Adriano Olivetti, italiano “pericoloso”

Entrato in azienda negli anni Venti come semplice operaio, il primogenito di Camillo, Adriano Olivetti, già nel 1932 ne viene nominato direttore generale.
L’azienda, nata nel 1908 a poche decine di chilometri da Torino, a Ivrea, è la prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere, destinata a diventare leader nel settore dei materiali per ufficio e poi in strumenti elettronici all’avanguardia, dalle telescriventi alle prime macchine da calcolo meccaniche. Dopo la seconda guerra mondiale e la morte del padre, avvenuta nel 1943, Adriano assume il controllo dell’azienda, che nel frattempo è sempre più impregnata del carattere del suo nuovo proprietario e fondatore, nel 1948, del Movimento Comunità.
L’Olivetti – nelle parole del tesoriere Mario Caglieris – è “una fabbrica fondata su un preciso codice morale, per il quale il profitto viene destinato. prima di tutto agli investimenti, poi alle retribuzioni e ai servizi sociali, in ultimo agli azionisti con il vincolo di non creare mai disoccupazione”.
La scommessa, professionale e scientifica, di Adriano Olivetti non si limita a confrontarsi con la concorrenza di quegli scienziati che, negli anni Cinquanta, stanno gettando le basi dell’informatica moderna, ma si intreccia anche con le dinamiche della Guerra Fredda.
A cominciare dalla nomina del giovane ricercatore italo-cinese Mario Tchou alla guida del costituendo Laboratorio di ricerche elettroniche di Ivrea, nel 1954, poi trasferito a Barbaricina, vicino Pisa. L’intento del Laboratorio è quello di gettare le basi progettuali per creare il primo calcolatore elettronico da destinare al mercato.
Nel 1959 è pronto Elea 9003 – acronimo di Elaboratore elettronico automatico – terzo prototipo dopo Elea 9001 ed Elea 9002, nonché il primo calcolatore a transistor commerciale della storia. Con l’ingresso ufficiale nel campo dell’informatica, l’Italia entra nel ristretto novero dei Paesi industriali in possesso di mezzi e conoscenze definite “sensibili”, ma la politica italiana – cerimonie a parte – non sembra affatto interessata a sostenere e proteggere la nascente industria informatica. L’Olivetti non riceve aiuti di Stato ed è anzi lei stessa a portare le istituzioni nazionali a conoscenza delle potenzialità nel campo informatico, mentre i concorrenti stranieri, ad esempio negli Stati Uniti, godono di somme ingenti stanziate dal governo, soprattutto a scopi militari.
In questo scenario, due eventi tragici danno una svolta al destino dell’informatica italiana. Il primo è la morte d’infarto, nel febbraio 1960, di Adriano Olivetti. Il secondo, nel novembre 1961, è l’incidente stradale in cui il pioniere dell’informatica italiana, Mario Tchou, muore sul colpo.
Secondo Giuseppe Rao, funzionario diplomatico – una delle rare fonti sui movimenti dell’Olivetti nel campo dell’elettronica – numerosi elementi lasciano supporre l’esistenza di un complotto per uccidere Tchou. L’ipotesi è che l’aver affidato ad un “muso giallo” il compito di condurre l’Italia nei segreti dello strategico mondo dell’informatica avrebbe destato le preoccupazioni di chi, in quel momento storico, aveva il maggior interesse a monopolizzarlo o perlomeno a primeggiarvi, gli Stati Uniti. E, fra l’altro, Mario Tchou era stato contattato dall’ambasciata cinese perché anche Pechino iniziava ad avviare studi sui calcolatori.
A prescindere da qualunque ipotesi complottista, Rao sottolinea comunque che gli Stati Uniti avevano un enorme interesse a tenere fuori l’Italia nel campo delle ricerche sui calcolatori, in quanto Paese confinante con l’Impero del Male e contenitore del più grande partito comunista d’Occidente.
Il modello di Adriano Olivetti non aveva avuto sostenitori nel mondo politico né, tantomeno, sostegno da parte di Confindustria, che anzi aveva mal digerito il voto dell’onorevole Olivetti, determinante per la costituzione del primo governo di centrosinistra. Franco Filippazzi, collaboratore di Tchou al Laboratorio, spiega che esso “non era di sinistra e non era di destra, o forse attingeva da entrambi gli orientamenti, ma di certo si trattava di un modello di capitalismo (…) certamente in controtendenza ai valori di un’ampia comunità interna alla DC, solidale invece ai valori ‘atlantici’”.
Fatto sta che la morte di Adriano e la crisi economica seguita al boom degli anni Cinquanta portano l’Olivetti a una difficile situazione finanziaria e si fa quindi avanti un gruppo misto pubblico-privato, il cosiddetto “gruppo d’intervento” formato da FIAT, Pirelli, Mediobanca, etc. che entra nel capitale dell’azienda di Ivrea.
Nell’aprile 1964, in sede di assemblea degli azionisti FIAT, l’allora presidente Vittorio Valletta rilascia una famosa dichiarazione: l’Olivetti “è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”.
Gli ingegneri che avevano costruito Elea 9003 confluiscono in un nuovo organismo, la Deo, che nel 1965, su decisione del gruppo d’intervento, viene venduto per il 75% alla multinazionale statunitense General Electric. Con tale vendita – o svendita, per dirla con le parole di Rao – la politica industriale italiana cede definitivamente agli Stati Uniti il primato nella ricerca scientifica applicata all’informatica. Coronato nel 1968 con la cessione agli americani della restante quota del 25%.
Pier Giorgio Perotto, altro collaboratore di Tchou e poi inventore della “Programma 101” (P101), il primo personal computer della storia, meglio conosciuta come “Perottina”, ha scritto che il “neo” fu estirpato in tragica e assurda coincidenza con l’avvio della rivoluzione elettronica mondiale.
Luciano Gallino, sociologo di fama, già dirigente di Olivetti, sostiene che “l’affermazione di Valletta fu fatta senza alcuna valutazione critica di politica economica. Non fu redatto alcuno studio, né è mai esistita traccia di una relazione di bilancio sulla Deo: la scelta di tagliare il settore informatico fu giustificata semplicemente dal prevalere di una considerazione personale di Valletta e di qualche collega a cui il resto del gruppo d’intervento non fece obiezioni”.
E, secondo Giuseppe Rao, è verosimile che sulla vendita alla General Electric ci siano state pressioni direttamente da parte degli Stati Uniti. Con questi ultimi, del resto, le aziende del gruppo d’intervento avevano, se non un debito, quantomeno un vincolo solidale, dato che esse erano state le principali beneficiarie degli aiuti economici erogati in base al Piano Marshall nel dopoguerra. Pressioni esplicite da parte americana, affinché si (s)vendesse Deo e l’Italia non potenziasse il suo sapere nel nuovo strategico settore, ammesse anche dal tesoriere di Olivetti Mario Caglieris, il quale – interpellato per conoscere i dettagli dell’affare – si è rifiutato di parlare della vicenda.

