Una forma di pressione territoriale

Buona lettura, e buon anno nuovo!

La ricostruzione delle vari fasi nelle quali si è sviluppata la presenza militare estera degli Stati Uniti, e delle motivazioni che ne hanno guidato i cambiamenti, permette di tracciare un quadro delle varie funzioni che le basi militari all’estero hanno svolto.
La presenza militare all’estero, a partire dagli avamposti coloniali degli imperi del XIX secolo, non svolge esclusivamente funzioni belliche. Le basi militari all’estero, che spesso trovano nei conflitti il momento di maggiore incremento, svolgono una funzione di supporto alle attività commerciali e produttive e costituiscono un elemento centrale nelle relazioni diplomatiche tra differenti Paesi.
Il loro utilizzo come sostegno ed assistenza alle rotte commerciali costituisce una delle caratteristiche della presenza militare all’estero della Gran Bretagna che gli Stati Uniti hanno fatto proprie. L’attività di sostegno all’espansione economica svolta dalle basi militari all’estero, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, si è estesa anche alla creazione di un clima favorevole per le imprese statunitensi all’estero, in particolar modo in Europa.
La presenza militare svolge un ruolo centrale anche nelle relazioni politico/diplomatiche che si instaurano con gli altri Stati necessitando di un corredo di relazioni diplomatiche, in molti casi sancite da specifici accordi, tra i due Paesi. Allo stesso tempo, la presenza di installazioni militari contribuisce al rafforzamento delle relazioni; attraverso la presenza militare, il Paese ospitato mantiene il Paese ospitante all’interno della propria area di influenza.
Le relazioni tra Paesi possono assumere differenti spessori. La presenza di forze armate su un altro territorio può, in molti casi, costituire una forma di pressione territoriale in grado di esercitare influenza nelle politiche interne del Paese ospitante. La presenza militare, oltre alle sue dinamiche a scala locale, plasma i Paesi riceventi, influenzandone cultura e società ed alterandone anche il processo di democratizzazione.
Le basi militari possono svolgere un ruolo di controllo territoriale anche sui Paesi nei quali non sono presenti. Il controllo esercitato a distanza, tramite quindi la creazione di basi e lo stanziamento di truppe ad una distanza che permette il rapido dispiegamento in caso di conflitto, esercita una pressione sui Paesi riceventi anche senza un diretto coinvolgimento.
Il controllo a distanza rende quindi maggiormente complesso per i Paesi che lo subiscono, liberarsene, non essendoci legami diplomatici con il Paese che lo esercita.
La presenza militare estera ha assunto quindi una valenza simbolica che scavalca, ed in alcuni casi esula, la possibilità di un diretto impiego in attività belliche. Il valore simbolico della presenza militare estera, nei confronti dei Paesi ospitanti e di coloro che ne subiscono il controllo indiretto, assume un’importanza maggiore all’interno degli attuali equilibri internazionali e delle odierne metodologie di guerra.
[pp. 100, 101]

Per quanto riguarda le infrastrutture, il principale accordo bilaterale tra Italia e Stati Uniti è l’Accordo Bilaterale sulle Infrastrutture (BIA) del 1954. L’accordo venne preceduto da due accordi in materia di difesa nel 1950 e nel 1952 nonché da uno scambio di note del 1952. L’accordo venne firmato dal ministro degli esteri italiano (Giuseppe Pella) e dall’ambasciatrice statunitense in Italia (Clara Booth Luce), non venne mai sottoposto a ratifica parlamentare. Il fondamento giuridico di tale procedura viene fatto risalire alla “procedura semplificata”, un comportamento consuetudinario che prevede l’entrata in vigore di un atto non appena siglato da un rappresentante dell’esecutivo. Questa procedura, di norma utilizzata per accordi di natura tecnica, non si sarebbe potuta applicare anche all’accordo relativo alle installazioni militari. In virtù degli articoli 80 ed 87 della Costituzione, l’accordo circa le installazioni militari, rientrando tra gli accordi di natura politica e non essendo inquadrabile in fattispecie di natura finanziaria, costituisce un caso per il quale la procedura semplificata non potrebbe essere applicata. Il ricorso alla procedura semplificata nella risoluzione delle problematiche connesse alla installazione militare potrebbe configurare l’incostituzionalità dei procedimenti adottati; l’incostituzionalità degli accordi circa le basi militari statunitensi, anche nei casi in cui è stata sollevata, non ha tuttavia sortito conseguenze giuridiche nella validità degli accordi. La volontà politica di mantenere le relazioni con gli Stati Uniti in linea con quanto previsto nel 1954 e di celare alla popolazione italiana la conoscenza del contenuto degli accordi bilaterali prevarica la stessa costituzionalità dell’atto. La segretezza degli accordi con gli Stati Uniti del 1954 ed i successivi accordi, altrettanto segreti, circa le differenti installazioni si è estesa non solo ai contenuti degli accordi, ma alla loro stessa esistenza.
L’esistenza di un accordo con gli Stati Uniti in tema di basi militari venne infatti resa nota in occasione dei fatti del Cermis, quando l’allora presidente del consiglio D’Alema rese pubblica l’esistenza dei memorandum d’intesa con gli Stati Uniti. La segretezza degli accordi, motivata principalmente nel clima di contrapposizione caratteristico del momento della loro stipulazione, lascia tuttavia interrogativi legati principalmente alla necessità di mantenere ancora segreti i contenuti di un accordo risalente ad un’epoca distante, e alla necessità di secretare non solo le informazioni riguardanti i siti, giustificabili da esigenze di difesa, ma anche l’intero quadro delle relazioni. La norma, oltre che dal segreto militare, è coperta da un vincolo di segretezza bilaterale imposto al momento della stipulazione. Il trattato non può infatti essere reso pubblico autonomamente da nessuno dei due Paesi.
Nel 1959 l’Italia siglò con gli Stati Uniti un accordo che garantiva loro la possibilità di impiantare sul territorio italiano missili Jupiter dotati di una potenza nucleare superiore a quella delle bombe sganciate in Giappone. L’accordo, che generò tensioni con l’Unione Sovietica, non venne mai ratificato in parlamento e la sua sottoscrizione appare potesse essere ignota anche all’allora presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Attraverso questo accordo l’Italia utilizzava la possibilità atomica, esponendo i propri cittadini ad un potenziale attacco da parte sovietica, per rinsaldare le interrelazioni economiche con gli Stati Uniti e manifestare con decisione la propria volontà di aderire al patto atlantico.
Gli accordi stipulati dall’Italia con gli Stati Uniti non hanno subito, nel corso della loro evoluzione, una rinegoziazione, come nel caso degli accordi stipulati da Grecia, Turchia e Spagna, per i quali venne richiesta l’approvazione parlamentare e, conseguentemente, venne reso pubblico il contenuto.
La normativa circa la presenza di installazioni militari statunitensi in Italia è stata incrementata nel 1995 dallo Shell Agreement o “Memorandum d’intesa tra il ministero della difesa della Repubblica italiana ed il dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America, relativo alle installazioni/infrastrutture concesse in uso alle forze statunitensi in Italia”. Questo accordo, ugualmente entrato in vigore attraverso procedura semplificata ed inizialmente secretato, costituisce principalmente un documento di natura tecnica, attraverso il quale viene indicato lo schema necessario alla formulazione degli accordi relativi alle varie installazioni.
[pp. 124-126]

