Il Re del Mondo e il Vassallo del Feudo

Chi l’ha detto che il feudalesimo si è estinto nel XII secolo? Lo scorso 26 maggio a Deauville, attorno alla Tavola Rotonda del Re del Mondo Barack Obama, abbiamo assistito ad una manifestazione dei rapporti di servaggio propri del feudalesimo.
Infatti nonostante la verniciatura democratica, risulta fin troppo lampante la somiglianza, seppur in forma più moderna e paradossalmente estremizzata, tra il feudalesimo medioevale europeo e l’attuale ordine politico internazionale a trazione USA/NATO.
I protagonisti di questa brillante dimostrazione sono stati, da un lato il Re del Mondo Barack Obama, dall’altro il Vassallo del Feudo Italia Silvio Berlusconi.
Per chi non lo ricordasse dalle scuole medie, ricordiamo che gli elementi del sistema feudale vassallatico-beneficiario erano, e oggi sostanzialmente restano, tre:
– Elemento reale: cioè un beneficio , di solito un terreno dato in concessione dal signore al vassallo.In questo rapporto il terreno in questione è il Feudo Italia, dato in concessione dal Re Barack Obama al Vassallo Berlusconi.
– Elemento personale: si tratta di una cerimonia, detta dell’omaggio, durante la quale il vassallo si dichiara homo dell’altro, ricevendo la protezione militare del signore in cambio di servizio e fedeltà.In questo caso, il rito dell’omaggio è stato celebrato dal Vassallo Berlusconi, che si avvicina mesto e pensieroso al proprio Re seduto sul trono, e in piedi chiede novità sulla sua salute.
– Elemento giuridico: nel sistema vassallatico-beneficiario medioevale consisteva nell’acquisto dell’immunità giudiziaria da parte del vassallo, e della concessione del diritto di giurisdizione sul proprio feudo. Nel sistema vassallatico-beneficiario moderno, abbiamo assistito alla richiesta informale del Vassallo Berlusconi che con le mani congiunte chiede al Re Obama di rimettere le cose in ordine: immunità per lui, e la concessione del diritto di amministrare la giustizia nel Feudo Italia. La formula informale è stata: “Noi abbiamo presentato la riforma della giustizia e per noi è fondamentale, perché in questo momento abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra“.
Come si vede, nonostante siano passati dei secoli, i rapporti di potere tra dominanti e dominati resta praticamente lo stesso.
Esistono differenze sulla legittimazione dei vassalli, con le moderne forme finto-democratiche, per scegliere un vassallo di destra o di sinistra, più simpatico o più onesto. Ma alla fine, il vassallo risponde sempre al proprio Re, che in questa congiuntura storica risiede a Washington.
Un’ulteriore differenza è la situazione sociale dei Servi della Gleba, che nel Medioevo non avevano la possibilità di rivolgersi direttamente al proprio Re.
Oggi invece, grazie ad Internet, più di 9.000 Servi della Gleba del Feudo Italia hanno espresso democraticamente il proprio rammarico sulla bacheca facebook del Re Obama, così:
“I’m sorry Mr. President, I’m Italian. Mr Berlusconi is not speaking in my name!”
In barba all’art 1 co 2 della Costituzione (“la sovranità appartiene al popolo..”) l’Italia, lungi dall’essere sovrana sul proprio territorio è politicamente e mentalmente suddita. E nonostante le opposizioni interne anti-berlusconiane tutti i sudditi, dal Vassallo Berlusconi fino all’ultimo Servo della Gleba attrezzato di una connessione Internet, si mettono ordinatamente in coda a rendere omaggi e a chiedere protezione al Re del Mondo Obama, che lo ricordiamo è al contempo Premio Nobel per la Pace e bombardiere sui cieli di Libia da più di due mesi.
Almeno agli occhi del Re Obama, il Vassallo Berlusconi si è dimostrato un suddito in grado mobilitare i suoi sudditi italiani, inchinandosi per primo seguito da altri 9.000 Servi della Gleba.
Se fosse vivo ancora vivo, Ennio Flaiano direbbe: “In Italia i berlusconiani si dividono in due categorie: i berlusconiani e gli antiberlusconiani”.

[Fonte: eurekaassociazione]