[Le informazioni contenute nel presente articolo sono tratte da “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato, Donzelli editore]

Chi fa da sè, pensa fino a tre

In Parlamento qualcosa si sta muovendo per salvare la Think3, l’azienda di Casalecchio di Reno che opera dal 1979 nel campo dello sviluppo, vendita e assistenza software ad alta tecnologia, e dà lavoro qualificato a 150 dipendenti, la maggioranza dei quali laureati.
Lo scorso 2 maggio il Tribunale di Bologna aveva emesso ordinanza di fallimento per la Think3 Inc. e la Think3 S.r.l. Contestualmente lo stesso Tribunale aveva nominato un curatore fallimentare, che in una nota aveva comunicato di “aver esercitato il diritto di scioglimento del contratto di licenza con Versata ai sensi dell’art. 72 della Legge Fallimentare”.
La nota non è piaciuta ai vertici della holding Versata, che l’aveva acquisita nel settembre del 2010 e che in ragione del provvedimento del curatore fallimentare, non potrebbe più concedere in licenza i prodotti Think3 e usarne i marchi.
L’assessore alle Attività Produttive della Provincia di Bologna, Graziano Prantoni ha informato lo scorso 20 Luglio tutti i parlamentari bolognesi e i ministri degli Affari Esteri Franco Frattini e dello Sviluppo Economico Paolo Romani, degli “intenti predatori” del competitor statunitense che “vorrebbe bypassare la legge italiana sulla tutela dei lavoratori e dei creditori”.
Infatti il Tribunale di Bologna, con l’Ordinanza del 2 Luglio 2011 dichiara che “il contratto stipulato tra Think3 Inc e Versata deve intendersi risolto in ciascuno dei suoi aspetti legali”.
La pensa diversamente Austin Scee, manager della holding Versata secondo il quale “il curatore fallimentare italiano non ha l’autorità legale di togliere a Versata la proprietà dei prodotti Think3”. Dunque i cow-boys a stelle e strisce non fanno mistero di considerare le leggi di legittimi Stati sovrani alla stregua di superstizioni degli Indiani d’America. Forse siamo già in riserva, ma dobbiamo ancora accorgercene?
Non la pensano così i senatori Rita Ghedini, Gian Carlo Sangalli e Walter Vitali, che sono stati i primi ad aver risposto ai segnali di fumo dell’assessore Prantoni, presentando lo scorso 21 Luglio un’interrogazione parlamentare ai Ministri Romani e Frattini, per tutelare la correttezza della procedura fallimentare e garantire così creditori e lavoratori.
Infatti secondo i senatori, la società Versata sta “fornendo false informazioni ai clienti e al mercato in merito alla procedura fallimentare Italiana che interessa Think3 e Think Inc, adombrando cointeressenze non più esistenti con le due società italiane in oggetto, vantando la proprietà di licenze e brevetti delle due società italiane in parola, pubblicizzandone i prodotti come propri ed utilizzando illegalmente il dominio http//www.tunk3.versata.com: ciò configura a tutti gli effetti azione sistematica di dumping competitivo e concorrenza sleale. Tali fatti rischiano di compromettere la corretta gestione della procedura fallimentare in corso”.
La lotta se posta su un piano “di pura forza economica” ha un esito scontato. D’altro canto pur lodando l’impegno di Prantoni e dei tre senatori, occorre una buona dose di ottimismo per confidare nel rispetto della legge italiana da parte di colossi dell’informatica statunitense come Versata, che non sono nuovi ad azioni di concorrenza sleale come questa. Chi conosce lo stato delle nostre politiche industriali può prevedere facilmente l’esito di questo scontro economico. Chi va a spiegare ai 150 dipendenti della Think3 che, come diceva l’economista Ernst Schumacher, piccolo è bello?

Fonte: eurekaassociazione

Libertà per i tre studenti libici!

Due mesi fa venivano arrestati, con l’accusa incredibile di «associazione per delinquere», Nuri Ahusain, Presidente della Lega degli studenti libici in Italia e altri due suoi compagni.
Contro questi arresti preventivi, basati su indizi inconsistenti, centinaia di cittadini, tra cui giuristi, scrittori, giornalisti, intellettuali, hanno sottoscritto un appello che mentre denunciava l’arbitrarietà dei provvedimenti di carcerazione, accusava il governo Berlusconi di esserne il mandante, al solo scopo di infliggere una punizione simbolica a tutti i libici residenti in Italia che legittimamente e pubblicamente hanno protestato contro i bombardamenti NATO del loro Paese.
Se qui c’è qualcuno che «delinque» queste sono le autorità italiane che solo un anno e mezzo fa avevano sottoscritto con la Libia un «Trattato d’Amicizia» e che da settimane scaricano sulla Libia tonnellate di bombe che come “effetto collaterale” ammazzano innocenti e civili inermi.

