Il peggior inquinatore del Pianeta

Il ruolo del Pentagono nella catastrofe globale: aggiungere la devastazione climatica ai crimini di guerra, di Sara Flounders per Global Research

Tirando le somme della Conferenza di Copenhagen dell’ONU sul cambiamento climatico – con più di 15.000 partecipanti da 192 Paesi, compresi oltre 100 Capi di Stato, così come 100.000 manifestanti in piazza – è importante chiedersi: com’è possibile che il peggior inquinatore del Pianeta riguardo l’anidride carbonica ed altre emissioni tossiche non sia al centro di alcuna discussione della conferenza o proposta di restrizioni?
Sotto ogni rilevamento, il Pentagono è il maggiore fruitore istituzionale di prodotti petroliferi e di energia in generale. Eppure il Pentagono ha un esonero totale in tutti gli accordi internazionali sul clima.
Le guerre del Pentagono in Iraq ed Afghanistan; le sue operazioni segrete in Pakistan; il suo dislocamento su più di mille basi statunitensi nel mondo; le sue 6.000 infrastrutture negli USA; tutte le operazioni NATO; i suoi trasporti aerei, i jet, i test, l’addestramento e le vendite di armamenti non saranno calcolati nei limiti statunitensi riguardanti i gas serra o inclusi in alcun conteggio.
Il 17 febbraio 2007 il Bollettino Energetico calcolò il consumo di petrolio solo per aerei, navi, veicoli terrestri ed infrastrutture del Pentagono, che lo rendono il principale consumatore individuale di idrocarburi al mondo. All’epoca, la Marina statunitense aveva 285 navi da combattimento e da supporto e circa 4.000 velivoli operativi. L’Esercito statunitense aveva 28.000 mezzi corazzati, 140.000 veicoli multifunzionali su ruote ad alta mobilità, più di 4.000 elicotteri da combattimento, diverse centinaia di velivoli ad ala fissa ed un parco macchine pari a 187.493 veicoli. Eccezion fatta per 80 fra sommergibili e velivoli aerei a propulsione nucleare, i quali diffondono inquinamento radioattivo, tutti i loro altri veicoli sono alimentati con petrolio.
Perfino secondo le graduatorie dell’Annuario Mondiale CIA del 2006, solamente 35 Paesi (fra i 210 al mondo) consumano più carburante al giorno del Pentagono.
Le forze armate statunitensi usano ufficialmente 320.000 barili di petrolio al giorno. Comunque, questa somma non comprende la benzina consumata dai contractors o in strutture appaltate o privatizzate. Neppure comprende l’enorme quantità di energia e le risorse usate per produrre e mantenere il loro equipaggiamento apportatore di morte o le bombe, granate o missili che vengono sparati.
Steve Kretzmann, direttore di Oil Change International, riferisce: “La guerra in Iraq è stata responsabile di almeno 141 milioni di tonnellate decimali di diossido di carbonio equivalente da marzo 2003 a dicembre 2007… La guerra emette più del 60% di tutti i Paesi… quest’informazione non è disponibile alla lettura… perché le emissioni militari all’estero sono esenti dai rilevamenti del rapporto nazionale sotto la legge statunitense e dalla Convenzione Quadro dell’ONU sul Cambiamento Climatico.” (www.naomiklein.org, 10 dicembre 2009). La maggioranza degli scienziati condanna le emissioni di biossido di carbonio con riferimento ai gas dell’effetto serra ed al cambiamento climatico.
Bryan Farrell nel suo nuovo libro, La zona verde: i costi ambientali del militarismo, afferma che “il maggior singolo assalto all’ambiente, a tutti noi nel mondo, proviene da un agente… le Forze Armate degli Stati Uniti”.
Allora il Pentagono come fa ad essere esentato da tutti gli accordi sul clima? Continua a leggere

L’attualità di una “secessione europea”