Il Mullah morto sei volte

Lunedì tutte le televisioni del mondo, dalla CNN alla Tv di Stato iraniana alle nostre, hanno dato come notizia di testa la morte del Mullah Omar avvenuta in uno scontro coi servizi segreti pakistani. Poichè ho pubblicato un mese fa un libro sul Mullah delle televisioni e delle radio (private, io non ho accesso alla Tv pubblica, sono un cittadino di serie Bwin) mi hanno chiesto un parere. Mi sono messo a ridere. È esattamente la sesta volta che si dà il Mullah Omar per morto, catturato, arrestato, ucciso, accoppato, ferito, in fin di vita. Anche la notizia di lunedì era una bufala. Non era necessario essere degli esperti per capirlo.
(…)
Se fosse morto sarebbe stato un duro colpo. Per l’occidente. E per gli Stati Uniti in particolare. Nell’insurrezione afgana contro gli occupanti, il nucleo dei Talebani ‘duri e puri’ delle origini è ridotto all’osso. Molti sono morti in battaglia, alcuni sono stati fatti prigionieri. Alla guerriglia si sono aggiunti (oltre ai ‘giovani leoni’, ragazzi dai venti ai trent’anni che, a differenza di Omar e dei suoi compagni della prima ora, non hanno fatto l’esperienza della jihad contro i sovietici), i gruppi più svariati che più che un obbiettivo ideologico ne hanno uno molto pratico: cacciare lo straniero. Solo una personalità fortissima col prestigio di cui gode Omar può tenere insieme questa variegata galassia. Ma questo vuol dire anche che il Mullah Omar è l’unico interlocutore possibile per quella ‘exit strategy’ cui gli Stati Uniti pensano e lavorano da un paio di anni senza cavare un ragno dal buco proprio perchè, finora, si sono rifiutati di trattare col capo dei Talebani su cui hanno messo una taglia di 25 milioni di dollari senza trovare nessuno che fosse disposto a tradirlo. Ma se Omar non ci fosse, se morisse, qualsiasi accordo non potrebbe essere che parziale, con frammenti della guerriglia, mentre gli altri continuerebbero a combattere e si sarebbe punto e a capo.
Ma anche il Mullah Omar, oggi, ha interesse a trattare. Si è ripreso il 75 per cento del territorio ma più in là non può andare. Le grandi città, Kabul, Herat, Mazar-i Sharif, restano fuori dalla portata della guerriglia per l’enorme disparità degli armamenti. Tanto è vero che quest’anno i Talebani hanno rinunciato alla consueta ‘offensiva di primavera’ limitandosi a consolidare le proprie posizioni e a liberare, con un colpo magistrale, 500 loro militanti rinchiusi nella prigione di Kandahar.
La situazione è quindi di stallo. Per gli uni e per gli altri. Ma non può andare avanti all’infinito. Gli afgani hanno il tempo dalla loro, come sempre, gli Stati Uniti no, perchè per quella “guerra che non si può vincere” spendono, in un momento di crisi economica, 40 miliardi di dollari l’anno e immobilizzano 130 mila soldati (più i 40 mila degli alleati) mentre i bubboni del terrorismo, con tutta evidenza, sono altrove.
Trattare con il Mullah Omar? È possibile. Purchè ci si convinca che non è, e non è mai stato, un terrorista, che non è un criminale, nè un pazzo, nè un cretino e, a parte certa sua cocciutaggine, un uomo con cui si può ragionare. Ma se si continua a considerarlo un sodale di Bin Laden, quale non è mai stato tanto che quando nel 1998 il presidente Clinton gli propose di ucciderlo era d’accordo, se lo si bolla, come ha fatto la disinformatissima Tv di Stato Italiana, come ‘genero di Bin Laden’ (che ne abbia sposato una figlia è una, non innocente, fandonia occidentale), allora non si va da nessuna parte. E saranno gli afgani col tempo, con pazienza, come han fatto con gli inglesi nell’800 e con i sovietici trent’anni fa, a cacciare anche gli arroganti occidentali, senza nessuna ‘exit strategy’ ma con una fuga a rotta di collo tipo Vietnam.

Da Bufale sul Mullah Omar, di Massimo Fini.
[grassetto nostro]

Scongiuri, teste rotte e ubriachi fradici

Mentre Obama tenta di esorcizzare il declino statunitense di fronte ai preoccupati britannici, peraltro raccontando la barzellletta secondo la quale i Paesi emergenti si starebbero sviluppando in virtù dell’adesione ai “principi di mercato” che loro hanno sempre usato – sì, come arma di distruzione di masse popolari e sovranità nazionali, salvo poi ricorrere al denaro pubblico quando, nel 2008, si trattava di salvare dal collasso i rispettivi sistemi finanziari – e conferma l’impegno occidentale nel diffondere la luce (provocata dall’esplosione delle bombe intelligenti) in tutta la regione che va dal nord Africa all’Asia centrale, in Georgia l’amico Misha si diletta a disperdere l’opposizione scesa in piazza. In tal caso, però, morti, feriti e arresti paiono accettabili, perché sono manifestazioni orchestrate dall’orso (anzi, orco) russo.
Nel Bel Paese intanto fa notizia, ma non troppo, il “comportamento inappropriato” dei piloti della RAF, dispiegati da Sua Maestà presso la base NATO di Gioia del Colle, in provincia di Bari, per le operazioni militari contro la Libia. A due mesi di distanza – evviva la trasparenza! – emerge che due di loro vennero rimpatriati dopo esser stati scoperti completamente ubriachi.
Più che per l’ennesima conferma del tragico attaccamento alla bottiglia, meglio: alla pinta, da parte degli albionici, l’occasione è utile per apprendere che in circa 700, tra avieri e personale d’appoggio, se la spassano fra alberghi di lusso e complessi turistici della zona, al costo presunto di 40.000 sterline al giorno, ossia 1.2 milioni al mese.
E che le strutture ospitanti sono prenotate fino a tutto il mese di settembre…

Alto tradimento?