MANIFESTAZIONE
Perugia – Sala della Vaccara (P.zza IV Novembre)
Venerdì 29 luglio – ore 11:00

Libertà per i tre studenti libici!
Non è un reato difendere il proprio Paese dalle bombe NATO!
Intervengono Danilo Zolo (giurista e filosofo), la comunità degli studenti libici, gli avvocati.
Promuove il Comitato per la libertà dei tre patrioti libici

È un duello maleodorante

È Obama il vero nemico di Murdoch.
Solo mettendo a tacere la tv statunitense Fox può sperare di vincere le prossime elezioni.
Intercettazioni-pretesto per una battaglia transatlantica

di Piero Laporta per ItaliaOggi

Sean Hoare, il reporter di News of the World che svelò le intercettazioni illegali del tabloid di Rupert Murdoch, è morto in circostanze sospette.
Hoare accusò Andy Coulson, ex direttore di News of the World, di avere ordinato le intercettazioni. In una vicenda densa di singolarità, è rilevante che Coulson sia divenuto direttore della comunicazione del primo ministro britannico David Cameron.
Sean Hoare è morto alla vigilia dell’audizione in parlamento di David Cameron, di Rupert Murdoch, del figlio James e di Rebekah Brooks, ex amministratore delegato di News International, arrestata e rilasciata su cauzione.
Secondo Scotland Yard, Hoare è morto per l’alcol e le droghe di cui faceva largo uso. Sir Paul Stephenson numero uno di Scotland Yard era già stato costretto alle dimissioni. Subito dopo è toccato al suo vice, John Yates, a causa dell’assunzione di Neil Wallis, vice di Andy Coulson, «uomo immagine» della Met Police.
Murdoch ha chiuso News of the World dopo 168 anni, facendo cadere accordi miliardari.
Fra morti sospette, arresti e dimissioni, il caravanserraglio della stampa internazionale fa passare lo scandalo come intreccio di piccoli interessi, assunzioni compiacenti, vacanze prepagate e cenoni sontuosi, un bunga bunga dell’information system.
È così? In queste ore, come si conviene in una guerra, quando il nemico è sufficientemente ammorbidito dalle artiglierie, partono all’attacco le fanterie dal cuore dello schieramento nemico.
Il New York Times è all’offensiva contro Murdoch.
NYT è il più accanito sostenitore di Hussein Barach Obama, presidente degli Stati Uniti, a sua volta bersaglio preferito di Fox, l’emittente televisiva di Murdoch.
Risponde il Wall Street Journal, quotidiano di Murdoch, ricordando a NYT di avere difeso Julian Assange. gola profonda di Wikileaks.
In effetti è singolare che un giornale obamiano come NYT difenda Assange, apparentemente imbarazzante per la Casa Bianca, a meno che, come osservò ItaliaOggi dal primo istante, Assange e il Dipartimento di Stato non siano sulla stessa sponda.
È un duello maleodorante a colpi di ricatti incrociati. Qual è l’obiettivo strategico?
Il riposizionamento dell’informazione internazionale, quella che conta, è indispensabile perché regga la ricandidatura di Obama alle prossime presidenziali. L’addomesticamento del repubblicano Murdoch, cioé di Fox, la tv più accanita contro Obama, è parte del pacchetto delle nuove relazioni fra Washington e Londra.
Solo gli ingenui, e i maggiori giornali italiani si direbbero tali, possono supporre che l’establishment inglese, rigorosamente alimentato per cooptazione dall’alto, consentì a propria insaputa le intercettazioni del gruppo Murdoch, grazie alla dabbenaggine d’un paio di funzionari di Scotland Yard.
Intercettazioni di quello spessore e di quel volume esigono la compartecipazione di soggetti istituzionali, non solo Scotland Yard, senza i quali e contro i quali (è la stessa cosa) è impossibile operare con satelliti, parabole, server e e-mail infettanti (le stesse guarda caso intervenute nel caso Bisignani).
Una centrale londinese di ricatti internazionali è palese almeno dai tempi del «suicidio» (diagnosticato da Scotland Yard) di Roberto Calvi o del gran ricevimento sul Britannia della crema della classe dirigente italiana, il 2 giugno 1992, festa della Repubblica, una settimana dopo Capaci; puro stile inglese: allusione, ironia e ferocia. Fra i convitati italiani forse solo Gabriele Cagliari si sottrasse alle blandizie inglesi. Fu trovato morto, suicida ovviamente, nella cella di san Vittore. Più fortunato Sean Hoare, morto nella sua casa a Watford a nord di Londra, sotto l’occhio vigile di Scotland Yard.

Armi ai “ribelli” libici? Segreto di Stato

La vicenda, già affrontata da Giancarlo Chetoni e oggetto di un’interrogazione parlamentare dei senatori Lannutti e Pedica, finisce sui banchi del Consiglio regionale della Sardegna.