Le problematiche di sovranità si sviluppano anche riguardo alla presenza e la gestione delle armi nucleari. Gli Stati Uniti hanno, nel corso della loro presenza in Italia, utilizzato molte delle installazioni per finalità connesse agli ordigni nucleari. Depositi e basi abilitate all’utilizzo, sia terrestre che aereo, di ordigni nucleari hanno costituito una parte centrale e conclamata, soprattutto dalla letteratura estera, della presenza militare statunitense in Italia.
La prima presenza nucleare statunitense in Italia, risale agli ’50 quando, nella base di Gioia del Colle vennero ospitati 30 missili Jupiter. La presenza di testate nucleari e di missili Jupiter venne mantenuta segreta da parte delle autorità italiane nello stupore delle forze armate statunitensi “Non ha evidentemente senso continuare a mantenere segreta l’esistenza degli Jupiter ed il loro dislocamento, ma il governo italiano sembra volere questo per motivi politici”. La presenza nucleare degli Stati Uniti in Italia si amplia negli anni ’80, prima attraverso il processo di installazione di ordigni nucleari a Comiso, installazione che portò alla nascita dei principali movimenti anti-nucleare in Italia, e successivamente con lo stanziamento del 401° Squadrone Tattico ad Aviano.
Attualmente 90 ordigni nucleari dovrebbero essere presenti nelle basi di Aviano e di Ghedi Torre. Gli ordigni presenti in Italia potrebbero essere difficilmente utilizzabili, stando ai giudizi di Hans M. Kristensen, ed il loro valore è soprattutto simbolico. La presenza di ordigni nucleari assume quindi un ruolo di deterrenza, nei confronti dei potenziali avversari, ma costituisce allo stesso tempo un elemento di pressione nei confronti del Paese ospitante.
Il tema della presenza di ordigni nucleari in territorio italiano, oltre alle problematiche connesse circa il loro significato in termini di relazioni internazionali e di accettazione da parte dell’opinione pubblica, suscita problematiche connesse alla legittimità della loro presenza. Stati Uniti ed Italia sono entrambi aderenti al Trattato di non proliferazione nucleare. Il differente status dei due Paesi, in tema di ordigni nucleari li pone in situazioni differenti. Gli Stati Uniti, in quanto Stato detentore di ordigni nucleari è autorizzato a possederne, disporne la collocazione in altri Paesi, ma non a cederne ad altri Stati. L’Italia non può produrre né ricevere armi nucleari.
La presenza di ordigni nucleari in Italia, ed analogamente negli altri Paesi che non rientrano in quelli autorizzati a detenere armi nucleari ma nei cui territori gli Stati Uniti stanziano testate nucleari, porterebbe una violazione da parte di entrambi i Paesi del trattato di non proliferazione. La presenza di ordigni nucleari è dal punto di vista legislativo risolto con il sistema della “doppia chiave” per il quale gli Stati Uniti sono detentori degli ordigni e ne sono autorizzati all’utilizzo ma questo è permesso solo previo autorizzazione italiana, che di per sé non possiede testate nucleari. L’escamotage utilizzato per ovviare alle problematiche giuridiche, connesse alla presenza di testate nucleari, non incide tuttavia sui suoi effetti. L’aderenza al trattato di non proliferazione dovrebbe ricondurre non solo ad un aspetto legale, ma dovrebbe piuttosto essere rappresentativo di una scelta politica definita. La presenza di testate nucleari, la cui effettiva presenza non è mai stata dichiarata dai vertici istituzionali sia militari che civili, costituisce uno degli aspetti della presenza militare maggiormente osteggiati dall’opinione pubblica.
[pp. 127, 128]

Gli effetti economici della presenza militare su un territorio sono in molti casi sopravvalutati. Le odierne basi militari, in particolar modo all’estero, sono costruite cercando di dare ai propri abitanti la disponibilità di beni e servizi anche di rango elevato. Le loro dotazioni non attengono esclusivamente alle attività per le quali vengono costruite, ma sono sviluppate anche al fine di migliorare la vivibilità da parte dei militari stanziati.
Accanto ad attrezzature belliche, è quindi sempre più frequente trovare anche luoghi di incontro e di divertimento, oltre alla disponibilità di negozi e servizi per l’istruzione; le interrelazioni con l’esterno da parte degli abitanti della base sono quindi notevolmente ridotte. Le basi militari tendono ad essere autosufficienti anche per quanto attiene all’approvvigionamento di beni necessari, spesso derivanti da un processo di distribuzione proprio del dipartimento della difesa.
Il contributo che la presenza di un’installazione militare in termini di incremento di consumi appare quindi essere considerato marginale rispetto alle attività che vengono svolte a favore dei residenti; ne discende che i benefici economici tendono ad essere limitati temporalmente al periodo di costruzione, spesso svolto da società appaltatrici del Paese ospitante, e spazialmente alle poche attività localizzate in prossimità della base.
La presenza di installazioni militari, o di servitù militari, può costituire anche un vincolo allo sviluppo economico di un territorio. Essa impedisce infatti lo sfruttamento delle zone in prossimità della base per finalità commerciali. La presenza di basi militari potrebbe inoltre rendere minore la possibilità di sfruttamento a fini turistici del territorio dove la base è impiantata, poiché potrebbero portare a decise modifiche del paesaggio, nonché alla presenza di fattori di disturbo, come ad esempio l’inquinamento sonoro, che potrebbero costituirne elemento deterrente.
L’ostacolo che la presenza militare potrebbe arrecare alla crescita economica di un territorio ha, nel caso italiano, manifestazione evidente nella Sardegna. La presenza di vincoli nell’utilizzo degli spazi a terra, con le relative implicazioni di natura turistica, e gli effetti sulla pesca e sulle varie attività nautiche di zone di sgombero a mare, che si estendono su una superficie maggiore di quella dell’isola stessa, vengono indicate come cause del mancato sviluppo di intere parti dell’isola, maggiormente evidenti nel caso de La Maddalena.
[pp. 136, 137]

Le attività militari esercitano un’elevata pressione sul territorio nel quale vengono svolte, in particolar modo per quanto attiene all’utilizzo delle risorse naturali. Il loro consumo ed i danni operati all’ambiente emergono evidenti in occasione dei conflitti che, accanto alla perdita di vite umane, mostrano un deciso impatto sulle risorse naturali. L’impatto ambientale delle guerre, delle quali le immagini della prima guerra del Golfo costituiscono la rappresentazione più nota ed evocativa, hanno costituito oggetto di approfondite analisi. Inoltre le attività militari, nelle loro molteplici forme, provocano decise ripercussioni sull’ambiente anche in momenti di non conflittualità.
L’inquinamento dell’atmosfera e l’inquinamento acustico costituiscono le più evidenti manifestazioni delle conseguenze ambientali ma i principali effetti, in particolar modo a lungo termine, risiedono nella presenza di rifiuti tossici, contaminazioni chimiche e derivanti dall’utilizzo di oli e combustibili.
Come evidenziato da uno studio svolto su siti dimessi da parte del dipartimento difesa statunitense, gran parte dei siti manifestava questa problematica ed in molti casi più forme di inquinamento insistevano sullo stesso territorio.
L’utilizzo e la sperimentazione di materiali tossici, nucleari e radioattivi sono sottoposti a regolamentazioni internazionali; il loro utilizzo e la loro sperimentazione continua ad essere tuttavia diffuso e comune a molti Paesi. A partire dalla seconda guerra mondiale, utilizzo in attività belliche e sperimentazioni in fase di non conflittualità di materiali nucleari, tossici e biologici si sono susseguiti senza soluzione di continuità fino all’utilizzo dell’uranio impoverito nei conflitti in Iraq e nei Balcani.
Le conseguenze ambientali e per la salute dei cittadini non è legata esclusivamente all’utilizzo in conflitto. La presenza di alterazioni nello stato di cittadini prossimi a basi militari, in particolar modo poligoni, mostra la presenza di alterazioni ambientali anche a seguito dell’utilizzo delle basi e delle altre installazioni militari in fase di non conflittualità.
Un caso emblematico legato all’utilizzo di sostanze nucleari/chimiche/battereologiche, anche in fase di non conflittualità è rappresentato dalla Sardegna che costituisce, con i suoi 24.000 ettari di demanio militare, un territorio altamente militarizzato. Tra le varie installazioni presenti, una menzione tristemente particolare deve esser riservata al poligono di Quirra.
[pp. 142, 143]

