NATO 3.0

“La NATO è l’alleanza di maggior successo nella storia. Ed è mia ferma intenzione che rimanga tale.
Il nuovo Concetto Strategico dovrà guidare la prossima fase nell’evoluzione della NATO. La prima fase è stata ovviamente l’Alleanza della Guerra Fredda: squisitamente difensiva, grandi armate immobili, schierate di fronte ad un chiaro nemico. Si può chiamare NATO in versione 1.0. Ed ha funzionato molto bene.
La NATO in versione 2.0 era la NATO del dopo-Guerra Fredda, dalla caduta del Muro di Berlino a oggi.
Anch’essa ha funzionato bene. Noi abbiamo aiutato a consolidare la pace e la democrazia in Europa. Abbiamo gestito le crisi dai Balcani all’Afghanistan. Ed abbiamo coinvolto nuovi membri, con i quali condividiamo propositi comuni.
È adesso giunto il momento di una NATO 3.0. Un’Alleanza che sia in grado di difendere i 900 milioni di cittadini dei Paesi della NATO dalle minacce che affrontiamo oggi, ed affronteremo nel prossimo decennio. Il Concetto Strategico è il progetto per tale nuova NATO.
(…)
Vi sono tre principali aree in cui io credo che la NATO debba trasformarsi.
Primo: dobbiamo modernizzare le nostre capacità di difesa e deterrenza.
La difesa collettiva deve restare lo scopo principale dell’Alleanza. Il ché continua a richiedere forze militari operative. Ma per essere operativi oggi, noi abbiamo bisogno di forze che siano impiegabili nei territori dell’Alleanza e oltre. Il Concetto Strategico deve esprimere una chiara visione per gli Alleati per guidare la riforma delle loro forze armate – meno investimenti per forze statiche e calcestruzzo, più forze che sappiano muoversi, presidiare ed avere successo ovunque vengano mandate.
Ma oggi, la difesa del nostro territorio e dei nostri cittadini non comincia e finisce al confine. Può iniziare a Kandahar. Può iniziare nel cyberspazio. E la NATO ha bisogno di potersi difendere a largo raggio.
(…)
Il Concetto Strategico deve essere anche indirizzato ad un’altra fondamentale componente delle difesa e deterrenza della NATO – la nostra capacità nucleare.
Posso vedere un sacco di giornalisti sobbalzare su questo punto. Ho paura che, se voi state sperando di assistere ad una piccola controversia, dovrò contraddirvi.
Nelle discussioni che abbiamo avuto sinora riguardo il futuro della capacità nucleare della NATO, io attualmente vedo una vera convergenza di prospettive.
I termini esatti saranno discussi nelle prossime settimane, e non voglio dare un giudizio prematuro sulle conclusioni. Sono però alquanto fiducioso in merito al fatto che troveremo il giusto equilibrio fra due principi molto importanti. Primo, che noi condividiamo l’impegno per gli obiettivi espressi dal Presidente Obama per un mondo senza armi nucleari, e che la NATO continuerà ad impegnarsi verso quell’obiettivo.
Ma secondo, che il nostro compito rimane quello di impedire un attacco contro i nostri cittadini, il ché significa che finché ci saranno armi nucleari nel mondo, la NATO dovrà mantenere anche armi nucleari.
Signore e signori, la seconda area, in cui abbiamo bisogno di riforme è la gestione delle crisi: dobbiamo essere in grado di rendere il Ventunesimo il Secolo della gestione delle crisi. Nessun’altra organizzazione può disporre, schierare e mantenere un potere militare come quello NATO. Il ché è il motivo per cui sono totalmente insensibile alle suggestioni dei media secondo cui dopo l’Afghanistan, la NATO non debba più eseguire un’altra missione di ampia portata. Prima di tutto e principalmente, perché io non ho dubbi che in Afghanistan avremo successo.
E secondo, perché ci saranno altre missioni in futuro per le quali soltanto la NATO sarà in grado di sostenerne i costi. Dovremo essere pronti.
(…)
Signore e signori. C’è una terza area in cui la NATO deve compiere un passo avanti – impegnandosi in lungo e in largo nel mondo per costruire una sicurezza in cooperazione. In breve, l’Alleanza deve sviluppare più profonde, ampie collaborazioni politiche e operative con i Paesi del mondo.
(…)
Ma posso già sentire la prima domanda che potrei ricevere, fra qualche momento: “Bella prospettiva – ma in un’epoca in cui le nazioni stanno effettuando tagli alla difesa, come intendete sostenere i costi?”
Al ché, io direi due cose. Primo, abbiamo bisogno di riforme. I contribuenti hanno bisogno del miglior riscontro per i loro investimenti nella difesa. Nella NATO, semplificheremo la nostra struttura di comando cosicché ci fornisca ciò che ci serve, ma a costi inferiori. Noi abbiamo pure bisogno di condividere le poche risorse, così possiamo acquistare e fare assieme cose che individualmente non potremmo permetterci. Io spero che il Concetto Strategico conferisca un forte mandato per una riforma costante.
Ma il mio secondo spunto è questo: c’è un punto dove voi non state più asportando il grasso; state tagliando nel muscolo, e poi nell’osso.
Capisco molto bene perché gli Alleati stiano tagliando le loro risorse per la difesa. Stante l’attuale crisi finanziaria, non hanno scelta.
Devo però anche dire: i tagli potrebbero andare troppo avanti. Dobbiamo evitare di tagliare così a fondo da non potere, in futuro, difendere la sicurezza su cui riposa la nostra prosperità economica. E non possiamo portare a termine il nostro compito in una situazione in cui l’Europa non può far sentire la sua importanza se si parla di sicurezza. Il risultato sarebbe che il Trattato di Lisbona dell’UE, che io sostengo fortemente, diventerebbe un guscio vuoto. E gli Stati Uniti cercherebbero altrove il loro partner per la sicurezza. Questo è un prezzo che non possiamo permetterci.”

Da The New Strategic Concept: Active Engagement, Modern Defence, discorso del Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen al German Marshall Fund of the United States (GMF) di Bruxelles, 8 ottobre 2010.
[Traduzione di L. Salimbeni, grassetti nostri]

Pay Tv atlanticamente corretta

Milano, 26 ottobre – Dalla finale mondiale di Berlino alla missione militare in Afghanistan. Fabio Caressa ha passato quindici giorni con i soldati italiani, 3500 connazionali, donne e uomini, alcuni arrivati da poche settimane, altri al lavoro da molti mesi e prossimi a tornare a casa.
Caressa ha condiviso la vita della base di Herat, il quartier generale della missione italiana e di alcune delle nostre basi avanzate, le cosiddette Fob. Il risultato di questo progetto è il reportage ‘Buongiorno Afghanistan’, il diario di un’esperienza unica e intensa.
Una produzione originale Sky Uno, otto puntate in onda in esclusiva da giovedì 28 ottobre alle dieci di sera, le successive puntate alle dieci e mezza. E’ anche il racconto di un’esperienza vissuta in prima persona da un giornalista che è un volto familiare e amico per i milioni di appassionati di sport nel nostro paese, la cui telecronaca della finale dei mondiali di Germania 2006 è ancora nella memoria di tutti gli italiani che tifavano, con un’emozione unica, per la squadra azzurra.
Un diario corale, documentario nella sostanza e drammatico nella forma, che tenta di restituire al pubblico volti, storie, esperienze di un pezzo di Italia che lontano da casa cerca di aiutare a ricostruire un paese dilaniato da trent’anni di guerra, sofferenza e tensioni. Caressa e la troupe di Sky Uno hanno vissuto con i nostri militari di stanza nelle quattro provincie afghane di Farah, Bala Murgab, Balabaluk e Shaft a Shindand. Hanno parlato con centinaia di loro, molti dei quali giovanissimi, tra i 20 e i 25 anni, provenienti dal Sud Italia. “Non mi improvviso certo inviato di guerra – spiega Caressa – presto invece i miei occhi di persona comune che viene proiettata in una situazione che di comune non ha davvero nulla”.
‘Buongiorno Afghanistan’ racconta quella parte della nostra missione di cui si parla poco: dalle operazioni di bonifica degli sminatori, alla vita nelle carceri femminili, dal mantenimento della viabilità all’organizzazione degli aiuti alimentari, dagli interventi del personale medico che assiste i militari e la popolazione civile alla fondamentale azione delle Psy-Ops, una squadra di uomini e donne, preparati su lingua e cultura locale, che hanno il compito di parlare con il popolo afghano, informando sulle operazioni di pace e spiegando gli obiettivi della missione.
Caressa e la troupe ci mostrano le azioni dei militari sui mezzi blindati Freccia e Lince, salgono sui mezzi aerei come il Mangusta (tutta la seconda puntata è dedicata all’Aeronautica). Il diario racconta anche i momenti di relax nei campi: la pizza, una grigliata, un’improvvisata partita di calcetto, la visione collettiva della partita della nostra nazionale, la tensione che si scioglie dopo una missione ad alto rischio
“La realizzazione del programma – spiegano da Sky – non sarebbe stata possibile senza l’aiuto del ministero della Difesa e in particolare, oltre al ministro in persona, del generale Massimo Fogari, del capitano di Corvetta Francesco Pagnotta, del maggiore Mario Renna e del P.I.O. di Herat, del generale Claudio Berto. Ma soprattutto il programma non avrebbe avuto alcun senso senza tutte le donne e gli uomini italiani che si sono resi disponibili a raccontare il loro lavoro di ogni giorno in Afghanistan”.
(Adnkronos)

