NATO 3.0

“La NATO è l’alleanza di maggior successo nella storia. Ed è mia ferma intenzione che rimanga tale.
Il nuovo Concetto Strategico dovrà guidare la prossima fase nell’evoluzione della NATO. La prima fase è stata ovviamente l’Alleanza della Guerra Fredda: squisitamente difensiva, grandi armate immobili, schierate di fronte ad un chiaro nemico. Si può chiamare NATO in versione 1.0. Ed ha funzionato molto bene.
La NATO in versione 2.0 era la NATO del dopo-Guerra Fredda, dalla caduta del Muro di Berlino a oggi.
Anch’essa ha funzionato bene. Noi abbiamo aiutato a consolidare la pace e la democrazia in Europa. Abbiamo gestito le crisi dai Balcani all’Afghanistan. Ed abbiamo coinvolto nuovi membri, con i quali condividiamo propositi comuni.
È adesso giunto il momento di una NATO 3.0. Un’Alleanza che sia in grado di difendere i 900 milioni di cittadini dei Paesi della NATO dalle minacce che affrontiamo oggi, ed affronteremo nel prossimo decennio. Il Concetto Strategico è il progetto per tale nuova NATO.
(…)
Vi sono tre principali aree in cui io credo che la NATO debba trasformarsi.
Primo: dobbiamo modernizzare le nostre capacità di difesa e deterrenza.
La difesa collettiva deve restare lo scopo principale dell’Alleanza. Il ché continua a richiedere forze militari operative. Ma per essere operativi oggi, noi abbiamo bisogno di forze che siano impiegabili nei territori dell’Alleanza e oltre. Il Concetto Strategico deve esprimere una chiara visione per gli Alleati per guidare la riforma delle loro forze armate – meno investimenti per forze statiche e calcestruzzo, più forze che sappiano muoversi, presidiare ed avere successo ovunque vengano mandate.
Ma oggi, la difesa del nostro territorio e dei nostri cittadini non comincia e finisce al confine. Può iniziare a Kandahar. Può iniziare nel cyberspazio. E la NATO ha bisogno di potersi difendere a largo raggio.
(…)
Il Concetto Strategico deve essere anche indirizzato ad un’altra fondamentale componente delle difesa e deterrenza della NATO – la nostra capacità nucleare.
Posso vedere un sacco di giornalisti sobbalzare su questo punto. Ho paura che, se voi state sperando di assistere ad una piccola controversia, dovrò contraddirvi.
Nelle discussioni che abbiamo avuto sinora riguardo il futuro della capacità nucleare della NATO, io attualmente vedo una vera convergenza di prospettive.
I termini esatti saranno discussi nelle prossime settimane, e non voglio dare un giudizio prematuro sulle conclusioni. Sono però alquanto fiducioso in merito al fatto che troveremo il giusto equilibrio fra due principi molto importanti. Primo, che noi condividiamo l’impegno per gli obiettivi espressi dal Presidente Obama per un mondo senza armi nucleari, e che la NATO continuerà ad impegnarsi verso quell’obiettivo.
Ma secondo, che il nostro compito rimane quello di impedire un attacco contro i nostri cittadini, il ché significa che finché ci saranno armi nucleari nel mondo, la NATO dovrà mantenere anche armi nucleari.
Signore e signori, la seconda area, in cui abbiamo bisogno di riforme è la gestione delle crisi: dobbiamo essere in grado di rendere il Ventunesimo il Secolo della gestione delle crisi. Nessun’altra organizzazione può disporre, schierare e mantenere un potere militare come quello NATO. Il ché è il motivo per cui sono totalmente insensibile alle suggestioni dei media secondo cui dopo l’Afghanistan, la NATO non debba più eseguire un’altra missione di ampia portata. Prima di tutto e principalmente, perché io non ho dubbi che in Afghanistan avremo successo.
E secondo, perché ci saranno altre missioni in futuro per le quali soltanto la NATO sarà in grado di sostenerne i costi. Dovremo essere pronti.
(…)
Signore e signori. C’è una terza area in cui la NATO deve compiere un passo avanti – impegnandosi in lungo e in largo nel mondo per costruire una sicurezza in cooperazione. In breve, l’Alleanza deve sviluppare più profonde, ampie collaborazioni politiche e operative con i Paesi del mondo.
(…)
Ma posso già sentire la prima domanda che potrei ricevere, fra qualche momento: “Bella prospettiva – ma in un’epoca in cui le nazioni stanno effettuando tagli alla difesa, come intendete sostenere i costi?”
Al ché, io direi due cose. Primo, abbiamo bisogno di riforme. I contribuenti hanno bisogno del miglior riscontro per i loro investimenti nella difesa. Nella NATO, semplificheremo la nostra struttura di comando cosicché ci fornisca ciò che ci serve, ma a costi inferiori. Noi abbiamo pure bisogno di condividere le poche risorse, così possiamo acquistare e fare assieme cose che individualmente non potremmo permetterci. Io spero che il Concetto Strategico conferisca un forte mandato per una riforma costante.
Ma il mio secondo spunto è questo: c’è un punto dove voi non state più asportando il grasso; state tagliando nel muscolo, e poi nell’osso.
Capisco molto bene perché gli Alleati stiano tagliando le loro risorse per la difesa. Stante l’attuale crisi finanziaria, non hanno scelta.
Devo però anche dire: i tagli potrebbero andare troppo avanti. Dobbiamo evitare di tagliare così a fondo da non potere, in futuro, difendere la sicurezza su cui riposa la nostra prosperità economica. E non possiamo portare a termine il nostro compito in una situazione in cui l’Europa non può far sentire la sua importanza se si parla di sicurezza. Il risultato sarebbe che il Trattato di Lisbona dell’UE, che io sostengo fortemente, diventerebbe un guscio vuoto. E gli Stati Uniti cercherebbero altrove il loro partner per la sicurezza. Questo è un prezzo che non possiamo permetterci.”

