Come festeggiare degnamente il 25 Aprile

New York, 25 aprile – Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha espresso ‘grande apprezzamento’ al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dopo la decisione dell’Italia di rendersi disponibile ad effettuare raid mirati sulla Libia. In una telefonata, i due leader hanno convenuto sulla necessità di incrementare la pressione sul regime libico. Gli USA plaudono alla decisione italiana ”di fornire appoggio militare addizionale alla operazione Unified Protector”.
(ANSA)

Roma, 26 aprile – ”L’ulteriore impegno dell’Italia in Libia, annunciato ieri sera dal presidente del Consiglio Berlusconi, costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall’Italia a metà marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di difesa da me presieduto e, quindi, confortata da ampio consenso in Parlamento”.
Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, facendo riferimento al nuovo impegno italiano in Libia che consentirà anche di poter usare aerei italiani armati di bombe sul teatro libico.
(ASCA)

Standing Army a Bologna

Mercoledì 11 Maggio, ore 20.30, a Bologna
proiezione del documentario

Standing Army.
L’immensa rete delle basi militari USA all’estero

Al termine della proiezione, dibattito con Thomas Fazi, traduttore ed interprete, co-autore insieme ad Enrico Parenti di Standing Army (dvd + libro edito da Fazi) ed Alberto B. Mariantoni, politologo, scrittore e giornalista, per più di vent’anni Corrispondente permanente presso le Nazioni Unite di Ginevra e per circa quindici anni sul tamburino di Panorama (in collegamento skype)

L’elezione di Barack Obama è stata accolta in tutto il mondo come l’inizio di una stagione politica radicalmente diversa da quella di Bush. Una stagione orientata alla pace ed al dialogo. E gli appassionati discorsi del neopresidente americano sembravano giustificare questa speranza.
Ma nell’ambito della politica estera, l’amministrazione Obama differisce ben poco da quelle precedenti.
Al di là dei titoli della stampa internazionale – e del Nobel per la pace assegnato a mandato appena intrapreso – si scopre una realtà molto lontana da quella ufficiale, con bilanci militari che superano persino gli ultimi stanziamenti dell’era Bush.
Dove vanno a finire tutti questi soldi?
In gran parte servono a finanziare l’immensa rete di basi militari statunitensi all’estero: a più di vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, ne restano circa un migliaio (la contabilità in merito è molto controversa) ed il loro numero continua a crescere, sparse in oltre quaranta Paesi nel mondo.
Come si spiega, quindi, questa aggressiva politica espansionistica alla luce della crisi economica e della retorica pacifista di Obama? Chi tira le fila della politica estera USA?
Su questi temi riflettono gli autori del documentario e del volume di approfondimento Standing Army. Un’inchiesta che unisce alle parole di esperti – quali Noam Chomsky, Gore Vidal, Chalmers Johnson, Edward Luttwak – le testimonianze di chi è toccato in prima persona dalla presenza delle basi: gli abitanti di Vicenza, che si oppongono ad una nuova struttura militare a pochi passi dal centro cittadino; la popolazione dell’isola giapponese di Okinawa, che condivide il suo piccolo lembo di terra con 25.000 soldati statunitensi; gli indigeni dell’isola di Diego Garcia (Oceano Indiano), cacciati per far spazio ad una gigantesca base aeronavale; e lo stesso personale militare americano, impegnato in teatri di guerra in Asia (Iraq ed Afghanistan) ed Africa (Libia) con retroterra logistici operativi anche in Italia.

L’incontro, promosso da Eur-eka, si svolge presso il Centro G. Costa, in via Azzo Gardino 48, a due passi dal cinema Lumière.
Ingresso riservato ai soci – Tessera Uni.Ass.Bo €3 – Sono riconosciute anche le tessere Ancescao

Qui il volantino promozionale dell’iniziativa.
Per informazioni e contatti: eur-eka@libero.it

[Oggi festa PER la liberazione, anche in diretta web]

Ronald Reagan, 1986 vs Barack Obama, 2011

Da Reagan ad Obama: questa dettagliata rassegna a cura di Rick Rozoff dimostra l’ipocrisia della politica estera statunitense così come la continuità del progetto imperialista americano…

Ronald Reagan (RR), 14 aprile 1986
Barack Obama (BO), 28 marzo 2011

RR:
“Stamattina alle 7:00 ora locale forze aeree e navali degli Stati Uniti hanno sferrato una serie di colpi contro i quartier generali, le attrezzature terroristiche e le installazioni militari che sostengono le attività sovversive di Mu’ammar Gheddafi.”
BO:
“Posto di fronte ad una brutale repressione e ad un’incombente crisi umanitaria, ho mobilitato navi da guerra nel Mediterraneo… Non era nel nostro interesse nazionale lasciare che avvenisse. Io ho impedito di far sì che avvenisse. E così 9 giorni fa… ho autorizzato l’iniziativa militare.”

