Demonizzazione politicamente motivata

Una campagna di demonizzazione importante è in corso contro il Sudan e il suo governo. È vero, il governo sudanese di Khartoum ha avuto un record negativo per quanto riguarda i diritti umani e la corruzione dello Stato, e nulla poteva giustificare questo. Per quanto riguarda il Sudan, condanne selettive o mirate sono state attuate. Ci si dovrebbe, tuttavia, chiedere perché la leadership sudanese è presa di mira dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, mentre la situazione dei diritti umani in diversi clienti sponsorizzati dagli Stati Uniti tra cui l’Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, e l’Etiopia sono casualmente ignorate.
Khartoum è stato diffamata come una oligarchia autocratica colpevole di genocidio mirato sia in Darfur e Sud Sudan. Questa attenzione deliberata sullo spargimento di sangue e l’instabilità nel Darfur e nel Sud Sudan è politica e motivata dai legami di Khartoum con gli interessi petroliferi cinesi.
Il Sudan fornisce alla Cina una notevole quantità di petrolio. La rivalità geo-politica tra Cina e Stati Uniti per il controllo delle forniture energetiche mondiali e africane, è il vero motivo per il castigo del Sudan e il forte sostegno dimostrato dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dagli ufficiali israeliani alla secessione nel Sud Sudan. E’ in questo contesto che gli interessi cinesi sono stati attaccati. Ciò include l’attacco dell’ottobre 2006 alla Greater Nile Petroleum Company di Defra, Kordofan, da parte della milizia del Justice and Equality Movement (JEM).
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Direttamente o tramite proxy (pedine) in Africa, gli Stati Uniti, l’Unione Europea e Israele sono i principali architetti degli scontri e dell’instabilità sia in Darfur che in Sud Sudan. Queste potenze straniere hanno finanziato, addestrato e armato le milizie e le forze di opposizione al governo sudanese in Sudan. Esse scaricano la colpa sulle spalle di Khartoum per qualsiasi violenza, mentre esse stesse alimentano i conflitti al fine di controllare le risorse energetiche del Sudan. La divisione del Sudan in diversi Stati è parte di questo obiettivo. Il Supporto al JEM, al Sud Sudan Liberation Army (SSLA) e alle altre milizie che si oppongono al governo sudanese da parte degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e d’Israele è orientato al raggiungimento dell’obiettivo di dividere il Sudan.
E’ anche un caso che per anni, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, e l’intera UE, con la scusa dell’umanitarismo stiano spingendo al dispiegamento di truppe straniere in Sudan. Hanno attivamente sostenuto il dispiegamento di truppe NATO in Sudan sotto la copertura di un mandato di peacekeeping delle Nazioni Unite.
Si tratta della rievocazione delle stesse modalità utilizzate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea in altre regioni, in cui i Paesi sono stati suddivisi a livello informale o formale e le loro economie ristrutturate dai proxy installati da governi stranieri, sotto la presenza di truppe straniere. Questo è quello che è successo nella ex Jugoslavia (attraverso la creazione di numerose nuove repubbliche) e nell’Iraq occupato dagli anglo-statunitensi (attraverso la balcanizzazione soft tramite una forma di federalismo calcolato, volto a definire uno Stato debole e de-centralizzato). Le truppe straniere e una presenza straniera hanno fornito la cortina per lo smantellamento dello Stato e l’acquisizione estera delle infrastrutture, risorse ed economie pubbliche.
