Bufale senza soste

Roma, 30 agosto – “La falsità propagandistica della NATO sulla guerra in Libia è veramente senza vergogna”. Lo scrive in una nota il vice Ministro alle infrastrutture Roberto Castelli.
“Già quando Gheddafi era ancora in sella – si legge nel documento – era evidente a tutti che l’intervento della NATO era un’azione belligerante a favore di una fazione contro l’altra e che la scusa propagandistica della difesa della popolazione civile era solo una foglia di fico per coprire bombardamenti che hanno causato la morte di decine di civili, donne e bambini. Ma adesso, mentre la maggior parte del territorio libico è in mano ad insorti che si stanno macchiando di delitti contro l’umanità, come da più fonti denunciato, dire che bisogna continuare a bombardare per questioni umanitarie supera persino il Grande Fratello di Orwell”, conclude Castelli.
(TMNews)

Danno collaterale

Di Ezio Bonsignore per Military Technology, n. 5/2011

Le conseguenze più negative della stolta e farsesca impresa che va sotto il nome pomposo di “Odyssey Dawn” torneranno sicuramente più avanti per vendicarsi e perseguitarci per un lungo, lungo tempo – e questo a prescindere dall’esito finale della crisi libica. Loro stanno anche supponendo che gli sforzi della NATO riescano a trasformare i sedicenti “ribelli”, da zimbelli d’Africa come sono attualmente, in una forza militare e politica all’altezza, e di installarli a Tripoli alla maniera di un regime fantoccio filo-occidentale come una sorta di risarcimento per le posizioni perse in Tunisia ed Egitto.
Il goffo tentativo dell’Occidente di attuare un cambio di regime in Libia sotto l’apparenza di un “intervento umanitario” è l’ultimo chiodo sulla bara del “Trattato di non proliferazione nucleare” (NNPT).
Così deraglia efficacemente ogni speranza residua di prevenire la diffusione delle armi nucleari in tutto quello che era indicato come il Terzo Mondo.
Per una serie di motivi facilmente comprensibili, l’Occidente – e questo include anche importanti Paesi, che attualmente non possiedono armi nucleari, come la Germania – ha un interesse a prevenire che le razze inferiori e altri miscredenti assortiti possano mettere le loro sporche/oscure mani sulla “bomba”.
In un’applicazione piuttosto intelligente dell’approccio della “carota e del bastone”, una soluzione al problema di primo livello strategico della potenziale proliferazione nucleare, fu trovato con il NNPT – o così sembrava. I Paesi che non possiedono armi nucleari avrebbero rinunciato a qualsiasi tentativo di svilupparle o di acquistarle, e in cambio gli sarebbe stato dato libero ed illimitato accesso alla tecnologia nucleare civile a fini energetici.
Inutile dire che la natura reale del NNTP è quello di mantenere il quasi-monopolio dell’Occidente sulle armi nucleari, e ciò era evidente fin dall’inizio; in ogni caso i Paesi occidentali hanno rimosso ogni dubbio residuo ignorando deliberatamente quello che doveva essere la loro parte nell’accordo (cioè, muoversi progressivamente verso il disarmo nucleare). Nonostante questo, per un po’ il sistema ha funzionato, e ha consegnato i risultati come previsto. Ma negli ultimi anni l’Occidente è riuscito a distruggere lo strumento da cui la sua supremazia strategica dipende.
Il primo errore marchiano è stata la crisi continua sul programma nucleare iraniano, per cui stiamo effettivamente cercando di negare all’Iran, sotto una varietà di pretesti, i diritti per la tecnologia per l’energia nucleare civile di cui si ha il diritto sotto le norme del NNPT.
L’evidente doppio standard insito in questa posizione, per cui l’Occidente è minaccioso e fa il bullo con un Paese firmatario del NNPT, per conto di un altro Paese (Israele) che non ha firmato il NNPT e possiede un arsenale nucleare, non è sfuggito all’attenzione di molti Paesi del Terzo Mondo, con conseguente ambivalente atteggiamento verso il NNPT.
Il secondo evento importante per la diffusione di forti dubbi sulla saggezza di rispettare il monopolio nucleare occidentale è stata la guerra in Iraq.
E ‘evidente che proprio la decisione di Saddam Hussein, dopo la prima guerra del Golfo nel 1991, di rinunciare al suo programma nucleare e tutti gli altri sforzi tesi a sviluppare armi di distruzione di massa (ADM) ha posto le basi per la guerra del 2003, l’invasione del Paese e un cambiamento di regime attraverso l’impiccagione.
In particolare, la mossa molto conciliante di Saddam di permettere agli ispettori dell’ONU di entrare in Iraq, gli ha efficacemente messo il cappio del boia al collo, perché fu la conferma ufficiale che l’Iraq non possedeva ADM di qualsiasi tipo, ed era esattamente quello di cui l’amministrazione Bush aveva bisogno per lanciare la sua guerra di aggressione senza alcun timore di una possibile reazione contro le sue truppe o di Israele.
E ora, la Libia.
Nel 2003, dopo la caduta di Baghdad e quella che sembrava una rapida vittoria degli Stati Uniti, Gheddafi cominciò ad avere i brividi e a temere che il palese atteggiamento anti-occidentale su cui si basa gran parte della sua figura politica lo avrebbe alla fine portato con l’acqua alla gola.
Decise così, come è stato detto, di “vuotare il sacco.” Accettò la responsabilità per una serie di atti terroristici (tra cui in particolare l’attentato di Lockerbie), e nel Dicembre del 2003 rinunciò formalmente ai programmi libici, che erano in corso, per lo sviluppo di ADM nucleari, chimiche e biologiche, così come a tutti i missili con una gittata superiore a 300 km.
“Le azioni della Libia le danno il diritto a riunirsi alla comunità internazionale “, disse Tony Blair. “La decisione del colonnello Gheddafi è storica e coraggiosa, e io l’applaudo. Renderanno la regione ed il mondo più sicuri”. Il presidente Bush commentò sulla stessa linea, nel senso che la Libia “ha ristabilito relazioni normali con il mondo”, e promise che la “fiducia della Libia sarà ricambiata”.
In una più ampia prospettiva strategica globale, la Libia era propagandata come un modello, che Paesi come l’Iran e la Corea del Nord avrebbero dovuto seguire: “vuotare il sacco”, rinunciare alla proprie sconsiderate ambizioni nucleari, e tutti avrebbero vissuto felici, in pace ed amicizia.
Meno di due anni dopo che i tecnici americani e britannici avevano completato il processo di smantellamento e rimozione di tutto il materiale libico connesso con le ADM, l’Occidente non solo sta imponendo un cambio di regime, ma attraverso la Dichiarazione di Londra ha messo in chiaro che non ci sono margini per un negoziato o un esilio; Gheddafi e i suoi figli hanno la scelta di essere uccisi in combattimento, o di essere trascinati di fronte al tribunale dell’Aja.
La conclusione è inevitabile: Gheddafi ha stupidamente dato via l’unico asset che avrebbe protetto il suo Paese e il suo regime dall’intervento armato dell’Occidente.
“Immaginate lo scenario da incubo se noi non fossimo riusciti a rimuovere le armi nucleari libiche e il loro programma di forza missilistica a lungo raggio”, ha osservato nel mese di aprile 2011 Robert Joseph, un ex membro dell’amministrazione Bush che è stato coinvolto nei negoziati sul disarmo nucleare con Libia. Anche il presidente francese sarebbe stato costretto a reprimere i suoi desideri megalomani neo-napoleonici.
Nell’assordante silenzio dei media occidentali, che nella loro stragrande maggioranza sono impegnati nel “diritto di proteggere” l’insensatezza, è stato lasciato al ministro degli Esteri nordcoreano di dire le cose come stanno: “Lo smantellamento nucleare della Libia, molto propagandata dagli Stati Uniti in passato, si è rivelato essere una modalità di aggressione in base al quale questi ultimi hanno blandito la prima con parole così dolci come ‘garanzia di sicurezza’ e ‘miglioramento delle relazioni’ per poi disarmarla e inghiottirla con la forza “.
L’accordo nucleare è stato “una tattica di invasione per disarmare il Paese”. Piuttosto, gli eventi recenti dimostrano che la politica del military first di Pyongyang è stata “corretta in mille modi”.
Con la nostra aggressività inutile e sconsiderata nei confronti di un Paese e di un regime che non poneva alcuna minima minaccia per il nostro territorio, la nostra popolazione o i nostri interessi, abbiamo inviato un drammatico messaggio al resto del mondo.
Tutti coloro che hanno ragioni, anche se piuttosto vaghe, di sospettare che un giorno potrebbero trovarsi nel mirino dell’Occidente, devono fare tutto il possibile, e di più, per avere almeno alcune armi nucleari più una manciata di missili per portarle.
Rubare, se si deve, ingannare, mentire, usare tutti i trucchi del manuale e qualcuno in più, ma avere la bomba, perché è l’unica cosa che potrebbe mantenere a bada l’impazzito imperialismo occidentale.