Mettendo in fila gli episodi che collegano la guerra alla Jugoslavia, le due guerre irachene e l’attuale conflitto in Afghanistan, svolte dalla comunità internazionale sulla spinta della volontà d’affermazione planetaria occidentale, l’11 settembre 2001 appare come un semplice drammatico acceleratore di velocità degli avvenimenti, con un tale repertorio di falsità e strumentalizzazioni, che a destra come a sinistra è difficile distinguere al peggio. Dittature che all’occorrenza divengono amiche o nemiche. Introvabili armi di distruzione di massa, non fosse altro che sono cercate quando non si forniscono più alla propria bisogna. Guerre preventive non dichiarate, poi ricomposte e metabolizzate in quel comitato d’affari che è l’Organizzazione delle Nazioni Unite, dove il diritto internazionale appare come la molla di una bilancia sbalestrata dai dieci pesi e le mille misure.
Dall’ossimoro della “guerra umanitaria” progressista, all’aggressività delle “guerre democratiche”, cioè di conquista dei “nuovi conservatori”, quello che accomuna il pensiero dominante è l’universalismo, il determinismo storico, l’etnocentrismo, il sentimento di superiorità materiale e quindi redenzione morale occidentale. Pacificatori guerrafondai e pacifisti dell’ingerenza bombardiera, hanno retoriche diverse, ma entrambe perseguono un mondo a loro immagine e somiglianza. Il pantagruelico libero mercato globale degli uni è l’altra faccia dell’individualismo apolide e impolitico dell’utopia cosmopolita degli altri.
In tale contesto l’utilizzo polemico dei termini “americanismo” e “antiamericanismo” è l’apice dell’ipocrisia argomentativa dei “pensatori” circensi. Agli occhi dei sacerdoti del pensiero liberale, assumere una posizione critica della deriva unilaterale internazionale, significa appartenere ad uno schieramento oggettivamente eretico, nemico della libertà, cioè l’antiamericanismo. Poco importa ai fini dialettici, che la stucchevole filastrocca sulla “società aperta” faccia poi rientrare gli “eretici” nelle accoglienti braccia della “superiorità” delle istituzioni liberali. Chiunque è onesto intellettualmente riconosce che nelle società complesse uguaglianza e libertà sono una a scapito dell’altra e non offrono parità di manifestazione delle idee, quanto relativismo, censura ed autocensura. Le democrazie liberali hanno caratteri d’esclusione sottile, che ne preservano la funzionalità legata ai poteri politici, economici e d’opinione che le condizionano. In tal senso, l’espediente dell’“antiamericanismo”, è un capro espiatorio ad uso dialettico per delegittimare il contraddittore. Automaticamente, in ogni ambito culturale, gli Stati Uniti diventano un improbabile letto di Procuste storico e filosofico cui sottoporre immaginari nostalgici di Gulag o campi concentrazionari, in realtà per negare dignità concettuale e marginalizzare chiunque abbia opinioni difformi sul monismo ideologico della modernità. Ma si può ridurre millenni di storia, civiltà e culture allo spirito di redenzione dei Padri pellegrini sbarcati nel Massachussets circa tre secoli fa? Ovviamente no, quindi si inverte la rotta e si fanno sbarcare i Marines in ogni dove.
(…)
La consapevolezza della drammaticità degli eventi consiglierebbe ben altro spirito tragico alla commedia umana che stiamo recitando. Occorrerebbe opporsi a tutto ciò che, entro la “logica imperiale”, ha l’effetto di omologare, unire, sedare, “pacificare”, orientare verso una meta cosmopolitica e universalistica. L’obiettivo dovrebbe essere quello di sottrarre consenso alla prospettiva di uno Stato mondiale e, nello stesso tempo, di operare perché alla gerarchia unipolare delle relazioni internazionali si sostituisca gradualmente un assetto pluralistico: un “pluriverso” di grandi aree di civiltà in interazione il più possibile pacifica, anche se competitiva, fra di loro. Ben ulteriore alla pantomima multilaterale delle organizzazioni mondiali esistenti: ONU, FMI, BM, WTO, FAO, con il corollario impolitico e moralistico del volontarismo impolitico delle ONG.
Un regionalismo multipolare, ad esempio, potrebbe essere capace di ridurre realisticamente l’asimmetria delle forze oggi in campo e sconfiggere l’aggressivo unilateralismo degli Stati Uniti. Senza giri di parole necessita pensare l’attualità di una “secessione europea” dalla sua attuale lealtà e subalternità atlantica.
Si pensi come eponimo degli aggressivi interessi statunitensi al politologo statunitense Robert Kagan. A parere di quest’ultimo e di molti osservatori europei e statunitensi, stanno aumentando le ragioni di un “dissenso strategico” fra le due sponde atlantiche. Stati Uniti ed Europa si dividono su un numero crescente di questioni, soprattutto su temi come il dissesto ecologico del pianeta, il rispetto del diritto internazionale, i rischi connessi alla guerra infinita contro i reprobi di turno, la nuova Corte penale internazionale (ICC). Se il dissenso transatlantico si farà più acuto, minaccia Kagan con toni arroganti assai stonati con lo stato dell’arte della situazione irachena, gli Stati Uniti saranno costretti a svolgere la loro funzione di guardiano armato del mondo senza tenere in minimo conto le opinioni dei leader politici europei.
Bene, si prenda in parola la presunzione degli onnipotenti di turno. Una Europa affrancata dal soffocante abbraccio atlantico e cioè meno occidentale, e soprattutto più mediterranea, potrebbe manifestare una identità politica capace teoricamente di un mutamento sostanziale degli equilibri nei rapporti di forza che sottendono la globalizzazione. Una forte autonomia e identità europea potrebbe favorire una riduzione dell’uso arbitrario della forza internazionale e attualizzare il principio dell’autodeterminazione dei popoli, a cominciare da quello palestinese.
(…)
Uscire dal prometeismo occidentale per tornare in grembo alla civiltà europea, dove la democrazia significa partecipazione comunitaria (polis) e libertà ciò che ha in sé il principio dei suoi atti.

Da Americanate da rigettare in toto, di Eduardo Zarelli.
[grassetto nostro]

“Portaerei Italia” a Bologna

Il video della conferenza dello scorso 8 maggio.

2° parte
3° parte
4° parte
5° parte
6° parte
7° parte
8° parte
9° parte
10° parte
11° parte

La versione integrale della conferenza è visibile su arcoiris.tv, piattaforma dalla quale è possibile anche scaricare gratuitamente il relativo file video in alta risoluzione.

