In Italya la situazione è tragica, ma non seria

A guardare le prospettive economiche e sociali dell’Italya ci sarebbe da piangere: molte industrie disastrate e in fase di smobilitazione, un debito pubblico al 120% del PIL, una disoccupazione galoppante. E meno male che ci sono i nostri “politici” (?!?) ad allietarci le giornate e ad indurci alla risata con le loro risse quotidiane.
Tempo di “manovra di aggiustamento dei conti pubblici”. Ce la chiede la Unione Europea, ce la chiedono i Mercati, ce la chiede Draghi (è stato promosso dalla Banca d’Italya alla Banca Centrale Europea). Tempo di manovra, tempo di risse:
1. Tremonti predica il “rigore”, mentre Berlusconi e Bossi vorrebbero la “ripresa”.
2. Anche le opposizioni tifano per la “ripresa”. Ma, se Tremonti, minaccia le dimissioni, le opposizioni sposano le proposte rigoriste di Tremonti.
3. Poi Berlusconi, Bossi e Tremonti trovano la “quadra”: un poco di rigore, un poco di ripresa. E allora le opposizioni gridano che è tutta una manfrina e che “Tremonti non è serio”.
4. La polemica si sposta sui pochi tagli sui quali Berlusconi, Bossi e Tremonti hanno trovato l’intesa.
Fateci caso: nessuno (né a destra, né al centro, né a sinistra) propone tagli sulle missioni militari. Nei bei tempi andati gli statisti si ponevano il problema: “burro o cannoni?”. E decidevano secondo le loro convinzioni e secondo le necessità del momento. Oggi, invece, il dilemma se lo pone Mr. Obama. E gli altri seguono, docili ed obbedienti. E dunque…… E dunque i nostri politici, non potendo sciogliere il dilemma tra burro o cannoni, litigano se debbono tagliare sul latte, sulla lattuga oppure sulla birra. Sui cannoni no, sui cannoni decide Mr. Obama.
Se almeno ci risparmiassero queste risse quotidiane! Ma, anche questo ha una logica: serve a distrarre il popolo bue.
Antonino Amato

De minimis non curat praetor

Ora che i giudici della Corte Penale Internazionale dell’Aja, accogliendo la richiesta del procuratore Louis Moreno Ocampo, hanno spiccato un mandato di arresto per crimini contro l’umanità nei confronti di Muammar Gheddafi, del figlio Seif al Islam e del capo dei servizi segreti libici Abdellah Senussi, risultano più che mai pertinenti le considerazioni svolte dallo studioso di diritto internazionale Danilo Zolo, in una recente intervista che riproduciamo qui (grassetti nostri).

“Esiste il rischio che un’azione della Corte Penale Internazionale (CPI) sia controproducente per la soluzione di una crisi o possa esacerbare sopiti contrasti interni ad un paese?
Non vedo in questo momento rischi di questo tipo. La Corte Penale Internazionale ha svolto sinora un’attività giudiziaria molto ridotta, limitandosi ad una serie di indagini marginali nel Nord Uganda, nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica Centrafricana. Si tratta di aree molto lontane dall’epicentro geopolitico dei conflitti che oggi impegnano le grandi potenze occidentali. A mio parere sono altri gli aspetti severamente criticabili nell’attività della Corte, in particolare della Procura. Il Procuratore Moreno Ocampo si è finora distinto per il suo ossequio nei confronti delle potenze occidentali, anzitutto degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Egli non ha esitato ad archiviare ben 240 denuncie formalmente presentate alla Procura contro i crimini commessi in Iraq dalle truppe angloamericane nel 2003.
Nonostante ne avesse piena competenza, in particolare nei confronti della Gran Bretagna, Ocampo non ha avviato alcuna indagine ed è ricorso ad una motivazione grottesca dell’archiviazione delle denuncie. Esse erano immotivate, ha sostenuto, poiché non tenevano conto dell’assenza di qualsiasi “intenzione dolosa” da parte delle milizie anglo-americane che avevano aggredito e poi occupato l’Iraq. A suo parere la strage di decine di migliaia di persone innocenti era stata involontaria. Quanto alla recente incriminazione e condanna del presidente del Sudan, Omar Al-Bashir, giuristi autorevoli e ben informati come Antonio Cassese hanno giudicato del tutto infondata la decisione della Procura. In sostanza, Moreno Ocampo si profila sempre più come una brutta copia dell’ex Procuratore del Tribunale ad hoc per la ex-Jugoslavia, Carla del Ponte. Entrambi sembrano destinati a passare alla storia della giustizia internazionale come magistrati pesantemente condizionati dalla volontà delle potenze occidentali.
Non a caso la competenza a intervenire in Sudan era stata attribuita a Ocampo dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonostante che il Sudan non fosse sottoposto alla giurisdizione della Corte. E questa operazione era stata voluta dagli Stati Uniti, che avevano preteso e ottenuto in cambio che i militari e i civili statunitensi presenti in Sudan venissero sottratti alla giurisdizione della Corte. Siamo ancora una volta di fronte ad una giustizia al servizio delle grandi potenze del pianeta: una “giustizia dei vincitori”.

