Protettore Unificato

Segue da qui.

Bruxelles, 31 marzo – Dalle 8 di questa mattina la NATO ha assunto il comando di tutte le operazioni militari in Libia, dando il via alla missione “Unified Protector”. Lo hanno riferito fonti dell’Alleanza Atlantica. Il ‘trasferimento di autorità’ dalla ‘coalizione dei volenterosi’ alla NATO era iniziato ieri mattina.
(Adnkronos)

Il dettaglio dell’area delle operazioni e le basi utilizzate.

Operazioni, beninteso, strettamente “umanitarie”:

Città del Vaticano, 31 marzo – ”I raid cosiddetti umanitari hanno fatto decine di vittime tra i civili in alcuni quartieri di Tripoli”: è la denuncia fatta all’agenzia vaticana Fides da mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, Vicario Apostolico di Tripoli. ”Ho raccolto diverse testimonianze di persone degne di fede al riguardo” precisa il presule per il quale, ”in particolare, nel quartiere di Buslim, a causa dei bombardamenti, è crollata un’abitazione civile, provocando la morte di 40 persone. Ieri avevo riferito che i bombardamenti avevano colpito, sia pure indirettamente, alcuni ospedali. Preciso che uno di questi ospedali si trova a Misda”. Secondo quanto riporta sul suo sito Internet l’emittente Euronews, a Misda, a sud di Tripoli, l’esplosione di un deposito di munizioni colpito durante un raid, ha investito anche un ospedale e alcune case, provocando, secondo fonti ospedaliere, 13 feriti.
”Se è vero che i bombardamenti sembrano alquanto mirati, è pur vero che colpendo obiettivi militari, che si trovano in mezzo a quartiere civili, si coinvolge anche la popolazione” dice Mons. Martinelli. Il Vicario Apostolico aggiunge: ”La situazione a Tripoli diventa ogni giorno più difficile. La scarsità di carburante si è aggravata, come testimoniano le code interminabili di automobili ai distributori di benzina. Sul piano militare sembra esserci un’impasse, perché anche i ribelli non sembrano avere la forza sufficiente di avanzare. Per questo dico che la soluzione diplomatica è la strada maestra per mettere fine allo spargimento di sangue tra i libici, offrendo a Gheddafi una via di uscita dignitosa”.
La recente defezione del Ministro degli Esteri ed ex capo dei servizi segreti esterni libici, Moussa Koussa, è interpretata da molti come il segnale della presenza di forti divisioni all’interno del regime. ”Moussa Koussa era certamente uno dei pilastri del potere” conferma Mons. Martinelli. ”La sua defezione è dovuta forse alla linea contraddittoria che aveva assunto nelle scorse settimane nei confronti dell’ONU”.
(ASCA)

Gates & Bouchard, una coppia davvero promettente…

Washington, 31 marzo – I ribelli libici ”hanno bisogno di assistenza e di una formazione” per sconfiggere le truppe di Gheddafi, ma ciò ”non può essere di competenza solo degli Stati Uniti, anzi, per quanto mi riguarda, se ne dovrebbero occupare gli altri Paesi” della coalizione. Lo ha detto il segretario alla Difesa USA, Robert Gates.
(ASCA-AFP)

Napoli, 31 marzo – ”Raccomando vivamente agli assalitori di desistere e ritirarsi immediatamente”. Queste le parole con il generale Charles Bouchard, comandante dell’Operazione NATO ‘Unified Protector’ conclude la conferenza stampa tenutasi poco dopo le 14,00 presso la sede di Napoli.
(…)
A un giornalista che gli domanda se saranno effettuati servizi di ricognizione lungo i confini orientali della Libia, dove potrebbero muoversi trafficanti di armi, risponde: ”Il mio mandato è quello di proteggere la popolazione civile. Le attività lungo i confini non rientrano nel mio mandato. Il mio compito è molto preciso e verrà rispettato alla lettera”.
(ASCA)

Appello al Parlamento italiano ed al Parlamento Europeo contro la guerra alla Libia

Si chiede al Parlamento italiano ed al Parlamento europeo di interrompere ogni atto di guerra contro la Jamahiria Araba Popolare Socialista la cui Guida è Muammar Gheddafi.
La Jamahiria Araba Popolare Socialista è membro dell’ONU, dell’Unione Africana, della Lega Araba e titolare dei diritti internazionali di sovranità, autodeterminazione, che comportano il divieto di ingerenza negli affari interni degli Stati.
La Libia dal 15 Febbraio 2011 è soggetta ad una sollevazione armata diretta a sovvertire le legittime istituzioni dello Stato.
Si denuncia l’azione dei mezzi di comunicazione di massa internazionali, che hanno diffuso, contestualmente alla sollevazione armata in Libia, notizie di stragi compiute dalle forze di sicurezza libiche, notizie rivelatesi infondate.
A fronte di questi accadimenti interni alla Libia, si denuncia che l’ONU non ha inviato osservatori internazionali per accertare quanto avveniva realmente sul campo nonostante l’invito in questo senso da parte della Libia.
Si chiede che l’Italia e l’Unione Europea accettino l’invito della Jamahiria di inviare osservatori in Libia per accertare il reale svolgimento degli accadimenti.
La sollevazione armata, su cui pesa il sospetto di aiuti stranieri in armi e consiglieri militari, è stata contrastata con successo dalle forze armate e di sicurezza libiche, anche con l’appoggio della popolazione libica.
In questo frangente, su iniziativa specialmente della Francia, dell’Inghilterra e degli USA veniva ottenuta una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che, con l’astensione di Brasile, Cina, Germania, India e Russia, consentiva l’uso della forza per difendere i civili libici.
Utilizzando il contenuto di questa risoluzione, l’aviazione e la marina della Francia, Inghilterra e USA, principalmente, hanno dato inizio a bombardamenti e ad attacchi su tutto il territorio della Libia, contro obiettivi della difesa, delle istituzioni e delle infrastrutture della Jamahiria, provocando ingenti perdite in vite umane e danni materiali.
Si contesta che gli attacchi contro la Libia non sono diretti alla difesa dei civili, ma a favorire militarmente la sollevazione armata contro le istituzioni libiche ed il rovesciamento del legittimo governo della Jamahiria.
Si chiede che il Parlamento italiano, nel rispetto del diritto nazionale ed internazionale, tenga fede agli accordi di amicizia e di non aggressione con la Jamahiria, astenendosi da ogni atto ostile e mantenendo gli impegni economici e sociali presi con la Libia.
Si chiede che il Parlamento italiano ed il Parlamento europeo prendano immediatamente le decisioni più opportune per interrompere l’illegittima aggressione militare contro la Libia ed il governo e le istituzioni della Jamahiria Popolare Araba Socialista, per tutelare l’integrità territoriale e politica della Nazione libica ed il suo diritto all’autodeterminazione, per far rispettare gli accordi di amicizia e di non aggressione in essere tra l’Italia e l’Unione Europea nei confronti della Libia.

Per adesioni: cpeurasia@gmail.com

Bombardamenti sui civili? Naturalmente lo fanno per “difendersi”…

Bruxelles, 2 aprile – Gli aerei della NATO hanno diritto ”a difendersi” se qualcuno spara contro di loro. Lo ha dichiarato la portavoce della NATO, Oana Lungescu, precisando che per l’Alleanza Atlantica ”è difficile verificare i dettagli esatti” del presunto raid della NATO che avrebbe provocato la morte di alcuni civili a Marsa el Brega ”perché non abbiamo fonti affidabili sul terreno”. La Lungescu ha anche sottolineato come ”ad attaccare sistematicamente i civili siano le forze pro-Gheddafi”.
(ANSA)

A tutto ciò va aggiunto un ulteriore elemento di disperazione per gli USA. L’Arabia Saudita fino ad pochi mesi fa era ufficialmente la principale riserva petrolifera del mondo con 264 miliardi di barili, ma secondo notizie pubblícate da Wikileaks, le riserve dell’Arabia sarebbero inferiori di almeno un 40%. In realtà le publicazioni di Wikileaks non hanno fatto altro che confermare voci di cui si parlava già da qualche tempo.
In sostanza, il principale alleato petrolifero degli USA e probabilmente anche gli altri Paesi arabi avrebbero meno petrolio di quanto si sia pensato fino ad oggi.
Con la svalutazione del dollaro dietro l’angolo, l’aumento dei prezzi del petrolio e consci dell’impossibilità di essere riforniti dal loro alleato strategico, gli USA potrebbero entrare nella fase della disperazione ed essere spinti a compiere azioni appunto disperate, come l’assalto al petrolio libico, o iraniano, o venezuelano.
La verità è che nell’ultimo decennio solamente in tre Paesi, Venezuela, Libia e Iran, si sono avute scoperte consistenti di petrolio. Il Venezuela dal 14/02/2011 è ufficialmente il Paese con la più grande riserva petrlifera del mondo; le società internazionali di certificazione hanno accertato riserve per 296.500 milioni di barili, con un aumento del 40% rispetto all’anno precedente.
Gli occhi degli Usa sono intermante puntati verso questi tre Paesi. Il problema non sono i dittatori veri o presunti, o la salvaguardia dei diritti umani. Quando mai agli USA sono interessati i diritti umani? Il problema è che la civiltà industriale nostra e particolamente della prima potenza si fonda sul petrolio, ma questo prodotto con la svalutazione del dollaro e l’aumento del suo prezzo diventerà sempre più inaccessibile agli USA. Di fronte al rischio di tramonto della propria potenza, la disperazione farà fare grosse sciocchezze, come è sempre successo per gli imperi in decadenza.

Da La disperazione degli Stati Uniti, di Attilio Folliero.

Ecco una puntualizzazione veramente necessaria:

Roma, 4 aprile – Da quando lo scorso 31 marzo la NATO ha assunto il comando delle operazioni in Libia, si contano 701 missioni compiute dagli aerei alleati: in 276 casi sono stati presi di mira precisi obiettivi, ma ”ciò non vuol dire che si sia sempre fatto ricorso all’uso delle armi di cui sono dotati i caccia”. E’ quanto si legge in comunicato diffuso dalla stessa Alleanza. Ieri sono stati invece 58 gli ”attacchi” aerei contro il regime libico, mentre le missioni aeree compiute nelle scorse 24 ore sono state complessivamente 154, si legge ancora nel comunicato.
(ASCA)

E, puntualmente, arriva un Divo di Stato (siliconato) a confortare i profughi:

Rasjdir (Tunisia), 5 aprile – Angelina Jolie è apparsa a sorpresa oggi al confine tra Libia e Tunisia, dove ha fatto visita alle migliaia di profughi, libici e di altri Paesi, fuggiti dal Paese maghrebino in guerra, e ospitati adesso nell’accampamento di Choucha, in territorio tunisino. L’attrice è ambasciatrice di buona volontà dell’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
(AGI)

“Ribelli” insoddisfatti minacciano di presentare esposto… quando il tragico sfocia nel surreale:

Reuters, 6 aprile – Per i ribelli lo sforzo della NATO non è sufficiente. “La NATO ci omaggia di tanto in tanto con bombardamenti qua e là, e sta lasciando che la gente di Misurata muoia ogni giorno”, ha detto da Bengasi Abdel Fattah Younes, capo delle forze ribelli. “La NATO ci ha deluso”.
L’alleanza ha fatto sapere che il ritmo dei raid aerei non è diminuito da quando ha preso il controllo delle operazioni in Libia da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, lo scorso 31 marzo.
Younes ha detto che i ribelli stanno valutando se riferire della lentezza decisionale della NATO al Consiglio di Sicurezza dell’ONU che ha autorizzato la missione.
“La NATO è diventata un nostro problema”, ha detto Younes.