Per cominciare, io non ho mai sottoscritto l’artificiale isterismo circa la presunta “minaccia” del programma nucleare iraniano, e in effetti anche l’ultimo National Intelligence Estimate (NIE), riportato dalle agenzie di intelligence degli Stati Uniti, giunge alla conclusione che la leadership politica iraniana non è ancora giunta a una decisione ferma se dotarsi o meno di armi nucleari. Ma nelle circostanze attuali, dopo “Odyssey Dawn”, sarebbero sciocchi a non dotarsene.

[Grassetti nostri]

Il Leone del Deserto

“Il Leone del Deserto” (in arabo: أسد الصحراء, Asad al-ṣaḥrāʾ), realizzato nel 1981 per la regia di Moustapha Akkad, è un film storico, con la partecipazione di Anthony Quinn nel ruolo del condottiero senussita libico Omar al-Mukhtar, che si batté contro l’esercito italiano precedentemente alla Seconda guerra mondiale.
Il film è stato censurato impedendone la distribuzione in Italia, dove è stato trasmesso in televisione solo nel 2009 a distanza di quasi trent’anni.
Il regista e produttore siriano Mustafà Akkad fu ucciso in Giordania nel 2005 in un attentato kamikaze di terroristi di al-Qāʿida ad Amman.

NO!

L’annunciata mobilitazione contro l’aggressione militare alla Libia è alle porte.
Martedì 30 Agosto, a Roma, dalle ore 16.00 in poi si terrà un presidio nelle vicinanze della Farnesina, sede del ministero degli Affari Esteri.
Tutti coloro i quali intendono manifestare la propria contrarietà alla politica estera della “Repubblica Italiana” e alle costose “missioni di pace”, alla sudditanza atlantica dell’esecutivo Berlusconi e dei suoi ministri Frattini e La Russa, al ruolo di tutore dell’allineamento a USA/NATO svolto dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano… sono chiamati a partecipare.
Per la Sovranità politica, economica, culturale e militare dell’Italia.
Maggiori informazioni qui.

Perché i “ribelli” non riescono a conquistare Tripoli?

L’unico cambiamento nel governo libico avverrà dall’interno, e non sarà il cambiamento atteso dalla Francia, ma dalla gioventù mondiale.

Di Basem Tajeldine, membro dell’African Centre of Knowledge, per mathaba.net
13 Luglio 2011

Nulla sembra scalfire il governo della Libia dopo oltre quattro mesi di intensi bombardamenti NATO ed oltre 4300 missioni aeree. Centinaia di bombe di precisione all’uranio impoverito [1] sono state sganciate indiscriminatamente sul popolo libico dall’inizio dell’aggressione imperialista ad oggi, uccidendo oltre mille civili innocenti e ferendone altre migliaia.
La NATO intensifica i bombardamenti e massacra il popolo libico con la falsa scusa di “difendere la vita degli abitanti”, ma nessuno riesce a spiegarsi per quale motivo il popolo della Libia rimane saldo e leale al proprio governo. Il popolo continua a mantenersi alla guida della resistenza pur nelle dure condizioni dell’embargo economico e contro il terrorismo di Stato sistematico e criminale dei Paesi aderenti all’Alleanza Atlantica.
Gli spregevoli “alleati” della NATO non si attendevano di trovare una simile resistenza popolare in Libia. Molte persone sono confuse. Come è possibile che il presunto “mostro e genocida” – come i media occidentali descrivono Gheddafi – abbia subito vari attacchi su diversi fronti, continuando a godere del sostegno della maggior parte dei Libici? E perché sul terreno questi terroristi “ribelli” non riescono ad allontanare “il tiranno più odiato” dal proprio popolo? Da dove proviene la forza di Gheddafi?
Sono strane queste missioni “umanitarie” che uccidono civili innocenti e distruggono intere infrastrutture civili del Paese con il pretesto di difendere il popolo libico. Sono strani questi “ribelli” o “rivoluzionari” oppure – secondo la stampa internazionale – questi “civili indifesi” che affrontano il governo di Muammar Al Gheddafi sostenuti da forze straniere. Sono strani anche i capi del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), che richiedono ogni giorno sempre più soldi ed armi per uccidere i propri “fratelli”.
Sono bugiardi quei giornalisti membri dei networks transnazionali che ogni giorno riportano presunti avanzamenti di gruppi di “ribelli”, mostrandoci assurdi video di falsi combattimenti tra ribelli e truppe libiche, mentre in realtà i luoghi di queste presunte battaglie rimangono sotto il controllo dell’esercito e della milizia popolare fedele al governo libico.
Sono invece degli stupidi quelli che credono a tutte queste menzogne, ripetendo a pappagallo le falsità imperialiste. Chiediamoci questo: se il popolo libico odia Gheddafi, perché dopo quattro mesi di intensi bombardamenti questi “ribelli libici” non vanno a prendersi il controllo dell’area più popolosa della capitale Tripoli?
Possono chiamarsi “ribelli libici” quelli che eseguono gli ordini militari delle potenze imperiali? Quelli che stanno assicurando la distruzione del loro stesso Paese e la morte dei propri fratelli, e contro i propri fallimenti militari, perché non cercano di negoziare un’uscita dal conflitto e una riconciliazione con la controparte? Questi “ribelli” godono di autonomia? O si tratta solo di indegni e vergognosi mercenari al soldo delle potenze straniere?
Ribelli si definiscono coloro che combattono contro il sistema esistente in quanto portatori di ideali progressisti. Ma la realtà è che questi gruppi sono tutto l’opposto. I “ribelli libici” erroneamente detti, non sono altro che comuni mercenari al servizio della NATO che cercano di imporre gli interessi del proprio padrone. La loro stessa esistenza e le loro azioni in Libia sono il prodotto di un piano chiaramente orchestrato, preparato con ampio anticipo, come scrivono molti altri studiosi che hanno scoperto la verità che si cela dietro il conflitto libico [2].
Ero presente in Libia durante i momenti più difficili dell’aggressione imperialista della NATO, ed ho visto di persona che cosa realmente accade lì, la realtà più dura, triste e crudele che sperimentano questi popoli fratelli [3]. Questo mi permette di confermare tutto ciò che ho scritto. Le truppe libiche non affrontano direttamente i gruppi di mercenari. No. L’esercito libico resiste all’aggressione imperialista delle forze aeree NATO, le quali bombardano la popolazione e preparano il campo che deve essere poi occupato dai mercenari. Questi hanno il triste ruolo di fungere da esercito di occupazione, agli ordini della NATO. Il pronto ripiegamento tattico dell’esercito libico, di fronte ai bombardamenti, immediatamente porta ad un contrattacco libico che costringe i mercenari ad arretrare codardamente.
Ogni giorno che passa senza che la NATO raggiunga il proprio obiettivo prefissato di uccidere Gheddafi – comunque in violazione della stessa Risoluzione ONU n.1973 – i gruppi mercenari sono sempre più screditati agli occhi dei Libici delusi che rimangono, ed anche agli stessi occhi del mondo. Maggiore è la forza di aggressione, più facilmente le maschere delle forze imperialiste mercenarie cadranno, e più forte crescerà la resistenza armata dell’esercito e dei civili della Libia, alzando il morale e la determinazione nel proseguire i combattimenti.
La NATO e i suoi alleati sanno che il tempo è contro di loro, che la coscienza del popolo libico ed il loro odio cresce proporzionalmente ai crimini subiti. Così si spiega il segreto della forza di Muammar Al Gheddafi. La peggiore disgrazia di un esercito coloniale sono le menti decolonizzate di un popolo determinato a morire per ciò in cui crede.

NOTE:
[1] Servizi di Rolando Segura, giornalista di TeleSur.
[2] Vedi articoli di Michel Chossudovsky, Pepe Escobar, James Petras.
[3] Vedi l’articolo “From the Tunisian rebellion to the Libyan resistance”, sul sito Cuba Debate.

[Continuiamo ad aggiornare la situazione qui]

La Sirena imperialista suona a Tripoli

Sabato 20 Agosto alle 20, all’ora dell’Iftar, la rottura del digiuno del Ramadan, la NATO ha lanciato l’”Operazione Sirena”.

Le Sirene sono altoparlanti delle moschee che sono stati utilizzati per lanciare un appello di Al Qaeda alla rivolta. Immediatamente le cellule dormienti dei ribelli sono entrate in azione. Si è trattato di piccoli gruppi molto mobili, che hanno moltiplicato gli attacchi. I combattimenti nella notte hanno fatto 350 morti e 3.000 feriti.

La situazione si è stabilizzata nella giornata di domenica.

Una nave NATO ha attraccato vicino a Tripoli, consegnando armi pesanti e sbarcando jihadisti di Al Qaeda, inquadrati da ufficiali della NATO stessa.

I combattimenti sono ripresi nella notte. Con grande violenza. I droni e gli aerei della NATO bombardano ovunque. Gli elicotteri mitragliano le persone nelle strade per aprire la strada ai jihadisti.

In serata un convoglio di auto ufficiali che trasportavano personalità di primo piano del governo è stato attaccato. Si è rifugiato all’hotel Rixos dove alloggia la stampa straniera. La NATO non ha osato bombardare per non uccidere i propri giornalisti. L’hotel, nel quale mi trovo, è sotto un tiro nutrito. Alle 23,30, il Ministero della Salute ha constatato che gli ospedali sono saturi. All’inizio della serata si contavano già 1.300 morti e 5.000 feriti.