Cagliari, 19 luglio – Giallo sulla scomparsa di 400 missili, razzi anticarro e katiuscia custoditi nella base della Maddalena, in Sardegna. Ora sulla vicenda c’è il segreto di Stato imposto dalla presidenza del Consiglio e l’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Tempio-Pausania, per capire che fine abbia fatto quell’arsenale sequestrato alla Jadran Express nel 1994.
La vicenda ha inizio nel maggio scorso, quando il quotidiano sardo ‘La Nuova Sardegna’ scopre che ”un ingente carico di materiale bellico, già oggetto di inchieste della magistratura sul traffico internazionale di armi, è stato trasferito da depositi sotterranei nell’Isola di Santo Stefano utilizzando navi passeggeri della Saremar e della Tirrenia, dalla Sardegna a Civitavecchia”. Un carico di armi custodito per 17 anni nei sotterranei della marina militare e, sembra, trasportato su navi di linea dalla Sardegna a Civitavecchia.
”L’enorme carico di armi – scrivono in un’interrogazione i consiglieri regionali della Sardegna del gruppo Sel-Comunistas-Indipendentistas, Claudia Zuncheddu, Luciano Uras, Raduan Ben Amara, Giorgio Cugusi e Carlo Sechi -, fu sequestrato nel 1994 nel Mediterraneo, perché destinato a rifornire il traffico clandestino di materiale bellico, e conta 30mila fucili d’assalto Ak-47, 150.000 caricatori, 32 milioni di proiettili in calibro 7,62×33, 5 mila Bm 21 da 122 mm, 50 lanciatori e 400 razzi anticarro Rpg”.
(…)
Sembrerebbe che il 17 maggio scorso l’arsenale sarebbe stato trasferito in quattro container del Genio, poi caricato su un traghetto Saremar, e da Palau, ”sotto scorta di militari a bordo di automezzi targati Marina militare, il viaggio del convoglio sia proseguito verso Olbia. Dove, all’Isola Bianca, i container sarebbero stati fatti salire insieme con gli ultimi mezzi, alla fine delle operazioni di carico di tutti i veicoli, su una nave Tirrenia con 700 passeggeri”.
(Adnkronos)

“La proposta sarebbe un duplicato della NATO”

Bruxelles, 18 luglio. – La Gran Bretagna ha bloccato una proposta UE per la creazione di un quartier generale per la sicurezza e la difesa. L’ipotesi di accordo è stata presentata oggi al Consiglio Esteri a Bruxelles dall’Alto rappresentante per la politica estera, Catherine Ashton, e aveva già il via libera di Francia e altri Stati UE.
“La Gran Bretagna – ha detto in un intervento il ministro britannico William Hague – non è d’accordo su questa struttura permanente né ora né nel futuro perché la proposta sarebbe un duplicato della NATO”. Hague ha anche sottolineato che si tratterebbe di una struttura costosa mentre molto di più si potrebbe fare sulle strutture preesistenti.
La Gran Bretagna è una forte sostenitrice della NATO come polo di difesa e questa non è la prima volta che blocca dei piani di strutture di questo tipo. Londra ha più volte esercitato il diritto di veto anche sull’Agenzia europea per la Difesa bloccandone il progetto di un piano di bilancio triennale.
(AGI)

30 Agosto 2011

L’appello lanciato da Strategos si concretizza in una mobilitazione nazionale prevista per martedì 30 Agosto a Roma, davanti alla Farnesina, sede del ministero per gli Affari Esteri.
Modalità di svolgimento, orari e regole del presidio sono qui.
A 30agosto2011@libero.it si può inviare la propria adesione scritta.

Verità nascoste e menzogne di Stato

La tanker Savina Kaylin e il cargo Rosaria D’Amato sotto sequestro nel Puntland

Dismesso l’uso dei dizionari (Zanichelli, Garzanti, Dardano, ect), alla voce “Repubblica delle Banane” Wikipedia riporta: “Attualmente il termine è entrato nel vocabolario di tutti i giorni per indicare un regime dittatoriale, stabile nell’instabilità, dove le consultazioni elettorali sono pilotate e la corruzione ampiamente diffusa così come una forte influenza straniera che può essere politica o economica o ambedue le cose, sia diretta che pilotata attraverso il governo interno.”
Per estensione, il termine è usato per definire esecutivi dove un leader concede vantaggi ad amici e sostenitori, senza grande considerazione delle leggi (in Italia se ne fa partecipe l'”opposizione” che si alterna con la “maggioranza”), mettendo alla porta il giudizio espresso degli elettori.
Alla voce caratteristiche si indica la collusione tra Stato e interessi monopolistici dove i profitti sono privatizzati e le perdite socializzate.
Chiudiamo qui la tiritera ritenendoci ampiamente autorizzati, a buon titolo, a definire l’Italia delle istituzioni, della politica e dei Poteri Forti un sistema-Paese ampiamente cleptocratico, caraibico.
Detto questo, passiamo a un po’ di “attualità” che ne metta in mostra qualche aspetto di “politica estera” da barzelletta, partendo da un comunicato dell’ANSA dello scorso 5 luglio.
Secondo l’agenzia di stampa, la Tanzania è pronta a mettere in campo la sua intelligence per aiutare l’Italia ad ottenere quanto prima il rilascio degli 11 (5 italiani) marittimi della petroliera Savina Kaylin, 105.000 tonnellate, 226 mt di lunghezza, tanker, e dei 22 (6 italiani) della Rosaria D’Amato, cargo, di 112.000 tonnellate, 225 mt di lunghezza di proprietà ambedue di armatori italiani. I dati sono nostri.
La prima sequestrata da “pirati somali” con modalità pagliaccesce, come abbiamo già avuto modo di descrivere, affidandoci alla lettura di una corrispondenza di un inviato de La Repubblica: il famosissimo “rapito” in Afghanistan Daniele Mastrogiacomo, passato dal Paese delle Montagne alla “cronaca” da una località imprecisata nel Corno d’Africa. La seconda di cui si è parlato solo per registrare il “furto” in pieno Oceano Indiano e chiuderla lì, senza clamore, visto l’imbarazzante precedente della Savina Kaylin.
La Kaylin è “fuori controllo” dal 24 Gennaio e la D’Amato dal 21 Aprile. Ambedue sono state scortate a “destinazione” con l’assistenza, perchè così è stato, delle fregate Zefiro ed Espero della Marina Militare che operano, e hanno operato, tra lo Stretto di Bab el Mandeb e il Golfo di Aden, con l’operazione Atalanta dell’UE e Ocean Shield della NATO.
Dove? Continua a leggere

