Una forma di pressione territoriale

Buona lettura, e buon anno nuovo!

La ricostruzione delle vari fasi nelle quali si è sviluppata la presenza militare estera degli Stati Uniti, e delle motivazioni che ne hanno guidato i cambiamenti, permette di tracciare un quadro delle varie funzioni che le basi militari all’estero hanno svolto.
La presenza militare all’estero, a partire dagli avamposti coloniali degli imperi del XIX secolo, non svolge esclusivamente funzioni belliche. Le basi militari all’estero, che spesso trovano nei conflitti il momento di maggiore incremento, svolgono una funzione di supporto alle attività commerciali e produttive e costituiscono un elemento centrale nelle relazioni diplomatiche tra differenti Paesi.
Il loro utilizzo come sostegno ed assistenza alle rotte commerciali costituisce una delle caratteristiche della presenza militare all’estero della Gran Bretagna che gli Stati Uniti hanno fatto proprie. L’attività di sostegno all’espansione economica svolta dalle basi militari all’estero, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, si è estesa anche alla creazione di un clima favorevole per le imprese statunitensi all’estero, in particolar modo in Europa.
La presenza militare svolge un ruolo centrale anche nelle relazioni politico/diplomatiche che si instaurano con gli altri Stati necessitando di un corredo di relazioni diplomatiche, in molti casi sancite da specifici accordi, tra i due Paesi. Allo stesso tempo, la presenza di installazioni militari contribuisce al rafforzamento delle relazioni; attraverso la presenza militare, il Paese ospitato mantiene il Paese ospitante all’interno della propria area di influenza.
Le relazioni tra Paesi possono assumere differenti spessori. La presenza di forze armate su un altro territorio può, in molti casi, costituire una forma di pressione territoriale in grado di esercitare influenza nelle politiche interne del Paese ospitante. La presenza militare, oltre alle sue dinamiche a scala locale, plasma i Paesi riceventi, influenzandone cultura e società ed alterandone anche il processo di democratizzazione.
Le basi militari possono svolgere un ruolo di controllo territoriale anche sui Paesi nei quali non sono presenti. Il controllo esercitato a distanza, tramite quindi la creazione di basi e lo stanziamento di truppe ad una distanza che permette il rapido dispiegamento in caso di conflitto, esercita una pressione sui Paesi riceventi anche senza un diretto coinvolgimento.
Il controllo a distanza rende quindi maggiormente complesso per i Paesi che lo subiscono, liberarsene, non essendoci legami diplomatici con il Paese che lo esercita.
La presenza militare estera ha assunto quindi una valenza simbolica che scavalca, ed in alcuni casi esula, la possibilità di un diretto impiego in attività belliche. Il valore simbolico della presenza militare estera, nei confronti dei Paesi ospitanti e di coloro che ne subiscono il controllo indiretto, assume un’importanza maggiore all’interno degli attuali equilibri internazionali e delle odierne metodologie di guerra.
[pp. 100, 101]

