Divi di (quello) Stato 3°

Un gruppo di mercenari guidato dal veterano Barney Ross (Sylvester Stallone) riceve il compito di infiltrare un paesino del Sudamerica e rovesciarne il dispotico dittatore, il generale Gaza (David Zayas) ma i soldati di ventura scopraranno ben presto che il loro cliente ha omesso alcuni particolari di vitale importanza e, per salvare una vita innocente e raddrizzare una serie di torti, il gruppo si troverà a fronteggiare nemici interni, oltre che esterni.
Della squdra, oltre a Ross, fanno parte anche Lee Christmas (Jason Statham), un ex membro delle forze speciali britanniche, esperto in armi da taglio, il maestro di arti marziali Yin Yang (Jet Li), l’esperto di armi Hale Ceasar (Terry Crews), amico di Ross da lunga data, il demolitore Toll Road (Randy Couture), che funge da intellettuale del gruppo e il tormentato Gunnar Jensen (Dolph Lundgren), cecchino provetto.
Dopo aver ricevuto la prima tranche del pagamento dal loro cliente, l’enigmatico Mr. Church (Bruce Willis), Ross e i suoi si recano sul posto e prendono contatti con la resistenza locale, nella persona della ribelle Sandra (Giselle Itié). La scoperta del loro vero avversario, tuttavia, sarà un autentico shock: l’operativo CIA James Monroe (Eric Roberts) e il suo pefido tirapiedi Paine (il wrestler Steve Austin).

I mercenari, ovvero come tentare di riabilitare una categoria che ultimamente non gode proprio di buona stampa.
Dall’1 settembre al cinema…

La reticenza dei post-tutto italici

I post-tutto non ci dicono, però, dove l’Italia che si apprestano a dirigere, si approvvigionerà di materia prima energetica, nè in che modo costruiranno l’indispensabile e improcrastinabile diversificazione energetica. Vedono demoni dappertutto: compreranno alla Shell, BP o Exxon?
I D’Alema e i Fini, cioè i privatizzatori all’ingrosso di ieri e quelli nuovi che si apprestano ai saldi di fine stagione, con la svendita di Finmeccanica ed ENI, non hanno nessuno scrupolo quando spediscono l’esercito italiano ad aiutare gli USA a violare i diritti umani nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan. Oltretutto, in guerre perse in partenza.
Sono spudorati nel fiancheggiamento automatico e garantito degli Stati Uniti nell’epoca della sua decadenza persino militare e della “barbarie giuridica” – si dice così La Russa o Fassino? – della legalizzazione del sequestro di persona, della tortura e dei campi di prigionia clandestini. Chissà perchè a Washington diventano ipersensibili quando i “diritti umani” sarebbero violati da nazioni esportatrici di gas e petrolio. Eccezion fatta per l’Arabia saudita ed alcuni Emirati.
Eppure la Russia e la Libia non hanno invaso nè fanno guerra a nessuna nazione. Gli scolaretti romani salgono sul pulpito della loro immaginaria superiorità etica e tuonano contro “Putin e Gheddafi”, ossia contro chi mantiene sensate relazioni con Russia e Libia.
Due paesi con cui gli USA hanno scarse relazioni, il cui boicottaggio economico è autolesionista solo per l’Unione Europea – non per la Germania che se ne impippa – e soprattutto per un’Italia totalmente dipendente energeticamente, priva di qualsiasi fonte alternativa: nucleare, eolica o di altro tipo.
Il governo in gestazione, formato da Fini, D’Alema, Draghi, Montezemolo e molti riciclati del post-comunismo e post-fascismo, si sbarazzerà delle ultime strutture nazionali in campo energetico e della meccanica strategica, e metterà mano alla liquidazione delle scuole pubbliche. Privatizzerà l’INPS, cioè la trasferirà in mani rigorosamente anglosax, perchè sono gli ultimi superstiti balocchi appetitosi dell’ex giardino d’Europa.
Lo faranno in nome della modernizzazione, del “progresso” e del sano realismo finanziario, in realtà per acquiescenza agli sponsor che li stanno aiutando in tutti i modi – leciti e no
– stabiliti nell’ultima adunanza degli innominati del Bildberg in quel di Barcellona. Privatizzazione accelerata, rafforzamento dell’EuroNATO, condiscendenza piena e “carnale” al partecipare in tutte le avventure programmate dal Pentagono. Anche nei mari caldi e nei grandi fiumi delle Americhe meridionali, a fianco della IV Flotta. “Non è vero che l’Italia spenda molto per la difesa…” ha sillabato D’Alema.