Salvatore Maita in fin di vita per Sigonella

La notte di domenica 24 ottobre u.s., un cargopallet da 1.600 kg che stava per essere caricato su un’aereo di una compagnia privata operante per il centro logistico istituito presso la base USA di Sigonella, è caduto schiacciando un lavoratore del consorzio Algese2 che si trovava sulla rampa sottostante.
La vittima dell’incidente è Salvatore Maita, 47 anni, con figli. L’operaio, che ha avuto la scatola cranica rotta, i polmoni bucati ed ha subito diverse altre fratture, è in coma.
Ne riferisce più in esteso Antonio Mazzeo qui.
Utile dire che della notizia in questione sulle principali agenzie di stampa nazionali non si trova traccia. Forse il termine giusto per definirle è “indecorose”.
[Modificato in data 28 ottobre]

Aggiornamento 4/11/2010
“Nuovo incidente ad un dipendente civile della base militare USA di Sigonella. La sera del 2 novembre, un autobus della società di gestione aeroportuale Algese2 si è ribaltato all’interno dell’area aeroportuale. Il mezzo riservato al trasporto degli equipaggi è rimasto totalmente danneggiato, l’autista ha riportato numerose contusioni ma si è rifiutato di andare in ospedale. Nel luogo del sinistro sono giunti i carabinieri e i dirigenti di scalo e sarebbe stata aperta un’inchiesta per accertare le cause e le modalità del ribaltamento.
Si tratta del secondo grave incidente in meno di una decina di giorni. La notte di domenica 24 ottobre, un grosso pallet contenente un carico di zinco da 1.600 kg era caduto da un aereo Md-11 schiacciando un lavoratore di 47 anni, Salvatore Maita, che si trovava sulla rampa sottostante. Trasportato d’urgenza al reparto di neurochirurgia dell’ospedale “Garibaldi” di Catania, l’operaio è stato sottoposto a un intervento chirurgico per la riduzione di un esteso trauma cranico e, solo tre giorni fa, è miracolosamente uscito dallo stato di coma. Anche Maita è dipendente della società Algese che ha in gestione per conto dell’US Navy i servizi a terra dell’aeroporto di Sigonella.”
Continua qui.

Guerre valutarie, c’è dell’altro

Gli statunitensi vorrebbero sviare il mondo intero dalle reali motivazioni che ci hanno portato nel ciclone della crisi mondiale. Questo perché dietro il sipario finanziario, dietro gli effetti speciali delle bolle speculative e delle defaillances di mercato si nasconde la faccia rabbuiata della Statua della libertà alle prese con una debolezza politica che le impedisce di afferrare le magnifiche sorti e progressive di cui si era sentita padrona subito dopo la caduta dell’URSS.
Per assolvere a questo compito di diversione gli USA sfornano quotidianamente pretesti e bollettini inverosimili onde scagionare sé stessi e far ricadere sul caso, sul ciclo, sull’immoralità degli operatori di borsa e sul dirigismo di stato di Paesi terzi (che truccano le carte del mercato e della moneta e non collaborano sufficientemente alla stabilità degli assetti internazionali), l’approfondimento del danno e forse la sua totale irreversibilità. Ma, come tutti possono intuire, questo è ormai fatto e la ragioni sono molteplici (geo-politiche, sociali, storiche, strategiche ecc. ecc.) anche se si rimanda quasi esclusivamente a fattori economici legati alla natura intrinseca del capitalismo per esorcizzare la perdita di gravità del centro attrattore statunitense nella nuova era multipolare. Ho detto perdita di gravità e non esplosione della stella USA tout court che sarà ancora, per molti anni, un astro capace di influenzare i rapporti di forza mondiali sebbene in coabitazione/conflitto con altre potenze.
Finora gli yankees hanno rilasciato, e volutamente, un’anamnesi frammentata della situazione finanziaria impedendo una diagnosi seria della patologia e dei possibili percorsi di cura da seguire. Ma, ovviamente, gli Stati Uniti vogliono proprio ciò, essi mirano ad occultare le cause di questo terremoto per tentare di riannodare i fili della propria supremazia e tessere una trama a loro favorevole, per quanto con un ordito che non potrà ricalcare pedissequamente quello del passato. I vertici stellestrisce lo hanno messo in conto, sanno che una fase si è definitivamente chiusa e prendono tempo per limitare il più possibile le perdite nonché per proiettarsi, dopo aver raccolto nuovamente le energie, nella battaglia multipolare che li vedrà sì protagonisti ma non in posizione di assoluta preminenza.
In questa chiave di temporeggiamento deve essere letta la recente guerra sino-americana per la valuta. Il Celeste Impero viene accusato di manipolare la sua moneta e di inondare di prodotti ultracompetitivi l’economia occidentale rendendo difficile la ripresa.
(…)
L’assalto alla muraglia cinese è partito dunque con questo travestimento economicistico, ma gli obiettivi che si intendono perseguire sono squisitamente politici e lo vedremo più chiaramente nel prossimo periodo.
(…)

Da La partita Cina-USA, di Gianni Petrosillo.

Mancanza di paura

Per quanto riguarda l’ostilità di Israele, eliminiamo immediatamente la favola circa l’asserita volontà dell’Iran di distruggere Israele come giustificazione. Teheran sa che migliaia di testate nucleari israeliane e occidentali le cadrebbero addosso al primo fremito del genere. In verità, l’ostilità di Israele nei confronti dell’Iran in parte obbedisce alla paranoia provata di un Paese dalla salute mentale vacillante, ma soprattutto dalla sua volontà di essere l’unica potenza economica efficiente e l’unico gendarme nucleare della regione. Ma la guerra è uno dei mezzi utilizzati dallo Stato ebraico per mantenere a tutti i costi questa leadership economica. L’abbiamo visto, per esempio nel 2006, con la distruzione sistematica e senza alcun scopo militare, propriamente parlando, dell’infrastruttura economica del Libano (il suo attivismo nel cuore dell’amministrazione neocon USA per la guerra in Iraq, obbedisce alla stessa logica).
Anche se il suo sciismo è inquieto, l’Iran è soprattutto una potenza pragmatica. E Teheran oggi rivendica il riconoscimento di uno status di grande potenza regionale che vuole incarnare. Sa che l’influenza dell’Occidente è in declino, più di 5 miliardi di persone su questo pianeta almeno, non sopportano più l’ingiusta politica del doppio standard, l’indignazione selettiva per le violazioni dei diritti umani, la vacuità della sua narrativa, la brutalità del suo predominio economico, le sue virtuose macellerie di massa. Come ha dimostrato Jean Ziegler, nel suo libro “L’odio dell’Occidente”, la rabbia contro l’Occidente ha preso il sopravvento della paura dell’Occidente. Ed è questa mancanza di paura, incarnata oggi in qualche modo dal presidente iraniano, questa mancanza di sottomissione, che mette nel panico le élites occidentali.
Salvo scegliere l’opzione della guerra al di sopra dei propri mezzi, l’Occidente dovrà quindi trattare, negoziare per salvare ciò che può della sua influenza nella regione, con la sfida principale di tenere a bada l’entità sionista, per non essere trascinata da essa in un conflitto potenzialmente devastante, soprattutto senza poterla vincere. Di fronte al costante fallimento della pressione occidentale, è noto che almeno una parte dell’apparato statunitense sta già negoziando, dietro le quinte, con l’Iran. Ciò è dimostrato dal mantenimento al potere, in Iraq, di Maliki, che è stato possibile grazie agli sforzi congiunti di Iran e Stati Uniti … per la costernazione dell’Arabia Saudita, ancora alleato storico di Washington, che ha sostenuto il suo avversario. Così che, al di là delle voci isteriche, potrebbe esserci spazio per la ragione.

Da L’irresistibile ascesa dell’Iran, di Pierre Vaudan.
[grassetto nostro]

Le democrazie dell’Europa e la NATO

“Per decenni durante la Guerra Fredda, alle democrazie dell’Europa è stato chiesto fondamentalmente di concentrarsi solo sulla propria difesa da attacchi del blocco sovietico mentre gli Stati Uniti si dimostravano leader nel mondo ed investivano nella preparazione delle proprie truppe, nelle capacità di proiezione di una forza globale, nell’introduzione di munizioni a guida precisa e di tecnologie avanzate; gli Stati dell’Europa crebbero al sicuro dispiegando forze militari concentrate prevalentemente sulla propria difesa.
Ora gli Stati Uniti sono alla ricerca di un reale, complessivo sostegno dai principali Stati dell’Europa nei combattimenti in Afghanistan. Spero che i tentativi da parte dei principali Paesi dell’Unione Europea di: sviluppare una capacità di trasporto aereo strategico; acquisire tecnologie militari avanzate; e preparare almeno alcune truppe per un rapido impiego siano un segnale che essi riconoscono che l’Europa non può continuare a lasciare che gli Stati Uniti assumano tutta la responsabilità per la sicurezza e la stabilità globali.
Di certo, spero che la missione dell’UE per combattere la pirateria al largo delle coste dell’Africa orientale sia un segnale di nuovo attivismo, ma non sono eccessivamente ottimista. I principali Stati europei continuano ad assegnare risorse insufficienti alla difesa e, quando dispiegano truppe in operazioni militari veramente importanti, come in Afghanistan, molti di loro limitano l’esposizione al combattimento delle proprie truppe mediante i “caveat”.
I principali governi europei non possono aspettarsi che gli Stati Uniti continuino ad offrire la garanzia della loro sicurezza se essi persistono in comportamenti usuali come: amoreggiare con le vendite di armamenti a Cina e Russia; commerciare con Paesi come l’Iran; e voltarsi dall’altra parte quando i dittatori reprimono l’opposizione, sia a Cuba, Russia, Sudan od Iran. L’Europa rimane ovviamente importante per gli Stati Uniti, ma i nostri appelli per un sostegno non devono restare inascoltati.
Inoltre, il futuro di piccoli Stati, come la Georgia, non può essere sacrificato per questioni di commercio europeo e della mancanza di volontà di agire in difesa di un “Europa integra e libera”. Infine, noi tutti diamo il benvenuto agli sforzi dell’Unione Europea per migliorare le capacità di difesa europee, ma speriamo che questi sforzi non giungano a spese della NATO e della sua abilità nel garantire la sicurezza dell’Europa ed affrontare nuove minacce.”