Per quanto riguarda le infrastrutture, il principale accordo bilaterale tra Italia e Stati Uniti è l’Accordo Bilaterale sulle Infrastrutture (BIA) del 1954. L’accordo venne preceduto da due accordi in materia di difesa nel 1950 e nel 1952 nonché da uno scambio di note del 1952. L’accordo venne firmato dal ministro degli esteri italiano (Giuseppe Pella) e dall’ambasciatrice statunitense in Italia (Clara Booth Luce), non venne mai sottoposto a ratifica parlamentare. Il fondamento giuridico di tale procedura viene fatto risalire alla “procedura semplificata”, un comportamento consuetudinario che prevede l’entrata in vigore di un atto non appena siglato da un rappresentante dell’esecutivo. Questa procedura, di norma utilizzata per accordi di natura tecnica, non si sarebbe potuta applicare anche all’accordo relativo alle installazioni militari. In virtù degli articoli 80 ed 87 della Costituzione, l’accordo circa le installazioni militari, rientrando tra gli accordi di natura politica e non essendo inquadrabile in fattispecie di natura finanziaria, costituisce un caso per il quale la procedura semplificata non potrebbe essere applicata. Il ricorso alla procedura semplificata nella risoluzione delle problematiche connesse alla installazione militare potrebbe configurare l’incostituzionalità dei procedimenti adottati; l’incostituzionalità degli accordi circa le basi militari statunitensi, anche nei casi in cui è stata sollevata, non ha tuttavia sortito conseguenze giuridiche nella validità degli accordi. La volontà politica di mantenere le relazioni con gli Stati Uniti in linea con quanto previsto nel 1954 e di celare alla popolazione italiana la conoscenza del contenuto degli accordi bilaterali prevarica la stessa costituzionalità dell’atto. La segretezza degli accordi con gli Stati Uniti del 1954 ed i successivi accordi, altrettanto segreti, circa le differenti installazioni si è estesa non solo ai contenuti degli accordi, ma alla loro stessa esistenza.
L’esistenza di un accordo con gli Stati Uniti in tema di basi militari venne infatti resa nota in occasione dei fatti del Cermis, quando l’allora presidente del consiglio D’Alema rese pubblica l’esistenza dei memorandum d’intesa con gli Stati Uniti. La segretezza degli accordi, motivata principalmente nel clima di contrapposizione caratteristico del momento della loro stipulazione, lascia tuttavia interrogativi legati principalmente alla necessità di mantenere ancora segreti i contenuti di un accordo risalente ad un’epoca distante, e alla necessità di secretare non solo le informazioni riguardanti i siti, giustificabili da esigenze di difesa, ma anche l’intero quadro delle relazioni. La norma, oltre che dal segreto militare, è coperta da un vincolo di segretezza bilaterale imposto al momento della stipulazione. Il trattato non può infatti essere reso pubblico autonomamente da nessuno dei due Paesi.
Nel 1959 l’Italia siglò con gli Stati Uniti un accordo che garantiva loro la possibilità di impiantare sul territorio italiano missili Jupiter dotati di una potenza nucleare superiore a quella delle bombe sganciate in Giappone. L’accordo, che generò tensioni con l’Unione Sovietica, non venne mai ratificato in parlamento e la sua sottoscrizione appare potesse essere ignota anche all’allora presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Attraverso questo accordo l’Italia utilizzava la possibilità atomica, esponendo i propri cittadini ad un potenziale attacco da parte sovietica, per rinsaldare le interrelazioni economiche con gli Stati Uniti e manifestare con decisione la propria volontà di aderire al patto atlantico.
Gli accordi stipulati dall’Italia con gli Stati Uniti non hanno subito, nel corso della loro evoluzione, una rinegoziazione, come nel caso degli accordi stipulati da Grecia, Turchia e Spagna, per i quali venne richiesta l’approvazione parlamentare e, conseguentemente, venne reso pubblico il contenuto.
La normativa circa la presenza di installazioni militari statunitensi in Italia è stata incrementata nel 1995 dallo Shell Agreement o “Memorandum d’intesa tra il ministero della difesa della Repubblica italiana ed il dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America, relativo alle installazioni/infrastrutture concesse in uso alle forze statunitensi in Italia”. Questo accordo, ugualmente entrato in vigore attraverso procedura semplificata ed inizialmente secretato, costituisce principalmente un documento di natura tecnica, attraverso il quale viene indicato lo schema necessario alla formulazione degli accordi relativi alle varie installazioni.
[pp. 124-126]