Da Italia: contro Gheddafi o contro il petrolio dalla Libia?, di Tito Pulsinelli.
[grassetto nostro]

Flatulenze controinsurrezionali in Afghanistan

“Alla base, ho sentito discorsi continui sulla COIN (acronimo di “strategia controinsurrezionale” – ndr), la “nuova” dottrina risorta dal disastro del Vietnam nella irrazionale speranza che questa volta funzionerà. Dalla mia esperienza alla base operativa avanzata, comunque, è abbastanza chiaro che la parte della strategia volta a conquistare cuori e menti è già morta prima di nascere, ed una pratica diffusa fra i militari che è sottaciuta dagli altri giornalisti embedded aiuta a spiegare perchè. Ecco così un’esclusiva per TomDispatch, per gentile concessione degli afghano-americani che prestano servizio come interpreti per i soldati. Costoro sono imbarazzati fino allo strazio quando parlano di questa abitudine, ma disperano che essa finisca. La COIN prevede che i militari si incontrino e stringano amicizia con gli anziani dei villaggi, bevano tè, pianifichino “sviluppo”, e conquistino i loro cuori e menti. Diversi interpreti mi hanno riferito che ogni incontro include alcuni giovani soldati americani le cui unioni, stile maschi nello spogliatoio, danno luogo ad attacchi di scoreggie incredibili.
Per gli uomini afghani, non c’è niente di più vergognoso. Una scoreggia è la prova che un uomo non è in grado di avere il controllo di ciò che sta sotto la sua cintura. Un uomo che scoreggia non è pertanto un uomo, assolutamente. Costui non può essere preso sul serio, e nemmeno alcuna delle sue idee o promesse o piani.”

Da Here Be Dragons. MRAPs, Sprained Ankles, Air Conditioning, Farting Contests, and Other Snapshots from the American War in Afghanistan, di Ann Jones.
[Traduzione nostra]