L’amerikano del DIS

E così, dopo Niccolò Pollari, condannato per la oscura faccenda del sequestro Abu Omar, anche il suo successore alla testa dei Servizi Segreti, cioè il prefetto Gianni De Gennaro che ‘importò’ dal FBI Buscetta (e il pentitismo) ben 26 anni fa, è stato condannato penalmente per un gravissimo reato: istigazione a falsa testimonianza, quando era Capo della Polizia!, nei confronti del vice Questore di Genova per i fatti del luglio 2001 (scontri al G8). Obbiettivamente un fatto molto più grave di quello per cui lo fu invece il suo stesso predecessore Pollari; ed anche a non voler considerare tutto il resto, cioè il ‘mistero’ che grava sugli scontri stessi, e la loro fenomenologia, inclusi i massacri finali dei ‘prigionieri’ inermi delle caserme Bolzaneto e Diaz.
Strano a dirsi ma il suo ‘vice’ di allora, Antonio Manganelli, si mise in vacanza poprio alla vigilia del G8 stesso, che pur si prevedeva molto impegnativo per la forze dell’ ordine… Così potè mantentersi ‘vergine’ di ogni accusa, e succedè tranquillamente al suo Capo quando questi passò a più alto incarico… Dal quale incarico però, il suo antecedente Pollari, quando fu condannato, fu poi dimissionato… e infatti anche De Gennaro ha offerto le sue dimissioni. Questa volta, guarda un po’ il caso, respinte all’unanimità: non tanto dal governo, che non conta nulla perché non vuole, ma anche e soprattutto a ‘furor di stampa’, e dunque non mantenute dal titolare del DIS…
Allorché invece Pollari fu linciato dai media, ed apparentemente anche per buone ragioni, perfino ‘antiamericane’!!! Ma il vero ‘amerikano’, a quanto pare, era ancora di là da venire. E sarà ben difficile mandarlo più via. Proprio come accadde col comunismo: sembrava il male maggiore, ed infatti ci vollero ben 72 anni, dal 1917, perché poi cadesse il Muro… Ma gli USA occupano militarmente, politicamente, economicamente, culturalmente, spiritualmente l’Italia e l’Europa da ben 67 anni, luglio 1943 dello sbarco in Sicilia, dissanguandola in modo ancor più violento e totalitario: e se dobbiamo stare al loro volere, che hanno rifiutato la richiesta del governo tedesco di portar via di là le bombe nucleari, non sembrano minimamente intenzionati ad andarsene.
Per il burattino negro della Casa Bianca il copione che deve recitare in palcoscenico, non prevede minimamente la parte di Gorbaciov o Eltsin, che lasciò infine liberi i Paesi baltici e tutti i satelliti…
Gianni Caroli

[Dello stesso autore: Abu Omar come l'Achille Lauro?]

ANCOP

In Afghanistan: quando si sovvenzionano entrambe le fazioni di Eric Walberg, leggiamo:
“Le ultime innovazioni delle politiche USA in Afghanistan al fine di migliorare la sicurezza sono sia senza senso che pericolose. La più inutile di queste innovazioni sono i 5.000 membri dell’Afghan National Civil Order Police (ANCOP), il “top” dei 104.000 membri delle forze di polizia che l’Occidente sta pagando (gli ANCOP prendono più del doppio dei 165 dollari di un poliziotto regolare). Operazione che si è rivelata un sonoro fallimento a Marjah, dove più di 300 ANCOP erano stati dislocati seguendo l’avanzata NATO e sono stati accusati in un fascicolo statunitense di “uso di stupefacenti, corruzione e scarso impegno”, incluso abbandonare i posti di blocco, quando non ne mettevano su dei finti con lo scopo di alleggerire i passanti. “Rifiutano di lavorare di notte, di pattugliare e di mantenere la guardia per più di tre ore” si è lamentato lo Staff Sergeant Joseph Wright.
Gli yankee e i loro quislings stavano quasi per venire alle armi tra di loro quando gli ufficiali USA hanno forzato le analisi delle urine per scovare chi tra gli ANCOP facesse uso di hashish. La maggior parte degli ANCOP sono Tajik che non parlano Pashtun e vestiti e pagati dagli invasori sono considerati nemici dai residenti di Marjah quanto lo sono gli Americani. Appare chiaro perché gli ANCOP non vogliano pattugliare o lavorare di notte.”

E chi addestra gli ANCOP? L’Italia!

Il ritiro dall’Afghanistan non è un dogma

Washington – Per Robert Gates il luglio 2011, il termine fissato da Obama per il ritiro dall’Afghanistan, non è un dogma. Così il capo del Pentagono ha gelato le speranze di quanti speravano nella fine dell’incubo afghano fra tredici mesi. “Non è stato ancora deciso assolutamente” nulla, ha spiegato Gates in un’intervista alla ABC, a conferma delle difficoltà della campagna contro i talebani.
(AGI)

[L'estate inizia bene]

Divi di (quello) Stato 2°

Hollywood sforna ambasciatori di alto profilo e Clooney ce lo siamo beccati noi.
Il fatto che abbia flirtato con la Canalis, che prenda case in Toscana e sul lago di Como, che sia perennemente in mostra qui da noi… casualità?