Le problematiche di sovranità si sviluppano anche riguardo alla presenza e la gestione delle armi nucleari. Gli Stati Uniti hanno, nel corso della loro presenza in Italia, utilizzato molte delle installazioni per finalità connesse agli ordigni nucleari. Depositi e basi abilitate all’utilizzo, sia terrestre che aereo, di ordigni nucleari hanno costituito una parte centrale e conclamata, soprattutto dalla letteratura estera, della presenza militare statunitense in Italia.
La prima presenza nucleare statunitense in Italia, risale agli ’50 quando, nella base di Gioia del Colle vennero ospitati 30 missili Jupiter. La presenza di testate nucleari e di missili Jupiter venne mantenuta segreta da parte delle autorità italiane nello stupore delle forze armate statunitensi “Non ha evidentemente senso continuare a mantenere segreta l’esistenza degli Jupiter ed il loro dislocamento, ma il governo italiano sembra volere questo per motivi politici”. La presenza nucleare degli Stati Uniti in Italia si amplia negli anni ’80, prima attraverso il processo di installazione di ordigni nucleari a Comiso, installazione che portò alla nascita dei principali movimenti anti-nucleare in Italia, e successivamente con lo stanziamento del 401° Squadrone Tattico ad Aviano.
Attualmente 90 ordigni nucleari dovrebbero essere presenti nelle basi di Aviano e di Ghedi Torre. Gli ordigni presenti in Italia potrebbero essere difficilmente utilizzabili, stando ai giudizi di Hans M. Kristensen, ed il loro valore è soprattutto simbolico. La presenza di ordigni nucleari assume quindi un ruolo di deterrenza, nei confronti dei potenziali avversari, ma costituisce allo stesso tempo un elemento di pressione nei confronti del Paese ospitante.
Il tema della presenza di ordigni nucleari in territorio italiano, oltre alle problematiche connesse circa il loro significato in termini di relazioni internazionali e di accettazione da parte dell’opinione pubblica, suscita problematiche connesse alla legittimità della loro presenza. Stati Uniti ed Italia sono entrambi aderenti al Trattato di non proliferazione nucleare. Il differente status dei due Paesi, in tema di ordigni nucleari li pone in situazioni differenti. Gli Stati Uniti, in quanto Stato detentore di ordigni nucleari è autorizzato a possederne, disporne la collocazione in altri Paesi, ma non a cederne ad altri Stati. L’Italia non può produrre né ricevere armi nucleari.
La presenza di ordigni nucleari in Italia, ed analogamente negli altri Paesi che non rientrano in quelli autorizzati a detenere armi nucleari ma nei cui territori gli Stati Uniti stanziano testate nucleari, porterebbe una violazione da parte di entrambi i Paesi del trattato di non proliferazione. La presenza di ordigni nucleari è dal punto di vista legislativo risolto con il sistema della “doppia chiave” per il quale gli Stati Uniti sono detentori degli ordigni e ne sono autorizzati all’utilizzo ma questo è permesso solo previo autorizzazione italiana, che di per sé non possiede testate nucleari. L’escamotage utilizzato per ovviare alle problematiche giuridiche, connesse alla presenza di testate nucleari, non incide tuttavia sui suoi effetti. L’aderenza al trattato di non proliferazione dovrebbe ricondurre non solo ad un aspetto legale, ma dovrebbe piuttosto essere rappresentativo di una scelta politica definita. La presenza di testate nucleari, la cui effettiva presenza non è mai stata dichiarata dai vertici istituzionali sia militari che civili, costituisce uno degli aspetti della presenza militare maggiormente osteggiati dall’opinione pubblica.
[pp. 127, 128]