RR:
“Alcune settimane fa a New Orleans, avevo avvertito il Colonnello Gheddafi che avremmo considerato il suo regime responsabile…”
BO:
“10 giorni fa, avendo tentato di por fine alla violenza senza ricorrere alla forza, la comunità internazionale aveva offerto a Gheddafi l’ultima scelta fra concludere la sua campagna di uccisioni oppure affrontare le conseguenze.”

RR:
“Il Colonnello Gheddafi non è soltanto un nemico degli Stati Uniti. Il suo curriculum di destabilizzazioni e aggressioni a danno degli Stati confinanti in Africa è ben documentato e ben noto. Egli ha ordinato l’uccisione di cittadini libici in innumerevoli Paesi.”
BO:
“Per più di quattro decenni, il popolo libico è stato governato da un tiranno – Mo’ammar Gheddafi. Costui ha negato la libertà al suo popolo, sfruttato la sua ricchezza, ucciso oppositori in patria ed all’estero e terrorizzato persone innocenti in tutto il mondo – compresi americani che sono stati uccisi da agenti libici.”

RR:
“Oggi abbiamo fatto quel che dovevamo fare. Se necessario, lo rifaremo.”
BO:
“Dunque per coloro i quali avevano dubitato in merito alla nostra capacità di portare a termine quest’operazione, voglio essere chiaro: gli Stati Uniti d’America hanno fatto quel che avevano detto che avrebbero fatto.”

RR:
“Ai nostri amici ed alleati in Europa che hanno cooperato nella missione di oggi, io vorrei solo dire che avrete l’eterna gratitudine del popolo americano.”
BO:
“In quest’operazione, gli Stati Uniti non hanno agito da soli… La nostra alleanza più efficace, la NATO, ha preso il comando per imporre l’embargo delle armi e la No Fly Zone.”

RR:
“L’autodifesa è non solo un nostro diritto, è un nostro dovere. È la motivazione di fondo della missione intrapresa stasera.”
BO:
“Quando i nostri interessi e valori sono in gioco, noi abbiamo la responsabilità di agire. Questo è ciò che è successo in Libia nel corso di queste ultime sei settimane… Io avevo reso chiaro che non avrei mai esitato ad usare il nostro esercito rapidamente, incisivamente ed unilateralmente se necessario per difendere il nostro popolo, la nostra patria, i nostri alleati ed i nostri interessi principali.”

RR:
“Non m’illudo che l’azione di stasera farà calare il sipario sul regno di terrore di Gheddafi. Però questa missione, sebbene sia stata violenta, può avvicinarci ad un mondo più sicuro e più tranquillo per uomini e donne rispettabili. Noi persevereremo.”
BO:
“Ciò non significa che il nostro lavoro sia finito… Gheddafi non è stato ancora scalzato dal potere, e finché non accadrà, la Libia resterà pericolosa.”

RR:
“Stasera io celebro l’esperienza e la professionalità degli uomini e delle donne delle nostre Forze Armate che hanno portato a termine questa missione. È un onore essere il vostro comandante in capo.”
BO:
“Io voglio iniziare riconoscendo i meriti dei nostri uomini e donne in uniforme che, ancora una volta, hanno agito con coraggio, professionalità e patriottismo. Si sono mossi con incredibile rapidità ed efficacia.”

RR:
“Noi Americani ce ne mettiamo prima di arrabbiarci. Cerchiamo sempre vie pacifiche prima di ricorrere all’uso della forza – e lo abbiamo fatto. Noi abbiamo tentato con calma la diplomazia, la condanna pubblica, le sanzioni economiche e le dimostrazioni di forza militare. Non è accaduto nulla. Nonostante i nostri reiterati avvertimenti, Gheddafi ha continuato la sua sprezzante politica di intimidazione…”
BO:
“Per generazioni, gli Stati Uniti d’America hanno svolto un ruolo unico in qualità di appiglio per la sicurezza globale e di avvocato per la libertà umana. Tenendo ben presenti i rischi ed i costi dell’azione militare, noi siamo ovviamente riluttanti all’uso della forza per risolvere le molteplici sfide del mondo. Ma quando i nostri interessi e valori sono in ballo, noi abbiamo la responsabilità di agire.”