Ileana Ros-Lehtinen, membro del Comitato Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti statunitense, durante l’audizione su La sicurezza transatlantica nel 21° secolo: le nuove minacce richiedono nuovi approcci?, tenutasi lo scorso 17 marzo.

“Riformare e rivitalizzare la NATO sarà un’impresa enorme che esige la direzione americana ed un’Amministrazione impegnata per un’agenda con la NATO al primo posto. Senza la leadership americana, la NATO fallirà. L’opportunità d’oro di ringiovanire la NATO è nel preludio al vertice NATO di Lisbona alla fine di quest’anno, dove sarà reso noto l’ultimo Concetto Strategico. Il Concetto Strategico della NATO delinea lo scopo dell’alleanza, l’organizzazione, ed i compiti e sarà fondato su una percezione aggiornata della minaccia. La NATO, come qualsiasi organizzazione veramente strategica, possiede meccanismi di sua fattura per riconoscere ed affrontare il cangiante ambiente della sicurezza, come fece con i nuovi Concetti Strategici nel 1991 e nel 1999. (…)
E’ vitale che nel riconoscere le nuove minacce, come il cyberterrorismo e la proliferazione dei missili balistici, la NATO non possa semplicemente affrontarle solo a parole. Per confrontarsi con la vasta gamma di minacce simmetriche ed asimemetriche che riguardano l’alleanza sono necessarie risorse e volontà politica. (…)
Soprattutto, gli Stati Uniti devono rinforzare l’egemonia della NATO nell’architettura della sicurezza europea. Se l’egemonia della NATO nell’architettura della sicurezza transatlantica non fosse aumentata, poco altro può essere raggiunto. Né l’Unione Europea né la Russia sono in grado di soppiantare il ruolo direttivo dell’America sul Continente in modo stabile, produttivo o sano.
(…)
Sotto questo aspetto, la NATO deve rimanere la pietra angolare della sicurezza dell’Europa. L’UE non ha ancora risolto la tendenza centralizzatrice dei suoi gruppi dirigenti di fare dell’Europa un controbilanciamento degli Stati Uniti, piuttosto che un complemento. Pertanto, nei termini di ridefinire la relazione NATO-UE, gli Stati Uniti dovrebbero adottare sei semplici principi:
– l’egemonia della NATO nell’architettura della sicurezza europea è suprema;
– l’UE dovrebbe rappresentare un complemento civile alla NATO piuttosto che avere un’identità militare separata;
– l’UE non dovrebbe duplicare le attività della NATO, inclusa ogni distinta capacità europea di pianificazione operativa e comando;
– la NATO deve mantenere almeno un Comando Supremo negli Stati Uniti;
– la NATO deve riservare tutte le proprie risorse esclusivamente per le missioni NATO; e
– i beni e le risorse per missioni esclusivamente dell’UE devono essere fornite in aggiunta ai – non al posto dei – contributi dei membri alla NATO.”

Sally McNamara, integralista atlantica in servizio come analista per gli affari europei presso la Heritage Foundation, durante la medesima audizione.
[Traduzione e grassetti nostri]

Tutti i comfort della guerra

L’immagine della base operativa avanzata dove sono atterrata e quella dei suoi soldati è davvero impeccabile. Il merito di tutto questo è in gran parte da attribuire al lavoro notevolmente economico dei prestatori d’opera filippini, indiani, croati e provenienti da altri Paesi ancora, attirati da terre lontane dai contractors americani a pagamento, con il compito di far sentire come a casa propria le nostre truppe lontane da casa. Le strade della base sono disposte a griglia. Le tende in file ordinate sono protette con sacchi di sabbia standard ed i loro cugini di taglia gigante, i bastioni fortificati, sono riempiti con rocce e detriti.
Le tende sono rinfrescate da un rumoroso tornado d’aria condizionata, grazie ad apparecchiature alimentate a benzina che l’esercito importa al costo di circa 400 dollari al gallone. Ci vogliono rifornimenti che impiegano da tre a quattro ore ogni giorno per riempire tutti gli enormi generatori che mantengono il flusso di aria fredda, così mi sono sentita in colpa quando, per evitare di avere i brividi nel sonno, ho imbottito con il mio asciugamano la condotta dell’aria sospesa al soffitto della mia tenda.
Altri edifici permanenti sono in progressivo aumento ed alcuni, già costruiti dagli Afghani ma considerati non abbastanza buoni per i parametri americani, sono stati programmati per essere abbattuti e ricostruiti. Anche in accampamenti lontani come questo il boom edilizio è prodigioso. C’è una grande palestra con le più moderne attrezzature per il body-building, ed un centro ricreativo dotato di telefoni e di una serie di computers connessi ad Internet quasi sempre in uso. Una sala mensa, aperta 24 ore al giorno per 7 giorni su 7, serve costantemente costine alla brace, bistecche e code di aragosta, anche se tutto viene cucinato nell’ombra da quei lavoratori sottopagati a cui questa cucina è del tutto estranea.
C’è una lavanderia straordinariamente rapida e, allo stesso modo dei servizi igienici e delle docce – posso parlare solo per quei pochi appositamente predisposti per il personale femminile – questi sono stati i migliori che avessi mai potuto vedere in qualsiasi luogo dell’Afghanistan. Un’insegna suggerisce gentilmente di limitare la durata della doccia a cinque minuti, un riferimento alla spesa per il pagamento dei contractors addetti all’assunzione di camionisti per il trasporto dell’acqua necessaria (alla base – ndr), e per il successivo allontanamento verso località segrete dei copiosi reflui prodotti dalle latrine americane. (A Bagram, questi reflui sono comodamente scaricati in un fiume che scorre nelle vicinanze, in ciò che rappresenta una fonte d’acqua per innumerevoli Afghani). Gli altri rifiuti prodotti da questa base operativa avanzata in espansione vengono scaricati in una buca e bruciati, tra cui un numero impressionante, ma tenuto nascosto, di bottiglie di plastica. Tutto questo contribuisce a spiegare il costo annuale del mantenimento di un singolo soldato americano in Afghanistan, attualmente stimato in un milione di dollari.

Da Here Be Dragons. MRAPs, Sprained Ankles, Air Conditioning, Farting Contests, and Other Snapshots from the American War in Afghanistan, di Ann Jones (traduzione di L. Bionda).

[Della stessa autrice: Flatulenze controinsurrezionali in Afghanistan]