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La balcanizzazione del Sudan è legato anche al Piano Yinon, che è la continuazione dello stratagemma britannico. L’obiettivo strategico del Piano Yinon è quello di garantire la superiorità israeliana attraverso la balcanizzazione del Medio Oriente e degli Stati arabi, in Stati più piccoli e più deboli. E’ in questo contesto che Israele è stato profondamente coinvolto in Sudan. Gli strateghi israeliani videro l’Iraq come la loro più grande sfida strategica da uno Stato arabo. È per questo che l’Iraq è stato delineato come il pezzo centrale per la balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo. The Atlantic, in questo contesto, ha pubblicato un articolo nel 2008 di Jeffrey Goldberg “Dopo l’Iraq: sarà così il Medio Oriente?”. In questo articolo di Goldberg, una mappa del Medio Oriente è stato presentata, che seguiva da vicino lo schema del Piano Yinon e la mappa di un futuro in Medio Oriente, presentato dal Tenente-colonnello (in pensione) Ralph Peters, nell’Armed Forces Journal delle forze armate degli Stati Uniti, nel 2006.
Non è neanche un caso che da un Iraq diviso a un Sudan diviso, comparivano sulla mappa. Libano, Iran, Turchia, Siria, Egitto, Somalia, Pakistan e Afghanistan erano presentati anch’esse come nazioni divise. Importante, nell’Africa orientale nella mappa, illustrata da Holly Lindem per l’articolo di Goldberg, l’Eritrea è occupata dall’Etiopia, un alleato degli Stati Uniti e d’Israele, e la Somalia è divisa in Somaliland, Puntland, e una più piccola Somalia.
In Iraq, sulla base dei concetti del Piano Yinon, gli strateghi israeliani hanno chiesto la divisione dell’Iraq in uno Stato curdo e due Stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l’altro per i musulmani sunniti. Ciò è stato ottenuto attraverso la balcanizzazione morbida del federalismo nell’Iraq, che ha permesso al Governo regionale del Kurdistan di negoziare con le compagnie petrolifere straniere per conto suo. Il primo passo verso l’istituzione di ciò fu la guerra tra Iraq e Iran, che era discussa nel Piano Yinon.
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Dall’Iraq all’Egitto, i cristiani in Medio Oriente sono sotto attacco, mentre le tensioni tra musulmani sciiti e sunniti sono alimentate. L’attacco a una chiesa copta di Alessandria, il 1° gennaio 2011, o le successive proteste e rivolte copte non dovrebbero essere considerati isolatamente. Né la furia successiva dei cristiani copti espressasi nei confronti dei musulmani e del governo egiziano. Questi attacchi contro i cristiani sono legati ai più ampi obiettivi geo-politici di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e NATO sul Medio Oriente e sul mondo arabo.
Il Piano Yinon precisa che se l’Egitto viene diviso, il Sudan e la Libia sarebbero anch’esse balcanizzate e indebolite. In questo contesto, vi è un legame tra il Sudan e l’Egitto. Secondo il Piano Yinon, i copti o cristiani d’Egitto, che sono una minoranza, sono la chiave per la balcanizzazione degli Stati arabi del Nord Africa. Così, secondo il piano Yinon, la creazione di uno Stato copto in Egitto (sud Egitto) e le tensioni cristiani-musulmani in Egitto, sono dei passi essenziali per balcanizzare il Sudan e il Nord Africa.
Gli attacchi ai cristiani in Medio Oriente sono parte delle operazioni di intelligence destinate a dividere il Medio Oriente e il Nord Africa. La tempistica degli attacchi crescenti ai cristiani copti in Egitto e il processo per il referendum nel Sud Sudan, non è una coincidenza. Gli eventi in Sudan ed Egitto sono collegati l’uno all’altro e sono parte del progetto per balcanizzare il mondo arabo e il Medio Oriente. Essi devono anche essere studiati in collaborazione con il Piano Yinon e con gli eventi in Libano e in Iraq, nonché in relazione agli sforzi per creare un divario sunniti-sciiti.
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Da La balcanizzazione del Sudan: ridisegnare Medio Oriente e Africa del Nord, di Mahdi Darius Nazemroaya.

