In Italya la situazione è tragica, ma non seria

A guardare le prospettive economiche e sociali dell’Italya ci sarebbe da piangere: molte industrie disastrate e in fase di smobilitazione, un debito pubblico al 120% del PIL, una disoccupazione galoppante. E meno male che ci sono i nostri “politici” (?!?) ad allietarci le giornate e ad indurci alla risata con le loro risse quotidiane.
Tempo di “manovra di aggiustamento dei conti pubblici”. Ce la chiede la Unione Europea, ce la chiedono i Mercati, ce la chiede Draghi (è stato promosso dalla Banca d’Italya alla Banca Centrale Europea). Tempo di manovra, tempo di risse:
1. Tremonti predica il “rigore”, mentre Berlusconi e Bossi vorrebbero la “ripresa”.
2. Anche le opposizioni tifano per la “ripresa”. Ma, se Tremonti, minaccia le dimissioni, le opposizioni sposano le proposte rigoriste di Tremonti.
3. Poi Berlusconi, Bossi e Tremonti trovano la “quadra”: un poco di rigore, un poco di ripresa. E allora le opposizioni gridano che è tutta una manfrina e che “Tremonti non è serio”.
4. La polemica si sposta sui pochi tagli sui quali Berlusconi, Bossi e Tremonti hanno trovato l’intesa.
Fateci caso: nessuno (né a destra, né al centro, né a sinistra) propone tagli sulle missioni militari. Nei bei tempi andati gli statisti si ponevano il problema: “burro o cannoni?”. E decidevano secondo le loro convinzioni e secondo le necessità del momento. Oggi, invece, il dilemma se lo pone Mr. Obama. E gli altri seguono, docili ed obbedienti. E dunque…… E dunque i nostri politici, non potendo sciogliere il dilemma tra burro o cannoni, litigano se debbono tagliare sul latte, sulla lattuga oppure sulla birra. Sui cannoni no, sui cannoni decide Mr. Obama.
Se almeno ci risparmiassero queste risse quotidiane! Ma, anche questo ha una logica: serve a distrarre il popolo bue.
Antonino Amato

De minimis non curat praetor

Ora che i giudici della Corte Penale Internazionale dell’Aja, accogliendo la richiesta del procuratore Louis Moreno Ocampo, hanno spiccato un mandato di arresto per crimini contro l’umanità nei confronti di Muammar Gheddafi, del figlio Seif al Islam e del capo dei servizi segreti libici Abdellah Senussi, risultano più che mai pertinenti le considerazioni svolte dallo studioso di diritto internazionale Danilo Zolo, in una recente intervista che riproduciamo qui (grassetti nostri).

“Esiste il rischio che un’azione della Corte Penale Internazionale (CPI) sia controproducente per la soluzione di una crisi o possa esacerbare sopiti contrasti interni ad un paese?
Non vedo in questo momento rischi di questo tipo. La Corte Penale Internazionale ha svolto sinora un’attività giudiziaria molto ridotta, limitandosi ad una serie di indagini marginali nel Nord Uganda, nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica Centrafricana. Si tratta di aree molto lontane dall’epicentro geopolitico dei conflitti che oggi impegnano le grandi potenze occidentali. A mio parere sono altri gli aspetti severamente criticabili nell’attività della Corte, in particolare della Procura. Il Procuratore Moreno Ocampo si è finora distinto per il suo ossequio nei confronti delle potenze occidentali, anzitutto degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Egli non ha esitato ad archiviare ben 240 denuncie formalmente presentate alla Procura contro i crimini commessi in Iraq dalle truppe angloamericane nel 2003.
Nonostante ne avesse piena competenza, in particolare nei confronti della Gran Bretagna, Ocampo non ha avviato alcuna indagine ed è ricorso ad una motivazione grottesca dell’archiviazione delle denuncie. Esse erano immotivate, ha sostenuto, poiché non tenevano conto dell’assenza di qualsiasi “intenzione dolosa” da parte delle milizie anglo-americane che avevano aggredito e poi occupato l’Iraq. A suo parere la strage di decine di migliaia di persone innocenti era stata involontaria. Quanto alla recente incriminazione e condanna del presidente del Sudan, Omar Al-Bashir, giuristi autorevoli e ben informati come Antonio Cassese hanno giudicato del tutto infondata la decisione della Procura. In sostanza, Moreno Ocampo si profila sempre più come una brutta copia dell’ex Procuratore del Tribunale ad hoc per la ex-Jugoslavia, Carla del Ponte. Entrambi sembrano destinati a passare alla storia della giustizia internazionale come magistrati pesantemente condizionati dalla volontà delle potenze occidentali.
Non a caso la competenza a intervenire in Sudan era stata attribuita a Ocampo dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonostante che il Sudan non fosse sottoposto alla giurisdizione della Corte. E questa operazione era stata voluta dagli Stati Uniti, che avevano preteso e ottenuto in cambio che i militari e i civili statunitensi presenti in Sudan venissero sottratti alla giurisdizione della Corte. Siamo ancora una volta di fronte ad una giustizia al servizio delle grandi potenze del pianeta: una “giustizia dei vincitori”.

Pensa che l’intervento della CPI durante la crisi libica contro Gheddafi abbia contribuito ad escludere una soluzione diplomatica del conflitto?
La soluzione diplomatica del conflitto libico non solo non è stata mai voluta da nessuno, ma si è voluto esattamente il contrario e cioè scatenare una guerra di aggressione sotto le vesti dell’intervento umanitario. Non è un caso che a usare la forza sia rapidamente intervenuta (illegalmente) la NATO e che tuttora la NATO stia usando la forza in una guerra vera e propria che molto probabilmente durerà ancora per molti mesi.
In realtà l’intervento della Corte Penale Internazionale nella questione libica non è stato che un’escamotage degli Stati Uniti e dei loro alleati. Si trattava di dare un aspetto di legalità internazionale ad una guerra di aggressione totalmente contraria alla Carta delle Nazioni Unite, in particolare alla prescrizione del comma 7 dell’art.2: nessuno Stato può intervenire con la forza per risolvere questioni interne ad un altro Stato. La disponibilità del procuratore Ocampo era ovviamente scontata. Nonostante che gli Stati Uniti non avessero riconosciuto la Corte Penale Internazionale, il 26 febbraio l’ambasciatrice statunitense Susan Rice aveva sollecitato il Consiglio di Sicurezza a incaricare il procuratore Ocampo di un immediato intervento. Ocampo non si aspettava niente di meglio: accolto l’invito, ha provveduto con una rapidità eccezionale (il 3 marzo) a dichiarare colpevoli di crimini contro l’umanità otto cittadini libici, fra i quali figuravano, oltre a Gheddafi, il figlio Saif al Islam e il capo dell’intelligence Abdullah al Senoussi. “Le prove sono enormi”, aveva solennemente dichiarato il procuratore, senza minimamente indicare le ragioni della sua certezza. De minimis non curat praetor…