CMC – Cooperativa Militarista Collaborazionista

Codice etico zero ma milioni e milioni di euro fatturati con le Grandi Opere dal devastante impatto ambientale (Ponte sullo Stretto, TAV, Quadrilatero Marche-Umbria, ecc.) e finanche con la nuova base dell’esercito USA al Dal Molin di Vicenza. Ma l’appetito vien mangiando e con l’autunno è giunta una commessa che fa tramontare irrimediabilmente l’immagine “sociale” della CMC – Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna, l’azienda leader del settore costruzioni della Lega delle Cooperative. Il 24 settembre 2010, il Comando d’ingegneria navale del Dipartimento della Marina militare degli Stati Uniti d’America ha assegnato alla società ravennate i lavori per realizzare a Sigonella un megacomplesso per le attività di manutenzione dei Global Hawk, i sofisticati aerei di spionaggio telecomandati delle forze armate USA e NATO, buona parte dei quali destinati ad operare dalla base siciliana. La CMC avrà tempo 820 giorni per completare quella che è stata definita dal Pentagono come un’opera d’«importanza strategica» per gli interessi USA in Europa, Africa e Medio oriente. Il Dipartimento della difesa ha dovuto sostenere un faticoso braccio di ferro con il Congresso per ottenere l’autorizzazione a realizzare il cosiddetto Global Hawk ACFT Maint Facility Sigonella Sicily. La richiesta è stata accolta solo a fine 2009: 31 milioni e 300mila i dollari posti in budget ma la CMC, contractor di fiducia del Pentagono, ha ritenuto conti alla mano di poter fare tutto e bene con metà dei fondi a disposizione. Il contratto firmato è di “soli” 16 milioni e 487mila dollari.
(…)
Nella grande base militare siciliana la CMC è ormai di casa ininterrottamente dall’ottobre 1996, quando ottenne dal Dipartimento della Difesa i lavori del cosiddetto piano “Mega II” consistenti nella «demolizione e ricostruzione di 4 edifici a NAS 1, e d’infrastrutture aeroportuali e nuovi edifici amministrativi a NAS 2», per un valore complessivo di 88,5 miliardi di vecchie lire. In quell’occasione i vertici d’Impregilo – altro grande colosso delle costruzioni ed odierno partner della coop nei lavori per il Ponte di Messina – denunciarono che la CMC si era aggiudicata la gara con un’offerta di 2 miliardi e mezzo di lire superiore alla propria. «La Marina militare USA che ha commissionato l’opera, ha scelto noi premiando la qualità del progetto che prevede un costo superiore a quello proposto da altre imprese concorrenti. Gli americani, insomma, hanno avuto fiducia nella nostra affidabilità», fu la risposta dell’allora ed odierno presidente della società ravennate Massimo Matteucci, neoeletto presidente del consiglio di sorveglianza del Consorzio Cooperative Costruzioni CCC di Bologna, il socio CMC nei lavori per la nuova base di Vicenza.
Da allora il flusso di denaro USA nelle casse della CMC è stato inarrestabile. Stando alle stime del Pentagono, nel solo periodo compreso tra il 2000 e il 2007, alla CMC sono stati assegnati lavori per 193 milioni e 144mila dollari, tutti a Sigonella.
(…)
La CMC di Ravenna ha pure tentato d’inserirsi, sino ad ora con poca fortuna, nel grande business dei complessi turistico-immobiliari e dei villaggi destinati al personale USA di stanza a Sigonella. Nel sito web della Koyné Progetti Srl di Ravenna, si accenna alla stesura nel 2005 – per conto della coop di costruzioni – del «layout preliminare del “Residence Saia di Roccadia”». Nove palazzine-alloggio circondate dal verde e campi sportivi nel territorio dei comuni di Lentini e Carlentini perché i militari d’oltreoceano possano vivere con il massimo confort le licenze dai teatri di guerra africani e mediorientali.

Da Marchio Legacoop sui Global Hawk delle forze armate USA, di Antonio Mazzeo.
[Grassetto nostro]

La sovversione come professione

Nel 2006, il Cremlino ha denunciato il proliferare di associazioni straniere in Russia, alcuni dei quali presumibilmente coinvolte in un piano segreto per destabilizzare il paese, orchestrato dalla Fondazione Nazionale per la democrazia (National Endowment for Democracy- NED). Per evitare una “rivoluzione colorata”, Vladislav Surkov ha sviluppato una severa regolamentazione di queste “organizzazioni non governative” (ONG). In Occidente, questo provvedimento amministrativo è stato descritto come un nuovo attacco del “dittatore” Putin e del suo consigliere alla libertà di associazione.
Questa politica è stata seguita da altri Stati che, a loro volta, sono stati presentati dalla stampa internazionale come “dittature”.
Il governo degli Stati Uniti garantisce che lavora per “promuovere la democrazia in tutto il mondo.” Sostiene che il Congresso può sovvenzionare la NED e che può, a sua volta e in modo indipendente, direttamente o indirettamente portare assistenza a associazioni, partiti politici o sindacati, lavorando in tal senso in tutto il mondo. Le ONG essendo, come suggerisce il nome, “non governative” possono prendere iniziative politiche che le ambasciate non potrebbero prendere senza violare la sovranità degli stati che le ospitano. L’intera questione è dunque questa: la NED e la rete di ONG che finanzia, sono esse iniziative della società civile ingiustamente punite dal Cremlino o coperture dell’intelligence statunitense colte in piena interferenza?
Per rispondere a questa domanda, torniamo alle origini e dal funzionamento del National Endowment for Democracy. Ma soprattutto, dobbiamo analizzare cosa significa il progetto ufficiale degli Stati Uniti per “l’esportazione della democrazia”.
(…)
Nel suo famoso discorso dell’8 giugno 1982 davanti al Parlamento britannico, il presidente Reagan ha denunciato l’Unione Sovietica come “l’impero del male” e si offrì di aiutare i dissidenti lì e altrove. “Si tratta di contribuire a creare le infrastrutture necessarie per la democrazia: la libertà di stampa, di sindacato, di partiti politici e delle università, i popoli saranno liberi di scegliere la strada che gli converrà per sviluppare la loro cultura e risolvere le controversie con mezzi pacifici”, aveva detto.
Sulla base di questo consenso per la lotta contro la tirannia, una commissione di riflessione bipartisan auspicò l’istituzione a Washington della National Endowment for Democracy (NED). Fu fondata dal Congresso nel novembre del 1983 e immediatamente finanziata.
La Fondazione supporta quattro strutture indipendenti che ridistribuiscono denaro all’estero, mettendolo a disposizione di associazioni, sindacati e padronati, partiti di destra e di sinistra. Esse sono:
l’Istituto dei Sindacati Liberi (Free Trade Union Institute – FTUI), ora rinominato Centro Americano per la Solidarietà Internazionale dei Lavoratori (American Center for International Labor Solidarity – ACILS), gestita dal sindacato AFL-CIO;
il Centro Internazionale per le Imprese Private (Center for International Private Enterprise – CIPE), gestito dalla Camera di Commercio degli Stati Uniti;
l’Istituto Repubblicano Internazionale (International Republican Institute – IRI), gestito dal Partito Repubblicano;
e l’Instituto Nazionale Democratico per gli Affari Internazionali (National Democratic Institute for International Affairs – NDI), gestito dal Partito Democratico.
Presentati in questo modo, la NED e i suoi quattro tentacoli appaiono basati sulla società civile, riflettendo la diversità sociale e il pluralismo politico. Finanziate dal popolo statunitense, attraverso il Congresso, avrebbero lavorato a un ideale universale. Esse sarebbero completamente indipendenti dall’amministrazione presidenziale. E l’azione trasparente non potrebbe nascondere operazioni segrete che servano a interessi nazionali inconfessati.
La realtà è completamente diversa.
(…)
Con il voto per la fondazione della NED, il 22 novembre 1983, i parlamentari non sapevano che già esistesse in segreto, con una direttiva presidenziale del 14 gennaio.
Questo documento, che è stato declassificato vent’anni dopo, organizza la “diplomazia pubblica”, termine politicamente corretto per indicare la propaganda. Esso crea alla Casa Bianca dei gruppi di lavoro interni al Consiglio di Sicurezza Nazionale, tra cui uno con la responsabilità di guidare la NED.
Henry Kissinger, direttore del NED. “Un rappresentante della società civile”? Di conseguenza, il consiglio d’amministrazione della Fondazione non è che una cinghia di trasmissione del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Per mantenere le apparenze, si decise che, in modo generale, agenti ed ex agenti della CIA non potessero essere nominati amministratori.
Le cose sono tuttavia trasparenti. La maggior parte dei funzionari che hanno giocato un ruolo centrale nel Consiglio di Sicurezza Nazionale, sono stati amministratori della NED. Questo è per esempio il caso di Henry Kissinger, Frank Carlucci, Zbigniew Brzezinski e Paul Wolfowitz; personalità che non passeranno alla storia come l’ideale della democrazia, ma della strategia cinica della violenza.
Il bilancio della Fondazione non può essere interpretato in modo isolato, ricevendo istruzioni dal Consiglio di Sicurezza Nazionale per intraprendere azioni all’interno di ampie operazioni inter-agenzie. I fondi soprattutto provengono dall’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e passano senza che figurino nel bilancio del NED, proprio per “non-governalizzarli”. Inoltre, la Fondazione riceve soldi indirettamente dalla CIA, dopo essere stata riciclata da intermediari privati, come la Smith Richardson Foundation, la John M. Olin Foundation o la Lynde and Harry Bradley Foundation.
Per valutare la portata di questo programma, dobbiamo combinare il bilancio della NED con le corrispondenti voci di bilancio del Dipartimento di Stato, dell’USAID, della CIA e del Dipartimento della Difesa. Tale stima è impossibile.
Tuttavia, alcuni elementi noti consente di avere un ordine di grandezza. Gli Stati Uniti hanno speso negli ultimi cinque anni, un miliardo di dollari per le associazioni e i partiti in Libano, un piccolo paese di 4 milioni di abitanti. Nel complesso, la metà di questa manna è stata pubblicamente rilasciato da Dipartimento di Stato, USAID e NED, e l’altra metà è stata versata segretamente dalla CIA e del Dipartimento della Difesa. Questo esempio viene utilizzato per estrapolare il bilancio generale della corruzione istituzionale da parte degli Stati Uniti, che è nell’ordine delle decine di miliardi di dollari ogni anno. Inoltre, il programma equivalente dell’Unione europea, che è interamente pubblico e propone l’integrazione delle azioni degli Stati Uniti, è di 7 miliardi di euro all’anno.
In definitiva, la struttura giuridica della NED e il volume del suo bilancio ufficiale sono solo delle esche. In sostanza, non è un organismo indipendente per le azioni legali precedentemente assegnate alla CIA, ma è una vetrina a cui il Consiglio di Sicurezza Nazionale da l’incarico di eseguire gli elementi legali delle operazioni illegali.
(…)

Da NED vetrina legale della CIA, di Thierry Meyssan.