Premesse e retroscena della guerra di aggressione alla Libia

Se si intende portare alla luce specifica e somma delle complicità politiche e istituzionali che hanno affiancato i poteri forti del Bel Paese per regalarci una nuova guerra di aggressione, questa volta alla Jamahiriya, occorre partire dal 17 Aprile 2008 quando atterra in Sardegna, all’aeroporto di Olbia, l’Ilyushin 96-300 di Vladimir Putin.
Il premier russo arriva da Tripoli dove è stato graditissimo ospite di Gheddafi. Hanno parlato di nuovi, imponenti investimenti della Russia, di assistenza tecnica nell’estrazione di energia fossile, di concessioni petrolifere e dello sfruttamento del giacimento “Elephant“ che si sta rivelando il più gigantesco e promettente dell’intero asset della Libia, potenzialmente capace di rimpolpare da solo, per decine di anni, le già larghe capacità di esportazione di greggio del Colonnello.
L’accordo con Gheddafi prevede anche una consistentissima fornitura di armi, capaci di rendere la Jamahiriya lo Stato militarmente più forte nel continente africano dopo Egitto e Unione Sudafricana e appena qualche spanna sotto l’Algeria di Bouteflika.
La lista comprende batterie di micidiali missili antiaerei-antimissile S-300 Pm 2, gli altrettanto efficaci Thor M1-2 antiaerei-anticruise, 30-35 cacciabombardieri Sukhoi-30, un numero non precisato di carri da battaglia T-90 e un “upgrade” per T-72. Per un acquisto, iniziale, di 3.5-4 miliardi di dollari.
Fonti indipendenti accrediteranno la trattativa andata a buon fine anche nei numeri.
Con le sole dotazioni di batterie mobili di S-300 e Thor, Gheddafi avrebbe neutralizzato qualsiasi capacità della “Coalizione dei Volenterosi” di attaccare dall’aria la Jamahiriya e costretto gli USA a porre in campo, per mesi, nel Mediterraneo un grosso e dispendioso dispositivo di forze aereo-navali, mettendo peraltro in conto perdite “non sopportabili” senza ricorrere al meglio della sua tecnologia aerea come gli F-22.
Cacciabombardieri “stealth” che gli USA possiedono in un numero limitato per strikes contro “Stati canaglia” in possesso di centrali o armamento atomico come Iran, Corea del Nord e Pakistan.
Putin, in quell’occasione, assicura a Gheddafi che il pacchetto ordini sarà evaso in un arco di tempo di 4-5 anni.
Per rendere le batterie mobili pienamente operative sia a lungo raggio (120-200 km) che a breve (6- 12 Km), integrate da radar di sorveglianza e di tiro, occorrerà un bel po’ più di tempo. Addestrare dei piloti al combattimento aereo con cacciabombardieri di ultima generazione, oppure a “vedere” e “colpire” jets o missili in avvicinamento, sarà un lavoro duro.
L’addestramento del personale libico è sempre stato laborioso e spesso ha dato, in passato, risultati modesti anche con “istruttori“ italiani impegnati a far familiarizzare gli “utenti” con vettori jet ampiamente meno sofisticati di un Sukhoi-30 e di un Mig-35.
Il salto di professionalità che sarà richiesto alle forze armate libiche non potrà non essere severo.
Rafforzare l’alleanza con la Libia consentirà a Mosca di fare ottimi affari e di rientrare in gioco nel Mediterraneo centro-occidentale.
E’ un progetto che non potrà essere portato a termine. Continua a leggere

USA: un impero al tramonto ma per nulla mansueto

“Un’ attenta analisi della potenza nordamericana nel dopoguerra suggerisce che l’egemonia globale degli USA poggiava su due pilastri, in grado di sorreggersi reciprocamente.
Il primo pilastro era il ruolo di Wall Street come centro finanziario indiscusso del mondo, erede della City londinese, e più importante ancora, l’idea che il dollaro statunitense fosse e dovesse rimanere la valuta di riserva mondiale, così come la lira sterlina lo era stata fin dalle guerre napoleoniche.
Il secondo indispensabile pilastro della potenza nordamericana postbellica era il Pentagono, e l’affermazione degli USA, nell’agosto 1945, come maggiore potenza militare al mondo. Tramite il calcolato lancio delle bombe atomiche su centinaia di migliaia d’innocenti civili giapponesi, le élites statunitensi segnalarono che il predominante ruolo imperiale degli USA come finanziatori del mondo sarebbe stato sorretto dalla forza delle armi.
L’interazione tra la supremazia militare globale degli USA post-1945 – una supremazia mai veramente minacciata dai Sovietici – ed il loro ruolo di banchieri mondiali e fonte della valuta di riserva per gli scambi con l’estero, rappresentò la base da cui le élites statunitensi furono capaci di proiettare la propria potenza su gran parte del pianeta, almeno fino al cambio di secolo.
(…)
In un certo senso vi furono quattro distinte fasi dell’impero postbellico statunitense. La prima è quella che potremmo chiamare età dell’oro: dal 1945 fino all’agosto 1971, quando Nixon abbandonò il gold exchange standard di Bretton Woods. In questa fase gli USA detenevano il 70% circa dell’oro monetario globale, possedevano le risorse scientifiche ed industriali più avanzate, ed esportavano verso il resto del mondo. L’inflazione era minima. Il mondo mendicava un dollaro statunitense che era “buono quanto l’oro”.
La seconda fase è quella che chiamo “del riciclaggio dei petrodollari”. Il regime di cambi fluttuanti tra le valute, che cominciò nel 1971 con una drammatica svalutazione del dollaro pari al 40% del suo valore, fu rovesciato dall’apprezzamento del petrolio, pari al 400% tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974, Questo choc petrolifero, come ho dimostrato dettagliatamente ed in esclusiva nel mio libro A Century of War, fu congegnato da Kissinger, i Rockefeller e le Sette Sorelle del petrolio per “salvare” il ruolo di moneta di riserva mondiale del dollaro, pur a spese della prosperità dell’economia industriale degli USA e di gran parte degli altri paesi. La strategia di salvare il dollaro tramite uno choc petrolifero fu tramata alla riunione del Bilderberg tenutasi nel maggio 1973 a Saltsjoebaden, in Svezia. Questa fase durò più o meno fino alla prevedibile esplosione della crisi del debito del Terzo Mondo, negli anni ’80.
La terza fase del Secolo Americano implicò il massiccio saccheggio dei paesi in via di sviluppo, strumentalizzando la crisi del debito ed il ruolo del FMI dì “gendarme” per conto di Chase Manhattan, Citibank, JP Morgan, Lloyds Bank ed altre potenze finanziarie anglo-americane. Potremmo definire questa fase quella del Washington Consensus. Il dollaro fu sorretto saccheggiando dapprima America Latina e Africa. Quindi, all’inizio degli anni ’90, con la “dollarizzazione” delle economie dell’ex Unione Sovietica e dell’Europa Orientale, Russia inclusa ed ancora una volta sfruttando il FMI.
Questa terza fase esaurì le proprie fonti di sostentamento nel periodo 1997-2002. La fase finale dell’espropriazione delle economie sotto-sviluppate- del Sud, dell’Est e del Nord – raggiunse un limite o confine fisiologico approssimativamente nel 1997-98, quando Washington e Wall Street lanciarono un’operazione di guerra finanziaria che prese il nome di “Crisi asiatica”, e che distrusse il Giappone ed il modello delle Tigri asiatiche auto-sufficienti.
La fase terminale ha consistito nel volgersi all’interno, per un ultimo saccheggio di quanto rimaneva dell’economia statunitense – la fase della cartolarizzazione dei cespiti, nota nei media generalisti come “crisi immobiliare”. Essa segnò la quarta, e di fatto ultima, fase del Secolo Americano. Un fraudolento castello di carte finanziario cominciò a crollare nell’agosto 2007, quando scoppiò la cosiddetta crisi dei mutui sub-prime.
(…)
Fin dallo scoppio della crisi dei sub-prime, nel 2007, i salvataggi delle grandi banche congegnati da Wall Street hanno dato un contributo decisivo all’esplosione del debito federale statunitense. Quando George W. Bush conquistò la Presidenza, sul finire del 2000, il debito federale ammontava a 5.600 miliardi di dollari; gonfiatosi a circa 8.500 miliardi già entro l’inizio del 2007, oggi s’aggira sui 13.500 miliardi – una fase di crescita iperbolica o esponenziale del debito che nessuna nazione nella storia ha potuto sostenere a lungo senza incorrere nel collasso o nella guerra.
(…)
Quanto detto chiarisce che, così come la Gran Bretagna di fronte al suo esiziale declino dopo il 1873, le élites degli Stati Uniti non intendono accettare graziosamente un ruolo minore sulla scena internazionale. Ciò porta verso soluzioni drammatiche, molto probabilmente di natura militare, come avvenne nei tardi anni ’30 per “riordinare” la scacchiera mondiale. Sul piano interno ciò si traduce – ed è sempre più evidente – in una svolta significativa verso forme di controllo statale totalitario su una popolazione sempre più infelice. A livello internazionale, significa più pugno di ferro, sul modello Bush-Cheney. Sul finire del 2010 il Secolo Americano è un impero al tramonto. Ma per nulla intenzionato ad accettare mansuetamente il proprio destino. Il risultato è un miscuglio esplosivo, che agiterà il mondo intero nei mesi ed anni a venire.”