Gli effetti economici della presenza militare su un territorio sono in molti casi sopravvalutati. Le odierne basi militari, in particolar modo all’estero, sono costruite cercando di dare ai propri abitanti la disponibilità di beni e servizi anche di rango elevato. Le loro dotazioni non attengono esclusivamente alle attività per le quali vengono costruite, ma sono sviluppate anche al fine di migliorare la vivibilità da parte dei militari stanziati.
Accanto ad attrezzature belliche, è quindi sempre più frequente trovare anche luoghi di incontro e di divertimento, oltre alla disponibilità di negozi e servizi per l’istruzione; le interrelazioni con l’esterno da parte degli abitanti della base sono quindi notevolmente ridotte. Le basi militari tendono ad essere autosufficienti anche per quanto attiene all’approvvigionamento di beni necessari, spesso derivanti da un processo di distribuzione proprio del dipartimento della difesa.
Il contributo che la presenza di un’installazione militare in termini di incremento di consumi appare quindi essere considerato marginale rispetto alle attività che vengono svolte a favore dei residenti; ne discende che i benefici economici tendono ad essere limitati temporalmente al periodo di costruzione, spesso svolto da società appaltatrici del Paese ospitante, e spazialmente alle poche attività localizzate in prossimità della base.
La presenza di installazioni militari, o di servitù militari, può costituire anche un vincolo allo sviluppo economico di un territorio. Essa impedisce infatti lo sfruttamento delle zone in prossimità della base per finalità commerciali. La presenza di basi militari potrebbe inoltre rendere minore la possibilità di sfruttamento a fini turistici del territorio dove la base è impiantata, poiché potrebbero portare a decise modifiche del paesaggio, nonché alla presenza di fattori di disturbo, come ad esempio l’inquinamento sonoro, che potrebbero costituirne elemento deterrente.
L’ostacolo che la presenza militare potrebbe arrecare alla crescita economica di un territorio ha, nel caso italiano, manifestazione evidente nella Sardegna. La presenza di vincoli nell’utilizzo degli spazi a terra, con le relative implicazioni di natura turistica, e gli effetti sulla pesca e sulle varie attività nautiche di zone di sgombero a mare, che si estendono su una superficie maggiore di quella dell’isola stessa, vengono indicate come cause del mancato sviluppo di intere parti dell’isola, maggiormente evidenti nel caso de La Maddalena.
[pp. 136, 137]

Le attività militari esercitano un’elevata pressione sul territorio nel quale vengono svolte, in particolar modo per quanto attiene all’utilizzo delle risorse naturali. Il loro consumo ed i danni operati all’ambiente emergono evidenti in occasione dei conflitti che, accanto alla perdita di vite umane, mostrano un deciso impatto sulle risorse naturali. L’impatto ambientale delle guerre, delle quali le immagini della prima guerra del Golfo costituiscono la rappresentazione più nota ed evocativa, hanno costituito oggetto di approfondite analisi. Inoltre le attività militari, nelle loro molteplici forme, provocano decise ripercussioni sull’ambiente anche in momenti di non conflittualità.
L’inquinamento dell’atmosfera e l’inquinamento acustico costituiscono le più evidenti manifestazioni delle conseguenze ambientali ma i principali effetti, in particolar modo a lungo termine, risiedono nella presenza di rifiuti tossici, contaminazioni chimiche e derivanti dall’utilizzo di oli e combustibili.
Come evidenziato da uno studio svolto su siti dimessi da parte del dipartimento difesa statunitense, gran parte dei siti manifestava questa problematica ed in molti casi più forme di inquinamento insistevano sullo stesso territorio.
L’utilizzo e la sperimentazione di materiali tossici, nucleari e radioattivi sono sottoposti a regolamentazioni internazionali; il loro utilizzo e la loro sperimentazione continua ad essere tuttavia diffuso e comune a molti Paesi. A partire dalla seconda guerra mondiale, utilizzo in attività belliche e sperimentazioni in fase di non conflittualità di materiali nucleari, tossici e biologici si sono susseguiti senza soluzione di continuità fino all’utilizzo dell’uranio impoverito nei conflitti in Iraq e nei Balcani.
Le conseguenze ambientali e per la salute dei cittadini non è legata esclusivamente all’utilizzo in conflitto. La presenza di alterazioni nello stato di cittadini prossimi a basi militari, in particolar modo poligoni, mostra la presenza di alterazioni ambientali anche a seguito dell’utilizzo delle basi e delle altre installazioni militari in fase di non conflittualità.
Un caso emblematico legato all’utilizzo di sostanze nucleari/chimiche/battereologiche, anche in fase di non conflittualità è rappresentato dalla Sardegna che costituisce, con i suoi 24.000 ettari di demanio militare, un territorio altamente militarizzato. Tra le varie installazioni presenti, una menzione tristemente particolare deve esser riservata al poligono di Quirra.
[pp. 142, 143]