Pizzarotti collaborazionisti d.o.c.

Non poteva che chiamarsi “Residence degli aranci” il complesso di Mineo che ospita 404 unità abitative per i militari USA di stanza nella base di Sigonella. Occupa un’area di 25 ettari nel cuore della piana di Catania, terra di agrumi, a due passi dalla statale che scorre veloce sino al mare, il Mediterraneo. Il residence a stelle e strisce è una struttura off-limits autosufficiente. Le villette, 160 mq di superficie su due livelli, giardino indipendente con prato inglese e megabarbecue, hanno una capacità ricettiva sino a 2.000 persone e sono dotate di tutti i confort. Nel residence trovano posto alcuni edifici adibiti ad uffici per il personale dell’US Navy, la sala Telecom, un supermercato, un bar, la palestra, un centro ricreativo con asilo, la sala per le funzioni religiose, la caserma dei vigili del fuoco, 12 ettari di spazi verdi con campi da tennis, baseball e football americano, aree di gioco attrezzate per bambini. L’approvvigionamento idrico, computerizzato, fornisce 20 litri d’acqua potabile al secondo, la copertura del fabbisogno di un comune di 10.000 abitanti. L’acqua giunge da un pozzo privato nel territorio di Vizzini distante 20 km, grazie ad un acquedotto realizzato nel 2006 dalla società costruttrice e proprietaria del “Residence degli aranci”, la Pizzarotti Spa di Parma.
Per conto dell’US Navy, la Pizzarotti si occupa della gestione e della manutenzione degli impianti elettrici, idrici e del depuratore, della pulizia di strade e marciapiedi, delle attività di giardinaggio, della raccolta differenziata dei rifiuti. Entro dicembre installerà nel complesso un impianto fotovoltaico da un megawatt che verrà posizionato su 105 abitazioni. Standard di vita a cui solo pochi autoctoni possono aspirare ma che lasciano tuttavia insoddisfatti gli esigentissimi militari statunitensi.
(…)
La Pizzarotti è una delle principali aziende italiane contractor delle forze armate USA. Solo nell’ultimo decennio ha fatturato per conto del Dipartimento della difesa qualcosa come 134 milioni di dollari. Già nel 1979 le era stata affidata la costruzione di una serie di infrastrutture a Sigonella quando la base era stata scelta come centro operativo avanzato della Rapid Deployment Force, la Forza d’Intervento Rapido statunitense. A metà anni ‘80 la Pizzarotti partecipò pure alla costruzione di numerose infrastrutture nella base di Comiso (Ragusa), utilizzata per l’installazione di 112 missili a testata nucleare Cruise. Quindici anni dopo la società realizzò a Belpasso (Catania) il villaggio “Marinai”, anch’esso destinato ai militari di Sigonella, con 526 unità abitative e 42 ettari di estensione. Il contratto d’affitto con il Pentagono scade nel 2015 ma non dovrebbero esserci problemi per una sua estensione. Anche a Belpasso la Pizzarotti cura per conto dell’US Navy la gestione e la manutenzione di infrastrutture e servizi.
Sempre in ambito militare, ha eseguito i lavori di ristrutturazione ed ampliamento delle banchine della (ex) base navale di Santo Stefano (arcipelago de La Maddalena), utilizzata sino alla primavera 2008 come base appoggio per i sottomarini nucleari di stanza nel Mediterraneo. Alla Maddalena, la Pizzarotti è attualmente impegnata alla costruzione di una cinquantina di alloggi per il personale della Marina militare italiana. Tra il 2004 e il 2007, la società ha operato all’interno della base US Army di Camp Darby (Livorno) per la realizzazione di una piccola tratta ferroviaria interna e di 7 nuovi edifici da adibire a depositi. Nella base aerea di Aviano (Pordenone), Pizzarotti Spa è stata chiamata invece per ampliare i locali adibiti a servizi e casermaggio. Molto più rilevanti i lavori eseguiti a Vicenza. A metà anni ’90 Pizzarotti ha realizzato a Camp Ederle un complesso di edifici residenziali per 300 marines (costo 20 milioni di euro). Recentemente, in associazione con l’azienda tedesca Bilfinger Berger, ha invece consegnato all’US Army un nuovo polo sanitario avanzato, costo 47,5 milioni di dollari. A Vicenza Pizzarotti si è però visto soffiare l’appalto più ambito, quello per la trasformazione dell’ex aeroporto Dal Molin nella mega-cittadella della 173^ Brigata Aviotrasportata USA, vinto dalle “coop rosse” di Bologna e Ravenna. Poca fortuna pure a Quinto Vicentino, dove nonostante un pre-accordo del 2006 con il Comando statunitense per la realizzazione di un villaggio di oltre 200 abitazioni (valore stimato 50 milioni di dollari), c’è stato uno stop all’iter progettuale da parte degli amministratori locali.
Pizzarotti vanta pure la realizzazione di un invidiabile elenco di opere “civili”, alcune delle quali dall’altissimo impatto socio-ambientale:
(…)

Da Grandi affari a Mineo con il villaggio dei marines di Sigonella, di Antonio Mazzeo.
[grassetto nostro]

Sovranità cercasi (pro memoria)

Gli organizzatori dell’incontro, inizialmente fissato per il mese di settembre, comunicano che esso si svolgerà sabato 30 Ottobre p. v. alle ore 15.30, sempre a Fiano Romano (Roma), presso l’antico monastero di Santa Maria ad Pontem, in via Doria.

18/10/2010, ore 15:25
Ulteriore rettifica da parte dell’organizzazione circa il luogo dell’incontro:
Hotel Letizia, in via Carducci 3 ad Orte Scalo (Viterbo), presso la stazione ferroviaria e non distante dal casello dell’autostrada.
Al termine dell’iniziativa, sarà possibile fermarsi per cena e/o pernottare in loco.

CIA, P2 e l’omicidio di Olof Palme

N.B.: il codice penale svedese prevede un limite di 25 anni per lo svolgimento dell’istruttoria processuale per omicidio, ovvero fino al 2011, dopodiché il caso dovrà essere archiviato.
L’arma del delitto non è mai stata trovata.

Lacrime e sangue in Afghanistan

Alla data del 10 Ottobre u.s., gli Stati Uniti e gli altri Paesi facenti parte della missione ISAF hanno perso in Afghanistan 2.144 soldati, di cui quasi 1.100 a partire dall’inizio del 2009, anno durante il quale i caduti assommano a 521.
Cifra che quest’anno è già stata superata arrivando a 574 caduti, ossia il 27% del totale di questa guerra che da pochi giorni è entrata nel suo decimo anno.
Quasi il 40% di tutte le forze militari cadute in Afghanistan, 820 sul totale di 2.144, sono non-statunitensi. I caduti riguardano i contingenti di 27 Paesi degli oltre cinquanta presenti sul terreno nell’ambito di ISAF: 20 dei 28 Paesi membri della NATO ed altri 7 di Paesi alleati (Austria, Corea del Sud, Finlandia, Georgia, Giordania, Nuova Zelanda e Svezia).

Fonte: Global Research

Quello che in Italia i giornalisti non chiedono

Quanto è avvenuto, oggi mettendo da parte sentimentalismi patriottici e dolorose constatazioni che si tratta di giovanissimi provenienti dal Sud, che continua a fornire carne da cannone, possiamo dire che si tratta di un normalissimo episodio militare, da manuale e che statisticamente, è possibile calcolare con largo anticipo la probabilità che esso succeda per numero di operazioni simili, la quantità di perdite umane e di materiale previste.
In Afghanistan operazioni di allargamento del controllo del territorio tramite FOB (Basi Avanzate) sono normalissime, e americani ed inglesi sono degli specialisti in questo e calcolano anticipatamente quante perdite sono accettabili nel rifornire, mantenere una FOB e tenerla operativa attraverso operazioni di controllo di territorio remoto.
In poche parole, in nove anni di guerra afgana, è possibile ormai conoscere matematicamente lo scotto che c’è da pagare per ogni centimetro di territorio che si vuol strappare agli insorti e quanto in più c’è da versare, in sangue e denaro per mantenere nel tempo il controllo di quel centimetro conquistato.
Quante perdite avremo nei prossimi 12 mesi?
Quello che in Italia i giornalisti non chiedono e che invece in America è anticipato dagli staff del public-relation del Pentagono.
Se ci fate caso, ad ogni conferenza stampa che segue l’inizio di una nuova operazione militare delle Forze armate USA, i portavoce del Pentagono rispondono con matematica precisione alle domande dei giornalisti sulle perdite che prevedono di avere, dei costi dell’operazione e dei risultati che si vuol conseguire.
Ebbene da quando gli USA hanno chiesto al nostro contingente di cambiare strategia nel territorio di competenza, tirare fuori il naso dai caposaldi e andare a contendere passo passo il terreno agli insorti, installando nuove basi sempre più remote e bisognose di rifornimenti continui in uomini e materiali, ebbene nessun giornalista italiano si è permesso di chiedere ai nostri generali quanto ci sarebbe costato tutto ciò.
Quelle cifre previsionali, morti, mezzi distrutti, ecc sono da tempo sui tavoli degli analisti del nostro Stato Maggiore Difesa, come anche su quelle del ministro della Difesa on. La Russa, ma nessuno si permette di chiederlo, poiché sarebbe una bomba politico-militare.
Invece si preferisce contrabbandare il mito del buon italiano protetto dallo stellone e dall’amuleto che ci si è portati da casa e dal materiale di produzione nazionale che è sempre meglio di quello degli altri contingenti, per poter fare marketing alle imprese armiere nazionali.
Né troveremmo un giornalista deciso di esser messo alla porta, a vita, dagli ambienti ministeriali e dal suo giornale a causa di una domanda vietata in Italia.
Si preferisce invece lanciarsi nelle interviste falsamente pietistiche ai familiari e agli amici delle vittime, alle inquadrature di bare avvolte nel tricolore e nel riportare i bollettini di vittoria dal fronte afgano e pieni di indici di gradimento rilevati tra la popolazione locale verso i nostri militari.
Io speriamo me la cavo, l’importante è arrivare a questo benedetto fine 2011…
Chissà se un giorno un nuovo filone di cinema neorealista italiano potrà sceneggiare un film con questo titolo sulla guerra afgana vista dai soldati italiani, quelli veri, come il caporalmaggiore che scriveva su Facebook, ”Io mi son rotto dell’Afghanistan e voglio ritornare a casa” o come il pugliese che diceva: “Qui fa un freddo cane e rimpiango il mare del Salento”?
Antonio Camuso