Da L’odierna posizione geopolitica degli USA, di F. William Engdahl, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 3/2010, pp. 58-63.
In tale numero, il cui dossario è dedicato agli Stati Uniti d’America, si segnalano altresì gli articoli Come nacque un “impero” (e come finirà presto) di Daniele Scalea, nonché Progetti e debiti di Fabio Mini.

Un centro delle operazioni che lavori in parallelo

Mai descrizione fu più appropriata…
Lo “sceicco del Terrore”: sempre utile alla causa, anche da morto.

Roma, 19 maggio – Al Qaida ha diffuso un messaggio audio postumo di Osama bin Laden. Lo ha reso noto il Site, l’organismo americano di sorveglianza dei siti jihadisti.
Nel messaggio, di 12 minuti, Bin Laden elogia le rivoluzioni in corso nel mondo arabo. Nella registrazione, che risalirebbe a una settimana prima della morte, l’ex numero 1 di Al Qaida, invita i seguaci ”a organizzare un ‘centro delle operazioni’ che lavori in parallelo per salvare i popoli che stanno lottando per abbattere i loro tiranni”.
(ANSA)

Nakba 2011 con Presidentissimo

Giorgio Napolitano e il Segretario Generale Domenico Marra, d’intesa con il consulente Arrigo Levi e l’ambasciatore Stefano Stefanini, dopo aver programmato a puntino la data di un’altra visita di Stato in “Israele“, si sono imbarcati sull’Airbus319 della Repubblica delle Banane il giorno 14, di buona mattina, per arrivare nel pomeriggio a “Gerusalemme“ (capitale unica, eterna e indivisibile dello Stato sionista, per la Knesset). Caparbiamente, l’Inquilino del Quirinale ha voluto essere presente con 24 ore di anticipo nel posto sbagliato per portare la sua solidarietà a “Israele“.
Il 15 Maggio, di ogni anno, e lo fa dal 1948, il popolo palestinese celebra la Nakba, l’espulsione forzata, tra violenze e massacri, di 980.000 palestinesi dalla loro Terra. Stragi efferate passate alla storia, come quella perpetrata dalla Banda Stern a Deyr Yassin. Attualmente ci sono nel solo Medio Oriente 4.7 milioni di profughi che vivono in condizioni di estrema povertà e spesso di mancata integrazione politica e sociale in Giordania, in Libano, in Irak e nelle monarchie del Golfo Persico, oltre che nel Maghreb.
Per avere dati aggiornati, giorno per giorno, sulle dimensioni dell’autentico calvario che vive e ha vissuto, dal 1967, la gente di Palestina nella Cisgiordania Occupata e nella Striscia di Gaza, un ottima fonte di informazione è il sito infopal.
Il Presidentissimo è stato accolto all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv dall’omologo – si precisa nel comunicato – Shimon Peres, premio Nobel per la pace.
A Stoccolma ci deve essere qualcosina che non va fin dai tempi di altri “insigniti“, come Begin e Sadat.
L’ultima performance del Comitato Promotore e dei componenti la Giuria ha eletto a “collega” di autentici terroristi e macellai un certo Barack Obama, il primo presidente USA color caffelatte a tenere aperte, contemporaneamente, dal Gennaio 2009 al Maggio 2011, tre sanguinose e devastanti guerre di aggressione (Iraq-Afghanistan-Libia) e a minacciarne almeno altre cinque a giro per il mondo.
Napolitano ha detto a Peres che ambedue sono Presidenti senza potere. Si è dimenticato di ricoprire la carica di Capo delle Forze Armate e di quel Consiglio Supremo della Difesa che, di fatto, ha decretato, d’intesa con il governo in carica, appena una manciata di settimane fa, la partecipazione dell’Italia alla guerra contro la Libia. Anche se per l’Inquilino del Quirinale è solo un'”estensione naturale” della risoluzione ONU 1973.
Anche la sinistra comincia ad accorgersi di che panni vesta questo 83enne in carriera.
L’Inquilino del Quirinale, complice l’età, ha ricorrenti buchi di memoria oltre ad una manifesta tendenza alla secrezione lacrimale per evidenti difficoltà nella tenuta emotiva. Continua a leggere