Wikileaks disinformazione calcolata

Dopo la drammatica pubblicazione di un video militare americano di un elicottero che sparava su giornalisti inermi in Iraq, Wikileaks ha guadagnato notorietà e credibilità a livello mondiale quale audace sito web che rende di pubblico dominio materiale sensibile proveniente da delatori all’interno dei vari governi. Il suo ultimo “colpo” riguarda la presunta fuga di migliaia di pagine di documenti, presumibilmente sensibili, riguardanti delatori degli americani tra i talebani in Afghanistan e i loro legami con persone in alto, legate ai servizi segreti militari pakistani ISI. Tuttavia, la realtà suggerisce che, lungi dall’essere una fuga di notizie onesta, essa è invece una disinformazione calcolata a favore degli Stati Uniti e, forse, dei servizi segreti israeliani e indiani, ed è una copertura del ruolo degli Stati Uniti e dell’ Occidente nel traffico di droga dall’Afghanistan.
Dal momento della pubblicazione dei documenti afgani qualche giorno fa, la Casa Bianca di Obama ha dato credibilità alla fuga di notizie, sostenendo che ulteriori fughe possono rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Eppure, i dettagli dei documenti rivelano ben poco di sensibile. L’unica figura più spesso menzionata, il generale (in pensione), Hamid Gul, ex capo dell’agenzia dei servizi segreti militari pakistani, ISI, è l’uomo che nel corso degli anni ‘80 coordinava la guerriglia mujaheddin, finanziata dalla CIA, in Afghanistan contro il regime sovietico. Negli ultimi documenti di Wikileaks, Gul è accusato di aver regolarmente incontrato i capi di Al Qaeda e dei Talebani e orchestrato attacchi suicidi contro le forze della NATO in Afghanistan.
(…)
Il ritenere oggi Gul il principale collegamento con i “talebani” afgani fa parte di un più ampio disegno dei recenti sforzi americani e inglesi di demonizzare l’attuale regime pakistano come una parte fondamentale dei problemi in Afghanistan. Una siffatta demonizzazione aumenta notevolmente la posizione del recente alleato militare degli Stati Uniti, l’India. Inoltre, il Pakistan è l’unico paese musulmano in possesso di armi atomiche. Alle Forze di Difesa Israeliane e all’agenzia dei servizi segreti israeliana Mossad piacerebbe moltissimo cambiare la situazione. Una falsa campagna contro il politicamente schietto Gul via Wikileaks potrebbe essere parte di tale sforzo geopolitico.
Il Financial Times di Londra afferma che il nome di Gul compare in circa 10 dei 180 files riservati degli Stati Uniti i quali sostengono che i servizi segreti del Pakistan sostenevano i militanti afghani che combattono le forze NATO. Gul ha dichiarato al giornale che gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Afghanistan, e che la fuga dei documenti aiuterebbe l’amministrazione Obama a deviare la colpa, suggerendo che il Pakistan sia responsabile. Gul ha detto al giornale, “Sono il capro espiatorio preferito d’ America. Non riescono ad immaginare che gli afgani possano vincere guerre per conto proprio. Sarebbe una vergogna senza fine che un generale di 74 anni che vive una vita ritirata e che controllava i mujaheddin in Afghanistan risulti nella sconfitta d’America”.
Alla luce dei più recenti documenti afghani di Wikileaks, notevole è l’attenzione sul 74enne Gul. Come ho scritto in un pezzo precedente, Warum Afghanistan? Teil VI: Washingtons Kriegsstrategie in Zentralasien, pubblicato a giugno su questo sito, Gul è stato esplicito sul ruolo delle forze armate americane nel contrabbando di eroina afgana fuori dal paese attraverso la base aerea ad alta sicurezza Manas, nel Kirghizistan.
Inoltre, in un’ intervista all’ UPI del 26 settembre 2001, due settimane dopo gli attacchi dell’11 settembre, Gul dichiarò, in risposta alla domanda chi ha fatto l’11 Settembre Nero?, “Il Mossad e alcuni suoi complici. Gli Stati Uniti spendono 40 miliardi di dollari l’anno per le sue 11 agenzie di Intelligence. Questo fa 400 miliardi di dollari in 10 anni. Eppure l’amministrazione Bush dice che è stata colta di sorpresa. Io non ci credo. Entro 10 minuti dall’ attacco alla seconda torre gemella nel World Trade Center, la CNN disse che lo aveva fatto Osama bin Laden. Quello era un pezzo di disinformazione pianificata dagli autori reali … “. Gul evidentemente non è ben gradito a Washington. Egli sostiene che la sua richiesta di visti di viaggio per il Regno Unito e gli Stati Uniti gli sono stati ripetutamente negati. Fare di Gul il nemico acerrimo sarebbe andato proprio bene a qualcuno a Washington.
(…)

Da Operazioni nascoste dell’intelligence dietro la diffusione di documenti “segreti” di Wikileaks?, di F. William Engdahl.

