E’ un caso?

Qualche giorno fa ho pubblicato sul Giornale, una notizia con un retroscena insolito. Ricordate il Sexgate? E Newt Gingrich, l’implacabile accusatore repubblicano di Clinton? Ebbene ora apprendiamo che i due implacabili nemici di giorno, la sera, in gran segreto, erano complici. Si ritrovavano per… parlare di donne. Già, perché anche il moralista Gingrich aveva un’amante. E Clinton divenne il suo confidente, come potete leggere qui.
L’episodio è divertente e anche un po’ boccaccesco, ma emblematico di un modo di fare politica che non è limitato alle questioni di letto. Negli Stati Uniti più ci si avvicina al vertice e più le distinzioni,. nella gestione del potere, tendono a scomparire, pur salvaguardando l’apparenza.
(…)
E lo stesso schema si sta diffondendo in molti Paesi. Che cosa distingue i laburisti post Blair dai conservatori alla Cameron? Solo l’etichetta. In Spagna i popolari di Aznar dai socialisti alla Zapatero? Solo questioni etiche e religiose, ma su tutto il resto la continuità è evidente. E guardando ieri sera la trasmissione, noiosissima, di Fazio Fazio e del guru (senza spessore) Roberto Saviano, mi ha colpito la similitudine tra Bersani e Fini, nell’elencare i valori della destra e della sinistra. Un cumulo di banalità, che lascia intravedere una convergenza di fondo, sul modello di società, sull’immigrazione, e, naturalmente, sulle modalità di gestione (reali) del potere,
Tra i due vedo poche differenze sostanziali. Come avviene negli USA. E’ un caso?

Da Destra contro sinistra. In pubblico, ma poi…, di Marcello Foa.

Fuori la Repubblica delle banane dall’Afghanistan. Alla svelta!

Il 13 Ottobre si è concluso il trasferimento ad Herat di tre elicotteri medio pesanti EH-101 Agusta Westland in dotazione alla Marina Militare, affittando come cargo un gigantesco C-17 Galaxy USA.
I nuovi arrivati ad ala rotante in aggiunta al già ingente e costosissimo apparato da trasporto logistico, evacuazione medica, ricognizione ed attacco a disposizione del Comando del PRT 11 di Herat si sarebbero resi necessari, a quanto dichiarato dal Capo di Stato Maggiore Vincenzo Camporini, per “incrementare sul terreno la capacità multifunzionale della componente aerea del contingente italiano“.
L’Italia ha allargato il suo sostegno militare nelle provincie ovest dell’Afghanistan alla coalizione ISAF-Enduring Freedom.
Dal canto suo il D’Annunzio del XXI° secolo come si è definito, ironicamente, nel frattempo si è diviso in quattro con giornali e televisioni per sostenere il contrario, ipotizzandone la riduzione entro il 2011 affidandosi ad una favoletta logora: il passaggio della “sicurezza“ nelle mani dell’esecutivo di Kabul.
Non sapete chi è il Vate? Rimediamo subito. Anche se ci viene una gran voglia di portare il dorso della mano alle labbra e soffiare forte, forte.
E’ il Ministro della Difesa. L’onorevole Ignazio La Russa.
Il titolare di Palazzo Baracchini, perfettamente consapevole che 2/3 degli italiani sono fermamente contrari alla guerra in Afghanistan, sta tentando senza troppa fantasia di mandar in scena nel Bel Paese la stessa farsa recitata dal premio Nobel Barack Obama per tacitare l’opinione pubblica USA stremata, come la nostra e più in generale quella europea, da una devastante crisi sociale.
Anche se la finanziaria di Dicembre si chiama ora legge di stabilità, non sarà qualche furbata semantica o peggio qualche annunciata menzogna contabile per difetto (750 milioni semestrali per le “missioni di pace“) a nascondere che l’avventurismo bellico della Repubblica delle banane, dal 2003 ad oggi, ha bruciato risorse pubbliche colossali che avrebbero potuto essere diversamente utilizzate per dare fiato a lavoro, ricerca, sanità, tutela ambientale e strutture pubbliche.
E qui ci vengono a mente anche i 15 miliardi di euro per un altro costosissimo ultra-bidone rifilatoci dal Pentagono, da D’Alema, Prodi, Berlusconi, Guarguaglini & soci in cambio di un men che niente, una sezione d’ala a Cameri: l’F-35. Continua a leggere