E si aggiunga che gli “aiuti” non sono abbastanza!

Tripoli, 6 aprile – “Abbiamo ricevuto armi da Paesi amici, ma abbiamo bisogno di ulteriori aiuti”. E’ quanto ha affermato il generale Abdel Fattah Yunes, ex ministro dell’Interno del regime libico e attuale capo delle forze armate dei ribelli di Bengasi. Parlando alla tv satellitare araba ‘al-Aan’, l’ex capo della polizia libica ha spiegato: “Abbiamo ottenuto armi leggere da Paesi amici, ma non posso dire quali siano. Purtroppo non è abbastanza”.
(Adnkronos/Aki)

Il servo gongola davanti al padrone che gli liscia il pelo:

Washington, 7 aprile – Gli Stati Uniti apprezzano quanto l’Italia sta facendo per gestire l’emergenza immigrati. In conferenza stampa, dopo aver incontrato il titolare della Farnesina Franco Frattini, il segretario di Stato Hillary Clinton ha sottolineato come il nostro Paese ”sta anche gestendo flussi consistenti di migranti provenienti, in particolare, dalla Tunisia, ed è impegnata in una transizione molto importante per la popolazione”.
(Adnkronos/Aki)

Del resto, il riconoscimento dei “ribelli” era l’unico modo, da parte italiana, per continuare a nutrire aspirazioni sull’oro nero della Libia.
Ma se, “malauguratamente”, Gheddafi rimanesse imperterrito al suo posto…

Roma, 7 aprile – L’ex ministro dell’Energia libico, Omar Fathi Ben Shatwan, fuggito questa mattina da Misurata a bordo di un peschereccio e dichiaratosi apertamente a favore dei ribelli, in un’intervista all’Afp ha affermato che la Cina e la Russia ”hanno perso la gara per il petrolio”.
”La democrazia” che si instaurerà in Libia ”avrà riguardi” sul piano commerciale per i Paesi intervenuti nel conflitto al fianco dei ribelli, come ”l’Italia e la Francia, che per primi hanno riconosciuto ufficialmente il Consiglio nazionale di Bengasi”. Ma non di Mosca e Pechino, ha ribadito l’ex ministro, che invece si sono opposte all’intervento militare nel Paese.
(ASCA-AFP)

Del seguente intervento di Giulietto Chiesa si consiglia una visione cum grano salis:

No comment dal ministero della Difesa francese…

Roma, 7 aprile – Una squadra di forze speciali francesi in missione nel Sud ovest della Libia sarebbe scomparsa in pieno deserto libico. Lo riferisce il quotidiano algerino Al Khaber.
La risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla Libia non prevede l’utilizzo di truppe di terra e finora tutti i Paesi della coalizione e la stessa NATO hanno categoricamente escluso l’impiego di soldati sul terreno. La notizia è stata ripresa anche da Al Jazira. No comment dal ministero della Difesa francese.
(ANSA)

La cacciata del “tiranno”? E’ poco probabile, dice il generale Prosciutto…

Washington, 7 aprile – E’ poco probabile che i ribelli in Libia riescano a lanciare un assalto contro Tripoli e a cacciare il regime di Muammar Gheddafi. Lo ha detto il capo del comando statunitense in Africa, il generale Carter Ham, rispondendo nel corso di un’audizione in Senato a una domanda sulla possibilità che gli insorti riescano ad arrivare a Tripoli. ”Direi che l’eventualità è poco probabile”, ha detto l’alto ufficiale.
(ASCA-AFP)

“A ripensarci adesso, mi rendo conto che una delle fonti d’informazione più illuminanti e veritiere su quanto sta accadendo in Libia è rappresentata dal discorso che Gheddafi tenne alla TV di stato libica all’inizio della “ribellione” teleguidata delle tribù cirenaiche.
In quell’occasione, Gheddafi dichiarò: “L’Occidente mi chiede di farmi da parte per dare la libertà al popolo libico. Questo è ridicolo. Sono io il popolo libico”. Questa affermazione, su cui all’epoca avevo sorvolato, ritenendola una magniloquente espressione retorica, esprime in realtà una banale verità oggettiva. La Libia è un paese inventato. E’ stato creato a tavolino tracciando su una carta tante belle linee regolari e doveva servire alle potenze coloniali come avamposto per il controllo del Mediterraneo. All’interno di quelle linee non c’è un “popolo” – come vanno farneticando i pacifisti e chi fornisce loro la biada – bensì una moltitudine di tribù diverse per lingua, tradizione e cultura, spesso divise da rivalità e faide secolari: Harabi, Warfallah, Bani Walid, Tarhuna, Obeidat, Zuwaia, al-Awakir, Magariha, ecc. E’ stato Gheddafi a unificare questa macedonia di tradizioni e culture diverse, facendone qualcosa di molto simile ad una nazione coesa e sovrana. Per farlo ha utilizzato sì il pugno di ferro (governare una realtà così frammentata e difficile non è esattamente come governare Gallarate), ma anche la politica, l’unificazione religiosa, la concessione di diritti, la costruzione di infrastrutture nazionali, la diffusione di benessere seguita alla nazionalizzazione delle imprese estere e l’orgoglio indipendentista seguito alla chiusura delle basi militari americane e inglesi. Senza Gheddafi non c’è nessun popolo libico. Togliete Gheddafi alla Libia e la Libia scomparirà, tornando a essere quel caleidoscopio di tribù l’una contro l’altra armate che era all’epoca del fantoccio re Idris, prima del 1969. Probabilmente è proprio a questo che mira l’intervento dei “volonterosi” crociati: distruggere la Libia come nazione per poter meglio controllare, nel caos risultante, le sue risorse e la sua posizione geostrategica. Se l’obiettivo era quello di scatenare il caos, la “rivoluzione” preparata dagli USA con la collaborazione dei francesi nel novembre scorso, dopo la defezione del braccio destro di Gheddafi, Nouri Massoud El-Mesmari, può dirsi per il momento riuscita.
Gheddafi dichiarava, nella stessa occasione, che coloro che l’occidente chiamava “manifestanti” altro non erano che un’orda di masnadieri violenti e “drogati”, che assaltavano caserme e uccidevano poliziotti allo scopo di sovvertire l’ordine nel paese. Il termine “drogati” mi aveva colpito e soltanto adesso inizio a capire che anch’esso non era stato utilizzato a caso. Queste truppe di “ribelli” mostrano di possedere lo stesso livello di coraggio, di disciplina, di strategia militare, di determinazione e di intelligenza politica che potevano avere i giovinastri sottoproletari strafatti di canne nelle rivolte del ’77 bolognese. All’inizio della “rivolta”, molti giornalisti che accompagnavano questi bei tomi nel loro percorso erano rimasti allibiti dall’esibizionismo e dall’atteggiamento assai poco militare che costoro evidenziavano negli scontri con i lealisti. Portavano con sé fucili e batterie antiaeree che non erano assolutamente in grado di utilizzare. Si sedevano sull’equipaggiamento militare (gentilmente offerto da chissà chi, essendo le batterie antiaeree un bel po’ al di fuori della portata economica di semplici “manifestanti”) al solo scopo di farsi scattare fotografie dagli amici e di mettersi in posa per la stampa. Sparacchiavano continuamente a casaccio in segno di esultanza, sprecando munizioni e rischiando di colpire i compagni. Si trastullavano, giocavano a carte, tutto facevano tranne che prepararsi ad affrontare l’imminente e prevedibile reazione delle truppe governative.
Questo branco di feroci cialtroni (che Gheddafi ha etichettato, a ragion veduta, come “drogati”) sembra venuto fuori dritto dritto da un fumetto di Andrea Pazienza. Ha dimostrato una tale incapacità nella strategia e nel combattimento da lasciare interdetto anche il più bendisposto dei cronisti. Avevano dichiarato ai quattro venti di non volere nessun aiuto militare dell’occidente, ma poi hanno iniziato a frignare e a invocare tra i gemiti un intervento esterno quando le truppe del governo hanno spazzato via in pochi giorni tutte le loro “conquiste”. Hanno avuto l’appoggio mediatico di tutte le TV e di tutta la stampa del mondo asservita ai progetti americani; hanno avuto l’avallo dell’ONU e il riconoscimento politico da parte della Francia; hanno ricevuto armi, finanziamenti e mercenari da Francia, Stati Uniti e Inghilterra; hanno potuto contare sui bombardamenti della coalizione, che, contravvenendo a quanto previsto dalla risoluzione 1973, non si è limitata a proteggere i civili, ma ha favorito sfacciatamente l’avanzata di questi codardi, facendo a pezzi le milizie di Gheddafi che stavano per raggiungere la loro roccaforte di Bengasi. E nonostante questo non sono riusciti ad ottenere niente. Si sono limitati ad infierire sui cadaveri fumanti dei lealisti lasciati a terra dai bombardamenti americani, a torturare i prigionieri e a farsi scattare nuove fotografie sui rottami dei carri armati che incontravano sulla strada già “liberata” dalle bombe altrui. Appena hanno rimesso piede a Ras Lanouf, hanno dichiarato, trionfanti e frettolosi, che avrebbero iniziato a vendere il petrolio della zona alle aziende straniere. L’emiro del Qatar era al settimo cielo, visto il gran numero di aziende qatariote che operano nella regione. Ma non appena i bombardamenti alleati si sono rarefatti, i poveri idioti – che non si erano curati di predisporre nemmeno uno straccio di presidio del territorio – sono stati nuovamente ricacciati verso est, e questo nonostante le truppe lealiste fossero state fortemente indebolite dagli attacchi occidentali dei giorni precedenti. Una simile criminale imbecillità può essere spiegata solo tenendo conto di quanto spiega Webster Tarpley nel video che ho sottotitolato qui sopra [qui - ndr]: in buona parte non si tratta di cittadini libici, tantomeno di persone fornite di addestramento militare, ma di mercenari senza arte né parte, reclutati tra il sottoproletariato dell’Egitto e di altri paesi arabi per essere messi al servizio delle tribù della Cirenaica; le quali sperano di avere, in una Libia senza più Gheddafi, una percentuale più consistente sulle vendite del petrolio che si trova nel loro territorio.
Gheddafi aveva anche detto che all’origine di questi disordini c’erano “uomini di Al Qaeda”. Anche qui avevo scambiato questa affermazione per una sparata propagandistica e anche qui ero stato poco attento. Ormai anche i sassi hanno capito che “Al Qaeda” altro non è che un esercito di mercenari più o meno fanatici approntato dalla CIA per intervenire nelle zone del Medio Oriente, dove gli Stati Uniti, un po’ per scarsità delle risorse economiche, un po’ perché la fanteria non è mai stata il punto forte delle loro milizie, non possono più permettersi di inviare truppe di terra. Il progetto è dunque – come spiega Tarpley – quello di armare questi jihadisti della domenica per utilizzarli al posto delle truppe di terra che gli americani non sono in grado di impiegare. Naturalmente è assai improbabile che una simile armata Brancaleone riesca a conquistare o a controllare zone di territorio; ma per creare caos e destabilizzazione essa è perfetta, ed è probabilmente questo l’obiettivo che gli USA intendono perseguire.”