Pensa che l’intervento della CPI durante la crisi libica contro Gheddafi abbia contribuito ad escludere una soluzione diplomatica del conflitto?
La soluzione diplomatica del conflitto libico non solo non è stata mai voluta da nessuno, ma si è voluto esattamente il contrario e cioè scatenare una guerra di aggressione sotto le vesti dell’intervento umanitario. Non è un caso che a usare la forza sia rapidamente intervenuta (illegalmente) la NATO e che tuttora la NATO stia usando la forza in una guerra vera e propria che molto probabilmente durerà ancora per molti mesi.
In realtà l’intervento della Corte Penale Internazionale nella questione libica non è stato che un’escamotage degli Stati Uniti e dei loro alleati. Si trattava di dare un aspetto di legalità internazionale ad una guerra di aggressione totalmente contraria alla Carta delle Nazioni Unite, in particolare alla prescrizione del comma 7 dell’art.2: nessuno Stato può intervenire con la forza per risolvere questioni interne ad un altro Stato. La disponibilità del procuratore Ocampo era ovviamente scontata. Nonostante che gli Stati Uniti non avessero riconosciuto la Corte Penale Internazionale, il 26 febbraio l’ambasciatrice statunitense Susan Rice aveva sollecitato il Consiglio di Sicurezza a incaricare il procuratore Ocampo di un immediato intervento. Ocampo non si aspettava niente di meglio: accolto l’invito, ha provveduto con una rapidità eccezionale (il 3 marzo) a dichiarare colpevoli di crimini contro l’umanità otto cittadini libici, fra i quali figuravano, oltre a Gheddafi, il figlio Saif al Islam e il capo dell’intelligence Abdullah al Senoussi. “Le prove sono enormi”, aveva solennemente dichiarato il procuratore, senza minimamente indicare le ragioni della sua certezza. De minimis non curat praetor…

La Corte Penale Internazionale si propone come organo di giustizia globale eppure Stati Uniti e Israele non hanno intenzione di ratificare il trattato che la legittima, mentre Russia e Cina, facenti parte del Consiglio di Sicurezza ONU, non hanno aderito alla Corte. Un organo giudiziario così costituito può dirsi globale? Quali alternative propone per il diritto internazionale? È possibile una “regionalizzazione” della giustizia?
La Corte Penale Internazionale non è sorta come un organo di giustizia penale “globale”. La Corte è stata creata come una istituzione giudiziaria sulla base di un libero accordo internazionale fra un certo numero di Stati. La competenza della Corte non solo non ha effetti retroattivi, ma è tale che per intervenire la Procura deve di volta in volta accertare che all’interno dello Stato pertinente non sia già in atto un’attività investigativa. In questo caso la Procura deve sostanzialmente astenersi. Non va inoltre dimenticato che l’articolo 16 dello Statuto della Corte attribuisce al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – di fatto agli Stati Uniti – la facoltà di impedire o sospendere le iniziative della Procura della Corte. Dunque, nessun “globalismo” della giustizia internazionale e, almeno per ora, nessuna alternativa e nessuna “regionalizzazione”. L’egemonia mondiale degli Stati Uniti non cede. Nonostante i rischi economico-finanziari che attanagliano la potenza americana, il suo strapotere militare è per ora insuperabile.”