“Non è accettabile”

Gerusalemme, 15 maggio – ‘L’Italia sostiene il diritto di Israele di esistere’. Lo ha detto Napolitano, a Gerusalemme per un colloquio con il presidente israeliano Peres, aggiungendo che ‘non è accettabile considerare la fondazione dello Stato di Israele un disastro’.
(ANSA)

Standing Army a Bologna – il video

Il dibattito con Thomas Fazi, traduttore ed interprete, co-autore insieme ad Enrico Parenti di Standing Army. L’immensa rete delle basi militari USA all’estero (dvd + libro edito da Fazi) ed Alberto B. Mariantoni, politologo, scrittore e giornalista, per più di vent’anni Corrispondente permanente presso le Nazioni Unite di Ginevra e per circa quindici anni sul tamburino di Panorama (in collegamento skype), al termine della proiezione del documentario tenutasi lo scorso 11 Maggio a Bologna.

Buona visione.

Un altro Lex Luther per Captain America

I “knee jerking liberals”, i “liberali dalle ginocchia traballanti”, nella terra dei liberi e nella patria dei coraggiosi hanno espresso sgomento per l’editoriale del Washington Post del 4 maggio che non si limitava ad esultare per l’assassinio di Osama Bin Laden e di suo figlio Khalid, ma esortava l’Amministrazione Obama ad adottare lo stesso metodo per ammazzare Muhammar Gheddafi e i suoi figli (l’editorialista ovviamente ignorava che l’Amministrazione ci aveva già provato pochi giorni prima uccidendo uno solo dei figli e tre nipoti).
Altri commentatori della sinistra critica – sì, esistono ancora in qualche caverna delle Montagne Rocciose e tra i bloggers di Internet – si sono spinti oltre: Ray McGovern di “Counterpunch” ha scritto che si vuole trasformare l’esercito degli Stati Uniti in una squadra di assassini in giro per il mondo, una vera e propria “Murder Inc.” globale equipaggiata con armi letali ad alta tecnologia e fornita di una lista di persone “da catturare o uccidere”. “Siamo diventati – ha concluso il McGovern – una nazione di assassini”.
L’influenza sull’opinione pubblica di questi sopravvissuti è uguale a zero. Lo stesso non si può dire di Maureed Dowd che il 2 maggio sulla “op-page” del New York Times aveva ironizzato sull’ordine dato da Obama ai “Seals”: “Lasciate l’elicottero, portate via il cadavere”. “Più che un grande presidente – aveva scritto – sembrava Michael Corleone nel “Godfather”: “Lasciate le pistole, portate via i cannoli”.
Sette giorni dopo subissata dalle critiche a questa sua dissacrante satira sul Capo dell’Esecutivo ha fatto precipitosamente marcia indietro giustificando tra l’altro le manifestazioni di giubilo del popolo americano all’annunzio che un uomo disarmato – anche se definito il peggiore terrorista del mondo – era stato ammazzato dai soldati statunitensi sotto gli occhi della moglie che lo stava abbracciando e dei suoi bambini.
“Giustizia è fatta” ha comunque detto Barack Obama dopo aver seguito in diretta alla televisione insieme a Gates, alla Clinton, a Panetta & co. la “ammazzatina” dei Seals ad Abbottabad. Poi il Panetta ha rivelato che il collegamento con le microcamere sui caschi degli incursori si era interrotto poco prima dell’atterraggio degli elicotteri. L’interrogativo: cosa stavano guardando con drammatiche espressioni dipinte sui volti i convenuti nella sala operativa della Casa Bianca? Una meta segnata a sorpresa dai Dallas Cowboys in uno dei più famosi superbowls degli ultimi anni? Non c’è male per il candidato Barack Obama che si era solennemente impegnato a restituire trasparenza e “onore etico” alla presidenza degli Stati Uniti. Chi non è affetto da obamismo (n.d.r: con la b e la m e non con due n) sa che la continuità e la coerenza della politica estera, economica, militare ed interna del Grande Impero d’Occidente sono assiomi fondamentali ed inattaccabili quali che siano i presidenti, le loro capacità, i loro difetti caratteriali, le loro carenze o la loro cultura.
E’ vero, dopo la guerra del Vietnam è aumentata la governabilità del popolo americano che vive ormai nel regno di Cartoonia: dopo Bin Laden è ora assolutamente necessario trovare un altro Lex Luther per Captain America, un altro Joker per Batman. Verrà trovato e verrà impiccato o ammazzato dai corpi speciali a stelle e strisce tra il tripudio dei sudditi sull’una e sull’altra sponda dell’Atlantico.
Chi scrive ha lavorato da giornalista per trentotto anni a Washington e New York, ha seguito da vicino le direttive di otto presidenti – troppo da vicino quelle di John Fitzgerald Kennedy, il che ha inficiato l’obiettività delle sue corrispondenze per un quotidiano della provincia romana, presume comunque di avere acquisito una modesta conoscenza delle istituzioni, dei vertici del potere reale, delle involuzioni dei costumi, delle finzioni democratiche e delle sofferenze del popolo nella grande repubblica stellata. Ha appreso che c’è più verità nei “Federalist papers” che non in quell’aulico “We the people…” o nel “Bill of rights”.
Superata la parentesi kennediana, sapientemente gestita dall’amico Pierre Salinger, ha fatto suo quanto scritto da Nicholas Lemann sull’Atlantic Monthly del marzo 1985: “Oggi la nostra politica – basata su una visione del mondo noi e gli altri – è di appoggiare essenzialmente tutte le rivoluzioni contro i governi socialisti o a noi ostili e tutti i governi non socialisti, autoritari e a noi subordinati contro ogni rivoluzione”.
E’ quanto sta accadendo e continuerà ad accadere con qualche eccezione di breve durata. A rigor di logica gli Stati Uniti dovrebbero invadere il Pakistan perché ha ospitato Bin Laden, così come dieci anni fa per lo stesso motivo hanno invaso e devastato l’Afghanistan. La differenza è data dal fatto che il Pakistan è una piccola potenza nucleare…
Lucio Manisco