La Corte Penale Internazionale si propone come organo di giustizia globale eppure Stati Uniti e Israele non hanno intenzione di ratificare il trattato che la legittima, mentre Russia e Cina, facenti parte del Consiglio di Sicurezza ONU, non hanno aderito alla Corte. Un organo giudiziario così costituito può dirsi globale? Quali alternative propone per il diritto internazionale? È possibile una “regionalizzazione” della giustizia?
La Corte Penale Internazionale non è sorta come un organo di giustizia penale “globale”. La Corte è stata creata come una istituzione giudiziaria sulla base di un libero accordo internazionale fra un certo numero di Stati. La competenza della Corte non solo non ha effetti retroattivi, ma è tale che per intervenire la Procura deve di volta in volta accertare che all’interno dello Stato pertinente non sia già in atto un’attività investigativa. In questo caso la Procura deve sostanzialmente astenersi. Non va inoltre dimenticato che l’articolo 16 dello Statuto della Corte attribuisce al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – di fatto agli Stati Uniti – la facoltà di impedire o sospendere le iniziative della Procura della Corte. Dunque, nessun “globalismo” della giustizia internazionale e, almeno per ora, nessuna alternativa e nessuna “regionalizzazione”. L’egemonia mondiale degli Stati Uniti non cede. Nonostante i rischi economico-finanziari che attanagliano la potenza americana, il suo strapotere militare è per ora insuperabile.”

Advertising America

Advertising America. The United States Information Service in Italy (1945-1956), di Simona Tobia, nato da una tesi di laurea in storia contemporanea e pubblicato dalle edizioni LED di Milano, ripercorre – purtroppo solo in inglese – l’attività del Servizio Informazioni degli Stati Uniti (USIS) in Italia, nell’immediato dopoguerra.
Grazie a un’attenta analisi delle fonti archivistiche, il libro offre importanti informazioni sulla presenza della Voce dell’America (VoA) nel nostro Paese, il cui ascolto fu massiccio grazie alla ripresa di numerosi programmi da parte delle stazioni RAI dal 1945 al 1953. Sono inoltre proposti ampi stralci di come la vita americana dell’epoca era comunicata al popolo italiano.
Qui alcuni estratti dello studio.

L’americanizzazione che avanza

“Quando ho sentito per la prima volta, l’anno scorso, che le istituzioni stavano organizzando i “150 anni dell’Unità d’Italia”, di prim’acchito ho pensato si trattasse del consueto gorgo in cui far sparire, un bel po’ di soldi pubblici, alla faccia della “crisi”, con l’abituale condimento di retorica insulsa; ma quando quest’anno è scattata l’aggressione militare alla Libia, e Roma, malgrado il Trattato di amicizia e collaborazione con Tripoli (ostentato come un fiore all’occhiello fino al giorno prima), ha subitamente aderito, mi si è chiarito il perché di tanta enfasi su questa “ricorrenza patriottica”…
Siamo in guerra ma non lo si può ammettere, questa è la verità. Siamo in guerra al fianco dell’America e dell’Occidente (non mi stancherò mai di ripetere che si tratta di sinonimi, per indicare la civiltà dell’ateismo e del “regno della quantità”). Ma come ci siamo scivolati in questa situazione che solo vent’anni fa sarebbe stata impresentabile?
La musica è cambiata un po’ per volta, a partire dalla prima Guerra del Golfo (1991): l’Italia che “ripudia la guerra” (art. 11 della Costituzione) è ormai un pallido ricordo, poiché di fatto oggi la sua “classe dirigente” non fa nulla per evitare di finirvi dentro, né di fiancheggiarla o di giustificarla, se a volerla sono i “nostri alleati” (altrimenti è “condanna senza se e senza ma”: mi pare di sentirlo un Frattini che condanna uno “Stato canaglia”!). Abbiamo poi assistito in tutti questi anni post-Urss ad un progressivo protagonismo militare del nostro Paese, dalla partecipazione allo sbarco in Somalia con tanto di riprese in diretta all’ignobile attacco all’ex Jugoslavia, fino alle decine di costosissime “missioni di pace”, dal Libano (dove peraltro c’eravamo già stati nei primi anni Ottanta, ma con altre motivazioni perché non eravamo così impelagati con NATO & soci) all’Iraq, all’Afghanistan, dove – colmo della mistificazione – manderemmo i nostri “scarponi” a far da “sentinelle della democrazia” e della “ricostruzione” (dopo che gli “alleati” hanno volutamente ridotto quella terra a un cumulo di rovine!) .
Per carità, non sono così fesso da pensare che ogni volta l’Italia partecipi entusiasticamente (siamo o non siamo una colonia americana? ad ogni ordine bisogna battere i tacchi! e chi non lo fa è morto); o che nelle recondite pieghe di qualche tentennamento o attacco ai nostri contingenti (v. la famosa “strage di Nassiriyya”) non si nascondano chissà quali “pugnalate alle spalle” da parte di quelli che la propaganda presenta invariabilmente come “amici”. Non sono neppure così ingenuo da ritenere che alla fine un qualche vantaggio, talvolta, vi sia più nello “starci dentro” che nel “rimanere fuori”… Ma con questa giravolta libica – l’ennesima della nostra disonorevole storia nazionale – si rende davvero un’impresa disperata presentare la cosa in termini di “interesse nazionale”.
Infatti non avevamo alcun interesse ad associarci a quest’ennesimo odioso crimine, di cui siamo ragguagliati ancor meno di quanto ci illusero di sapere in occasione delle precedenti “guerre democratiche” degli ultimi vent’anni. Siamo passati da Peter Arnett della CNN e la guerra tipo videogioco sul cielo di Baghdad alla sparizione pura e semplice di ogni notizia, tant’è che la Libia è passata in secondo o terzo piano, messa dopo le trite scaramucce centro-destra e centro-sinistra, le notizie relative ai disastri meteorologici e il periodico caso di cronaca nera sul quale i notiziari indugiano morbosamente con ogni dovizia di particolari sempre più scabrosi e inquietanti. Dell’aggressione alla Libia ci fanno vedere solo e sempre la solita scena dei “ribelli” che al “ciak si gira” dell’operatore televisivo si mettono a sparare a vanvera in aperta campagna… tanto le pallottole le paghiamo noi!
Stavolta hanno deciso che è decisamente meglio non parlarne proprio, così sembrerà che il problema non sussiste. Ed il risultato è assicurato perché la gente, in giro, non alcuna cognizione del fatto che a pochi chilometri noi anche i “nostri ragazzi” sganciano bombe addosso a persone che non ci hanno fatto alcun male, né avevano minacciato di farcene.
La vergogna è troppo grossa per andare in giro orgogliosi di questo ‘capolavoro’. E cosa di meglio, per velare questo scempio, della retorica patriottica per i “150 anni dell’Unità d’Italia”? Ecco che ogni occasione è buona per propinarci l’eroismo dei “nostri ragazzi” e l’efficienza delle nostre Forze Armate, coi balconi di alcune città-simbolo della pretestuosa ricorrenza – Torino su tutte – addobbati fino all’inverosimile col tricolore, come neppure s’era visto per la vittoria ai mondiali di calcio!”

