Gianfranco il transatlantico

“…nella certezza che l’Alleanza transatlantica non è soltanto una alleanza di tipo militare, e nemmeno soltanto di tipo politico, è l’alleanza di donne e di uomini, che avendo nelle vene il medesimo sangue hanno nella mente il medesimo impegno di vivere in una società che sia veramente più giusta…”

Gianfranco Fini, Grand Hyatt Hotel di Manhattan, New York, USA (4 febbraio 2010)

In questo mondo più oscuro

Roma, 28 luglio – Il rapporto con l’Italia è “splendido”. Lo ha detto l’ambasciatore degli USA in Italia David Thorne, intervenendo al Foreign Policy Forum che si sta svolgendo alla Farnesina in concomitanza della Conferenza degli ambasciatori.
“L’America – ha dichiarato – ha relazioni splendide con l’Italia, le osservo da 15 anni e devo dire che non sono mai state più forti di ora”. L’ambasciatore ha ricordato “il grande interesse” per la visita del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Washington alcune settimane fa. Thorne ha inoltre aggiunto “abbiamo un fortissimo legame con l’Europa, in questo mondo più oscuro è necessario il rapporto transatlantico”.
(Adnkronos)

Marchionne in Serbia

A chiarirci le idee è arrivato tempestivamente Sergio Marchionne, che ha annunciato l’intenzione della FIAT di spostare la propria produzione in Serbia, dove la “tassazione sarebbe minore”.
Non a caso, uno dei rari autori a scrivere con cognizione di causa sulla vicenda kosovara, diversi anni fa notò come: “L’obiettivo mancato di allontanare Milosevic dal potere, non fa che ritardare un programma occidentale che vede nella Serbia un formidabile fornitore di manodopera, oltretutto una manodopera molto qualificata e a buon mercato. Secondo studi recenti, la manodopera serba, con un salario doppio di quello che percepisce attualmente, costerebbe dieci volte meno di quella immigrata in Europa. Inoltre la sua vicinanza con i mercati europei ridurrebbe enormemente le spese di trasporto. In questo modo per il mercato mondiale del lavoro la Serbia diventerebbe molto più appetibile dell’Estremo Oriente” (Sandro Provvisionato, UCK: l’armata dell’ombra, Gamberetti, Roma, 1999).
Come giustamente rilevato nell’ultimo importante discorso tenuto dallo stesso Milosevic, le potenze occidentali fecero guerra al presidente jugoslavo come pretesto per colpire la Serbia e trasformarla in un paese del Terzo Mondo: oggi questo concetto dovrebbe essere chiaro anche a quei lavoratori italiani che nei prossimi mesi verranno lasciati a casa, grazie alle “munifiche” opportunità offerte dalla delocalizzazione produttiva degli stabilimenti FIAT.
Come in un gioco ad incastro, la questione serba e quella del Kosovo e Metohija, in particolare, rappresentano un esempio significativo della strategia globalizzatrice a guida statunitense, che vorrebbe uniformare tutti i popoli del pianeta ai dettami del nuovo ordine mondiale-multinazionale, perché ne riassume le principali motivazioni di carattere economico (dominio del libero mercato), geopolitico (occidentalizzazione del mondo) e militare (influenza atlantista).
Vedremo nei prossimi mesi se le potenze eurasiatiche saranno in grado di bloccare questa offensiva e quali saranno le loro mosse, aldilà delle inevitabili dichiarazioni di condanna per il pronunciamento della Corte giunte in queste ore.

Da La Serbia perde il Kosovo ma guadagna la FIAT, di Stefano Vernole.