[grassetto nostro]

Guerre e guerricciole tricolori al traino del padrone USA

A Giugno andranno rifinanziate le 31 missioni militari all’estero in 29 Paesi geograficamente appartenenti alle aree dei Balcani, del Medio Oriente, del Golfo Persico, dell’Africa e dell’Asia. Il personale delle Forze Armate italiane al 30 Aprile 2011 impiegato dal Ministero della Difesa fuori dal territorio nazionale assomma ufficialmente a 7.114 unità. In realtà, supera abbondantemente le 8.800 presenze continuative dall’1 Gennaio 2011 ad oggi. Facciamo un esempio. In Iraq la presenza di “istruttori” per consulenza, formazione ed addestramento dell’esercito e della polizia del Governo di Al Maliki è fissata, nelle tabelle ufficiali, fluttuante, da 73 a 78 tra ufficiali e sottoufficiali per lo più appartenenti all’Arma dei Carabinieri. Si, siamo ancora a combattere da quelle parti. In realtà sono oltre 100. Il Ministero degli Esteri, per la sicurezza dell’ambasciata italiana a Baghdad, ha a disposizione un nucleo di 30 Carabinieri che non risultano in organico a Via XX Settembre. La Direzione Generale della Difesa approssima costantemente per difetto il numero dei militari in missione all’estero, per non allarmare l’opinione pubblica che è e rimane fortemente contraria ad aumenti di scarponi che si portano dietro un bel po’ di funerali di Stato nella Basilica di S. Maria degli Angeli a Roma. E’ altresì evidente che un conto è la presenza di “osservatori” nella città di Hebron (Cisgiordania Occupata) etichettata dal signor La Russa come territorio appartenente ad “Israele” ed altro sono le operazioni di peace-keeping o peace-enforcing modello Afghanistan, che prevedono azioni di guerra sul campo e/o mitragliamenti e bombardamenti dall’aria.
Per arrivare al 31 Dicembre 2011, questa volta non basteranno le centinaia di milioni di euro tolti dalle tasche degli italiani nell’ultimo semestrale di spesa approvato da maggioranza ed “opposizione” a Camera e Senato, che scade il prossimo 30 Giugno.
Ci vorranno maggiori mezzi finanziari anche tagliando 200-250 militari con il casco blu dal contingente italiano in Libano, azzerando quello in Bosnia (8) e riducendo di 100 unità i 610 della KFOR in Kosovo. Ammesso che lo si voglia davvero fare.
La nuova guerra di Libia porterà inevitabilmente a far lievitare, e di molto, un conto già salatissimo. Ban Ki Moon è un amicone anche se ci riempie di clandestini e di profughi di guerra da Medio Oriente, Africa ed Asia e ci porta via, per quota parte, il 4.999% del contributo totale versato da 192 Paesi, per un totale parziale di 369.233.723 dollari all’anno per le 15 “operazioni di peacekeeping” dell’ONU a giro per il mondo (16 ce le finanziamo da soli). Un apparato sempre più gigantesco, una colossale sanguisuga, quello presieduto dall’ex Ministro degli Esteri della Corea del Sud, meglio conosciuto nell’ intera Asia come “il serpente”, che sottrae all’Italia altri 68.170.000 dollari per la “UN Logistic Base” di Brindisi come “punto di proiezione” verso Albania, Macedonia, Montenegro, Kosovo e Bosnia. Un altro 5.518 % va a copertura delle spese per il Tribunale Internazionale dell’Aja che ha per presidente un “signorino” come Antonio Cassese, con uscite tricolori per complessivi 6.879.514 dollari ed il 4.999% per 105.708.890 finalizzato alla “ristrutturazione del Palazzo di Vetro di New York”. Un affitto, mascherato, un po’ caruccio. Non trovate? C’è solo da sperare che sia una “voce di spesa” temporanea.
Un apparato, quello dell’ONU, che ingrassa con la frantumazione, programmata, in concorso con gli USA, degli Stati nazionali. In più, la Repubblica delle Banane elargisce ogni 365 giorni attraverso il Ministero degli Esteri al Palazzo di Vetro “donazioni” per altre centinaia di milioni di dollari (versamenti annuali o biennali) in sinergia con la cosiddetta “comunità internazionale”. Quanti? L’entità dei fondi canalizzati verso l’ONU rimangono top secret anche se qualche notizia riesce ufficiosamente a filtrare dai summit.
In passato, fino al 2010 ne abbiamo dato conto, un po’ alla volta, su questo blog. Per il sostegno economico al solo esecutivo Karzai, l’Italietta ha fatto transitare dalle casse del Tesoro a quelle di Kabul una gigantesca, inimmaginabile, montagna di euro. Siamo per importanza di fondi versati all’ONU il 6° Paese contributore a livello planetario. Poi ci sono le “uscite” in nero, difficilmente quantificabili, per blandire, sarebbe meglio dire finanziare, pirati ed autonomisti del Puntland (una gran brutta storia ancora tutta da raccontare), il sedicente Governo Provvisorio della Somalia, con base in Kenia, l’Uganda, il Burundi, l’Etiopia, il nuovo Darfur…
E altro di altrettanto opaco, di sporco. Non ci credete?
Basta domandare a giro a qualche ufficiale di coperta di mercantili italiani in navigazione tra il Golfo di Oman, l’Oceano Indiano e lo stretto di Bab El Mendeb.
Addestrare con “consiglieri” le forze militari su base etnica di presidenti con tonalità dal cacao al caffellatte e sostenere capi di Stato fantoccio servi dell’Occidente con “programmi di sviluppo” e forniture di armi e logistica, è ormai pratica costante per i “governi” italiani da Siad Barre in poi. E’ la parte emersa dell’iceberg.
Se si vuole dare inizio alle danze si potrebbe partire, così a caso, da El Maan e da Johwar magari per qualche imponente fornitura di mitragliatrici e di fuoristrada targati DGCS. L'”avventura” in Libia di fatto ha aperto per il Bel Paese un altro gigantesco capitolo di spesa. Quanto finirà per costarci la “naturale estensione” delle risoluzioni 1970 e 1973 voluta da governo, Quirinale e Consiglio Supremo di Difesa?
Perché l’Italia ha aderito con sospetto entusiasmo alla “Coalizione dei Volenterosi” sapendo perfettamente quello che sarebbe successo a Lampedusa e la Germania ne è restata fuori?
Quanto durerà la guerra della NATO contro la Libia? Continua a leggere