L’americanizzazione che avanza: il “patriottismo senza patria” e la militarizzazione dell’immaginario, di Enrico Galoppini continua qui.

Eco di guerra

Parigi, 22 giugno – Sette scrittori di tutto il mondo hanno lanciato oggi da Parigi un appello al Consiglio di sicurezza dell’ONU affinchè venga adottato un progetto di risoluzione contro la repressione in Siria che ”metta fine ai massacri”.
I sette firmatari sono Umberto Eco, David Grossman, Bernard-Henri Levy, Amos Oz, Orhan Pamuk, Salman Rushdie e Wole Soyinka. La lettera firmata dai sette intellettuali è stata pubblicata sul sito di ”La regle du jeu”, la rivista online del filosofo francese Levy, e si rivolge ai 15 Paesi membri del Consiglio di sicurezza.
(Ansa)

E’ ora di ripensare la strategia europea di difesa

Le durissime parole con le quale il segretario di stato alla difesa USA uscente, Robert M. Gates, ha stigmatizzato l’incapacità e la non volontà dei membri europei della NATO di sviluppare una propria autonoma capacità di difesa, sono rivelatrici di una situazione, storicamente certo non nuova, che giunge però oggi ad un punto finalmente decisivo.
(…)
Non è difficile immaginare la tensione che si doveva respirare venerdì [10 giugno u.s. - ndr] a Bruxelles dopo le parole piuttosto pesanti di Gates: proprio quando i Paesi della NATO hanno portato dai 20.000 uomini del 2006 ai 40.000 odierni il loro impegno in una campagna così poco gloriosa ed efficace come quella afghana; proprio quando la situazione globale del Medio Oriente allargato, a venti anni dalla prima Guerra del Golfo, si dimostra ancora più pericolosa ed instabile; proprio quando, cioè, vengono chiaramente alla luce le scarse capacità nord-americane di realizzare nel mondo quella pace di cui si dichiarano portatori quando usano la forza delle armi; proprio oggi, avranno pensato i diplomatici europei, dobbiamo subire come ragazzini che si impegnano poco a scuola questa lavata di capo da parte degli USA.
In realtà, in tutto questo vi è una grande possibilità per gli Europei, se sapranno coglierla. Fino ad oggi infatti gli USA hanno sempre comprensibilmente oscillato tra il timore di vedere rinascere un’autonoma potenza militare in Europa (basti ricordare le tensioni legate alla costituzione di una grande unità franco-tedesca, progetto assai ambizioso, ridimensionato fino alla totale inconsistenza) e la recriminazione per lo scarso impegno militare nella propria difesa.
Si profila quindi la storica occasione, accogliendo in toto la richiesta di Robert M. Gates, di mettere mano ad un’autonoma politica di sicurezza, quella famosa PESC (politica europea di sicurezza comune) che rimane una delle maggiori lacune nel processo di unificazione europea. Potrebbe dire niente meno che ripensare tutta la strategia europea di difesa, il che vorrebbe dire, quale presupposto primario, com’è ovvio in questi casi, la riconsiderazione innanzitutto degli interessi strategici dell’Europa, per un verso, e del tipo di modello militare, dall’altro.
Ci accorgeremmo allora, ad esempio, che gli interessi della sicurezza continentale richiedono oggi, come postulati essenziali, una stabile collaborazione con la Russia, la costruzione di rapporti di buon vicinato con tutto il mondo arabo-islamico, mediterraneo e medio-orientale, nonché il rafforzamento degli storici legami che l’Europa ha da sempre con l’America Latina.
Ci accorgeremmo poi che un modello di sicurezza europeo efficiente suggerirebbe di lavorare su forme leggere ma diffuse di “difesa territoriale”, puntando su strategie difensive imperniate sulla combinazione di sistemi di resistenza non-violenta in caso di aggressione esterna con strumenti di prevenzione classici a medio raggio, evitando dispendiose quanto inutili “proiezioni di forza” nei teatri extra-europei. Un modello che comporterebbe grandi risparmi in termini di denaro e un molto maggiore consenso da parte dei popoli europei, con la possibilità di creare nuova attenzione, anche da parte dei giovani, su questo tipo di impostazione, nella quale volontariato civile e servizio militare potrebbero per la prima volta armonizzarsi e non contrapporsi, in nome di uno scopo comune: non quello delle finte operazioni di peace-keeping ma quello del rispetto e della tutela delle reciproche identità e della prevenzione attiva (culturale, sociale, diplomatica, prima che militare) di situazioni di conflitto.
Grazie alla crescente instabilità mondiale che ha coinciso con l’affermarsi dell’egemonia globale nord-americana, sta maturando quindi la possibilità di ripensare in modo originale ed innovativo gli attuali schemi operativi e strategici europei, che risalgono per lo più ancora alla fine del XIX secolo. Perché dunque non volgere in positivo l’arroganza nord-americana, facendone stimolo alla definizione di una visione comune della sicurezza europea?
Sarebbe questo anche un modo brillante e dignitoso per “leggere” il bluff americano, perché se davvero l’Europa rivoluzionasse in questo modo la propria visione del presente, pensiamo che uomini come Gates e come Obama, o chi per loro, troverebbero assai presto da ridire anche su questo: avremmo allora l’occasione anche per ridiscutere alla radice persino gli stessi, ormai superati, principi della collaborazione sull’asse Nord Atlantico che non può più condizionare la storia a venire dell’Europa unita.

Da Una grande opportunità oltre la NATO, di G. Colonna.
[grassetto nostro]

3 mesi di “bombardamenti umanitari” in Libia

Sabato 25 giugno alle ore 15.30 si terrà a Milano, presso il Centro Culturale San Fedele di Piazza San Fedele 4, la conferenza “Bombardamenti umanitari? Gli obiettivi geostrategici dietro la guerra in Libia”.

Interverranno come relatori: Aldo Braccio (redattore di Eurasia), Maurizio Cabona (giornalista e saggista), Roberto Giardina (redattore del Quotidiano Nazionale), Luca Tadolini (difensore di Nuri Ahusain) e Joe Fallisi (testimone oculare della guerra in Libia).

L’organizzazione è a cura dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). L’evento rientra nel ciclo 2010-2011 dei seminari di Eurasia.
L’ingresso è libero. Qui il volantino promozionale.