Da Al Qaeda porterà la democrazia in Libia, di Gianluca Freda.

A proposito di “caos e destabilizzazione”, una conferma viene dall’ex ministro degli Esteri Mussa Kussa:

Londra, 12 aprile – La Libia rischia di trasformarsi “in una nuova Somalia”: lo sostiene l’ex ministro degli Esteri libico, Mussa Kussa, rifugiatosi in Gran Bretagna. In un’intervista alla BBC, Kussa ha lanciato un appello “a tutte le parti a non trascinare la Libia in una guerra civile” perchè un conflitto prolungato provocherebbe “uno spargimento di sangue capace di trasformare la Libia in una nuova Somalia”, il Paese del Corno d’Africa sprofondato nel caos dal 1992.
(AGI)

“Vecchi trucchi” di J. Kleeves – nuova edizione

La politica estera degli USA obbedisce fin dalla fondazione di questo Stato ad alcune costanti operative, spesso controverse. In questo saggio l’Autore mette in luce gli obbiettivi fondamentali della politica estera degli USA fino ai giorni nostri, e ne illumina i metodi più shoccanti: l’uso disinvolto del denaro e l’utilizzo massiccio di una propaganda massmediale martellante; la programmazione scientifica dell’uso della violenza politica; l’utilizzo sistematico da parte dei Servizi Segreti dei proventi derivanti dallo spaccio internazionale di droga in tutto il mondo. Una serie di rivelazioni del tutto sconosciute in Europa, che si basano tuttavia su una immensa documentazione originale statunitense, frutto di un ampio dibattito sociale e politico a noi del tutto sconosciuto.
Ma questo saggio non si limita ad essere un j’accuse contro la politica globale statunitense; esso propone una chiave di lettura complessiva dell’evoluzione della scena politica planetaria che proprio oggi, nei giorni in cui le rivolte popolari scuotono le poltrone dei leader nordafricani, da decenni fidi custodi filo-occidentali dei propri territori, appare ancora più stimolante.

John Kleeves (pseudonimo di Stefano Anelli), ingegnere italo-americano, rifugiato in Italia dopo una lunga permanenza negli Stati Uniti d’America, autore di una monumentale opera di critica della civiltà e della mentalità collettiva statunitense.
Morto tragicamente nel settembre 2010 a Rimini. Qualcuno sostiene che sia stato ucciso per le sue idee.

Vecchi Trucchi, Il Cerchio, Rimini, pp. 314, € 22
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tel. 0541/775977 fax. 0541/799173
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Ora o mai più!

Proclama nazionale per liberare l’enclave Italia

La prova provata che l’Italia, da 66 anni, non è (né può essere, né – nelle sue attuali condizioni – potrà mai diventarlo!) uno Stato indipendente e sovrano – e che il suo Governo (di destra, sinistra, centro… sarebbe la stessa cosa!), non è (né può essere) in grado di fare liberamente e degnamente gli interessi dei suoi amministrati (in quanto, oltre ad essere chiaramente in sottordine a quello degli USA, è invariabilmente ed incessantemente sotto ricatto ed autorità di Washington che tende puntualmente, arrogantemente e sfacciatamente ad intimargli cosa si debba o non si debba fare…) – l’abbiamo definitivamente avuta in concomitanza con la Crisi libica, tuttora in corso. Questo, nonostante l’Italia avesse un preciso e vincolante trattato di non aggresione e di cooperazione con la Libia, e che i nostri interessi politici, economici ed energetici consigliassero, quanto meno, di restare neutrali.
Tenuto conto di quanto sopra, e non potendo fare altrimenti, è pertanto indispensabile che, una volta per tutte, si possa fare chiarezza. E, per poterla realmente fare, è ugualmente vitale ed urgente che si possa – al di la delle idee di ciascuno e degli schieramenti ideologici, politici e partitici in cui ognuno si riconosce – tirare una precisa, indelebile ed invalicabile linea di demarcazione, tra tutti gli Italiani. Tra coloro, cioè, a cui, per un motivo o per un altro, sta bene la suddetta situazione, e quegli Italiani, invece, che tendono fermamente a rifiutarla, e vorrebbero, in qualche modo, rimetterla in discussione.
Questa, dunque, da oggi, è la sola, possibile, linea di demarcazione:
1. chiunque, tra gli Italiani (di destra, di sinistra, di centro, di centro-destra, di centro-sinistra, di estrema destra o di estrema-sinistra), continuerà ad accettare il suddetto stato di flagrante ed umiliante sudditanza da Stati terzi (fosse pure, per banale ignoranza o noncuranza), sarà considerato un nemico (polemios/hostis) ed un traditore della nostra Patria;
2. chiunque altro (di destra, di sinistra, di centro, di centro-destra, di centro-sinistra, di estrema destra o di estrema-sinistra) tenderà, invece, a rifiutare il succitato stato di asservimento e di subordinazione, e vorrà, in qualche modo, riunirsi e lottare, per potere finalmente riuscire a liberare la nostra Patria Italia/Europa dalla colonizzazione politica, economica, culturale e militare che ci è stata subdolamente imposta negli ultimi 66 anni, sarà considerato un nostro amico (philos/amicus) ed un nostro alleato (etairos/sodalis).

Libertà, Indipendenza, Autodeterminazione e Sovranità politica, economica, culturale e militare, per l’Italia, l’Europa ed il resto dei Popoli-Nazione del mondo.

[Nell'immagine, le basi militari USA/NATO sul territorio italiano attualmente utilizzate per l'aggressione alla Libia]

Alba dell’Odissea

Odyssey Dawn, l’operazione internazionale contro la Libia iniziata, non significa “Odissea all’Alba”, come riportato dai nostri giornalisti, bensì “Alba dell’Odissea”. Secondo Gianluca Freda può sembrare una notazione peregrina da traduttore perfezionista, invece si tratta di una precisazione dai risvolti sostanziali e inquietanti. Thierry Meyssan spiega il perché qui, precisando:
“In ogni caso, l’operazione iniziata il 19 marzo 2011 in applicazione della risoluzione 1793 [in realtà 1973, ndr] del Consiglio di Sicurezza, è reale e non un’esercitazione. Soltanto la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno partecipato alla prima giornata. In attesa della partecipazione di altri Stati membri della NATO e della formazione di un comando della coalizione, tutte le operazioni, comprese quelle francesi, vengono coordinate dall’AFRICOM, con sede a Stoccarda (Germania) sotto la direzione del generale americano Carter Ham. Le forze navali – comprese le navi italiane e canadesi operanti nella zona – e il comando tattico sono posti sotto l’autorità dell’ammiraglio statunitense Samuel J. Locklear, a bordo della USS Mount Whitney. Il tutto in conformità con le direttive predefinite della NATO.”

La quale NATO, nei prossimi giorni, potrebbe assumere il comando e controllo delle operazioni:
Londra, 20 marzo – La Gran Bretagna auspica che il comando e controllo dell’operazione contro la Libia sia trasferito ”entro i prossimi giorni” alle strutture della NATO, pur chiarendo che quella in corso ”non è una missione della NATO”. A parlare in questi termini, è il ministro della difesa, Liam Fox, in una intervista alla BBC, ricordando che sono in corso a Bruxelles riunioni del Consiglio Nord Atlantico proprio per discutere dell’eventuale assunzione di un ruolo formale, da parte dell’Alleanza Atlantica e le sue strutture di comando, nell’intervento contro le forze di Gheddafi.
(Adnkronos/Dpa)

Frattini e La Russa, ovviamente, si allineano:

Bruxelles, 21 marzo – Dopo l’avvio dei raid occidentali contro le truppe di Muammar Gheddafi, è ora venuto il momento di andare oltre la coalizione che comprende Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada e Italia, verso un coordinamento sotto l’ombrello dell’Alleanza Atlantica.
Lo ha detto oggi il ministro degli Esteri Franco Frattini, al Consiglio Esteri a Bruxelles. “Crediamo che sia il tempo di andare oltre la coalizione dei volenterosi, verso un approccio più coordinato sotto il controllo della NATO”.
Riferendosi alle dichiarazioni di Frattini, una fonte della Farnesina ha poi detto che “l’attuale guida delle operazioni, a tre teste (di Francia, Gran Bretagna e USA, ndr), è anarchica”, definendo allo stesso modo anche il bombardamento contro la Libia, iniziato nel fine settimana, che costituisce “un problema per il mondo arabo”.
“Tenere la NATO in disparte mina la credibilità dell’Alleanza”, ha aggiunto, senza tuttavia spiegare quali sarebbero le posizioni di Germania e Turchia nel caso di un coinvolgimento NATO, cui si oppone la Francia. La fonte inoltre ha sollecitato che vengano “circoscritti gli obiettivi militari e che si limiti l’escalation”.
(Reuters)

Roma, 21 marzo – L’Italia ritiene opportuno che il “cappello dell’operazione” contro la Libia passi alla NATO. Lo ha affermato il ministro della Difesa Ignazio La Russa, nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi al termine del Consiglio dei Ministri.
(Adnkronos)

Mentre il generale Prosciutto afferma che le operazioni sulla Libia puntano ora ad estendere la no fly zone, portandola a 1.000 chilometri, e ribadisce che non saranno impiegate truppe di terra, il portavoce del Comando della II Flotta della marina militare statunitense comunica che la forza anfibia di pronto intervento Bataan ARG salperà entro 48 ore dalla costa atlantica degli Stati Uniti d’America per raggiungere le unità navali già impegnate nelle operazioni di bombardamento. “La task force sarà attiva sin dalla prossima settimana. La Bataan ARG opererà a supporto del piano d’intervento USA ed internazionale associato alla crisi in Libia ed è preparata a condurre missioni che vanno dalla presenza navale avanzata alle operazioni di sicurezza marittima, alla cooperazione di teatro e all’assistenza umanitaria”.

E se Obama detta la linea, l’”opposizione” pacifinta scatta sull’attenti:

Santiago del Cile, 21 marzo – Questione di giorni e il comando della missione in Libia verrà trasferito alla NATO e agli alleati. Lo ha sottolineato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel corso della conferenza stampa congiunta con l’omologo cileno Sebastian Pinera, al palazzo de La Moneda a Santiago.
(Adnkronos)

Roma, 21 marzo – ”Nessuno è contrario” a che la NATO prenda il comando delle operazioni in Libia. Lo afferma il segretario del PD, Pier Luigi Bersani in un’intervista al Tg1 chiarendo che però ”un principio deve essere chiaro: la nostra Costituzione ripudia la guerra come metodo per risolvere le controversie tra Stati” ma ”accetta l’uso della forza per questioni di giustizia e sotto il mandato di organismi internazionali”.
(ASCA)

Altrove, invece, l’opposizione è al governo.