Crimini di guerra mediatico-giudiziaria

A distanza di un mese e passa dal primo attacco di elicotteri Apache finalizzato alla distruzione di centri comunicazione e radar in prossimità di Marsa el Brega, in Libia la situazione sul terreno è rimasta pressoché immutata.
Le forze di Gheddafi in Cirenaica continuano a mantenere sia il controllo di questo terminal energetico, di importanza strategica, posizionato a 800 km da Tripoli, che di ampie zone del territorio circostante fin sotto Ajdabiya.
L’ultima strage dall’aria, quindici morti tra i residenti, è arrivata a ridosso del porto della Cirenaica, nel centro città, nelle stesse ore in cui è uscita allo scoperto un’altra clamorosa balla sulle travolgenti avanzate dei ribelli del CNT lanciate alla conquista del compound di Bab al Azizia per consegnare Gheddafi, come hanno solennemente promesso, alla CPI dell’Aja.
L’ha raccontata il 27 Giugno alla Reuters, tramite telefono cellulare (!), il solito testimone creato dal nulla che questa volta ha assunto il nome di Juma Ibraim.
Il “suo“ racconto è arrivato dalla periferia sud di… Bir el Ghanam.
La “notizia“ è rimbalzata nel Bel Paese con l’Ansa. La diffusione della flagrante patacca su giornali e tv è stata tanto capillare da trovare spazio anche su quotidiani come Il Sole 24 ore e Milano Finanza.
Ci siamo presi la briga di andare a vedere su Google Earth dove si trovasse questo nuovo caposaldo dato nelle mani dei “sostenitori“ di Re Idris.
E’ un villaggio abbandonato di qualche decina di abitazioni, posizionato ad ovest di un tracciato in ambiente desertico a 87 km da Tripoli, difficilissimo da raggiungere, a ridosso com’è di una invalicabile catena collinare di sabbia.
Il 29 Giugno, Le Figarò darà notizia di altre armi paracadutate dalla Francia di Sarkozy a “formazioni di irregolari“ a Misurata, Nalut, Tiji, al Javash, Shakshuk e Yafran, precisando la natura dei “vettovagliamenti“ dall’aria: denaro, logistica, lanciarazzi, fucili d’assalto, mitragliatrici e missili anticarro Milan.
In realtà, al momento, di ribelli lanciati alla conquista di Tripoli non se ne vedono da un pezzo. Rimangono sulla difensiva in Cirenaica solo esigue formazioni “fluide“ di tagliagole, attestate ai margini della Litoranea, oltre i 30‘ nord e i 20‘ sud, pronte a innestare le marce avanti dei pick-up per qualche centinaio di metri nelle ore immediatamente successive ai bombardamenti della NATO e a ingranare le retromarce nei momenti di pausa tra uno strike e l’altro.
Una sorta di claque, vestita di un pagliaccesco criminale, usata fin dalla prima settimana di Marzo per dare credibilità a una rivolta popolare “repressa nel sangue dalle forze di Gheddafi“, capace di giustificare un “intervento umanitario“ dall’esterno e di portare a maturazione il progetto di Stati Uniti ed Europa di destabilizzare, con l’esplicito appoggio di Ban Ki Moon, uno Stato sovrano. Continua a leggere

L’Italia sotto le bombe della finanza

L’Italia bombarda la Libia, e gli speculatori bombardano l’Italia…

“L’attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria. Chi continua a parlare dei “mercati finanziari” come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi “mercati finanziari” hanno nomi e cognomi. Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.
L’Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell’Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.
L’Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all’euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l’ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall’altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.
L’Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all’americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.
Infine, l’Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.”

Da Come si conquista un Paese: l’attacco della finanza internazionale all’Italia, di G. Colonna.

[Dello stesso autore: E’ ora di ripensare la strategia europea di difesa]

Succubò succubì succubà succubè!

“L’ultimo vezzo linguistico che mi è capitato di leggere e ascoltare è il termine “location” al posto di “luogo” o “posto”.
Si tratta di una tra le tante parole facenti parte dell’infinita serie di anglicismi entrati prepotentemente e del tutto inutilmente nel linguaggio quotidiano italiano parlato e scritto, spesso anche in maniera inappropriata rispetto allo stesso significato inglese originario. Si tratta di un fenomeno massiccio in rapida espansione che investe l’intero spettro del lessico quotidiano e, non solo, come è comprensibile che sia, il linguaggio specialistico relativo a discipline (ad esempio informatiche) elaborate in origine nel mondo anglosassone.
La questione non va impostata in termini di purismo linguistico, poiché è chiaro che le lingue nascono e si evolvono sulla base di continue contaminazioni graduali sia interne a sé stesse sia esterne. Ciò è un bene! Ed è altrettanto chiaro che le contaminazioni saranno più spesso provenienti da lingue parlate da nazioni egemoni sul piano geopolitico. Questo non è un bene, ma è qualcosa che comunque entro certi limiti può essere solo parzialmente frenato e contrastato, se non se ne contrasta l’origine.
Quando però una serie interminabile di parole straniere (tanto più di un’unica lingua straniera) entra in tempi estremamente rapidi nel linguaggio comune delle persone sostituendo di sana pianta parole di uso quotidiano perfettamente calzanti, assumendo toni persino grotteschi e ridicoli, allora il fenomeno assume toni diversi e deve essere indagato in termini socio-politici.”

Anglicismi e impazzimento linguistico: l’immagine di una cultura decaduta. Una lettura politica fuori dai purismi, di Lorenzo Dorato continua qui.