Angelina Jolie era stata membro temporaneo all’importante Council on Foreign Relations, uno dei più prestigiosi concili di politica estera degli Stati Uniti. Con lei, altri importanti personaggi di spicco nel corso della storia, dalla nascita nel 1921, tra cui Henry Kissinger, Colin Powell, Condoleezza Rice e Madeleine Albright.
Il Council, con sede a New York a Park Avenue e a Washington ha aperto le porte anche ad un pluripremiato attore/regista di Hollywood, il bel George Clooney.
Oltre a personaggi famosi, il Concilio è rappresentato da ex segretari, ex ambasciatori ed esperti di economia. Prima di Clooney era stato chiesto ad altri due attori di far parte dei membri; Michael Douglas e Warren Beatty.
Clooney ha dunque raggiunto l’importante traguardo come membro a vita del Concilio, grazie al suo apporto umanitario in Darfur, dove ha dato una mano per i profughi insieme al rappresentante del New York Times Nick Kristof che tra l’altro lo ha fatto entrare nel Concilio.
Al Washington Post, Clooney, ha confermato poi che la carica che gli hanno assegnato lo riempie di orgoglio ed è onorato di essere stato prescelto per tale mansione.
Ha poi scherzato ai microfoni sull’importante carica di membro a vita, dicendo: “Parteciperò alle riunioni e mi hanno detto che il rito di iniziazione è tremendo”.
Insieme a Clooney, anche l’ex capo della FED (la Federal Reserve) Alan Greenspan e l’ex vice presidente degli Stati Uniti al tempo della carica di George W. Bush Dick Cheney, hanno avuto questa importante carica.
(…)

Da Clooney come Kissinger: membro a vita del Foreign Relations, di Andrea Bandolin.
[grassetto nostro]

Armato di pistola, pugnale e spada

Peshawar, 15 giugno – Armato di pistola, pugnale e spada andava in giro per le montagne di Chitral in Pakistan a caccia di Osama Bin Laden.
Gary Brooks Faulkner, uomo d’affari californiano di 50 anni, che è stato arrestato dalla polizia pakistana, aveva con sé anche degli occhiali ed una macchina fotografica per vedere e scattare immagini al buio ed alcuni testi di letteratura cristiana. Faulkner, che soffre di pressione alta e problemi ai reni, era arrivato come turista nel distretto di Chitral, vicino al confine con la provincia afgana del Nuristan ed aveva preso una stanza in un hotel. L’albergo aveva provveduto a fornirgli una scorta di sicurezza, ma l’uomo è scomparso senza dire nulla. E’ stato ritrovato dalla polizia a 14 chilometri dal confine afgano, in una zona che è da sempre una roccaforte dei ribelli talebani e per molto tempo è stata individuata come il possibile nascondiglio del leader di Al-Qaeda.
Si tratta del primo caso del genere da quando gli Stati Uniti hanno posto sulla testa di Bin Laden una taglia di 25 milioni di dollari.
(ASCA-AFP)

Camorrista NATO, atto quinto

Riceviamo da Gianni Caroli e volentieri pubblichiamo.

Cari amici, vi ricordate di John Loran Perham? Ossia l’americano arrestato insieme a Giuseppe Setola, il gorilla-capo dei zombies ‘casalesi’, quasi due anni fa? Guardacaso a Mignano Montelungo, ove si svolsero un paio di cruentissime battaglie preliminari alla distruzione programmata (dal PWB Britannico) dell’abbazia di Montecassino?
Allora l’arresto del cotale fu completamente taciuto dai giornali, locali e nazionali, e si capisce perché.
Oggi (sabato 12 u.s. – ndr), invece, i medesimi locali ‘Il Mattino del Corriere della Repubblikina’, ma non nelle edizioni nazionali, danno grande spazio al sequestro del ristorante dello stesso ‘JLP’, sito in piena Napoli-bene, via Cappella Vecchia, affianco alla locale ‘Place Vendome’ cui pure rassomiglia, cioè Piazza dei Martiri (‘la piazza dei gagà’, come la cantava Renato Carosone cinquanta anni fa).
Ed inoltre gli è stato pure sequestrato un albergo, un campeggio, un villaggio turistico per ufficiali ‘stranieri’ in vacanza-premio, uno stabilimento balneare ecc… tutto in zona Litorale Domiziano, dove NATO e Casal di Principe costituiscono da sempre un unico sodalizio… Un patrimonio ingentissimo, decine di milioni di euro, tutto di sua esclusiva proprietà, e dei suoi consoci ‘casalesi-atlantici’, salvo non siano solo dei prestanome.

Standing Army

L’elezione di Obama è stata accolta in tutto il mondo come l’inizio di una stagione politica radicalmente diversa da quella di Bush. Una stagione orientata alla pace e al dialogo. E gli appassionati discorsi del neopresidente americano sembrerebbero giustificare questa speranza.
Ma nell’ambito della politica estera e militare, la nuova amministrazione differisce davvero così tanto da quelle precedenti?
Al di là dei titoli della stampa internazionale – e del Nobel per la pace assegnato al presidente per le sue buone intenzioni – si scopre una realtà molto lontana da quella ufficiale: ad esempio, il primo budget militare del nuovo governo (ben 680 miliardi di dollari) supera persino gli ultimi stanziamenti per le truppe dell’era Bush.
Dove vanno a finire tutti questi soldi?
In gran parte servono a finanziare l’immensa rete di basi militari americane all’estero: a vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, ne restano ancora 716, sparse in quaranta Paesi nel mondo. Come si spiega, quindi, questa aggressiva politica espansionistica alla luce della crisi economica e della retorica pacifista di Obama? Chi tira le fila della politica estera USA?
Su questi temi riflettono gli autori del documentario e del volume di approfondimento Standing Army. Un’inchiesta a trecentosessanta gradi sulle basi militari americane nel mondo, che unisce alle parole di esperti mondiali – quali Noam Chomsky, Gore Vidal, Chalmers Johnson, Edward Luttwak – le scioccanti testimonianze di chi è stato toccato in prima persona dalla presenza delle basi: gli abitanti di Vicenza, che si oppongono a una nuova struttura militare a pochi passi dal centro cittadino; la popolazione dell’isola giapponese di Okinawa, che condivide il suo piccolo lembo di terra con 25.000 soldati statunitensi; gli indigeni dell’isola di Diego Garcia (Oceano Indiano), cacciati per far spazio a un campo militare americano; e gli uomini e le donne che spesso vengono spediti a prestare servizio in Paesi lontani, senza sapere cosa esattamente li aspetterà.