La NATO aveva ricevuto per missione dal Consiglio di Sicurezza di proteggere i civili. In realtà, si stanno rinnovando i massacri coloniali.

___

Ore 1. Khamis Gheddafi è venuto personalmente a consegnare delle armi per difendere l’hotel. E’ ripartito. I combattimenti sono molto violenti tutto intorno.

Thierry Meyssan

[Fonte: voltairenet.org]

“E’ un disastro”: gli ultimi avvenimenti secondo l’agenzia di stampa Fides
Roma, 22 agosto – ”I combattimenti e i cannoneggiamenti sono ancora in corso. E’ un disastro”. E’ quanto riferiscono all’Agenzia Fides da Tripoli fonti locali, che hanno chiesto l’anonimato per ragioni di sicurezza. ”Non sappiamo – aggiungono – come stia evolvendo la situazione perché uscire di casa significa mettere a rischio la vita”. Le stesse fonti fanno sapere che al momento non si conosce la sorte del leader Gheddafi.
Le fonti di Fides ricostruiscono così gli ultimi avvenimenti: ”I ribelli hanno iniziato la loro offensiva venerdì sera. Sabato 20 agosto alle 9 del mattino sono iniziati violenti combattimenti che sono durati fino all’una. Domenica 21 i combattimenti sono ripresi con violenza e sono durati tutta la giornata. I bombardamenti aerei della NATO sono continuati fino a ieri. Sono stati molti violenti specialmente sabato durante le prime fasi dell’offensiva di terra”.
(ANSA)

“Malgrado l’attacco” e la propaganda
Tripoli, 22 agosto – Mentre a Tripoli è in atto la battaglia finale tra i lealisti del colonnello libico Muammar Gheddafi e i ribelli, la tv di Stato libica trasmette un programma intitolato ‘Malgrado l’attacco’, con interviste a civili feriti e persone ricoverate in ospedale. Una delle persone interpellate dalla tv di Stato ha espresso la propria vicinanza a Gheddafi per la ”perdita” dei figli Saif al-Islam e Muhammad, che sarebbero stati catturati dai ribelli. In precedenza la tv al-Jazeera aveva riferito che i ribelli avevano preso il controllo della radio e della tv di Stato.
(Rak/Col/Adnkronos)

Con un aggiornamento, lo stesso Thierry Meyssan, stamane, comunica di esser in pericolo di vita insieme al collega Mahdi Darius Nazemroaya e di essere impossibilitati a raggiungere le sedi delle tre ambasciate che hanno offerto loro protezione diplomatica.

Al quale Nazemroaya non hanno perdonato le seguenti dichiarazioni:

L’organo di analisi e informazione indipendente Réseau Voltaire è preoccupato per le minacce di morte rivolte a due suoi membri dello staff attualmente impegnato a Tripoli.
Mahdi Darius Nazemroaya, ricercatore associato del Centre de recherche sur la Mondialisation, e Thierry Meyssan, presidente e fondatore del Réseau Voltaire e della conferenza Axis for Peace, sono rinserrati nel Hotel Rixos, attorno al quale si svolgono pesanti combattimenti. Secondo quanto riferito, è stato dato l’ordine di ucciderli.
Thierry Meyssan si trova a Tripoli dal 23 giugno 2011, dove guida un gruppo di giornalisti del Réseau Voltaire. Negli ultimi due mesi, ha svolto un’inchiesta giornalistica del conflitto. La sua posizione è diversa da quella degli altri osservatori in quanto egli descrive la ribellione come una azione di minoranza, che permette di giustificare agli occhi dell’opinione pubblica mondiale un’operazione militare classica.
Qualunque siano le posizioni assunte da Mahdi Darius Nazemroaya e da Thierry Meyssan, la loro uccisione sarebbe inaccettabile.
Mahdi Darius Nazemroaya e Thierry Meyssan, non sono combattenti, ma i giornalisti. Coloro che sostengono questa guerra, pensando che si tratti di democrazia e libertà, non possono perdonare l’assassinio di giornalisti.
Attualmente, cinque Stati hanno offerto loro protezione diplomatica. Ma i combattimenti intorno all’Hotel impediscono loro di lasciare i locali e alcune delle ambasciate interessate sono state circondate per rendere impossibile l’accesso.
Consapevoli delle minacce che incombono su di loro, Mahdi Darius Nazemroaya Thierry Meyssan non hanno alcuna intenzione di esporsi a qualsiasi “pallottola vagante”.
Réseau Voltaire invita i cittadini di quei Paesi coinvolti nella guerra ad esercitare pressioni sui loro governi per garantire la sicurezza di questi giornalisti.
Si chiede a tutti di giocare il proprio ruolo di cittadini e di diffondere queste informazioni.

[Fonte: eurasia-rivista.org]

“Per la prima volta”
Roma, 23 agosto – Le truppe della NATO avrebbero preso parte ad operazioni di terra nella battaglia per la presa di Tripoli: è quanto scrive il sito vicino all’intelligence militare israeliana, Debkafile, citando fonti militari.
“Per la prima volta nella guerra contro il regime di Muammar Gheddafi, le truppe NATO, malgrado le smentite, stanno prendendo parte alla battaglia sul terreno dal momento che i ‘consiglieri militari’ francesi e britannici – che fanno parte di unità addette alle operazioni speciali – stanno aiutando i ribelli nella lotta per il controllo di Tripoli”.
Secondo Debka, il contesto sul terreno starebbe evolvendo verso una vera e propria “guerra di intelligence” e l’obiettivo principale della contro-offensiva lealista sarebbe proprio quello di separare “le truppe occidentali dal ridotto numero di ribelli, non più di 2.500-3.000″. Una missione affidata ai lealisti, che Debka stima in 5.000 soldati. Per questo, secondo il sito israeliano, il presidente USA, Barack Obama, parlando lunedì notte, avrebbe definito la situazione sul terreno ancora “fluida e incerta”.
(AGI)

Mentre le grida di tripudio degli atlantisti per l’ottenuta vittoria si affievoliscono, di fronte alla tenace resistenza libica e all’opera di informazione svolta da diverse realtà indipendenti come la nostra, in Italia e all’estero (fra cui, oltre ai vari già citati, anche il sito di Gianluca Freda), Medici Senza Frontiere sottolinea che sta “crescendo l’emergenza umanitaria”:
Roma, 23 agosto – Gli ospedali di Tripoli ”rischiano di rimanere senza scorte”: lo denuncia Medici senza frontiere sottolineando che nel Paese sta ”crescendo l’emergenza umanitaria”. L’organizzazione si dice ”pronta ad espandere le proprie attività nella Libia occidentale”. ”Le strutture mediche sono travolte da un alto numero di casi richiedenti operazioni chirurgiche e il personale sanitario è allo stremo”, spiegano da Msf.
(ANSA)

Dal canto suo, “Israele” non vuole essere da meno: Monther Quri’e, bambino di 5 anni, fatto a pezzi da un missile aria-terra a Gaza…

“Un’assistenza umanitaria urgente” per “pagare i salari”… risate!
Doha, 24 agosto – Il numero due degli insorti libici, Mahmoud Jibril, ha annunciato a Doha lo svolgimento nella capitale del Qatar di una riunione internazionale, con la partecipazione degli Stati Uniti, su un’assistenza umanitaria urgente di 2,5 miliardi di dollari al popolo della Libia. Oltre agli Stati Uniti, parteciperanno Italia, Francia, Regno Unito, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
Jibril, presidente del Comitato esecutivo del Consiglio nazionale di transizione (CNT), organo politico degli oppositori, ha spiegato durante una conferenza stampa che l’obiettivo di questa riunione “è riunire a vantaggio del CNT la somma di 2,5 miliardi di dollari prima della fine del Ramadan, per potere pagare i salari dei libici” e per soddisfare i fabbisogni umanitari urgenti della Libia, ha spiegato.
(TMNews)

“Chiediamo a Israele di usare la sua influenza”…
Tel Aviv, 24 agosto – Un appello a Israele a ”usare la sua influenza” per favorire la caduta del regime di Mummar Gheddafi e’ stato lanciato anche verso Israele da uno dei portavoce degli insorti, Ahmad Shabani, in un’intervista pubblicata oggi dall’edizione online del giornale Haaretz.
Nel colloquio Shabani – fondatore a Londra del Partito Democratico di Libia e figlio di uno dei ministri dell’ultimo governo monarchico di Tripoli, abbattuto a fine anni ’60 dalla rivoluzione gheddafiana – apre anche un mezzo spiraglio a un possibile futuro riconoscimento d’Israele: Paese con cui la Libia non ha alcun rapporto diplomatico formali. ”Noi per ora chiediamo a Israele di usare la sua influenza nella comunita’ internazionale per mettere fine al regime tirannico di Gheddafi e famiglia”, afferma l’oppositore.
(ANSA)