Difesa Servizi spa, segnale di débâcle etica

Un giorno dovremo ringraziare la crisi economica in atto per aver messo allo scoperto le incongruenze ideologiche, politiche ed economiche che ci hanno governato per oltre mezzo secolo. Per ora la lezione non sembra appresa. Il capitale si è dimostrato inefficace nel contenere i suoi stessi prodotti: la speculazione e la logica del profitto prevalente su quella dell’equilibrio sociale. L’impresa privata si è dimostrata fallimentare e soprattutto legata a filo doppio con la speculazione e la corruzione, l’autorità pubblica non ha saputo né voluto controllare e intervenire in tempo fingendo di salvaguardare il cosiddetto libero mercato, il comunismo di mercato cinese, quello che si basa sul capitalismo di Stato, è diventato il salvatore dell’umanità e il capitalismo di Stato (una volta detto statalismo) è corso in aiuto di banche e imprese con l’acqua alla gola versando fondi pubblici nel pozzo senza fondo del debito privato. Siccome, comunque, neppure gli Stati hanno un centesimo da sciupare, tutti gli interventi anticrisi si sono risolti nell’aumento del debito pubblico. E questo è sembrato l’unico sistema per impedire il fallimento di altre banche, la chiusura del credito alle imprese e la disoccupazione mentre in realtà si è rivelato il mezzo per perpetuare le incongruenze e le inefficienze, per salvare regimi politici pseudoliberisti (con i soldi dei contribuenti), per ingrassare gli speculatori e per far gravare sulle fasce meno protette e più tartassate i costi della crisi e del salvataggio del sistema. I governi di tutto il mondo hanno adottato provvedimenti più o meno drastici attribuendo allo Stato nuovi ruoli di regolazione e supervisione dell’interesse pubblico di fronte al fallimento economico e sociale di quello privato. Ma in qualche caso si è fatto di meglio, o di peggio. In Italia si è riusciti a vanificare ogni esperienza proprio nel momento in cui doveva insegnare qualcosa. Alcune attività prettamente pubbliche sono state sottratte al controllo e alla tutela dello Stato. O meglio, il Governo ha costituito strumenti operativi economico-finanziari di natura privatistica che consentono ai propri organi politico-amministrativi (i ministeri) di eludere le procedure ed i controlli dello Stato. Questo è avvenuto in particolare con l’istituzione della Banca del Sud Spa, della Protezione Civile Spa e la Difesa Servizi Spa. Tutto in un anno e tutto all’insegna dell’aggiramento della responsabilità amministrativa degli organi istituzionali. La Banca del Sud Spa dovrà gestire gli aiuti al Mezzogiorno d’Italia con le logiche della Banca, ma senza un minimo rischio.
(…)
L’orgasmo della Protezione Civile spa è stato fermato da un elemento di protezione: un preservativo. Per ora.
Una intensa voglia di Spa continua invece ad impegnare, in silenzio, gli organi di governo e i vertici delle Forze Armate dopo l’approvazione della Difesa Servizi SpA.
(…)
Innanzitutto non è quella banale semplificazione burocratica presentata dallo stesso capo di Stato Maggiore della Difesa (SMD). In Senato egli aveva lamentato come «la grande evoluzione che ha interessato le Forze armate negli ultimi 15 anni non sembra, infatti, essere stata accompagnata da una similare crescita delle modalità amministrative e gestionali che presiedono al loro impiego». Forse è sfuggito il fatto che la “grande evoluzione” degli ultimi 15 anni, se mai avvenuta, è stata ottenuta esattamente con quelle norme obsolete, applicate con intelligenza e sotto la responsabilità e il controllo degli organi preposti. È vero comunque che le procedure della contabilità di Stato appaiono sempre come dei lacciuoli a coloro che non vogliono assumersi la responsabilità, a coloro che non firmano, che non prendono decisioni e che non rischiano nulla. Sono anche molto ingombranti per coloro che vorrebbero avere la benedizione e una medaglia per delle vere e proprie porcherie. Non sembra neppure che la SpA sia necessaria per sopperire ad una carenza di norme. Ogni comma che la riguarda fa riferimento a norme di legge preesistenti.
(…)
Dice il Capo di SMD: «La società Difesa Servizi S.p.A. potrebbe essere la base sulla quale costruire la possibilità di concorrere – nel tempo e secondo un livello finanziario che solo l’eventuale pratica attuazione del provvedimento potrà indicare – al sostegno delle esigenze operative. Ciò attraverso la prefigurata remunerazione degli assetti patrimoniali disponibili e dei servizi erogabili, che liberi indirettamente parte delle risorse finanziarie a bilancio da indirizzare verso le attività operative ed addestrative prioritarie…».
Ed infatti ben quattro commi della legge finanziaria sono dedicati ad una fonte ricca ed inesauribile di fondi: la commercializzazione degli stemmi e dei simboli delle Forze Armate. Vengono invece citate en passant quisquilie come la gestione degli immobili e dei servizi. È lo stesso Capo di SMD a citare l’affitto di terreni militari a enti produttori di energia o l’affitto di aeroporti militari ad uso civile. A fronte di questi ipotetici introiti, tutti da verificare e che comunque finiscono per depauperare il patrimonio pubblico e far ricadere i costi sui cittadini, la SpA ha la facoltà di spendere buona parte dei fondi assegnati al funzionamento e all’ammodernamento delle forze armate adottando procedure privatistiche e, quindi, eludendo i controlli della pubblica amministrazione.
La ragione vera della SpA, così come emerge da quella della Difesa, ma che si nasconde anche nelle due precedenti, è infatti la realizzazione di un progetto generale di delegittimazione e depotenziamento delle istituzioni pubbliche, di depenalizzazione degli abusi e di mistificazione di alcuni concetti gestionali. È anche il segnale di débâcle etica da parte di coloro che l’hanno proposta e sostenuta.
(…)

Da Voglia di SpA, di Fabio Mini in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, anno VII, numero 2, maggio-agosto 2010, pp. 155-158, 160-161.
[Per gentile concessione dell'editore]

La guerra per il dopoguerra

Con un valore di circa 200 milioni di euro, l’Emilia Romagna è la prima regione italiana per esportazioni verso l’Iraq. Il dato, reso noto da Unioncamere regionale, a dimostrazione dell’opportunità che quel nuovo mercato rappresenta per le imprese della nostra Regione, non basta però a render conto della situazione in cui operano le aziende che cercano di fare affari con uno Stato in via di ricostruzione dopo la tragedia della guerra, dove permangono ancora molte difficoltà logistiche e burocratiche per poter fare business.
Ne danno testimonianza alcune realtà imprenditoriali emiliane che operano in Iraq direttamente o con l’Iraq, attraverso dei partner commerciali di Paesi confinanti. E’ il caso della Immergas di Brescello, nel reggiano, che lo scorso maggio ha incontrato il governatore di Baghdad e i funzionari iracheni impegnati in un tour nelle aziende reggiane. “Un bell’incontro – sottolinea Andrea Benassi, direttore dell’International Business Development di Immergas – che però si è concluso con un nulla di fatto. Non riusciamo nemmeno più a contattare quei funzionari iracheni, e senza questi contatti non è possibile vendere i nostri prodotti. Oltretutto – lamenta Benassi – dopo la fine della guerra, a Baghdad la ricostruzione è gestita interamente dagli americani, che applicano un filtro pesante sugli appalti e sulle commesse, penalizzando la nostra imprenditorialità. Una specie di cartello per premiare chi più ha investito nella guerra”.
(…)
Un’altra azienda emiliana che vende prodotti in Iraq è la PC Produzioni di Boretto nel reggiano (3-4 milioni di euro l’export verso l’Iraq). Le macchine da lavoro e le piattaforme elevatrici di PC entrano in territorio iracheno attraverso le commesse dei Paesi vicini come Giordania, Siria, Emirati Arabi. “Non è facile avere rapporti diretti con Baghdad – spiega l’export manager Paolo Molino – servono i contatti con i politici e i funzionari locali. Senza quelli dobbiamo limitarci a vendite “spot”, senza una programmazione. Inoltre è difficile vendere un prodotto sul quale, per motivi di sicurezza non è poi possibile fare manutenzione”. Anche Molino lamenta lo strapotere americano nella zona: “Il mercato che ci riguarda è in mano agli USA che pubblicano bandi con specifiche tecniche mirate alle aziende americane e limitanti per noi. Per poter entrare sul mercato bisognerebbe avere le giuste conoscenze”.

Da Le imprese emiliane in Iraq tra burocrazia e cartello USA, di Omar Mattioli, tratto da “L’Informazione di Reggio Emilia” del 18 novembre u.s., p. 24.
[grassetti nostri]

Verità (poco) nascoste

Un estratto delle riflessioni di Maurizio Barozzi a riguardo del libro Intrigo Internazionale, scritto dal giornalista Giovanni Fasanella e dall’ex magistrato Rosario Priore.
In due parti: qui e qui.