Da The New Strategic Concept: Active Engagement, Modern Defence, discorso del Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen al German Marshall Fund of the United States (GMF) di Bruxelles, 8 ottobre 2010.
[Traduzione di L. Salimbeni, grassetti nostri]

Pay Tv atlanticamente corretta

Milano, 26 ottobre – Dalla finale mondiale di Berlino alla missione militare in Afghanistan. Fabio Caressa ha passato quindici giorni con i soldati italiani, 3500 connazionali, donne e uomini, alcuni arrivati da poche settimane, altri al lavoro da molti mesi e prossimi a tornare a casa.
Caressa ha condiviso la vita della base di Herat, il quartier generale della missione italiana e di alcune delle nostre basi avanzate, le cosiddette Fob. Il risultato di questo progetto è il reportage ‘Buongiorno Afghanistan’, il diario di un’esperienza unica e intensa.
Una produzione originale Sky Uno, otto puntate in onda in esclusiva da giovedì 28 ottobre alle dieci di sera, le successive puntate alle dieci e mezza. E’ anche il racconto di un’esperienza vissuta in prima persona da un giornalista che è un volto familiare e amico per i milioni di appassionati di sport nel nostro paese, la cui telecronaca della finale dei mondiali di Germania 2006 è ancora nella memoria di tutti gli italiani che tifavano, con un’emozione unica, per la squadra azzurra.
Un diario corale, documentario nella sostanza e drammatico nella forma, che tenta di restituire al pubblico volti, storie, esperienze di un pezzo di Italia che lontano da casa cerca di aiutare a ricostruire un paese dilaniato da trent’anni di guerra, sofferenza e tensioni. Caressa e la troupe di Sky Uno hanno vissuto con i nostri militari di stanza nelle quattro provincie afghane di Farah, Bala Murgab, Balabaluk e Shaft a Shindand. Hanno parlato con centinaia di loro, molti dei quali giovanissimi, tra i 20 e i 25 anni, provenienti dal Sud Italia. “Non mi improvviso certo inviato di guerra – spiega Caressa – presto invece i miei occhi di persona comune che viene proiettata in una situazione che di comune non ha davvero nulla”.
‘Buongiorno Afghanistan’ racconta quella parte della nostra missione di cui si parla poco: dalle operazioni di bonifica degli sminatori, alla vita nelle carceri femminili, dal mantenimento della viabilità all’organizzazione degli aiuti alimentari, dagli interventi del personale medico che assiste i militari e la popolazione civile alla fondamentale azione delle Psy-Ops, una squadra di uomini e donne, preparati su lingua e cultura locale, che hanno il compito di parlare con il popolo afghano, informando sulle operazioni di pace e spiegando gli obiettivi della missione.
Caressa e la troupe ci mostrano le azioni dei militari sui mezzi blindati Freccia e Lince, salgono sui mezzi aerei come il Mangusta (tutta la seconda puntata è dedicata all’Aeronautica). Il diario racconta anche i momenti di relax nei campi: la pizza, una grigliata, un’improvvisata partita di calcetto, la visione collettiva della partita della nostra nazionale, la tensione che si scioglie dopo una missione ad alto rischio
“La realizzazione del programma – spiegano da Sky – non sarebbe stata possibile senza l’aiuto del ministero della Difesa e in particolare, oltre al ministro in persona, del generale Massimo Fogari, del capitano di Corvetta Francesco Pagnotta, del maggiore Mario Renna e del P.I.O. di Herat, del generale Claudio Berto. Ma soprattutto il programma non avrebbe avuto alcun senso senza tutte le donne e gli uomini italiani che si sono resi disponibili a raccontare il loro lavoro di ogni giorno in Afghanistan”.
(Adnkronos)