Scusate il ritardo!
Londra, 24 agosto – La resistenza dei governativi ancora in grado di combattere, e la stessa clandestinita’ di Muammar Gheddafi, faranno slittare i tempi per trasferire a Tripoli da Bengasi il Consiglio Nazionale Transitorio: lo ha dichiarato in un’intervista radiofonica per il network pubblico ‘BBC’ il rappresentante in Gran Bretagna del governo-ombra istituito dai ribelli libici, Guma el-Gamaty.
Le previsioni, ha affermato Ganaty, sono nel senso che “i pochi” ancora schierati con Gheddafi si arrenderanno a breve, permettendo cosi’ il previsto trasferimento del Consiglio nella capitale della Libia per sabato prossimo, comunque entro il fine settimana. Ieri invece il portavoce militare del CNT, Ahmed Bani, aveva affermato con l’emittente satellitare pan-araba ‘al-Jazira’ che il Consiglio si sarebbe spostato a Tripoli nel giro di 48 ore.
(AGI)

Signori si nasce e Loro, modestamente, lo nacquero
Londra, 24 agosto – L’ambasciata libica a Londra ha da oggi un nuovo stuoino. Chi visita la rappresentanza diplomatica puo’ pulirsi i piedi su un arazzo che raffigura il colonnello Muammar Gheddafi. La foto dell’ingresso dell’ambasciata e’ diffusa oggi sul sito del Daily Telegraph.
(ANSA)

Segreti (poco) inconfessabili
Washington, 24 agosto – Forze speciali della Gran Bretagna, Francia, Giordania e Qatar sono sul terreno in Libia per aiutare i ribelli. Lo ha reso noto la NATO secondo quanto riporta la CNN.
(AGI)

“L’eccellenza italiana”
Trapani, 25 agosto – ”Il primo grande risultato della missione in Libia e’ stato quello di avere salvato non so quante vite umane. Immagino la carneficina se noi e le forze NATO non avessimo fermato le truppe di Gheddafi”. Lo ha detto il ministro della Difesa Ignazio La Russa incontrando nella base di dell’aeronautica di Trapani Birgi i militari italiani impegnati nell’operazione ”Unified Protector”.
Rivolgendosi a loro il ministro ha aggiunto: ”Voi siete l’eccellenza italiana, motivo d’orgoglio per la nazione”. La Russa ha anche sottolineato che ”in caso di un mancato intervento avremmo avuto un numero di profughi decisamente maggiore” ed ha auspicato la nascita di uno Stato democratico in Libia sostenendo che siamo di fronte ”a una situazione delicata che tuttavia si sta evolvendo positivamente”.
(ANSA)

Giornalismo imparziale e indipendente
Roma, 25 agosto – “Sono vivo, vegeto e libero. Adesso sto bene, fino a un’ora fa pensavo di essere morto”. Queste le prime dichiarazioni dell’inviato della Stampa Domenico Quirico, riuscito a mettersi in contatto con la sua redazione, come racconta il sito web del quotidiano di Torino.
Ora sto dalla parte giusta e va tutto bene”, ha aggiunto l’inviato. “Devo ringraziare soprattutto due ragazzi che ci hanno salvati, sono stati fantastici”, ha detto confermando che la liberazione dei quattro giornalisi italiani e’ avvenuta in qualche modo grazie ad un blitz.
(AGI)

Tralasciando, per carità di patria, ogni considerazione sulla dinamica dei fatti.

???
Roma, 25 agosto – ”Siamo stati liberati da lealisti, c’erano due gruppi differenti”. Lo ha detto l’inviato del Corriere della Sera, Giuseppe Sarcina, precisando a Skytg24 che ”non erano soldati regolari, ma neanche civili. Erano miliziani”.

Allora sarebbe il caso che il collega Quirico ritiri quanto detto, se vuol proseguire la carriera giornalistica…

Intanto cresce la pressione sui “Paesi non allineati” al fine di avere il via libera allo sblocco dei fondi libici depositati all’estero.
Per pagare le migliaia di mercenari ora attivi sul terreno, assoldati dalla NATO tramite le compagnie private di sicurezza e coordinati dai membri delle forze speciali di Gran Bretagna, Francia, Giordania e Qatar, come riferito ieri.

Londra, 25 agosto – Il premier britannico David Cameron ha chiamato il Presidente sudafricano Jacob Zuma per cercare di di convincere Pretoria a sostenere la proposta di risoluzione presentata ieri dagli Stati Uniti all’ONU, che prevede lo scongelamento di beni libici per 1,5 miliardo di dollari. Nel vertice svoltosi ieri al Palazzo di Vetro, il Sudafrica si è opposto, chiedendo di attendere il riconoscimento del Consiglio nazionale di transizione di Bengasi da parte dell’Unione Africana (UA), che potrebbe arrivare oggi al termine del vertice in programma ad Addis Abeba.
Stando a quanto riferito da Downing Street, Cameron ha chiamato Zuma per “discutere della situazione in Libia” e i due leader “hanno concordato sulla necessità di decisioni rapide dalla parte dell’UA al vertice di Addis Abeba sullo scongelamento dei beni”.
(TMNews)

“In alto, ho messo un filmato in cui il capo politico degli “insorti” del CNT, Moustapha Abdel Jalil, confessa in diretta TV di aver mentito sulla cattura dei figli di Gheddafi e spiega di averlo fatto per dividere e demoralizzare l’esercito lealista. La cosa che lascia indignati, naturalmente, non è certo il fatto che il capo di una banda di tagliagole abbia mentito, ma il credito incondizionato che tutta la stampa nazionale e internazionale, e perfino la Corte Penale dell’Aja, ha dato alle parole di un bandito criminale, senza minimamente preoccuparsi di valutarle o di attenderne conferma. Un atteggiamento che la stampa nazionale non mostra nessun segno di voler abbandonare.
Lo dimostra la schermata di ieri del sito di “Repubblica” in cui si dà ancora una volta credito alle affermazioni dei tagliagole (“abbiamo circondato la residenza di Gheddafi”) senza minimamente considerare che la notizia proviene da una fonte dimostratasi inattendibile in infinite occasioni. Mentre “Repubblica” pubblicava questo supplemento di stupidaggini, Gheddafi parlava all’emittente TV libica Al-Orouba, dimostrando ancora una volta quanto i media libici risultino, almeno da sei mesi, di gran lunga più attendibili dell’ormai indecente stampa occidentale.”

Da I vigliacchi e gli eroi, di Gianluca Freda.

Ecco invece il trattamento riservato alle fonti non-allineate:

“Soltanto dopo la cattura di Gheddafi”… ché non si sa mai
Parigi, 26 agosto – Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, in prima fila nell’intervento in Libia, vuole andare il prima possibile in visita in Libia insieme con il primo ministro britannico, David Cameron.
E’ quanto si apprende dall’Eliseo, le cui fonti precisano pero’ che la visita avverra’ soltanto dopo la cattura di Gheddafi. Secondo quanto si apprende, la visita non avverra’ comunque prima del vertice internazionale di giovedi’ prossimo a Parigi sul futuro della Libia. L’Eliseo fa sapere anche che Sarkozy non vuole visitare soltanto Tripoli, ma anche le roccaforti degli insorti, in particolare Bengasi e Misurata.
(ANSA)

“L’MQ-9 Predator B è operativo in Italia dall’estate 2010. Noto negli Stati Uniti come “Reaper”, il velivolo è un’evoluzione del Predator A già utilizzato dall’Ami in Iraq ed Afghanistan. Con una lunghezza di 11 metri e un’apertura alare di 20, il “Reaper” assicura maggiori prestazioni in termini di raggio d’azione, autonomia di volo (tra le 24 e le 40 ore), velocità (440 Km/h) e carico trasportabile (quasi 1.800 chili contro i 200 dei Predator A). “L’incremento delle dimensioni e delle prestazioni dell’UAV si rifletterà ovviamente sul carico di armamento trasportabile”, segnalano le riviste specializzate in strumenti di morte. “Si tratterà di missili Hellfire, bombe a guida laser Gbu-12 Paveway II e Gbu-38 Jdam (Joint direct attack munition) a guida Gps”. Un “gioiello” che la casa produttrice, la General Atomics Aeronautcal Systems Incorporated di San Diego (California), vende a 10,5 milioni di dollari l’uno, contro i 3,2 milioni dell’esemplare di prima generazione. “La manutenzione dei Predator B sarà gestita per ancora due anni ad Amendola da personale americano della General Atomics”, specifica il sito web Dedalonews. “Entro un anno gli UAV diverranno sei per modello, consentendo al 32° Stormo dell’Aeronautica di gestire in contemporanea fino a tre velivoli, anche dall’altra parte del pianeta. In attesa di diventare nel 2014 la prima base italiana per i nuovi cacciabombardieri Lockheed Martin F-35A, destinati a sostituire prima gli AMX e poi i Tornado, ad Amendola sono in via di ampliamento gli hangar per gli UAV”.
Per consentire ai Predator B di volare in qualsiasi parte del Mediterraneo, il ministero della Difesa ha predisposto la creazione di “corridoi di volo” riservati tra la Puglia, il poligono sperimentale di Salto di Quirra e lo scalo di Decimomannu in Sardegna, le basi di Sigonella e Trapani in Sicilia e l’isola di Pantelleria. Alcuni di questi “corridoi” sono stati messi a disposizione dei velivoli senza pilota Global Hawks e “Reaper” schierati dalle forze armate USA a Sigonella. I decolli e gli atterraggi degli aerei USA, sempre più numerosi negli ultimi mesi, stanno creando gravi difficoltà al traffico del vicino aeroporto civile di Catania-Fontanarossa. Ne sanno qualcosa i passeggeri del volo di linea Alitalia “Venezia-Catania” che la mattina del 18 agosto sono stati dirottati a Palermo – Punta Raisi “a causa di intenso traffico militare nell’aeroporto di Sigonella” e costretti poi ad un interminabile viaggio in pulman tra il capoluogo siciliano e Fontanarossa. Alle ore 11.18 del giorno successivo, i piloti degli aerei in partenza o diretti allo scalo etneo hanno ricevuto un NOTAM, l’informazione sull’efficienza dei sistemi di sicurezza dell’aeroporto, che ha imposto una breve sospensione delle operazioni sullo scalo “a causa delle attività di un aereo senza pilota”, presumibilmente un Global Hawk dell’Us Air Force operativo a Sigonella. Fra tre anni gli enormi UAV-spia schierati nella base siciliana potrebbero essere venti. Terribile immaginare cosa accadrà in termini di sicurezza, tenuta delle rotte e puntualità di orari viaggiare da e per la Sicilia orientale.”