[grassetti nostri]

Antonio Mattiazzo, monsignore non atlantico

Padova, 27 gennaio – Non vanno strumentalizzate, in senso retorico, le vittime della guerra, neppure i caduti italiani in Afghanistan. Lo ribadisce il vescovo di Padova, mons. Antonio Mattiazzo, precisando il suo pensiero in un’intervista al settimanale diocesano ”La Vita del Popolo”.
”Mi pare un’enfatizzazione retorica, affermare che ogni vita onesta o ogni comportamento coraggioso sia di per sé stesso eroico, salvo poi celebrare tanto eroismo solo quando a morire è un ragazzo in divisa. Altrimenti non capisco perché non ci si senta in dovere di pronunciare le stesse parole e di organizzare funerali solenni per le migliaia di nostri cittadini che dopo un’intera vita ‘eroica’ lasciano nella loro comunità un ricordo di onestà, senso del dovere, abnegazione – sottolinea Mattiazzo -. Aggiungo di più: ma lo Stato ha solo eroi in divisa da commemorare solennemente? Maria Bonino, la nostra pediatra del Cuamm morta nel 2005 a Luanda, in Angola, di febbre emorragica, non era forse un’eroina? E i suoi colleghi che scelsero di non scappare dall’area dell’epidemia, anche a rischio della vita? La salma del vescovo Padovese assassinato lo scorso giugno in Turchia, dopo aver offerto una splendida testimonianza di coraggio e di amore, è tornata su un anonimo aereo da trasporto merci. A questo punto, di fronte a tante vicende esemplari rimaste sepolte nel silenzio, non le pare che abbia ragione, quantomeno a denunciare il rischio di una possibile esaltazione retorica? Questo non toglie nulla al valore personale davanti a Dio”.
Spiegando che cosa pensa delle missioni di pace, Mattiazzo aggiunge: ”La parola ‘missione’ mi è particolarmente cara; per me è fondata sul vangelo. Il missionario del vangelo è uno disarmato. Nella nostra Costituzione abbiamo ben scritto che la Repubblica ripudia la guerra. C’è uno spazio di azione profetica nel voler far avanzare quella intuizione, nel darle concretezza, ben conoscendo la complessità delle situazioni. In tutta coscienza penso che di fronte a noi abbiamo uno scenario in cui tante guerre sono il frutto avvelenato del caparbio rifiuto di riformare un sistema di governo internazionale ormai inadeguato”.
(ASCA)

[Vincenzo Pelvi, monsignore atlantico]

Revolution.com di Manon Loizeau

Tunisia, Egitto, Albania…
Può tornare utile riguardare il documentario di Manon Loizeau, dedicato alle cosiddette “rivoluzioni colorate” patrocinate dagli Stati Uniti d’America nei Paesi nati a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Il documentario è stato trasmesso durante la puntata di Report andata in onda il 3 Giugno 2007.
La trascrizione integrale è qui.

[Si veda anche il John Laughland di La tecnica del "colpo di stato colorato"]

Guerra batte pace 692 a 61

Roma, 25 Gennaio – L’Aula della Camera ha approvato il decreto legge che proroga per altri 6 mesi la partecipazione dell’Italia a missioni all’estero, tra cui quella in Afghanistan. I voti a favore sono stati 479, 19 quelli contrari. Un deputato si è astenuto. Solo l’IdV ha votato contro. Il testo ora passa al Senato.
Stanziati 754,3 mln di euro, di cui 61,95 mln serviranno alle operazioni di ricostruzione civile, mentre i restanti 692,346 mln di euro sono destinati a coprire le spese per le missioni militari.
(ANSA)

