Il Re del Mondo e il Vassallo del Feudo

Chi l’ha detto che il feudalesimo si è estinto nel XII secolo? Lo scorso 26 maggio a Deauville, attorno alla Tavola Rotonda del Re del Mondo Barack Obama, abbiamo assistito ad una manifestazione dei rapporti di servaggio propri del feudalesimo.
Infatti nonostante la verniciatura democratica, risulta fin troppo lampante la somiglianza, seppur in forma più moderna e paradossalmente estremizzata, tra il feudalesimo medioevale europeo e l’attuale ordine politico internazionale a trazione USA/NATO.
I protagonisti di questa brillante dimostrazione sono stati, da un lato il Re del Mondo Barack Obama, dall’altro il Vassallo del Feudo Italia Silvio Berlusconi.
Per chi non lo ricordasse dalle scuole medie, ricordiamo che gli elementi del sistema feudale vassallatico-beneficiario erano, e oggi sostanzialmente restano, tre:
– Elemento reale: cioè un beneficio , di solito un terreno dato in concessione dal signore al vassallo.In questo rapporto il terreno in questione è il Feudo Italia, dato in concessione dal Re Barack Obama al Vassallo Berlusconi.
– Elemento personale: si tratta di una cerimonia, detta dell’omaggio, durante la quale il vassallo si dichiara homo dell’altro, ricevendo la protezione militare del signore in cambio di servizio e fedeltà.In questo caso, il rito dell’omaggio è stato celebrato dal Vassallo Berlusconi, che si avvicina mesto e pensieroso al proprio Re seduto sul trono, e in piedi chiede novità sulla sua salute.
– Elemento giuridico: nel sistema vassallatico-beneficiario medioevale consisteva nell’acquisto dell’immunità giudiziaria da parte del vassallo, e della concessione del diritto di giurisdizione sul proprio feudo. Nel sistema vassallatico-beneficiario moderno, abbiamo assistito alla richiesta informale del Vassallo Berlusconi che con le mani congiunte chiede al Re Obama di rimettere le cose in ordine: immunità per lui, e la concessione del diritto di amministrare la giustizia nel Feudo Italia. La formula informale è stata: “Noi abbiamo presentato la riforma della giustizia e per noi è fondamentale, perché in questo momento abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra“.
Come si vede, nonostante siano passati dei secoli, i rapporti di potere tra dominanti e dominati resta praticamente lo stesso.
Esistono differenze sulla legittimazione dei vassalli, con le moderne forme finto-democratiche, per scegliere un vassallo di destra o di sinistra, più simpatico o più onesto. Ma alla fine, il vassallo risponde sempre al proprio Re, che in questa congiuntura storica risiede a Washington.
Un’ulteriore differenza è la situazione sociale dei Servi della Gleba, che nel Medioevo non avevano la possibilità di rivolgersi direttamente al proprio Re.
Oggi invece, grazie ad Internet, più di 9.000 Servi della Gleba del Feudo Italia hanno espresso democraticamente il proprio rammarico sulla bacheca facebook del Re Obama, così:
“I’m sorry Mr. President, I’m Italian. Mr Berlusconi is not speaking in my name!”
In barba all’art 1 co 2 della Costituzione (“la sovranità appartiene al popolo..”) l’Italia, lungi dall’essere sovrana sul proprio territorio è politicamente e mentalmente suddita. E nonostante le opposizioni interne anti-berlusconiane tutti i sudditi, dal Vassallo Berlusconi fino all’ultimo Servo della Gleba attrezzato di una connessione Internet, si mettono ordinatamente in coda a rendere omaggi e a chiedere protezione al Re del Mondo Obama, che lo ricordiamo è al contempo Premio Nobel per la Pace e bombardiere sui cieli di Libia da più di due mesi.
Almeno agli occhi del Re Obama, il Vassallo Berlusconi si è dimostrato un suddito in grado mobilitare i suoi sudditi italiani, inchinandosi per primo seguito da altri 9.000 Servi della Gleba.
Se fosse vivo ancora vivo, Ennio Flaiano direbbe: “In Italia i berlusconiani si dividono in due categorie: i berlusconiani e gli antiberlusconiani”.