Salvatore Maita in fin di vita per Sigonella

La notte di domenica 24 ottobre u.s., un cargopallet da 1.600 kg che stava per essere caricato su un’aereo di una compagnia privata operante per il centro logistico istituito presso la base USA di Sigonella, è caduto schiacciando un lavoratore del consorzio Algese2 che si trovava sulla rampa sottostante.
La vittima dell’incidente è Salvatore Maita, 47 anni, con figli. L’operaio, che ha avuto la scatola cranica rotta, i polmoni bucati ed ha subito diverse altre fratture, è in coma.
Ne riferisce più in esteso Antonio Mazzeo qui.
Utile dire che della notizia in questione sulle principali agenzie di stampa nazionali non si trova traccia. Forse il termine giusto per definirle è “indecorose”.
[Modificato in data 28 ottobre]

Aggiornamento 4/11/2010
“Nuovo incidente ad un dipendente civile della base militare USA di Sigonella. La sera del 2 novembre, un autobus della società di gestione aeroportuale Algese2 si è ribaltato all’interno dell’area aeroportuale. Il mezzo riservato al trasporto degli equipaggi è rimasto totalmente danneggiato, l’autista ha riportato numerose contusioni ma si è rifiutato di andare in ospedale. Nel luogo del sinistro sono giunti i carabinieri e i dirigenti di scalo e sarebbe stata aperta un’inchiesta per accertare le cause e le modalità del ribaltamento.
Si tratta del secondo grave incidente in meno di una decina di giorni. La notte di domenica 24 ottobre, un grosso pallet contenente un carico di zinco da 1.600 kg era caduto da un aereo Md-11 schiacciando un lavoratore di 47 anni, Salvatore Maita, che si trovava sulla rampa sottostante. Trasportato d’urgenza al reparto di neurochirurgia dell’ospedale “Garibaldi” di Catania, l’operaio è stato sottoposto a un intervento chirurgico per la riduzione di un esteso trauma cranico e, solo tre giorni fa, è miracolosamente uscito dallo stato di coma. Anche Maita è dipendente della società Algese che ha in gestione per conto dell’US Navy i servizi a terra dell’aeroporto di Sigonella.”
Continua qui.

Guerre valutarie, c’è dell’altro

Gli statunitensi vorrebbero sviare il mondo intero dalle reali motivazioni che ci hanno portato nel ciclone della crisi mondiale. Questo perché dietro il sipario finanziario, dietro gli effetti speciali delle bolle speculative e delle defaillances di mercato si nasconde la faccia rabbuiata della Statua della libertà alle prese con una debolezza politica che le impedisce di afferrare le magnifiche sorti e progressive di cui si era sentita padrona subito dopo la caduta dell’URSS.
Per assolvere a questo compito di diversione gli USA sfornano quotidianamente pretesti e bollettini inverosimili onde scagionare sé stessi e far ricadere sul caso, sul ciclo, sull’immoralità degli operatori di borsa e sul dirigismo di stato di Paesi terzi (che truccano le carte del mercato e della moneta e non collaborano sufficientemente alla stabilità degli assetti internazionali), l’approfondimento del danno e forse la sua totale irreversibilità. Ma, come tutti possono intuire, questo è ormai fatto e la ragioni sono molteplici (geo-politiche, sociali, storiche, strategiche ecc. ecc.) anche se si rimanda quasi esclusivamente a fattori economici legati alla natura intrinseca del capitalismo per esorcizzare la perdita di gravità del centro attrattore statunitense nella nuova era multipolare. Ho detto perdita di gravità e non esplosione della stella USA tout court che sarà ancora, per molti anni, un astro capace di influenzare i rapporti di forza mondiali sebbene in coabitazione/conflitto con altre potenze.
Finora gli yankees hanno rilasciato, e volutamente, un’anamnesi frammentata della situazione finanziaria impedendo una diagnosi seria della patologia e dei possibili percorsi di cura da seguire. Ma, ovviamente, gli Stati Uniti vogliono proprio ciò, essi mirano ad occultare le cause di questo terremoto per tentare di riannodare i fili della propria supremazia e tessere una trama a loro favorevole, per quanto con un ordito che non potrà ricalcare pedissequamente quello del passato. I vertici stellestrisce lo hanno messo in conto, sanno che una fase si è definitivamente chiusa e prendono tempo per limitare il più possibile le perdite nonché per proiettarsi, dopo aver raccolto nuovamente le energie, nella battaglia multipolare che li vedrà sì protagonisti ma non in posizione di assoluta preminenza.
In questa chiave di temporeggiamento deve essere letta la recente guerra sino-americana per la valuta. Il Celeste Impero viene accusato di manipolare la sua moneta e di inondare di prodotti ultracompetitivi l’economia occidentale rendendo difficile la ripresa.
(…)
L’assalto alla muraglia cinese è partito dunque con questo travestimento economicistico, ma gli obiettivi che si intendono perseguire sono squisitamente politici e lo vedremo più chiaramente nel prossimo periodo.
(…)