Advertising America

Advertising America. The United States Information Service in Italy (1945-1956), di Simona Tobia, nato da una tesi di laurea in storia contemporanea e pubblicato dalle edizioni LED di Milano, ripercorre – purtroppo solo in inglese – l’attività del Servizio Informazioni degli Stati Uniti (USIS) in Italia, nell’immediato dopoguerra.
Grazie a un’attenta analisi delle fonti archivistiche, il libro offre importanti informazioni sulla presenza della Voce dell’America (VoA) nel nostro Paese, il cui ascolto fu massiccio grazie alla ripresa di numerosi programmi da parte delle stazioni RAI dal 1945 al 1953. Sono inoltre proposti ampi stralci di come la vita americana dell’epoca era comunicata al popolo italiano.
Qui alcuni estratti dello studio.

L’americanizzazione che avanza

“Quando ho sentito per la prima volta, l’anno scorso, che le istituzioni stavano organizzando i “150 anni dell’Unità d’Italia”, di prim’acchito ho pensato si trattasse del consueto gorgo in cui far sparire, un bel po’ di soldi pubblici, alla faccia della “crisi”, con l’abituale condimento di retorica insulsa; ma quando quest’anno è scattata l’aggressione militare alla Libia, e Roma, malgrado il Trattato di amicizia e collaborazione con Tripoli (ostentato come un fiore all’occhiello fino al giorno prima), ha subitamente aderito, mi si è chiarito il perché di tanta enfasi su questa “ricorrenza patriottica”…
Siamo in guerra ma non lo si può ammettere, questa è la verità. Siamo in guerra al fianco dell’America e dell’Occidente (non mi stancherò mai di ripetere che si tratta di sinonimi, per indicare la civiltà dell’ateismo e del “regno della quantità”). Ma come ci siamo scivolati in questa situazione che solo vent’anni fa sarebbe stata impresentabile?
La musica è cambiata un po’ per volta, a partire dalla prima Guerra del Golfo (1991): l’Italia che “ripudia la guerra” (art. 11 della Costituzione) è ormai un pallido ricordo, poiché di fatto oggi la sua “classe dirigente” non fa nulla per evitare di finirvi dentro, né di fiancheggiarla o di giustificarla, se a volerla sono i “nostri alleati” (altrimenti è “condanna senza se e senza ma”: mi pare di sentirlo un Frattini che condanna uno “Stato canaglia”!). Abbiamo poi assistito in tutti questi anni post-Urss ad un progressivo protagonismo militare del nostro Paese, dalla partecipazione allo sbarco in Somalia con tanto di riprese in diretta all’ignobile attacco all’ex Jugoslavia, fino alle decine di costosissime “missioni di pace”, dal Libano (dove peraltro c’eravamo già stati nei primi anni Ottanta, ma con altre motivazioni perché non eravamo così impelagati con NATO & soci) all’Iraq, all’Afghanistan, dove – colmo della mistificazione – manderemmo i nostri “scarponi” a far da “sentinelle della democrazia” e della “ricostruzione” (dopo che gli “alleati” hanno volutamente ridotto quella terra a un cumulo di rovine!) .