Negli USA falliranno almeno 100 municipalità

Non c’è solo l’Europa a tremare in questo inizio 2011. Anche Oltreoceano è scattato l’allarme dei debiti sovrani sulla fragilità dei muni-bond. Un mercato che vale qualcosa come 2.900 miliardi di dollari e che potrebbe essere il nuovo epicentro di una crisi. Con conseguenze inimmaginabili. Se gli Stati Uniti d’America non si attrezzeranno con un credibile piano di riduzione del deficit, il rating potrebbe essere messo sotto pressione. E’ stata l’agenzia internazionale Standard & Poor’s l’ultima a lanciare il monito, sottolineando come l’outlook americano è stabile perchè si suppone che il governo presenti un piano credibile per raddrizzare la politica di bilancio per consentire al debito di stabilizzarsi rispetto al Pil e di ridursi nel medio termine.
“Un default del Tesoro americano sul debito potrebbe provocare problemi finanziari ed economici considerevoli e duraturi. Non pensiamo – ha spiegato il capo economista di Standard & Poor’s, David Wys – ci siano forti probabilità che comunque questo accada”. “E’ un dibattito in divenire quello che concerne il possibile abbassamento del rating sugli Stati Uniti, ma se dovesse davvero accadere dovranno essere presi in considerazione anche altri Paesi del club tripla A”, tranquillizza Silvio Peruzzo di Royal Bank of Scotland, secondo cui non è un passo così facile. “Se succederà, sarà comunque anticipato da una serie di moniti, soprattutto sul fronte della messa a punto di un consolidamento fiscale”.
Bisogna rimettere indietro le lancette dell’orologio al 1917 per ritrovare una situazione simile: allora furono i Buoni del Tesoro americani ad essere messi sotto esame per una possibile bocciatura. Dunque anche se l’economia americana sta prendendo slancio – con il mercato del lavoro ripartito sulle richieste di sussidi alla disoccupazione che sperimentano la flessione più pesante da quasi un anno, con altri segnali positivi arrivati dal settore immobiliare al centro della crisi e con il superindice economico salito per il sesto mese consecutivo – sono forti gli scricchioli avvertiti al di là dell’Oceano. Molti Stati, fra cui anche la dorata California e l’Illinois, e alcune città americane, come Los Angeles, sono sull’orlo del collasso, in ginocchio di fronte a enormi buchi di bilancio che stanno imponendo drastiche cure dimagranti fatte di tagli della spesa e del personale. A lanciare l’allarme sul possibile default di alcune città americane sono stati gli stessi sindaci di Los Angeles, Antonio Villaraigosa, e di Chicago, Richard M. Daley. “Ci sono seri problemi finanziari per molte città, specialmente in quelle piccole”, ha osservato Daley. “Non c’è dubbio che alcune città faranno default. La differenza fra noi e il governo federale è che loro possono stampare valuta“, gli ha fatto eco Villaraigosa.
(…)
Meredith Whitney, l’analista finanziaria la cui popolarità è salita per aver correttamente previsto il taglio del dividendo di Citigroup, è tornata a fare la Cassandra, prevedendo il default di almeno 100 municipalità, per un costo di centinaia di miliardi di dollari. I numeri si commentano da soli: le città e gli Stati si trovano in tasca complessivamente 3.000 miliardi di dollari di bond e un buco di 3.500 miliardi di dollari nei fondi pensione. Quanto basta per non dormire sonni tranquilli.

Da Allarme debiti sovrani anche negli USA, per Meredith Whitney default per almeno 100 città.

[grassetto nostro]