Da La partita Cina-USA, di Gianni Petrosillo.

Mancanza di paura

Per quanto riguarda l’ostilità di Israele, eliminiamo immediatamente la favola circa l’asserita volontà dell’Iran di distruggere Israele come giustificazione. Teheran sa che migliaia di testate nucleari israeliane e occidentali le cadrebbero addosso al primo fremito del genere. In verità, l’ostilità di Israele nei confronti dell’Iran in parte obbedisce alla paranoia provata di un Paese dalla salute mentale vacillante, ma soprattutto dalla sua volontà di essere l’unica potenza economica efficiente e l’unico gendarme nucleare della regione. Ma la guerra è uno dei mezzi utilizzati dallo Stato ebraico per mantenere a tutti i costi questa leadership economica. L’abbiamo visto, per esempio nel 2006, con la distruzione sistematica e senza alcun scopo militare, propriamente parlando, dell’infrastruttura economica del Libano (il suo attivismo nel cuore dell’amministrazione neocon USA per la guerra in Iraq, obbedisce alla stessa logica).
Anche se il suo sciismo è inquieto, l’Iran è soprattutto una potenza pragmatica. E Teheran oggi rivendica il riconoscimento di uno status di grande potenza regionale che vuole incarnare. Sa che l’influenza dell’Occidente è in declino, più di 5 miliardi di persone su questo pianeta almeno, non sopportano più l’ingiusta politica del doppio standard, l’indignazione selettiva per le violazioni dei diritti umani, la vacuità della sua narrativa, la brutalità del suo predominio economico, le sue virtuose macellerie di massa. Come ha dimostrato Jean Ziegler, nel suo libro “L’odio dell’Occidente”, la rabbia contro l’Occidente ha preso il sopravvento della paura dell’Occidente. Ed è questa mancanza di paura, incarnata oggi in qualche modo dal presidente iraniano, questa mancanza di sottomissione, che mette nel panico le élites occidentali.
Salvo scegliere l’opzione della guerra al di sopra dei propri mezzi, l’Occidente dovrà quindi trattare, negoziare per salvare ciò che può della sua influenza nella regione, con la sfida principale di tenere a bada l’entità sionista, per non essere trascinata da essa in un conflitto potenzialmente devastante, soprattutto senza poterla vincere. Di fronte al costante fallimento della pressione occidentale, è noto che almeno una parte dell’apparato statunitense sta già negoziando, dietro le quinte, con l’Iran. Ciò è dimostrato dal mantenimento al potere, in Iraq, di Maliki, che è stato possibile grazie agli sforzi congiunti di Iran e Stati Uniti … per la costernazione dell’Arabia Saudita, ancora alleato storico di Washington, che ha sostenuto il suo avversario. Così che, al di là delle voci isteriche, potrebbe esserci spazio per la ragione.