Il Tribunale NATO dell’Aja contro Ratko Mladic

“Con la consegna di Mladic la “nuova“ Serbia supera due delle tre condizioni, che la cosiddetta comunità internazionale, leggasi potenze occidentali (USA, UE, FMI, Banca Mondiale etc…) ed il suo braccio armato, la NATO, avevano posto ai governi “democratici” e da loro finanziati, sostenuti e diretti. La prima di natura simbolica per umiliare storicamente il forte senso di identità e dignità nazionali, permeanti la storia e l’anima dei serbi: essa era legata alla Resistenza fatta dalla Jugoslavia (prima RFSJ e poi dalla RFJ) contro le aggressioni ed alla sua distruzione negli anni ’90, quindi consegna dei latitanti al TPI dell’Aja per l’ex Jugoslavia, l’ammissione di colpa per i cosiddetti “crimini di guerra“ effettuati nelle guerre fratricide di quegli anni e accettazione della colpa come “popolo”. La seconda era di natura più politica ed economica, le privatizzazioni selvagge, la svendita delle industrie, il liberismo selvaggio, lo smantellamento dello stato sociale, incentrare le politiche economiche verso l’entrata nella UE ed il mercato occidentale, abbandono dei mercati russi e cinesi come prospettiva, ecc. Ora si va verso la terza condizione, quella delle trasformazioni più strutturali: l’aspetto giuridico, quindi leggi europeizzate; riforma dei corpi militari, sia di polizia che dell’esercito, ridotto quasi di un terzo; cambiamento dello Stato di Diritto; ordinamenti interni sia politici che economici, standardizzati alla UE; abbandono delle rivendicazioni sul Kosovo e accettazione dello status quo, ecc..”

Dal Dossier Ratko Mladic, a cura di Enrico Vigna, che potete leggere qui.

“Non è guerra”

Londra, 16 giugno – Barack Obama difende vigorosamente il suo diritto a intraprendere l’azione militare in Libia senza il via libera formale del Congresso perché non è un vero e proprio conflitto.
Nei giorni scorsi il leader repubblicano della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, aveva scritto a Obama dicendogli che – ai sensi del War Powers Act del 1973 – il presidente era obbligato ad ottenere l’approvazione del Congresso per la campagna militare in Libia. La Casa Bianca gli ha risposto con un documento di 38 pagine, sostenendo che la legge (che stabilisce che debba esserci un voto entra un massimo di 90 giorni (60 più 30) dal momento in cui gli USA entrano in guerra) non è applicabile alla partecipazione alla campagna militare NATO in Libia perchè non si tratta di un vero e proprio conflitto, ma di una missione per rimuovere dal potere Muammar Gheddafi: l’amministrazione sostiene che, da quando la NATO ha assunto il comando delle operazioni militari, nel mese di aprile, il ruolo USA si è di fatto limitato a sostenere le azioni militari di GB, Francia e degli altri Paesi, con missioni di rifornimento di carburante e sorveglianza (l’amministrazione ammette però l’utilizzo in qualche caso dei droni, del tipo di quelli usati in Pakistan e in Yemen).
Quanto alla maggiore preoccupazione dei repubblicani, i costi, la Casa Bianca sostiene che nell’ultima fase delle operazioni NATO, a settembre, l’operazione sarà costata agli USA 1,1 miliardi di dollari. Boehner comunque non si è detto soddisfatto: “La Casa Bianca dice che non ci sono ostilità in corso, ma qui abbiamo attacchi di droni, stiamo spendendo 10 milioni di dollari al giorno e parte della missione è lanciare bombe sul compound di Gheddafi. Non si risponde dunque a quella che è la domanda più importante, dal mio punto di vista, ovvero che siamo nel bel mezzo di ostilità”.
(AGI)

Il ministro Brunetta nel mirino di Al Qaeda

Sono passati soltanto pochi giorni dalla diffusione del video in cui “Azzam l’americano” parla di Silvio Berlusconi quale facile bersaglio ed ora è il turno di Renato Brunetta.
Quanto successo l’altro ieri, in occasione del Convegno Nazionale dell’Innovazione svoltosi a Roma, è sotto gli occhi di tutti.
Assai meno noto è il fatto che, secondo fonti ben informate dell’intelligence, a voler interloquire con il Ministro non fossero semplici lavoratori precari ma piuttosto pericolosi estremisti, profondi conoscitori delle tecniche terroristiche, in cerca della stabilizzazione con un impiego a tempo indeterminato presso una delle scuole di guerra atlantiche finanziate dal governo cui Brunetta appartiene: il CoEspu di Vicenza, la NATO CIS School di Latina e il Defense College di Roma.
Che bravata!

[E ricordiamoci bene che "per quanto attiene la Libia (...) gli impegni internazionalmente assunti dall'Italia - e solennemente messi per iscritto in un Consiglio di Difesa al Quirinale quasi su dettatura di Giorgio Napolitano -" non possono essere piegati "a questa o quella convenienza politica"!]

Dietrofront!

Barack Obama è un “fuorilegge” e gli Stati Uniti hanno le pezze al culo.

Washington, 14 giugno – La Camera dei Rappresentanti USA ha approvato ieri un emendamento che vieta l’uso di fondi per le operazioni militari in Libia. Il testo, proposto dal democratico Brad Sherman della California, è passato con 248 voti favorevoli contro 163 contrari e fa riferimento a una legge (War Powers Act) del 1973 che limita i poteri del Presidente di inviare truppe all’estero senza l’autorizzazione del Congresso. “Nessuno dei fondi disponibili può essere utilizzato in contraddizione con il War Powers Act”, si legge nel testo approvato dai deputati USA.
Il voto rispecchia l’ampio malcontento che serpeggia nel Parlamento americano, al quale Barack Obama non ha chiesto l’autorizzazione prima di avviare l’intervento militare contro Muammar Gheddafi. In base al War Powers Act, il capo della Casa Bianca deve rivolgersi al Congresso prima di inviare truppe USA all’estero ed è costretto a ordinarne il ritiro entro 60 giorni se tale autorizzazione non viene concessa dai parlamentari.
(AGI)

A sostegno della democrazia nel Vicino Oriente

All’Arabia Saudita la più grande fornitura di armamenti statunitense di sempre.
Ed Attwood per arabianbusiness.com (traduzione di L. Bionda).