Il capo della CIA ha fatto un viaggio-lampo…

Roma, 22 marzo – “L’escalation militare di questi giorni e gli attacchi aerei contro la Libia hanno rappresentato una brusca accelerazione della crisi determinata da qualche circostanza imprevedibile? Oppure i bombardamenti contro le postazioni dei lealisti gheddafiani erano già programmati?”. Due domande che non hanno risposte, ma una chiave di interpretazione la si trova sul sito http://www.globalist.it, collegato al Centro studi strategie internazionali, diretto da Gianni Cipriani. Nelle settimane scorse, si legge nell’articolo di apertura, “in missione (chiaramente segreta) in alcune capitali europee, è arrivato il capo della CIA, Leon Panetta. Direttamente il numero uno, come si conviene quando c’è una situazione particolarmente delicata da affrontare. Al di là dei consueti rapporti di tipo diplomatico con i capi delle intelligence alleate, in questo caso gli scopi del viaggio erano prettamente operativi. In primo luogo il capo della CIA – ovviamente in pieno accordo con il presidente Obama e coordinandosi con Hillary Clinton – si è occupato del dopo-Gheddafi. L’ipotesi che il rais alla fine sia costretto ad andarsene è considerata molto probabile dagli Stati Uniti ed è anche un obiettivo dichiarato”. Per cui, prosegue l’articolo, “si lavora per il dopo, ipotizzando uno scenario che non sia traumatico per gli interessi statunitensi”. In secondo luogo “bisognava fare il punto sulle attività operative, soprattutto per coordinare eventuali azioni clandestine con altri servizi in territorio libico”.
Altro punto importante: “Al momento i ribelli della Cirenaica non hanno un leader o una struttura propriamente detta. Italiani, americani, inglesi, francesi e arabi del Golfo hanno interlocutori diversi. E’ una babele. L’obiettivo era (ed è) quello di fare un po’ di ordine ed appoggiare quei leader o gruppi in grado di dare maggiori garanzie. Ad esempio rifornendoli di armi leggere, che gli 007 della CIA stanno facendo arrivare da diversi giorni attraverso il confine egiziano”. Un viaggio-lampo, “quello di Panetta. Per pianificare quello che sarebbe accaduto. Restano, appunto, due domande: quello che è accaduto in questi giorni era programmato da tempo? Oppure il capo della CIA si è scomodato ad attraversare l’Oceano in previsione di uno scenario possibile ma non affatto certo? La risposta si potrà avere solo tra molti anni. A meno di una nuova fuga di documenti, come ultimamente avviene”.
(DIRE)

Quasi miracolosa, nell’attuale panorama dell’”informazione”, la schiettezza geopolitica del Porta a Porta vespiano di ier notte (23 marzo), durante il quale si è arrivati persino ad insinuare la volontà USA di nascondersi dietro la Francia, snocciolando le cifre delle sortite aeree effettuate sino a quel momento: 212 statunitensi contro 55 transalpine.
Del resto, è la stessa agenzia di stampa Reuters a sostenere che “la spinta diplomatica di Obama, in telefonate a Cameron, Sarkozy e altri leader, ha sottolineato la sua ansia di mettere un volto non-USA alla campagna contro le forze di Gheddafi, anche se l’esercito americano potrebbe restare il pilastro dell’operazione”.
Se alla fine si trovasse un’accordo per affidare in toto il comando delle operazioni alla NATO, allora meritano una particolare attenzione le parole pronunciate dal generale dell’A.M.I. (in pensione) Tricarico, a detta di cui il coordinamento delle missioni aeree, in tal caso, sarà conferito alla base di Poggio Renatico in provincia di Ferrara.
Nell’ovattata campagna ferrarese tra i fiumi Po e Reno, c’è un Pioppo che cresce.

Giunge conferma:
Bruxelles, 24 marzo – La NATO ha elaborato un piano di comando per eseguire le operazioni militari in Libia da base italiana. Lo riferiscono all’AFP fonti diplomatiche, precisando che il comando operativo e quello specifico per le operazioni navali saranno situati a Napoli, mentre il comando delle missioni aeree sarà realizzato alla base di Poggio Renatico, nel nord Italia.
(ASCA-AFP)

Trattasi evidentemente di una forma grave ed acuta di sadomasochismo. Nelle parole di Gianluca Freda, la nazione Italia, prima al mondo, si avvia “intonando i peana ideologici della “libertà” e della “democrazia”, in un conflitto il cui scopo dichiarato è quello di ledere i suoi interessi nazionali. La fanteria italica della logorrea libertaria marcia spedita, sotto la frusta dei suoi capi, verso la devastazione dei suoi interessi energetici, verso l’ignominia diplomatica internazionale, verso la rinuncia alla sua area naturale d’interesse geostrategico. E non – si badi bene – nell’interesse dei suoi despoti, verso i quali, com’è comprensibile, la resistenza potrebbe costare cara; bensì nell’interesse dei suoi concorrenti di zona, di altri sguatteri di pari livello che hanno avuto l’intelligenza di calare meno le brache, conquistandosi così, se non il rispetto dei padroni, almeno la prima fila nelle razzie banditesche che seguiranno alla battaglia. I capi puniscono severamente le ribellioni dei servi, ma disprezzano con altrettanta forza la loro mancanza di dignità.”

“Voto contro”. Brava nipotina!

Roma, 24 marzo – ”Qui ci sono missili e razzi, c’è di tutto… io voto contro questa risoluzione”. Alessandra Mussolini esprime in aula alla Camera la sua dichiarazione di voto sulla risoluzione di maggioranza sull’intervento in Libia, in dissenso dal gruppo del PdL. Mussolini cita l’articolo 11 della Costituzione che rifiuta la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. ”Non credo nell’intervento militare, voto contro”, insiste.
(Adnkronos)

Nel frattempo, sono giunti a Mineo i primi 420 extracomunitari sbarcati nei giorni scorsi a Lampedusa .
Saranno “ospitati”, insieme ad un migliaio di altri già presenti, nel complesso residenziale recentemente lasciato dai militari USA operanti a Sigonella, di proprietà della Pizzarotti di Parma che stava disperatamente cercando qualcuno a cui riaffittarlo.
Ora l’ha trovato: lo Stato italiano, con costi a carico dei contribuenti (nella foto sotto).

La drammatica situazione dei cittadini stranieri che lavoravano in Libia, causata dall’esplodere della guerra civile e che certamente non migliorerà con l’intervento militare occidentale, è sintetizzata qui.

Italiani, non lo avevate capito? Il PD costruisce la pace…

Iseo (Brescia), 25 marzo – “Guerrafondaio è chi è contro l’intervento internazionale in Libia e non certo noi che siamo costruttori di pace. Lo è chi vuole aiutare Gheddafi a fare la guerra ai popoli che cerca di sopprimere”. Il vicesegretario del PD, Enrico Letta, replica così alle accuse di chi non condivide la posizione del partito in merito all’intervento in Libia.
(Adnkronos)

A coloro che, fin dall’inizio, avevano invece capito dove i “costruttori di pace” volevano andare a parare, è dedicata l’intervista del giornalista RAI Amedeo Ricucci, il quale spiega che la disseminazione scientifica di balle spaziali è stata funzionale a spingere l’opinione pubblica ad appoggiare e perfino invocare una guerra che produrrà sul serio (e sta già producendo) le migliaia di morti che la “rivolta” non aveva provocato:

In attesa dell’imminente passaggio del comando delle operazioni militari alla NATO, per la gioia degli ascari (bianchi, rossi e neri) d’Italia, ecco la nuda contabilità di chi mena le danze dell’aggressione alla Libia:

Washington, 28 marzo – A poche ore dall’effettivo passaggio del comando di tutte le operazioni militari in Libia dagli USA alla NATO i jet americani sono ancora i principali autori dei raid aerei sul Paese. Sui 167 attacchi effettuati tra le 21,30 di sabato e le 17 di domenica oltre la metà, 97, sono stati opera di aerei americani. Una percentuale di poco inferiore al 62% in media delle 1.424 sortite effettuate dall’inizio delle operazioni il 19 marzo scorso.
(AGI)

Intanto Giorgio Napolitano, fra un caffè da Starbucks ed un pisolino al Waldorf Astoria di Manhattan, trova anche il tempo di inviare un messaggio augurale all’Arma Azzurra, così gravemente impegnata in “una delicata e rischiosa missione di protezione di popolazioni civili dalla violenza delle armi di un conflitto fratricida”.
“Viva l’Aeronautica Militare, viva le Forze Armate, viva l’Italia!”.

Alle fandonie del Pres della Rep risponde il ministro degli Esteri russo Sergei “sarò franco” Lavrov:

Mosca, 28 marzo – Mosca ha espresso preoccupazione in merito ai raid aerei della coalizione internazionale contro le forze fedeli al regime libico di Muammar Gheddafi. ”I funzionari dei Paesi che partecipano al conflitto dicono che il loro scopo è proteggere la popolazione civile, ma stanno bombardando” i lealisti a ”sostegno dei ribelli armati”, ha detto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. ”Riteniamo che tale interferenza della coalizione nella guerra civile libica non sia sancita dalla risoluzione delle Nazioni Unite”, ha poi aggiunto Lavrov
(ASCA-AFP)

Rasmussen puntualizza. Ed è la barzelletta del giorno:

Londra, 28 marzo – La coalizione internazionale in Libia non prende posizione per nessuna delle due parti in lotta, ha detto alla BBC il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen.
Parlando con Radio 4, Rasmussen ha detto che teoricamente i ribelli potrebbero finire sotto attacco se mettono a rischio la vita di civili. ”Chi attacca i civili diventa nostro bersaglio. Finora sono state le forze pro-Gheddafi ad attaccare il proprio popolo”, ha detto il capo dell’Alleanza, che domani parteciperà alla Conferenza di Londra sulla Libia.
Oggi il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha accusato al coalizione di essere intervenuta ”in quella che è essenzialmente una guerra civile interna”.
(ANSA)

L’obiettivo? Rovesciare Gheddafi.
Evviva la sincerità di Obama!

New York, 29 marzo – Gli USA hanno fatto il proprio dovere in Libia, evitando con il loro intervento una strage da parte del regime di Gheddafi. Ora la palla può passare alla NATO, che da domani prenderà il comando operativo delle operazioni militari, continuando a proteggere i civili minacciati. In un intervento in diretta tv, il presidente americano Barack Obama ha spiegato per la prima volta nei dettagli la sua decisione di intervenire in Libia, confermando che l’obiettivo è di rovesciare Gheddafi.
(ANSA)

“Mezzi non militari”??? Anche questo giorno ha la sua barzelletta.

Washington, 29 marzo – Gli Stati Uniti “perseguiranno attivamente” la cacciata del leader libico Muammar Gheddafi attraverso “mezzi non militari”. Lo ha detto il presidente americano Barack Obama nel suo discorso sulla Libia, sottolineando come “non vi sia dubbio che la Libia e il mondo staranno meglio con Gheddafi lontano dal potere”.
(Adnkronos)

Su chi dovrebbe stare “lontano dal potere” affinché il mondo sia migliore, potremmo fare un lungo discorso…

Qui da noi si riapre Coltano. Certi luoghi portano davvero male (anche ai poeti americani…).