Da L’irresistibile ascesa dell’Iran, di Pierre Vaudan.
[grassetto nostro]

Le democrazie dell’Europa e la NATO

“Per decenni durante la Guerra Fredda, alle democrazie dell’Europa è stato chiesto fondamentalmente di concentrarsi solo sulla propria difesa da attacchi del blocco sovietico mentre gli Stati Uniti si dimostravano leader nel mondo ed investivano nella preparazione delle proprie truppe, nelle capacità di proiezione di una forza globale, nell’introduzione di munizioni a guida precisa e di tecnologie avanzate; gli Stati dell’Europa crebbero al sicuro dispiegando forze militari concentrate prevalentemente sulla propria difesa.
Ora gli Stati Uniti sono alla ricerca di un reale, complessivo sostegno dai principali Stati dell’Europa nei combattimenti in Afghanistan. Spero che i tentativi da parte dei principali Paesi dell’Unione Europea di: sviluppare una capacità di trasporto aereo strategico; acquisire tecnologie militari avanzate; e preparare almeno alcune truppe per un rapido impiego siano un segnale che essi riconoscono che l’Europa non può continuare a lasciare che gli Stati Uniti assumano tutta la responsabilità per la sicurezza e la stabilità globali.
Di certo, spero che la missione dell’UE per combattere la pirateria al largo delle coste dell’Africa orientale sia un segnale di nuovo attivismo, ma non sono eccessivamente ottimista. I principali Stati europei continuano ad assegnare risorse insufficienti alla difesa e, quando dispiegano truppe in operazioni militari veramente importanti, come in Afghanistan, molti di loro limitano l’esposizione al combattimento delle proprie truppe mediante i “caveat”.
I principali governi europei non possono aspettarsi che gli Stati Uniti continuino ad offrire la garanzia della loro sicurezza se essi persistono in comportamenti usuali come: amoreggiare con le vendite di armamenti a Cina e Russia; commerciare con Paesi come l’Iran; e voltarsi dall’altra parte quando i dittatori reprimono l’opposizione, sia a Cuba, Russia, Sudan od Iran. L’Europa rimane ovviamente importante per gli Stati Uniti, ma i nostri appelli per un sostegno non devono restare inascoltati.
Inoltre, il futuro di piccoli Stati, come la Georgia, non può essere sacrificato per questioni di commercio europeo e della mancanza di volontà di agire in difesa di un “Europa integra e libera”. Infine, noi tutti diamo il benvenuto agli sforzi dell’Unione Europea per migliorare le capacità di difesa europee, ma speriamo che questi sforzi non giungano a spese della NATO e della sua abilità nel garantire la sicurezza dell’Europa ed affrontare nuove minacce.”

Ileana Ros-Lehtinen, membro del Comitato Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti statunitense, durante l’audizione su La sicurezza transatlantica nel 21° secolo: le nuove minacce richiedono nuovi approcci?, tenutasi lo scorso 17 marzo.

“Riformare e rivitalizzare la NATO sarà un’impresa enorme che esige la direzione americana ed un’Amministrazione impegnata per un’agenda con la NATO al primo posto. Senza la leadership americana, la NATO fallirà. L’opportunità d’oro di ringiovanire la NATO è nel preludio al vertice NATO di Lisbona alla fine di quest’anno, dove sarà reso noto l’ultimo Concetto Strategico. Il Concetto Strategico della NATO delinea lo scopo dell’alleanza, l’organizzazione, ed i compiti e sarà fondato su una percezione aggiornata della minaccia. La NATO, come qualsiasi organizzazione veramente strategica, possiede meccanismi di sua fattura per riconoscere ed affrontare il cangiante ambiente della sicurezza, come fece con i nuovi Concetti Strategici nel 1991 e nel 1999. (…)
E’ vitale che nel riconoscere le nuove minacce, come il cyberterrorismo e la proliferazione dei missili balistici, la NATO non possa semplicemente affrontarle solo a parole. Per confrontarsi con la vasta gamma di minacce simmetriche ed asimemetriche che riguardano l’alleanza sono necessarie risorse e volontà politica. (…)
Soprattutto, gli Stati Uniti devono rinforzare l’egemonia della NATO nell’architettura della sicurezza europea. Se l’egemonia della NATO nell’architettura della sicurezza transatlantica non fosse aumentata, poco altro può essere raggiunto. Né l’Unione Europea né la Russia sono in grado di soppiantare il ruolo direttivo dell’America sul Continente in modo stabile, produttivo o sano.
(…)
Sotto questo aspetto, la NATO deve rimanere la pietra angolare della sicurezza dell’Europa. L’UE non ha ancora risolto la tendenza centralizzatrice dei suoi gruppi dirigenti di fare dell’Europa un controbilanciamento degli Stati Uniti, piuttosto che un complemento. Pertanto, nei termini di ridefinire la relazione NATO-UE, gli Stati Uniti dovrebbero adottare sei semplici principi:
– l’egemonia della NATO nell’architettura della sicurezza europea è suprema;
– l’UE dovrebbe rappresentare un complemento civile alla NATO piuttosto che avere un’identità militare separata;
– l’UE non dovrebbe duplicare le attività della NATO, inclusa ogni distinta capacità europea di pianificazione operativa e comando;
– la NATO deve mantenere almeno un Comando Supremo negli Stati Uniti;
– la NATO deve riservare tutte le proprie risorse esclusivamente per le missioni NATO; e
– i beni e le risorse per missioni esclusivamente dell’UE devono essere fornite in aggiunta ai – non al posto dei – contributi dei membri alla NATO.”