28 novembre 2010

Ed è bene che resti dov’è…

Il rapporto dei giovani italiani con le Forze Armate

Commentando la morte in Afghanistan degli artificieri Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis, l’amico Antonio Camuso dell’Osservatorio Balcani di Brindisi scrive:
“Il fatto che a cadere oggi siano stati dei valenti specialisti nel campo delle mine come i nostri artificieri, ritenuti in tutto il mondo all’avanguardia (vedi l’ultima operazione di sminamento di UNIFIL sul confine israelo-libanese) apre scenari inquietanti quali l’aumento esponenziale dei prossimi costi logistici in Afghanistan, ovvero utilizzo abnorme di mezzi e uomini per far operare in sicurezza, crescita di perdite in uomini e mezzi, diminuzione della flessibilità d’intervento.
Per terminare facciamo notare che una cosa è posare in tutta fretta un ordigno improvvisato, nel cuore della notte, un altro gingillarsi nel posare mine trappolate o interi campi minati: ciò significa che i cosiddetti insorti hanno possibilità di operare all’aperto alla luce del giorno sotto gli occhi della popolazione, connivente o semplicemente passivamente accondiscendente.
A questo punto altri terribili dubbi vengono andando a rileggere la cronache degli ultimi interventi dei nostri sminatori, chiamati ad intervenire su indicazioni di soldati afghani o civili e che alla luce dei fatti potrebbero essere interpretati non come segnali di fiducia nei confronti dei nostri soldati, bensì come occasioni per far studiare ad altri i nostri “modi operandi”.
Fa pensare l’intervista fatta venti giorni fa al povero maresciallo Mauro Gigli, che candidamente dice all’operatore RAI di esser intervenuto su un ordigno-trappola che sembrava un antitank a pressione ed invece era radiocomandato. A rivederla quell’intervista è il testamento spirituale di ogni artificiere che inviato sul campo per un lavoro “di routine”, invece deve constatare che a salvarlo è stata la fortuna, la non raggiunta raffinatezza dell’avversario, una preveggenza extrasensoriale ma che d’ora in poi il bersaglio è proprio lui, in una sorta di cecchinaggio e controcecchinaggio.
Se sono vere le ultime dichiarazioni del Ministro La Russa sul fatto che il maresciallo si sia accorto della trappola qualche istante prima di saltare in aria, avvisando gli altri della pattuglia, ebbene questo significa che ha compreso all’ultima istante che la partita tra specialisti, questa volta era stata vinta dall’avversario.”

E, con un po’ di cinico sarcasmo, chiosa:
“In compenso abbiamo materiale umano da reclutare a poco prezzo e nel giorno in cui saltava in aria un pugliese come il caporalmaggiore De Cillis di Bisceglie, nella sua regione d’origine, nel Salento, tra i villeggianti della città di Gallipoli, nella cornice del parco di giochi acquatico “Acqua Splash” interveniva l’Info Team dell’Esercito Italiano, composto da personale del comando militare Esercito “Puglia” e del centro documentale di Lecce che in pantaloncini blu, maglietta verde e cappellino beige con logo istituzionale, facevano conoscere ai giovani pugliesi disoccupati le opportunità professionali e formative offerte dalla Forza Armata, con la possibilità di viaggiare tanto all’estero e conoscere dei posti meravigliosi irraggiungibili da turisti squattrinati e sprovveduti come sono loro…
Altri Infoteam si son visti sulle spiaggie del NordBarese e a detta dell’esercito continueranno la loro opera di reclutamento per tutto il mese di agosto tra ombrelloni, pizzichi, mellonate e giochi acquatici…”.

Verosimilmente, proponendo ai giovani virgulti l’assaggio di vita militare escogitato dall’ineffabile Ministro.