Da Le basi militari degli Stati Uniti in Europa: posizionamento strategico, percorso localizzativo e impatto territoriale, di Daniele Paragano.
[grassetti nostri]

Bombe guidate

E veniamo al dunque. Il giornale più complottista del mondo – così ci pare di poterlo definire dopo la rivelazione dei nove banchieri nove che si riuniscono una volta al mese a South Manhattan, nei pressi di Wall Street, per decidere i destini, finanziari e non, del pianeta – (s’intende il New York Times), appena messo piede nella Grande Mela, mi gratifica di un altro episodio principe di complottismo al quadrato. Con un titolo in prima pagina che è tutto un programma, il New York Times ci aiutava a trascorrere in pace il Natale e il Capodanno: «I segreti della CIA potrebbero affacciarsi in un procedimento penale svizzero».
Ohibò, dico io. Sarà mica un altro episodio della saga di Wikileaks?
No, state tranquilli. Wikileaks non c’entra. C’entra un magistrato svizzero, nome Andreas Müller, Carneade che vuol mettersi nei guai, che ha scoperto, dopo due anni d’indagini, i seguenti, succulenti retroscena (leggi complotti).
Retroscena uno: c’era un gruppetto di operatori economici, composto da padre, e due figli, tali Friedrich Tiller (padre) e Urs e Marco (figli), che aiutarono, per anni, l’architetto della bomba nucleare pakistana, A.Q.Khan, a smerciare i suoi segreti verso la Corea del Nord, verso l’Iran, verso la Libia, insomma impiegati per conto della nota sequela di “Stati canaglia” come ebbe a definirli, a suo tempo, George Bush Junior.
Impiegati si fa per dire, perchè presero decine, probabilmente centinaia di milioni di dollari per questi servigi.
Va bene, direte, ma che c’entra la CIA? Ecco il retroscena due. I Tiller lavoravano anche per la CIA. E, s’intende, prendevano decine di milioni anche per questo secondo servigio. Ma come? – direbbero Pier Luigi Battista, o Ferruccio Bello, vuoi forse affermare che era la CIA che controllava lo smercio di tecnologie nucleari? Risposta difficile a darsi. Forse che sì, forse che anche.
Fatto sta che la CIA pare abbia fatto fuoco e fiamme per impedire che l’inchiesta del signor Andreas Müller andasse in porto.
(…)
E veniamo al retroscena principale (come lo chiameremo se non complotto, visto che avveniva, ma fuori da ogni legge e, soprattutto, fuori da ogni pubblicità?): com’è che la CIA usava i Tiller?
Lasciava che passassero i disegni delle bombe a chi li aveva commissionati, ma ogni tanto – senti senti l’astuzia! – infilavano in quei disegni, o in quelle apparecchiature, dei “difetti”, o dei bugs, che avrebbero potuto sia provocare disastri in corso di fabbricazione, sia fornire informazioni circa la prosecuzione dei “lavori” di costruzione delle bombe. Naturalmente, in questo modo, la CIA poteva ostacolare il procedimento. Ma resta il fatto che la CIA sapeva tutto in anticipo di quanto stava avvenendo. A quanto risulta al magistrato svizzero, in molti casi disegni e documentazione essenziale sono stati lasciati “passare” con il beneplacito del servizio segreto americano. Il che spiega perfettamente, adesso, perchè gli Stati Uniti non vogliono che la verità venga a galla, e proteggono i Tiller.
Questo è il punto. Se si scoprisse la verità, ogni volta che si alza l’allarme atomico, sia esso in Nord Corea, sia in Iran, potremmo subito ringraziare gli Stati Uniti d’America per il cospicuo contributo da essi dato alle bombe atomiche dei Paesi canaglia.
Ma c’è un altro punto da far emergere, ad uso e consumo dei “negazionisti dei complotti”. Questa storia ci dice, a chiare lettere, che non c’è azione eversiva, gruppo terroristico, atto terroristico vero e proprio, operazione di diversione, complotto, crisi di governo, che non sia monitorato accuratamente dai servizi segreti americani.
Onnipotenti? Niente affatto, perchè non si può essere contemporaneamente onnipotenti e stupidi. Ma molto presenti, e molto ricchi, questo sì, lo si può affermare. Quindi, quando scoppiano le bombe, siano esse atomiche o al plastico, chiedetevi sempre, voi che non siete “negazionisti del complotto”, quanto di ciò che sarebbe accaduto probabilmente sapevano in anticipo i servizi segreti americani. Naturalmente tutto questo non c’entra nulla con l’11 settembre del 2001.

Da Complotti CIA, rivelazioni a prova di Bomba, di Giulietto Chiesa.
[grassetto nostro]

Fra amici ci si aiuta

Lo Stato italiano fatica sempre più a trovare risorse per i servizi a favore dei propri cittadini, ma la sua (?) Banca si appresta ad erogare un cospicuo finanziamento, che potrebbe arrivare a superare i 13,5 miliardi di euro, per il potenziamento di quella nocività, con sede statunitense ed effetti globali, denominata Fondo Monetario Internazionale.
In una piega del decreto Milleproroghe.

[Modificato alle ore 19.05]

Guerre USA 2011

Lacrime e sangue per tutti, tranne che per i signori delle armi e delle guerre. Il Congresso degli Stati Uniti d’America ha approvato il budget 2011 del Dipartimento della Difesa. Saranno 725 i miliardi di dollari destinati alle missioni di guerra e ai nuovi programmi militari. Buona parte del bilancio, 158,7 miliardi di dollari, sarà speso dal Pentagono per prolungare le operazioni in Iraq e Afghanistan, a cui si aggiungeranno 13,1 miliardi per lo “sviluppo delle forze di sicurezza afgane e irachene”. Sempre nell’ambito della “guerra permanente” al terrorismo internazionale, il Congresso ha destinato 75 milioni di dollari per l’addestramento e l’equipaggiamento delle “forze di controterrorismo” dello Yemen, Paese mediorientale sempre più attenzionato e corteggiato dal Pentagono.
(…)
Assai articolato il piano di potenziamento delle infrastrutture militari USA all’estero, con un particolare occhio di riguardo per il continente africano e il Medio oriente. Le vecchie e nuove priorità strategiche sono delineate dal report sui “Piani di lavoro del Naval Facilities Engineering Command”, pubblicato nel giugno 2010 da Jeff Borowey, responsabile del Comando d’ingegneria dell’US Navy per l’Europa, l’Africa e l’Asia sud occidentale. Tra i programmi più ambiziosi, il “completamento del Master Plan di Camp Lemonnier, Gibuti, a supporto delle operazioni di Africom”, il nuovo Comando USA per il continente africano, per cui vengono stanziati 110,8 milioni di dollari; “l’installazione di un crescente numero d’infrastrutture in Africa per sostenere le richieste dei partner africani, di AFRICOM, CENTCOM e delle forze statunitensi della JTF-HOA di Gibuti”; “l’espansione delle basi in Bahrain e negli Emirati Arabi Uniti”, con progetti per 213,2 milioni di dollari. Altrettanto imponente la spesa per alcune delle maggiori installazioni USA in Europa: nelle voci di bilancio sono stati inseriti 28,5 milioni di dollari per la base aerea di Aviano (Pordenone) per realizzare “dormitori” e un “centro per il supporto delle operazioni aeree”; 23,2 milioni per la base aeronavale di Rota in Spagna (una “torre per il controllo del traffico aereo”); 33 milioni di dollari per la costruenda base dell’US Army al “Dal Molin” di Vicenza.
Oltre 300 milioni di dollari andranno invece al programma di trasformazione dell’isola di Guam, nell’oceano Pacifico, nel principale centro strategico-operativo d’oltremare delle forze armate USA. A Guam, dove da ottobre operano i velivoli-spia “Global Hawk” dell’US Air Force, verranno realizzate piste e aree di parcheggio nella base aerea di Andersen, infrastrutture portuali ad Apra Harbor per l’approdo delle portaerei e probabilmente pure un centro operativo per la “difesa missilistica”. A medio termine è previsto il trasferimento nell’isola degli 8.600 Marines oggi ospitati nella base di Okinawa; il governo giapponese contribuirà con 498 milioni di dollari che saranno utilizzati dal Pentagono per realizzare alcune facilities nell’area di Finegayan (caserme, edifici amministrativi e logistici, un poligono di tiro, una stazione anti-incendio, un ospedale). Neppure un dollaro invece per i sopravvissuti dell’occupazione giapponese di Guam durante la Seconda guerra mondiale; originariamente il “National Defense Authorization Act of 2011” destinava 100 milioni di dollari come risarcimento per gli eccidi subiti dalla popolazione locale, ma i legislatori USA hanno preferito alla fine cancellare il fondo per “esigenze di risparmio nazionale”. Un ulteriore taglio ai finanziamenti pro diritti umani è giunto con la decisione di non sostenere le richieste del Dipartimento della Difesa per la chiusura del lager di Guantanamo. Il Congresso ha formalmente proibito il possibile trasferimento negli States dei detenuti ospitati nella base navale illegalmente realizzata nell’isola di Cuba.