Per carità, non sono così fesso da pensare che ogni volta l’Italia partecipi entusiasticamente (siamo o non siamo una colonia americana? ad ogni ordine bisogna battere i tacchi! e chi non lo fa è morto); o che nelle recondite pieghe di qualche tentennamento o attacco ai nostri contingenti (v. la famosa “strage di Nassiriyya”) non si nascondano chissà quali “pugnalate alle spalle” da parte di quelli che la propaganda presenta invariabilmente come “amici”. Non sono neppure così ingenuo da ritenere che alla fine un qualche vantaggio, talvolta, vi sia più nello “starci dentro” che nel “rimanere fuori”… Ma con questa giravolta libica – l’ennesima della nostra disonorevole storia nazionale – si rende davvero un’impresa disperata presentare la cosa in termini di “interesse nazionale”.
Infatti non avevamo alcun interesse ad associarci a quest’ennesimo odioso crimine, di cui siamo ragguagliati ancor meno di quanto ci illusero di sapere in occasione delle precedenti “guerre democratiche” degli ultimi vent’anni. Siamo passati da Peter Arnett della CNN e la guerra tipo videogioco sul cielo di Baghdad alla sparizione pura e semplice di ogni notizia, tant’è che la Libia è passata in secondo o terzo piano, messa dopo le trite scaramucce centro-destra e centro-sinistra, le notizie relative ai disastri meteorologici e il periodico caso di cronaca nera sul quale i notiziari indugiano morbosamente con ogni dovizia di particolari sempre più scabrosi e inquietanti. Dell’aggressione alla Libia ci fanno vedere solo e sempre la solita scena dei “ribelli” che al “ciak si gira” dell’operatore televisivo si mettono a sparare a vanvera in aperta campagna… tanto le pallottole le paghiamo noi!
Stavolta hanno deciso che è decisamente meglio non parlarne proprio, così sembrerà che il problema non sussiste. Ed il risultato è assicurato perché la gente, in giro, non alcuna cognizione del fatto che a pochi chilometri noi anche i “nostri ragazzi” sganciano bombe addosso a persone che non ci hanno fatto alcun male, né avevano minacciato di farcene.
La vergogna è troppo grossa per andare in giro orgogliosi di questo ‘capolavoro’. E cosa di meglio, per velare questo scempio, della retorica patriottica per i “150 anni dell’Unità d’Italia”? Ecco che ogni occasione è buona per propinarci l’eroismo dei “nostri ragazzi” e l’efficienza delle nostre Forze Armate, coi balconi di alcune città-simbolo della pretestuosa ricorrenza – Torino su tutte – addobbati fino all’inverosimile col tricolore, come neppure s’era visto per la vittoria ai mondiali di calcio!”