[Traduzione di L. Salimbeni]

“Addestratori… nell’ambito della stessa squadra”

Roma, 20 aprile – “Il governo italiano ha dato la disponibilità per inviare 10 addestratori militari in aiuto agli insorti contro Gheddafi in Libia”. A darne l’annuncio è il ministro della Difesa Ignazio La Russa, al termine dell’incontro con il suo omologo britannico Liam Fox.
“Il numero dei nostri addestratori – sottolinea La Russa – è pari a quello garantito dal governo britannico”. Parlando del ruolo dell’Italia nella crisi libica, La Russa spiega che ”agiamo con compiti diversi ma nell’ambito della stessa squadra, la NATO”. Fra i compiti in precedenza assegnati all’Italia, La Russa ne aggiunge due, riguardanti ”il rifornimento in volo degli aerei britannici” e ”l’estensione della capacità d’accoglienza degli assetti militari nelle nostre basi NATO”.
(Adnkronos)

“Non credo che saranno carabinieri”…
Roma, 21 aprile – ”Ho letto dei timori legati al fatto che possano essere 10 i consiglieri militari, ma quelli che l’Italia invierà in Libia non sono consiglieri militari ma istruttori e questo non ha niente a che vedere con i consiglieri, né con coloro che accompagnano nelle attività operative”. A dirlo il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, rispondendo ai cronisti a margine delle celebrazioni del 2764° Natale di Roma.
La Russa ha tenuto a precisare che ”sono semplicemente istruttori militari, cioè persone che hanno nozioni di come un soldato deve muoversi e deve usare gli strumenti che sono a sua disposizione, né più né meno”. Rispondendo alla domanda se si tratterà di carabinieri, La Russa ha detto che ”non è necessario che siano carabinieri perché loro addestrano soprattutto persone che hanno un doppio ruolo, militare e di polizia. Qui non si tratta di addestrare gente con compiti di polizia ma militari, quindi non credo che saranno carabinieri”. La Russa, in merito alla data di partenza di questi uomini, ha sottolineato che ”é troppo presto per dirlo, sono passate appena 24 ore dalla decisione”.
(ASCA)

Videogiochi di guerra

Non è la prima volta che l’industria dello spettacolo e i dipartimenti di Pubbliche Relazioni del Pentagono sviluppano relazioni durature. Dal film “Pearl Harbour” ad esempi piu’ raffinati come i serial “Army Wifes”, l’industria delle Pr militari si è adoperata per creare un pensiero positivo, tra la popolazione, in merito alle forze armate. In America ogni film ambientato in uno scenario di guerra si avvale spesso di ex militari come consulenti speciali. La funzione di consulenza in questo caso permette ai registi di ricreare, con maggior attenzione per i particolari, ambientazioni, scenari e comportamenti degli attori piu’ aderenti alla realtà. Per i consulenti militari queste opportunità offrono un accesso diretto alla creazione del film definendo pratiche e situazioni che dipingano l’agire del soldato medio eroico e positivo.
La fusione tra industria dell’intrattenimento videoludico e bellico è solo l’ultima conseguenza di questo intreccio più o meno alla luce del sole.
Viene da domandarsi quale sia il vantaggio per l’esercito americano. I vantaggi sono molteplici.
L’industria bellica americana, che ha legami indissolubili con l’esercito americano, ha necessità di avere sempre ordinativi: aerei, mezzi corazzati, navi da guerra fino alle piu’ avanzate tecnologie per il soldato medio come visori notturni, corazze intelligenti etc.. Uno dei modi migliori è influenzare indirettamente la popolazione facendo percepire come “imperativo” la partecipazione dell’esercito ad ogni impresa bellica per mantenere la pace o, molto piu’ semplicemente, l’equilibrio mondiale, di solito a favore degli USA.
Carl Schmitt sosteneva che “la guerra dell’inimicizia assoluta non conosce alcuna limitazione. Trova il suo senso e la sua legittimità proprio nella volontà di arrivare alle estreme conseguenze. La sola questione è dunque questa: esiste un nemico assoluto, e chi è in concreto?“ (dal libro Teoria del partigiano).
Si evince, da questa citazione, che per mantenere unita una nazione sia necessario un nemico esterno, il catalizzatore dell’odio della popolazione.
Utilizzare i videogiochi bellici per creare un nemico virtuale mutaforma, facilmente adattabile per vestire, nella realtà, ogni nazionalità, etnia o religione è dunque una strategia sottile per creare uno stato di tensione continua in una fascia di popolazione altamente suscettibile alle influenze esterne.
Esiste inoltre la possibilità che la creazione virtuale di una tensione continua, l’abitudine ad una violenza percepita come normale, ludica, possa generare una discreta insensibilità alla sofferenza reale e possa generare una abbassamento della soglia di percezione del pericolo.
Questo mutamento della percezione tra i giovani, unita ad elementi di pressione sociale come la carenza di opportunità di lavoro nella vita civile ed un certo “fascino per la divisa” (un archetipo tribale costruito nei secoli basato sul concetto di guerriero come eroe che si eleva e compie atti sovraumani) puo’ spingere molti giovani delle classi sociali meno abbienti a trovare di sicuro interesse la vita militare.
Diventa possibile ipotizzare che i videogiochi a sfondo militare siano un ottimo strumento per l’esercito americano di migliorare l’immagine presso il cittadino comune, arruolare nuove reclute e creare un consenso generale diffuso sulla necessità di una nazione sempre in armi, pronta ad ogni sfida. Dopo tutto gli antichi romani erano soliti sostenere che “se vuoi la pace preparati per la guerra”.
(…)
Il videogioco permette anche un approccio di pre addestramento impossibile con altri mezzi quali la pubblicità televisiva o radiofonica.
L’integrazione dei videogiochi nella vita militare è pervasiva anche nelle piccole cose. Per esempio il sistema di controlli a distanza dei Predator (droni  aerei controllati a distanza) sono stati creati per essere una copia fedele dei comandi di un controller della Xbox o della Playstation.
Esiste quindi un risparmio economico per l’esercito quando arruolano nuove reclute tramite i videogiochi. I nuovi arruolati che scelgono la carriera di topgun virtuali (pilotando Predator per attacchi reali!) conoscono già i comandi e la percezione della realtà e della violenza è affievolita da anni di simulazioni virtuali.