Firenze, 29 marzo – Una vecchia stazione radar, utilizzata dall’esercito americano durante la seconda guerra mondiale, nella località pisana di Coltano. Questo sarebbe uno dei siti scelti dal governo per l’accoglienza dei profughi dalla Libia. Questa mattina il sindaco di Pisa Marco Filippeschi (PD), che contesta l’iniziativa dell’esecutivo e ha scritto una lettera al ministro dell’Interno Roberto Maroni, ha condotto un sopralluogo nell’area. ”Si tratta – spiega il vicesindaco e assessore alla protezione civile Paolo Ghezzi – di un edificio suddiviso in tre ambienti di cui uno è quasi interamente occupato dai trasformatori gli altri due sono senza finestre, con pavimenti flottanti in buona parte dissestati, senza acqua (l’approvvigionamento avveniva attraverso un sistema di pozzi attualmente in disuso) con corrente a media tensione da ricondurre a bassa. Lo spazio esterno, che potrebbe ricevere una tendopoli, è suddiviso da una serie di canali che servivano per scopi militari, e presenta gravi problemi di bonifica: è facilmente allagabile, collocato in una zona fortemente acquitrinosa, dotato di una doppia recinzione militare”.
In quest’area dovrebbero essere allestite almeno 100 tende. L’area di Coltano è collocata all’interno del Parco Naturale di San Rossore, sito patrimonio dell’Unesco, vicino (500 metri) alle strutture della vecchia stazione radio costruita da Marconi, per il cui recupero si sono mobilitate recentemente 12 mila persone che hanno risposto all’appello del FAI. Nell’area (che alla fine della seconda guerra mondiale fu utilizzata dagli Alleati come campo di concentramento per i prigionieri) sono già presenti anche tre insediamenti Rom.
(ASCA)

Accanto ai “nani” (politici), non potevano mancare le “ballerine”:

Roma, 29 marzo – “Se tanto ami il tuo popolo e la tua terra come sempre ci hai detto, prendi una decisione importante anche se per te molto dolorosa: ‘Lascia il potere!’ e magari chiedi nuove elezioni democratiche”. E’ quanto scrivono le ragazze di ‘Hostessweb’ e Alessandro Londero, responsabile dell’agenzia, che organizzò la presenza delle hostess agli incontri con il leader libico Muammar Gheddafi a Roma, in una lettera a Gheddafi pubblicata sul sito internet della stessa agenzia e inviata al colonnello “attraverso amici libici” a lui vicini.
(Adnkronos)

Oltreoceano si fanno i conti in tasca. Raytheon (azienda produttrice dei Tomahawk) e compagnia cantante gongolano.

Washington, 29 marzo – Le operazioni militari condotte dalle forze USA sulla Libia sono costate finora 550 milioni di dollari e saliranno di almeno altri 40 milioni nelle prossime tre settimane. Lo ha reso noto il Pentagono.
Tra il 19 ed il 28 marzo, il Dipartimento alla Difesa ha speso oltre il 60% di questi fondi per le munizioni, in particolare missili e bombe, mentre il restante 40% è andato in spese logistiche come il dispiegamento delle truppe, ed il carburante per aerei e navi. Le forze USA hanno lanciato 192 dei 199 Tomahawk utilizzati contro le difese aeree ed i centri di comando militari in Libia. Ogni esemplare costa 1,5 milioni di dollari. Sganciate dagli USA anche 455 delle 602 bombe a guida laser utilizzate dalla coalizione.
(ASCA-AFP)

La “libera stampa” scopre che in Libia sono in corso “operazioni segrete dell’intelligence”. Talmente segrete che se ne parla da settimane.
Una descrizione convincente della loro pianificazione ed attuazione è qui.

New York, 31 marzo – In Libia operano da diverse settimane agenti della CIA che tengono i contatti con i ribelli e raccolgono informazioni sulle forze di Muammar Gheddafi. Lo ha scritto il sito del New York Times, dopo che ABC News aveva dato notizia che Barack Obama ha emesso un ordine presidenziale che autorizza operazioni segrete dell’intelligence USA nel Paese nordafricano “a sostegno” delle operazioni in corso. Al fianco della CIA, ha riferito il quotidiano della Grande Mela, ci sarebbero anche “decine di agenti” dell’MI6 britannico che collaborano nella raccolta di dati sull’armamento delle forze di Gheddafi e sugli obiettivi per raid aerei e bombardamenti.
(AGI)

Continua qui.

Serva Italia

Trapani Birgi, 20 marzo – Dovrebbero arrivare in poco meno di trenta minuti in Libia i sei Tornado Ecr italiani decollati questa sera dalla base militare di Trapani Birgi. Questi velivoli raggiungono 400 miglia in un’ora e la Libia dista circa 200 miglia dalla Sicilia, quindi i Tornado dovrebbero solcare i cieli della Libia intorno alle 21 ora italiana.
(Adnkronos)

Roma, 20 marzo – ”Partecipiamo a pieno titolo a questa missione”. Così il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che ai microfoni del Tg5 spiega: ”Non ci limitiamo a dare le chiavi di casa nostra ma vogliamo capire cosa succede a casa nostra e partecipare”.
(Adnkronos)

[L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia, di Daniele Scalea]

“Non ci sottrarremo ai nostri doveri”

Gli anni non ti portano saggezza, serva Italia.

Roma, 18 marzo – Il governo italiano sta valutando i prossimi passi diplomatici dopo il disco verde dell’ONU ad una no fly zone in Libia per impedire a Gheddafi di bombardare la popolazione civile ‘ribelle’. L’Italia è pronta a mettere a disposizioni basi e aeree. ‘Non ci sottrarremo ai nostri doveri’ ha ribadito il ministro della Difesa, La Russa. Il vice ministro degli Esteri libico ha auspicato che ‘l’Italia si tenga fuori’ dalle iniziative ONU. Le nostre basi militari sarebbero messe a disposizione non più per mere finalità umanitarie, ma per veri e propri scopi militari.
La notizia della decisione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è arrivata ieri sera, mentre i vertici dello Stato concludevano le manifestazioni per i 150 dell’Italia. In una delle sale del teatro dell’Opera di Roma si è tenuto un vertice tra il premier, il ministro La Russa, il sottosegretario Letta, alti gradi delle forze armate e il Capo dello Stato. Napolitano è stato immediatamente informato sugli sviluppi della situazione sulla Libia. Ci saranno altri contatti nelle prossime ore. E non si esclude un vertice internazionale a Parigi su questo tema al quale potrebbe partecipare il premier.
(ANSA)

Propedeuticità euro-atlantica

A sostegno della tesi che l’adesione alla NATO sia una precondizione indispensabile per poter fare il proprio ingresso nell’Unione Europea, ossia che attraverso il controllo del blocco militare gli Stati Uniti determinino effettivamente quali Paesi possano entrare nell’UE, riportiamo le dichiarazioni del ministro della Difesa moldavo Valeriu Marinuta, intervistato da Radio Free Europe/Radio Liberty.
Marinuta ha affermato che “aderire alla NATO è cruciale per guadagnare l’appartenenza all’Unione Europea” e che “di norma, i Paesi entrano prima nella NATO e poi nell’Unione Europea”, evidenziando che difficilmente per la Moldavia verrà adottato un approccio diverso. E considerato lo stato di neutralità del Paese, la cui costituzione vieta la partecipazione a qualsiasi alleanza militare, ne risulterebbe compromessa la vocazione europeista.

In questo specchietto è riassunta la tempistica delle adesioni a NATO e UE a partire dalla loro nascita (in blu gli Stati europei non facenti parte dell’Alleanza Atlantica). La propedeuticità è evidente in particolare dagli anni Novanta, nel periodo che segue il crollo del Muro di Berlino.

Il macrobuco del debito pubblico USA

L’indice Dow Jones della borsa di New York, che può essere considerato il termometro dell’economia mondiale, pur in presenza di una crisi spaventosa, come quella in atto dal 2008, non è crollato. Infatti, prima della crisi, il Dow Jones aveva raggiunto il suo massimo storico per ciò che riguarda la chiusura di una giornata borsistica a 14.164,53 il 9 di ottobre del 2007; nel momento di massima crisi, il 9 marzo del 2009, l’indice è sceso fino a 6.547,05; quel giorno stava perdendo il 54% rispetto al suo massimo. E’ una caduta enorme ovviamente, ma non ha rappresentato il tracollo che molti avevano previsto, come nel 1929, quando il Dow Jones si era ridotto praticamente del 90%.
Chi scrive aveva previsto un tracollo dal 70% al 90%, ma aveva anche avvertito che la discesa poteva essere fermata, sia pure momentaneamente, grazie alle sovvenzioni pubbliche, ossia con quell’operazione che poi effettivamente si è data ed è passata alla storia col nome di “salvataggio delle imprese in crisi” da parte del governo statunitense, imitato nei rispettivi Paesi dagli altri governi occidentali. I dati ufficiali, fino ad oggi, parlavano di un trasferimento di denaro pubblico pari a 700 miliardi di dollari. Tale cifra per quanto potesse essere alta a noi è sempre sembrata poco credibile per riuscire a frenare il crollo dell’economia USA e quindi dell’indice di Wall Street.
Oggi, arriva la conferma: due giornalisti di Bloomberg, Marcos Pittman e Bob Ivry hanno ricostruito meticolosamente la vera somma di questi trasferimenti pubblici per salvare l’economia statunitense. In sostanza, i due giornalisti assicurano che la somma trasferita dal governo USA alle imprese in crisi è stata di 14.700 miliardi di dollari, cifra superiore allo stesso PIL USA del 2010 ed equivalente a quasi un terzo di tutto il PIL mondiale. Tale somma, stando ai due giornalisti di Bloomberg, sarebbe uscita dalla Federal Reserve, la banca centrale USA.
Solo una cifra del genere poteva essere sufficiente a frenare – e ripetiamo momentaneamente – il tracollo finanziario di Wall Street. A questo punto sorge una domanda. Questo enorme flusso di denaro pubblico non è riflesso nei conti ufficiali del debito pubblico USA, nei quali appunto sarebbero confluiti solo 700 miliardi. Ma, allora quanto è grande il debito pubblico statunitense? La domanda ovviamente non interessa solo gli USA, ma tutto il mondo ed in particolare il gemello siamese occidentale, cosi intimamente legato agli USA: se crollano gli USA, le conseguenze saranno catastrofiche per tutto l’occidente.
Ad oggi il debito pubblico ufficiale degli USA è circa 14.100 miliardi; se a questo aggiungiamo le cifre riportate dai giornalisti di Bloomberg, non possiamo che arrivare alla conclusione che il debito pubblico USA sarebbe vicino ai 30.000 miliardi di dollari e di conseguenza il tracollo economico degli USA è più imminente di quanto si possa credere. Conflittualità sociale e interetnica, inflazione e vaticinati separatismi saranno presto notizie della twitter ribellione statunitense?
Attilio Folliero

[Fonte: ucv-italiano]

La sovranità europea finisce a Cipro

Lo scorso 24 Febbraio, una maggioranza parlamentare costituita dai 32 membri dei partiti di opposizione ha approvato una risoluzione che forza l’esecutivo del presidente Demetris Christofias e del suo Partito Progressista dei Lavoratori a presentare la richiesta di adesione al programma della NATO denominato Partnership for Peace (PfP), meccanismo di transizione impiegato nel periodo 1999-2009 per portare dodici Paesi dell’Europa orientale nel blocco militare dominato dagli Stati Uniti.
Cipro è ancora, per ora, l’unico membro dell’Unione Europea che non appartiene alla NATO né al programma PfP, l’unico che non abbia mai chiesto di aderire all’Alleanza Atlantica né sentito il bisogno di formulare una richiesta in tal senso, e l’unico Paese europeo (esclusi i micro Stati di Andorra, Liechtenstein, Monaco, San Marino e Città del Vaticano) a non coltivare rapporti con essa.
Negli stessi giorni, il governo cipriota è stato interpellato dalla Gran Bretagna circa la possibilità di dispiegare nella base di Akrotiri, una delle due che insieme a Dhekelia i britannici mantengono sull’isola, cacciabombardieri da utilizzare contro la Libia.
Dovesse mai diventare un partner della NATO, Cipro non mancherà di ospitare le unità navali e sottomarine della Sesta Flotta statunitense che presidia, dallo Stretto di Gibilterra al Canale di Suez, l’intero Mar Mediterraneo. Non potrà inoltre negare l’uso e l’ammodernamento delle proprie infrastrutture militari e, molto probabilmente, sarà un punto d’appoggio dello scudo antimissilistico che Stati Uniti e NATO stanno sviluppando in Europa, Vicino Oriente e regione del Caucaso.
Cipro rappresenta l’ultimo pezzo della catena che consente il totale controllo del bacino Mediterraneo. Tutti gli altri Paese europei ai margini di o dentro esso sono membri della NATO o del programma PfP: Albania, Croazia, Francia, Italia, Grecia, Slovenia, Spagna e Turchia nella NATO; Bosnia, Malta e Montenegro nel programma PfP. E tutti i Paesi africani che vi si affacciano sono membri di un’altra partnership atlantista, il cosiddetto Dialogo Mediterraneo: Algeria, Egitto, Marocco e Tunisia. Eccezion fatta per la Libia, la quale non mancherebbe di aderirvi qualora vi si formasse un nuovo governo, specialmente se installato dopo un’intervento militare USA/NATO.