Fonte: Osservatorio sui Balcani di Brindisi
[grassetti nostri]

Se io lancio una bomba…
Roma, 11 ottobre – Potrebbe iniziare nel 2011 la exit strategy dei militari italiani dall’Afghanistan. ”Ne voglio discutere nelle sedi opportune con Petraeus, con la NATO. Potrebbe avvenire che la nostra zona ovest entro il 2011 venga largamente consegnata al governo afghano più di altre zone. A questo punto dovremmo affermare il principio che noi non andiamo in un’altra zona”. E’ questa l’ipotesi prospettata dal ministro della difesa, Ignazio La Russa, in una intervista a La Stampa.
Se si riuscirà a consegnare al governo di Herat il controllo di tutta la zona ovest ”quello sarà il momento per far rientrare gran parte dei nostri soldati che hanno compiti operativi – aggiunge il ministro – concentrandoci sull’addestramento”. La Russa parla anche della possibilità di armare i bombardieri e del fatto che questo non cambierebbe la nostra missione che ”resterebbe di pace. Se io lancio una bomba per difendere una colonna militare, rimane una missione di pace. Non è l’arma che qualifica la missione ma il modo con cui la usi”.
(ASCA)

… ed i nuovi “Mille”
Roma, 11 ottobre – I soldati italiani impegnati nelle missioni di pace ”sono i nuovi ‘Mille’, 150 anni dopo l’unità”. Lo afferma in una intervista al Mattino il ministro degli esteri Franco Frattini. Nel Risorgimento si combatteva ”per l’ideale unitario”. Oggi l’obiettivo è ”contribuire con il proprio impegno alla sicurezza e alla pace internazionale. A rischio, oggi come allora, della propria vita”. Frattini aggiunge che il 2011, anno del 150° anniversario dell’unità d’Italia e decimo anniversario dell’attentato alle torri gemelle, ”potrebbe essere l’occasione giusta per ricordare i nostri militari morti per la pace. Il tema resta la memoria. Si dovrebbe pensare ad una giornata del ricordo di tutti i giovani che hanno perso la vita nelle tante missioni in cui l’esercito italiano è stato impegnato in missioni internazionali”.
Frattini si sofferma poi sulla opportunità di armare meglio i militari italiani riprendendo la proposta del ministro della difesa La Russa di equipaggiare con le bombe gli aerei. ”In quella situazione si pensa alla possibilità di armare meglio i nostri aerei da combattimento. Ora hanno solo mitragliatrici, le bombe potrebbero aumentare l’efficacia della loro azione di scorta ai convogli”.
(ASCA)

Tra un Rutelli pronto al voto favorevole per l’invio al fronte e l’uso di qualunque armamento a nostra disposizione per far sentire sicuri i nostri soldati in missione di pace (fortunatamente le bombe atomiche tattiche presenti in Italia sono di proprietà USA e non ce le prestano) e un Ranieri del PD possibilista ad una decisione patriottica in parlamento, troneggiava da un megaschermo la faccia con gli occhi spiritati di La Russa che annunciava la svolta: “Dopo tante remore è giunto il momento di armare di bombe i nostri AMX affinché i nostri soldati si sentano più sicuri”, – correggendosi poi immediatamente, per evitare di esser sputato in faccia dalla NATO – anche se, comunque, sino ad oggi, quando abbiamo richiesto l’appoggio aereo non ci è stato mai negato dagli altri (USA, inglesi e francesi), però, noi che non vogliamo guastare il mito del buon soldato italiano, che mai ha fatto del male ad un civile, preferiamo che, se c’è da buttare qualche bomba, per difenderci, è meglio che lo facciano degli aerei italiani, così siamo sicuri che danni collaterali non ce ne saranno e il nostro rapporto con la popolazione rimarrà cordiale e fraterno come sin’ora è stato…
(…)
All’unanimità poi, in un clima che ci ricordava il sequestro Moro, tutti si dichiaravano convinti della lotta senza quartiere ai terroristi talebani: “Nessuna trattativa! I nostri soldati rimarranno lì sino alla vittoria finale, salvo disposizioni USA-NATO!“.
Dagli USA l’inviato RAI, inascoltato, annunciava che Karzai, spinto e appoggiato dagli USA sta per far entrare nel governo i “terroristi talebani” (oggi ha precisato che lui tratta con i talebani afgani, definizione molto larga che comprende anche quelli del Waziristan tribale Pachistano, continuamente bombardato dai droni americani), i nostri, in studio, rassicuravano i nostri soldati sulla bontà della loro missione: difendere a migliaia di kilometri di distanza l’uscio di casa ed impedire che i talibani scorazzino presto armati per le nostre città.
Nonostante che nessuno gli abbia fatto la domanda vietata, La Russa a sorpresa ammette, per la prima volta che, statisticamente, sono calcolabili le perdite che prevediamo di avere, ma… è meglio non parlarne ed è preferibile piangere, col cuore infranto, come se fosse la prima e ultima volta alla notizia di ogni soldato italiano… E per l’ennesima volta da giornalisti ed esponenti dell’opposizione con la capa china tutti a non voler chiedere quante sono le perdite che si prevedono sino al ritiro.
Lo spettro che s’aggirava nella trasmissione era quello della vera data del ritiro che La Russa e C. vagheggiavano a fine 2011, ma ieri sera, solo grazie al corrispondente esteri RAI, abbiamo saputo che si spera sia il 2014, salvo lasciare alcune centinaia di “istruttori” all’esercito afgano… a tempo indefinito. Insomma, quella afgana sarà forse la più lunga campagna di guerra affrontata dal nostro esercito dall’Unità d’Italia contro un nemico oscenamente mostruosizzato e i cui rappresentanti presto faranno parte di un governo amico e sostenuto finanziariamente da Europa e USA.
Un dibattito confortante per le famiglie dei soldati all’estero che ora sanno il motivo perché i loro figli stanno a sputare sangue e sabbia, ammazzando altri esseri umani definiti terroristi e riempiendo tutti di orgoglio per la nostra coerenza, spirito di guerrieri pacifisti e di coerenti difensori della legalità internazionale. Un dibattito che ci ha confortato della valanga di milioni di euro che vanno in fumo in quella missione, mentre si taglia la scuola, la sanità e la disoccupazione giovanile, e non, galoppa senza tregua. Domani è un altro giorno, l’Italia che Mussolini segretamente dichiarava incompatibile con la guerra, si commuoverà per qualche ora dinanzi a una bara col tricolore, poi volterà le spalle e tornerà al quotidiano “io speriamo me la cavo”… a quadrare i conti… a portare la pelle a casa dal lavoro… a non morire per mala sanità…

Da La svolta italiana in Afghanistan: le Bombe Rassicuranti, di Antonio Camuso.
[grassetto nostro]

Marketing governativo
Roma, 13 ottobre – Il ”Lince”, il blindato rimasto coinvolto nell’esplosione che ha provocato la morte di quattro nostri alpini in Afghanistan, resta il mezzo più sicuro per i nostri soldati. Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa nel corso della sua informativa al Senato.
”In campo mondiale, al momento, tra i veicoli della stessa categoria non risulta disponibile una alternativa che possa garantire migliori livelli di protezione del personale” ha detto La Russa. ”Peraltro, nell’ambito delle misure tese al miglioramento della sicurezza del personale sono stati immessi nel teatro afghano – ha ricordato – i primi 17 esemplari di Veicolo Blindato Medio (VBM) ‘Freccia’ operativi dal mese di agosto” che è destinato non a sostituire ma ad integrare gli attuali assetti operativi basati sul Lince, ”trattandosi di due tipi di veicoli in grado di operare in modo complementare”.
(ASCA)

C’era una volta la Chiesa cattolica

Roma, 9 ottobre 2010 – ”La tragica scomparsa di quattro giovani militari italiani mentre compivano con dedizione e professionalità il loro quotidiano lavoro a servizio della pace in Afghanistan suscita profondo dolore e ci invita alla preghiera”. Lo afferma la presidenza della CEI in un comunicato.
”Mentre partecipiamo alla sofferenza dei familiari e al lutto del nostro Paese – conclude il testo – invochiamo da Dio il dono della riconciliazione e della concordia per tutti i popoli della terra”.
(ASCA)