L’eredità americana de La Maddalena

Negli anni scorsi, da alcune alghe recuperate dai fondali marini, vengono trovate tracce di uranio e torio 234 molto superiori alla media, insieme alla presenza di plutonio 239.
Di fronte a tutto questo il governo italiano cosa fa? Sposta il G8. Obbliga gli Stati Uniti a fare la bonifica de La Maddalena? No, non fa nulla.
La lotta per la bonifica della ex base militare è una lotta necessaria che invece è stata sottovalutata dalla politica, che deve cercare e trovare soluzioni. La base dell’Isola dipendeva direttamente dal Pentagono. E allora è necessario un protocollo d’intesa con l’amministrazione Obama che stabilisca le modalità di intervento per studiare quali sono i problemi creati e giungere ad una bonifica totale, bonifica che crei lavoro e sviluppo, e riqualifichi l’Isola in senso turistico.
La Maddalena deve divenire un nuovo polo di sviluppo economico, e deve essere risanato. Perché chiediamo questo?
Il rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali, minerari e militari della regione Sardegna, ha visto registrare sull’Isola un eccesso di mortalità per il linfoma non-Hodgkin (tumori maligni del sistema linfatico) nel ventennio 1981-2001. E perché non esistono studi che analizzino l’eventuale impatto degli inquinanti dell’Arsenale nella catena alimentare, relativamente alla contaminazione di pesci, molluschi e crostacei. E allora tali studi vanno fatti.
Sono stati spesi inutilmente 377 milioni a carico delle casse dello Stato e della regione Sardegna, e che come proprietaria della struttura, dovrebbe pagare la nuova bonifica. Ma sappiamo chi ha inquinato!
PERTANTO CHIEDIAMO:
* Che La Maddalena venga bonificata e riconvertita, e che nel nostro sistema venga introdotta l’obbligatorietà della valutazione d’impatto ambientale delle basi militari.
* Che venga concordato con l’amministrazione USA un protocollo d’intesa per la bonifica dell’area.
* Che la Marina Militare e lo Stato italiano facciano la loro parte nella bonifica della Maddalena.
* Che i progetti di bonifica vengano svolti con lavoratori locali, per non essere costretti ad emigrare.
* Chiediamo, soprattutto, lavoro stabile per i 2mila disoccupati e per i lavoratori precari de La Maddalena.

Da Non rubateci il futuro de La Maddalena, comunicato dell’Unione Sindacale di Base – Federazione Sardegna.

Le commesse del consorzio Iveco-Fiat-Oto Melara

“Scorrendo l’elenco dei programmi e dei contratti esaminati dalla Corte dei Conti, emerge come tutte le commesse del consorzio Iveco-Fiat-Oto Melara abbiano subito degli incrementi in corso d’opera. Da un minimo del 3,8% fino ad un massimo dell’11,7%.”

Tutto il resto, comprese alcune informazioni sul “rapporto di performance 2009″ del Ministero della Difesa, già da alcuni anni caratterizzato da uno sbilanciamento finanziario verso le missioni all’estero, potete leggerlo qui.

Propaganda di guerra a finanziamento pubblico

La Camera ha approvato mercoledì mattina (ieri – ndr), con il solo voto contrario dell’Italia dei Valori e l’astensione dei Radicali, la conversione in legge del decreto governativo di rifinanziamento semestrale delle missioni militari italiane all’estero, tra cui la missione di guerra in Afghanistan. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato.
(…)
L’invio di mille soldati in più e di mezzi da combattimento più ‘pesanti’ (17 carri armati su ruota ‘Freccia’) produce un inevitabile aumento dei costi della missione: i prossimi sei mesi di guerra in Afghanistan (agosto-dicembre) ci costeranno oltre 393 milioni di euro, vale a dire più di 65 milioni al mese. Un netto incremento rispetto ai 308 milioni (51 al mese) del primo semestre 2010.
La cifra è così suddivisa: 365 milioni di euro per il mantenimento del contingente ISAF schierato in Afghanistan, 12 milioni per il personale militare della missione che opera nelle basi americane negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein e in Florida (USA), 10 milioni per le operazioni in loco del SISMI, 1,7 milioni per il personale della Guardia di Finanza (ISAF , EUPOL e JMOUS), 2,7 milioni per le operazioni militari a favore della popolazione locale (aiuti in cambio di intelligence), 1,8 milioni per il sostegno alle forze armate afgane e, dulcis in fundo, mezzo milione alla Rai per ”azioni di comunicazione nell’ambito delle NATO Strategic Communications” (propaganda di guerra).
Fuori dalle spese militari e paramilitari, troviamo lo striminzito finanziamento alle iniziative di cooperazione: 18,7 milioni di euro, che serviranno a pagare progetti di ricostruzione e di assistenza umanitaria sia in Afghanistan che in Pakistan (dov’è prevista una ”missione di stabilizzazione economica, sociale e umanitaria”), e anche a organizzare una conferenza regionale della società civile per l’Afghanistan, in collaborazione con la rete di organizzazioni non governative ‘Afghana.org’ (associazione promossa da Arci, Lunaria e Lettera22).