Fazi Editore
Thomas Fazi, Enrico Parenti
Standing Army
Documentario + Libro
pp. 64 + dvd- euro 19,90

Il dito medio di Washington

Più di tutto, ciò che il mondo sviluppato vede è il passato - USA, Francia, Gran Bretagna, Germania - combattere contro l’avanzata del futuro - Cina, India, Brasile, Turchia, Indonesia. L’architettura globale della sicurezza - sorvegliata da un gruppo di paurosi, autodefiniti guardiani dell’Occidente - è in coma. L’Occidente atlantista sta affondando in stile Titanic.
Solo la potente lobby USA per la guerra infinita è capace di definire un primo passo verso un completo accordo nucleare con l’Iran come un disastro. Ciò include il New York Times (la mediazione Brasile-Turchia “sta complicando il discorso delle sanzioni”) e il Washington Post (l’Iran “crea illusioni di progresso nelle negoziazioni nucleari”), fortemente screditati e già favorevoli alla guerra all’Iraq.
Per la lobby pro-guerra l’accordo di scambio di combustibile tra Brasile e Turchia è una “minaccia” perché è in diretta collisione con un attacco all’Iran (iniziato da Israele con successivo trascinamento degli USA) e col “cambio di regime” – il mai venuto meno desiderio di Washington.
In un recente Congresso sulle Relazioni Estere a Montreal, il luminare Dr Zbigniew “conquistiamo l’Eurasia” Brzezinski avvertì che un “risveglio politico globale”, insieme ad una lotta per il potere all’interno dell’elite globale, è qualcosa da temere profondamente. L’ex consulente della Sicurezza Nazionale degli USA notò che “per la prima volta in tutta la storia l’umanità è politicamente sveglia – questa è totalmente una nuova realtà – non è stato così per la maggior parte della storia umana”.
Chi pensano di essere queste risvegliate arriviste politiche come il Brasile e la Turchia – osando disturbare il “nostro” ruolo nel mondo? E poi i disinformati Americani si chiedono “Perché ci odiano?”. Perché tra le altre ragioni, l’unilateralità è il nocciolo della questione, Washington non esita a sollevare il suo dito medio nemmeno ai suoi amici più cari.

Da L’Iran, Sun Tzu e la dominatrice, di Pepe Escobar.

Ritiro posticipato…

Washington – A 4 mesi dall’inizio dell’offensiva a Marjah, nel sud dell’Afghanistan, i talebani non sono andati via. Questo, scrive il Washington Post, ha già fatto slittare di almeno due mesi l’offensiva a Kandahar ma ha fatto comprendere ai comandanti sul campo che non potranno rispettare la scadenza del ritiro entro luglio 2011 fissata da Barack Obama.
(AGI)

MUOS e HAARP, possibili connessioni?

Al convegno regionale del 12 giugno, la Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella presenterà le conclusioni di uno studio sulle possibili connessioni tra il programma MUOS e le cosiddette “guerre climatiche ed ambientali”. «Crediamo che sino ad oggi non sia stata data la giusta attenzione alle analogie esistenti tra il MUOS e il cosiddetto “HAARP – High Frequency Active Auroral Research Program”, il supersegreto Programma di Ricerca Attiva Aurorale con Alta Frequenza che dal 1994 l’US Air Force e la US Navy portano avanti dalla base di Gakona (Alaska), 200 km a nord-est del Golfo del Principe Guglielmo», affermano i rappresentanti della Campagna. «In questa grande infrastruttura sono state installate centinaia di antenne che trasmettono in “banda bassa” (da 2,8 a 7 MegaHerz) e “banda alta” (da 7 fino 10 MegaHerz), cioè lo stesso range delle frequenze del MUOS. Stando al Pentagono, lo scopo di questa installazione sarebbe quello di studiare la ionosfera per migliorare le telecomunicazioni, ma sono numerosi gli scienziati che denunciano che con il programma HAARP, gli Stati Uniti, al di fuori di ogni controllo internazionale, stanno creando nuove armi geofisiche integrali che possono influenzare gli elementi naturali con onde radio ad alta frequenza». Oltre ad interferire sulle comunicazioni radio, televisive e radar, le antenne HAARP possono influenzare i circuiti elettrodinamici delle aurore, consistenti in una corrente naturale di elettricità che varia da 100 mila ad 1 milione di megawatt. In questo modo è possibile utilizzare il vento solare per danneggiare i satelliti e le apparecchiature installate sui sistemi missilistici nemici. Secondo il fisico indipendente Corrado Penna, da anni impegnato nel denunciare il controverso fenomeno delle scie chimiche, «è forte il sospetto che il sistema di antenne del MUOS possa servire anche per fini non dichiarati di modificazione ambientale in sinergia con il sistema HAARP dislocato in Alaska. La modificazione ambientale realizzata attraverso l’uso di forti campi elettromagnetici e scie chimiche è responsabile di alcuni disastri recenti. Sappiamo con certezza che queste tecnologie possono servire a causare terremoti o altri disastri naturali (siccità, uragani, inondazioni, ecc.), sia indirizzando le emissioni sul nucleo della terra (influendo così sul magnetismo terrestre), sia indirizzandole sulla ionosfera».