“Ma nello specifico di quella “strategia”, invece, tutto nasce dalla delicata situazione che venne a crearsi nel sud Europa e nel mediterraneo in conseguenza della guerra arabo israeliana ovvero l’aggressione sionista all’Egitto e alla Siria che dal 5 giugno 1967 diede vita alla famosa guerra dei “sei giorni”. Una aggressione da tempo progettata a Washington e Tel Aviv e che doveva consentire ad Israele di rapinare territori altrui da sempre agognati e di raggiungere uno stato strategico di definitiva sicurezza nei propri confini.
Il periodo antecedente e susseguente alla “guerra dei sei giorni” è la chiave di volta interpretativa del perchè nel nostro paese si ritenne opportuno applicare le strategie, made CIA, della “guerra non ortodossa”.
Fu proprio in prospettiva di quella guerra, infatti, con la relativa situazione esplosiva che si sarebbe inevitabilmente creata nel mediterraneo (con il pericolo che i sovietici potessero in qualche modo approfittarne per insinuarsi nell’area) che gli Stati Uniti, supporto neppure troppo nascosto alle mire belliche sioniste, intesero premunirsi, soprattutto in virtù del fatto che dal 1966 la Francia di De Gaulle era uscita dalla struttura militare della NATO.
In Italia, più o meno già dal 1965, si era iniziato a gettare le basi per la guerra non ortodossa, uno stato di tensione estrema continuo fatto di infiltrazioni e gestione di movimenti cosiddetti eversivi (altra strategia americana detta Chaos), incrudimento delle violenze studentesche e sociali in atto nel paese e dal 1967 anche un crescendo di attentati sempre più cruenti.
Tutti questi riferimenti si riscontrano facilmente quando si va a considerare che ad aprile del 1967, gli americani pilotarono il famoso golpe dei colonnelli in Grecia, un intervento necessario per avere la certezza che quel paese, molto importante per la NATO e con una situazione politica in ebollizione (si prevedeva una vittoria delle sinistre alle prossime elezioni), potesse garantire, nell’imminente situazione di emergenza, il ruolo che gli era stato assegnato nella NATO.
Lo stesso pericolo di scollamenti dalla collocazione atlantica lo si poteva paventare in Italia a seguito della cronica crisi dei governi di centro sinistra, della presenza del più forte partito comunista europeo, e di un agguerrito fronte sindacale che in quegli anni post boom economico rendevano caotica ed esplosiva anche la situazione sociale.
Insomma, in vista e poi in conseguenza della crisi aperta dalla “guerra dei sei giorni”, occorreva assolutamente evitare che in Italia potessero sorgere iniziative governative che mostrassero una certa autonomia sul piano internazionale (come già era accaduto con quelle di Mattei) e che invece, a tutti i costi, il nostro paese rimanesse ingessato e ancorato indissolubilmente ai suoi impegni NATO. Non essendo possibile in Italia, paese molto più evoluto della Grecia, un golpe risolutivo, la strategia della guerra non ortodossa doveva creare quello stato di insicurezza e di terrore con il fine di “destabilizzare per stabilizzare” la situazione del paese, ovvero ricattare, terrorizzare e tenere sotto pressione i governi e le iniziative politiche affinché non ci fossero “sorprese” e l’ingessamento italiano nella NATO restasse stabile e sicuro.
(…)
A prima vista, per fare un esempio, potrebbe sembrare assurdo che il potente e planetario servizio segreto statunitense, la CIA, fosse dietro una struttura preposta a progettare e ispirare attentati soprattutto contro persone, uffici e caserme americane o della NATO o di paesi alleati.
Ed invece, se solo applichiamo il classico cui prodest, ci accorgiamo che anche queste strategie, per così dire “autolesioniste”, potevano essere indirettamente funzionali al controllo geopolitico del continente. Intanto questi servizi segreti occidentali sapevano benissimo che, per quanto vasti e cruenti potessero essere gli attentati anti americani e anti NATO, militarmente erano pressoché insignificanti, ma sapevano anche che indirettamente potevano contribuire a mantenere le nazioni e i governi europei in un clima di continua tensione e spesso di caos interno, favorendo così quella instabilità politica utile ad impedire ai governanti europei di intraprendere politiche o iniziative tendenzialmente autonome e divergenti dalla loro sottomissione stabilità a Jalta. Una sottomissione imposta a tutto il continente nel 1945, ma che con il passare degli anni, per le naturali e inevitabili dinamiche storiche si sarebbe potuta in qualche modo allentare. Ed infine, dietro la facciata di queste azioni terroristiche, non a caso venivano ad essere spesso eliminati personaggi affatto scomodi proprio per la stabilità di Jalta (vedi Moro) o per certi interessi dell’Alta Finanza (vedi Schleyer).
Per ragionare in quest’ottica bisogna avere una profonda esperienza di relazioni internazionali e di realtà geopolitiche, oltre che ad una certa elasticità mentale. Occorre, infatti, partire dal presupposto vero e sacrosanto che gli accordi di Jalta avevano una funzione strategica (sia pure temporale, perdurarono infatti quasi 45 anni), mentre tutti i dissidi, anche cruenti causati dalla divisione del mondo in due blocchi apparentemente contrapposti e sfociati in anni di guerra fredda e guerre di servizi segreti, avevano una caratteristica sostanzialmente “tattica”, ovvero quella di reagire, anticipare o prevenire a ogni tentativo del blocco opposto di allargare la sua influenza rispetto a quanto stabilito da quegli accordi o in conseguenza dei cambiamenti scaturiti dalla naturale dinamica geopolitica degli avvenimenti storici.
Quindi il vero substrato di Jalta era la “coesistenza pacifica”, lo scambio segreto di “piaceri” e informazioni ad alto livello che garantiva agli USA e all’URSS il mantenimento dello status quo.
Lo stesso giudice Priore osserva giustamente, che i paesi del Patto di Varsavia sapevano bene che gli assetti e la spartizione geografico – politica stabilita a Jalta era immutabile ed infatti mai si è verificato che un paese di uno schieramento sia poi passato dall’altra parte, però poi il magistrato non ne trae la giusta conseguenza quella ovvero che le attività e le rivalità dei servizi segreti dei paesi comunisti contrapposti a quelli occidentali avevano altri scopi e interessi che non quelli di conquistare al proprio blocco un paese dell’altro schieramento.
Questo ovviamente non toglie che al contempo le due superpotenze fossero anche obbligatoriamente costrette a farsi le scarpe a vicenda, a farsi la guerra per interposta persona o a praticare la guerra delle spie.
(…)
Potremmo sbagliarci, ma avvertiamo nel testo un (involontario?) “ridimensionamento”, circa il ruolo e la presenza della CIA e del Mossad negli anni di piombo. Strutture di Intelligence queste che sono state le “vere” vincitrici negli avvenimenti storici successivi che portarono alla “caduta del muro” (1989) e all’implosione e disintegrazione di tutti gli stati dell’Est Europa, Russia compresa.
Chi legge il libro di Fasanella e Priore, invece, e non è bene informato su tutto il resto, potrebbe trarne la errata considerazione che in questi “intrighi internazionali” CIA, Mossad, M16, KGB, Stasi, Palestinesi, ecc., ebbero più o meno le stesse responsabilità nella strategia della tensione e nel terrorismo, quando è vero invece che tutti erano presenti e inzupparono il loro “biscotto”, ma alcuni tirarono i fili dei loro burattini più degli altri e soprattutto ne colsero i frutti molto più degli altri.
Il Fasanella, per fare un esempio, nella introduzione al libro ricorda quando il giudice Priore con il collega Ferdinando Imposimato fecero dei sopraluoghi notturni ed in incognito nei pressi di via Caetani dove era stato ritrovato il cadavere di Moro. Il giorno dopo, ricorda il giornalista, i magistrati trovarono le foto di quella loro ricognizione nelle proprie cassette delle lettere. Una evidente minaccia e un avvertimento a non proseguire in quelle indagini.
Ma il giornalista omette di specificare o comunque di dire chiaramente, che quelle ricognizioni avvennero nel ghetto ebraico, alla ricerca di covi brigatisti, di cui uno si era già trovato in via Sant’Elena e quindi, se di intimidazione trattavasi, non poteva che ipotizzarsi che era finalizzata a tenere nascosta l’ubicazione dell’ultima prigione di Moro e di altre basi brigatiste, sospettate nel ghetto, una zona ben controllata dal Mossad.
Ma anche il giudice Priore fa una affermazione infelice, che lascia trasparire come egli quando esprime osservazioni verso Israele tenda ad andarci con i piedi di piombo.
Ad un certo punto, infatti, egli afferma quanto segue: “Il dato dal quale non si può prescindere è la particolare situazione di quello stato (Israele, n.d.r.), circondato da nazioni arabe ostili, che vogliono distruggerlo fisicamente…”.
Una affermazione questa apparentemente realistica, ma fuorviante perchè dimentica letteralmente il particolare che “quello stato”, circondato da nazioni arabe ostili, fin dalla sua nascita nel 1948, già segnata da sconfinamenti e stragi, espulsioni di residenti e villaggi conquistati a fil di spada e nel corso di altre innumerevoli guerre e aggressioni, ha allargato a dismisura i suoi confini, più che quadruplicando la sua estensione geografica e provocato l’espulsione di popolazioni scacciate dalle proprie abitazioni con operazioni (vedi anche oggi quanto accada a Gaza) da vera e propria “pulizia etnica”.
Semmai il magistrato avesse voluto sottolineare che Israele era costretto a vivere in condizioni di costante vigilanza armata, avrebbe dovuto almeno aggiungere che tutto questo era in conseguenza della sua politica guerrafondaia e di rapina. Anzi, visto che “quelle nazioni arabe confinanti e ostili” (vedi il Libano) erano loro a dover temere aggressioni, Israele doveva considerarsi più carnefice che vittima.”