Da La Camera approva ancora la guerra, di Enrico Piovesana.
[grassetti nostri]

Troppo buoni

Gerusalemme, 21 lug – Israele limiterà l’utilizzo delle armi al fosforo bianco e il numero delle vittime civili nei conflitti futuri. Lo ha dichiarato in un rapporto consegnato al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, sulla campagna militare condotta a Gaza nel dicembre 2008 contro Hamas.
”Il capo di stato maggiore dell’IDF ha ordinato di stabilire una dottrina chiara in materia di munizioni al fosforo bianco. Queste istruzioni sono in corso di implementazione, come pure le norme per evitare danni ai civili”, si legge sul rapporto. Il testo prevede anche che in ogni unità di combattimento venga inserito un ufficiale che si occupi di diritti umani e che le truppe vengano formate per interagire con specifici aspetti umanitari.
(ASCA-AFP)

”Credo che sia qui in Pakistan…”

Islamabad, 19 luglio – Secondo Hillary Clinton, in visita ad Islamabad e attesa a Kabul per la conferenza dei donatori, Osama bin Laden si trova in Pakistan. ”Credo che sia qui in Pakistan e che sarebbe molto utile se lo si potesse catturare”, ha dichiarato la segretaria di Stato americana in un’intervista.
A fine giugno il capo della CIA, Leon Panetta, ha dichiarato che il fondatore di al-Qaida è ben nascosto e ben protetto nelle aree tribali pachistane al confine con l’Afghanistan.
(ANSA)

Il massimo dal 1975

New York, 17 luglio 2010 – Si sono registrati 32 casi di suicidio il mese scorso nell’esercito americano, il massimo dal 1975.
Stando alle statistiche bisogna risalire ai tempi della guerra del Vietnam, iniziata il primo novembre del 1955 e conclusasi con una sconfitta degli Stati Uniti quasi venti anni più tardi, per riscontrare un numero maggiore di episodi.
(AGI/WSI)

[Più suicidi che morti ammazzati]

Il rispetto della CIA per Napolitano e D’Alema

“Pentapartito addio”, disse la CIA di Ennio Caretto.

[Aggiornamento del 26/4/2013: l'articolo adesso è leggibile qui]

CED e NATO, i retroscena

Inizio anni Cinquanta, più precisamente gennaio 1952. I Ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo trovano l’accordo sugli ultimi dettagli della costituenda Comunità Europea di Difesa (CED), mentre nessuna decisione viene presa a proposito dei rapporti tra la stessa CED e la NATO. Questi, si dice, verranno definiti mediante un protocollo che sarà annesso al trattato istitutivo della CED.
Il trattato sarà poi firmato dai Paesi partecipanti il successivo 27 maggio, ma nel frattempo – come emerge dalla recente declassificazione di alcuni documenti interni alla NATO – il Consiglio Nord Atlantico si era adoperato per stabilire su quali basi CED e NATO dovessero interagire.
Dal Rapporto dei delegati del Consiglio sulle relazioni tra la CED e la NATO, datato 20 febbraio 1952, si apprende che già nel dicembre 1950 il Consiglio Nord Atlantico aveva accolto la raccomandazione dei delegati secondo la quale un esercito europeo, se e quando creato, avrebbe dovuto rafforzare la difesa congiunta dell’area nord atlantica ed essere integrato nel quadro della NATO (punto A.1.).
Al successivo punto C., il Rapporto dapprima sottolinea l’accordo raggiunto fra i Paesi partecipanti alla CED sul fatto che il Trattato istitutivo della stessa avrebbe previsto che “il comando e l’impiego delle forze della Comunità Europea di Difesa sarebbe dovuto essere affidato, a partire dalla loro creazione, al Supremo Comandante Alleato in Europa” (SACEUR), la massima autorità militare statunitense insediata nel continente in ambito NATO. Si aggiunge poi che “tutte le forze sotto gli appropriati Comandanti NATO, siano esse della Difesa Europea o di altro tipo, avrebbero dovuto essere soggette solamente al loro comando e che essi Comandanti avrebbero dovuto ricevere direzione strategica e guida politica nell’impiego di queste forze esclusivamente dalle appropriate agenzie del Trattato Nord Atlantico”.
A stabilire una volta per tutte la subordinazione della CED ai dettami atlantisti, perveniva infine un’articolata raccomandazione in merito ai principi regolatori dei rapporti operativi tra le due Organizzazioni, contenuta nel successivo punto 9. Al riguardo, fra le altre cose, i delegati del Consiglio Nord Atlantico davano per assodato che una volta che le Forze di Difesa Europee fossero state poste sotto il comando di un Comandante NATO, egli avrebbe avuto ufficiali di tali Forze Europee quali membri del suo quartier generale e dei relativi comandi subordinati.