Da La guerra segreta dei Predator italiani in Libia, di Antonio Mazzeo.

La guerra dell’Italia alla Libia: una sporca faccenda

L’italianissimo Alessandro Londero, titolare della “Hostessweb“, con un gruppo di volontari il 4 Agosto scorso era a Zlitan, a riprendere con la sua videocamera gli edifici della città libica, a 150 km da Tripoli, distrutti dall’aviazione di Unified Protector.
Il 7, assieme ai suoi collaboratori sarà a Tripoli.
Non potrà quindi fornire una documentazione degli effetti del secondo bombardamento della NATO sui quartieri di recente costruzione, che ospitano la metà della popolazione locale che ha raggiunto i 200.000 residenti, né partecipare a disseppellire dalle macerie i corpi di 85 tra anziani, donne e bambini colpiti in una località (Majer) a un tiro di sputo da Zlitan che verranno composti in sacchi di plastica e allineati dai soccorritori a fianco di una moschea.
I feriti gravi, oltre 67, saranno evacuati verso l’ospedale di zona.
Lo farà, trasportandosi dietro osservatori indipendenti e inviati della stampa accreditata a Tripoli, il portavoce della Jamahiriya Mussa Ibrahim a distanza di 24 ore dalla partenza di Alessandro e del suo gruppo.
Inutile dire che di questa nuova strage della NATO non si è visto ne sentito nulla nei TG, né è stata pubblicata un sola foto sulle pagine dei quotidiani nazionali.
E’ apparso solo qualche trafiletto nelle pagine “esteri” per dare spazio al comunicato di Unified Protector di… accertamenti in corso.
L’inviato della RAI a Tripoli ormai si è eclissato da tempo. Mediaset e La7 non ne hanno mai spedito uno in Libia.
La Farnesina ha invitato le redazioni televisive e delle carta stampata a stare lontano dalla Jamahiriya di Gheddafi per motivi di “sicurezza“, dopo aver notificato ai direttori di rete l’impossibilità per il Gruppo di Crisi di poter offrire qualunque tipo di assistenza in caso di emergenza.
Il black out dalla Jamahiriya rimane così per ora pressochè totale. Continua a leggere

Intanto paghiamo

Adesso la quadruplice sta facendo pagare all’Italia l’alleanza con Putin e Gheddafi.
Con la Clinton in testa, il Club non tollera autonomia e soluzioni energetiche nazionali

di Piero Laporta per ItaliaOggi

Capolinea? ItaliaOggi del 7 ottobre 2009 scrisse che Silvio Berlusconi traballava a causa dei legami con Gheddafi e Putin, dopo la vittoria di Hussein Barak Obama e Hillary Clinton. Tre mesi prima ItaliaOggi accostò le fucilate mediatiche sulle ospiti di villa Certosa ai «terroristi che un tempo annunciavano a rivoltellate le elezioni imminenti». Seguì un copione sperimentato dal 1945, quando il «quartetto» dei vincitori (Gran Bretagna, Francia, USA e URSS), irradiatosi nei nostri interessi, li predò più o meno di comune accordo, manipolandoci la democrazia, corrompendola e non solo. Crollata l’URSS, subentrò la Germania e il nuovo Quartetto eliminò alleati esigenti a vantaggio di ex nemici ricattabili.
Berlusconi entrò in politica nel 1994 per salvare la sua proprietà? I valvassori del Quartetto rapinavano da sempre le ricchezze italiane; dopo il 1989 Mediaset fu tra le appetibili. I valvassori ebbero sempre man salva purché assicurassero la ciclica spremitura degli italici servi della gleba, come desiderano mercati, BCE, IMF e agenzie di rating. L’Italia è come le mucche dei Masai. I valvassori le incidono ogni tanto le vene del collo, badando di non ucciderla; raccolgono il sangue nella zucca e lo porgono al Quartetto che lascia qualcosa sul fondo da leccare. Negli anni ’50 gli USA bevevano per primi; oggi Berlino ha il primato, segue Parigi, ultima la Clinton che freme dopo gli abili inglesi. Il deficit statale fu pure sperperi e corruzione, però conseguenti a politiche agricole, industriali ed energetiche genuflesse al Quartetto vampiro.
Il sistema (difeso con bombe, terrore rossonero, mafia e agenzie di rating) perseguita e uccide chiunque tenti di scalfirlo o svelarlo, come Enrico Mattei, Aldo Moro, Giovanni Leone, Luigi Calabresi, Mino Pecorelli, Walter Tobagi, Bettino Craxi. Piemme comunisti? Una balla rancida: o effimeri autocrati a caccia di visibilità oppure organici ai quattro del Quartetto. Vi sono pure, grazie a Dio, tanti liberi, onesti e coraggiosi; va detto e ricordato con un grazie.
Berlusconi parvenu (come sibilarono Gianni Agnelli e Indro Montanelli, valvassori fra i più zelanti) s’adattò alle regole dei Quattro che spaccano il paese in due partiti, l’uno contro l’altro, i capponi manzoniani: comunisti contro anticomunisti, poi nord contro sud, guelfi contro ghibellini, obbligandoci a un moto parossistico e immobile, come un calabrone, di fronte al fiore inarrivabile delle riforme. «Faremo, cambieremo, riformeremo» ronzava il calabrone Silvio, mentre agguantava il futuro legando Vladimir Putin a George Bush Sr, nonostante costui sia assiduo col suo peggiore nemico in Svizzera. Sembrava fatta. Tornata tuttavia al potere la sitibonda Clinton, ogni equilibrio s’infranse nella guerra di rapina alla Libia. Berlusconi maramaldo che pugnala Gheddafi, anticipa quello col «cuore grondante sangue» che tradisce gli elettori. La Germania sta alla finestra, come gli USA nella guerra dello Yom Kippur del 1973; lascia che altri combattano, agevolando i suoi disegni, in Libia come a Roma, dove osserva Giulio Tremonti accostarsi a palazzo Chigi col primo di tre indispensabili passi: uccidere Berlusconi, politicamente s’intende. Deve, può o vuole? È presto per dirlo. Anche il secondo passo, cavar sangue come i valvassori, potrebbe essere obbligato da politiche spietate. Arriverà il terzo e decisivo passo di Tremonti, se vorrà omologarsi? Porgerà la zucca, come Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, prima di lui? A chi la porgerà prima? Che cosa conterrà? ENI, Finmeccanica? Washington condivide le priorità di Giulio con le altre tre? I guai di Marco Milanese crescono mentre si colma la zucca? Oltre le congetture, sono seri i guai del Cavaliere se smarrisce la realtà come Bettino Craxi, quando aprì le porte del Quirinale a Oscar Luigi Scalfaro e chiuse le proprie. La volpe ansima e i cani la incalzano. A meno che, a marzo, Vladimir Putin_ o forse prima, vedremo, intanto paghiamo.