Da Niscemi sotto la spada di Damocle del MUOS, di Antonio Mazzeo.

Bradley Manning

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Roma, 8 giugno – Si chiama Bradley Manning, ha 22 anni, ed è il soldato americano che ha diffuso il video della strage compiuta da un elicottero USA a Baghdad, che per errore uccise diversi civili, un cameraman della agenzia Reuters, Namir Noor Ewldeen, e il suo autista Saeed Chmagh. E’ stato arrestato per diffusione di ”informazioni classificate” e si trova in Kuwait in attesa di processo.
La notizia, diffusa dal sito web Wired.com, è stata confermata dal Pentagono. Il militare, che ha ceduto all’organizzazione non governativa WikiLeaks le immagini della strage ed alcuni documenti diplomatici, è finito in manette due settimane fa mentre prestava servizio presso una base a 40 chilometri da Baghdad. Il video, che mostrava l’attacco condotto da un elicottero Apache per le strade della capitale irachena, era stato pubblicato da WikiLeaks lo scorso aprile e postato anche su YouTube.
Secondo quanto riferisce il New York Times, Manning sarebbe stato scoperto grazie alla soffiata di un ex hacker, con il quale il soldato aveva una corrispondenza via e-mail e sms. Oltre al filmato del raid a Baghdad, Manning avrebbe inviato a WikiLeaks circa 260mila dispacci diplomatici e un video di un raid aereo USA in Afghanistan nel quale persero la vita 97 civili.
(ASCA)

START 2, più fumo che arrosto

L’ultimo livello è quello costituito dagli Stati impegnati nel gioco della potenza. E’ il livello dove la spinta che conta non è, semplicemente e riduttivamente, quello del profitto economico, ma quella delle ambizioni di potenza di una entità statale, intesa come sua capacità di egemonizzare le relazioni internazionali, di influenzare l’ambiente globale secondo una sempre crescente imposizione della propria volontà e dei propri interessi, Combinando il “gioco diplomatico delle alleanze” con la minaccia e l’uso funzionali della forza distruttiva organizzata.
Il massimo della forza distruttiva oggi giocabile sta nell’armamento nucleare (inteso come sistema complesso della cosiddetta “deterrenza”, che include gli “scudi antimissile”). Di qui la spinta per ogni Stato che voglia accrescere, conservare ed acquisire uno status ed un ruolo di “potenza” che conta a diventare “Stato atomico”, al limite nella forma di “potenza nucleare latente”, rivelata ad esempio da Paul Wolfowitz, il capo dei neocon, ex vicesegretario di Stato sotto la presidenza Bush, nell’articolo tradotto sul Sole 24 Ore (24 settembre 2009) in cui critica il “sogno pericoloso del disarmo” prospettato da Obama.
Quando cresce la concorrenza e la conflittualità tra Stati cresce la spinta al riarmo e quindi l’esigenza degli stessi a diventare “atomici”, come ricorda Giulietto Chiesa nel passo de “La menzogna nucleare” che spesso cito.
Una volta stabilita la complessità delle coordinate sopra esposte, si può arrivare a concepire la spinta fortissima al nucleare civile da parte degli USA, al di là ed oltre il legame diretto civile-militare.
Questo è un Paese che non ha certo bisogno di Plutonio perchè ne ha fabbricato ed immagazzinato talmente tanto da poter sterminare, senza nemmeno farlo esplodere, ma solo con gli effetti cancerogeni della radioattività, decine di migliaia di volte tutti gli abitanti di questo Pianeta (1g ottimalmente distribuito = 18 milioni di tumori al polmone)!
Ma il rilancio del nucleare che in esso si profila sta sia negli interessi economici del MIEC [Military Industrial Energetic Complex - ndr] (che non coincidono con la “convenienza economica” comunemente intesa) come nelle esigenze di potenza imperiali…
Non si tratta di “pressioni dei militari” – intesi come personale graduato in divisa – ma di logica di una infrastruttura che potremmo definire di “militarismo”, integrata nella logica della “guerra permanente”.
Agli USA il Plutonio, con 1700 tonnellate, gli esce letteralmente dalle orecchie. Quindi, bontà loro, non riprocessano quello delle loro centrali e propongono “altruisticamente” che tutto il resto del mondo non ne produca più.
E’ la linea della priorità del passo FMCT (proibire la produzione di materiale fissile per le armi nucleari) nelle trattative per la revisione del Trattato di Non Proliferazione – TNP: della serie io mi tengo la potenza distruttiva che ho accumulato e ordino a voi di non fare quello che invece ho già realizzato…
Ecco perchè anche la prossima Conferenza TNP di New York [svoltasi lo scorso aprile - ndr] con ogni probabilità, come le precedenti, fallirà, nonostante il tentativo di Obama di presentare lo START 2 con la Russia come una inversione di tendenza: “Vedete che stiamo disarmando? Ora posso chiedervi di non arricchire l’uranio né di estrarre il Plutonio…”
Ma questo START 2 – è stato ampiamente spiegato – è più fumo che arrosto ed è percepito come tale anche dalla più ampia opinione pubblica…

Da Sulla simbiosi esistente tra nucleare civile e nucleare militare, di Alfonso Navarra.