Da Militainment 2.0, di Enrico Verga.

L’Anello contro Aldo Moro

Giovanni Maria Pedroni, classe 1927, partigiano a Trieste, illustre chirurgo conosciuto in tutto il mondo è la prima persona a parlare pubblicamente dell’esistenza dell’Anello, una struttura segreta la cui esistenza è stata confermata anche da Licio Gelli. Su questa struttura, di cui si sta interessando anche il Copasir, è uscita da poco tempo una dettagliata inchiesta di Stefania Limiti, edita da Chiarelettere che Pedroni così commenta: “Tutto esatto. L’Anello avrebbe potuto liberare molto facilmente Aldo Moro, fece fuggire Herbert Kappler, l’uomo delle Fosse Ardeatine per superiori esigenze di Stato, intervenne direttamente nella vicenda Cirillo”. Pedroni – intervistato da Paolo Cucchiarelli dell’Ansa, giornalista investigativo di primo piano, denuncia la “grande ipocrisia politica” che pesa ancora su tutta la vicenda visto che il servizio segreto clandestino passato alla storia come L’Anello inizia la sua vita nell’immediato dopoguerra e attraversa tutta la storia dell’Italia Repubblicana: “C’è una sacco di gente che sa di queste cose; soprattutto a livello politico. L’Anello era una struttura operativa che era riconosciuta ufficialmente dal governo. Il Viminale sapeva tutto. Tanti politici sapevano. Con una struttura segreta si potevano ottenere certi risultati senza che nessuno si scottasse le mani: questo era il compito dell’Anello”.
Pedroni racconta che questo speciale servizio segreto era stato fondato da un israeliano, Otimsky, “una persona anziana che mandava avanti operativamente le cose ma era politicamente nelle mani di Giulio Andreotti”. A Pedroni sta a cuore soprattutto il capitolo Moro. “Noi – scandisce – potevamo liberarlo, tranquillamente, senza problemi. La politica ci ha sbarrato la strada affinché non intervenissimo. C’era un ordine superiore di non intervenire, e potevamo farlo”. Aggiunge Pedroni con un’espressione non proprio felice: “Moro d’altra parte se l’è proprio cercata. Un dato è certo: alle cancellerie internazionali Moro non piaceva per nulla; Kissinger non lo poteva vedere. Aveva espressioni durissime per Moro che dava fastidio in Italia ma anche all’estero. Si scelse di non intervenire, lasciando le cose al loro destino. Lasciando che Moro venisse ucciso. Chi fa fuori Moro? Le BR? Mah… Non lo so… Si è deciso di lasciare morire Moro: le ragioni e il perché riguardano però la politica. Tutti i servizi italiani e stranieri si mossero per cercare di utilizzare tutto ciò che era utile a risolvere la questione. Alla fine non fu così. Moro pensava di essere vicino ad una soluzione positiva per sé. Sapeva però benissimo chi erano gli oppositori alle sua linea in Italia e all’estero. E’ una storiaccia… Moro fu lasciato morire. Questo lo sanno tutti. E nessuno parla”.