[grassetti nostri]

Viktor Bout protagonista nel ruolo de “il Mercante di Morte”

Di Dmitrij Babič, per RIA Novosti.

Il politologo francese Regis Debray una volta fece delle osservazioni sulle somiglianze tra la politica estera statunitense e certi film hollywoodiani. Chi mette in discussione gli argomenti di Debray dovrebbe osservare alcuni spezzoni di notiziari trasmessi dalle televisioni americane riguardanti l’estradizione dalla Tailandia verso gli Stati Uniti dell’imprenditore russo Viktor Bout.
Con una spasmodica eccitazione, i media americani ci spiegano che Bout sarebbe stato trasportato dalla sua cella all’aeroporto accompagnato da due distinti cortei blindati, uno dei quali sarebbe null’altro che un’esca per depistare eventuali rapitori. Il New York Times ha invece rivelato che la Russia avrebbe offerto alla Tailandia del petrolio a prezzo di favore in cambio del rifiuto tailandese all’estradizione di Bout in America, ma che tuttavia Washington avrebbe avuto la meglio offrendo a sua volta armamenti ed altre attrezzature militari ai vertici tailandesi.
Il tutto ricorda molto le scene di un film di Hollywood. In verità, un film ispirato alla vita di Bout venne effettivamente realizzato nel 2005, privo ovviamente di ciò che riguarda l’epilogo in Tailandia.
Bout all’epoca era un uomo libero. Fu arrestato nel marzo del 2008. Il regista del film, Andrew Niccol, chiaramente non fece lavorare molto il proprio cervello per dare un nome al proprio lavoro, optando per il titolo spudoratamente ruffiano de “Il Signore della Guerra”.
In omaggio al tipico cliché hollywoodiano, i membri del Comitato per le Relazioni Estere del Senato statunitense, il cui lavoro sarebbe apparentemente sostenuto da prove concrete e presunzioni di innocenza, menzionano Bout come “il Mercante di Morte” anche nei documenti ufficiali. Le storie dei cortei blindati, del petrolio offerto a prezzo scontato e delle armi americane non sono state confermate da alcun funzionario russo o americano. Molto più probabilmente ciò è dovuto all’immaginazione ipertrofica di giornalisti che hanno visto troppi film hollywoodiani. Quegli stessi giornalisti che in più di sei anni hanno costruito un immagine di Bout corrispondente a quella di un criminale incallito.
Nato in Tagikistan nel 1967, Bout aveva solo 24 anni quando avvenne il collasso dell’Unione Sovietica. Tuttavia la stampa ci informa che Bout fu un ex agente del KGB attivo da anni in Angola, oltre a divenire il proprietario della più grande flotta di aerei sovietici da trasporto al mondo, nonché il maggiore commerciante mondiale di armi con le quali si sono alimentati i conflitti in Afghanistan, Angola, Congo, Liberia, Ruanda, Sierra Leone e Sudan.
Davvero incredibile come un uomo così giovane come Bout abbia già potuto raggiungere un così alto livello di infamia. Continua a leggere

Partita doppia

Nei giorni scorsi, nonostante le difficoltà finanziarie in cui versano le casse dello Stato, le commissioni Difesa di Camera e Senato hanno approvato un programma pluriennale di acquisizione armamenti, legato al crescente impegno dell’Italia sul fronte afghano ed alle esigenze strategiche della NATO, che prevede un’esborso di 933,8 milioni di euro nell’arco dei prossimi quattro/nove anni.
Il dettaglio di quella che potrebbe essere l’ultima lista della spesa del ministro Ignazio La Russa è qui.
Un buon esempio di come sia possibile recuperare risorse da destinare a tali impieghi?
Eccolo.

James Blunt & Viktor Bout

Londra, 15 novembre – James Blunt, il cantautore britannico di ‘You’re Beautiful’ che prima di intraprendere la carriera musicale era un ufficiale della cavalleria, avrebbe ”sventato la Terza Guerra Mondiale” quando, nel 1999 in Kosovo, si era rifiutato di obbedire al generale americano Wesley Clark che gli aveva ordinato di sopraffare un battaglione di 200 soldati russi.
”Ero l’ufficiale responsabile di una truppa di uomini dietro di me”, ha spiegato Blunt ai microfoni di BBC Radio 5, aggiungendo che ”era una situazione folle”. Il generale Clark aveva detto loro di raggiungere una pista di atterraggio e di assumerne il controllo, ma i soldati russi erano arrivati prima di loro e ”ci puntavano le armi addosso in maniera aggressiva”.
Blunt, il cui racconto è stato confermato dal generale britannico Mike Jackson, che in quell’occasione si oppose alla decisione di Clark, ha proseguito affermando: ”Il comando diretto giuntoci dal generale Wesley Clark fu di sopraffarli. Diverse parole vennero usate che si sembravano strane. Parole come ‘distruggere’ vennero pronunciate alla radio”. Il musicista ha poi sottolineato: ”Le conseguenze pratiche di questa decisione politica sarebbero state un atto di aggressione nei confronti dei russi”. Blunt non si sentiva di affrontarli, ma il reggimento dei paracadutisti che si trovava insieme a lui era ”pronto a dare battaglia”.
”Ci sono cose che si fanno sapendo che sono giuste e cose che ti senti invece che sono assolutamente sbagliate. Questo senso di giudizio morale viene inculcato nella testa a noi soldati dell’esercito britannico” ha ricordato Blunt, sottolineando che avrebbe disobbedito all’ordine anche se a rischio di finire di fronte ad una corte marziale. Per fortuna, prima che la situazione degenerasse, il generale Jackson intervenne. ”Le sue parole esatte furono: ‘Non voglio che i miei soldati siano responsabili di aver dato inizio alla Terza Guerra Mondiale’ e ci disse ‘Perché invece non proseguiamo sulla strada e circondiamo la pista?”’, ha raccontato Blunt, dicendosi ”assolutamente” sicuro che se le cose fossero andate diversamente le conseguenze sarebbero potute essere disastrose.
(ANSA)