CYBERCOM

Lo scorso 21 Maggio, il segretario alla Difesa Robert Gates ha annunciato l’attivazione del primo comando informatico del Pentagono.
CYBERCOM (acronimo di U.S. Cyber Command), inizialmente approvato il 23 giugno 2009, dopo undici mesi ha raggiunto la cosiddetta capacità operativa iniziale e dovrebbe diventare pienamente funzionante entro la fine dell’anno in corso.
Esso, pur se posto sotto il cappello di STRATCOM (U.S. Strategic Command), il comando collocato presso la base aerea di Offutt nel Nebraska ed incaricato della militarizzazione dello spazio così come del progetto di scudo antimissile globale, ha trovato sede a Fort Meade nel Maryland insieme alla segretissima agenzia di intelligence National Security Agency (NSA). Il capo di quest’ultima, Keith Alexander, tenente generale dell’esercito degli Stati Uniti all’alba del 21 Maggio, è stato promosso generale a-quattro-stelle in occasione del lancio di CYBERCOM, divenendone contemporaneamente suo comandante.
Nella testimonianza scritta presentata al Senato prima che questo lo confermasse nella sua nuova posizione, Alexander ha specificato che il nuovo Comando, oltre alla difesa dei sistemi e delle reti informatiche, dovrebbe prepararsi per condurre anche “operazioni offensive”. Secondo l’AP, egli avrebbe inoltre sostenuto che gli Stati Uniti sono determinati a capeggiare lo sforzo globale indirizzato ad utilizzare le tecnologie informatiche “per dissuadere o sconfiggere i nemici”.
Il giorno in cui Alexander ha assunto il suo nuovo comando, il vice segretario alla Difesa William Lynn ha definito la creazione di CYBERCOM come “una pietra miliare nella capacità statunitense di condurre operazioni a spettro completo in un nuovo dominio” aggiungendo che “per l’apparato militare degli Stati Uniti il dominio cibernetico è importante come quelli terrestre, marittimo, aereo e spaziale e che proteggere le reti militari è un fattore cruciale per il successo sul campo di battaglia”.
James Miller, un altro esponente della “Difesa”, dal canto suo era persino giunto a dichiarare che il Pentagono, nel caso di un attacco informatico agli Stati Uniti, dovrebbe prendere in considerazione una risposta di carattere militare. Si delinea quindi un quadro in cui, ponendo la sicurezza informatica, compresa quella del settore civile, sotto un comando del Pentagono, si procede verso l’adozione di un approccio di natura militare rispetto a questioni più propriamente criminali o anche semplicemente commerciali o relative a brevetti, attrezzandosi per una risposta decisamente non-virtuale nei contenuti.
Il Pentagono e la NSA non sono da soli nello sforzo di creare ed attivare il primo comando nazionale di guerra cibernetica al mondo. Come sempre, Washington sta ricevendo un sostegno incondizionato da parte della NATO.
La rivendicazione di una capacità di guerra cibernetica emerse tra esponenti di spicco statunitensi ed atlantici durante ed immediatamente dopo una serie di attacchi ai sistemi informatici dell’Estonia, verificatisi nella primavera del 2007. Il Paese baltico, che aveva aderito alla NATO tre anni prima, accusò all’epoca pirati informatici russi degli attacchi alle sue reti governative e private, e l’accusa fu rilanciata in Occidente aggiungendovi l’insinuazione che ad ispirarli fosse il governo dell’allora presidente della Russia Vladimir Putin.
Tre anni più tardi le accuse non risultano ancora provate ma sono comunque servite allo scopo di inviare in Estonia tecnici della NATO esperti di guerra cibernetica ed istituire, a maggio del 2008, un centro di eccellenza per la Cooperative Cyber Defence nella capitale Tallin.
A marzo di quest’anno, il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen, in Finlandia per promuovere il nuovo Concetto Strategico dell’Alleanza, ha affermato che non è sufficiente “allineare soldati, carri ed equipaggiamenti militari lungo i confini”, riferendosi implicitamente alla clausola di mutua difesa stabilita dall’articolo 5 del Trattato istitutivo dell’Alleanza, ma che la NATO deve “affrontare la minaccia alle radici, e potrebbe essere nel cyberspazio”: lì, “il nemico potrebbe apparire ovunque”.
Si converrà che, per la loro natura, le questioni relative alla sicurezza informatica sono le più amorfe, nebulose ed eteree minacce che possano essere prospettate (ed inventate) così come sono caratterizzate da un’applicabilità quasi universale e dall’effettiva impossibilità di essere smentite.
Ciò che di meglio il Pentagono e la NATO potrebbero trovare per giustificare i propri interventi militari in giro per il mondo.