L’azione saudita per acquistare qualcosa come 60 miliardi di dollari in armamenti dagli Stati Uniti sarà pressoché completata entro sei mesi, secondo le parole di un alto rappresentante di una società americana strettamente legata all’accordo.
“Al momento stiamo valutando tutte le proposte tra di noi, la nostra società, la società Boeing, la casa regnante saudita ed il governo americano” ha dichiarato Greg Churchill, vice-presidente esecutivo per le soluzioni e i servizi internazionali della Rockwell Collins, ad Arabian Business nel corso di un evento sulla difesa ad Abu Dhabi.
“Sto dicendo che tutti i piani si realizzeranno nei prossimi sei mesi prima della conclusione e che sappiamo bene ciò che stiamo facendo.
Intendo sei mesi salvo piccoli ritardi, che potrebbero essere dovuti a fattori temporali e politici connessi al progetto”, ha detto Churchill.
Essendo la più grande fornitura di armamenti statunitense di sempre, l’Arabia Saudita acquisterà qualcosa come 84 bombardieri F-15, così come strumentazione di aggiornamento tecnologico per 70 jet, poco meno di 200 elicotteri, missili e bombe a guida laser, sistemi radar avanzati.
La parte della società Rockwell Collins nel contratto sarà “superiore a 60-70 milioni di dollari”, ha dichiarato Churchill, aggiungendo che la compagnia avrebbe già iniziato a gestire gli ordinativi.
“Siamo già stati sollecitati dalla Boeing per una parte del lavoro che avrà implicazioni di lungo termine. Stiamo anche già lavorando al contratto, sebbene lo stesso non sia ad oggi definito. Ma tutto quanto sarà oggetto di decisione, come ho detto, entro sei mesi”.
La società, che produce sistemi di comunicazione e di avionica per piattaforme commerciali e militari, ha anche aperto da poco degli uffici ad Abu Dhabi e Dubai per cercare di aggiudicarsi ulteriori contratti negli Emirati Arabi Uniti.
Churchill sostiene di aspettarsi altre commesse più importanti con gli Emirati “nelle prossime settimane”.
Il funzionario ha anche aggiunto che starebbe pianificando di raddoppiare le vendite nel Vicino Oriente nel prossimo futuro, partendo da una stima di circa 25-30 milioni di dollari/anno, specialmente in riferimento alle previste riduzioni della spesa per la difesa statunitense.
“Questa regione è certamente più importante – Non penso che le sfide in atto in questa parte del mondo stiano diminuendo in alcun modo, al contrario nei prossimi mesi potremmo disquisire sul loro aggravarsi”, ha aggiunto Churchill.
“Non vedo quindi grandi cambiamenti nel prossimo futuro. Per noi quindi tutto ciò rappresenta un’opportunità”.

Queste le parole pronunciate dal signor Churchill lo scorso 22 febbraio.
Di lì a poco sarebbe iniziata l’aggressione militare alla Libia, tuttora in corso.
Davvero preveggente, il nostro.

Amina MacMaster

Washington, 13 giugno – Amina Araff, la falsa blogger lesbica siriana che ha preso in giro il mondo grazie al web, denunciando di essere vittima della repressione del regime di Assad, è in realtà un uomo di 40 anni statunitense della Georgia di nome Tom MacMaster. E’ quanto rivela il sito del Washington Post.
(AGI)

Riserva Federale, di che?

La notizia è di quelle importanti, anche se nei media ufficiali non troveremo traccia. Alvarez Scott, avvocato della Federal Reserve, il banco centrale degli Stati Uniti, lo scorso primo giugno, in un dibattito con il congressista republicano Ron Paul, ha ammesso che la Federal Reserve non possiede oro ed ha spiegato che l’oro ascritto al bilancio del Banco Centrale USA si riferisce a certificati in oro del 1934. Vedasi il video del dibattito in cui l’avvocato Alvarez Scott afferma che la FED non possiede oro dal 1934.
Nel 1934, la legge sulle riserve in oro, obbligò la Federal Reserve, il banco centrale USA a consegnare tutto il suo oro al Ministero del Tesoro, ottenendo in cambio certificati in oro, equivalenti al valore dell’oro consegnato a prezzo del 1934; tale valore è stato rivalutato negli anni successivi, ma attualmente è fermo dal 1973 a 42,22 dollari l’oncia.
A parte la possibilità per la FED di demandare il Tesoro, significa che il dollaro emesso dalla FED dal 1934 in poi non è mai stato supportato dall’oro. Ossia, il valore reale del dollaro è da considerarsi decisamente inferiore a quello che tutti credono proprio perchè non ha nessun supporto in oro.
Il dollaro negli ultimi quarant’anni è stato stampato in quantità enormemente superiore al supporto in oro che si credeva in possesso alla FED; adesso si scopre che la FED non possiede alcun oro, quindi il dollaro è supportatato da un bel niente! Conclusione: vale ancora meno di quanto si potesse immaginare.
In sostanza il dollaro, la moneta USA, nel 1944 era diventata la unica moneta utilizzata negli scambi internazionali in virtù del fatto che con gli accordi di Bretton Woods era diventata l’unica moneta convertibile in oro. Tutti i Paesi del mondo per potere operare a livello internazionale si sono riempiti di dollari credendo che fosse supportato dall’oro. Il 15 agosto del 1971 gli USA decretano l’inconvertibilità dell’oro, però di fatto il dollaro non era mai stato convertibile dato che la Federal reserve non possedeva oro e non lo possiede físicamente dal 1934, come ha ammesso oggi!
Il dollaro anche dopo il 1971 continua ad essere usato come moneta internazionale grazie al fatto che il petrolio, il prodotto più importante, è scambiato in dollari, ma di fatto il dollaro è una moneta sopravvalutata e quando crollerà, cosa sempre più prossima ormai, trascinerà nel baratro gli USA e tutto l’occidente (Vedasi nostro articolo “Dominique Strauss-Kahn, il Fondo Monetario Internazionale, il ruolo egemonico degli Stati Uniti ed il destino di milioni di esseri umani”).
La notizia odierna della conferma ufficale che la FED non possiede oro fisico dal 1934 non fa altro che confermare che il valore del dollaro, praticamente non sopportato da un bel niente, è sopravvalutato ed è destinato a svalutarsi.
Se a ciò, aggiungiamo le voci sempre più diffuse, secondo le quali le riserve in oro degli USA, che dovrebbero ammontare a 8.133,5 tonnellate di proprietà del Tesoro e stivate a Fort Knox, sarebbero state in gran parte vendute in passato e sostituite da oro falso, ovvero tungsteno ricoperto da un leggero strato di oro (vedasi, ad esempio l’articolo di Dan Eden “Fake gold bars! What’s next?”) si comprende che la fine del dollaro ed il declino degli USA è molto più vicino di quanto si possa credere.
Attilio Folliero

[Fonte: attiliofolliero]

Per la NATO il futuro è fosco

E noi ce ne rallegriamo.

Bruxelles, 10 giugno – Futuro ‘fosco’ per la NATO se i Paesi membri non faranno gli investimenti necessari nel settore della difesa. A prevederlo è il segretario alla Difesa americano, Bob Gates, convinto che l’avvenire dell’Alleanza sia a rischio senza gli investimenti sufficienti, in un momento in cui la NATO è impegnata su due fronti, in Libia ed in Afghanistan.
Le carenze militari degli alleati della NATO rischiano di compromettere la missione in Libia. L’atto di accusa è arrivato dal segretario alla Difesa Robert Gates, in un discorso pronunciato davanti ad un think tank europeo a Bruxelles, all’indomani della ministeriale dell’Alleanza atlantica che si è conclusa senza alcun impegno da parte dei Paesi membri a fare di più nell’operazione “Unified Protector”.
“Mentre ogni membro dell’Alleanza ha votato per la missione in Libia, partecipano meno della metà e meno di un terzo è stato disposto a partecipare ai bombardamenti – ha sottolineato Gates, che il 30 giugno lascerà il Pentagono dopo cinque anni – Francamente, molti degli alleati che stanno ai margini fanno così non perché non vogliono partecipare, ma semplicemente perché non possono. Semplicemente non hanno le capacità militari”. Ciò premesso, continua l’atto di accusa del segretario alla Difesa americano, “è diventato dolorosamente chiaro che simili lacune, nella capacità e nella volontà, hanno la potenzialità di mettere a rischio la capacità dell’Alleanza di condurre una campagna aerea-marittima integrata, efficace e prolungata”.
(Adnkronos)