[Fonte: eurekaassociazione]

Il Mullah morto sei volte

Lunedì tutte le televisioni del mondo, dalla CNN alla Tv di Stato iraniana alle nostre, hanno dato come notizia di testa la morte del Mullah Omar avvenuta in uno scontro coi servizi segreti pakistani. Poichè ho pubblicato un mese fa un libro sul Mullah delle televisioni e delle radio (private, io non ho accesso alla Tv pubblica, sono un cittadino di serie Bwin) mi hanno chiesto un parere. Mi sono messo a ridere. È esattamente la sesta volta che si dà il Mullah Omar per morto, catturato, arrestato, ucciso, accoppato, ferito, in fin di vita. Anche la notizia di lunedì era una bufala. Non era necessario essere degli esperti per capirlo.
(…)
Se fosse morto sarebbe stato un duro colpo. Per l’occidente. E per gli Stati Uniti in particolare. Nell’insurrezione afgana contro gli occupanti, il nucleo dei Talebani ‘duri e puri’ delle origini è ridotto all’osso. Molti sono morti in battaglia, alcuni sono stati fatti prigionieri. Alla guerriglia si sono aggiunti (oltre ai ‘giovani leoni’, ragazzi dai venti ai trent’anni che, a differenza di Omar e dei suoi compagni della prima ora, non hanno fatto l’esperienza della jihad contro i sovietici), i gruppi più svariati che più che un obbiettivo ideologico ne hanno uno molto pratico: cacciare lo straniero. Solo una personalità fortissima col prestigio di cui gode Omar può tenere insieme questa variegata galassia. Ma questo vuol dire anche che il Mullah Omar è l’unico interlocutore possibile per quella ‘exit strategy’ cui gli Stati Uniti pensano e lavorano da un paio di anni senza cavare un ragno dal buco proprio perchè, finora, si sono rifiutati di trattare col capo dei Talebani su cui hanno messo una taglia di 25 milioni di dollari senza trovare nessuno che fosse disposto a tradirlo. Ma se Omar non ci fosse, se morisse, qualsiasi accordo non potrebbe essere che parziale, con frammenti della guerriglia, mentre gli altri continuerebbero a combattere e si sarebbe punto e a capo.
Ma anche il Mullah Omar, oggi, ha interesse a trattare. Si è ripreso il 75 per cento del territorio ma più in là non può andare. Le grandi città, Kabul, Herat, Mazar-i Sharif, restano fuori dalla portata della guerriglia per l’enorme disparità degli armamenti. Tanto è vero che quest’anno i Talebani hanno rinunciato alla consueta ‘offensiva di primavera’ limitandosi a consolidare le proprie posizioni e a liberare, con un colpo magistrale, 500 loro militanti rinchiusi nella prigione di Kandahar.
La situazione è quindi di stallo. Per gli uni e per gli altri. Ma non può andare avanti all’infinito. Gli afgani hanno il tempo dalla loro, come sempre, gli Stati Uniti no, perchè per quella “guerra che non si può vincere” spendono, in un momento di crisi economica, 40 miliardi di dollari l’anno e immobilizzano 130 mila soldati (più i 40 mila degli alleati) mentre i bubboni del terrorismo, con tutta evidenza, sono altrove.
Trattare con il Mullah Omar? È possibile. Purchè ci si convinca che non è, e non è mai stato, un terrorista, che non è un criminale, nè un pazzo, nè un cretino e, a parte certa sua cocciutaggine, un uomo con cui si può ragionare. Ma se si continua a considerarlo un sodale di Bin Laden, quale non è mai stato tanto che quando nel 1998 il presidente Clinton gli propose di ucciderlo era d’accordo, se lo si bolla, come ha fatto la disinformatissima Tv di Stato Italiana, come ‘genero di Bin Laden’ (che ne abbia sposato una figlia è una, non innocente, fandonia occidentale), allora non si va da nessuna parte. E saranno gli afgani col tempo, con pazienza, come han fatto con gli inglesi nell’800 e con i sovietici trent’anni fa, a cacciare anche gli arroganti occidentali, senza nessuna ‘exit strategy’ ma con una fuga a rotta di collo tipo Vietnam.