E, da domani, “tutti a Lisbona” per il vertice che dovrà approvare il nuovo Concetto Strategico della NATO.
La tensione fra Stati Uniti e Russia, intanto, torna a salire a causa di un “mercante di morte”:

Bangkok, 18 novembre. – Si aggrava la crisi diplomatica innescata dall’estradizione dalla Thailandia agli Stati Uniti del trafficante d’armi russo Viktor Bout, eseguita martedì. Il premier thailandese, Abhisit Vejjajiva, ha annullato una visita in Russia dopo le durissime proteste di Mosca mentre i russi accusano Washington di aver fatto pressioni su Bout per convincerlo a dichiararsi colpevole in tribunale. Abhisit ha assicurato che la rinuncia a partecipare al summit di quattro giorni sulla protezione delle tigri che si apre domenica a San Pietroburgo non è legata alla querelle, ma a impegni politici in patria. I rapporti con la Russia sono comunque tesissimi e il premier thailandese ha auspicato che “non siano influenzati da una singola questione”. Sull’estradizione, Abhisit ha negato di aver ceduto alle pressioni USA e ha rimproverato a Mosca di non aver presentato prove a discarico del “Mercante di morte”, come è soprannominato Bout. Davanti a un tribunale di New York, Bout si è dichiarato non colpevole per le accuse di cospirazione per uccidere cittadini statunitensi, di acquistare missili anti-aerei e di sostenere gruppi terroristici.
Il 43enne ex ufficiale dell’aviazione sovietica é stato incarcerato senza possibilità di rilascio su cauzione e comparirà di nuovo davanti ai giudici il 10 gennaio. La Russia ha accusato le autorità USA di aver fatto pressioni su Bout durante il volo per New York per convincerlo ad ammettere la sua colpevolezza, in cambio di non meglio specificati vantaggi. A sostenerlo è stato il console russo a New York, Andrei Yushmanov, il quale ha precisato che Bout ha respinto queste offerte. Il caso rischia di avvelenare il vertice della NATO che si apre domani a Lisbona, a cui partecipa anche il presidente russo Dmitri Medvedev.
(AGI)

Viktor Bout, chi era costui?

Cartolina da Vicenza alluvionata

E’ evidente: la nuova base militare in costruzione al Dal Molin non rappresenta l’unico esempio dello scempio territoriale del nordest; strade e villette, capannoni industriali e tangenziali, aree commerciali e residenziali: la cementificazione e l’impermealizzazione del territorio passano anche per queste opere, spesso inutili, che hanno trasformato il Veneto da territorio agricolo a reticolo metropolitano.
Ma escludere – come alcuni vorrebbero fare – la cementificazione statunitense del Dal Molin dai fattori che hanno contribuito all’alluvione significa voler difendere a priori un’imposizione che gran parte della cittadinanza non voleva, consapevole dei danni che avrebbe prodotto.
Gli abitanti del quartiere Produttività, di fronte al Villaggio del Sole, non ricordano di essere stati inondati anche quando altrove l’acqua entrava nelle case. Non si era mai visto Viale Diaz trasformato in un torrente. Cosa è successo?
Un anno fa abbiamo segnalato che l’argine sinistro del Bacchiglione, lungo il percorso che costeggia la costruenda base, era stato rialzato a scapito di quello di destra. Nella mappa prodotta il 7 marzo 2007 dal Genio Civile di Vicenza, Distretto Idrografico Nazionale dei fiumi Brenta-Bacchiglione, a firma del Dirigente responsabile Dott. Ing. Nicola Giardinelli, si vede come l’area del Dal Molin è zona di esondazione in due specifici punti indicati da una vistosa freccia nera. Un punto è nel cono di volo nord dell’area, all’altezza della presa che va verso la zona del Maglio, ed un punto è a ovest in località ponte del Bo. Entrambi i punti sono interni all’area della costruenda base.
L’ing. Guglielmo Vernau spiega che «l’aver alzato gli argini ha impedito che l’acqua trovasse sfogo nell’area del Dal Molin; essa, quindi, ha proseguito la sua corsa devastante verso sud aggravando la situazione delle aree urbane di Viale Diaz, Viale Trento e Villaggio Produttività. In poche parole, la nuova base ha impedito che l’area del Dal Molin costituisse una sorta di camera di compensazione che ritardasse e attenuasse le conseguenze dell’alluvione nella parte abitata della città».
E così, Vicenza si è trovata con l’acqua alla gola, mentre gli statunitensi se ne sono restati all’asciutto, grazie all’innalzamento dell’argine costato più di un milione di euro e pagato dai contribuenti italiani. Tanto che, mentre le ruspe sgomberavano le strade dal fango a Caldogno e Vicenza, dentro al perimetro del cantiere statunitense si era già ricominciato a lavorare, per cementificare e impermealizzare ulteriormente il territorio.

Da Alluvione? Non per tutti: gli statunitensi all’asciutto grazie ai nostri soldi.

Diario di un incubo

Scritto dalla giornalista Francesca Devincenzi e da Silvio Sardi, noto produttore cinematografico, Diario del mio incubo a stelle e strisce racconta l’esperienza carceraria di quest’ultimo, arrestato dal Miami Beach Police Department in Florida a causa di un banale litigio famigliare.
Il libro denuncia una facciata misconosciuta degli Stati Uniti, dove un’universo concentrazionario in continua crescita si lega indissolubilmente agli affari delle corporations, non ultime quelle del comparto militare.

Obama taglia l’F-35?