In memoria di “un vero patriota”

Roma, 17 agosto – ”Con Francesco Cossiga scompare un grande italiano. La sua profonda fede cristiana cattolica non gli impedì, anzi, lo spinse a grande apertura verso le altre confessioni, in particolare con i valdesi che incontrò nel 1989 a Torre Pellice”.
Lucio Malan (Pdl), segretario di Presidenza del Senato ricorda Francesco Cossiga. ”E’ stato un vero patriota e lo dimostrò nella sua forte difesa di Stay Behind, conosciuta anche come Gladio, l’organizzazione segreta militare che, come negli altri paesi NATO, avrebbe dovuto entrare in azione in caso di invasione sovietica. Uno dei modi migliori per ricordarlo sarebbe approvare il suo Ddl n. 230, firmato da dieci altri senatori, per riconoscere lo status di militari a chi servì la Patria in Gladio, gratuitamente, in segreto e poi accusati in pubblico di essere golpisti”.
Cossiga ”ebbe il coraggio di difendere la loro causa, proponendo di concedere l’onore di fregiarsi di un distintivo specifico, e con un comma specifico propose di estendere l’onore anche a sè in quanto, a suo tempo, sottosegretario ‘specificatamente incaricato a compiti o funzioni collegate a Stay Behind”’.
(ANSA)

Roma, 17 agosto – ”Iofcg”: non è la sigla di un missile intercontinentale, ma il codice da radioamatore di Francesco Cossiga. Una delle sue tante passioni.
L’ex presidente della Repubblica è sempre stato ”malato” di tecnologia. La passione per la radio nacque dopo un brutto incidente stradale: ”Sono uscito fuori strada a 200 chilometri all’ora. Di notte non dormivo e ho iniziato a fare l’ascoltatore. Poi ho voluto fare il radioamatore attivo”, raccontava agli amici. Ma la passione di Cossiga è stata per ogni tipo di tecnologia possibile ed immaginabile.
La sua casa romana, nel quartiere Prati, è completamente coperta da più segnali wi-fi a banda larghissima ed è un mix tra un avveniristico centro di controllo di telecomunicazioni ed un museo della telefonia e dell’informatica aggiornato non all’oggi ma al domani. Nel suo studio un apparato radio che si collegava, oltre che con le frequenze normali, anche con quelle dell’Esercito e delle Forze dell’Ordine, ed il suo telefono era connesso, oltre che con un numero imprecisato di linee di varie compagnie telefoniche, con i centralini di Palazzo Chigi, del Viminale, del Senato e dei comandi generali di Carabinieri e Guardia di Finanza. Fino a qualche tempo fa c’era anche una linea del Quirinale, ma è stata dismessa nel 2007, quando Cossiga rinunciò a tutti i diritti e i privilegi che gli competevano come ex capo dello Stato.
Per non parlare delle ricetrasmittenti di ogni portata e dimensione e, soprattutto, dei telefonini; quelli Cossiga li aveva tutti, e sempre prima che uscissero sul mercato. Nessuno, forse neppure lui, sapeva quanti cellulari avesse. Li provava, li usava, li conosceva funzione per funzione ed era in condizione di consigliarli o sconsigliargli agli amici sottolineandone pro e contro. Stessa cosa per i personal computer, fissi e portatili: anche in questo caso non si sa quanti ne abbia avuti, ma arrivavano prima a lui che ai negozi, dagli USA o dalla Cina, tutti con i software più all’avanguardia ed aggiornatissimi e con i quali navigava diverse ore al giorno su internet.
(ANSA)

Inutile sottolineare il coro unanime di cordoglio, assolutamente bipartisan, che accompagna la dipartita del più strenuo difensore dell’allineamento atlantico dell’Italia… chi è causa del suo male pianga se stesso:

Washington, 18 agosto – ”Uno statista coraggioso e impegnato. Per tutta la vita un amico degli Stati Uniti d’America”. Così il Dipartimento di Stato, ”a nome del governo americano”, ha espresso ”le sue più sentite condoglianze ai familiari di Francesco Cossiga e a tutto il popolo italiano”.
Il comunicato diffuso da Philip J. Crowley, portavoce del Dipartimento di Stato, definisce il presidente emerito della Repubblica ”un convinto sostenitore della NATO”, che ”ha lavorato con diverse amministrazioni americane per preservare e difendere la causa della libertà in Europa”.
(ANSA).