L’Africa come cavia

Per lo sviluppo del programma sono già stati investiti più di 500 milioni di dollari e lavorano fianco a fianco i ricercatori di un colosso mondiale del settore farmaceutico e i migliori medici delle forze armate USA. Sponsor, l’onnipotente padrone delle nuove tecnologie informatiche. Si tratta della sperimentazione di un nuovo vaccino contro la malaria, nome in codice “RTS,S/ASO2”. Una speciale unità dell’esercito statunitense in Kenya (USAMRU-K) e la multinazionale britannica GlaxoSmithKline (GSK) stanno eseguendo decine di migliaia di test su bambini e neonati in alcuni dei villaggi più poveri del continente africano. Il tutto sotto l’occhio vigile di US Army Africa, il comando delle forze militari terrestri in Africa istituito a Vicenza che tra gli scopi annovera il “supporto delle missioni mediche di US Army nel continente nero”.
È nel Muriithi-Wellde Clinical Research Centre di Kombewa, città della provincia di Nyanza (Kenya), che i dati della sperimentazione del vaccino vengono raccolti ed analizzati dal team di USAMRU-K. “La nostra unità dipende dal Comando per la Ricerca Medica dell’US Army (USAMRMC) che ha sede a Fort Detrick, Maryland, ma noi stiamo coordinando le attività nel continente con l’US Africa Command (AFRICOM) di Stoccarda e US Army Africa di Vicenza”, spiega il portavoce di USAMRU-K. “A Kombewa è in avanzata fase di sviluppo la ricerca sull’efficacia del vaccino contro la malaria, malattia trasmessa da zanzare infette. USAMRU-K partecipa alla sperimentazione di quello che potrebbe diventare il primo vaccino anti-malarico per bambini. I partecipanti ricevono cure gratuite per la durata di tre anni scolastici. Una volta provata la sua sicurezza ed efficacia, il vaccino potrà essere immesso sul mercato. Lo studio odierno nasce da una partnership con la PATH Malaria Vaccine Initiative (MVI) e la compagnia farmaceutica GlaxoSmithKline (GSK)”. Per lo sviluppo del vaccino, GSK ha già investito 300 milioni di dollari e altri 100 verranno spesi nei prossimi due anni. Al finanziamento delle ricerche ha contribuito con 107,6 milioni di dollari l’organizzazione statunitense “no-profit” Path, utilizzando un fondo ad hoc della Bill & Melinda Gates Foundation, la fondazione “umanitaria” del magnate di Microsoft, Bill Gates.
Il vaccino RTS,S/AS02 è stato creato nel 1987 nei laboratori del Belgio di GSK Biologicals (una partecipata Glaxo) ed è stato testato la prima volta nel 1992 su “alcuni volontari” negli Stati Uniti d’America, grazie alla collaborazione dell’US Walter Reed Army Institute of Research, l’istituto di ricerca medica dell’esercito USA con sede a Washington. La prima campagna di sperimentazione ad ampio raggio dell’RTS,S ha però preso via in Africa nel 1998 e nel biennio 2002-2003 i test sono stati eseguiti sulla popolazione “adulta” dei villaggi di Kombewa nel Centro clinico co-gestito da USAMRU-K. “I test fornirono dati incoraggianti in termini di sicurezza e immunogenicità, così a partire della fine del 2003 è stata avviata la fase sperimentale “Ib” su 90 bambini della stessa aerea geografica, che ha prodotto risultati ancora una volta incoraggianti”, si legge in un report della GlaxoSmithKline. “Subito dopo è partita la fase “II”, condotta su oltre 2.000 bambini nel sud del Mozambico. I risultati di questo test, pubblicati dalla rivista medica The Lancet nel 2004 e 2005, hanno mostrato che l’RTS,S è stato efficace per un periodo di 18 mesi nel ridurre la malaria clinica nel 35% dei casi, e la malaria grave nel 49%”. Ignoto, ovviamente, cosa sia accaduto nel restante numero di casi, 1.300 bambini cioè in carne ed ossa.
(…)
Se appare incredibilmente spregiudicata e priva di etica la massiccia sperimentazione del vaccino in aree del continente dominate dalla fame, dal sottosviluppo, dall’analfabetismo e dall’assenza di qualsivoglia servizio primario, desta profonda inquietudine il ruolo assunto nella vicenda da un’unità “sanitaria” d’élite delle forze armate USA. USAMRU-Kenya vanta però una lunga tradizione nel campo della “ricerca scientifica” e della “prevenzione” delle infermità tropicali. In qualità di task force operativa estera del Walter Reed Army Institute of Research, l’unità fu inviata in Kenya nel lontano 1969 per avviare uno studio sulla tripanosomiasi, un’infezione parassitica trasmessa dalla mosca tse-tse. Nel 1973 USAMRU stabilì una propria sede permanente a Nairobi grazie ad un accordo con il Kenya Medical Research Institute. Negli anni successivi furono aperti laboratori nella capitale e nel Kenya occidentale (Kisumu, Kisian, Kombewa e Kericho) per la sperimentazione di farmaci contro malaria, tripanosomiasi, “malattie infettive globali emergenti” e l’HIV/AIDS. Proprio all’AIDS sono stati destinati gli sforzi maggiori più recenti: nell’ambito dell’United States Military HIV Research Program (USMHRP), lo staff di US Army sta sviluppando il vaccino HIV-1 ad efficacia globale e testando e valutando altri vaccini sperimentali contro l’AIDS. La sede del programma HIV è stata stabilita ancora una volta in Kenya, a Kericho, alla fine del 2000.
Coincidenza vuole che a fine dicembre 2000 nasceva pure in Gran Bretagna la GlaxoSmithKline (GSK) grazie alla fusione di due grandi società farmaceutiche, Glaxo Wellcome e SmithKline Beecham. Con oltre 100 mila dipendenti e un fatturato di 34 miliardi di euro, GSK si colloca al secondo posto nel mondo con una quota di mercato del 5,6%, dietro il gruppo Pfizer. Il comportamento “etico” della multinazionale è stato duramente stigmatizzato da più parti e non sono mancati gli scandali che l’hanno vista direttamente coinvolta.
(…)
Mentre fatturati e guadagni si moltiplicano inverosimilmente, il management di GSK ha varato un piano che prevede la chiusura a breve termine del Centro ricerche e produzione antibiotici di Verona, uno dei due impianti posseduti in Italia dalla società. A rischiare il licenziamento sono più di 600 lavoratori. Delocalizzazioni nel sud-est asiatico, test sui bambini africani, smantellamento dell’apparato produttivo in Europa. E nello sfondo la guerra, altro crimine del capitalismo dal volto sempre più disumano. Nell’ultima decade, la GlaxoSmithKline ha sottoscritto con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America ben 61 contratti per la fornitura di vaccini, farmaci e attrezzature sanitarie, per un importo complessivo di 75.555.579 dollari. Assai meno di quanto fatto però dal partner e “mecenate” Bill Gates: in computer, programmi e war games, Microsoft-Gates ha fatto affari con il Pentagono per 278.480.465 dollari. Due volte e mezzo in più di quello che è stato reinvestito per i nuovi vaccini contro la malaria.