Da Le basi militari degli Stati Uniti in Europa: posizionamento strategico, percorso localizzativo e impatto territoriale, di Daniele Paragano.
[grassetti nostri]

Bombe guidate

E veniamo al dunque. Il giornale più complottista del mondo – così ci pare di poterlo definire dopo la rivelazione dei nove banchieri nove che si riuniscono una volta al mese a South Manhattan, nei pressi di Wall Street, per decidere i destini, finanziari e non, del pianeta – (s’intende il New York Times), appena messo piede nella Grande Mela, mi gratifica di un altro episodio principe di complottismo al quadrato. Con un titolo in prima pagina che è tutto un programma, il New York Times ci aiutava a trascorrere in pace il Natale e il Capodanno: «I segreti della CIA potrebbero affacciarsi in un procedimento penale svizzero».
Ohibò, dico io. Sarà mica un altro episodio della saga di Wikileaks?
No, state tranquilli. Wikileaks non c’entra. C’entra un magistrato svizzero, nome Andreas Müller, Carneade che vuol mettersi nei guai, che ha scoperto, dopo due anni d’indagini, i seguenti, succulenti retroscena (leggi complotti).
Retroscena uno: c’era un gruppetto di operatori economici, composto da padre, e due figli, tali Friedrich Tiller (padre) e Urs e Marco (figli), che aiutarono, per anni, l’architetto della bomba nucleare pakistana, A.Q.Khan, a smerciare i suoi segreti verso la Corea del Nord, verso l’Iran, verso la Libia, insomma impiegati per conto della nota sequela di “Stati canaglia” come ebbe a definirli, a suo tempo, George Bush Junior.
Impiegati si fa per dire, perchè presero decine, probabilmente centinaia di milioni di dollari per questi servigi.
Va bene, direte, ma che c’entra la CIA? Ecco il retroscena due. I Tiller lavoravano anche per la CIA. E, s’intende, prendevano decine di milioni anche per questo secondo servigio. Ma come? – direbbero Pier Luigi Battista, o Ferruccio Bello, vuoi forse affermare che era la CIA che controllava lo smercio di tecnologie nucleari? Risposta difficile a darsi. Forse che sì, forse che anche.
Fatto sta che la CIA pare abbia fatto fuoco e fiamme per impedire che l’inchiesta del signor Andreas Müller andasse in porto.
(…)
E veniamo al retroscena principale (come lo chiameremo se non complotto, visto che avveniva, ma fuori da ogni legge e, soprattutto, fuori da ogni pubblicità?): com’è che la CIA usava i Tiller?
Lasciava che passassero i disegni delle bombe a chi li aveva commissionati, ma ogni tanto – senti senti l’astuzia! – infilavano in quei disegni, o in quelle apparecchiature, dei “difetti”, o dei bugs, che avrebbero potuto sia provocare disastri in corso di fabbricazione, sia fornire informazioni circa la prosecuzione dei “lavori” di costruzione delle bombe. Naturalmente, in questo modo, la CIA poteva ostacolare il procedimento. Ma resta il fatto che la CIA sapeva tutto in anticipo di quanto stava avvenendo. A quanto risulta al magistrato svizzero, in molti casi disegni e documentazione essenziale sono stati lasciati “passare” con il beneplacito del servizio segreto americano. Il che spiega perfettamente, adesso, perchè gli Stati Uniti non vogliono che la verità venga a galla, e proteggono i Tiller.
Questo è il punto. Se si scoprisse la verità, ogni volta che si alza l’allarme atomico, sia esso in Nord Corea, sia in Iran, potremmo subito ringraziare gli Stati Uniti d’America per il cospicuo contributo da essi dato alle bombe atomiche dei Paesi canaglia.
Ma c’è un altro punto da far emergere, ad uso e consumo dei “negazionisti dei complotti”. Questa storia ci dice, a chiare lettere, che non c’è azione eversiva, gruppo terroristico, atto terroristico vero e proprio, operazione di diversione, complotto, crisi di governo, che non sia monitorato accuratamente dai servizi segreti americani.
Onnipotenti? Niente affatto, perchè non si può essere contemporaneamente onnipotenti e stupidi. Ma molto presenti, e molto ricchi, questo sì, lo si può affermare. Quindi, quando scoppiano le bombe, siano esse atomiche o al plastico, chiedetevi sempre, voi che non siete “negazionisti del complotto”, quanto di ciò che sarebbe accaduto probabilmente sapevano in anticipo i servizi segreti americani. Naturalmente tutto questo non c’entra nulla con l’11 settembre del 2001.