Da Bufale sul Mullah Omar, di Massimo Fini.
[grassetto nostro]

Scongiuri, teste rotte e ubriachi fradici

Mentre Obama tenta di esorcizzare il declino statunitense di fronte ai preoccupati britannici, peraltro raccontando la barzellletta secondo la quale i Paesi emergenti si starebbero sviluppando in virtù dell’adesione ai “principi di mercato” che loro hanno sempre usato – sì, come arma di distruzione di masse popolari e sovranità nazionali, salvo poi ricorrere al denaro pubblico quando, nel 2008, si trattava di salvare dal collasso i rispettivi sistemi finanziari – e conferma l’impegno occidentale nel diffondere la luce (provocata dall’esplosione delle bombe intelligenti) in tutta la regione che va dal nord Africa all’Asia centrale, in Georgia l’amico Misha si diletta a disperdere l’opposizione scesa in piazza. In tal caso, però, morti, feriti e arresti paiono accettabili, perché sono manifestazioni orchestrate dall’orso (anzi, orco) russo.
Nel Bel Paese intanto fa notizia, ma non troppo, il “comportamento inappropriato” dei piloti della RAF, dispiegati da Sua Maestà presso la base NATO di Gioia del Colle, in provincia di Bari, per le operazioni militari contro la Libia. A due mesi di distanza – evviva la trasparenza! – emerge che due di loro vennero rimpatriati dopo esser stati scoperti completamente ubriachi.
Più che per l’ennesima conferma del tragico attaccamento alla bottiglia, meglio: alla pinta, da parte degli albionici, l’occasione è utile per apprendere che in circa 700, tra avieri e personale d’appoggio, se la spassano fra alberghi di lusso e complessi turistici della zona, al costo presunto di 40.000 sterline al giorno, ossia 1.2 milioni al mese.
E che le strutture ospitanti sono prenotate fino a tutto il mese di settembre…

Alto tradimento?

Premesse e retroscena della guerra di aggressione alla Libia

Se si intende portare alla luce specifica e somma delle complicità politiche e istituzionali che hanno affiancato i poteri forti del Bel Paese per regalarci una nuova guerra di aggressione, questa volta alla Jamahiriya, occorre partire dal 17 Aprile 2008 quando atterra in Sardegna, all’aeroporto di Olbia, l’Ilyushin 96-300 di Vladimir Putin.
Il premier russo arriva da Tripoli dove è stato graditissimo ospite di Gheddafi. Hanno parlato di nuovi, imponenti investimenti della Russia, di assistenza tecnica nell’estrazione di energia fossile, di concessioni petrolifere e dello sfruttamento del giacimento “Elephant“ che si sta rivelando il più gigantesco e promettente dell’intero asset della Libia, potenzialmente capace di rimpolpare da solo, per decine di anni, le già larghe capacità di esportazione di greggio del Colonnello.
L’accordo con Gheddafi prevede anche una consistentissima fornitura di armi, capaci di rendere la Jamahiriya lo Stato militarmente più forte nel continente africano dopo Egitto e Unione Sudafricana e appena qualche spanna sotto l’Algeria di Bouteflika.
La lista comprende batterie di micidiali missili antiaerei-antimissile S-300 Pm 2, gli altrettanto efficaci Thor M1-2 antiaerei-anticruise, 30-35 cacciabombardieri Sukhoi-30, un numero non precisato di carri da battaglia T-90 e un “upgrade” per T-72. Per un acquisto, iniziale, di 3.5-4 miliardi di dollari.
Fonti indipendenti accrediteranno la trattativa andata a buon fine anche nei numeri.
Con le sole dotazioni di batterie mobili di S-300 e Thor, Gheddafi avrebbe neutralizzato qualsiasi capacità della “Coalizione dei Volenterosi” di attaccare dall’aria la Jamahiriya e costretto gli USA a porre in campo, per mesi, nel Mediterraneo un grosso e dispendioso dispositivo di forze aereo-navali, mettendo peraltro in conto perdite “non sopportabili” senza ricorrere al meglio della sua tecnologia aerea come gli F-22.
Cacciabombardieri “stealth” che gli USA possiedono in un numero limitato per strikes contro “Stati canaglia” in possesso di centrali o armamento atomico come Iran, Corea del Nord e Pakistan.
Putin, in quell’occasione, assicura a Gheddafi che il pacchetto ordini sarà evaso in un arco di tempo di 4-5 anni.
Per rendere le batterie mobili pienamente operative sia a lungo raggio (120-200 km) che a breve (6- 12 Km), integrate da radar di sorveglianza e di tiro, occorrerà un bel po’ più di tempo. Addestrare dei piloti al combattimento aereo con cacciabombardieri di ultima generazione, oppure a “vedere” e “colpire” jets o missili in avvicinamento, sarà un lavoro duro.
L’addestramento del personale libico è sempre stato laborioso e spesso ha dato, in passato, risultati modesti anche con “istruttori“ italiani impegnati a far familiarizzare gli “utenti” con vettori jet ampiamente meno sofisticati di un Sukhoi-30 e di un Mig-35.
Il salto di professionalità che sarà richiesto alle forze armate libiche non potrà non essere severo.
Rafforzare l’alleanza con la Libia consentirà a Mosca di fare ottimi affari e di rientrare in gioco nel Mediterraneo centro-occidentale.
E’ un progetto che non potrà essere portato a termine. Continua a leggere