[Italiano mio benché]

Lacrime di coccodrillo e slogan di circostanza

Gaetano Tuccillo, 29 anni, caporalmaggiore, originario di Nola, in provincia di Napoli, è il 39° militare del Bel Paese che torna in una bara dall’Afghanistan e per la 25° volta è andato in scena lo spettacolo ormai logoro, frustrante, riservato a Santa Maria degli Angeli agli “eroi della pace”.
Nei funerali di Stato, riservati a tutti i morti ammazzati nel Paese delle Montagne nella basilica romana, ci sono stati solo due vistosissimi “buchi”. Uno per il sergente Marracino del 185° Folgore, morto in Iraq, e uno per il tenente colonnello Cristiano Congiu, ucciso il 4 Giugno scorso nella Valle del Panshir in circostanze rimaste avvolte nel più fitto mistero al di là della versione “ufficiale” accreditata dal Ministro della Difesa.
Una versione che peraltro diverge totalmente da quanto dichiarato all’agenzia Pajhwok dal governatore della provincia della regione Karamuddin Karim. Per Congiu non c’è stata nessuna celebrazione nella Capitale, solo una frettolosa cerimonia di addio a Pontecorvo.
Nessun servizio televisivo sull’arrivo della salma a Ciampino, nè dal paese del Frusinate dove risiedeva con la moglie, nessuna foto a giro delle esequie, nessuna dichiarazione dei familiari. Niente di niente.
I maggiori quotidiani del Bel Paese ne hanno parlato a profusione fin quando lo si dava per ucciso per un “incidente” presuntamente occorsogli durante un viaggio insieme a una donna americana e un ex compagno di università. Poi è stato il vuoto.
Solo l’Adnkronos ha impostato una riga (!) per riportare, senza citarne il nome, la dichiarazione del sindaco. “Quì lo ricordano – avrebbe detto – come persona disponibile e inflessibile sul lavoro”. Stop. Difficilissimo vedere di eguale anche nei flash di agenzia.
Il colonnello Congiu era un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri distaccato all’ambasciata italiana a Kabul dove operava dal 2007 come capo della DCSA, il Dipartimento di Sicurezza che si occupa di traffici illeciti di sostanze stupefacenti. Una faccenda che meriterà, a tempo debito, una attenta rivisitazione.
La differenza nella contabilità 39-25 tra caduti in Afghanistan e funerali di Stato dipende dalla gravità delle perdite subite volta per volta sul terreno dai militari “tricolori” del contingente ISAF. Si torna “rigidi” sia da soli che in “compagnia”.
In un solo attentato a Kabul, nel Settembre 2009, la Folgore ha perso 6 parà. Un impegno “internazionale”, quello del Bel Paese, che ha preso avvio nel 2003 a Kost con la presenza di 320 militari nella base “Salerno”, per arrivare ai 5.352 attuali tra militari e funzionari civili in carico sia a Palazzo Baracchini che alla Farnesina, escluso il personale che opera nella protezione ravvicinata, insomma fa da guardaspalle, ai vip dell’ONU a Kabul. Continua a leggere

Walter Amatobene, l’incursore della pace

Dopo Alessandro Gandolfi, la Gazzetta di Parma ci presenta un altro “apripista”.
Questa volta “del libero scambio”, in terra d’Afghanistan.
Un gentile presente dei Paesi occidentali che però le popolazioni locali sembrano restie ad apprezzare, a giudicare dal benvenuto che gli hanno riservato e dall’abitudine di indossare elmetto e giubbotto antiproiettile mentre i suoi camion sono scortati dai Lince.
Forse hanno capito che a motivare gli incursori come Amatobene non è il raggiungimento della pace ma gli “interessi del mondo” e le “commesse per anni”.

L’attacco finale in Afghanistan non lo sferreranno i carri armati o gli elicotteri, ma i camion, i treni carichi di container. Un dilagante viavai nel nome dell’import-export sulla Via della Seta. Ogni contratto un tassello in più nel Risiko della convivenza. Nell’esercito chiamato a vincere la pace a Kabul e dintorni, Walter Amatobene è una sorta di incursore. Romano di nascita, parmigiano per scelta (qui vive da 35 anni, girando in largo e in lungo), ex direttore alla Gondrand e fondatore della Mondial Express, della quale ora è amministratore, è un apripista del libero scambio in Afghanistan. Prima o poi, qualcuno andrà anche laggiù, dicono gli analisti. Lui lo fa già, Marco Polo del terzo millennio.
«Ho spedito il primo camion nel marzo del 2009: ora siamo arrivati a 120. Spedizioni di sanitari, prefabbricati, condizionatori, gruppi elettrogeni: tutta roba che resterà alla popolazione o alla polizia afgana, dopo il ritiro dei nostri». Questione di coerenza, per chi lavorava con il Libano nel 1983 e con la Somalia nel 1994. «C’era la Folgore in entrambi i casi» sorride lui, che il militare l’ha fatto da basco amaranto e ora si occupa del sito congedatifolgore.com. «In Mozambico, invece, c’erano gli alpini paracadutisti». Già, il Mozambico. E Haiti, novità degli ultimi mesi. Altro che le nostre giungle d’asfalto. C’è sempre un luogo fuori rotta da raggiungere con un carico: dove la giungla magari è anche vera e l’asfalto un lusso. O un deserto seminato a ordigni.
«Purtroppo abbiamo ancora i nostri morti. Una schiacciata minoranza di talebani riesce a colpire. Ma sono sempre più gli attentati sventati grazie ai civili. Gli italiani sono benvoluti e rispettati, perché a loro volta rispettano». A staccare i detonatori è anche l’aumento del reddito della gente. «C’è sempre più ricchezza e questo ha creato voglia di stabilità. La logistica sarà l’ultimo impulso che permetterà di stabilizzare il benessere in questo splendido e terribile Far West ricco di litio, oro, rame e marmo. Ancora a lungo ci sarà chi sparerà agli sceriffi, ma qui stanno confluendo gli interessi del mondo. Nella sola zona occidentale, da costruire ci sono 1.500 chilometri di strade, 1.000 di ferrovie, gli aeroporti di Herat e Farah: commesse per anni».
In Afghanistan, Amatobene è stato quattro volte. L’ultima pochi giorni fa. «Avevo dieci camion da consegnare a Herat. E volevo vedere a che punto è la ferrovia tra Hairatan, ai confini con l’Uzbekistan, e Mazar-e-Sharif». I destini dell’antica Via della Seta si decidono sui 129 preziosissimi chilometri di una «via di ferro» finanziata dalla Banca dello Sviluppo asiatico. «Grazie a essa, oltre che all’aumento degli scambi – assicura l’imprenditore – riusciremo ad abbassare i costi delle spedizioni. Un trasporto da Parma a Farah (nella zona occidentale, a 120 chilometri dall’Iran) oggi costa oltre 11mila euro ad autotreno. Per merce normale si abbatteranno i costi del 20-30 per cento. Per i carichi fuori sagoma anche del 50». Riducendo anche rischi, tempi e lungaggini burocratiche. Perché ora le merci civili per l’Afghanistan vanno via mare e su gomma attraverso Pakistan e Iran.
«Ho visto scaricare e caricare 15 camion in un giorno dagli afgani: grandi lavoratori, orgogliosi e dignitosi. Lì vedi persone scalze con il cellulare in mano, case di fango con la parabola sul tetto. E’ una civiltà che ha un approccio con la vita diverso dal nostro falsato dal troppo che abbiamo. Sembrerà un paradosso, ma è un popolo pacifico». Lo dice con un sorriso, Amatobene, ricordando il «benvenuto» ricevuto al primo viaggio a Herat. Il tempo di sbarcare dall’aereo, e un razzo esplose sulla pista. «Ma si è in un tale bagno di confusione, in mezzo a tanta gente armata, che si ha la predisposizione a non spaventarsi troppo».
Predisposizione innata per l’amministratore della Mondial Express, che nell’ultima spedizione ha ottenuto di salire sul primo dei dieci Lince assegnati alla scorta dei suoi 15 camion. «In fondo non avrei visto nulla». Poi, nei tratti più a rischio mine è sceso a far due passi con i guastatori («Sul blindato si cuoceva»). Otto ore di strada per 120 chilometri. Amatobene fa quasi prima quando, scarpette ai piedi e lampada frontale, va a Deiva Marina dopo aver lasciato l’auto a Lagdei (se non altro il parcheggio è certo). «Imbocco il primo sentiero tra i monti alle 22, scollino; a Zum Zeri vedo l’alba sul mare, a mezzogiorno sono in acqua». Almeno il ritorno è in treno. «Trasportare» se stesso in quota, di corsa, è la vecchia passione dell’imprenditore della logistica. Sette sono state le sue Cro Magnon, le ultra-trail di 104 chilometri con 5.400 metri di dislivello positivo e 6.400 di negativo. Nei giorni scorsi, il suo campo d’allenamento era la base di Herat: all’alba, prima che s’arroventassero terra e aria. Prima di essere appesantito da elmetto e giubbotto antiproiettile. La tenuta da spedizioniere di oltre frontiera, da incursore della pace.