Washington, 10 novembre. – La commissione presidenziale suggerirà di tagliare del 15% il budget per le armi del Pentagono per riuscire a tenere in piedi il bilancio federale USA. In particolare l’organismo voluto da Barack Obama proporrrà di rinunciare alla versione per i Marines dell’F35-B, il Joint Strike Fighter (tra l’altro ordinato anche dalla Marina Italiana per sostituire gli Harrier imbarcati e in parte dell’Aeronautica italiana) a decollo corto e atterraggio verticale (Stovl). F35-B affetto da diversi problemi e il cui taglio farà risparmiare 17,6 miliardi nel quadriennio 2010-2015. L’organismo co-presieduto da Erskine Bowles e Alan Simpsony consiglierà al presidente Obama anche di sostituire la metà dei JSF di Lockheed Martin programmati per la US Air Force con F16 e con F18 quelli per la US Navy. In questo modo si risparmierebbero 9,5 miliardi da qui al 2015.
Secondo i piani originali gli USA avrebbero acquistato un totale di 2.443 F35 al costo di 382 miliardi di dollari, la più grossa comessa militare della storia USA. Programma co-sviluppato anche dall’Italia con in prima fila il gruppo italiano Finmeccanica, insieme Gran Bretagna, Olanda, Turchia, Canada, Danimarca e Norvegia.
La commissione ha anche proposto di fermare a quota 228 l’acquisto dei convertiplani Textron/Bell-Boeing V-22 Osprey, quota pari a circa due terzi del contratto originale. I quattordici commissari hanno anche suggerito di cancellare la flotta di 573 navi da sbarco della General Dynamics, risparmiando 15,6 miliardi. Nel complesso il piano ‘lacrime sangue’ consentirà di risparmiare 20 miliardi nel 2015 facendo calare la spesa per l’acquisto di sistemi d’arma a 117,5 miliardi. L’ultima raccomandazione della commissione insediata dal presidente americano riguarderà il taglio di un terzo del personale di stanza in Europa e Asia.
(AGI)

In attesa di conoscere le reazioni delle alte sfere politiche e militari italiane circa queste evidenti intenzioni di disimpegno, seguiremo con molta attenzione e fiducia gli sviluppi della situazione.
Per ora, segnaliamo che la bozza di Finanziaria per il 2011 elaborata dal ministro Tremonti prevede lo stanziamento per le “missioni di pace” di 750 milioni di euro…

Per completare la servitù dell’Italia

Ciò che stiamo vivendo in questi giorni, con la fine politica di Berlusconi ormai alle porte, è un preludio all’ennesimo sacrificio della politica nazionale, perpetrato dai sacerdoti della pubblica decenza, agli dèi d’oltreoceano sull’altare dell’astrazione etica.
Nel mio piccolo e per ciò che conta, considero i sedici anni della parabola berlusconiana di gran lunga i più vuoti e squallidi della storia del nostro paese. La mia antipatia per il soggetto Berlusconi è databile a molti anni prima del suo trionfale ingresso in politica. Risale alla metà degli anni ’80, quando la nascita del suo network televisivo generalista uccise la fantasia e il pluralismo delle televisioni private per sostituirli con la maleodorante melassa di becerume mediatico che promana oggi da ogni schermo e riempie di nulla sottovuoto i cervelli della nazione.
Berlusconi ha colpe infinite, prima fra tutte quella di essere stato un politico inadeguato, di infimo livello, incapace di coniugare i propri legittimi interessi personali con un progetto di rinascita nazionale di ampio respiro. Lo si paragona spesso a un dittatore, ad un Duce in doppiopetto votato alla devastazione dei sacri dettami della dottrina democratica. Magari lo fosse. Purtroppo il suo e nostro male è, al contrario, la sua assoluta irrilevanza, l’indecisione, la riluttanza ad utilizzare la dovuta durezza contro gli avversari anche dinanzi alla loro manifesta debolezza. E’ un mollaccione, altro che Duce.
(…)
Ma volevo dire questo: tra le tante colpe che pesano sulla coscienza dell’uomo di Arcore, non ritengo vi sia quella – comunemente attribuitagli – di essere lo “specchio del degrado del paese”. Il degrado in cui ci dibattiamo, che è culturale è politico, ha in Berlusconi solo uno dei suoi artefici e non certo il più rilevante. E’ vero, sono state le sue televisioni a spacciare l’indecenza privata, la pruderie domestica, la vanvera urlata, la sconcezza ruttante di anchormen di borgata per cultura, di cui le povere masse italiche, non sapendo procurarsi altro cibo, si sono nutrite per decenni. Ma non è stato lui a trasformare questa ammorbante immondizia in politica. Questa colpa – che è di gravità incommensurabile – pesa per intero sulla coscienza dei suoi avversari, politici e mediatici. L’Italia oggi non è lo specchio di Berlusconi. E’ più lo specchio della mortifera psicosi moralistico-terminale di giornali come “Repubblica”, che, per ragioni di servilismo verso i dominanti USA, hanno fuso la dimensione pubblica e privata, la sfera sessuale e quella dell’azione di governo, in un minestrone immondo da cui non sarà mai più possibile estrarre elementi di senso. Nessun politico, per quanto pessimo, può togliere ad un popolo la politica. Solo un’operazione di propaganda può farlo. Un’operazione accuratamente pianificata, che affonda le sue radici nella confusione tra sfera morale e sfera dell’agire pubblico prospettata da Berlinguer e poi estesa fino ai suoi limiti estremi dai lacchè dei media filoatlantici che sorvegliano il nostro paese. Berlusconi si è circondato di sgualdrine, sciacquette e cubiste, come fa il 99 per cento dei politici di questo mondo e l’80 per cento dei cittadini timorati di Dio. Ma non è lui ad aver sostituito il discorso politico e istituzionale con questa fanghiglia umana. Sono stati i suoi avversari a farlo, attraverso i loro organi di stampa, nel tentativo (miseramente fallito) di prendere il suo posto e in quello (disastrosamente riuscito) di cancellare dalle menti degli italiani ogni distinzione tra gossip e lavoro istituzionale, ogni confine tra il pettegolezzo da comari e la valutazione critica, ancorché severa, dell’operato di un governo. Se oggi le miserande masse italiane non riescono a scorgere l’attentato alla nostra sovranità che si nasconde dietro le centinaia di prime pagine con le cosce di Ruby in primo piano, la responsabilità non è di Berlusconi e nemmeno di Ruby. E’ degli organi di stampa “antiberlusconiana” e dei loro mandanti nazionali e internazionali, che – deboli come sono in questo momento – hanno una paura folle della politica, soprattutto se si considera il fatto che gli spazi per la nascita di un vero partito di opposizione all’esistente sono oggi, in Italia, pressoché sterminati. Ogni nozione di ciò che la politica è e potrebbe essere, ogni barlume di consapevolezza sui suoi confini epistemologici e sulle sue potenzialità va dunque soffocato senza esitazione, frastornando le masse con messaggi martellanti che impediscano di distinguere la riflessione e la progettazione politica dalla chiacchiera da mercato del pesce. In tutti questi anni, si sarebbe potuto accusare Berlusconi – per mille ottimi motivi – di non essere stato capace di strappare il paese alla completa servitù euroatlantica che è la causa della nostra agonia. Non lo si è fatto, perché non è questa servitù che i congiurati anticesaristi vogliono eliminare. Vogliono anzi rafforzarla, perché è da essa che dipendono i loro privati destini, costruiti sui pilastri della pubblica rovina. Essi evitano perfino di menzionare la politica, perché si tratta di una parola pericolosa, che potrebbe risvegliare in animi non ancora del tutto spenti i ricordi di mai sopiti desideri di riscatto. I loro pugnali sono sculettanti, forgiati in sagome mammarie e clitoridee. Dio non voglia che al pubblico a casa possa tornare alla mente com’è fatto un pugnale.