Da Neonati africani cavie del vaccino di US Army Africa e Glaxo, di Antonio Mazzeo.

I difensori dei diritti umani

American gulag (*) 2011

“Qui ci sono solo due possibilità. O abbiamo il più malvagio popolo sulla terra che abita negli Stati Uniti, oppure stiamo facendo qualcosa di drammaticamente sbagliato nel modo in cui trattiamo la questione della giustizia penale.”
Sen. Jim Webb

L’incontrollata crescita dell’universo concentrazionario americano sembra essersi arrestata.
Fino al 2008 ogni settimana 1.000 detenuti si aggiungevano al più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin, mentre ora, complice la crisi economica, si scorge uno spiraglio e una lieve diminuzione del numero dei detenuti fa ben sperare.
La situazione resta comunque senza confronti nel mondo civilizzato. (**)
Un milione e cinquecentomila carcerati riempiono le prigioni statali e federali (quarant’anni fa erano duecentomila), settecentocinquantamila quelle locali (jails) di cui cinquecentomila sono in attesa di giudizio; con centomila minori nei riformatori e alcune migliaia nelle carceri per adulti. [BJS – Sourcebook]
Gli Stati Uniti d’America detengono il record mondiale di un carcerato ogni 130 abitanti, con un tasso di detenzione di 767 per 100.000. Ma, se aggiungiamo ai 2,3 milioni in prigione i 5 milioni che sono in libertà vigilata (probation e parole), arriviamo a un condannato ogni 41 abitanti e a un tasso di 2.435 per centomila. Nessuno sa quanti siano in libertà su cauzione (bail) in attesa di un giudizio che può anche perdersi nei meandri del sistema giudiziario. [Courier Journal]
Un adulto americano ogni cento è dietro le sbarre [PEW] e per i maschi neri si arriva a uno ogni nove. [Liptak] Con i 5 milioni in probation e parole siamo a uno ogni 31. [PEW]. Ogni 48 uomini in età lavorativa uno è in prigione [CEPR], mentre sono 5 milioni (il 2% degli americani e il 14% dei neri) gli ex carcerati che hanno perso il diritto di voto [Economist]. Inoltre 47 milioni di americani hanno precedenti penali, 13 milioni per felonies [Bach]
Metà dei carcerati sono neri, ma questi sono solo il 13% della popolazione.
Se il tasso d’incarcerazione per i bianchi è di 400 per 100.000 per i neri è 2.500. Se poi si considerano solo i maschi il tasso per i bianchi sale a 700 mentre per i neri arriva a 5.000 ma in molti stati supera abbondantemente quota 10.000. Non stupisce quindi che in un quarto degli stati il 10% dei maschi neri sia in galera. Questo si spiega perché, pur essendo il 13% dei drogati, i neri sono il 35% degli arrestati per possesso di droga, il 55% dei processati per questo reato e il 75% di quelli che stanno scontando una pena per questo delitto. [Prisonsucks – ICJ - Webb]
Un terzo dei ventenni di colore è in prigione o in libertà vigilata e per i giovani neri passare un periodo di tempo in cella è un “rito di passaggio” come lo era per noi fare il servizio militare. Il loro tasso d’incarcerazione è di 13.000 per centomila, mentre per i loro coetanei bianchi è di 1.700. [Sentencing Project – HRW]
Ci sono più ragazzi neri in prigione che all’università [Donohoe - BBC] Continua a leggere