Morire a Lentini

“Ventisei anni fa, il 12 luglio 1984, un’identica impenetrabile cortina fu innalzata attorno ai resti del quadrigetto C141B “Starlifter” dell’US Air Force precipitato in contrada Biviere, nel comune di Lentini, Siracusa (nell’incidente morirono i nove militari a bordo). Ancora una volta i militari statunitensi di Sigonella vietarono il soccorso ai mezzi locali e impedirono con la forza che giornalisti e fotoreporter si avvicinassero all’area. “Sentii improvvisamente il rumore di un aereo che volava a bassa quota”, ha raccontato un residente di contrada Biviere. “Presi la macchina fotografica e riuscii a scattare qualche fotogramma appena qualche secondo dopo l’assordante boato. Nel breve volgere di alcuni minuti giunsero i mezzi di soccorso americani. Ricordo che da un automezzo dei pompieri, forse per il forte calore che emanavano i resti del velivolo, esplose un serbatoio contenente una sostanza schiumosa investendo un po’ tutti quelli che erano accorsi. Un militare americano, armato di un grosso fucile a pompa, accortosi che io stavo scattando delle foto, si avventò verso di me tentando di strapparmi dalle mani la macchina fotografica. Non vi riuscì perché ebbi il tempo di scappare”. Massimo fu il riserbo sul carico trasportato dal velivolo e il segreto militare fu esteso pure alle cause di incidente. Per una quarantina di giorni, la strada statale 194 che collega Catania a Ragusa fu interdetta al traffico veicolare.
Solo a seguito di uno studio del colonnello dell’US Air Force Paul M. Hansen sugli incidenti con oggetto i C141B (ottobre 2004), la Flight Safety Foundation di Washington ha pubblicato sul proprio data base una scheda descrittiva di quanto accaduto a Lentini. La fondazione segnala che la destinazione del volo era la base aeronavale di Diego Garcia, Oceano indiano. “Immediatamente dopo il decollo da Sigonella – si legge nella scheda della Flight Safety Foundation – il motore n. 3 del velivolo accusava una grave avaria. Il motore iniziava ad emettere dei rottami che causavano il danneggiamento del motore n. 4. I rottami entravano pure all’interno del compartimento di cargo, incendiando un pallet contenente vernici. L’incendio alle merci trasportate produceva uno spesso fumo velenoso che rendeva il controllo visivo dell’aereo estremamente difficoltoso. L’aereo finiva su un ripido terrapieno ed esplodeva ad appena 198 secondi dal decollo. Gli esami tossicologici effettuati dopo l’incidente indicavano che i membri dell’equipaggio avevano ricevuto potenzialmente livelli fatali di cianuro dal fumo assorbito prima dell’impatto”.
Sono dovuti trascorre più di vent’anni perché sull’incidente aereo di Lentini venisse aperta un’inchiesta da parte della Procura della Repubblica di Siracusa. L’avvocato Santi Terranova, legale dell’Associazione per bambini leucemici “Manuela e Michele”, ha chiesto di accertare le cause dell’altissimo tasso di malformazioni congenite e dell’anomalo aumento di patologie leucemiche, tumori al cervello e alla tiroide, registrati tra il 1992 e il 1995 nel comprensorio dei comuni di Lentini, Carlentini e Francofonte. Secondo il Registro Tumori della Usl di Siracusa, infatti, il tasso di mortalità in quest’area è tre volte maggiore che nel resto d’Italia. A legare la vicenda del C-141B e lo sviluppo delle patologie oncologiche, l’ipotesi che a bordo del velivolo USA ci fosse un carico di centinaia di chili di uranio impoverito, utilizzato come contrappeso. Secondo il professore Elio Insirello, biologo dell’Istituto di Ricerca Medica e Ambientale di Acireale (Catania) e docente di genetica molecolare all’Università di Messina, esisterebbero “chiare correlazioni tra la presenza di uranio impoverito nell’aereo, il tempo trascorso tra l’incidente e l’entità delle patologie tumorali” riscontrate a Lentini. “Alcuni testimoni oculari affermano inoltre che subito dopo l’impatto fu prelevato uno strato di terreno nell’area interessata, procedura utilizzata per la decontaminazione delle zone colpite da radioattività”, aggiunge Insirello.
Gli scuri contorni della vicenda sono oggetto dello straordinario film-documentario Morire a Lentini, recentemente prodotto dai giornalisti Giacomo Grasso e Natya Migliori della “Gemini Movie” di Catania.”