[Fonte: misteriditalia; grassetto nostro]

E io pago

“Il decreto di manutenzione sui conti del 2011 è in programma invece per il mese di giugno, e al momento “vale” attorno ai 3,3-3,5 miliardi.
Si tratta, prima di tutto, di finanziare spese definite “inderogabili”, tra cui le missioni militari internazionali, il cui costo è lievitato per effetto della crisi libica. L’ultima proroga, fino al 30 giugno 2011, è stata prevista dal decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri il 22 dicembre dello scorso anno.”

L’articolo integrale è qui.
L’ultimo rifinanziamento delle “missioni di pace” ammonta a 754,3 milioni di euro. “Per effetto della crisi libica”, non è difficile che il prossimo si avvicini od addirittura superi la soglia del miliardo…
Proprio ieri Berlusconi, conversando con alcuni ministri, ha affermato che le missioni all’estero vanno riviste, anche riducendo i contingenti ed il numero di militari impegnati. Di fronte all’emergenza immigrazione, che comporta costi ingenti per il Paese con l’applicazione del blocco navale e le operazioni di accoglienza, il premier avrebbe ventilato l’ipotesi di ridurre la partecipazione italiana in alcune missioni molto impegnative dal punto di vista economico.
Ed è stato prontamente richiamato all’ordine dal Pres della Rep NATOlitano.

Assassinio mirato sionista

Gaza, 15 aprile – Era segnata dal momento in cui era stato rapito ieri da estremisti salafiti la sorte di Vittorio Arrigoni, il pacifista italiano trovato morto a Gaza: secondo Ehab el-Ghoussein, portavoce del ministero dell’Interno di Hamas, “fin dall’inizio l’intenzione dei sequestratori era di uccidere la loro vittima, dal momento che l’omicidio è avvenuto dopo un breve lasso di tempo dalla sua cattura”.
Fonti delle forze di sicurezza locali hanno annunciato l’arresto di due sospetti.
(AGI)

Questa sera accendete una candela.

Casi di intelligence – vite esemplari 4°

E’ in corso una guerra.
Come in tutti gli eventi bellici moderni, anche in questo caso alcuni fotografi cercano di immortalarne i momenti più significativi. Fotografi di guerra, o comunque persone che si spacciano per tali.
Capita di leggere un articolo (di cui uno stralcio è qui) sul “primo fotografo al mondo ad arrivare nella cittadina della Tripolitania” Misurata. Si racconta che Alessandro Gandolfi si sarebbe imbarcato sul rimorchiatore Ezzarouk fra Bengasi e Misurata con quindici ribelli, armi e casse piene di soldi. “C’era questa possibilità, e sono saltato a bordo” ha raccontato qualche giorno fa. E aggiunge: “E’ molto interessante l’aver trovato, oltre alle armi, che immaginavamo, un bel po’ di denaro. Stanno cercando di riaprire l’economia locale di Misurata. A bordo della barca c’era anche il ministro dell’energia del governo provvisorio, Ali Taruni.”
Fra i vari episodi che Gandolfi riferisce vi è anche la perquisizione da parte di un’unità navale della NATO battente bandiera italiana: “Il battaglione San Marco ha controllato da cima a fondo lo scafo, prima di farci passare”. Precisando che l’ispezione dei “ragazzi pugliesi” del battaglione è durata “cinque ore” e poi il rimorchiatore ha proseguito per la sua strada come se nulla fosse.
Ma allora, quando Frattini si interroga sul’eventualità di fornire armamenti ai “ribelli”, ci sta prendendo per i fondelli! E l’Airbus francese che atterra a Bengasi con 10 tonnellate di “aiuti sanitari” fa molto pensare.
Di certo, quelli a bordo del rimorchiatore Ezzarouk sono “uomini pronti a tutto: prima di sbarcare si armano fino ai denti e pregano a poppa per la vittoria finale sul ‘mostro di Tripoli'”. Lui li chiama “partigiani”…
Quando, infine, il cronista gli domanda da dove vengano tutti i soldi trovati nella barca, Gandolfi risponde: “In Italia, a Londra, nel mondo, ci sono libici affermati e danarosi che lasciano risorse per la causa”.
Capito, il fotografo di guerra?