Da Bilancio di guerra record per le forze armate USA, di Antonio Mazzeo.
[grassetto nostro]

Parole Sante

“Può darsi che ci si stia avvicinando nell’Italia del nord a una situazione simile a quella che abbiamo trovato in Francia, e dobbiamo sforzarci di aiutare gli italiani a fare dell’Italia un’entità amministrativa , e a permettere loro di prendere il controllo dei loro affari il più presto possibile [...] La realizzazione di questa politica non sarà facile. Saranno necessari il più grande tatto e la più grande pazienza. Dobbiamo ricordarci tutti che sta agli italiani determinare il loro destino, che il Governo militare nelle circostanze attuali è necessario solo per la protezione delle truppe e delle installazioni. Un giogo leggero e la mano ferma devono essere all’ordine del giorno. Soprattutto, dobbiamo ricordare che è nostro compito amministrare piuttosto che intervenire nel futuro politico dell’Italia.”

Dalla direttiva dell’1 Maggio 1945 dell’ammiraglio Ellery Stone, responsabile della Commissione di Controllo Alleata, indirizzata al Governo Militare Alleato (in Gli Alleati e la Resistenza italiana, di Tommaso Piffer, Società editrice il Mulino, pp. 229-230).

Quante Gelmini per un Napolitano?!?

Di mattina al Centro Operativo Interforze di Centocelle per gli auguri alla truppa, nel pomeriggio al Quirinale a recitare la parte di interlocutore degli studenti in protesta. Per di più, “unico”.
Questo è Giorgio Napolitano, che si appresta a controfirmare l’ennesimo decreto di rifinanziamento delle “missioni di pace”, in attesa della conversione in legge che avverrà nelle prime settimane del nuovo anno, con modalità assolutamente bipartisan come tradizione vuole.
Facendo strame, per l’ennesima volta, dell’articolo 11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”), nonché contribuendo a peggiorare la già compromessa situazione finanziaria del Paese.
Agli studenti sommessamente suggeriamo maggiore attenzione nella scelta dei propri interlocutori. Ne va della vostra credibilità.

Roma, 22 dicembre – Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha confermato, alla presenza del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, durante il tradizionale collegamento con i comandi delle principali missioni italiane all’estero per gli auguri di Natale, l’approvazione, da parte del CdM, del rifinanziamento delle nostre missioni internazionali di pace.
“Il CdM – ha detto La Russa – ha approvato il rifinanziamento delle missioni: si tratta di 750 milioni di euro. È vero che il numero di militari impiegati all’estero diminuisce di 400 unità, ma cresce il numero dei componenti del contingente in Afghanistan“.
Il ministro della Difesa, nel suo breve messaggio di saluto, ha inoltre ringraziato il capo dello Stato “per tutta la sua attività e per essere vicino alle forze armate”, che operano “non solo nel loro tradizionale ruolo, ma anche in ogni circostanza in cui c’è bisogno del loro contributo”, come nel “garantire la sicurezza del territorio” o nel “portare aiuto e solidarietà in ogni circostanza in cui si rende necessario”.
(Apcom)

Come meglio non si poteva dire:
“Darò per scontato che la discussione esuli ormai da ogni tipo di valutazione sulle manifestazioni studentesche degli ultimi giorni; le eroiche avanguardie del disagio giovanile, prostrandosi ieri davanti a Napolitano e arrivando addirittura a dichiarare “Napolitano è con noi”, hanno dimostrato definitivamente la loro miserabile pochezza e assoluta incomprensione dei fenomeni contro i quali pretenderebbero di sfogare la loro rabbia. Napolitano è l’uomo che molto più di Berlusconi e della Gelmini rappresenta la sudditanza dell’Italia verso gli USA, sudditanza che ha dolosamente prodotto lo sfascio attuale del nostro Paese in tutte le sue declinazioni, compreso il disastro dell’istruzione pubblica. Se gli studenti “ribelli” non arrivano a capire neanche questo, che ingoino la riforma Gelmini e si dedichino gioiosamente alla Playstation. O meglio ancora – ammesso che ne siano in grado – allo studio dei meccanismi che presiedono ai fenomeni sociali e geopolitici, studio che potrebbe consentirgli, alla prossima occasione, di agire in maniera meno sciocca e autolesiva, di porre nel mirino obiettivi realistici e sensibili e di segnare qualche punto a proprio favore. Li preferisco, comunque, di gran lunga quando sfasciano vetrine e incendiano cassonetti che quando si fanno ritrarre in sorridenti foto ricordo al Quirinale: il loro confuso bailamme di strada è stato inutile e imbecille, ma senz’altro molto meno pericoloso e disgustoso del profondersi in sconsiderati salamelecchi dinanzi al sorvegliante capo della nostra prigione.”

Da Scegli il tuo ruolo, di Gianluca Freda.

The Fugs – “CIA Man”

“Who can kill a general in his bed?
Overthrow dictators if they’re red?
Fucking-a man!
CIA Man!

Who can buy a government so cheap?
Change a cabinet without a squeak.
Fucking-a man!
CIA Man!

Who can train guerillas by the dozens?
Send them out to kill their untrained cousins?
Fucking-a man!
CIA Man!

Who can get a budget that’s so great?
Who will be the 51st state?
Who has got the secrets as Service?
The one that makes the other service nervous?
Fucking-a man!
CIA Man!

Who can take the sugar from it’s sack,
Pour in LSD and put it back?
Fucking-a man!
CIA Man!

Who can mine the harbors a’ Nicaragua?
Out hit all the hitman of Chicagua.
Fucking-a man!
CIA Man!

Who can be so overtly covert?
Sometimes even covertly overt.
Fucking-a man!
CIA Man!