Gli “errori” di Israele

Tel Aviv, 12 luglio – Israele ammette gli ”errori” commessi dai vertici militari nell’assalto alla flottiglia di aiuti umanitari al largo di Gaza, durante il quale hanno perso la vita nove attivisti turchi. ”Sono stati commessi degli errori nelle decisioni assunte, anche ad un livello relativamente alto, che hanno portato ad un risultato che non era quello voluto”, ha detto il generale in pensione Giora Eiland presentando ai giornalisti a Tel Aviv i risultati dell’inchiesta voluta dal governo israeliano.
Il rapporto, di circa 150 pagine, giustifica tuttavia l’uso della forza, alla quale i militari israeliani avrebbero fatto ricorso ”solo quando erano in pericolo di vita”.
(ASCA-AFP)

Gerusalemme, 12 luglio – L’inchiesta condotta dall’esercito israeliano sul raid contro la Freedom Flotilla, in cui morirono nove attivisti turchi a bordo della Mavi Marmara, ha concluso che furono commessi degli “errori” ma che non vi furono “negligenze” o “mancanze”.
Lo riferiscono i media israeliani. Il rapporto del generale a riposo Giora Eiland sottolinea che non vi era modo di fermare la Mavi Marmara senza mettere in pericolo la nave e sostiene quindi la decisione di autorizzare il raid di un commando.
(Adnkronos)

Sempre pronti a ripeterli…
Gerusalemme, 13 luglio – Le forze armate israeliane si preparano all’eventualità di dover fermare la nave sponsorizzata dalla Libia, per impedire che sbarchi sulla costa della Striscia di Gaza.
Lo riferisce il sito di Haaretz, precisando che il cargo potrebbe arrivare questa notte davanti alla Striscia. Tuttavia, nota il sito del quotidiano israeliano, a questo punto non è chiaro se il capitano deciderà di puntare verso Gaza o se si dirigerà nel porto egiziano di al Arish, nella penisola del Sinai.
(Adnkronos)

Per “altri dieci anni”

Washington, 10 luglio – Il capo dell’esercito USA gela le previsioni di Obama: resteremo in Iraq ed Afghanistan per “altri dieci anni”.
Lo ha detto il generale George Casey, secondo il quale “non vinceremo su nessuno dei due fronti solo militarmente ma soltanto quando la gente sul posto percepirà che c’è un governo che fa i loro interessi, quando ci sarà un’economia in grado di dare loro un posto di lavoro per mantenere la famiglia” .
(AGI)