Monsignore atlantico atto terzo
Roma, 11 ottobre 2010 – ”Gianmarco, Francesco, Marco, Sebastiano restano profeti del bene comune, perchè decisi a pagare di persona ciò in cui hanno creduto e per cui hanno vissuto: intorno a loro fiorisca più la riflessione e la condivisione, che le semplici risonanze emotive”. Lo ha affermato l’arcivescovo mons. Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l’Italia, che questa mattina, all’aeroporto militare di Ciampino, ha accolto le salme dei quattro alpini uccisi in Afghanistan.
Pur auspicando ”una seria riflessione” da parte dei Governi dopo quanto sta avvenendo nal paese afghano, mons. Pelvi, nella sua dichiarazione rilanciata dall’Agenzia Sir, ha sottolineato che ”la società civile deve sostenere in maniera più concreta ed esplicita i nostri militari e le loro famiglie. Non si può essere neutrali dinanzi all’impegno internazionale di sicurezza, – ha poi detto – né possiamo affidarci a giochi di sensibilità variabili, che indeboliscono la tenuta di un impegno così delicato per la riappacificazione dei popoli”.
(ASCA – grassetto nostro)
Primo atto.
Secondo atto.

Lo stratega
Roma, 12 ottobre 2010 – ”I nostri militari si nutrono anche della forza delle nostre convinzioni e della consapevolezza di una strategia chiara e armonica, che le nazioni mettono in campo per un progetto di convivenza mondiale ordinata”. Lo ha detto l’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi, nel corso dell’omelia durante i funerali dei quattro alpini uccisi in Afghanistan.
”Dinanzi a tale responsabilità – ha aggiunto facendo riferimento all’impegno dei militari italiani – nessuno può restare neutrale o affidarsi a giochi di sensibilità variabili, che indeboliscono la tenuta di un impegno così delicato per la sicurezza dei popoli”.
(ANSA)

Blasfemia?
Due brevi estratti dall’omelia di Monsignor Pelvi in occasione dei funerali di Matteo Miotto, ripresi dalle agenzie di stampa del 3 Gennaio 2011:
”Molti chiedono perché ci ostiniamo ad esporci in terre così pericolose, ma allora non si potrebbe rimproverare anche a Gesù di aver cercato la morte affrontando deliberatamente coloro che avevano il potere di condannarlo? Perchè non fuggire? Gesù non ha cercato la morte, non ha però neppure voluto sfuggirla: ha preferito andare fino all’estremo limite della logica della sua vita e della sua missione piuttosto che tradire ciò che era, ciò che diceva, ciò che aveva fatto”.
”Non possiamo aspettarci che una società mondiale pacifica emerga da sola dal tumulto di una spietata lotta di potere: dobbiamo lavorare, fare sacrifici e cooperare per gettare le fondamenta su cui le generazioni future potranno costruire una comunità internazionale stabile e pacifica”.
Una spietata lotta di potere…

“Un eroismo più grande della violenza”
Roma, 21 Gennaio 2011 – ”Il dovere di costruire la pace non deve essere confuso con una specie di inerzia”. E’ l’esortazione di mons. Vincenzo Pelvi, l’ordinario militare, durante i funerali solenni di Luca Sanna.
L’inerzia, ha sottolineato Pelvi, ”accetta ogni tipo di disordine, scende a compromessi con l’errore e con il male”, mentre come ”sa bene il cristiano” la pace ”non è possibile in termini simili”. Esige piuttosto ”il lavoro più eroico e il sacrificio più difficile. Un eroismo più grande della violenza, una maggiore fedeltà alla verità”.
(ANSA)

“Far giungere le onde della fraternità in ogni parte del mondo”
Roma, 3 marzo 2011 – ”Le missioni internazionali di sicurezza ci aiutano a capire che siamo famiglia umana, nella circolarità del dono”. Lo ha sottolineato l’arcivescovo militare, Vincenzo Pelvi, durante l’omelia per i funerali del capitano Massimo Ranzani.
”Troppo spesso, invece, ci nascondiamo – ha aggiunto Pelvi – dietro affermazioni del tipo ‘non è compito mio, ne vale la pena?, non ne sono capace’. Forse non abbastanza ci brucia nel cuore l’amore, assoluta gratuità, con il quale far giungere le onde della fraternità in ogni parte del mondo”. ”Le condizioni morali, sociali e politiche, nelle quali gli uomini sono ora coinvolti in diversi punti del mondo”, ha osservato l’arcivescovo, sembrano ”contraddire l’ottimismo, la fiducia e spegnere subito le speranza”. Ma il sacrificio dei nostri militari ”ci impegna nel riaffermare con una nuova consapevolezza, quell’amore sociale, norma suprema e vitale della persona umana”.
(ANSA)

Un sussulto di dignità?
Roma, 4 marzo 2011 – ”Chissà se le celebrazioni per il 150.esimo anniversario dell’unità nazionale saranno anche occasione per un dibattito ampio e condiviso su una questione di non poco conto della nostra storia nazionale recente: e cioè sul fatto che l’Italia è, da 9 anni, un Paese in guerra. Un conflitto, quello in Afghanistan, di cui si prende consapevolezza solo periodicamente, quando muoiono i nostri soldati”. Se lo chiede, nel suo editoriale, il mensile dei gesuiti Popoli.
Eppure, osserva la rivista, ”questa eclissi della guerra dalla coscienza nazionale e dal dibattito pubblico è tanto più grave nel momento in cui restano drammaticamente nebulosi il senso e gli obiettivi del conflitto”. Per Popoli, è necessario ”reagire, da cittadini e da credenti”. Poichè sono ”sempre meno” le occasioni in cui si può invocare la tradizionale categoria cattolica della ‘guerra giusta’, ”ci si aspetterebbe qualche parola più profetica da parte dei pastori, ma anche una mobilitazione ben più massiccia della cosiddetta ‘base’ cattolica”. ”Davvero – conclude l’editoriale – viene da chiedersi se una nazione dalle profonde radici cristiane – come viene descritta l’Italia – possa accettare di annoverare tra le numerose ‘guerre dimenticate’ anche un conflitto che essa stessa sta combattendo, oltretutto senza sapere bene perché”.
(ASCA)

Che poi, a dirla tutta, “restano drammaticamente nebulosi il senso e gli obiettivi del conflitto” solo a chi non voglia intenderli…

Mille forme… di rispetto
Assisi, 10 ottobre 2011 – “Kosovo, Libano, Afghanistan, Haiti, Libia, Lampedusa sono la testimonianza delle mille forme di accoglienza e non di respingimenti, di rispetto e non di esclusione, di costruttivo dialogo e non di superficiale discriminazione. L’Italia, con i suoi soldati, continua a fare la sua parte per promuovere stabilita’, disarmo, sviluppo e sostenere ovunque la causa dei diritti umani. Percio’ e’ giusto intensificare le iniziative di cooperazione internazionale e partecipare alle missioni delle Nazioni Unite in aree di crisi”. Lo afferma l’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi.
“Dinanzi a chi invoca lo scioglimento degli eserciti, l’abolizione di organismi internazionali per la pace, l’istituzione militare paga il prezzo piu’ alto”, sottolinea l’arcivescovo con le stellette salutando il generale Biagio Abrate, capo di Stato Maggiore della Difesa, che ha testimoniato ad Assisi la stima delle Forze Armate per i cappellani militari riuniti nella citta’ di San Francesco per un convegno.
“Il mondo militare – ha aggiunto Pelvi – contribuisce a edificare una cultura di responsabilita’ globale, che ha la radice nella legge naturale e trova il suo ultimo fondamento nell’unita’ del genere umano. Di qui l’esigenza di una rinnovata attenzione a quella ‘responsabilita’ di proteggere un principio divenuto ragione delle missioni internazionali”.
(AGI)

Il rutto di Giuda
Roma, 24 ottobre 2011 – Di Gheddafi ”ci sono tante cose che non sapevo, non avevo mai sentito parlare di fosse comuni. Ho sempre cercato di essere positivo, di vedere gli aspetti buoni”.
Con queste parole il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, in un’intervista a ‘La Repubblica’, ricorda la figura del rais sottolineando, pero’, che ”questa gente ha avuto un leader che meritava la forca, era schiavo del potere, del petrolio, ma anche dell’Occidente. Italia, Francia, tutti lo hanno accolto e osannato. E lui e’ andato su di giri. E’ anche colpa nostra. Era un tiranno, ma nessuno in Occidente se ne accorgeva”.
”Fin dall’inizio della rivoluzione – ha aggiunto mons. Martinelli – c’era rabbia verso Gheddafi, dopo quarant’anni in cui mancava la liberta’. Poi la rabbia e’ esplosa in forme poco dignitose, poco musulmane direi, i musulmani hanno rispetto del corpo, invece ho visto questo corpo alla merce’ di tutti. Non sono capace di spiegare la cattiveria”.
Il vescovo di Tripoli ricorda anche gli aspetti positivi di Gheddafi: ”Ci ha sempre garantito la liberta’ religiosa. Fra tante contraddizioni rispettava lo spirito religioso. Gheddafi predicava l’Islam, ma e’ arrivato alle fosse comuni. Come ha potuto?”.
(ASCA)

[segue]

Apocalisse soft

«Ho denunciato nei giorni scorsi la scarsa credibilità dell’allarme lanciato dagli apparati della sicurezza USA su imminenti attentati in Europa. Adesso constatiamo che questi attentati ci sono stati, ma nello Yemen. A 5mila chilometri di distanza da Berlino. E in forme alquanto deboli: un razzo contro un auto diplomatica e l’uccisione di un tecnico europeo che può forse essere legata al terrorismo» dichiara in una nota Pino Arlacchi, europarlamentare, ex vicesegretario generale ONU con incarichi di lotta al terrorismo e alla delinquenza internazionale.
«Come Apocalisse mi sembra un po’ troppo soft per giustificare il panico indiscriminato lanciato qualche giorno fa. Ma negli USA ci sono ormai oltre un milione di persone che campano su una industria della paura che fattura oltre 100 miliardi di dollari all’anno e che resterebbero senza lavoro se il terrorismo venisse trattato per quello che realmente è. Per non parlare poi dell’industria mondiale della comunicazione, che tiene su tirature e ascolti spaventando la gente», conclude Arlacchi.