Roba da “nazisti”

“Il memorandum dello pseudo-Breivik è una silloge di tutti gli argomenti sulle meccaniche del potere e sulle strategie della propaganda che sono stati discussi nel corso degli anni su questo e altri blog. Si parla, a tratti in modo sensato, del ruolo svolto dal revisionismo storico nel fare luce sulla storia europea del dopoguerra, delle differenze tra revisionismo e “negazionismo”, delle teorie sul controllo delle masse messe a punto dalla Scuola di Francoforte, del controllo del pensiero attuato attraverso i curriculum scolastici, dello scempio della tradizione letteraria europea nato dal “politically correct”, del ruolo culturalmente devastante del femminismo, dell’ideologia multiculturalista d’accatto con cui s’impone all’Europa di privarsi delle proprie tradizioni e di molto altro ancora. Il punto è che tutti questi argomenti – che a mio avviso rappresentano la “punta di diamante” di una nuova linea di pensiero che è nata e si è diffusa soprattutto sul web – vengono disinvoltamente mescolate con deliri da crociato, xenofobia anti-islamica di bassa lega, appelli ad un’improbabile lotta armata, vagheggiamenti di un ritorno al cristianesimo combattente, sparate antimarxiste prive di ogni barlume di razionalità analitica ed infinite altre amenità di questo tenore. Il risultato è quello di screditare e rendere impraticabile ogni riflessione sul controllo delle menti attraverso la propaganda, sui meccanismi del potere, sulla falsificazione storica e devastazione culturale imposta all’Europa dai dominatori statunitensi. Una volta gettati questi argomenti nello stesso calderone in cui ribollono tonnellate di fuffa templare e di farneticazioni anticoraniche, essi risulteranno indigesti e inavvicinabili all’uomo della strada. Il quale, oltretutto, considererà che, se il prodotto politico di tali questioni è l’inutile e sanguinoso scempio di innocui campeggiatori perpetrato dal trattatista, evidentemente deve trattarsi di idee malate, malsane, degne di complottisti isolati dal mondo e spregiatori della civiltà.
Il che, immagino, è esattamente il risultato che l’anonimo think tank che ha stilato il documento, firmandolo col nome di Andrew Brewick, si proponeva di raggiungere.
Come scrivevo nell’articolo di un paio di giorni fa, una delle cose che più preoccupano gli americani è l’affermarsi in Europa di un pensiero “eurasiatico”, portato avanti trasversalmente tanto dai reduci della “destra” quanto della “sinistra” europea (quelli che i detrattori nostrani chiamano con disprezzo “rossobruni”). Tale linea di pensiero, che sta prendendo sempre più piede nelle ex nazioni europee, mira principalmente a creare una più stretta connessione politico/economico/strategica con la Russia, allo scopo di sbarazzarsi di 70 anni di asservimento militare e culturale agli USA e costruire quella naturale unità geostrategica tra Europa e Asia che rappresenterebbe il naturale portato tanto della complementarietà geografica tra i due continenti quanto della storica interdipendenza economica e culturale che ha caratterizzato le loro relazioni fino alle guerre mondiali. Uno degli scopi del malloppone partorito dallo pseudo-Breivik è di scongiurare tale eventualità, presentando le velleità di partenariato russo-europeo come deliri di pazzi criminali, vaneggiamenti da terroristi di estrema destra col proiettile in canna.
Ecco perché una parte consistente della dissertazione è dedicata alla denuncia dell’imperialismo americano e alla prospettiva di liberarsi di esso attraverso un asse eurasiatico. Leggiamo, ad esempio:
“La Federazione Europea del futuro non dovrà più essere connotata dalle forme sdolcinate e ingovernabili dell’attuale Unione Europea, che è una Medusa impotente, incapace di controllare i propri confini, dominata dalla smania per l’autodistruzione culturale e il libero commercio, assoggettata al dominio culturale americano. Dobbiamo immaginare una grande Europa monoculturale, fondata sulla cooperazione economica e culturale di nazioni indipendenti, che saranno, in larga parte, inseparabilmente legate alla Russia. Non avendo bisogno di essere aggressivo con i propri vicini, visto che sarebbe inattaccabile, un tale blocco diverrebbe la prima potenza mondiale (di un mondo partizionato in grandi blocchi), autoreferenziale, pan-nazionalista e avverso ai pericolosi dogmi oggi associati col globalismo/multiculturalismo. La nuova Federazione Europea sarà assai più isolazionista, con una politica di nazionalismo economico (protezionismo). Dovrà avere la capacità di praticare la “autarchia dei grandi spazi” (autosufficienza economica e indipendenza dai mercati esteri), i cui princìpi sono già stati elaborati dall’economista, vincitore di Premio Nobel, Maurice Allais. Il destino della penisola europea non può essere separato da quello della Russia continentale, sia per ragioni etnico-culturali che per ragioni geopolitiche. E’ assolutamente imperativo per la talassocrazia mercantile americana (supremazia navale, nel senso militare e commerciale della parola) impedire la nascita di una Federazione Europea culturalmente e ideologicamente sicura di sé.”
Parole mica tanto demenziali, vero?
Ma l’uomo della strada leggerà queste affermazioni ricollegandole istintivamente – grazie anche alle immancabili banalizzazioni e distorsioni che i media sapranno effondere – alla bestialità di un terrorista solitario, ai capelli biondi imbrattati di sangue di una giovane campeggiatrice norvegese, ai mucchi di cadaveri di ragazzini ammassati sulla spiaggia di Utoya. E il gioco è fatto. L’anti-imperialismo e l’aspirazione a liberarsi della schiavitù statunitense stringendo legami con le potenze asiatiche saranno bollati come vaneggiamenti eversivi da criminali potenziali, fonte di discredito sociale e possibilmente cagione di affidamento a progetti rieducativi. Roba da “nazisti”, insomma, che è il termine preferito da ogni moccioso adulto per sostituire il “brutto e cattivo” del lessico puerile senza dover studiare troppo.
Il documento redatto dallo pseudo-Breivik è in realtà un corposo trattato sulle paure americane, un compendio dettagliato delle idee che Washington crede possano ostacolare i suoi progetti geostrategici. Idee che devono dunque essere infangate e screditate, imbrattate con svastiche e croci templari, ridicolizzate dall’impasto con materiali di infima intellettualità e di popolaresca cialtroneria. Non so se ci siano voluti davvero nove anni per scriverlo, ma di certo esso è un prodotto propagandisticamente molto elaborato, la cui stesura ha richiesto senz’altro molto tempo e l’impegno di un think tank preparato ed attento alle tendenze culturali, nonché ai germogli di pensiero politico in corso di definizione sul web. Questo ci dà un indizio di quanto sia importante, per chi lo ha scritto, ostacolare e rendere inutilizzabili le nuove idee che vanno diffondendosi nell’Europa della crisi e della perdita delle sovranità nazionali. E’ un testo da studiare con attenzione, particolarmente da parte di chi ha già un’idea dei meccanismi della propaganda; non certo per recepirne ciò che di farneticante e neppure ciò che di condivisibile contiene, ma per avere un’idea precisa di quali siano i fantasmi che suscitano maggior spavento nei nostri dominatori. Si sarà ben capito che sono esattamente quelli che dobbiamo evocare.”

Da Di cosa hanno paura, di Gianluca Freda.
[grassetto nostro]

Frattini e La Russa ministri-servi

Di Quirinale, Terzo polo e poteri forti.
Con “Bunga Bunga” a fare da spettatore ricattato.

Non c’è attacco aereo di Unified Protector che non necessiti per una missione di bombardamento sulla Jamahiryia di almeno due rifornimenti in volo da aerei cisterna, uno durante la fase di avvicinamento al “target“, il secondo dopo lo “strike“ nel ritorno alle basi di decollo in Sicilia: Trapani Birgi e Sigonella.
Nell’intero mese di Luglio, nell’arco delle 24 ore, le missioni di appoggio aereo della NATO si sono attestate su una media di 150, i bombardamenti dall’aria hanno raggiunto i 47.
Il numero dei morti e dei feriti tra i residenti della Tripolitania e della Cirenaica è aggiornato, via internet, da Libyan Free Press – Jamahiriya News.
Cosa costi ogni ora di volo un bi-quadrireattore Boeing Kc 767 A o Kc 135 che faccia da mucca per rifornire per due-tre volte un singolo velivolo della NATO che attraversi il Mediterraneo Centrale ve lo lasciamo immaginare.
Si tenga di conto che un Eurofighter Typhoon dell’Aeronautica Militare Italiana compreso l’addestramento del pilota, escluso l’armamento, ha un costo, per le sfiatatissime casse dell’Erario pubblico, di 80.000 euro per ora di volo. Un solo missile Storm Shadow o Scalp Ec, con una testasta bellica di 247 kg, lanciato da un cacciabombardiere tricolore arriva a superare abbondantemente il milione di euro.
Quanti gingilli come questi siano andati a bersaglio a cura dell’Aeronautica Militare Italiana in territorio libico è coperto da “segreto militare“.
Gli unici jets d’attacco che possono sottrarsi a questa dispendiosissima routine di rifornimento in volo sono quelli in dotazione alle portaerei-portaereomobili che operano in prossimità, interna ed esterna, della linea immaginaria che unisce Tripoli a Bengasi, l’enorme area d’acqua del Golfo della Sirte.
Dopo 90 giorni di permanenza in mare, il 7 Luglio scorso la “Garibaldi“ è stata ritirata dalla zona di operazioni, e il 10 Agosto è toccato alla “De Gaulle” abbandonare la missione per rientrare nel porto di Tolone. Il dispositivo d’attacco di Unified Protector ha perso (momentaneamente?) 40 tra aerei ed elicotteri.
Il 2 Agosto la Norvegia, strage di Utoya o no, ha ritirato, come programmato, i suoi quattro F-16.
Il Ministro della Difesa di Londra, Liam Fox, ha coperto l’abbandono di Oslo con l’invio con altrettanti Tornado Idv.
Per Longuet, la portaerei francese è stata ritirata dal Mediterraneo Centrale per manutenzione al ponte di volo da cui decollano e atterrano Rafale e Super Etendard e alle catapulte di lancio.
L’Italia, per bocca di La Russa, ha motivato l’abbandono della “Garibaldi” dal teatro operativo per limitare le gigantesche uscite finanziarie che ne comporta l’utilizzo prolungato in navigazione.
Il Bel Paese, per non fare cosa sgradita agli alleati, ha però provveduto a sostituire l’ammiraglia della M.M. con l’unità da assalto anfibio “S. Giusto”, che ospita il comando navale di Unified Protector e imbarca in permanenza il battaglione di fanteria marina S. Marco (350 militari), 210 tra ufficiali, sottoufficiali e marinai, armi, logistica e blindati da sbarco, oltre a tre elicotteri medi per impiego antisommergibile, antinave e controcosta SH 3D.
Una volontà di limitare i costi o un cambio di strategia in corso d’opera?
Una strategia che preveda il passaggio dai bombardamenti aerei effettuati da 4-6 jets Harrier a decollo verticale impiegati dalla “Garibaldi“ per battere i target sulla Litoranea a un attacco alle coste della Jamahiriya con incursori e fanteria di marina della “S. Giusto“? Continua a leggere