USA: un impero al tramonto ma per nulla mansueto

“Un’ attenta analisi della potenza nordamericana nel dopoguerra suggerisce che l’egemonia globale degli USA poggiava su due pilastri, in grado di sorreggersi reciprocamente.
Il primo pilastro era il ruolo di Wall Street come centro finanziario indiscusso del mondo, erede della City londinese, e più importante ancora, l’idea che il dollaro statunitense fosse e dovesse rimanere la valuta di riserva mondiale, così come la lira sterlina lo era stata fin dalle guerre napoleoniche.
Il secondo indispensabile pilastro della potenza nordamericana postbellica era il Pentagono, e l’affermazione degli USA, nell’agosto 1945, come maggiore potenza militare al mondo. Tramite il calcolato lancio delle bombe atomiche su centinaia di migliaia d’innocenti civili giapponesi, le élites statunitensi segnalarono che il predominante ruolo imperiale degli USA come finanziatori del mondo sarebbe stato sorretto dalla forza delle armi.
L’interazione tra la supremazia militare globale degli USA post-1945 – una supremazia mai veramente minacciata dai Sovietici – ed il loro ruolo di banchieri mondiali e fonte della valuta di riserva per gli scambi con l’estero, rappresentò la base da cui le élites statunitensi furono capaci di proiettare la propria potenza su gran parte del pianeta, almeno fino al cambio di secolo.
(…)
In un certo senso vi furono quattro distinte fasi dell’impero postbellico statunitense. La prima è quella che potremmo chiamare età dell’oro: dal 1945 fino all’agosto 1971, quando Nixon abbandonò il gold exchange standard di Bretton Woods. In questa fase gli USA detenevano il 70% circa dell’oro monetario globale, possedevano le risorse scientifiche ed industriali più avanzate, ed esportavano verso il resto del mondo. L’inflazione era minima. Il mondo mendicava un dollaro statunitense che era “buono quanto l’oro”.
La seconda fase è quella che chiamo “del riciclaggio dei petrodollari”. Il regime di cambi fluttuanti tra le valute, che cominciò nel 1971 con una drammatica svalutazione del dollaro pari al 40% del suo valore, fu rovesciato dall’apprezzamento del petrolio, pari al 400% tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974, Questo choc petrolifero, come ho dimostrato dettagliatamente ed in esclusiva nel mio libro A Century of War, fu congegnato da Kissinger, i Rockefeller e le Sette Sorelle del petrolio per “salvare” il ruolo di moneta di riserva mondiale del dollaro, pur a spese della prosperità dell’economia industriale degli USA e di gran parte degli altri paesi. La strategia di salvare il dollaro tramite uno choc petrolifero fu tramata alla riunione del Bilderberg tenutasi nel maggio 1973 a Saltsjoebaden, in Svezia. Questa fase durò più o meno fino alla prevedibile esplosione della crisi del debito del Terzo Mondo, negli anni ’80.