Whos the agency well known to God?
The one that copped his staff and copped his rod?
Fucking-a man!
CIA Man!
Fucking-a man!
CIA Man!
Fucking-a man!
CIA Man!
CIA Man!
CIA Man!
CIA Man!
CIA Man!
CIA Man!
C
I
A”

Una patacca non si nega a nessuno

Le ultime notizie dall’Af-Pak

La disastrosa sconfitta politica e militare che USA e NATO si preparano ad incassare in Afghanistan evidentemente non basta ai fautori ad oltranza delle “missioni di pace”.
Per tamponare l’attività della guerriglia nel Paese delle Montagne si stanno tirando addosso altre grosse rogne nella Regione, ad est ed a sud con il Pakistan e ad ovest con l’Iran, allargando l’uso della base aerea di Shindand a personale militare di “Israele”. La dichiarazione è arrivata dall’analista afghano Javid Koestani, il 12 Dicembre.
Gli inseguimenti a caldo di formazioni pashtun nelle Regioni Amministrate da Islamabad, con pattuglie aviotrasportate di rangers e marines USA sono, come si sa, ormai quotidiani mentre la CIA dal canto suo ha intensificato in questo quadrante la raccolta dati che serve a indirizzare sugli obbiettivi sensibili gli UAV Predator e Reaper.
Nelle ultime 24 ore, gli aerei senza pilota a stelle e strisce hanno lanciato sui “targets” individuati decine di missili anticarro Hellfire e più di 20 bombe a guida laser da 227 kg GBU-12 Paveway.
Un report da Quetta informa sull’avvistamento per la prima volta nei cieli di Islamabad di Predator MQ-1C Warrior armati di 8 missili aria-aria AIM-92A Stinger per la protezione a breve raggio delle missioni di bombardamento USA contro eventuali interventi di interdizione di elicotteri e caccia intercettori del Pakistan.
Un impiego che il Comando USA-NATO di Kabul ha definito di semplice “sorveglianza attiva”. Elemento che non può non far alzare ancora di più la tensione sul confine Af-Pak.
Se da parte di Washington, il 17 Dicembre, si minimizza sul numero dei bombardamenti mirati limitandoli a quattro con 58 sospetti terroristi “eliminati” in territorio pakistano, dai giornali di Islamabad è rimbalzata la notizia, nello stesso giorno, di ben 21 sconfinamenti aerei USA con un numero accertato di 142 morti ed almeno 300 tra feriti e dispersi, oltre alla distruzione parziale di 5 villaggi rurali per “effetti collaterali” nella valle di Tirah sotto giurisdizione della Khyber Agency, dove opera il movimento politico Lashkar-e-Islami.
Una delle “bestie nere” di Enduring Freedom ed ISAF-NATO.
Destituita inoltre di ogni fondamento per il comando della polizia locale, la notizia di fonte occidentale della morte del comandante pashtun Marjan, meglio conosciuto – si è sostenuto – come Fauji nell’area di Speen Drang.
Il commissario responsabile del distretto ha liquidato l’informazione come frutto della propaganda degli Stati Uniti, negando l’esistenza nella zona di un leader o capo tribale con quel nome o soprannome.
Pratica ricorrente adottata dagli USA per dare un impatto di “reale concretezza” alle operazioni sul terreno e “credibilità” all’efficacia dei bombardamenti chirurgici.
L’ondata di attacchi USA, attribuita alla pubblicazione del rapporto annuale della Casa Bianca che segnalava la necessità di un adeguamento della strategia applicata nella Regione per uno stallo nei risultati sul terreno con un “increment” nelle zone di confine Af-Pak contro i nuclei armati di “Al Qaeda”, in realtà ha preso accelerazione e forza in concomitanza con l’arrivo in Pakistan di una folta delegazione di Pechino guidata dal Primo Ministro Wen Jiabao, che ha portato ad ulteriori 13 accordi economici tra i due Paesi in campo energetico, nei trasporti, nelle costruzioni, nell’assistenza tecnica e nell’agricoltura – come ha dichiarato alla fine dei colloqui il Ministro dell’ Informazione Qamar Zaman Kaira – per oltre 20 miliardi di dollari ed un protocollo d’intesa bilaterale nel settore militare ed aerospaziale.
Nelle 24 ore successive ai “lavoretti” USA nella valle di Tirah, il responsabile della CIA ad Islamabad Jonathan Banks è stato costretto a lasciare, immediatamente, il Pakistan con un ordine esecutivo firmato dal Primo Ministro Yousaf Villani, dopo che la stessa sorte era toccata a Elisabeth Rudd, responsabile del Consolato di Peshawar.
Il New York Time ha dato una versione addomesticata del provvedimento di espulsione di Banks, attribuendola ad una fuga di notizie arrivate alla stampa locale che ne rivelavano l’identità e ne mettevano a rischio l’incolumità. Secondo il quotidiano, l’autore materiale della soffiata alle agenzie di stampa della capitale pakistana sarebbe stato il giornalista Karim Khan, attualmente all’estero, già autore di una richiesta di risarcimento di 500.000 dollari al Dipartimento di Stato per aver avuto un familiare ucciso da un UAV statunitense in Waziristan nel Dicembre 2009!
Un’altra storiella inventata di sana pianta a Langley per tentare di parare il duro colpo ricevuto in Pakistan.
Il giornale USA attribuisce, per attutirne l’impatto politico, la denuncia di Karim Khan ad un imbeccata fattagli recapitare da agenti dell’Inter Services Intelligence, il servizio segreto di Islamabad retto dal Ten. Gen. Ahmed Pasha, che gode della completa fiducia delle Forze Armate del Pakistan e di Ashfaq Kayani. Un militare che ha rifiutato di ricevere la Legion of Merit, l’”onorificenza” con la Stella di David. Una medaglia che le Amministrazioni di Washington concedono a “militari di altissimo grado che servono gli interessi degli Stati Uniti”.
L’ultimo italiano in ordine di tempo, l’11 Ottobre scorso, ad essere stato pataccato con la Legion of Merit dal generale Petraeus, su delega del presidente Barack Obama, di nome e cognome fa Claudio Mora, generale di divisione dell’E.I. in Afghanistan, dove ha ricoperto, prima di essere destinato al Comando della “Mantova”, le funzioni di “Deputy Chief of Staff Stability” presso il Comando NATO-ISAF di Kabul.
Giancarlo Chetoni

Questione di tubi

“I diplomatici statunitensi si sono a lungo lamentati del fatto che la Casa Bianca non li ascoltasse ed ignorasse i loro cablogrammi. Adesso essi hanno finalmente ricevuto l’attenzione che prima potevano soltanto sognare. Ora qualsiasi cosa dicano, scrivano o captino è preso molto sul serio.”
[Andrei Fedyashin]

“Se rilasciato su cauzione, Assange dovrebbe stare presso la residenza Ellingham Hall di Vaughan Smith, nel Suffolk. Il nome del Capitano Smith può non dire molto fuori dal Regno Unito, ma in patria è un personaggio di spessore piuttosto alto. Già ufficiale dell’esercito, ha conquistato notorietà a livello nazionale come giornalista investigativo e scova-brividi. Autoproclamato libertario di destra, non si preoccupa mai di spiegare come pensa di coniugare le proprie contraddittorie affiliazioni politiche. Ma ancora una volta l’eccentricità è un marchio di fabbrica del carattere britannico.”
[sempre Fedyashin, in un articolo pubblicato qualche ora prima che giungesse la notizia della scarcerazione del fondatore di Wikileaks da parte delle autorità britanniche]

Ma quando mai!