Felice Ippolito, italiano “pericoloso”

Dopo il 1945, quel che rimane della fisica italiana giace tra le ceneri della guerra. Della scuola di Via Panisperna, dissolta alla fine degli anni Trenta, l’unico rimasto in Italia è Edoardo Amaldi. La ricostruzione delle strutture dedicate alla ricerca era iniziata a Roma già nel 1944, riportando al loro posto strumenti e attrezzature precedentemente messi al sicuro.
Su iniziativa di Amaldi e Carlo Bernardini e sotto l’egida del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), viene istituito nella capitale il Centro di studi di fisica nucleare e delle particelle elementari. Contemporaneamente, inizia a muoversi un nuovo nucleo di fisici italiani con l’intento di promuovere la fisica atomica, per scopi di ricerca e applicativi a favore del sistema industriale, il quale fonda a Milano il Centro Informazioni Studi ed Esperienze (CISE). Amaldi tiene regolarmente seminari al CISE, e nel 1948 decide di portare con sé Felice Ippolito, un ingegnere civile avviato alla carriera di geologo, appassionato di ricerca di radionuclidi nelle rocce italiane. Ippolito intende dimostrare che in Italia vi sia uranio in quantità maggiore a quanto supposto dai geologi del tempo.
Le industrie che partecipano al CISE sono dotate di scarsi capitali, per cui viene posta la questione di richiedere un intervento da parte statale, opzione fortemente sostenuta proprio da Ippolito, in contrasto con le aziende, convinte che se lo Stato avesse messo le mani sul nucleare prima o poi sarebbe arrivato a controllare l’intera filiera della produzione di energia elettrica, allora completamente in mani private.
Il primo successo delle pressioni dei fisici arriva con l’approvazione governativa del bilancio 1950-1951 del CNR, il cui presidente è il matematico e ingegnere Gustavo Colonnetti, democristiano. Egli mette in piedi una Commissione per le ricerche nucleari di cui chiama a far parte, oltre a fisici, anche esponenti della politica, dell’industria e militari. Già nel 1947 Colonnetti aveva scritto a De Gasperi, capo del governo di unità nazionale, cercando nell’argomento della difesa un motivo d’interesse al nucleare da parte del leader DC, facendo notare – senza successo – che gli Stati Uniti avevano intenzione “non solo di conservare il vantaggio già conseguito nelle ricerche e nella fabbricazione delle armi atomiche e speciali, ma di aumentare sempre più questo vantaggio”.
Il nuovo tentativo di attirare l’attenzione governativa sulla questione nucleare non ottiene l’effetto sperato, per cui da quel momento Colonnetti e Amaldi vanno avanti da soli, fondando, l’8 agosto 1951, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. L’anno successivo è varato il Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari (CNRN), del quale segretario generale viene nominato l’ingegnere Ippolito.
Alla scadenza del primo mandato triennale del Comitato, senza che il governo rinnovasse l’incarico, Ippolito si comporta come Enrico Mattei quando, in una situazione analoga, gli era stata affidata la liquidazione dell’AGIP: invece di licenziare il personale e vendere le poche attività, si scatena provocando una violenta campagna stampa contro il governo che faceva mancare i finanziamenti a un organismo scientifico statale, e così facendo lasciava spazio alle industrie elettriche private. L’attacco di Ippolito convince finalmente (agosto 1956) il governo a riconfermare il mandato del CNRN, che deve però aspettare il 1960 per assumere, prima personalità giuridica, poi, con il terzo governo Fanfani, trasformarsi in Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN), forte di una dote quinquennale di 80 miliardi di lire che si rivelerà comunque insufficiente.
E’ solo alla fine del 1962, all’epoca del quarto governo dello stesso Fanfani, che il disegno di legge per “l’impiego pacifico dell’energia nucleare”, elaborato due anni prima, riceve integrale approvazione; il Comitato, il cui ruolo diventa strategico per la contemporanea nazionalizzazione dell’industria elettrica e l’istituzione dell’ENEL (legge n. 1643 del 6 dicembre 1962), di cui Ippolito diventa consigliere mantenendo anche la carica di segretario al CNEN, conquista una adeguata autonomia.
Si tratta dell’inizio concreto del nucleare italiano, che nel giro di pochi anni porterà all’attivazione delle prime tre centrali (Latina, Garigliano e Trino Vercellese), per un totale in potenza elettronucleare di 3,5 miliardi di KW – il 4,2% della produzione di energia elettrica nel 1965 – ponendo l’Italia al terzo posto come produttore tra i Paesi occidentali, dopo Gran Bretagna e Stati Uniti.
Da quel momento in poi, con il miracolo economico che ormai volge al termine, la storia del nucleare italiano inizia ad andare incontro, più che a semplici difficoltà, a veri e propri boicottaggi. La convivenza tra CNEN ed ENEL non si rivela per niente facile e invece di dialogare, come ci si aspetterebbe da due enti che dipendono l’uno dall’altro, visto che il secondo distribuisce l’energia elettrica prodotta dal primo, si fanno presto guerra. A mezzo stampa e di prese di posizione politiche.
A dar fuoco alle polveri è L’Espresso, che in un editoriale del 4 agosto 1963 si scaglia contro il direttore generale dell’ENEL per la “mentalità puramente aziendale” che starebbe prevalendo nell’ente. A questi ribatte l’allora segretario del Partito Socialdemocratico (PSDI), Giuseppe Saragat, che difende i vertici dell’ENEL attaccando “l’ossessione dell’energia atomica” del CNEN. Principale elemento critico delle centrali nucleari, secondo Saragat, sarebbe il fatto che esse non possono produrre energia elettrica a prezzi competitivi rispetto alle fonti tradizionali, petrolio e carbone; il nucleare italiano sarebbe quindi antieconomico, determinando per l’Italia la convenienza a restare fuori dal settore.
Fra le azioni convergenti contro Ippolito pare preminente quella svolta dalle multinazionali petrolifere, tale da fargli dichiarare successivamente: “I petrolieri desiderosi di smistare barili e costruire nuovi impianti di raffinazione, avevano tutto l’interesse che l’Italia non sviluppasse una politica nucleare alternativa al petrolio. E il mio tentativo di creare un’industria nucleare italiana urtava appunto gli interessi delle Sette Sorelle (…) che dominavano il mercato mondiale”.
Un’altra analogia con Enrico Mattei, anch’egli antagonista degli interessi statunitensi in campo energetico, tale da indurre il quotidiano di Confindustria – allora semplicemente 24 Ore – a chiamare spesso Ippolito “il Mattei atomico”.
Rimanendo ai fatti, va notato come il maggior critico di Ippolito, Saragat, è stato una figura chiave nei rapporti Italia-USA fino agli anni Settanta, prima attraverso la costituzione del PSDI, nato da successive rotture con i comunisti e i socialisti, poi con un ruolo di grande importanza, come attivo atlantista, nell’adesione italiana al Piano Marshall, strumentale a porre il Paese nell’orbita economica e geopolitica degli Stati Uniti.
Questi ultimi, però, guardano ancora più avanti e si augurano, una volta salita al governo la debole coalizione di centrosinistra, che tale stagione di collaborazione finisca quanto prima possibile, facendo leva – come emerge da carteggi oggi pubblici – propria sulle accuse rivolte a Ippolito. La protezione politica di cui egli aveva sino a quel momento goduto viene meno rapidamente. L’incompatibilità tra le cariche di segretario del CNEN e di consigliere dell’ENEL è il cavillo legale che darà spunto alle inchieste successive, previa sospensione – con decreto ministeriale del 31 agosto 1963 – da segretario del CNEN, a breve seguita da analogo provvedimento per il suo ruolo in ENEL.
Il 3 marzo 1964, la Procura generale di Roma arresta presso il suo domicilio nella capitale Felice Ippolito, a conclusione di una istruttoria, sommaria, durata tre mesi, accusandolo di peculato aggravato continuato per alcune centinaia di milioni, falso in atto pubblico e abuso di poteri d’ufficio, e ponendolo in regime di “grande sorveglianza”.
Con Ippolito finiscono in tribunale almeno otto imputati, come negli auspici de l’Unità, che insieme a Il Corriere della Sera si distingue per la violenza delle invettive. Due giorni dopo l’arresto, il quotidiano fondato da Gramsci rilancia le accuse di Saragat, secondo il quale “il Comitato per l’energia nucleare è diventato un centro di occulti poteri e di sprechi favolosi (…) è urgente subito eliminare il bubbone”. In stupefacente assonanza con quanto dichiarerà di lì a poco, il 30 aprile, il presidente di FIAT, Vittorio Valletta, circa l’impegno nell’elettronica da parte di Olivetti.
All’indomani della messa fuori gioco di Ippolito, il nuovo ministro dell’Industria Giuseppe Medici (governi Moro I e II) non riesce che a confermare i finanziamenti stanziati nel precedente quinquennio, a fronte di un CNEN molto più grande, con tre centrali nucleari a regime e 2.400 dipendenti. Nuovo segretario generale viene nominato un funzionario del Tesoro, che addirittura ne stabilisce l’intero bilancio in soli 15 miliardi all’anno, “prescindendo dalla realizzazione dei programmi”.
Per iniziativa congiunta di CNEN e CNR erano peraltro nati due centri di ricerca al di fuori della fisica atomica, il Laboratorio internazionale di biofisica e genetica e il Laboratorio per la preparazione dei minerali, le cui attività si interrompono alla metà degli anni Sessanta proprio in coincidenza con la crisi Ippolito.
La sentenza di primo grado a suo carico – undici anni e quattro mesi di reclusione, una sanzione di sette milioni e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici – in appello viene ridotta a una serie di “favoritismi, di clientelismo e di leggerezze, facilitate, peraltro, e qualche volta determinate, dalle particolari condizioni di disordine amministrativo e organizzativo, dell’ente in vertiginosa crescita”, con una pena più che dimezzata e una effettiva permanenza in carcere a Rebibbia di poco più di due anni.
Nel marzo 1968 sarà proprio Giuseppe Saragat, nel frattempo eletto Presidente della Repubblica, a concedere la grazia a Ippolito, restituendogli i diritti civili e la facoltà di tornare all’insegnamento. Ormai, però, il CNEN era stato affossato, decretando di fatto la sconfitta dell’Italia nella corsa internazionale all’energia nucleare.