Italia polveriera atomica

I prossimi 12 e 13 giugno gli italiani saranno chiamati a esprimersi con un referendum sulla possibilità che il nostro Paese persegua una politica energetica nucleare.
Molte voci si stanno spendendo sul tema, riaprendo un dibattito che si era chiuso nel 1987, quando un altro referendum sancì, di fatto, l’abbandono, da parte dell’Italia, del ricorso al nucleare come forma di approvvigionamento energetico. La questione tornò d’attualità nel 2008, anno il cui il governo Berlusconi decise di iniziare un iter legislativo teso al ripristino della produzione elettronucleare. Il fronte del no al nucleare, trasversale e incalzante, denuncia le potenzialità dannose che avrebbero centrali nucleari situate nel nostro territorio. Tuttavia, non tutti sanno che già attualmente in Italia il rischio di calamità nucleari non è affatto remoto, sebbene non siano attive centrali da quasi venticinque anni. Il professor Alberto Bernardino Mariantoni, esperto di politica estera e relazioni internazionali, per vent’anni inviato speciale in Vicino Oriente e corrispondente permanente presso le Nazioni Unite di Ginevra, ne individua il motivo nella presenza delle basi USA e NATO entro i nostri confini.
(…)
Sostiene che in alcune di queste basi vi siano armi atomiche? Se sì, dove e in che quantità?
Non soltanto lo sostengo, ma – fino a prova del contrario – lo confermo e lo ribadisco. In altre parole, al momento della mia ricerca iniziale (2003/2004) e, almeno, fino a tutto il 2008, i Depositi nucleari statunitensi, in Italia, contavano (e contano ancora?) all’incirca 90 bombe, del tipo B-61-3, B-61-4 e B-61-10, (tutte unicamente sganciabili da caccia-bombardieri), con potenza media fra i 45 ed i 107 kilotoni, di cui 50 testate dislocate presso la base di Aviano, in provincia di Pordenone, e 40 in quella di Ghedi-Torre, in provincia di Brescia.

Queste armi possono essere usate dallo Stato italiano?
Ufficialmente, mia conoscenza, no! Il che non esclude che sulla base di uno dei numerosi Accordi segreti che sono stati siglati, dagli anni ’50 ad oggi, dal Servizi segreti USA e quelli italiani, e mai ratificati dal Parlamento (art. 80 della nostra Costituzione) né dal Presidente della Repubblica (art. 87), l’aviazione italiana – come forza militare della NATO e su ordine espresso di Washington – le possa utilizzare.

Reputa il cosiddetto Weapons Storage and Security System (WS3) un sistema efficace a scongiurare i rischi dovuti alla presenza di armi atomiche? Spieghi anzitutto in cosa consiste il WS3…
Come la stessa frase inglese lo indica, si tratta di un sistema di sicurezza per lo stoccaggio (sotterraneo) delle armi (atomiche). Messo a punto già dal 1976 e divenuto operativo nel 1988, il sistema in questione – interamente realizzato dalla ditta statunitense Bechtel International Inc. – permette l’immagazzinamento di testate nucleari, all’interno di tunnel individuali e compartimentati, scavati nel sottosuolo. Quel genere di gallerie sotterranee, nel gergo militare statunitense, posseggono anche un nome: Weapon Storage Vaults (WSV) o Sotterranei (a volta) di stoccaggio di armi. Gli USA ne posseggono all’incirca 204 in tutta l’Europa, di cui 2 in Italia (Ghedi-Torre e Aviano). Quello di Rimini (il 3° che esisteva in Italia) è stato dimesso nel 1993. Ora, affermare che si tratti di un sistema di sicurezza, sicuro al 100%, a me sembra una scommessa! Chi potrebbe garantirlo, con assoluta certezza? Con il nucleare, come sappiamo, non si è mai sicuri di nulla. Certo, finché non succede niente o non vi sono incidenti o possibili fatalità o disgrazie, il sistema in questione può essere considerato sicuro. Ma, il giorno che dovesse esserci un qualunque problema, tecnico o umano, il numero e la potenzialità di quelle armi stoccate sul nostro territorio potrebbe improvvisamente ed imparabilmente trasformarsi in un’immane e funesta catastrofe generalizzata per l’intero nostro Paese!

E’ vero che anche nel mar Mediterraneo, entro le nostre acque territoriali, vi sono centrali nucleari che approdano nei nostri porti?
La maggior parte delle unità navali statunitensi, appartenenti alla loro 6ª Flotta del Mediterraneo, che sono (permanentemente o saltuariamente) ormeggiate nei nostri porti (Livorno, La Spezia, Gaeta, Napoli, Taranto, Sigonella, etc.) o scorazzano indisturbate all’interno dell’antico Mare nostrum, sono a propulsione nucleare. In modo particolare, l’intera flotta sottomarina US-Navy che fino a qualche tempo fa era basata a La Maddalena-Santo Stefano (Sassari) e che, essa stessa, è stata costretta ad abbandonare, a causa dell’alto inquinamento che aveva prodotto in quelle acque. Ognuna di quelle imbarcazioni (incrociatori, portaerei e sommergibili), inoltre, è ordinariamente equipaggiata con non meno di 10 o 20 o 30 missili a testata nucleare del tipo Cruise Tomahawk, la cui capacità distruttiva di ognuno, supera largamente di 10 volte le bombe atomiche che furono sganciate dagli USA, su Hiroshima e Nagasaki, nell’Agosto del 1945. Insomma, l’Italia – che ufficialmente, fino ad oggi, è un Paese denuclearizzato e la maggior parte dei suoi cittadini pensa addirittura, con uno dei referendum del 12 e 13 Giugno prossimi, di continuare a ratificarne la moratoria – è, nell’ignoranza e/o nell’indifferenza di ognuno, una vera e propria polveriera atomica, pronta ad esplodere in qualsiasi momento ed a cancellare definitivamente il nostro Paese dalla faccia della Terra. Questo, ovviamente, senza contare gli innumerevoli pericoli che, in tempi normali, l’eventuale fuga involontaria ed incontrollata di radiazioni potrebbe irrimediabilmente causare per la salute dei cittadini.