Giù le mani dalla Libia

Strategos, think-tank di geopolitica, lancia un appello per fermare l’aggressione militare alla Libia, con l’auspicio di organizzare prossimamente una manifestazione a sostegno di tale obiettivo.

“Ormai è evidente che:
– La risoluzione ONU è stata oltrepassata e violata, anche alla luce delle nuove prove che hanno documentato la quasi completa inconsistenza dei principali capi d’imputazione contro Gheddafi (fosse comuni poi rivelatesi inesistenti, massacri mai filmati, bombardamenti sulla folla mai documentati ecc. …)
– La Libia è vittima di un’ennesima aggressione della NATO, politicamente per nulla diversa da quella contro la Serbia nel 1999 e da quella contro l’Iraq nel 2003, per scopi totalmente geopolitici (approvvigionamento petrolifero e insediamento di un governo non ostile a Washington) e geo-strategici (espansione della sfera d’influenza della NATO, attraverso il comando AFRICOM), volti al contenimento di potenze rivali nei fondamentale scenari del Vicino Oriente e del Mediterraneo.
– L’Italia è a tutti gli effetti un membro della coalizione atlantica e sta svolgendo un ruolo attivo all’interno del teatro operativo in Libia.
Eppure, stavolta, a distanza di otto anni dall’avvio dello sciagurato intervento in Iraq, nessun movimento, partito o gruppo è riuscito ad alzare una voce forte e decisa contro questa aggressione imperialista, tanto più a sinistra e nel mondo tradizionalmente “pacifista”, dove si è sostenuta la linea imperialista e neo-colonialista imposta da Obama, da Cameron e da Sarkozy, e dove addirittura le opinioni puramente personali e umorali in merito a Gheddafi hanno prevalso su qualsiasi ragionamento strategico e politico a lungo termine. Preso atto del fallimento storico e politico di queste componenti della società civile, e dell’impossibilità per le ragioni anti-imperialiste di avere una seria rappresentanza all’interno di istituzioni e grandi organi di stampa, risulta opportuno utilizzare al meglio la rete e qualunque mezzo a disposizione per sensibilizzare la pubblica opinione nazionale e mobilitarne le coscienze, affinché sia possibile organizzare una manifestazione popolare unitaria, per chiedere l’immediato ritiro delle truppe italiane dalla missione in Libia e da tutte le missioni per conto della NATO e degli Stati Uniti d’America, e per chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, del Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e del Ministro degli Esteri, Franco Frattini, in seguito alla gravissima violazione degli accordi bilaterali tra Italia e Libia, stabiliti nel 2008 all’interno del Trattato di Amicizia di Bengasi.”