Manuel faccia d’ananas

Non aver obbedito agli USA gli è costato una condanna a quaranta anni di carcere, dopo essere stato deposto dal governo di Washington con un’invasione militare. Lo afferma, da un’aula di Tribunale a Parigi, dove è stato estradato per reati minori, l’ex Generale e Presidente panamense, Manuel Noriega, che degli USA è stato agente fedele prima e nemico giurato poi. L’ex uomo forte di Panama, che a Parigi ha subìto una nuova condanna a sette anni per riciclaggio di narcodollari, riapre così, a venticinque anni di distanza, una delle pagine più nere della storia dell’intelligence e della politica statunitense.
Va anche detto che Noriega non è stato l’unico – e non sarà probabilmente l’ultimo – a passare dalle stelle alle stalle nella considerazione statunitense: basti pensare sia a Saddam Hussein che, soprattutto, a Osama bin Ladin, oggi il numero uno dei ricercati USA, ma ieri collaboratore fedele della CIA e del Pentagono (che diede, tra l’altro, alla famiglia bin Ladin, una delle più importanti commesse militari).
Dall’organizzazione dei Mujaheddin afgani contro i sovietici, fino all’invio dei combattenti islamici in Bosnia contro i serbi, Osama bin Ladin ebbe un ruolo anche nello scandalo Iran-contras, lo scambio di armi, droga e denaro tra l’Amministrazione Reagan e l’Iran di Khomeini, attraverso il quale la CIA finanziò la guerra contro il legittimo governo sandinista in Nicaragua, costata 50.000 morti al piccolo Paese centroamericano.
Ma se lo sceicco ha preferito tacere sugli ambigui rapporti con l’intelligence militare statunitense, Manuel Noriega ha invece scelto di raccontare come divenne un nemico giurato degli USA dopo esserne stato un alleato.
Ma chi era Manuel Noriega? In patria lo soprannominavano cara de pina (faccia d’ananas). Per via del volto butterato, certo, ma anche a causa di una buona dose di cinismo e ipocrisia, doti che lo aiutarono non poco ad arrivare al vertice del Paese.
(…)
Arruolato dalla CIA nei primi anni ’70, come ammesso dall’ex direttore generale di Langley, l’Ammiraglio Stanfield Turner, Noriega – stipendiato con 100.000 dollari all’anno – rimase vincolato all’agenzia fino al febbraio del 1988, quando la DEA spiccò un mandato di cattura internazionale per traffico di droga.
E’ utile ricordare che nel 1981, l’allora Presidente panamense, Omar Torrijos, venne fatto saltare in aria mentre si trovava a bordo di un elicottero: la United Fruit Company non aveva certo gradito la riforma agraria del generale divenuto presidente. E che gli Stati Uniti abbiano avuto molto a che fare con l’attentato, é stato rivelato ampiamente da documenti declassificati.
E Noriega? Beh, guarda caso, subito dopo la morte di Torrijos, divenne Capo di Stato Maggiore delle Forze armate panamensi. Non più, quindi, un affiliato alla CIA tra i tanti, ma un interlocutore privilegiato importante per Langley. Ma che Noriega fosse implicato nel traffico di droga non vi sono dubbi, come non ve ne sono sul fatto che lo realizzasse in nome e per conto suo personale e della CIA.
Noriega divenne un uomo fondamentale per gli USA, perché straordinariamente importante era l’istmo di Panama, il cui omonimo canale era – ed è – l’unica via marittima di collegamento tra Oceano Pacifico e Oceano Atlantico ed è passaggio obbligato nel collegamento tra nord e sud del continente americano. Se si pensa a cosa questo significhi sotto il profilo del controllo commerciale e militare, si capisce come mai gli USA abbiano avuto nel controllo di Panama una delle loro (tante) ossessioni dominanti. E il generale panamense divenne l’uomo giusto al momento giusto.
Noriega diede un notevole aiuto alle operazioni più sporche dell’Amministrazione Reagan, ma “la madre di tutte le operazioni” era certamente quella che la Casa Bianca mise in piedi per finanziare i contras nicaraguensi, impegnati nell’aggressione al governo sandinista in Nicaragua.
(…)
Il denaro arrivava dal traffico di droga organizzato con i narcos colombiani e le armi venivano acquistate con i proventi della droga. Venne alla luce il ruolo dell’aviazione militare salvadoregna, vera e propria agenzia di viaggi della coca proveniente dalla Colombia.
Dalla base aerea di Ilopango, in El Salvador, fino in Texas, la coca viaggiava ben custodita e non sorvegliata. Destinazione Los Angeles, dove operava Freeway Rick, spacciatore nicaraguense che diffuse crack in tutti gli States. La Commissione Kerry del Senato americano, appurò poi che anche l’aereoporto militare della Florida era una delle destinazioni previste di questi viaggi a basso rischio ed alto profitto.
E che il traffico di droga, dentro e fuori gli States, servì per finanziare i contras, venne dimostrato dalle inchieste giornalistiche realizzate da Gary Webb, pubblicate dal San Jose Mercury News e successivamente raccolte nel libro “The dark alliance”. Gli articoli gli valsero per due volte il Premio Pulitzer di giornalismo, ma non gli salvarono la vita. Gary Webb venne “suicidato” nel 2005. Dissero che si era ucciso, ma i colpi sul volto erano due: strano modo, per non dire impossibile, di suicidarsi…
(…)
Succede perciò che le pressioni della CIA verso cara de pina aumentano. Non chiedono più solo un ruolo di logistica e di sostegno diplomatico, ma vogliono che Panama divenga la base fondamentale per la guerra contro il Nicaragua e contro l’FMLN in El Salvador. Ma Noriega non ci sta, non vuole coinvolgere Panama in un ruolo attivo contro il Nicaragua e Cuba.
Dapprima respinge le richieste dell’esponente della destra salvadoregna, Roberto D’Abuisson, capo degli squadroni della morte e mandante dell’assassinio di Monsignor Romero, di limitare i movimenti dei capi del FMLN a Panama; successivamente, cosa molto più determinante per la sua fine, respinge le richieste del tenente colonnello statunitense Oliver North, che chiede di fornire assistenza militare ai contras del Nicaragua.
Noriega insiste oggi – ma non da oggi – nel dire che il suo rifiuto di andare incontro alle richieste di North sta alla base della campagna statunitense per estrometterlo. E sostiene che siano proprio gli USA ad averlo incastrato. Il rifiuto di prestare Panama alla pianificazione dell’aggressione militare al Nicaragua divenne motivo di scontro aperto con i suoi vecchi capi. Noriega non era più né fedele, né fidato. Era di nuovo, soltanto, cara de pina.
(…)
Il rifiuto del generale darà così il via all’operazione mediatica, politica e infine militare destinata a destituirlo. Il 20 Dicembre del 1989, Washington invade l’isola con 27.000 marines e rangers. Dopo cinque giorni di combattimenti contro i “battaglioni della dignità nazionale”, gli USA prendono il controllo dell’istmo e Noriega, che si era rifugiato nella Nunziatura apostolica, si arrende il 3 Gennaio del 1990. Washington mette al suo posto Guillermo Endara, che presta giuramento – simbolicamente, si potrebbe dire – nella base militare USA a Panama.
(…)