E la chiamano “missione di pace”

Kabul, 9 marzo – Con 2.800 morti, il 2010 è l’anno in cui sono morti più civili in Afghanistan dall’inizio dell’offensiva contro i talebani nel 2001. Lo rivela il rapporto annuale dell’Unama, la missione ONU di assistenza all’Afghanistan, e della commissione indipendente afghana per i diritti umani. In particolare, lo scorso anno il bilancio delle vittime è cresciuto del 15% rispetto al 2009 e nel complesso nell’ultimo quadriennio le vittime civili sono state 8.832, in aumento anno dopo anno.
(ANSA)

Pizzarotti in “Israele”

L’azienda italiana Pizzarotti è coinvolta nella costruzione del treno superveloce (conosciuto come progetto A1) che collegherà Gerusalemme a Tel Aviv passando illegalmente attraverso i  territori palestinesi che sono da decenni sotto occupazione israeliana.
Il tracciato della ferrovia infatti attraversa i “confini ufficiali” dello Stato di Israele (la cosiddetta “linea verde”) invadendo la Cisgiordania occupata, e sfruttando i territori palestinesi occupati per la costruzione di un’infrastruttura il cui uso sarà riservato esclusivamente agli israeliani, secondo quel sistema di apartheid che Israele pratica ogni giorno sulla pelle dei palestinesi.
Dal momento che il diritto internazionale vieta all’occupante di utilizzare le risorse dell’occupato a beneficio dei propri cittadini, Israele viola il diritto internazionale, contravvenendo inoltre a una serie di norme internazionali sui diritti umani, tra cui la IV Convenzione di Ginevra.
Oltre alla ferrovia sarà costruita una rete di strade di accesso ai cantieri, e complessivamente l’impatto ambientale sarà devastante per la popolazione palestinese della zona, che, oltre a non poter utilizzare il treno, dovrà subire ulteriore esproprio di terra, con invasione, occupazione e distruzione delle colture; tre villaggi saranno isolati, Yalu, Beit Surik e Beit Iksa, gli ultimi due già gravemente danneggiati da una serie di confische territoriali effettuate in occasione della costruzione del muro dell’apartheid, e sottoposti a severe restrizioni nelle possibilità di movimento degli abitanti per presunti “motivi di sicurezza”.
Un altro pezzo di territorio palestinese sarà di fatto annesso da Israele con questo sistema subdolo e illegale!
Il contratto firmato da Pizzarotti prevede l’intervento della ditta nel tratto C della ferrovia, il più lungo (circa 30 km.) e il più complicato. Il tratto C comincia a Sha’ar Hagay, nell’enclave di Latrun (nei Territori Occupati), e comprende il lungo tunnel 3, che con i suoi 11.5 km è destinato a diventare il tunnel più lungo della regione. Questo tunnel attraversa la “linea verde” e sbuca nella Valle dei Cedri, in prossimità del villaggio di Beit Surik. La sua costruzione richiede una rete di strade di accesso per il passaggio delle speciali macchine da trivellazione e per la rimozione delle enormi quantità di terra e residui, che verranno smaltite attraverso lo sbocco nella Valle dei Cedri, ovviamente nei territori occupati palestinesi.
E’ per costruire questo tunnel che, dopo che l’austriaca Alpine Bau si era ritirata, la Mipien S.p.A., holding del Gruppo Pizzarotti, ha dato vita a una società mista con la ditta privata israeliana Shapir Civil and Marine Engineering, formando la nuova Shapir Pizzarotti Railways: questo sarebbe il “ruolo assolutamente secondario” di cui parla la Pizzarotti in una nota del novembre 2010!
Il coinvolgimento della Pizzarotti in questo progetto costituisce pertanto complicità nei crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Israele.

Manifestazione il 16 Marzo – anniversario dell’assassinio di Rachel Corrie – in Via Parigi 11, sotto la sede della Pizzarotti a Roma.
Inviare le adesioni a comitatopalestinanelcuore.

Brevità del processo

Il processo americano più che breve è inesistente.
Il sistema giudiziario statunitense funziona perché non fa i processi, non fa gli appelli e non motiva le sentenze.
Ogni anno (anche se metà dei crimini gravi non è denunciata alle autorità) le 18.000 polizie americane effettuano 15 milioni di arresti che però si riducono a 155.000 processi (di cui un terzo civili). Questo miracolo si spiega col fatto che il 96% delle condanne è ottenuto con il patteggiamento e che solo una parte piccolissima dei procedimenti giudiziari civili e penali arriva in aula.
Qui le cose avvengono rapidamente sia perché le udienze preliminari hanno fatto piazza pulita di tutti gli impicci procedurali, sia perché l’imputato non ha vantaggi nel dilazionare il dibattimento, dato che la prescrizione si è interrotta per sempre con l’inizio dell’azione giudiziaria, sia perché i giudici, quasi tutti ex procuratori, non amano perdersi in chiacchiere.
La giuria non deve motivare la sua decisione. Che vi spediscano sulla forca o vi mandino libero a dispetto dell’evidenza la decisione è finale e “the show is over” (come del resto accade quando vi siete dichiarato colpevole). Sono solo quei fortunelli dei condannati a morte che hanno la certezza di una revisione formale del verbale del processo. L’appello americano, civile e penale, può diventare una messa cantata pluridecennale, ma la stragrande quantità dei casi è decisa dall’unico giudizio di merito.
A onor del vero è doveroso far notare che non sempre le cose sono così spicciative. Le prigioni americane traboccano di decine di migliaia di detenuti in attesa di giudizio. Poveracci che non sono in grado di pagare la cauzione e preferiscono dichiararsi colpevoli di un crimine che non hanno commesso, pur di non attendere per mesi il giudizio.
Anche per i crimini gravi ci vuole il suo tempo ed è raro che un omicidio di primo grado arrivi al dibattimento prima di due o tre anni. L’estate scorsa un padre, accusato dell’assassinio della figlia, è stato rimesso in libertà dopo più di cinque anni di detenzione cautelare.
Claudio Giusti

[Dello stesso autore:
American gulag 2011
Il delitto di Perugia in America]

USA for Africa

Washington, 4 marzo – L’ex-capo della CIA ad Algeri è stato condannato da un giudice USA a cinque anni di carcere per avere abusato sessualmente di due donne algerine.
Andrew Warren, 43 anni, ha ammesso di avere avuto i rapporti sessuali mentre si trovava nella sua residenza, nella ambasciata USA ad Algeri, nel settembre 2007 e nell’aprile 2008. Le donne avevano accusato l’agente della CIA di averle drogate, prima dei rapporti sessuali, versando una sostanza nelle loro bevande. L’accusa aveva chiesto due anni e nove mesi di prigione per Warren, ma il giudice ha rincarato la dose con una sentenza di cinque anni di carcere.
Warren era stato licenziato dalla CIA alla fine del 2008. Mentre era in attesa del processo era stato arrestato per possesso illegale di arma da fuoco e uso di cocaina.
La difesa aveva sottolineato che l’accusato soffriva di stress post-traumatico per la sua attività in zone di guerra e per avere visto colleghi morire al suo fianco.
(ANSA)

[Segnalasi improvviso sussulto di dignità della Chiesa cattolica. Qui in fondo.]

Le candide tuniche del moralismo dirittoumanista

Bell’articolo che mette soprattutto alla berlina la tanto osannata “equità” massmediatica di certi telegiornali ipocriti e finto-sinistroidi, e soprattutto la “profondità” di certa satira “di sinistra”.
(dal commento di Ladygagarin)