Da L’enorme pericolo di volare a Sigonella, di Antonio Mazzeo, il quale elenca una serie di incidenti avvenuti a velivoli operanti nella base statunitense in Sicilia, a partire dall’ultimo che lo scorso 27 aprile ha coinvolto un F-16 dell’aeronautica militare degli Emirati Arabi Uniti in azione contro obiettivi sul suolo di Libia.

Università di Bologna culla dell’atlantismo

Forlì, 4 maggio – Cosa fare se una nave carica di armi viene sequestrata da una banda di terroristi? Come rispondere a una nuova insurrezione nella repubblica del Nagorno-Karabah? Come difendere la giovane e sconosciuta repubblica di Corona dall’attacco del Global Liberation Front? Un gruppo selezionato di studenti universitari potrà cimentarsi in situazioni come queste, grazie alla simulazione di crisi internazionale organizzata per i prossimi 7 e 8 maggio dalla facoltà di Scienze Politiche ‘Roberto Ruffilli’ in collaborazione con il comando NATO di Norfolk.
All’evento parteciperanno 33 studenti, provenienti da diverse università italiane ed europee, 18 dei quali della ‘Ruffilli’. Due giornate intense in cui gli studenti saranno coinvolti direttamente: impersoneranno le delegazioni di diversi Stati e si troveranno ad analizzare situazioni complesse e a prendere decisioni delicate. ”Si tratta di un gioco, certo – sottolinea la prof.ssa Sonia Lucarelli, che cura la preparazione degli studenti della Ruffilli – ma che fa imparare molto ai nostri ragazzi. E’ sicuramente di un’esperienza impegnativa, basti pensare che tutta la simulazione si svolge in lingua inglese”.
Un’esperienza ormai consolidata, che giunge nel 2011 al suo quinto anno. ”L’università di Bologna, e nella fattispecie la facoltà ‘Roberto Ruffilli’ – spiega il prof. Mario Del Pero, docente di storia americana e responsabile del progetto – è l’unica università italiana ed europea ad avere una collaborazione di questo tipo con il comando NATO di Norfolk”. Collaborazione che negli anni si è intensificata e che in questa occasione sarà suggellata dal rinnovo del ‘memorandum d’intesa’ tra le due istituzioni, che sarà firmato venerdì 6 maggio alle 18. Alla cerimonia parteciperanno Carla Salvaterra, delegata dell’università di Bologna per le relazioni internazionali; Roberto Balzani, sindaco di Forlì; Paolo Zurla, preside della facoltà di Scienze Politiche ”Roberto Ruffilli”; Mark A. Barrett, vice-capo di gabinetto del comando NATO di Norfolk. Alla firma del memorandum seguirà la lezione magistrale di Erik Jones, docente della Johns Hopkins University, sul tema ”L’Alleanza Atlantica e la sfida della leadership globale”.
(ANSA)

[Prossimamente a Bologna, per chi non si allinea]

Stanno lavorando per noi

Ma hanno ancora bisogno di un poco di tempo…

Washington, 4 maggio – Il direttore della CIA, Leon Panetta, ha annunciato che le foto del cadavere di Osama Bin Laden alla fine saranno rese pubbliche. Panetta, che ha detto di aver “ovviamente visto” le immagini, ha aggiunto che l’amministrazione Obama è consapevole che deve “rivelare al resto del mondo” la prova della morte di Bin Laden. “Non penso che ci sia alcun dubbio che una foto sarà resa pubblica”, ha detto in un’intervista alla NBC Nightly News.
(AGI)

Il ricorso ai bombardamenti non aggrava molto

Articolo di Marco Ludovico sui costi della partecipazione italiana all’aggressione militare della Libia e della gestione dell’emergenza umanitaria-immigrati.
Qui invece, dello stesso autore, un riepilogo di quanto ha pesato finora sulle tasche degli Italiani la “missione di pace” in Afghanistan.

Photoshop colpisce ancora

La prima foto del cadavere di Osama mostrata da tutte le televisioni del mondo e ripresa dai principali siti di informazione (…)  è un falso clamoroso. Si tratta di una immagine evidentemente elaborata con un programma di editing di immagini, ripresa dal sito “unconfirmedsources”. Il nome del file, peraltro, 20060923-torturedosama.jpg dovrebbe bastare a chiarire l’equivoco: si tratta di una foto del 23 settembre 2006 il cui nome è “osama torturato”.

Fonte: peacereporter

[Una delle puntate precedenti]