La versione integrale dell’appello è qui.
Per adesioni, commenti e proposte scrivere a rivistastrategos@hotmail.it

La pagliuzza dell’Europa è la trave dell’America

“In una recente intervista al Sole 24 Ore, il presidente di S&P, Deven Sharma, ha così risposto al giornalista italiano che gli faceva notare come S&P fosse molto dura con i Paesi europei, ma decisamente più tenera con gli Stati Uniti, avendo solo indicato prospettive negative nel rating USA, ma continuando a mantenere per esso la tripla A, nonostante il super-debito e il super-deficit americano: “Gli Stati Uniti hanno un’economia flessibile e reattiva. Per di più sono avvantaggiati dal fatto che il dollaro è valuta di riserva mondiale. Il rating massimo, di tripla A, è adeguato. Il problema è solo prospettico, per questo abbiamo messo un outlook negativo al loro rating”.
Sarà, ma nel 2016 il debito pubblico statunitense, secondo il FMI, toccherà il 112% del PIL mentre quello italiano scenderà al 118%, vale a dire che i due debiti saranno quasi uguali, con la differenza però che le famiglie italiane hanno solo 1/3 dei debiti delle famiglie americane. E’ vero, poi, che l’economia USA è così reattiva? In realtà, dopo lo scoppio della bolla lo è stata esclusivamente grazie a imponenti incentivi pubblici e alla generosa stampa di dollari da parte della FED. Insomma: l’impressione è che le agenzie di rating guardino un po’ troppo alla pagliuzza nell’occhio dell’Europa e molto poco alla trave che c’è nell’occhio dell’America.”

Da Agenzie di rating: vizi privati e danni pubblici, di Marco Fortis.

[Sulle agenzie di rating: 1, 2 e 3]

Unabomber o USAbomber?

La trasmissione radiofonica Giallo d’Estate ieri si è occupata del caso del cosiddetto Unabomber.
Questo appellativo è stato usato dalla stampa italiana mutuandolo da quello di Theodore Kaczynski, autore di diversi attentati con uso di esplosivi, per identificare un dinamitardo, responsabile di circa trenta atti criminosi in Veneto e Friuli fra il 1994 e il 2006 e compiuti senza movente alcuno; con l’unico scopo di menomare, con ordigni collocati in luoghi pubblici, sconosciuti malcapitati.
A Unabomber, vero e proprio attentatore seriale, ancora oggi nessuno è stato in grado di dare un volto e un nome.
Anche perché, quando a qualcuno è venuto in mente di cercare dalle parti della Aviano Air Base, è stato subito bloccato. Cercando maldestramente di far incriminare un povero mutilato di nome Elvo Zornitta.
Qui è possibile riascoltare la trasmissione.

DSK e la “cameriera”

Scriveva Attilio Folliero:

“L’attuale dirigenza del FMI è cosciente della grave crisi attuale e per bocca del suo massimo rappresentante, Dominique Strauss-Kahn, il segretario generale, lo scorso febbraio arriva a dichiarare non solo che è necessario abbandonare il dollaro, ma occorre anche agire con urgenza perchè i conflitti all’interno del sistema finanziario mondiale potrebbero trascinare nel caos il mondo intero.
Affermare ciò ed iniziare a mettere in pratica il superamento del dollaro significa – come visto – minare l’esistenza stessa degli USA. Ovviamente gli USA non potevano accettare ed era facile prevedere la reazione; nell’articolo citato avevamo ipotizzato un futuro poco roseo per l’attuale segretario del FMI. Cosi è stato!
(…)
Inoltre, appena Dominique Strauss-Kahn è arrestato, il segretario USA Timothy F. Geithner, sale a dichiarare che deve abbandonare l’incarico di segretario; non aspetta neppure il tempo necessario per verificare se si fosse trattato di un errore!
Dominique Strauss-Kahn era uno degli uomini più potenti del mondo. Era in pratica lui a decidere del destino di milioni di esseri umani; letteralmente decideva del futuro, della vita e della morte di milioni di esseri umani. Come massimo esponente del partito socialista francese, sembrava anche l’uomo più accreditato a succedere a Sarkozy nella carica di Presidente. All’improvviso, durante il suo soggiorno a New York, in un hotel da 3.000 dollari a notte la sua vita cambia completamente, accusato di violenza sessuale. Dominique Strauss-Kahn è ovviamente un uomo finito.
Come è possibile che si stato capace di cadere così ingenuamente? Probabilmente, essere il segretario del FMI, lo ha portato a sentirsi poco meno che un dio in terra. Si sarà sentito cosi potente da potersi schierare contro la potenza USA, in grave crisi, ma viva e disposta a venderé cara la pelle fino alla fine. Un errore gravissimo aver dato per spacciato il suo padrone.”

E oggi, pochi giorni dopo che anche il Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, ha dato il via libera alla successione, con la nomina di Christine Lagarde…

New York, 1 luglio – Clamorosa svolta nella vicenda dell’ex capo dell’FMI Dominique Strauss-Kahn. A quanto rivela oggi il New York Times, vi sono forti dubbi sulla credibilita’ della cameriera che lo ha accusato di aggressione sessuale e la Corte Suprema di Manhattan potrebbe decidere oggi di metter fine agli arresti domiciliari imposti all’economista francese.
Secondo due poliziotti coinvolti nell’indagine, citati dal quotidiano, la cameriera del Sofitel ha mentito nella sua richiesta di asilo e ha contatti con persone coinvolte in traffico di droga e riciclaggio di denaro sporco. All’indomani dell’accusa di stupro del 14 maggio, la donna ha infatti avuto una conversazione telefonica con un uomo arrestato per possesso di oltre 180 chili di marijuana, nella quale si e’ parlato dei possibili benefici che le sarebbero potuti derivare da questo caso. L’uomo e’ fra le persone che negli ultimi due anni hanno effettuato diversi versamenti in contanti sul conto della cameriera, per un totale di 100mila dollari. I depositi sono stati effettuati in Arizona, Georgia, New York e Pennsylvania.
La cameriera e’ inoltre intestataria di cinque contratti telefonici con altrettante compagnie per i quali paga centinaia di dollari al mese. Ma alla polizia continua a dire di avere un solo telefono e che i versamenti le sono stati fatti dal fidanzato e suoi amici. Infine la cameriera, immigrata dalla Guinea nel 2002, ha raccontato agli inquirenti che nella richiesta di asilo negli Stati Uniti vi era il racconto di uno stupro, che invece non vi appare. Anche il suo racconto su presunte mutilazioni genitali non coincide con quanto appare sulla richiesta di asilo.
(Adnkronos)