La tecnica degli uni e degli altri, intendendo i media di destra e sinistra e i loro padrini, è quella collaudata di buttare nella stessa zuppa mediatica le capre e i cavoli. I cavoli ogm delle “rivoluzioni colorate” o “dei fiori” (Iran, Tibet, Georgia, Serbia…) mescolate alle capre DOC delle insurrezioni contro tiranni servi dell’Impero e zimbelli del FMI globalizzante. Con la nobiltà e la sincerità delle seconde cercano di coprire il mercenariato vendipatria delle prime. E in questa brodaglia, resa tossica dalla contaminazione con la mutazione genetica, ci sguazzano tutti: i soliti amici del giaguaro, i soliti utili idioti (o finti tali) e, ahinoi, la maggioranza bue del popolo. Esplicitando: coprono con le insurrezioni di massa, spontanee o piuttosto innescate ed alimentate da anni di lavorio sotterraneo di gruppi antagonisti repressi, cioè con l’autentica primavera araba in Egitto, Iraq, Tunisia, Yemen, Bahrein, Somalia, Giordania, Marocco, le operazioni sporche, per quanto “colorate”, con gran tempismo organizzate dalla criminalità organizzata detta “comunità internazionale”, una percentuale infima dell’umanità, ma dotata del quasi monopolio dell’informazione e del controllo di menti e corpi. Danno, così, un’immagine seducente alle carognate di Impero e ascari al traino, appiccicandovi il logo e gli slogan della rivoluzioni che contro l’impero e la sua globalizzazione della miseria e sottomissione lottano.
L’elemento tragicamente funzionale per questo contesto sono i trogloditi dell’informazione “di sinistra” che vestono la propria decerebrazione, o criptocomplicità, con le candide tuniche del moralismo dirittoumanista. Una furbata imperialista che, accoppiata alla “guerra al terrorismo” e alle manette della nonviolenza, è servita negli ultimi vent’anni a far fuori buona parte del quadrante geopolitico resistente all’imperialismo: Jugoslavia, Serbia, Iraq, Afghanistan, Honduras, Palestina, Pakistan, come a tenere in piedi narcostati e satrapie clienti, dal Messico all’Egitto, dal Kosovo alla Colombia, dall’Indonesia alle Filippine. Eccelle per imbecillità nella colonna di cavernicoli che lubrificano il rullo dei bulldozer mediatico-militare occidentale, tale Gennaro Carotenuto. E’ seccante fargli pubblicità, anche negativa, ma mi serve come modello per tutta una vociferante, spocchiosa, disinformata, ipocrita, quinta colonna che, ahinoi, vantando qualche credibilità tra l’incolto e l’inclita per meriti genericamente umanitari, spesso autoassegnatisi all’ombra di figure di autentico valore, fa più danno alla verità e, dunque alla coscienza e all’azione liberatrici, dello stesso uragano di menzogne sollevato dal nemico evidente. Sono il tarlo che mina il mobile dall’aspetto integro, sono la tarma che ti fa ritrovare il bel maglione tutto sforacchiato, sono il roditore che corrode la pianta alla radice.
Questo Carotenuto coltiva un certo pubblico interessato all’America Latina, di cui, mescolando verità scontate e le classiche stronzate degli ipocriti dai distinguo grilloparlanteschi, si proclama esperto. Dopo aver infangato della sua bigotta religione dei “diritti umani”, versione cattolico-dalailamesca-obamiana, ogni movimento che allo sterminio imperiale si oppone con un minimo di forza, ora, sulla Libia, sbertuccia l’intero mondo progressista e rivoluzionario dell’America Latina. La colpa dei vari Chavez, Lula, Ortega, Kirchner, Castro, come delle coalizioni latinoamericane, Mercosur, Unasur, sorte in reazione all’assalto neoliberista e militare di USA-UE, e dei loro media Telesur, La Jornada, Pagina 12, Resumen, sarebbe di non essersi inseriti nella gigantesca campagna di disinformazione di Cia e Mossad e relativi velinari e di avergli fatto il controcanto della verità.
Meglio Minzolini o il Manifesto, con la loro rappresentazione dei fatti libici come la carneficina del suo popolo da parte di un tiranno sanguinario, uscito di senno. Meglio inondare la gente delle atrocità inventate a carico di un governo sotto assalto da parte di bande guidate e armate da chi non tollera neanche quel grado di indipendenza nazionale che consiste in una collaborazione economica senza costi di sovranità e senza vampirismo sociale, che non la “stolta analisi ideologica e geopolitica” degli avvenimenti fatta da quegli incompetenti dell’antimperialismo di Chavez, Evo, o Fidel. Come se non fosse proprio quell’analisi di chi la prestidigitazione dei predatori la sperimenta – e smaschera – da decenni, a sgretolare l’edificio di fango e di menzogne costruito dagli agenti immobiliari della cementificazione imperiale. Avessimo noi una Telesur, una Jornada e i tanti altri organi d’informazione del Sud del mondo. E invece abbiamo chi il cervello di informatore lo porta all’ammasso e il petto agli elargitori di medaglie ai bravi ragazzi. Tipo Fazio e Saviano.
Lasciamo perdere questo galoppino alla rincorsa di credibilità in ambito benpensante, le cui eclatanti scemenze alla fin fine tolgono forza al mulino dei liquami tossici e dedichiamo una parola al Manifesto. Mai s’era visto in un giornale una tale strepitosa opposizione sui fatti libici, nelle medesime pagine, tra versioni di segno contrario.
Da un lato bravi giornalisti, della scuola di Stefano Chiarini, che combinano la visione della realtà sul posto, Matteuzzi a Tripoli, in tutte i suoi chiaroscuri, con l’analisi di Manlio Dinucci, uno che meglio di tutti studia e illustra i meccanismi geopolitici e geostrategici dell’imperialismo alla riconquista di paesi, risorse, mercati; dall’altro, le quinte colonne della lobby, Rossanda, Sgrena, Forti, Lettera 22, Battiston, impegnate in tutte le aree di scontro tra popoli e aggressori a sostenere le ragioni umanitarie e “democratiche” della piovra imperialista. Come pensi la direttrice, Norma Rangeri, a offrire in tal modo ai suoi sconcertati e quindi fuggitivi lettori strumenti di conoscenza, riflessione, azione, resta un mistero.
Li vediamo dappertutto i limiti di queste fonti alle quali tocca abbeverarsi all’affannosa ricerca di qualche barbaglio di verità. Il guerrafondaio e ballista Nigro, di Repubblica, che ci vuol far credere che i funzionari di Gheddafi l’avrebbero accompagnato a intervistare i rivoltosi nella Zawiya da loro occupata, per poi, tutti contenti, andarlo a riprendere tra i nemici e riportarlo nell’albergo di Tripoli (e, coerentemente, nella pagina a fianco, il titolo “Menghistu, Bokassa e gli altri, così l’Africa salva i suoi dittatori” e giù contumelie razziste contro i governanti africani, sorvolando su chi, avendo ammazzato gente come Lumumba o Sankara e carcerato Mandela, ha installato questi suoi clienti); Santoro che sulla Libia ci rifila un logoro e sputtanato arnese del peggiore razzismo militarista come Luttwack; Fazio che, in pieno raptus savianeo-sionista, rasenta l’orgasmo a sentire squittire il gioiello della satira coprofila e sessuomane, Littizzetto, i borborigmi della propaganda sul “pazzo furioso” di Tripoli, sui suoi 50 cavalieri berberi, sulla sua tenda a Villa Pamphili, sui suoi fantasiosi addobbi. Perchè, anzichè esibire la sua anticultura razzista su turbanti, cavalieri e tenda, astuti gesti simbolici di rivalsa nei confronti degli ex-colonizzatori, la pierre del “walter” e della “jolanda” non si occupa del satrapo inghirlandato e ingioiellato del Vaticano, delle scintillanti uniformi dello sterminatore Balbo, delle grottesche sconcezze di Dolce e Gabbana, o delle smaglianti fattorie dei coloni italiani che nelle tende dei campi di concentramento e di sterminio del governatore Graziani, modello copiato agli inglesi e proposto ai nazisti, ridussero e uccisero metà della popolazione libica?
Se vi va di stare nel calduccio del coro dallo spartito obbligato, sbeffeggiate pure Gheddafi per le sue eccentricità di modi e vesti, infierite dall’alto della vostra aristocratica democrazia sull’assenza di partiti e sulle astruserie della costruzione statale, rampognate gli episodi di dura repressione, sdegnatevi delle piroette di un rivoluzionario anticoloniale che si riduce a condividere consigli d’amministrazione e pozzi con gli avvoltoi del capitalismo (che altrimenti gli avrebbero reso il paese come l’Iraq o Haiti). Ma, magari, confrontate la vita di un qualunque libico, beduino o operaio, scolaretto o infermo, omosessuale o donna, con quella del fratello arabo e africano della porta accanto. Studiatevi il Libro Verde e rintracciatevi Marx e Gramsci, Averroè e Fidel. Affiancate i burka di Bengasi alle donne della scorta di Gheddafi, o dell’università di Tripoli. Giudicate chi ha conquistato più dignità, la Libia di Gheddafi o quella del Senussi accovacciato ai piedi della Regina. Pensate all’indefesso lavoro di Gheddafi, creatore dell’Unione Africana – e di questa è espressione la legione dei “mercenari”, per unire il continente in un fronte politicamente ed e conomicamente in grado di constrastare i monopoli occidentali del potere. E poi immaginate cosa di quel popolo fiero e ricco faranno gli F16, i carri Abraham, gli azionisti della Shell e le immancabili mafie di armi, droga ed ecocidio nella loro marcia da Tripoli a Pretoria. Altro che Graziani.
Noi ci vantiamo di obbedire alla sacra legge “non avrai altro dio all’infuori di me”, o “chi non ama Gesù nei suoi ottantanni va all’inferno per l’eternità”. Legge più orrida di quella sul fine-vita che va allestendo la coppia santo satrapo-guitto mannaro. Gheddafi, tuttavia, ci ha offerto l’arma di distrazione di massa: “Chi non ama Ghedddafi deve morire”, gli è stato fatto dire nella Piazza Verde da un squinternato interprete. E se con Gesù la pistola alla tempia dei mortali è almeno maneggiata dal divino, con Gheddafi è in mano a un delirante psicopatico.Peccato che poi siamo rimasti inchiodati al familiare ricatto cristiano allorchè la traduzione corretta è risultata: “Se il popolo non lo ama più, Gheddafi deve morire”. Pensate a quali mezzucci da tre carte ricorre questo giornalismo gigolò.
Del resto, per il razzismo eurocentrico che accomuna nella stessa visione di valori destre e “sinistre”, non c’è governante che si opponga al cannibalismo della “civiltà superiore” il quale non sia folle, non assomigli a Hitler, non deliri: Milosevic, Saddam, Castro, Chavez, Nasrallah, Ahmadi Nejad… Basterebbe un minimo di rispettoso approfondimento delle culture in questione per rendersi conto che nei discorsi di costoro, espressi nell’oratoria delle proprie tradizioni, il “delirio” e la “follia” sono la denuncia dei complotti e crimini imperialisti, l’affermazione di come stanno veramente le cose, la determinazione a resistere. Si sono mai sentite dai rivoluzionari o resistenti citati le davvero demenziali inversioni tra realtà e falsità, di atti e intenzioni, ontologicamente proprie di illusionisti come Berlusconi, Bush, Obama, Blair, Ratzinger?
In ogni modo ci deve essere, oltre all’insipienza maturata nella lunga contiguità all’ideologia del padrone, una buona dose di malafede in chi non scorge l’evidenza abbagliante della ripetitività delle grandinate di menzogne e calunnie nell’era della restaurazione coloniale. Paesi sottratti al dominio del socialismo reale, a lavoro, sanità, istruzione per tutti, al benessere dignitoso, così vengono consegnati al cannibalismo della globalizzazione neoliberista, a partire dall’invenzione dei “trucidati” da Ceausescu a Timisoara (cadaveri sottratti all’obitorio); dalla Jugoslavia anti-NATO e antiliberista fatta a pezzi con la bufala della “pulizia etnica” e di Sebrenica; dall’Iraq cancellato dalla geografia umana grazie alle fandonie dei “neonati del Kuweit strappati alle incubatrici”, delle armi di distruzione di massa, dei curdi gassati; fino all’Honduras golpizzato perchè un presidente avvicinatosi al processo liberatore dell’ALBA “voleva farsi presidente a vita”…
(…)

Da Libia, arrivano i loro. Invece in Iraq…, di Fulvio Grimaldi.
[grassetto nostro]

“Noi ci abbiamo messo tutta la nostra scienza”