Sally McNamara, integralista atlantica in servizio come analista per gli affari europei presso la Heritage Foundation, durante la medesima audizione.
[Traduzione e grassetti nostri]

Tutti i comfort della guerra

L’immagine della base operativa avanzata dove sono atterrata e quella dei suoi soldati è davvero impeccabile. Il merito di tutto questo è in gran parte da attribuire al lavoro notevolmente economico dei prestatori d’opera filippini, indiani, croati e provenienti da altri Paesi ancora, attirati da terre lontane dai contractors americani a pagamento, con il compito di far sentire come a casa propria le nostre truppe lontane da casa. Le strade della base sono disposte a griglia. Le tende in file ordinate sono protette con sacchi di sabbia standard ed i loro cugini di taglia gigante, i bastioni fortificati, sono riempiti con rocce e detriti.
Le tende sono rinfrescate da un rumoroso tornado d’aria condizionata, grazie ad apparecchiature alimentate a benzina che l’esercito importa al costo di circa 400 dollari al gallone. Ci vogliono rifornimenti che impiegano da tre a quattro ore ogni giorno per riempire tutti gli enormi generatori che mantengono il flusso di aria fredda, così mi sono sentita in colpa quando, per evitare di avere i brividi nel sonno, ho imbottito con il mio asciugamano la condotta dell’aria sospesa al soffitto della mia tenda.
Altri edifici permanenti sono in progressivo aumento ed alcuni, già costruiti dagli Afghani ma considerati non abbastanza buoni per i parametri americani, sono stati programmati per essere abbattuti e ricostruiti. Anche in accampamenti lontani come questo il boom edilizio è prodigioso. C’è una grande palestra con le più moderne attrezzature per il body-building, ed un centro ricreativo dotato di telefoni e di una serie di computers connessi ad Internet quasi sempre in uso. Una sala mensa, aperta 24 ore al giorno per 7 giorni su 7, serve costantemente costine alla brace, bistecche e code di aragosta, anche se tutto viene cucinato nell’ombra da quei lavoratori sottopagati a cui questa cucina è del tutto estranea.
C’è una lavanderia straordinariamente rapida e, allo stesso modo dei servizi igienici e delle docce – posso parlare solo per quei pochi appositamente predisposti per il personale femminile – questi sono stati i migliori che avessi mai potuto vedere in qualsiasi luogo dell’Afghanistan. Un’insegna suggerisce gentilmente di limitare la durata della doccia a cinque minuti, un riferimento alla spesa per il pagamento dei contractors addetti all’assunzione di camionisti per il trasporto dell’acqua necessaria (alla base – ndr), e per il successivo allontanamento verso località segrete dei copiosi reflui prodotti dalle latrine americane. (A Bagram, questi reflui sono comodamente scaricati in un fiume che scorre nelle vicinanze, in ciò che rappresenta una fonte d’acqua per innumerevoli Afghani). Gli altri rifiuti prodotti da questa base operativa avanzata in espansione vengono scaricati in una buca e bruciati, tra cui un numero impressionante, ma tenuto nascosto, di bottiglie di plastica. Tutto questo contribuisce a spiegare il costo annuale del mantenimento di un singolo soldato americano in Afghanistan, attualmente stimato in un milione di dollari.

Da Here Be Dragons. MRAPs, Sprained Ankles, Air Conditioning, Farting Contests, and Other Snapshots from the American War in Afghanistan, di Ann Jones (traduzione di L. Bionda).

[Della stessa autrice: Flatulenze controinsurrezionali in Afghanistan]