Da Complotti CIA, rivelazioni a prova di Bomba, di Giulietto Chiesa.
[grassetto nostro]

Fra amici ci si aiuta

Lo Stato italiano fatica sempre più a trovare risorse per i servizi a favore dei propri cittadini, ma la sua (?) Banca si appresta ad erogare un cospicuo finanziamento, che potrebbe arrivare a superare i 13,5 miliardi di euro, per il potenziamento di quella nocività, con sede statunitense ed effetti globali, denominata Fondo Monetario Internazionale.
In una piega del decreto Milleproroghe.

[Modificato alle ore 19.05]

Guerre USA 2011

Lacrime e sangue per tutti, tranne che per i signori delle armi e delle guerre. Il Congresso degli Stati Uniti d’America ha approvato il budget 2011 del Dipartimento della Difesa. Saranno 725 i miliardi di dollari destinati alle missioni di guerra e ai nuovi programmi militari. Buona parte del bilancio, 158,7 miliardi di dollari, sarà speso dal Pentagono per prolungare le operazioni in Iraq e Afghanistan, a cui si aggiungeranno 13,1 miliardi per lo “sviluppo delle forze di sicurezza afgane e irachene”. Sempre nell’ambito della “guerra permanente” al terrorismo internazionale, il Congresso ha destinato 75 milioni di dollari per l’addestramento e l’equipaggiamento delle “forze di controterrorismo” dello Yemen, Paese mediorientale sempre più attenzionato e corteggiato dal Pentagono.
(…)
Assai articolato il piano di potenziamento delle infrastrutture militari USA all’estero, con un particolare occhio di riguardo per il continente africano e il Medio oriente. Le vecchie e nuove priorità strategiche sono delineate dal report sui “Piani di lavoro del Naval Facilities Engineering Command”, pubblicato nel giugno 2010 da Jeff Borowey, responsabile del Comando d’ingegneria dell’US Navy per l’Europa, l’Africa e l’Asia sud occidentale. Tra i programmi più ambiziosi, il “completamento del Master Plan di Camp Lemonnier, Gibuti, a supporto delle operazioni di Africom”, il nuovo Comando USA per il continente africano, per cui vengono stanziati 110,8 milioni di dollari; “l’installazione di un crescente numero d’infrastrutture in Africa per sostenere le richieste dei partner africani, di AFRICOM, CENTCOM e delle forze statunitensi della JTF-HOA di Gibuti”; “l’espansione delle basi in Bahrain e negli Emirati Arabi Uniti”, con progetti per 213,2 milioni di dollari. Altrettanto imponente la spesa per alcune delle maggiori installazioni USA in Europa: nelle voci di bilancio sono stati inseriti 28,5 milioni di dollari per la base aerea di Aviano (Pordenone) per realizzare “dormitori” e un “centro per il supporto delle operazioni aeree”; 23,2 milioni per la base aeronavale di Rota in Spagna (una “torre per il controllo del traffico aereo”); 33 milioni di dollari per la costruenda base dell’US Army al “Dal Molin” di Vicenza.
Oltre 300 milioni di dollari andranno invece al programma di trasformazione dell’isola di Guam, nell’oceano Pacifico, nel principale centro strategico-operativo d’oltremare delle forze armate USA. A Guam, dove da ottobre operano i velivoli-spia “Global Hawk” dell’US Air Force, verranno realizzate piste e aree di parcheggio nella base aerea di Andersen, infrastrutture portuali ad Apra Harbor per l’approdo delle portaerei e probabilmente pure un centro operativo per la “difesa missilistica”. A medio termine è previsto il trasferimento nell’isola degli 8.600 Marines oggi ospitati nella base di Okinawa; il governo giapponese contribuirà con 498 milioni di dollari che saranno utilizzati dal Pentagono per realizzare alcune facilities nell’area di Finegayan (caserme, edifici amministrativi e logistici, un poligono di tiro, una stazione anti-incendio, un ospedale). Neppure un dollaro invece per i sopravvissuti dell’occupazione giapponese di Guam durante la Seconda guerra mondiale; originariamente il “National Defense Authorization Act of 2011” destinava 100 milioni di dollari come risarcimento per gli eccidi subiti dalla popolazione locale, ma i legislatori USA hanno preferito alla fine cancellare il fondo per “esigenze di risparmio nazionale”. Un ulteriore taglio ai finanziamenti pro diritti umani è giunto con la decisione di non sostenere le richieste del Dipartimento della Difesa per la chiusura del lager di Guantanamo. Il Congresso ha formalmente proibito il possibile trasferimento negli States dei detenuti ospitati nella base navale illegalmente realizzata nell’isola di Cuba.