Milano, 15 dicembre – La terza Corte d’appello di Milano, con la sua sentenza ha confermato anche il risarcimento di 1,5 milioni di euro, per l’ex Imam Abu Omar e per sua moglie. In particolare, i giudici hanno confermato il risarcimento di 1 milione di euro per Abu Omar, assistito dall’avvocato Carmelo Scambia, e di 500 mila euro per sua moglie, assistita dall’avvocato Luca Bauccio. I giudici, però, a differenza del primo grado, hanno escluso la condanna al risarcimento nei confronti dell’ex Imam e della moglie per i due funzionari del SISMI Luciano Seno e Pio Pompa. Il risarcimento, dunque, resta a carico dei 23 agenti della CIA condannati oggi.
(ANSA)

MPRI Inc., il nonno di Blackwater

“Zivka Mijic non vuole pesare sulle persone con i suoi problemi – cosa che sarebbe comunque impraticabile, a meno che l’altra persona parli serbo – ma lei vuole che la storia tragica di quello che ha subito la sua famiglia sia detto in un tribunale federale di un sobborgo di Chicago. “Se avessi anche un cucchiaio da laggiù, mi piacerebbe appenderlo sul muro per ricordare”, ha detto Mijic, 46 anni. Suo figlio Branislav Mijic, 23 anni, traduce. Alternando tra le parole di sua madre e sue, Branislav spiega perché i Mijic non hanno ricordi della loro patria.
Il 4 agosto 1995, proiettili di artiglieria iniziarono a cadere su un villaggio in Krajina, dove i Mijic vivevano in quella che era stata la Jugoslavia prima che i conflitti etnici la facessero a pezzi. I Mijic legarono i loro cavalli Soko e Cestar a un carro e si unirono alla folla di profughi. Erano le 2 del mattino, il fuoco di artiglieria illuminava un vicino che viaggiava con loro. Fu decapitato da un proiettile in arrivo. “Se tu non ci sei stato, non puoi capire come ci sentissimo“, ha detto Zivika, che vive con il marito, Nedeljko, 46 anni, tre figli e una sorella in una casa modesta a Stickney, non diversa da quelli limitrofe, ad eccezione per i ricordi amari che ospita. In un certo senso, la saga dei Mijic è un denominatore comune delle esperienze degli immigrati: cacciati all’estero da guerre, povertà o oppressione, le famiglie si rifanno una vita in America. Ma c’è un imprevisto, anche se difficile da dimostrare, ad acuire la storia dei Mijic: la class-action recentemente presentato a Chicago, di cui Zivka è parte, sostiene che mercenari statunitensi erano dietro la loro sofferenza.
Come i loro avvocati hanno avuto modo di vedere, durante la guerra dei Balcani degli anni ‘90, gli USA iniziarono ad “esternalizzare” una parte del lavoro sporco della guerra e della diplomazia ai contractor privati. Sostengono che dietro l’attacco della mattina, che i croati soprannominarono “Operazione Tempesta“, vi era una società di consulenza della Virginia-settentrionale, chiamata MPRI Inc., costituita da ex alti ufficiali militari statunitensi, che includeva l’architetto capo dell’Operation Desert Storm di pochi anni prima, in Iraq.
Quello che i Mijic e altri serbi in Croazia hanno subito, i loro avvocati sostengono, è una di prova del tipo di strategia brutale orchestrata successivamente in Iraq, dalla ormai famigerata società Blackwater Worldwide, un altro imprenditore privato militare, le cui guardie di sicurezza sono state accusati dal Dipartimento di Giustizia, nel 2008, di aver ucciso almeno 17 civili iracheni durante uno scontro a fuoco nell’anno precedente. “MPRI è il nonno di Blackwater”, ha detto Robert Pavich, uno degli avvocati che rappresentano i Mijic e gli altri serbi. MPRI è stata acquisita nel 2002 da un altro imprenditore della difesa, L-3 Communications. Dipendenti della L-3 dicono che la causa è senza fondamento. “La causa è senza merito, e L-3 intende difendersi vigorosamente contro queste accuse. Oltre a ciò, la società non ha alcun commento aggiuntivo da fare in questo momento“, ha detto la portavoce di L-3, Jennifer Barton, in una dichiarazione via e-mail.”

L’articolo di Ron Grossman continua qui.

George Orwell 2010

Londra, 13 dicembre – Scotland Yard ha lanciato una campagna anti-terrorismo di due settimane alla radio, per chiedere al pubblico informazioni su comportamenti sospetti da segnalare telefonicamente attraverso una “linea rossa” dedicata. Gli spot di 40 secondi sono stati diffusi in Inghilterra e nel Galles. “Se si sospetta qualcosa, riferiscilo”, recita lo slogan.
(AGI/AFP)

Da Wikipedia:
George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair (Motihari, 25 giugno 1903 – Londra, 21 gennaio 1950), è stato uno scrittore e giornalista britannico.
Conosciuto come opinionista politico e culturale, ma anche noto romanziere, Orwell è uno dei saggisti di lingua inglese più diffusamente apprezzati del XX secolo. Probabilmente è meglio noto per due romanzi scritti verso la fine della sua vita, negli anni quaranta; l’allegoria politica de La fattoria degli animali e 1984, che descrive una così vivida distopia totalitaria dall’aver dato luogo alla nascita dell’aggettivo “orwelliano”, oggi ampiamente usato per descrivere meccanismi totalitari di controllo del pensiero.

CIA = Cocaine Import Agency

Il quotidiano Mercury News di San José, California, ha rivelato che durante gli anni del confllitto in Nicaragua agenti della CIA, per finanziare i Contras, avrebbero venduto negli USA almeno cento tonnellate di cocaina.
L’operazione sarebbe stata concertata a tavolino da un agente CIA e alcuni capi dei Contras.
La droga, trasportata con aerei militari fino agli aereoporti del Texas, venne prima distribuita nei ghetti neri di Los Angeles, e da lì, negli anni ’80 si diffuse in tutto il Paese. Il crack e la cocaina distrussero i cervelli, e la volontà di protestare e lottare. E da allora la CIA è diventata “agenzia di importazione di cocaina”.
(…)
Fino agli anni ’80, per via dei costi elevati, la cocaina era consumata soltanto da artisti e i privilegiati del jet set, ma giusto un anno dopo, Reagan autorizzò la costituzione di un esercito per destabilizzare il governo di Daniel Ortega in Nicaragua, divenuto poi noto come fronte democratico nicaraguense (FDN) o Contras. Era agli ordini del colonnello Bermudez, vecchio ufficiale della guardia nazionale.
I finanziamenti, però non erano sufficienti. Fu così che nel marzo del 1982, due esiliati nicaraguensi, Danilo Blandon e Juan Meneses, volarono in Honduras per riunirsi con il colonnello Bermudez, dovevano trattare il finanziamento dei Contras. Meneses era un narcotrafficante noto come “il re della droga”. Presero accordi; Meneses andò a San Francisco a curare limportazione di tonnellate di cocaina, mentre Blandon la distribuiva ai trafficanti. La CIA e il Pentagono, con il colonnello Oliver North, erano già implicati.
(…)
Il giornalista Gary Webb del Mercury News, nel 2002 denunciò il ruolo chiave della CIA nel traffico di armi e cocaina per finanziare la guerra sporca degli USA contro il Nicaragua, operazione resa possibile da una rete di trasporto creata proprio dalla CIA, in Costa Rica, Honduras e El Salvador. Gli aerei partivano da lì e portavano la cocaina agli aereoporti del Texas e della Florida eludendo i controlli della DEA e della dogana, poi tornavano carichi d’armi per i Contras.
La CIA autorizzò tutta l’operazione. All’inizio degli anni ’80 la cocaina negli USA era carissima, perchè non c’era modo di trasportarla in grandi quantità e in modo sicuro ma quando la rete pro Contras si collegò ai cartelli colombiani, Meneses riuscì a far entrare quasi 200 tonellate di cocaina all’anno, facendone abbassare il costo da 50 a 20 mila dollari al chilogrammo, fino ai 10 mila dollari per la grande distribuzione. Ma la cosa peggiore era che nei quartieri poveri era più diffusa sotto forma di crack, con un’impatto devastante, dovuto all’effetto 20 volte più forte di quello della cocaina unito al basso costo.
Mentre il governo statunitense a metà degli anni ’80 lanciava una grossa campagna per salvare la gioventù dai pericoli della droga, la DEA, la Dogana, il dipartimento degli Sceriffi e l’Ufficio Narcotici della California si lamentavano del fatto che le investigazioni sul traffico di droga erano sistematicamente intralciate dalla CIA, motivando le interferenze con interessi di “sicurezza nazionale”.
(…)

Da CIA: Agenzia di Importazione di Cocaina, di Raul Crespo.