[Le informazioni contenute nel presente articolo sono tratte da “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato, Donzelli editore]

Carceri-fabbriche negli USA

I prigionieri delle carceri federali che guadagnano ventitre centesimi di dollaro l’ora stanno producendo componenti high-tech per missili Patriot a lunga gittata, rampe di lancio per i missili anti-carro TOW (Tube-launched, Optically tracked, Wire-guided) e altri sistemi missilistici. Un articolo, pubblicato lo scorso marzo dal giornalista e ricercatore finanziario Justin Rohrlich di World in Reviews, merita una lettura attenta per capire tutte le implicazioni di questo inquietante sviluppo (minyanville.com)
La diffusione dell’utilizzo di carceri-fabbriche, che pagano salari da schiavi, per incrementare i profitti dei giganti corporativi militari, è un attacco frontale ai diritti di tutti i lavoratori.
Il lavoro carcerario, senza garanzie sindacali, straordinari, vacanze, pensioni, benefit, garanzie sulla salute e sicurezza o la Social Security, fabbrica anche componenti per i caccia bombardieri F-15 della McDonnell Douglas/Boeing, per gli F-16 della General Dynamics/Lockheed Martin e per gli elicotteri Cobra della Bell/Textron. Il lavoro carcerario produce occhiali per la vista notturna, giubbotti antiproiettile, mimetiche, strumenti radio e di comunicazione, sistemi d’illuminazione, componenti per i cannoni antiaerei da 30 mm a 300 mm insieme a spazza-mine e materiale elettro-ottico per tracciatori laser della BAE Systems Bradley Fighting Vehicle. I prigionieri riciclano il materiale elettronico tossico e revisionano i mezzi militari.
Il lavoro nelle prigioni federali è appaltato alla UNICOR, già conosciuta in precedenza come Federal Prison Industries, una corporazione in parte pubblica e a fine di lucro diretta dal Bureau of Prisons. In quattordici fabbriche carcerarie, più di tremila prigionieri producono materiale elettronico per la comunicazione terrestre, marina e aerea. L’UNICOR ora è il trentanovesimo assegnatario più grande del governo, con 110 fabbriche in 79 istituti penitenziari.
(…)
Le maggiori compagnie che traggono profitto dal lavoro carcerario comprendono Motorola, Compaq, Honeywell, Microsoft, Boeing, Revlon, Chevron, TWA, Victoria’s Secret ed Eddie Bauer.
IBM, Texas Instruments e Dell si fanno costruire i pannelli elettrici dai prigionieri del Texas. I reclusi del Tennessee hanno cucito jeans per Ksmart e JCPenney. Decine di migliaia di giovani che distribuiscono hamburger per un salario minimo da McDonald’s vestono uniformi cucite da lavoratori carcerati, che sono costretti a lavorare per molto meno.
In California, come in molti Stati, i prigionieri che si rifiutano di lavorare vengono spostati negli istituti disciplinari, perdono il diritto alla mensa e i crediti per rientrare nel programma di benefici per buona condotta, il “Good Time”, che allevia le loro sentenze.
Gli abusi sistematici, i pestaggi, l’isolamento prolungato e la deprivazione sensoriale, la mancanza di cure mediche rendono quelle americane tra le peggiori prigioni al mondo. Ironicamente, lavorare a condizioni estenuanti per qualche centesimo l’ora è considerato come una sorta di “premio” per buona condotta.
(…)
Nella spietata ricerca di massimizzare i profitti e di accaparrarsi ogni possibile fonte di guadagno, quasi ogni agenzia pubblica e di servizio sociale è stata esternalizzata a contractors privati in cerca di profitti.
(…)
La creazione di centinaia di carceri a scopo di lucro è tra le più raccapriccianti privatizzazioni.
La popolazione internata in queste prigioni private a scopo di lucro è triplicata nel periodo compreso tra il 1987 e il 2007. Nel 2007 c’erano 264 prigioni di questo tipo che avevano in custodia circa 99.000 prigionieri adulti (house.leg.state.mn.us, 24 febbraio 2009). Tra le aziende che operano in questi luoghi ci sono la Corrections Corporation of America, il GEO Group Inc. e il Community Education Centers.
I titoli obbligazionari delle prigioni garantiscono un profitto per gli investitori capitalisti come Merrill-Lynch, Shearson Lehman, American Express e Allstate. I prigionieri vengono barattati e spostati da uno Stato all’altro a seconda della convenienza degli accordi commerciali.
(…)

Da Il Pentagono e il lavoro schiavistico nelle carceri USA, di Sara Flounders.

Fuori dall’omogeneità è la Libia

Luca Bianchi e Federica Roccisano, nell’articolo “Il Mediterraneo: un possibile scudo contro la crisi?” (in Eurasia n. 1/2011, pagg. 85-98), rielaborando i dati del Rapporto ONU sullo sviluppo umano per il 2009, osservano che i Paesi europei occupano i posti più alti della classifica.
Citiamo: “Malta chiude l’elenco dei Paesi UE. A seguire, il gruppo dei Paesi balcanici, e, un po’ più staccati, i Paesi mediorientali e nordafricani, definiti a ‘medio sviluppo umano’ nella classificazione UNDP, con valori di indice inferiori a 0,8.
Fuori dall’omogeneità è la Libia, che occupa il 55° posto, con un indice del valore di 0,847 grazie ad un dato di alfabetizzazione pari all’86,8% e un reddito procapite di poco superiore ai 14.000 dollari, cifre ben diverse da quelle di altri Paesi nordafricani, che devono accontentarsi di redditi poco inferiori agli 8.000 dollari, come è il caso di Tunisia e Algeria, o ancora più bassi, come Egitto e Marocco che dividono fra la propria popolazione rispettivamente 5.349 e 4.108 dollari l’anno.”
La successiva tabella che riporta l’andamento del PIL nei Paesi mediterranei, per il periodo 2007-2010, mostra inoltre che la crescita della Libia nel quadriennio considerato ammonta all’invidiabile tasso del 17,4%.
A fronte di una crescita, nello stesso periodo, di solo l’1,2% per la Spagna e 0,2% per la Francia; per non parlare della (drammatica) contrazione del 4,2% che caratterizza il Prodotto Interno Lordo italiano.
Ebbene sì, proprio i principali membri europei della coalizione di Paesi che sta attualmente conducendo l’aggressione militare alla Jamahiryia.
Per intuire quanto autolesionismo vi sia nella politica estera di Frattini, La Russa e soci – con Presidentissimo Napolitano benedicente – e quanti danni all’economia dell’Italia stia provocando la decisione di partecipare all’operazione NATO Unified Protector, si consideri ad esempio che dal 2000 al 2008 le esportazioni delle regioni meridionali verso l’area del Mediterraneo sono aumentate addirittura del 146,52% in valore. Nel solo 2008 esse si sono attestate a poco meno di 6 miliardi di euro (mentre quelle provenienti dall’Italia centro-settentrionale ammontano a circa 19 miliardi), con una dinamica che rivela una sempre maggiore specializzazione nel proprio orientamento internazionale.
E sapendo che, appena dopo la Turchia, il secondo Paese ad assorbire il commercio proveniente dalle regioni meridionali è la Libia, per un valore di oltre 1 miliardo e 400 milioni di euro…