Fonte: Eurasia

Giovane musica emergente… italiana?

Roma, 6 ottobre – Due giovanissime band emergenti, i ”Thank you for the drum machine” di Arezzo e i ”My awesome mixtape” di Bologna, sono i vincitori di un concorso, promosso da MTV Italia con il ministero della Gioventù, che li porterà dall’8 al 17 ottobre a New York e Los Angeles per lo ”Hit Week Festival”, la più importante kermesse di musica italiana negli USA. Lo ha reso noto questa sera il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, nel corso di un incontro in un locale romano.
”Crediamo che la musica, assieme al talento giovanile – ha spiegato il ministro – sia uno dei patrimoni nazionali più importanti. Per questo abbiamo voluto dare alle giovani promesse musicali italiane l’opportunità di esibirsi di fronte a un grande pubblico, sui due dei più prestigiosi palcoscenici mondiali e in compagnia di artisti di fama internazionale, sicuri che sapranno farsi valere”. ”Ma abbiamo voluto compiere un passo in più – ha aggiunto Meloni – proprio perché questa ribalta fosse davvero importante per i ragazzi che partiranno alla volta di New York e Los Angeles. Grazie a un protocollo d’intesa siglato dal Governo italiano attraverso il Ministero dello Sviluppo Economico con l’Istituto per il Commercio Estero di Los Angeles, infatti, all’esibizione di questi ragazzi assisteranno 100 produttori provenienti dal Nord America e dall’America Latina, che avranno così modo di ascoltare dal vivo ciò che di meglio può offrire oggi il panorama della giovane musica emergente italiana. Saper valorizzare il talento della gioventù – ha concluso – significa avere fiducia nelle nuove generazioni e dimostrare di voler davvero investire nel futuro. Ora tocca ai nostri giovani artisti trovare tramite le note giuste la via del successo”.
”E’ sempre stato un nostro privilegio, oltre che nostra missione, poter provare in ogni modo a dar voce ai ragazzi affinché possano far emergere il loro talento e seguire le proprie ambizioni e passioni” ha detto Antonio Campo Dall’Orto, presidente di MTV Italia.
(ANSA)

Omicidi mirati per la Task Force 45

Abbandonare Kabul – la dichiarazione è arrivata da Rasmussen, il Segretario Generale della NATO al summit dei 28 ministri della Difesa dell’Alleanza Atlantica che si è tenuto a Bratislava il 22 Ottobre 2009 – avrebbe, a suo dire, costi altissimi e catastrofiche conseguenze per l’Europa.
“A quelli che ci chiedono se il costo del nostro impegno non sia troppo elevato, io rispondo – ha continuato – che il costo della mancata azione sarebbe molto più grande ed il Paese (l’Afghanistan – ndr) ridiventerebbe terreno di addestramento di Al Qaeda”.
Mentre salta immediatamente agli occhi la colossale menzogna di queste affermazioni e la pagliaccesca strumentalità delle motivazioni, traspare tra le righe una paura folle: la necessità di tenere ancora aggregata la partecipazione militare dei Paesi del vecchio e del nuovo Continente (per dirla alla Rumsfeld) al traballante apparato militare degli USA, a corto anche di elicotteri da trasporto medi e pesanti, nonostante un’immissione di 100 nuovi CH-47 per posizionare e rifornire sul campo il contingente aggiuntivo di 39.000 marines e rangers arrivati a scaglioni dall’Iraq nell’arco degli ultimi sei mesi.
Ad ISAF NATO aderisce anche personale militare appartenente a Stati falliti (Polonia, Estonia, Lituania) e Stati falliti e criminali (Georgia e Kosovo). Rasmussen dai singoli governi dell’Europa ha preteso ed ottenuto nel corso del 2009 complessivamente 7.000 unità aggiuntive.
USA e NATO hanno chiesto aiuto alla Russia per poter disporre entro il 2011 di altri 56 elicotteri da trasporto MI-8 dopo i 16 già arrivati a Kabul.
Mosca ha risposto affermativamente alla richiesta avanzata dal Pentagono, mettendo inoltre a disposizione di Washington nuovi corridoi aerei e le tratte ferrate della Russia per il trasporto del materiale militare. Esamineremo i perché in altra occasione.
Da Bratislava ad oggi per bocca di Frattini e La Russa, su decisione di Napolitano e dei soci del Consiglio Supremo (!) di Difesa, l’Italia senza badare a spese ha contribuito alle nuove necessità operative della “missione di pace” con l’invio in Afghanistan di altri 1.450 militari, con larga dotazione di mezzi blindati e rifornimenti logistici. L’impegno assunto dalla Repubblica delle Banane sfiora da solo il 20% della richiesta fatta all’intera Europa.
Altri 200 “istruttori” dell’Arma dei Carabinieri destinati ad affiancare formazioni dell’esercito afghano raggiungeranno Herat entro Dicembre.
Decisione resa nota da Ignazio La Russa a distanza di ventiquattro ore dalla visita mattutina di Rasmussen al Quirinale, alla presenza del ministro degli Esteri Frattini, ed a Palazzo Chigi nel primo pomeriggio del 17 Settembre. Visita che ha come al solito fatto registrare sorrisi larghi e convinte strette di mano, e messo in risalto il clima di solida, perdurante amicizia esistente tra le parti.
Sul nuovo oneroso impegno dei 200 Carabinieri da sbattere nella regione Ovest, l'”opposizione” ha pensato bene di fare, ancora una volta, l’usuale scena muta. Continua a leggere

Fort Hood e dintorni

“Una ondata di suicidi ha colpito Fort Hood, la base militare in Texas teatro nel novembre scorso di una terribile strage: uno psichiatra dell’esercito di fede musulmana che non voleva andare in guerra uccise tredici soldati. Nel giro di una settimana quattro soldati si sono tolti la vita a Fort Hood portando a 20 il totale nel 2010.
Sono dati che allarmano i responsabili della più grande base militare americana che ospita quotidianamente fino a 50 mila soldati. Il comandante della base, generale William Grimsley, ha affermato che i «comandanti a tutti i livelli sono profondamente preoccupati per il trend» che indica un aumento dei suicidi.
Nella maggior parte dei casi i suicidi sono provocati dai problemi psicologici di riaggiustamento dopo missioni prolungate in zone di guerra in Iraq o in Afghanistan. I comandanti della base hanno ordinato una serie di controlli sullo stato di salute mentale dei soldati ospiti della base e norme più severe sul possesso di armi.
A Fort Hood esistono già da tempo programmi di aiuto psicologico e di prevenzione dei suicidi. Ma le famiglie dei soldati affermano che i programmi di aiuto non sono efficaci perchè tra i militari è considerato ancora umiliante rivolgersi ai medici per esporre i propri problemi mentali. Inoltre nella maggior parte dei casi i soldati che trovano il coraggio di rivolgersi ai medici ricevono medicinali invece della terapia psicologica.
L’anno scorso si erano verificati 11 suicidi a Fort Hood. Nel 2008 era stata raggiunta una punta di 14 suicidi. Ma i dati del 2010 sono allarmanti: nella base texana si sono già verificati in nove mesi 14 suicidi accertati e sei sotto indagine.
(…)”
Da Militari USA, un impossibile ritorno alla vita civile.

“”L’emergenza ora sono i suicidi”, avverte l’ammiraglio Mike Mullen, capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi. Lo scorso week end nella base di Fort Hood, in Texas, 4 soldati si sono tolti la vita. E l’ammiraglio teme che “le cose peggioreranno prima di migliorare”.
L’allarme suicidi, secondo Mullen, è una conseguenza del ritiro delle truppe dall’Iraq: migliaia di soldati tornano a casa dopo anni di servizio in zone di guerra e devono affrontare i problemi di reinserimento nella società civile. “Credo che ci sarà un aumento significativo di problemi familiari per i soldati”.
(…)”
Da Emergenza suicidi nell’esercito americano, di Tommaso Carboni.

[Più suicidi che morti ammazzati]
[Il massimo dal 1975]

John Kleeves – selezione ragionata di articoli ed interviste

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[Riposa in pace]