Parole parole parole…

Washington, 9 dicembre – La Camera dei rappresentanti USA ha bloccato ieri, di fatto, la chiusura del carcere di massima sicurezza di Guantanamo, prevista nel 2011, e la possibilità che la mente degli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti sia giudicato sul suolo americano: la decisione, se confermata in Senato, sarebbe un duro colpo per il presidente Barack Obama, che aveva incluso la chiusura di Guantanamo tra gli obiettivi principali del sul mandato.
Con 212 voti contro 206, la Camera ha approvato il progetto di legge finanziaria per il 2011, destinato a fornire fondi al governo americano fino a settembre del prossimo anno. Un paragrafo del testo, però, “proibisce l’utilizzo di fondi per trasferire o liberare sul suolo americano Khaled Sheikh Mohammed (la mente degli attentati dell’11 settembre, ndr) e qualunque altro prigioniero di Guantanamo”. Un altro paragrafo del progetto di legge assicura che “nessun fondo fornito al ministero della Giustizia da questa legge o da altre potrà essere utilizzato per l’acquisizione di prigioni allo scopo rinchiudere persone detenute alla base navale di Guantanamo, a Cuba”.
La prigione di Guantanamo accoglie oggi 174 prigionieri, di cui solo tre sono stati formalmente condannati da un tribunale militare.
(Apcom)

L’F-35 va alla deriva

Ad Aprile 2009, titolando “L’F-35 è “invisibile”? No, è un bel bidone!“, demmo un conto, molto sommario, delle motivazioni tecniche che avrebbero impedito al cacciabombardiere Joint Strike Fighter Lightning II della Lockheed Martin, propagandato come “stealth“, di diventare un vettore con una penetrazione di mercato in linea con quella ottenuta dal suo diretto predecessore: l’F-16 Fighting Falcon della General Dynamics. Entrato in servizio nell’Agosto del 1978 con l’US Air Force e successivamente adottato da 26 Paesi con un numero di esemplari prodotto in numero superiore a 4.500 unità in dieci versioni successive, si distinguerà per longevità operativa, flessibilità di impiego ed efficienza bellica.
L’ultimo lotto di cento F-16I è stato consegnato ad “Israele“ che riceve a titolo gratuito, come si sa, annualmente 2.850 milioni di dollari di materiale militare USA.
Con “residuati accantonati“ Washington sta inoltre cedendo al Pakistan con eguali modalità 18 F-16 C/D per tentare di alleggerire l’appoggio della potente Inter Services Intelligence (ISI) alle formazioni pashtun nel conflitto che coinvolge ISAF ed Enduring Freedom nel pantano dell’Afghanistan.
Donazione finalizzata anche a contrastare la crescente influenza politica e militare di Pechino nell’area asiatica e l’opzione per l’acquisto fatta dall’ex Presidente Musharraf di 36 cacciabombardieri J-10 Chengdu (made in China) e la licenza di fabbricazione del caccia JF-17 Thunder. Una verità tenuta rigorosamente nascosta nell’intento di favorire Benazir Bhutto, sponsorizzata da Bush nella scalata alla presidenza del Pakistan, danneggiando l’allora Capo dello Stato, presentato dalla stampa occidentale, al contrario, come un lacchè della Casa Bianca.
Una scelta – quella di acquistare i J-10 Chengdu – che segnala, meglio di qualche resoconto giornalistico che riporta la dizione Af-Pak, il nuovo corso imboccato da Islamabad nei suoi rapporti con la (ex) Potenza Globale.
Le attuali continue violazioni dello spazio aereo del Pakistan con gli UAV Predator, i bombardamenti “mirati“, gli inseguimenti a caldo di pattuglie di rangers e marines nelle Regioni Autonome per catturare od eliminare nuclei appartenenti ad “Al Qaeda“ ed il ripetersi di continui, gravi “incidenti“ di confine, stanno lì a dimostrare il crescente gelo che è calato tra gli Stati Uniti ed il suo ex alleato durante l’occupazione russa del Paese delle Montagne.
Le recentissime rivelazioni di Wikileaks sulle pressioni esercitate dagli Stati Uniti per costringere il Pakistan a rinunciare al suo armamento nucleare od in subordine a chiudere le centrali di produzione del plutonio di cui dispone, per evitare fughe di tecnologia atomica nella Regione, sono il sintomo, se ce ne fosse bisogno, del crescente stato di tensione che si va manifestando tra Washington ed Islamabad.
Nel mese di Ottobre scorso, il Pakistan ha concesso l’uso del suo spazio aereo ad una formazione di Sukhoi-27 e Mig-29 di Pechino per raggiungere la Turchia via Iran, dopo che il governo di Ankara ha annullato la partecipazione USA alle esercitazioni “Aquila dell’Anatolia“.
Per la prima volta, velivoli militari della Repubblica Popolare di Cina hanno raggiunto il Vicino Oriente atterrando nella base di Konyia alla presenza di un rappresentante del governo Erdogan, dopo essersi riforniti in Iran presso la base di Gayem al Mohammad nel Khorassan (posizionata a 55 km di distanza da Herat), accolta dal generale comandante dell’aviazione iraniana Ahmad Mighani.
In quell’occasione, è circolata con insistenza la notizia che durante il trasferimento Cina-Turchia le squadriglie del Dragone abbiano lasciato sull’aeroporto militare dell’Iran due cacciabombardieri J-10 Chengdu, i cui piloti sarebbero stati rimpatriati su un cargo in partenza dal porto di Bandar Abbas con destinazione Shangai, per mandare un chiarissimo segnale politico agli USA sull’intenzione della Cina di mantenere ottimi rapporti politici, economici e militari con Teheran, aprendo contemporaneamente alla Turchia con cui ha stretto un’intesa per raggiungere nel corso di cinque anni un interscambio di 110 miliardi (in dollari, per ora) con pagamenti nelle rispettive valute. Decisione già adottata, tra l’altro, da due colossi dell’America indiolatina (Brasile-Argentina) e dell’Asia (Russia-Cina) per sostituire la moneta americana come unico riferimento di scambio nelle transazioni internazionali.
Accordi che limano un po’ alla volta l’influenza USA a livello planetario e ne aggravano la crisi politica e finanziaria. Persa ogni capacità di ingerenza per Washington anche in Libano, dopo la visita del primo ministro Hariri a Damasco ed a Teheran, viaggio che mette alla berlina il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja e l’Europa a 27.
La visita di Erdogan nelle stesse capitali ha aperto un altro fronte nella politica estera di Washington, dopo le rivelazioni sugli aiuti che l’Amministrazione Bush ha offerto al PKK e che quella di Obama conferma con Biden per la creazione, al momento giudicato idoneo, di una repubblica separata dall’Iraq, allargata a territori attualmente appartenenti a Siria, Iran e Turchia: il “grande Kurdistan”.
D’intesa con il presidente Assad, Ankara ha inoltre sminato i confini di Stato tra Turchia e Siria, rafforzato le relazioni bilaterali a livello politico, commerciale e culturale con Damasco. Il terreno di confine liberato dall’esplosivo è stato assegnato ad una società mista turco-siriana per la piantumazione di ulivi e la produzione e la commercializzazione di prodotti agricoli. Un altro “messaggio“ fatto recapitare questa volta ad “Israele“.
Qualche flash, così a caso, in questo quadrante del mondo, tanto per non farci sommergere da dosi massicce di informazione spazzatura o da secchiate di cloroformio al “delitto di Avetrana“.
E ora l’argomento che ci interessa: l’F-35. Continua a leggere