Queste unità sono impegnate attualmente in operazioni militari? Se sì, che tipo di pericoli possono derivare da questo fatto?
Molte delle unità navali della 6ª Flotta americana sono al momento impegnate militarmente a ridosso delle coste libiche, nel tentativo, unilaterale, arbitrario ed illegale – e non affatto giustificato, come spesso si tende erroneamente a credere, dalla “Risoluzione 1973” del Consiglio di sicurezza dell’ONU! – di costringere il Leader della Giamahiriya, Gheddafi, ad abbandonare il potere. E questo, nonostante il largo e provato sostegno che quest’ultimo continua a mantenere tra la popolazione del suo Paese, specialmente in Tripolitania. E’ vero che, allo stato attuale, le FF.AA. libiche (o quel che ne resta dopo 3 mesi di intensi e distruttivi bombardamenti NATO) non sembrano avere una qualsiasi capacità offensiva o controffensiva nei confronti della marina statunitense ed alleata (Francia + Gran Bretagna), ma se – per pura ipotesi – un missile o un’improvvisa ed imparabile azione kamikaze riuscisse comunque a centrare una qualunque di quelle navi da guerra con i loro arsenali atomici imbarcati, che succederebbe? Lascio volentieri al lettore, la possibilità di immaginare, a piacimento, l’intensità e l’ampiezza dell’eventuale catastrofe che ne potrebbe derivare, per la maggior parte di Paesi dell’area mediterranea!
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Da Nucleare. Intervista al Prof. Alberto B. Mariantoni: l’Italia è (già) una polveriera atomica, di Federico Cenci.

La fase 2 dell’aggressione alla Libia è imminente

La fase 2, l’attacco con unità di fanteria di marina della NATO, è data per imminente. Francia e Gran Bretagna, con l’Italia in ritardo sui preparativi di invasione della Jamahiryia via terra, hanno già provveduto a rafforzare le “forze speciali” che affiancano da due mesi i mercenari del CNT.
La Russa, dal canto suo, ha già mobilitato il Comsubin di Varignano e allertato il Battaglione S. Marco della Marina Militare, su input del Consiglio Supremo di Difesa, mentre il Comando Operativo Interforze di Centocelle tace e acconsente.
Gli istruttori “tricolori” che operano a Bengasi sono ormai oltre l’organico di una compagnia. Ci sarà tempo e modo per dare una faccia a questi “lavoratori”.
Nel frattempo, svetta l’impegno sul campo della Farnesina portata per mano al macello da un soggetto come Frattini che promette, sul portale del Ministero degli Esteri, “centinaia di milioni di euro” ai suoi “amici” della Cirenaica.
In realtà si tratta, come abbiamo già documentato, di miliardi di dollari in uscita dalle tasche degli italiani.
Millecinquecento milioni di dollari hanno già preso il volo per Abu Dhabi, come fondo di garanzia per il CNT , oltre che per dare fiato alle casse sfondate degli Emirati Arabi Uniti, una monarchia ereditaria del Golfo che – sentite, sentite – sta entrando a far parte dell’ Alleanza Atlantica (Kalifa bin Zayed ha recentemente avviato personali trattative con Rasmussen e Hillary Clinton in funzione anti-Iran).
Un trasferimento finanziario avvenuto nello stesso giorno in cui il boiardo di stato Bono annunciava il licenziamento, diretto, al netto delle perdite nell’indotto, di 2.551 lavoratori di Fincantieri (649 a Castellamare di Stabia, 777 a Sestri Ponente e 1.121 nei rimanenti impianti a mare) per conservare negli Stati Uniti attività produttive navali in devastante perdita finanziaria e tenere aperto un “cantierino” per il rimessaggio di barche d’altura di proprietà di vip del Bel Paese oltre che di deputati, senatori ed establishment USA. Torneremo presto sulla faccenduola Fincantieri Marine System North America e Fincantieri Marine Group, e il clamoroso bidone delle commesse Littoral Combat Ship.
Nelle 48 ore successive il Governo di Tripoli diffondeva l’entità del massacro dall’aria perpetrato sulle città della Repubblica Araba Socialista con 718 morti, 4.067 feriti ed amputati dal 19 Marzo al 26 Maggio. Effetti collaterali dei “bombardamenti chirurgici” che il titolare di Via XX Settembre ci aveva assicurato essere precisi al metro sui targets da oltre 3.5 miglia di quota.
Vediamo ora in dettaglio cosa ha promesso il Bel Paese, per bocca di Frattini, nella sua visita a Bengasi, del 31 Maggio - all’ 8° piano dell’Hotel Tibesti (!) che alloggia il Console Guido de Sanctis e la Rappresentanza dell’Unione Europea - agli “insorti” che si richiamano alla monarchia senussita.
Oltre ad aver firmato un memorandum d’intesa con Mustafà Abdel Jalil, l’ex contabile di casa nostra ha promesso “enormi somme di danaro e enormi quantità di combustibile raffinato” al CNT per mezzo di Unicredit e dell’ENI che terranno a garanzia, tramite Sace, gli assets “congelati” alla Jamahiryia.
Che effetti, politici e commerciali, possano produrre nei rapporti diplomatici tra l’Italia e i Paesi di Africa, Vicino Oriente, America Indiolatina e Asia comportamenti ampiamente criminali come quelli espressi dal Governo Berlusconi è facilmente intuibile.
L’ENI fornirà benzina e gasolio per iniziali 152 milioni di euro mentre Unicredit verserà la prima trance di 475 milioni di euro in contanti al CNT per dare il via all’infrastruttura organizzativa statale e amministrativa della “nuova” Libia.
Parigi e Londra, nel frattempo, hanno già trasferito nella capitale della Cirenaica un numero consistente di elicotteri d’attacco.
“Dobbiamo migliorare, da bassa quota, la nostra capacità di colpire i bersagli a terra con munizionamento di precisione” ha precisato il ministro degli Esteri Alan Juppè, già titolare della Difesa durante la presidenza Chirac, durante un summit NATO, a porte chiuse, a Parigi con gli “omologhi” europei.
Per la Repubblica delle Banane hanno partecipato congiuntamente Frattini e La Russa, due punte di diamante dei Poteri Forti che lavorano fianco a fianco con Mr. NATOlitano.
Un Presidentissimo che ormai sfila sulla “Flaminia” il 2 Giugno, dopo la chiusura dello spazio aereo della capitale, su Via dei Fori Imperiali protetto a vista da centinaia di “tiratori scelti” e da un codazzo di “addetti alla sicurezza” che lo affiancano a passo di corsa, mano alla cintura, lungo il percorso lanciando occhiate preoccupate a destra e manca.
C’è un vecchio proverbio che dice: “Male non fare, paura non avere”. Continua a leggere

Guerra alla Libia: l’Italia perde su tutti i fronti

Ne discutono con Maurizio Torrealta i giornalisti Alberto Negri de “Il Sole 24 ore”, Manlio Dinucci de “Il Manifesto”, Antonio Mazzeo, l’avvocato e professore di Diritto Internazionale Natalino Ronzitti e il coordinatore nazionale della Rete per il disarmo, Francesco Vignarca.
Il bilancio finale? Non prima di ottobre…

Prima parte.
Seconda parte.