Da Bilancio di guerra record per le forze armate USA, di Antonio Mazzeo.
[grassetto nostro]

Parole Sante

“Può darsi che ci si stia avvicinando nell’Italia del nord a una situazione simile a quella che abbiamo trovato in Francia, e dobbiamo sforzarci di aiutare gli italiani a fare dell’Italia un’entità amministrativa , e a permettere loro di prendere il controllo dei loro affari il più presto possibile [...] La realizzazione di questa politica non sarà facile. Saranno necessari il più grande tatto e la più grande pazienza. Dobbiamo ricordarci tutti che sta agli italiani determinare il loro destino, che il Governo militare nelle circostanze attuali è necessario solo per la protezione delle truppe e delle installazioni. Un giogo leggero e la mano ferma devono essere all’ordine del giorno. Soprattutto, dobbiamo ricordare che è nostro compito amministrare piuttosto che intervenire nel futuro politico dell’Italia.”

Dalla direttiva dell’1 Maggio 1945 dell’ammiraglio Ellery Stone, responsabile della Commissione di Controllo Alleata, indirizzata al Governo Militare Alleato (in Gli Alleati e la Resistenza italiana, di Tommaso Piffer, Società editrice il Mulino, pp. 229-230).

Quante Gelmini per un Napolitano?!?

Di mattina al Centro Operativo Interforze di Centocelle per gli auguri alla truppa, nel pomeriggio al Quirinale a recitare la parte di interlocutore degli studenti in protesta. Per di più, “unico”.
Questo è Giorgio Napolitano, che si appresta a controfirmare l’ennesimo decreto di rifinanziamento delle “missioni di pace”, in attesa della conversione in legge che avverrà nelle prime settimane del nuovo anno, con modalità assolutamente bipartisan come tradizione vuole.
Facendo strame, per l’ennesima volta, dell’articolo 11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”), nonché contribuendo a peggiorare la già compromessa situazione finanziaria del Paese.
Agli studenti sommessamente suggeriamo maggiore attenzione nella scelta dei propri interlocutori. Ne va della vostra credibilità.