Da CIA e droga: parla Noriega, di Fabrizio Casari.

Sergio Romano e l’Afghanistan

A due lettori de Il Corriere della Sera che gli scrivono chiedendo perché il Presidente statunitense Barack Obama abbia rimosso il generale Stanley McChrystal, comandante supremo delle truppe USA e NATO stanziate in Afghanistan, senza consultare preventivamente l’Alleanza Atlantica e perché nessun governo dei Paesi membri abbia espresso disapprovazione riguardo tale fatto, con ciò accettando ancora una volta la realtà che dura da più di mezzo secolo, e cioè la penosa subordinazione dell’Europa rispetto alla superpotenza d’oltreoceano, Sergio Romano risponde (grassetto nostro):

“Cari lettori, avete ragione. Non esiste in Afghanistan, nella realtà, una forza della NATO. Esiste una forza americana a cui sono aggregati, con compiti diversi, contingenti provenienti dai suoi membri. Può accadere ogni tanto che il comandante di un contingente adotti una linea diversa da quella del comando americano (è successo nel caso della Gran Bretagna), ma la strategia viene decisa a Washington e gli alleati possono tutt’al più, come a Varsavia negli scorsi giorni, fissare la data della loro partenza. Per molti aspetti l’ISAF ricorda la Grande Armée quando Napoleone, nel 1812, decise l’invasione della Russia. Era composta da uno straordinario campionario di corpi militari provenienti dagli alleati e dai satelliti dell’Impero (quelli del Regno d’Italia, organizzati in due divisioni e due brigate di cavalleria, erano 25 mila, quelli del Regno di Napoli 10 mila), ma il comando era fermamente nelle mani di Napoleone e dei suoi marescialli.
Aggiungo che gli americani non accetterebbero di combattere in condizioni diverse e risponderebbero alle vostre obiezioni con due argomenti. Sosterrebbero anzitutto che l’esperienza della guerra del Kosovo (quando i bersagli dei bombardamenti aerei venivano decisi a Bruxelles nel corso delle riunioni quotidiane di un comitato dell’Alleanza), fu, a loro avviso, disastrosa. E ricorderebbero che il prezzo dell’intervento, in numeri di uomini, denaro e perdite umane, è pagato in massima parte dagli Stati Uniti. Queste considerazioni non giustificano il silenzio e l’accondiscendenza degli europei. I nostri governi sanno che le prospettive del conflitto sono, a dire poco, incerte e che l’Afghanistan potrebbe essere per l’America un nuovo Vietnam. Ma preferiscono tacere per almeno due ragioni. In primo luogo perché la presenza in Afghanistan è diventata l’equivalente di una «prova d’amore», il fattore che misura, per Washington, l’indice di lealtà dell’alleato. In secondo luogo, perché chi avanza obiezioni e dà consigli deve responsabilmente accettarne e pagarne le conseguenze. I governi europei preferiscono limitare per quanto possibile il numero delle perdite, aspettare che l’America cambi politica e tacere. È difficile in queste circostanze prenderli sul serio.”