Afagnistan, Agfanistan, Afganistan

«Adesso nessuno potrà dirmi che la guerra è giusta, nessuno potrà raccontarmela, nessuno potrà dirmi di stare zitto perché io ci sono stato, ho visto e vissuto i suoi effetti… pochi (“solo” 6 mesi) rispetto a chi ci convive ogni giorno, troppi rispetto a chi la decide come a Risiko, solo per guadagnare una cazzo di carta…».
Lo so, c’è una parolaccia, ma si dice proprio così: “guerra”. Anche quando è “missione di pace”, gli effetti sulla popolazione civile sono gli stessi. E Andrea “Floppy” Filippini lo ha visto coi suoi occhi. Bolognese doc («sono nato in maternità, dentro porta, e ora vivo fuori perché non ne ho»), quarantenne, attore e regista del Teatro dei Mignoli, responsabile formatore degli Angeli delle Fermate, infermiere che si è licenziato perché non accetta il concetto di Ospedale come Azienda. In Afghanistan per sei mesi, manda email agli amici come pagine di diario. Tornato in Italia, diventano un libro: “Afagnistan Agfanistan Afganistan”.
Un titolo simpatico, ma è una critica: «nasce da un’inchiesta delle Iene – spiega lunedì al Parco della Montagnola, tra gli alberi accanto al Ravintola Bar, mentre in piazza festeggiano le vittorie elettorali – Un parlamentare non riusciva neanche a pronunciare il nome del paese, non sapeva dove fosse, ma non aveva avuto problemi a votare la partecipazione alla “missione di pace”, ai bombardamenti».
Tornare non è stato facile. «Difficile reinserirsi dopo un’esperienza che ti cambia e ti rovina. Dieci giorni dopo il mio ritorno c’è stato uno speciale su canale 5, “Terra!”: parlavano di un paese dove ero appena stato, ma era un’altra cosa. Parlavano di “missione di pace”, io avevo visto la “guerra”. Litigavo con tutti. Dicevo: “non mi capiscono”, alla fine ho capito che ero io che non andavo bene. È che sono un integralista… perché la guerra è integralista, e va affrontata con le stesse armi».
L’Afghanistan, quello bello, Andrea non l’ha visto. «Me lo hanno raccontato come un posto stupendo, negli anni ’70, con donne addirittura in minigonna. Gli hippies sulla via dell’India ci si fermavano mesi. Ancora oggi però ci vive un popolo che dopo 30 anni di drammi ha voglia di vivere, lavorare, esprimersi, con grande dignità, e che continua a ridere!»
Eppure accadono cose lontane dal riso: «ero là con una Ong, ma ho cambiato nome nel libro per evitare pubblicità, come ho cambiato i nomi alle persone, ma le cose che dico e descrivo sono tutte vere: un sacco di bambini muoiono, non ci sono buoni o cattivi, ma innocenti che pagano scelte che nulla hanno a che fare con la pace. Là si sperimentano nuove bombe, e si decide “chi” curare, non “come”. E per dire tutto senza censure sono diventato editore, ho pubblicato il mio libro, lo distribuisco fuori dai grandi circuiti, solo nelle librerie indipendenti, dai “librai”, e andrò a parlarne ovunque mi chiameranno. Anche questa è una scelta politica di agire e informare: spero si arrabbino in tanti».
Era pronto anche un documentario, anzi due, ma non usciranno. «Ne ho fatto uno sulla guerra, con le sue immagini di persone maciullate. Non è piaciuto alla Ong: “troppo forte”. Ne ho fatto un secondo, di 5 minuti, versione disney. Neanche quello. Li mostrerò ai convegni, o a chi me li chiederà».
Nel libro, però, accanto alle «istantanee di viaggio», tra pensieri, racconti, emozioni, rabbia, c’è anche spazio per il campionato di Fantacalcio. «Ci gioco da anni, ogni sabato mandavo la mia squadra agli amici e il lunedì guardavo i risultati. Erano i momenti in cui staccavo e tornavo al mio mondo reale. Li ho lasciati nel libro perché anche questo ero io, là».

[Fonte: repubblica.it]

L’Italia ripudia la pace

Sono ormai mesi che l’Italia partecipa alla guerra e ai bombardamenti sulla Libia insieme ad altre potenze della NATO. La motivazione ufficiale è quella di “proteggere i civili”, la motivazione reale è quella di cacciare Gheddafi e mettere le mani sul petrolio e i soldi libici. Per raggiungere questi obiettivi gli aerei e le navi militari francesi, britanniche, italiane e statunitensi stanno bombardando a tappeto le città libiche, producendo migliaia di vittime, quelle stesse che si dichiarava di voler proteggere. Si ripete così il macabro rituale delle stragi di civili, effetto non collaterale di ogni guerra, motivo per il quale muovere guerra è un crimine internazionale, secondo il dettato della nostra Costituzione che ”ripudia la guerra”. Perciò è molto grave che anche il Presidente Napolitano e i partiti di opposizione in Parlamento sostengano questa guerra.

La guerra in Libia non è gratis
Ma se la guerra è un dramma per chi rimane sotto le bombe, è illusorio pensare che sia gratis anche per i lavoratori, i disoccupati, i precari dei Paesi che stanno bombardando la Libia. Oltre ai costi della crisi economica, il governo vuole farci pagare anche i costi della guerra che vedono milioni di euro buttati via per finanziarla mentre vengono tagliati senza pietà i soldi per le scuole, la sanità, il lavoro, le pensioni, il reddito ai disoccupati.
Un’ora di volo dei caccia-bombardieri Tornado costa 32.000 euro, che passano a 60.000 per gli aerei da ricognizione. In una sola ora costano quanto tre/quattro salari annui di un operaio.
Un missile costa 170.000 euro, un raid aereo costa dai 200 ai 300mila euro, mentre per lo stazionamento di 5 navi militari davanti alle coste libiche servono oltre 10 milioni di euro al mese.
Il totale, finora, fa circa 100 milioni di euro al mese buttati per andare a buttare bombe e missili sulla Libia.

Le basi della guerra sono anche dentro casa nostra
L’ex aeroporto di Centocelle, nel 1997 è diventato la sede del COI, Comando Operativo di Vertice Interforze.
Il COI è la struttura di comando del Capo di Stato Maggiore della Difesa attraverso il quale egli pianifica, predispone e dirige le operazioni nonché le esercitazioni interforze e multinazionali.
Cioè dall’interno dell’aeroporto di Centocelle vengono gestiti e diretti quei 10mila militari italiani impegnati nei teatri di guerra: dall’Afghanistan alla Libia.

Per dire basta alla guerra in Libia, ai bombardamenti e alle spese militari.
Per mettere fine alla guerra attraverso il cessate il fuoco e un vero negoziato che consenta l’autodeterminazione del popolo libico sul suo futuro.
Manifestazione a Roma mercoledì 1 giugno davanti all’ex aeroporto di Centocelle (sede del Comando Operativo Interforze), alle ore 17.30 in via Scribonio Curione (metro Numidio Quadrato).
Rete Nowar Roma