Roma, 22 dicembre – Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha confermato, alla presenza del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, durante il tradizionale collegamento con i comandi delle principali missioni italiane all’estero per gli auguri di Natale, l’approvazione, da parte del CdM, del rifinanziamento delle nostre missioni internazionali di pace.
“Il CdM – ha detto La Russa – ha approvato il rifinanziamento delle missioni: si tratta di 750 milioni di euro. È vero che il numero di militari impiegati all’estero diminuisce di 400 unità, ma cresce il numero dei componenti del contingente in Afghanistan“.
Il ministro della Difesa, nel suo breve messaggio di saluto, ha inoltre ringraziato il capo dello Stato “per tutta la sua attività e per essere vicino alle forze armate”, che operano “non solo nel loro tradizionale ruolo, ma anche in ogni circostanza in cui c’è bisogno del loro contributo”, come nel “garantire la sicurezza del territorio” o nel “portare aiuto e solidarietà in ogni circostanza in cui si rende necessario”.
(Apcom)

Come meglio non si poteva dire:
“Darò per scontato che la discussione esuli ormai da ogni tipo di valutazione sulle manifestazioni studentesche degli ultimi giorni; le eroiche avanguardie del disagio giovanile, prostrandosi ieri davanti a Napolitano e arrivando addirittura a dichiarare “Napolitano è con noi”, hanno dimostrato definitivamente la loro miserabile pochezza e assoluta incomprensione dei fenomeni contro i quali pretenderebbero di sfogare la loro rabbia. Napolitano è l’uomo che molto più di Berlusconi e della Gelmini rappresenta la sudditanza dell’Italia verso gli USA, sudditanza che ha dolosamente prodotto lo sfascio attuale del nostro Paese in tutte le sue declinazioni, compreso il disastro dell’istruzione pubblica. Se gli studenti “ribelli” non arrivano a capire neanche questo, che ingoino la riforma Gelmini e si dedichino gioiosamente alla Playstation. O meglio ancora – ammesso che ne siano in grado – allo studio dei meccanismi che presiedono ai fenomeni sociali e geopolitici, studio che potrebbe consentirgli, alla prossima occasione, di agire in maniera meno sciocca e autolesiva, di porre nel mirino obiettivi realistici e sensibili e di segnare qualche punto a proprio favore. Li preferisco, comunque, di gran lunga quando sfasciano vetrine e incendiano cassonetti che quando si fanno ritrarre in sorridenti foto ricordo al Quirinale: il loro confuso bailamme di strada è stato inutile e imbecille, ma senz’altro molto meno pericoloso e disgustoso del profondersi in sconsiderati salamelecchi dinanzi al sorvegliante capo della nostra prigione.”

Da Scegli il tuo ruolo, di Gianluca Freda.

The Fugs – “CIA Man”

“Who can kill a general in his bed?
Overthrow dictators if they’re red?
Fucking-a man!
CIA Man!

Who can buy a government so cheap?
Change a cabinet without a squeak.
Fucking-a man!
CIA Man!

Who can train guerillas by the dozens?
Send them out to kill their untrained cousins?
Fucking-a man!
CIA Man!

Who can get a budget that’s so great?
Who will be the 51st state?
Who has got the secrets as Service?
The one that makes the other service nervous?
Fucking-a man!
CIA Man!

Who can take the sugar from it’s sack,
Pour in LSD and put it back?
Fucking-a man!
CIA Man!

Who can mine the harbors a’ Nicaragua?
Out hit all the hitman of Chicagua.
Fucking-a man!
CIA Man!

Who can be so overtly covert?
Sometimes even covertly overt.
Fucking-a man!
CIA Man!

Whos the agency well known to God?
The one that copped his staff and copped his rod?
Fucking-a man!
CIA Man!
Fucking-a man!
CIA Man!
Fucking-a man!
CIA Man!
CIA Man!
CIA Man!
CIA Man!
CIA Man!
CIA Man!
C
I
A”