La riluttanza non è dettata da motivi etici

Roma, 12 aprile – ”C’è stata chiesta una maggiore partecipazione agli attacchi a terra in Libia, ma da parte nostra c’è una certa riluttanza”. Lo afferma il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, parlando con i cronisti a Montecitorio in merito all’intervento dell’Italia in Libia.
La riluttanza è ”dettata non da motivi etici, perché con il lavoro dei nostri ECR – continua La Russa – mettiamo in condizione gli alleati di bombardare, ma perché sin dall’inizio abbiamo preso il peso di altre cose: fornire le basi, l’ECR, i caccia, supporto all’embargo navale ed essere in testa nell’azione umanitaria”.
La Russa ha inoltre informato di aver appena sentito al telefono il segretario di Stato alla Difesa americano, Bob Gates, con il quale si vedrà lunedì prossimo a Washington. ”Dobbiamo lavorare in sinergia non solo con l’Inghilterra o con l’America ma anche con la Francia, quindi – spiega La Russa – non mi sottraggo a nessun colloquio. L’orientamento del Parlamento non era quello di vietare i bombardamenti, poi c’è stata una mia valutazione volta a concordare assetti diversi dai Tornado muniti di bombe”.
(ASCA)

Festa PER la liberazione 2011

A 66 anni dalla fine della guerra, l’Italia è ancora militarmente e politicamente occupata. Tutti i Governi che si sono succeduti, di centro, di destra, di centrodestra e centrosinistra hanno pagato miliardi di lire e poi di euro per sostenere il mantenimento delle basi e dei depositi nucleari americani in Italia e per fare tutte le guerre da loro volute.
Tali basi furono inizialmente collocate in Italia, Germania e Giappone perché gli USA ci considerarono nazioni sconfitte e conquistate; poi, con la guerra fredda contro l’Unione Sovietica, il loro numero crebbe sempre di più. Tuttora, nonostante l’attuale crisi stia producendo milioni di disoccupati, sottoccupati e precari; nonostante tutti i servizi sociali, pubblici, a cominciare dalla sanità e dalla scuola, siano lasciati senza mezzi, cresce l’accumulo di nuovi debiti per acquistare sempre nuove armi. Solo per dotare l’Italia dei nuovi caccia bombardieri F-35 si stanno spendendo 13 miliardi di euro.
Come non bastasse l’Italia ha ceduto di fronte alla richiesta di ampliare le sue servitù militari costruendo una nuova base americana a Vicenza.
Dopo la partecipazione italiana alla guerra contro l’Afghanistan e contro l’Irak, ecco l’ultima imposizione subita dal nostro Paese: la partecipazione alla guerra contro la Libia. L’Italia continua ad essere la portaerei americana nel Mediterraneo, punto di partenza e di rifornimento di aerei che vanno a bombardare e punire altri Stati in violazione delle leggi internazionali. Siamo ridotti a complici della violenza e della sopraffazione.
Noi siamo amici del popolo americano, e di tutti i popoli. Ma non vogliamo essere amici dei banchieri americani e mondiali che cercano di governare il mondo con le armi, le guerre e il terrore.
Noi, come recita la nostra Costituzione, e come era nello spirito di quel lontano 25 Aprile, vogliamo essere un popolo sovrano e indipendente, in pace con il resto del mondo.

25 Aprile 1945 / 25 Aprile 2011

L’iniziativa si svolge in contemporanea a Vicenza, Napoli e Cagliari.
Per informazioni e contatti: tel./fax 0532 733656
perlaliberazione@gmail.com
perilbenecomune.net