La terza fase del Secolo Americano implicò il massiccio saccheggio dei paesi in via di sviluppo, strumentalizzando la crisi del debito ed il ruolo del FMI dì “gendarme” per conto di Chase Manhattan, Citibank, JP Morgan, Lloyds Bank ed altre potenze finanziarie anglo-americane. Potremmo definire questa fase quella del Washington Consensus. Il dollaro fu sorretto saccheggiando dapprima America Latina e Africa. Quindi, all’inizio degli anni ’90, con la “dollarizzazione” delle economie dell’ex Unione Sovietica e dell’Europa Orientale, Russia inclusa ed ancora una volta sfruttando il FMI.
Questa terza fase esaurì le proprie fonti di sostentamento nel periodo 1997-2002. La fase finale dell’espropriazione delle economie sotto-sviluppate- del Sud, dell’Est e del Nord – raggiunse un limite o confine fisiologico approssimativamente nel 1997-98, quando Washington e Wall Street lanciarono un’operazione di guerra finanziaria che prese il nome di “Crisi asiatica”, e che distrusse il Giappone ed il modello delle Tigri asiatiche auto-sufficienti.
La fase terminale ha consistito nel volgersi all’interno, per un ultimo saccheggio di quanto rimaneva dell’economia statunitense – la fase della cartolarizzazione dei cespiti, nota nei media generalisti come “crisi immobiliare”. Essa segnò la quarta, e di fatto ultima, fase del Secolo Americano. Un fraudolento castello di carte finanziario cominciò a crollare nell’agosto 2007, quando scoppiò la cosiddetta crisi dei mutui sub-prime.
(…)
Fin dallo scoppio della crisi dei sub-prime, nel 2007, i salvataggi delle grandi banche congegnati da Wall Street hanno dato un contributo decisivo all’esplosione del debito federale statunitense. Quando George W. Bush conquistò la Presidenza, sul finire del 2000, il debito federale ammontava a 5.600 miliardi di dollari; gonfiatosi a circa 8.500 miliardi già entro l’inizio del 2007, oggi s’aggira sui 13.500 miliardi – una fase di crescita iperbolica o esponenziale del debito che nessuna nazione nella storia ha potuto sostenere a lungo senza incorrere nel collasso o nella guerra.
(…)
Quanto detto chiarisce che, così come la Gran Bretagna di fronte al suo esiziale declino dopo il 1873, le élites degli Stati Uniti non intendono accettare graziosamente un ruolo minore sulla scena internazionale. Ciò porta verso soluzioni drammatiche, molto probabilmente di natura militare, come avvenne nei tardi anni ’30 per “riordinare” la scacchiera mondiale. Sul piano interno ciò si traduce – ed è sempre più evidente – in una svolta significativa verso forme di controllo statale totalitario su una popolazione sempre più infelice. A livello internazionale, significa più pugno di ferro, sul modello Bush-Cheney. Sul finire del 2010 il Secolo Americano è un impero al tramonto. Ma per nulla intenzionato ad accettare mansuetamente il proprio destino. Il risultato è un miscuglio esplosivo, che agiterà il mondo intero nei mesi ed anni a venire.”

Da L’odierna posizione geopolitica degli USA, di F. William Engdahl, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 3/2010, pp. 58-63.
In tale numero, il cui dossario è dedicato agli Stati Uniti d’America, si segnalano altresì gli articoli Come nacque un “impero” (e come finirà presto) di Daniele Scalea, nonché Progetti e debiti di Fabio Mini.