Pan per focaccia

“Fautore della “libertà di parola”, “libertà di stampa” e della “libertà di internet”, il governo USA controlla e limita senza scrupoli i diritti dei cittadini alla libertà, se si tratta dei propri interessi e bisogni.
(…)
Dopo l’attacco dell’11 Settembre il governo degli Stati Uniti, nel nome dell’antiterrorismo, ha autorizzato le autorità di intelligence ad introdursi nelle comunicazioni postali dei propri cittadini, e di controllare e cancellare, su internet mediante mezzi tecnici, qualsiasi informazione possa minacciare gli interessi nazionali USA.
Il Patriot Act ha consentito alla polizia federale (LEA) di controllare le telefonate, le comunicazioni via email, le documentazioni mediche, finanziarie e altre documentazioni, e ha ampliato la discrezionalità delle forze dell’ordine e delle autorità sull’immigrazione in materia di detenzione e deportazione degli stranieri sospettati di atti correlati al terrorismo. Il Patriot Act ha ampliato la definizione di terrorismo, allargando così il numero di attività alle quali possono essere applicati i poteri delle forze dell’ordine.
Il 9 Luglio 2008 il Senato USA ha approvato la modifica del 2008 all’Atto sulla Sorveglianza e l’Intelligence Straniera (Foreign Intelligence Surveillance Act), garantendo l’immunità legale alle compagnie di telecomunicazioni che prendono parte ai programmi di intercettazione e autorizzando il governo ad intercettare le comunicazioni internazionali tra gli Stati Uniti e le persone oltreoceano per scopi antiterroristici senza approvazione del tribunale (The New York Times, 10 Luglio, 2008). Le statistiche hanno dimostrato che dal 2002 al 2006 l’FBI ha schedato migliaia di registrazioni telefoniche dei cittadini statunitensi attraverso corrispondenza, annotazioni e telefonate.
Nel Settembre 2009 il paese ha approntato un corpo di supervisione per la sicurezza in internet, preoccupando ulteriormente i cittadini statunitensi sulla possibilità che il governo USA utilizzi la sicurezza in internet come scusa per monitorare ed interferire con i sistemi personali. Un funzionario governativo ha riferito, in un’intervista al New York Times dell’Aprile 2009, che negli ultimi mesi la NSA ha intercettato email e telefonate private di Americani su una scala che andava oltre gli ampi limiti stabiliti dal Congresso USA dell’anno precedente. Inoltre, la NSA intercettava telefonate di esponenti politici stranieri, funzionari di organizzazioni internazionali e giornalisti rinomati (The New York Times, 15 Aprile 2009).
Anche le forze armate USA hanno partecipato ai programmi di intercettazione. Secondo un rapporto della CNN, un’organizzazione militare USA per la valutazione del rischio in internet, con base in Virginia, era incaricata di controllare i blog privati ufficiali e non ufficiali, i documenti ufficiali, le informazioni personali di contatto, le foto di armi, gli accessi agli accampamenti militari, oltre ad altri siti web che “potrebbero minacciare la sicurezza nazionale”.”

Un breve ma significativo estrattto dalla Relazione sui Diritti Umani negli Stati Uniti nel 2009, pubblicata lo scorso 12 marzo dall’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato della Cina.
La versione integrale del rapporto è qui.

“La situazione peggiora ogni giorno”

Chicago, 4 luglio – Con un debito di oltre 5 miliardi la crisi ha spinto l’Illinois, lo Stato di Obama, a un passo dalla bancarotta. Lo riferisce il New York Times citando l’ispettore dello Stato Daniel W. Hynes, costretto a tagliare, ha denunciato, servizi essenziali, come “scuole, centri di riabilitazione, università statali, e la situazione peggiora ogni giorno”.
Peggio dell’Illinois c’è solo la più ricca – anche di debiti – California con un buco di 20 miliardi.
(AGI)

Il caso Abu Omar secondo il pm Armando Spataro

In occasione della pubblicazione di Ne valeva la pena, libro che ha come spina dorsale l’inchiesta sul caso Abu Omar, l’imam egiziano sequestrato a Milano il 17 febbraio 2003 dalla CIA in accordo con esponenti dei servizi segreti italiani, Raffaella Calandra ha intervistato il pubblico ministero Armando Spataro.
L’intervista è qui.