Niscemi, il MUOS e le onde elettromagnetiche

Convegno pubblico presso la Biblioteca Comunale di Niscemi, promosso dal Comitato NO MUOS Niscemi in collaborazione con la Campagna per la Smilitarizzazione di Sigonella ed il patrocinio del Comune di Niscemi.

Sabato 12 Giugno, ore 18:00

Interventi di:
- Giovanni Di Martino, Sindaco di Niscemi
- Massimo Corraddu, esperto dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare
- Rosario Mascara, rappresentante del Comitato delle Associazioni Ambientaliste
- Antonio Mazzeo, animatore della Campagna per la Smilitarizzazione di Sigonella

Qui il volantino.

Kandahar Strike Force

Nella prossima grande offensiva antitalebana delle forze alleate nella provincia di Kandahar, un ruolo chiave lo giocheranno gli uomini della famigerata Kandahar Strike Force: una milizia paramilitare afgana, addestrata e armata dalle forze speciali USA e finanziata dalla CIA, che insieme a loro ha sede nell’ex palazzo del Mullah Omar alla periferia di Kandahar (Camp Gecko, recentemente ribattezzato Firebase Maholic).
Questi trecento Rambo afgani, reclutati dal potente e discusso ras di Kandahar, Ahmed Wali Karzai, fratello del presidente, e comandati da un veterano dei Berretti Verdi noto agli afgani solo come John, fanno il lavoro sporco che le truppe regolari USA non possono fare, e forse anche qualcosa di più.
(…)
Secondo quanto riporta il quotidiano britannico Guardian, il generale afgano Ghulam Ranjbar, capo della Procura militare di Kabul, nei giorni scorsi ha spiccato un mandato di arresto nei confronti del comandante John e di quaranta dei suoi uomini in relazione all’omicidio del capo della polizia di Kandahar, Matiullah Qateh, del capo del locale dipartimento investigativo e di altri due ufficiali avvenuto nel giugno del 2009, quando gli uomini della Kandahar Strike Force fecero irruzione in un tribunale del capoluogo per liberare con la forza un loro compagno.
(…)
Commentando con i giornalisti la decisione di chiedere l’arresto per il comandante John e per i suoi uomini, il procuratore Ranjbar ha apertamente accusato i vertici militari statunitensi in Afghanistan di essersi sempre rifiutati di collaborare con le autorità di polizia locali in merito ai crimini commessi dagli uomini della Kandahar Strike Force, rifiutandosi di fornire prove e di poter incontrare il loro comandante. Gli ufficiali americani, secondo il procuratore, proteggono e spalleggiano questi mercenari per il semplice fatto che essi operano al loro servizio.
Ahmed Wali Karzai, il noto narcotrafficante e collaboratore della CIA che da anni ricopre la carica di presidente del Consiglio provinciale di Kandahar, appresa la notizia del mandato di cattura per gli uomini della Kandahar Strike Force, ha dichiarato di non avere nessun legame con questa formazione paramilitare, salvo poi commentare che a suo giudizio sarebbe opportuna un’amnistia nei confronti degli indagati.

Da I mercenari del comandante John, di Enrico Piovesana.