Livorno, 10 Aprile 1991

Il 10 aprile 1991 si consuma a Livorno la tragedia del Moby Prince. Solo negli ultimi anni si è tornati a parlare del traghetto, da quando è uscito un libro-inchiesta di Enrico Fedrighini e  l’avvocato Carlo Palermo ha assunto il patrocinio di parte civile dei familiari del comandante Ugo Chessa (vittima dell’incidente). L’esposto presentato alla Procura di Livorno dall’ex giudice ha portato nell’ottobre 2006 alla riapertura dell’inchiesta, collocando la disastrosa collisione fra il traghetto e la petroliera della Snam Agip Abruzzo nel contesto di un’operazione militare americana coperta, nel corso della quale si trasbordavano centinaia di tonnellate di armi di cui non si conosce la destinazione.
Finora il disastro del Moby Prince non era mai stato collegato ai fatti che stiamo raccontando. C’è tuttavia questo dato incontrovertibile: a bordo del traghetto sono state individuate dalle perizie ordinate dalla Procura della Repubblica di Livorno tracce di miccia detonante alla pentrite e dell’esplosivo militare T4-Rdx, dello stesso tipo di quello trafficato da Monzer Al Kassar. E nello stesso porto di Livorno c’è la presenza – prima, durante e dopo il disastro – dell’ammiraglia della Shifco, la flottiglia di pescherecci partner di Al Kassar in alcuni dei suoi trasporti di armamento e di esplosivo.
(…)
Ricordiamo i fatti: l’incidente del Moby Prince, avvenuto la sera del 10 aprile 1991, è costato la vita a centoquaranta persone. Una tragedia tuttora senza una spiegazione esauriente, accaduta in una serata in cui nella rada di Livorno si trasbordavano ingenti partite di armi fra diverse navi militari (e civili-militarizzate) americane, e in cui diverse navi «fantasma» circolavano tranquillamente in mezzo al traffico nautico civile.
La perizia sul traghetto parla chiaro, a proposito di pentrite e Rdx: «I residui dei sette esplosivi trovati nel locale bow thruster potrebbero provenire sia da esplosivi puri presenti nello stesso contenitore sia da differenti composizioni prodotte per altri fini. Considerando l’elevata probabilità che cinque di essi (Ng, Egdn, An, Tnt, Dnt) provengano da un esplosivo commerciale per uso civile, mentre gli altri due (Petn e T4) o da un esplosivo plastico come il Semtex H o da un booster (T4) o da una miccia detonante (Petn), si può affermare di essere in presenza di un congegno esplosivo al quale manca, per essere completo, solo il detonatore».
Perché l’esplosione? Che c’entra con quanto avvenne subito dopo, ossia la collisione con la petroliera? Questi e moltissimi altri interrogativi sulla tragedia del Moby Prince non hanno mai trovato risposta. Ma tra i tanti misteri che circondano la vicenda ce ne sono alcuni che riguardano molto da vicino la storia che stiamo raccontando. Continua a leggere

Giustizia per Paolo Dorigo

Roma, 7 aprile – Va riaperto il processo italiano conclusosi con una condanna ma rispetto al quale la Corte europea dei diritti dell’uomo ha sentenziato la non equità del giudizio. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, bocciando l’art.630 del codice di procedura penale nella parte in cui non prevede un diverso caso di revisione della sentenza o del decreto penale di condanna per conformarsi a una sentenza definitiva della Corte di Strasburgo.
La Consulta è così intervenuta, per la seconda volta in tre anni, sul caso di Paolo Dorigo, il militante comunista veneziano condannato a 13 anni di carcere per un attentato alla base USAF di Aviano nel 1993. Nel settembre del 1998, infatti, la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva accertato la non equità della sentenza con cui la Corte di Assise di Udine, nel 1996, aveva condannato Dorigo. Con la decisione della Consulta (n.113 depositata oggi in cancelleria) si apre la strada alla revisione del processo a carico di Dorigo, come sollecitato dalla Corte di Appello di Bologna che aveva fatto ricorso alla Corte Costituzionale. Già una volta, nel 2008, la questione era arrivata all’esame dei giudici costituzionali che – viene ricordato nella sentenza di oggi – avevano ”rivolto un pressante invito al legislatore affinché colmasse, con provvedimenti ritenuti più idonei, la lacuna normativa”. Ciò però non è avvenuto. E la Consulta è ora intervenuta.
Il ‘pasticcio’ del caso Dorigo e della lacuna italiana si trascina da anni. A seguito della sentenza della Corte di giustizia europea, che aveva accertato l’iniquità di una condanna basata sulle dichiarazioni di tre coimputati non esaminati in contraddittorio, Dorigo, maestro elementare veneto e con un passato di militante in Autonomia operaia e Lotta Continua, è tornato libero dopo diversi anni di carcere: nel 2005 ha ottenuto gli arresti domiciliari; nel marzo del 2006 la Corte di appello di Bologna ha sospeso la pena; nel dicembre dello stesso anno, la Corte di Cassazione ha ordinato la sua liberazione definitiva perché la prolungata inerzia dell’Italia a conformarsi a quanto stabilito da Strasburgo rende la sentenza di condanna ineseguibile. Nel frattempo, però, Dorigo ha presentato istanza di revisione del processo alla Corte di appello di Bologna, che per due volte ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 630 del cpp. Il codice, infatti, consente la revisione del processo solo nel caso in cui si scoprano elementi nuovi che possano portare al proscioglimento del condannato. Ma non per adeguarsi alle norme della Corte di Strasburgo che, come invece stabilito dalla Consulta in riferimento all’art. 117 della Costituzione, ”impone la conformazione della legislazione interna ai vincoli derivati dagli ‘obblighi internazionali”’. Dal momento che – si legge nella sentenza scritta dal giudice costituzionale Giuseppe Frigo – la Corte si è trovata di fronte a un ”vulnus costituzionale non sanabile in via interpretativa” è pertanto ”tenuta a porvi rimedio” bocciando in parte l’art. 630 del codice di procedura penale.
Ora la strada che si apre è duplice: da un lato ”spetterà ai giudici comuni trarre dalla decisione i necessari corollari sul piano applicativo, avvalendosi degli strumenti ermeneutici a loro disposizione”; dall’altro, sarà compito del ”legislatore provvedere eventualmente a disciplinare, nel modo più sollecito e opportuno, gli aspetti che – scrive la Corte – apparissero bisognevoli di apposita regolamentazione”.
(ANSA)