Da Aspettando i pugnali, di Gianluca Freda.
[grassetto nostro]

Loro sono in bancarotta e noi tutti siamo nei guai

La notizia del giorno, che non avete trovato sulle prime pagine dei giornali, è questa: gli Stati Uniti d’America hanno iniziato le pratiche di fallimento.
Senza dirlo esplicitamente, ma si capisce lo stesso.
Come? La Federal Reserve, cioè la Banca Centrale americana, annuncia l'”acquisto” di 600 miliardi di $. Lo chiamano acquisto (purchase) in termine tecnico, ma si deve leggere “stampa”. Altri 350-500 miliardi di dollari verranno prelevati dal debito che la Fed ha già acquisito, proveniente dai derivati tossici dei mutui facili, e “investiti”. Leggi immessi sul mercato.
Totale: all’incirca 1000 miliardi di carta, semplice carta, che la Banca Centrale USA stampa per comprare i titoli del debito pubblico americano. La mano sinistra eroga i soldi alla mano destra.
Se, a questi, si aggiungono (e occorre farlo, perchè sono a bilancio) i circa 800 miliardi già stampati per salvare le banche americane dal tracollo, si arriva a un trilione e 800 miliardi di dollari.
Una creazione di moneta che non ha precedenti nella storia di tutti i tempi.
Perchè lo fanno? Bastino alcune cifre. Nel 2007 la Cina comprava circa la metà (esattamente il 47%) delle nuove emissioni di cedole americane. Nel 2008, in piena crisi finanziaria, la Cina aveva ridotto della metà, al 20% circa. L’anno scorso gli acquisti cinesi si sono drasticamente quasi azzerati. Eravamo al 5%.
In queste condizioni non c’è più modo per pareggiare la bilancia commerciale degli Stati Uniti.
Con un debito di queste dimensioni bisogna inoltre mettere a bilancio 300 miliardi di interessi annui da pagare. Come? Non lo sa nessuno.
(…)
Quando Larry Summers (uno dei principali bancarottieri intellettuali e pratici del pianeta) fu chiamato da Barack Obama per entrare nel suo governo, disse (bancarottiere ma non stupido): “Quanto tempo il maggior debitore del mondo potrà continuare a essere la massima potenza?”
E l’America, ex impero che non lo sa ancora, mandando a quel paese Obama, dimostra che non intende rinunciare alla sua posizione dominante. Un bel guaio per tutti, perchè l’America non può più imporre la sua volontà, proprio in quanto non è più un impero. Questo dice che loro sono in bancarotta e noi tutti siamo nei guai, e fino a che la lasceremo fare, ne pagheremo le conseguenze.

Da USA: pratiche di fallimento, di Giulietto Chiesa.
[grassetto nostro]

La Bibbia e il fucile

Una guerra santa nucleare sarebbe quello che ci vorrebbe per riportare un po’ di ordine sulla Terra, ossia la conquista dell’intero globo da parte degli Stati Uniti e la sua conversione alla democrazia e al cristianesimo. Cosa aspetta Washington a lanciare missili nucleari su Corea del Nord e Iran e a confiscare il petrolio del Medio Oriente, come invita a fare un adesivo per automobili: «Kick their ass and take their gas» (rompiamogli il sedere e prendiamoci la loro benzina)? Così pensano (o meglio delirano), scrive il giornalista Joe Bageant nel saggio «La Bibbia e il fucile. Cronache dall’America profonda» (Bruno Mondadori), milioni di cristiani fondamentalisti americani: seguaci delle chiese battiste indipendenti, così chiamate perché il loro «sistema di credenze in pratica può essere adattato a qualunque interpretazione dei testi sacri passi per la testa di ”predicatore Bob” o ”pastore Donnie”».
Si tratta di pastori e fedeli dall’istruzione sommaria, conseguita in «colleges» finanziati dalle autorità locali dove ogni materia è insegnata nell’ottica della Bibbia interpretata alla lettera. Gente non cattiva, ma devastata dall’impatto prima con decenni di Guerra Fredda e poi col dilagante materialismo. Dunque il reverendo Terry Jones che ha infiammato il mondo islamico minacciando di bruciare il Corano l’11 settembre non è un folle isolato: ha con sé la sconfinata «heartland», l’America profonda, cioè le zone rurali, semirurali e suburbane abitate da «barbari (…) che vanno in chiesa, cacciano, pescano, bevono birra e non sono nemmeno in grado di localizzare l’Iraq o la Francia su una mappa»; patrioti sfegatati che dell’estero conoscono solo le basi militari USA o al massimo un’Europa visitata come una Disneyland per il loro divertimento; che mentre tracannano una pinta si godono un video con iracheni smembrati dalle bombe; che considerano tutti i musulmani dei vigliacchi «che possiamo sgominare se li bastoniamo abbastanza forte, se Dio ci aiuta e se combattiamo come sappiamo combattere noi americani»; che hanno una o più armi da fuoco in casa (70 milioni di cittadini ne possiedono 200 milioni) e passano ore al poligono di tiro, e non solo perché con i fucili si partecipa alle ricostruzioni di antiche battaglie e si caccia il cervo come gli antenati, ma anche perché un paio di milioni dei suddetti cristiani dai modi spavaldi reagiscono con una pistola in tasca e con «lampi mentali di violenza armata» alla diffidenza verso le autorità e alla paura. Bageant descrive con rabbia non esente da malinconica tenerezza l’umanità della natia Virginia, che è il Sud «più a nord di tutto il Sud» degli Stati Uniti; comunque, dice, lo stesso accade in qualsiasi altro luogo della confederazione.
E’ il ritratto dell’America di pelle bianca, obesa e ipertesa, che lavora, prega, puzza e muore in guerra; una realtà parallela a quella dei colti democratici urbani, convinti di essere loro la vera America, fatta di benessere, istruzione, solida professione e casa di proprietà per tutti, anche per chi parte da zero o ha la pelle colorata: il sogno americano. Ma si sbagliano. Solo un terzo della popolazione appartiene alla classe media dell’«american dream»: tutti gli altri sono proletari poveri, più della metà dei quali, almeno 25 milioni, bianchi, i «white trash» sfruttati come neri e ispanici «da una rete locale di famiglie ricche», palazzinari, avvocati, negozianti e imprenditori, gente che ha fatto fortuna a differenza di quei «rifiuti bianchi» che a malapena mettono insieme 30-35.000 dollari annui a famiglia, il che significa essere al limite della soglia di povertà. Una soglia da 25 anni sempre più spesso oltrepassata in discesa, come denuncia l’ultimo rapporto dell’Ufficio del Censo americano.
Tra coloro che si arricchiscono a spese di questa massa di «servi della gleba» ci sono banchieri e immobiliaristi, registi della gigantesca industria dei mutui, che prospera sull’umano sogno di possedere quattro pareti e un tetto e su centinaia di raggiri legali. Le abitazioni che i proletari possono permettersi sono o su ruote, i «trailers», o prefabbricate: scatole di plastica e compensato che godono di mutui a tassi più bassi ma che appena acquistate valgono già meno del capitale da restituire alla banca. Indebitati fino al collo e sempre sull’orlo del disastro economico, i loro proprietari spesso non hanno altra soluzione che sparire: lo chiamano «traslocare col favore delle tenebre».
(…)

Da Ecco l’altra America, di Maria Pia Forte.