Kosovo dei giorni nostri

“Coscienti della sempre più ristretta area di interesse mediatico che ha oggi la situazione in quell’area balcanica, perseveriamo nel fornire informazioni e documentazioni.
Perché, molti si possono chiedere? Pensiamo che ci sono almeno quattro motivi concreti per continuare questo impegno:
1) E’ un area geograficamente a noi contigua come Paese, e ciò che vi accade o vi può accadere, non può non riguardare i Paesi intorno, perché qualsiasi evoluzione o involuzione della situazione lì, ha conseguenze dirette o indirette, in tutti gli aspetti: politici, economici, militari, sociali, nel nostro Paese e nella nostra società. E, come si può comprendere dalla lettura degli avvenimenti e della situazione, è un area potenzialmente esplosiva e foriera di nuove violenze e conflittualità, che possono destabilizzare politiche ed equilibri internazionali, in cui l’Italia e tutti noi, saremo obbligatoriamente coinvolti.
2) E’ un area di scontro geopolitico e geostrategico nel confronto tra logiche politiche imperialiste e potenze che non accettano la subordinazione a queste. In concreto, nel Kosovo vi è anche un confronto sottile ma frontale tra gli interessi strategici della potenza Russia e quelli di USA/NATO/Occidente… che non coincidono. Quali che saranno gli sviluppi l’Italia ne sarà parte, anche perché interni all’apparato militare NATO, con tutto ciò che ne conseguirà.
3) Perché lavorare per la verità, significa lavorare per la giustizia, e senza verità non vi può essere giustizia. E senza giustizia non vi può essere pace per i popoli. Quindi un lavoro per la pace e l’amicizia tra i popoli, è una prospettiva concreta di impegno per un mondo e un futuro migliore per i nostri figli.
4) Per un lavoro di Memoria Storica, perché non bisogna mai dimenticare che l’Italia è direttamente responsabile per la situazione e le sofferenze della gente di quell’area, in quanto Paese aggressore nel 1999, e con le sue 1381 missioni militari di bombardamenti, ha contribuito alla devastazione e immiserimento di quelle genti. E in questo Paese chiamato Italia, è una forma culturale e storica, NON fare i conti con la propria storia e le proprie responsabilità storiche, come è stato sempre uso nella storia, per ogni popolo e Paese.”

Editoriale di Kosovo Notizie – n.3 – Autunno 2010, a cura del Forum Belgrado – Italia.

L’addio di Ronald Spogli

Nel gennaio 2009, quand’era in procinto di lasciare il posto di ambasciatore statunitense in Italia senza che ancora fosse stato reso noto il nominativo del suo sostituto (poi individuato in David Thorne…), Ronald Spogli tranquillizzò la stampa affermando: la scelta ”non cambierà gli ottimi rapporti esistenti tra gli Stati Uniti e l’Italia”.
In realtà, all’allora ambasciatore non mancavano le preoccupazioni, rivelate da un cablogramma inviato al Dipartimento di Stato di Hillary Clinton solo sei giorni dopo ed ora diffuso da Wikileaks.
L’argomento è il rapporto tra l’Italia e la Russia. Prendiamo in prestito le parole di Daniele Scalea, il grassetto è nostro.
“A causa di Berlusconi e dell’ENI, la Russia – lamenta Spogli – può oggi contare in Europa su un Paese che appoggia sistematicamente la sua causa. Tanto più adesso che, essendo venuto meno il rapporto personale che legava Berlusconi al precedente presidente degli USA, Bush jr., il Capo del Governo italiano pare destinato ad avvicinarsi sempre più a Mosca.
Ma gli USA non sono certo intenzionati a guardare senz’agire. La parte più interessante del documento è proprio quella dove si descrivono le contromisure che Spogli sta mettendo in atto – ma stranamente è anche la porzione di testo meno citata dalla stampa italiana. L’Ambasciata afferma d’essersi impegnata in colloqui con esponenti politici interni ed esterni al Governo, col fine esplicito di creare, soprattutto all’interno del suo partito, una corrente ostile alla russofilia di Berlusconi. Inoltre, non meglio precisati “pensatoi” sono stati ingaggiati per costruire una corrente d’opinione pubblica ostile alla Russia e, si compiace Spogli, «lo sforzo sembra che stia pagando». L’opposizione si è subito regolata, impegnandosi nella critica del rapporto di Berlusconi con Putin, e taluni membri del PDL si sono rivolti privatamente ad un’ambasciata straniera – ovviamente quella degli USA – «per contrastare l’infatuazione di Berlusconi per la Russia».”
Ci uniamo quindi a Scalea nell’invitare i lettori a ponderare queste affermazioni di Spogli, ed a confrontarle con quanto accaduto nella stampa, nella società civile e soprattutto nella politica interna italiana dal gennaio 2009 ad oggi.

Grillo ben parlante

Discutere dell’Irlanda o, a inizio 2010, del default greco, equivale a concentrarsi sul foro di un catino bucato. Lo scolapasta è l’intero Occidente che sta fallendo sotto il peso del suo debito pubblico aumentato del 50% in media in vent’anni. I Paesi emergenti, il cosiddetto BRIC: Brasile, Russia, India e Cina, hanno un debito pubblico contenuto e stanno comprando quello occidentale. Se la Cina vendesse tutti i titoli di Stato americani che possiede, pari a 883,5 miliardi di dollari, gli Stati Uniti potrebbero fallire.
Il mondo si sta spostando a Sud e a Est. Il PIL dei Paesi del BRIC sta per superare quello del G6 (Germania, Italia, Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone). I Paesi del BRIC hanno un debito pubblico rapportato al PIL molto basso: Russia 6%, Cina 18%, Brasile 45%, India 59%. L’Italia, per dire, è al 118% con 80 miliardi di euro di interessi annui da pagare, una cifra che ammazzerebbe un elefante. Gli Stati Uniti stanno per raggiungere l’Everest dei 14.000 miliardi di dollari di debito pubblico dai 6.000 miliardi del 2002. In passato le guerre si combattevano con le armi, oggi si combattono con il debito pubblico. Chi compra il tuo debito diventa il tuo padrone.
Gli Stati Uniti, il Paese più indebitato, è responsabile del 50% delle spese militari mondiali. Una enormità. La Russia, l’antagonista storico, spende il 3,5%. Gli Stati Uniti trasformano il debito in armamenti. In pratica chi compra titoli di Stato statunitensi finanzia la guerra in Afghanistan o le basi militari di Dal Molin di Vicenza e di Okinawa in Giappone dove sono accampati da 65 anni. L’Impero Romano crollò sotto la spinta dei barbari ai suoi confini. Le sue legioni si ritirarono dal Reno alla Britannia. Gli Stati Uniti forse seguiranno la stessa sorte per l’impossibilità economica di mantenere 716 basi militari in 40 Paesi.

Da Il tramonto dell’Occidente, di Beppe Grillo.
[grassetto nostro]