“Se non mi fossi convinto della sicurezza del MUOS, che non è barattabile con nessuna compensazione, io non sarei qui assolutamente a parlarvi, perché non c’è né punto nascita in un ospedale, né Ponte sullo stretto che tenga, rispetto alla salute dei cittadini…”. Si presenta così d’avanti al consiglio comunale di Niscemi (Caltanissetta) il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, per formalizzare il suo giro di valzer sul terminal terrestre del nuovo sistema satellitare che i militari USA vogliono realizzare all’interno della riserva naturale “Sughereta”. Dopo il “No” e il “Ni”, finalmente il “Sì” di petto: il MUOS è “sicuro al 1.000 x 1.000” e “riduce” perfino l’inquinamento elettromagnetico generato dall’impianto di telecomunicazioni che l’US Navy gestisce da quasi vent’anni a Niscemi. È per questo, secondo Lombardo, che sono superflui i risarcimenti e le misure compensative che la Regione era pronta ad offrire poco meno di sei mesi fa, appena un paio di vigilantes a cavallo nella riserva naturale, un centro in ospedale per monitorare i tumori e una sospetta “zona franca cittadina”, altro che Ponte di Messina. E per convincere sindaco, giunta e consiglieri che il MUOS s’ha da fare, don Raffaele sì è fatto accompagnare a Niscemi da due “esperti segnalati in maniera particolare dal rettore dell’università di Palermo”, una pattuglia di dirigenti regionali, tre colonnelli delle forze armate e un parlamentare, Alessandro Ruben (Fli), componente della commissione difesa della Camera e delegato presso l’Assemblea Parlamentare della NATO.
“Vorremmo tranquillizzare i cittadini sulla presenza dell’antenna statunitense perché da come espresso dai tecnici in materia fa meno male rispetto a quelle 47 antenne che insistono già nel territorio di Niscemi”, ha dichiarato il presidente. “Il MUOS è funzionale alla comunicazione che serve per la sicurezza, dalla quale dipende la permanenza nella nostra terra della base militare di Sigonella. Il MUOS sostituirà l’attuale sistema ed è più sicuro. Mi hanno spiegato che 27 antenne comunicano e le altre 20 sono di riserva nel caso in cui si guastano alcune, mentre una piccola parte di esse resterebbe inattiva, entrando eventualmente in funzione solo se dovesse disattivarsi il nuovo sistema satellitare”. In verità le antenne USA presenti a Niscemi sono 41, sei in meno di quelle contate da Lombardo. Quisquiglie, ciò che conta davvero è trovar credito a Washington specie dopo quel maledetto cablogramma inviato il 15 giugno 2009 dal console di Napoli alle massime autorità civili e militari degli Stati Uniti d’America, in cui il leader del Movimento per l’Autonomia veniva duramente criticato per le resistenze opposte all’installazione del nuovo sistema di comunicazioni satellitari. “Contro il MUOS si oppone un gruppo di sindaci locali, che hanno usato con successo i media locali per diffondere congetture – non supportate neanche dagli scienziati coinvolti dai sindaci come esperti – che l’installazione pone gravi rischi ambientali alla salute della popolazione locale”, spiegava il console USA. “Gli studi della Marina militare, convalidati dal Ministero della difesa italiano, evidenziano come le emissioni elettromagnetiche delle antenne sono al di sotto dei limiti italiani e della Ue”. Nel cablogramma si stigmatizzava poi il comportamento dell’assessorato regionale all’ambiente che “ha ritardato” l’approvazione del progetto consentendo l’esecuzione di ulteriori analisi d’impatto ambientale. “Lombardo ha poco tempo per i funzionari stranieri”, aggiungeva il diplomatico. “Durante il suo precedente incarico come presidente della provincia di Catania, ha concesso al Console Generale una telefonata di cortesia di 5 minuti, e da presidente della Regione si è rifiutato di ricevere sia l’ex ambasciatore Spogli che quello attualmente in carica, durante i loro viaggi a Palermo, a dispetto del suo staff”. Una reprimenda che deve aver lasciato il segno: nei successivi 18 mesi Raffaele Lombardo si è incontrato in sei occasioni con i diplomatici statunitensi in Italia, l’ultima volta l’11 gennaio 2011 a Roma direttamente con l’ambasciatore Thorne. Oggetto della visita, secondo una nota d’agenzia, gli “investimenti USA in Sicilia e la questione delle antenne satellitari del MUOS di Niscemi”. I meeting hanno convertito il Presidente in un convinto assertore dell’innocuità delle antenne ma soprattutto della rilevanza strategica del sistema militare. Il colonnello Francesco Maurizio Noto, capo del secondo ufficio del gabinetto del Ministero della difesa, in visita a Niscemi insieme a Lombardo, ha voluto precisare che la “rilocalizzazione” del MUOS è fuori discussione. “Ciò porterebbe ad un aggravio di comunicazioni specifiche, si dovrebbe cioè ricreare fisicamente tutto il supporto trasmissivo che esiste tra Sigonella e Niscemi”, ha dichiarato Noto. “Riteniamo che il MUOS vada fatto e come mi insegnano i casi che ho seguito personalmente di Vicenza ed altre situazioni, esplicheremo tutte le potestà che la legge ci consente per ottenere questo risultato di difesa nazionale”.
Dopo le dure parole dell’alto ufficiale, sono arrivate quelle più rassicuranti di due docenti della facoltà d’ingegneria di Palermo, Luigi Zanforlin e Patrizia Livreri, “tecnici neutrali e non ingaggiati sicuramente dal Ministero della difesa o dalla NATO”, stando alla presentazione di Lombardo.
(…)
“Noi ci abbiamo messo tutta la nostra scienza, conoscenza ed oggettività, abbiamo cercato di pensare che qua potevano essere nati e cresciuti i nostri figli”, ha concluso la docente Livreri. “Ci abbiamo messo la faccia, l’Università di Palermo ci ha messo la carta intestata, il logo, la firma del professore Zanforlin, la mia e quella del direttore…”. Per dovere di cronaca, nell’ultimo biennio la facoltà d’ingegneria dell’università di Palermo ha sottoscritto con il Laboratorio di Ricerca dell’US Army – Dipartimento della difesa, due contratti per un valore complessivo di 70.000 dollari per la “produzione elettro-chimica di materiali nano-strutturati per applicazioni di conversione energetica”. Quando di parla di neutralità dell’accademia…
(…)

Da La resa del presidente Lombardo al MUOStro di Niscemi, di Antonio Mazzeo.

[E non smettiamo di seguire l'evolversi della crisi in Libia. Sempre qui.]

Il delitto di Perugia in America

Mi è stato chiesto come si sarebbe svolto il processo di Perugia se i fatti fossero accaduti in America.
Provo a rispondere facendo due ipotesi e inizio togliendo di mezzo la polemica sulla polizia scientifica e i forensic labs: ribadendo che gli americani farebbero meglio a guardare in casa loro, dove una quantità di laboratori di polizia sono stati investiti da furiose polemiche e inchieste che hanno riempito le pagine dei giornali. Mi limito a ricordare che il laboratorio dello Houston Police Department è stato chiuso d’autorità. Fra le molte ragioni quella che ci pioveva dentro, come del resto pioveva in quello di Dallas. In quelle due contee hanno avuto fatto più del 10% delle esecuzioni americane e lo stato della scienza forense texana (vedi il caso di Cameron Todd Willingham) è così penoso da avere indotto il Parlamento del Texas a istituire una commissione d’inchiesta.
Tornando a Perugia iniziamo notando che il sistema giudiziario americano è completamente diverso dal nostro (come lo è dagli altri sistemi di common law) ed è basato sull’assoluta libertà d’azione di cui dispone il District Attorney. E’ il Procuratore che decide chi incriminare e per quali reati ed è sempre il DA che decide se patteggiare e in che termini. Questa incondizionata autonomia consente una pressione enorme sugli accusati e produce una totale arbitrarietà nell’imposizione della pena.
La Procura ha il completo controllo della situazione e decide se chiedere o meno la pena di morte (magari dopo essersi consultata con la famiglia della vittima) o se utilizzarne la minaccia per ottenere un patteggiamento. In Europa lo chiamiamo torturare la gente, ma in America accade spesso che le cose vadano così:
”Sei in prigione da due anni in attesa del processo quando si presenta un tizio che dice: – Se ti dichiari colpevole questa è la condanna e fra due anni sei fuori, ma, se ti ostini a proclamarti innocente, fra un anno c’è il processo e se vinciamo noi ti ammazziamo – Voi cosa fareste?”
Questo immenso potere consente di patteggiare il 70% delle condanne per omicidio e il 96% di quelle per i felonies (crimini che prevedono una pena superiore all’anno). In definitiva il processo americano è una specie in via d’estinzione, visto che 15 milioni di arresti si riducono a 100.000 processi.
Nei casi di omicidio con più complici la funzione del Procuratore è stata paragonata a quella di un regista che assegna le parti in una recita teatrale. Il paragone è calzante, non tanto perché è lui che decide tutto, quanto perché gli americani spezzettano il processo in tanti procedimenti quanti sono gli imputati, ognuno dei quali avrà il suo dibattimento. In ognuno di questi la Procura si sente libera di presentare alle giurie una versione dei fatti completamente diversa dalle altre, come di costringere un imputato, in cambio del patteggiamento, a fornire la testimonianza adatta alla sua parte. (I casi paradigmatici sono quelli di Jesse DeWayne Jacobs e di Napoleon Beazley)
Questa recita è allestita a beneficio di un pubblico esiguo ma scelto: i dodici giurati, le loro fobie e pregiudizi: con il vantaggio che il loro gradimento non deve essere motivato, perché essi non devono spiegare le ragioni per cui accettano le tesi di una parte e non quelle dell’altra. I giurati decidono all’unanimità se l’imputato è colpevole o non colpevole del reato ascrittogli, ma non spiegano il ragionamento che li porta a tale conclusione.
Nel processo americano (in cui non c’è la parte civile) vince chi inizia con gli opening statements più facilmente comprensibili e conclude con le arringhe (closing arguments) che raccontano una storia semplice da capire e ricordare. Quello che convince una giuria non è la solidità delle prove, ma la coerenza del racconto. Se la storia che le viene esposta funziona sotto l’aspetto narrativo è difficile che la giuria vada poi a vedere se ci sono prove sufficienti della colpevolezza dell’imputato. Solo così si spiegano tante condanne a morte o alla prigione: la giuria ha gradito di più il racconto che le ha fatto l’Accusa.
Più che un processo un premio letterario.
In America, i tre di Perugia, sarebbero passibili di pena capitale, ma ben difficilmente questa sarebbe chiesta per tutti e gli scenari possibili erano almeno due.
Nella prima sceneggiatura, che chiameremo “Impicca il negro”, la parte principale è assegnata all’imputato di colore, per il quale si chiede la pena di morte. Al ragazzo bianco sarà invece data la parte del complice pentito che, in cambio di una condanna all’ergastolo, fornisce alla giuria una versione concordata con l’Accusa. La ragazza bianca, in questa versione della recita, se la caverebbe con poco o nulla; l’importante è che si atteggi a vittima delle circostanze.
La seconda sceneggiatura è ben più intrigante e originale della prima e ha per titolo “Morte alla strega”. In essa la parte principale è assegnata alla ragazza (che i tabloid inglesi chiamano Foxy Knoxy), mentre i due maschi reciteranno quella dei poveri coglioni irretiti dalla dark lady. La bionda dallo sguardo di ghiaccio sarà dipinta come una perversa mangiatrice di uomini che, nel suo delirio di onnipotenza, non si ferma davanti a nulla. Una sadica pervertita che merita la morte.
Queste sono ovviamente le mie fantasie di studioso, ma occorre tenere presente che la realtà supera sempre la fantasia. Non per nulla a Washington (lo Stato di Amanda Knox) un serial killer ha patteggiato 48 omicidi.
Ricordo infine che in America l’appello non è un diritto previsto dalla Costituzione e che i nostri ragazzotti, non essendo stati condannati a morte, non avrebbero nemmeno goduto del beneficio della revisione formale del verbale del processo da parte della locale Corte Suprema.
Claudio Giusti

P.S.
Credo sia doveroso ricordare che, al contrario di quanto affermato da una rumorosa propaganda pseudo-garantista, giudici e procuratori americani sono assolutamente immuni da cause civili prodotte dalle decisioni prese nell’esercizio delle loro funzioni. Possono essere perseguiti per via amministrativa e penale, ma NON possono essere citati in un giudizio civile.

[Dello stesso autore: American gulag 2011]