Il mondo parallelo dell’intelligence statunitense

Con qualche giorno di ritardo…

New York, 29 ottobre – Nel 2010 gli USA hanno speso 80,1 miliardi [di dollari - ndr] in programmi di intelligence, 12% del totale rivolto alla difesa. La pubblicazione di tali dati non avveniva da dieci anni, scrive il Los Angeles Times. Le spese sono così ripartite: 27 miliardi per i servizi segreti militari, 53,1 miliardi per CIA e altre 16 agenzie. Il valore supera ampiamente le spese del Dipartimento di Sicurezza interna (53 miliardi) e di quello di Giustizia (30 miliardi).
La cifra stratosferica raggiunta nell’anno fiscale corrente, terminato il 30 settembre, riguarda diverse voci che vanno dagli stipendi per gli agenti segreti ai pagamenti per i contractors privati e tutte le sofisticate tecnologie satellitari usate dagli 007, scrive il quotidiano californiano. Risulta essere addirittura il triplo dei 26,7 miliardi spesi nel 1998, l’ultima volta che è stato reso noto il budget dell’intelligence. Per anni tali cifre rimasero segrete. Solo dal 2007 si è cominciato a renderle note in modo più regolare, anche se parziale. Quest’anno invece il direttore dei servizi segreti nazionali USA, James Clapper, ha deciso di mettere le cifre in chiaro e in una nota ha precisato: “Gli americani hanno il diritto di sapere la somma totale dei nostri investimenti nell’intelligence”.
(AGI)

Per farsi un’idea dell’enormità della cifra in questione, la si paragoni con quella dell’intero bilancio preventivo della Difesa italiana per il 2011, calcolata in 20,5 miliardi di euro circa.
E poi lo chiamano complottismo.

La NATO a Lisbona

Dichiarazione del Consiglio mondiale della pace e del Consiglio portoghese per la pace e la cooperazione in vista del vertice NATO di Lisbona (19-20 Novembre 2010)

Il Consiglio mondiale della pace (CMP) e il Consiglio portoghese per la pace e la cooperazione (CPPC) salutano i popoli del mondo che amano la pace ed i movimenti della pace in instancabile mobilitazione per denunciare le guerre imperialiste, le occupazioni illegali e l’ingiustizia sociale, e li invitano a proseguire e rafforzare gli sforzi e la comune lotta contro l’imperialismo e le sue organizzazioni ed in particolare contro la NATO, la più grande macchina di guerra del mondo.
Il CMP denuncia davanti ai popoli del mondo i crimini che la NATO ha commesso e continua a commettere contro l’umanità con il pretesto sia di proteggere i «diritti umani» che di lottare contro il «terrorismo», secondo la propria interpretazione.
Sin da quando è stata fondata, nel 1949, la NATO è sempre stata un’organizzazione aggressiva. A partire dal 1991, con la sua nuova dottrina militare, si è trasformata in «sceriffo» mondiale degli interessi imperialisti. Si è spesso legata a regimi sanguinari ed a dittature, a forze reazionarie ed a Giunte. Ha partecipato attivamente allo smembramento della Jugoslavia, ai barbari bombardamenti della Serbia durati 78 giorni, al rovesciamento di regimi attraverso «rivoluzioni colorate», all’occupazione dell’Afghanistan. La NATO persevera nei suoi piani per un «Grande Medio Oriente», allargando il proprio raggio d’azione con il «Partenariato per la pace» e la «cooperazione speciale» in Asia ed in America Latina, in Medio Oriente, nel Nord Africa, ed anche con l’«Esercito europeo».
Tutti i governi degli Stati membri condividono responsabilità nella NATO, sebbene il ruolo di direzione spetti all’amministrazione statunitense. La presenza di approcci diversi su alcune questioni riflette punti di vista e rivalità particolari, ma conduce comunque ad un confronto aggressivo con i popoli.
Noi condanniamo la politica dell’Unione Europea, che coincide con quella della NATO e con il Trattato di Lisbona che con la NATO va a braccetto in materia politica e militare. Tra il 2002 e il 2009 le spese militari degli Stati Uniti in missioni estere sono aumentate da 30 a 300 miliardi di euro.
I popoli e le forze che amano la pace nel mondo non accettano il ruolo di «sceriffo» mondiale assunto dalla NATO. Respingono tutti gli sforzi tesi a incorporare la NATO nel sistema delle Nazioni Unite. Chiedono lo scioglimento di questa aggressiva macchina da guerra militare. Neanche il falso pretesto dell’esistenza del Patto di Varsavia ha più alcun senso. Continua a leggere

13 Maggio 1999

Il 5 Novembre 2010 comincerà il processo di appello per i fatti avvenuti oltre dieci anni fa, il 13 Maggio 1999, nei pressi del consolato statunitense di Firenze. Quel giorno migliaia di persone parteciparono a una manifestazione contro la guerra in Jugoslavia, che si concluse appunto sotto il consolato. Vi fu un breve concitato contatto fra le forze dell’ordine e i manifestanti, per fortuna senza conseguenze troppo gravi, se non alcuni manifestanti contusi, fra cui una ragazza che dovette essere operata ad un occhio.
Nessuno, sul momento, fu fermato o arrestato, ma in seguito vi furono identificazioni e denunce. Si è arrivati così alle condanne di primo grado, molto pesanti per i 13 imputati: ben sette anni, per le accuse di resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Nel dibattimento si sono confrontate le tesi – molto divergenti – delle forze dell’ordine e dei manifestanti.
Non intendiamo sindacare le procedure legali, né esprimere giudizi tecnico-giuridici sulla sentenza, ma ci pare che le pene inflitte in primo grado e le loro conseguenze sulla vita delle persone imputate, siano del tutto sproporzionate rispetto alla reale portata dei fatti.
Non vi furono, il 13 Maggio 1999, reali pericoli per l’ordine pubblico o per l’incolumità delle persone, e non è giusto – in nessun caso – infliggere pene pesanti, in grado di condizionare e stravolgere l’esistenza di una persona, per episodi minimi: perciò esprimiamo la nostra pubblica preoccupazione in vista del processo d’appello, convinti come siamo che la giustizia non possa mai essere sinonimo di vendetta e nemmeno strumento per mandare messaggi “esemplari” a chicchessia.
Seguiremo il processo e invitiamo la cittadinanza a fare altrettanto, perché questa non è una storia che riguarda solo 13 persone imputate, ma un passaggio significativo per la vita cittadina e per il senso di parole e concetti che ci sono cari, come democrazia, giustizia, equità.

I primi firmatari dell’appello “Giustizia ed equità per chi manifestò contro la guerra” sono qui.