collaboratore di Rinascita) e altri due relatori: Federico Roberti dell’Associazione Eureka, cui si deve l’organizzazione dell’evento, e il moderatore Eduardo Zarelli, di Arianna Editrice. Per motivi indipendenti dalla sua volontà, non ha potuto presenziare l’esperto di questioni militari Giancarlo Chetoni, anch’egli invitato alla conferenza, a cui l’associazione rivolge un saluto.

    A Zarelli è toccata l’introduzione dell’incontro, con un inquadramento storico e politico generale del tema, la presenza di basi e installazioni militari dell’esercito Usa su territorio italiano ed europeo. Più di 100 per quanto ci riguarda, secondi in Europa soltanto all’altra nazione sconfitta, la Germania (che ne conta addirittura più di 300). Servitù militari che vedono l’Italia e il nostro continente posti in una posizione di subalternità militare alla potenza d’Oltreoceano, ma non solo. La presenza armata statunitense è solo un tassello dell’assetto geopolitico instaurato all’indomani della sconfitta subita nel secondo conflitto mondiale. Ad esso si accompagnano altri strumenti di controllo meno visibili ma altrettanto efficaci sulla “colonia-Italia” (ed Europa), come il cappio economico. Quello cioè della finanza usuraia che proprio in queste ore sta attaccando in forze gli Stati europei. In tutto questo, risulta evidente come la presunta alleanza paritaria stabilita il 4 aprile del ’49 con la nascita della Nato sia soltanto una foglia di fico utile a sancire ufficialmente lo status di Paesi sottomessi. Prova ne sia che questa presunta alleanza difensiva in funzione anti-sovietica (motivazione già all’epoca decisamente forzata…) continua tuttora ad esistere, ad espandersi verso l’Europa orientale in funzione anti-russa, ed è in prima linea nell’occupazione dell’Afghanistan.

    L’intervento di Di Ernesto è sceso nel delineare dettagliatamente il quadro delle basi a stelle e strisce sul nostro suolo. In particolare, un argomento su cui si è puntato il dito è il crescente scollamento fra l’opinione pubblica e la nostra classe politica. Prendendo spunto dal caso di Vicenza e dalla forte mobilitazione popolare (politicamente trasversale) della cittadinanza contro Ederle-2, l’autore ha sottolineato di contro un altrettanto trasversale servilismo della politica nei confronti dei diktat del Dipartimento di Stato Usa. La disponibilità a fare di Vicenza un centro bellico di primaria importanza nell’Europa del sud (con raggio d’azione potenzialmente esteso dal Medio Oriente fino all’Africa) è stata infatti bipartisan, tanto del governo Prodi quanto di Berlusconi. Con ultimo corollario il referendum popolare negato ai vicentini (perché, si sa, la democrazia va bene fino a quando il popolo si reca supinamente alle urne per permettere la spartizione delle poltrone…). Atteggiamento questo confermatosi nel corso degli anni anche in occasioni drammatiche, come quando nel ’98 un caccia decollato dalla base di Aviano andò a tranciare la funivia del Cermis, uccidendo venti cittadini europei. Tragedia risoltasi nell’impunità assoluta per i quattro marines colpevoli.

    Federico Roberti ha trattato l’argomento dal punto di vista dell’altra parte della barricata, ovvero rifacendosi a documenti e dichiarazioni degli stessi americani sui perchè della loro presenza militare in Europa. Molto interessante, perché almeno va dato atto a politici e generali statunitensi di parlare chiaramente e senza l’ipocrisia che ammanta la nostra classe “dirigente”. Dall’altra parte dell’Atlantico non c’è nessuna remora nel dire chiaramente che le basi all’estero costituiscono un pilastro della politica di potenza nordamericana, fondamentale per la difesa degli interessi di Washington. Che si da il caso non siano i nostri.

    Di qui anche un approfondimento riguardo l’impatto economico della cooperazione militare fra le due sponde dell’Atlantico, anche in questo caso a tutto vantaggio degli Usa. Il business costituito dagli appalti per i nuovi armamenti, in un periodo di profonda crisi economica di sistema, è uno degli ultimi appigli di Washington per tenersi a galla. L’industria militare è di primaria importanza, ed è un settore in cui i finanziamenti continuano a circolare. Ma con essi anche gli sprechi. Fra questi ultimi, rientra la spesa esorbitante che l’Italia ha dovuto sostenere per ottenere dalla Lockheed Martin i nuovi caccia F-35, in una versione… di “livello-2”, cioè tecnologicamente degradata rispetto a quella in dotazione ad Usa e Gran Bretagna. Altro esempio di alleanza alla pari, insomma.

    Al termine degli interventi, la parola è passata alle domande del pubblico in sala. Fra questi, di notevole valore l’intervento dell’ex senatore Fernando Rossi, del movimento Per il Bene Comune, il quale ha tracciato un inquietante scenario del clima di subordinazione, di sottomissione che si respira nei palazzi del potere italiani quando si parla degli Usa.

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