L’americanizzazione che avanza: il “patriottismo senza patria” e la militarizzazione dell’immaginario, di Enrico Galoppini continua qui.

Eco di guerra

Parigi, 22 giugno – Sette scrittori di tutto il mondo hanno lanciato oggi da Parigi un appello al Consiglio di sicurezza dell’ONU affinchè venga adottato un progetto di risoluzione contro la repressione in Siria che ”metta fine ai massacri”.
I sette firmatari sono Umberto Eco, David Grossman, Bernard-Henri Levy, Amos Oz, Orhan Pamuk, Salman Rushdie e Wole Soyinka. La lettera firmata dai sette intellettuali è stata pubblicata sul sito di ”La regle du jeu”, la rivista online del filosofo francese Levy, e si rivolge ai 15 Paesi membri del Consiglio di sicurezza.
(Ansa)

E’ ora di ripensare la strategia europea di difesa

Le durissime parole con le quale il segretario di stato alla difesa USA uscente, Robert M. Gates, ha stigmatizzato l’incapacità e la non volontà dei membri europei della NATO di sviluppare una propria autonoma capacità di difesa, sono rivelatrici di una situazione, storicamente certo non nuova, che giunge però oggi ad un punto finalmente decisivo.
(…)
Non è difficile immaginare la tensione che si doveva respirare venerdì [10 giugno u.s. - ndr] a Bruxelles dopo le parole piuttosto pesanti di Gates: proprio quando i Paesi della NATO hanno portato dai 20.000 uomini del 2006 ai 40.000 odierni il loro impegno in una campagna così poco gloriosa ed efficace come quella afghana; proprio quando la situazione globale del Medio Oriente allargato, a venti anni dalla prima Guerra del Golfo, si dimostra ancora più pericolosa ed instabile; proprio quando, cioè, vengono chiaramente alla luce le scarse capacità nord-americane di realizzare nel mondo quella pace di cui si dichiarano portatori quando usano la forza delle armi; proprio oggi, avranno pensato i diplomatici europei, dobbiamo subire come ragazzini che si impegnano poco a scuola questa lavata di capo da parte degli USA.
In realtà, in tutto questo vi è una grande possibilità per gli Europei, se sapranno coglierla. Fino ad oggi infatti gli USA hanno sempre comprensibilmente oscillato tra il timore di vedere rinascere un’autonoma potenza militare in Europa (basti ricordare le tensioni legate alla costituzione di una grande unità franco-tedesca, progetto assai ambizioso, ridimensionato fino alla totale inconsistenza) e la recriminazione per lo scarso impegno militare nella propria difesa.
Si profila quindi la storica occasione, accogliendo in toto la richiesta di Robert M. Gates, di mettere mano ad un’autonoma politica di sicurezza, quella famosa PESC (politica europea di sicurezza comune) che rimane una delle maggiori lacune nel processo di unificazione europea. Potrebbe dire niente meno che ripensare tutta la strategia europea di difesa, il che vorrebbe dire, quale presupposto primario, com’è ovvio in questi casi, la riconsiderazione innanzitutto degli interessi strategici dell’Europa, per un verso, e del tipo di modello militare, dall’altro.
Ci accorgeremmo allora, ad esempio, che gli interessi della sicurezza continentale richiedono oggi, come postulati essenziali, una stabile collaborazione con la Russia, la costruzione di rapporti di buon vicinato con tutto il mondo arabo-islamico, mediterraneo e medio-orientale, nonché il rafforzamento degli storici legami che l’Europa ha da sempre con l’America Latina.
Ci accorgeremmo poi che un modello di sicurezza europeo efficiente suggerirebbe di lavorare su forme leggere ma diffuse di “difesa territoriale”, puntando su strategie difensive imperniate sulla combinazione di sistemi di resistenza non-violenta in caso di aggressione esterna con strumenti di prevenzione classici a medio raggio, evitando dispendiose quanto inutili “proiezioni di forza” nei teatri extra-europei. Un modello che comporterebbe grandi risparmi in termini di denaro e un molto maggiore consenso da parte dei popoli europei, con la possibilità di creare nuova attenzione, anche da parte dei giovani, su questo tipo di impostazione, nella quale volontariato civile e servizio militare potrebbero per la prima volta armonizzarsi e non contrapporsi, in nome di uno scopo comune: non quello delle finte operazioni di peace-keeping ma quello del rispetto e della tutela delle reciproche identità e della prevenzione attiva (culturale, sociale, diplomatica, prima che militare) di situazioni di conflitto.
Grazie alla crescente instabilità mondiale che ha coinciso con l’affermarsi dell’egemonia globale nord-americana, sta maturando quindi la possibilità di ripensare in modo originale ed innovativo gli attuali schemi operativi e strategici europei, che risalgono per lo più ancora alla fine del XIX secolo. Perché dunque non volgere in positivo l’arroganza nord-americana, facendone stimolo alla definizione di una visione comune della sicurezza europea?
Sarebbe questo anche un modo brillante e dignitoso per “leggere” il bluff americano, perché se davvero l’Europa rivoluzionasse in questo modo la propria visione del presente, pensiamo che uomini come Gates e come Obama, o chi per loro, troverebbero assai presto da ridire anche su questo: avremmo allora l’occasione anche per ridiscutere alla radice persino gli stessi, ormai superati, principi della collaborazione sull’asse Nord Atlantico che non può più condizionare la storia a venire dell’Europa unita.

Da Una grande opportunità oltre la NATO, di G. Colonna.
[grassetto nostro]