Cornuti e mazziati

Obama chiama, l’occidente risponde
di Attilio Folliero

Gli Stati occidentali obbligati ad aiutare gli Stati Uniti! Gli Stati Uniti hanno un debito pubblico spaventoso, praticamente 13.000 miliardi di dollari, ai quali si aggiungono decine di migliaia di miliardi di dollari in altre obbligazioni. Una parte del debito pubblico statunitense è finanziato dagli Stati esteri, mediante l’acquisto di titoli di Stato del tesoro USA.
Alla fine di marzo del 2010, gli Stati esteri detengono titoli di Stato USA per un importo totale di 3.884,60 miliardi di dollari, secondo l’ultimo dato pubblicato lo scorso 17 maggio (1).
Il dato è in continuo aumento, se è vero che tale importo ammontava a 3.071 miliardi a fine dicembre 2008; un anno dopo era 3.689 ed alla fine del primo trimestre di quest’anno è – come visto – 3.884 miliardi.
Il principale Paese detentore di questi titoli di Stato è la Cina, che secondo l’ultimo dato detiene 895,20 miliardi di dollari, pari al 23,4% del totale. In realtà la Cina alla fine di luglio del 2009 era arrivata a detenere 939.90 miliardi. La Cina è anche il Paese con la più alta riserva internazionale in dollari (2). In caso di un collasso del dollaro, la Cina sarebbe il Paese che più di tutti ci rimetterebbe, oltre agli USA, pertanto da mesi sta cercando di convincere gli USA a cambiare la propria política fondata sull’espansione del debito e l’incremento delle spese militari (3).
La Cina non avendo ricevuto risposte positive, soprattutto dopo l’avvento di Obama, che ha continuato la política dei propri predecessori, si è vista costretta, per tutelarsi da una possibile svalutazione del dollaro, a ridurre la riserva internazionale in dollari (4), ad aumentare il possesso di oro (5) e soprattutto investendo i propri dollari in progetti di sviluppo, in varie parti del mondo, dall’Asia, all’Africa, all’America Latina, creando anche fondi in valuta locale. Ovviamente non può liberarsi totalmente e repentinamente dei dollari, ma lo sta facendo poco per volta.
Tra le misure adottate dalla Cina, per ridurre il possesso di dollari, c’è la riduzione del possesso di titoli di stato USA. Infatti, dopo aver raggiunto a luglio 2009 un quantitativo di titoli pari a 939,90 miliardi di dollari, ha progressivamente ridotto tale quantità, almeno fino allo scorso febbraio, quando aveva titoli pari a 877,50 miliardi; nell’ultimo mese ha aumentato il possesso dei titoli USA del 2,02%. In ogni caso la Cina da luglio 2009 a marzo 2010 ha ridotto del 4,76% il possesso di titoli USA, così come Russia (-15,00%), India (-23,44%), Malesia (-12,00%) ed altri.
Barack Obama per far fronte a questa improvvisa riduzione di credito da parte di questi Stati, ha chiesto ai Paesi occidentali, in particolare ai Paesi del G7 di farsi carico di questo ammanco, aumentando l’acquisto di titoli di Stato del debito USA. Ovviamente quando gli USA chiedono qualcosa ai Paesi alleati, questi completamente succubi della “superpotenza”, si sentono obbligati a rispondere.
E così Paesi in forte crisi, come il Regno Unito che proprio a causa della crisi stava monetizzando i soldi investiti all’estero, in particolare i titoli USA, si è visto costretto a distogliere miliardi necessari a mitigare la crisi nel proprio Paese e passarli agli USA. Il Regno Unito, fra dicembre 2008 e luglio 2009 aveva diminuito il possesso di titoli USA da 123,90 a 94,90 miliardi ed invece negli ultimi 8 mesi ha praticamente triplicato tale somma, arrivando ad avere 279 miliardi, come se in questo periodo avesse un enorme surplus di bilancio da investire all’estero! Complessivamente i 6 Paesi che assieme agli USA conformano il G7 sono passati da 856,80 miliardi di dollari in titoli USA, del dicembre 2008 ai 1.253,40 miliardi del marzo 2010.
E l’Italia, che si accinge ad una manovra finanziaria supplementare? L’Italia a dicembre del 2008 aveva 15,60 miliardi di dollari investiti in titoli USA; oggi ne possiede 20,50 miliardi! E’ vero che negli ultimi tre mesi ha diminuito di 0,60 miliardi il possesso di tali titoli, ma si accinge a varare, così come tutti gli altri Paesi del gruppo, una rigida manovra finanziaria, che probabilmente potrebbe evitarsi semplicemente attingendo a questi soldi investiti, o per meglio dire prestati agli USA. Il buon padre di famiglia, per usare una espressione tanto cara e diffusa nella legislazione italiana, nei periodi di abbondanza mette da parte i soldi per i periodi di magra; appunto, quando arriva il bisogno attinge ai risparmi messi da parte. Perchè il governo italiano non può comportarsi come il buon padre di famiglia ed attingere ai risparmi investiti in USA?
Ovviamente non è questo il problema; il problema vero è che l’Italia e gli altri Paesi occidentali sono letteralmente succubi degli alleati statunitensi e come in tanti casi hanno rinunciato alla propria sovranità.

La Spagna, altro Paese occidentale in profonda crisi e bisognosa di soldi ha più che triplicato gli aiuti agli USA: dai 4,20 miliardi di dollari del dicembre 2008, è passata ad avere titoli del debito USA pari a 13,50 miliardi!
E così i Paesi di nuova soggezione agli USA, come i Paesi dell’Europa dell’Est, stanno incrementando gli aiuti agli USA. La Polonia, ad esempio, dai 3,30 miliardi di dollari in titoli USA, del dicembre 2008, è passata ad avere 23,40 miliardi, a marzo 2010.
Quando gli USA chiamano, per i governi dei Paesi occidentali è un obbligo rispondere.

NOTE
(1) A metà di ogni mese, il Dipartimento del Tesoro USA aggiorna i dati dei titoli di Stato USA in possesso dei Paesi esteri, riportando quelli relativi a due mesi anteriori, ossia a metà maggio ha fornito i dati relativi alla fine di marzo; a metà giugno quelli relativi a fine aprile.
(2) La riserva internazionale cinese totale, secondo l’ultimo dato (30/03/2010) del Banco del Popolo, la banca centrale, è pari a 2.447,08 miliardi di dollari.
(3) Per quest’anno, il presidente Barack Obama ha presentato un bilancio di previsione in cui le spese militari sono oltre 700.000 milioni di dollari, il più alto nella storia degli USA ed il Congresso ha approvato il déficit di bilancio pari a 1.900 miliardi di dollari, ossia ha autorizzato il governo a portare il debito pubblico USA complessivo a 14.294 miliardi di dollari. Fonte: Dipartimento del tesoro.
(4) Vedasi “Segnali di una imminente fine del dollaro come moneta di riferimento mondiale” e “Fino a quando la Cina finanzierà gli Usa?”.
(5) Vedasi l’articolo “La Cina aumenta le riserve auree del 75%”.

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