[Obama si ricandida]

Si fa presto a dire no al nucleare

Coloro i quali manifestano la propria strenua opposizione al programma nucleare civile, riattivato dall’esecutivo Berlusconi, dovrebbero altresì spiegare perché non hanno nulla da dire in merito all’esistenza di 90 testate nucleari USA in Italia, tra le basi di Ghedi ed Aviano, né tantomeno sulla ricorrente presenza nei nostri porti di almeno tre sottomarini statunitensi a propulsione nucleare, appartenenti alla VI Flotta.

Ed in Sardegna, a La Maddalena, dove nel 2003 si sfiorò il disastro nucleare quando l’USS Hartford s’incagliò nella Secca dei Monaci, pare vicino il ritorno dei vecchi “ospiti”.
Sovranità giammai.

Il comandante delle forze ONU non ha risposto

La nostra modesta proposta: abolire l’ONU.

Reuters, 4 aprile – Elicotteri delle Nazioni Unite hanno lanciato oggi quattro missili contro un campo militare delle forze fedeli al presidente uscente Laurent Gbagbo nella principale città del paese africano, Abidjan, secondo quanto riferiscono testimoni.
Abbiamo visto due elicotteri MI-24 Unoci (Missione ONU in Costa d’Avorio) sparare missili sul campo militare di Akouedo. C’è stata una grossa esplosione e possiamo vedere il fumo”, ha detto uno dei testimoni.
La base ospita tre battaglioni dell’esercito ivoriano.
Il comandante delle forze ONU in Costa d’Avorio non ha risposto alle telefonate di Reuters per verificare la notizia.

Mentre sul sito dell’ONU, e ci mancherebbe, si parla di “azione in autodifesa”.
[Qui aggiorniamo la situazione in Libia]

Pupi da erudire

Gli scatoloni sono arrivati e l’ordine è tassativo: distribuire un calendario ad ogni bambino, dalla prima elementare alla quinta, e poi anche alle medie. Una bella iniziativa nelle nostre scuole. Tutte le scuole del Trentino. Peccato che il calendario sia quello della NATO, con un bel blindato armato di mitragliatrice che sfreccia nel deserto sabbioso dell’Afghanistan. E a corredo della foto di copertina, la scritta (solo in inglese) «ISAF – Regional Command West – Afghanistan».
«Non potevo credere ai miei occhi – ci dice una maestra trentina indignata – quando è entrato il bidello con uno scatolone ed ha cominciato a mettere sui banchi questo materiale. Ho chiesto cosa fosse, e la generica risposta è stata che bisognava distribuirne uno a testa».
La maestra ha voluto vederci chiaro: «È materiale di propaganda di guerra. Qualcuno la chiama operazione di pace, qualcuno la definisce missione, per me è guerra e i numerosi soldati italiani morti in missione in Afghanistan secondo me lo dimostrano chiaramente. Se persino i nostri ministri dicono che sarebbe ora di riportare i nostri soldati a casa, di chi è la decisione di distribuire questa propaganda bellica ai bambini, magari di sei o sette anni?». La maestra è naturalmente preoccupata: «All’interno ci sono fotografie scattate in Afghanistan di nostri soldati insieme a bambini del posto. Ai miei alunni il calendario è piaciuto, presenta soldati con il mitra e la mimetica da combattimento in mezzo a bambini della loro età. In un clima idilliaco, ci sono blindati e giocattoli, mitragliatori e medici caritatevoli, ma nessuno viene a spiegare ai nostri alunni che cosa sia la guerra e che cosa ci stiamo a fare in quei Paesi, da anni, con mezzi di combattimento, aerei e elicotteri da attacco».

Fonte: l’Adige.it