Diserzioni alleate

Doveva rappresentare l’elemento chiave per le operazioni di guerra globale del XXI secolo della NATO, ma l’Alliance Ground Surveillance – AGS, il multimilionario sistema di sorveglianza terrestre, rischia di accentuare le divisioni all’interno dell’Alleanza Atlantica.
Il tormentato progetto che prevede l’acquisto di otto velivoli senza pilota Global Hawk e l’utilizzo di Sigonella (Sicilia) quale principale base di stazionamento e controllo aereo, subisce un nuovo stop con l’inattesa decisione del governo danese di tagliare dal proprio budget della difesa i 50 milioni di euro destinati a cofinanziare lo sviluppo e l’implementazione del nuovo sistema NATO.
La revoca del sostegno danese all’AGS è stata duramente criticata dal Segretario generale dell’Alleanza, Anders Fogh Rasmussen. “L’uscita della Danimarca dal programma di vigilanza terestre NATO invia un segnale errato alle nostre forze e ai nostri alleati”, afferma Fogh Rasmussen. “L’AGS è stato disegnato per far sì che i militari di tutti i Paesi della NATO operino con maggiore sicurezza ed efficacia durante i loro interventi. Il sistema contempla un’ampia varietà di possibili usi, tra i quali quelli di contrarrestare gli attacchi con esplosivi in Afghanistan e combattere le operazioni di pirateria di fronte alla Somalia”.
Anche se il contributo della Danimarca è solo il 3% circa dell’ammontare totale del progetto, c’è forte preoccupazione che altri paesi dell’Alleanza possano seguire Copenaghen sull’onda della complessa crisi finanziaria internazionale e delle difficoltà di bilancio statali. “Il ritiro danese dal progetto potrebbe avere un effetto paralizzante nell’odierno clima finanziario in cui i bilanci della difesa vengono via via ridotti”, ha dichiarato all’agenzia Reuters una fonte interna del Comando militare di Bruxelles. “La NATO sperava di completare il programma prima del vertice di Lisbona del prossimo novembre. Ma le revisioni che potrebbero essere richieste da altri Paesi partecipanti all’AGS potrebbero causare dei ritardi. Se le nazioni restanti non saranno disponibili a coprire il vuoto lasciato dalla Danimarca o ce ne saranno altre che decideranno di seguire i suoi passi, potrebbero essere previsti delle limitazioni e dei risparmi allo sviluppo del programma. Ma è sempre meglio mantenere un 80% delle potenzialità previste che nessuna in assoluto”.
Originariamente, il piano di sviluppo del sistema AGS vedeva associate 23 nazioni dell’Alleanza Atlantica. La scelta unilaterale di Washington, nel novembre 2007, di assegnare l’intera commessa dei velivoli spia e delle stazioni di rilevamento terrestre ad un consorzio costituito prevalentemente da industrie belliche USA e canadesi (Northrop Grumman, General Dynamics Canada, Raytheon e Rolls Royce), fece scoppiare però la rabbia tra alcuni dei principali partner. Belgio, Francia, Ungheria, Olanda, Portogallo, Grecia e Spagna decisero di ritirare il proprio appoggio finanziario ed industriale all’AGS.
Così, alla firma del Programme Memorandum of Understanding (PMOU) che ha delineato i confini legali, organizzativi e finanziari del sistema d’intelligence, si sono presentati solo 15 dei Paesi membri dell’organizzazione nord-atlantica. Oltre a Stati Uniti, Canada e Danimarca, Bulgaria, Estonia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia e Slovenia.
La diserzione alleata ha avuto come prima conseguenza l’aumento dell’onere finanziario a carico dell’Italia per la realizzazione delle attrezzature e delle infrastrutture di sorveglianza.
(…)

Da Perde pezzi l’AGS, nuovo sistema di sorveglianza NATO, di Antonio Mazzeo.