C’era una volta l’USIA

Verso la fine degli anni Novanta scriveva John Kleeves, nel suo Divi di Stato. Il controllo politico su Hollywood, Edizioni Settimo Sigillo (pp. 100-104):

“Alla fine ci si rese conto che occorreva una entità centrale che presiedesse alla propaganda americana all’estero. Si trattava di controllare l’informazione che nasceva negli Stati Uniti, così uniformata ma “spontanea” e quindi con dei difetti, e di integrarla con altra appositamente prodotta. Quindi occorreva convogliare il tutto all’estero nei dovuti ed efficaci modi. All’estero bisognava coordinare tale informazione con quella prodotta, controllata e diffusa dalla CIA, la Central Intelligence Agency, che era stata istituita nel 1947 sull’impianto dell’OSS (Office of Strategic Services, il servizio segreto militare del periodo di guerra, mai smantellato). La CIA si occupava essenzialmente di spionaggio politico e di sovversioni, di neo-colonizzazioni, ed un suo normale strumento operativo era la propalazione di notizie false, sia sul “nemico” che sugli Stati Uniti, oltre che naturalmente su tante altre cose. Tale propaganda della CIA andava anche controllata, supportata e resa il più possibile omogenea con quella che proveniva dagli Stati Uniti. In poche parole occorreva una entità responsabile dell’immagine estera degli Stati Uniti, cui facessero capo tutte le attività controllabili dal governo americano che contribuivano a formarla. Niente di più logico: gli Stati Uniti, in fondo non sono una nazione, ma giusto una azienda privata di dimensioni abnormi e con un proprio esercito, e le occorreva un Ufficio Pubbliche Relazioni centralizzato.
II 1° agosto 1953, durante la presidenza di Ike Eisenhower, veniva così istituita la United States Information Agency, USIA. Il suo compito era:
“Influenzare le attitudini e le opinioni del pubblico estero in modo da favorire le politiche degli Stati Uniti d’America… e di descrivere l’America e gli obiettivi e le politiche americane ai popoli di altre nazioni in modo da generare comprensione, rispetto e, per quanto possibile, identificazione con le proprie legittime aspirazioni… e dimostrare e documentare di fronte al mondo i disegni di coloro che minacciano la nostra sicurezza e cercano di distruggere la libertà”.
(…)
Era una Agenzia simile alla CIA, pubblica nell’esistenza ma segreta nell’operatività. Dipendeva ovviamente dal Dipartimento di Stato, e cioè dal Ministero degli Esteri.
Venne rapidamente ad avere dimensioni gigantesche. Svolgeva le sue mansioni controllando le fonti dell’informazione interna; favorendo l’esportazione della più adatta; presiedendo agli scambi culturali fra gli Stati Uniti e gli altri Paesi, comprendendo con la dizione anche i settori dello spettacolo e dello sport; fungendo da consulente per la CIA all’estero; cercando di influenzare il maggior numero possibile di media esteri, nei vari Paesi. Per quest’ultimo scopo verso la metà degli anni Sessanta (quando si aprì una fortuita finestra sulle sue attività) gestiva quasi 250 centrali operative segrete all’estero, in più di 100 Paesi. Qui si pubblicavano dietro altre ragioni sociali svariate centinaia di periodici, fra grandi e piccoli, di ogni settore, dalla politica allo spettacolo allo sport ai fumetti; la tiratura totale annua era di 29 milioni di copie. Influenzava per mille vie e leveraggi un numero multiplo di insospettabili media esteri, fra Case cinematografiche e discografiche, reti televisive e radio, quotidiani e settimanali a diffusioni nazionali e locali. Influenzava la maggioranza delle agenzie di stampa internazionali, sicuramente quelle del “mondo libero”, tipo l’inglese Reuter, la francese France Press, l’italiana ANSA e così via. Gestiva poi in prima persona alcuni strumenti mediatici di grande potenza, fra cui spiccava la rete radiofonica mondiale Voice of America (VOA), che alla metà dei Sessanta diffondeva 790 ore di programmi alla settimana in moltissimi Paesi, e in qualche decina di lingue.
L’attività dell’USIA rientrava nello Smith-Mundt Act e quindi le sue creazioni non potevano essere diffuse negli Stati Uniti, comprese le trasmissioni della VOA. Anzi, stando sempre al suo statuto, l’USIA non potrebbe eseguire nessun tipo di attività nel territorio statunitense.
(…)
Occorre citare almeno l’attività di promozione all’estero di prodotti culturali americani adatti; eseguita in concerto con le Multinazionali interessate. Rientravano nell’ambito libri di qualunque genere, anche romanzi o gialli; dischi di musica leggera; film e cartoni animati. Veniva incoraggiata la traduzione di opere, resa allettante in più modi la loro stampa a grande tiratura; ad autori americani venivano fatti vincere premi all’estero. Cantanti americani erano indotti a compiere tournee all’estero anche se non abbastanza remunerative per loro. Non era difficile che tali tournee fossero organizzate in periodi elettorali, o di particolare tensione politica per i Paesi ospiti. Venivano premiati in mille modi gli organizzatori di spettacoli ed i presentatori dei vari Paesi che inserivano molto materiale americano e che lo trattavano con ammirazione. Le star di Hollywood venivano inviate a partecipare a trasmissioni televisive o a manifestazioni. Shirley Temple compì numerosissime visite all’estero, sin da quando era la bambina prodigio chiamata “riccioli d’oro”: serviva ad offrire un’immagine di grazia ed innocenza agli USA e fu mandata specialmente in Paesi africani. L’Italia fu sin da subito un Paese principe per tali attività dell’USIA. Gli italiani – un popolo con forti limiti intellettuali – si entusiasmavano per divi e dive di Hollywood, e per le rock star americane, e mai sospettarono di essere manipolati. Almeno un paio dei notissimi presentatori o presentatori-imitatori italiani traevano molti vantaggi dai loro contatti con l’USIA.
Accanto alla promozione dei propri prodotti c’era lo sbarramento da effettuare sulla concorrenza, che era sia commerciale che culturale, cioè nociva sia per le Multinazionali statunitensi (case cinematografiche, discografiche ed editoriali) che per l’USIA. Così nei vari Paesi esteri, dove si poteva, si ostacolava la diffusione di filmografie, musiche ed opere stampate non di origine statunitense. Questa azione fu molto più efficace di quanto non si riesca a sospettare: la diffusione nel mondo di certe filmografie, musicalità e letterature è molto inferiore a quanto meriterebbero e ciò è dovuto proprio all’azione combinata delle Multinazionali statunitensi e dell’USIA. Basti pensare alla musica sudamericana, alla filmografia italiana, alla letteratura francese.
(..)
L’USIA è ancora in attività. Attualmente la sede centrale è al 301 IV South West Street di Washington e il suo direttore si chiama Joseph Duffey, che risponde direttamente alla signora Madeleine Albright. La sua consistenza attuale non è nota ma varie indicazioni portano a dimensioni molto superiori a quelle degli anni Sessanta, che si possono fissare nell’attualità ad un budget sui 3 miliardi di dollari e ad un personale sulle 30.000 unità; le centrali estere sono attualmente quasi 300, distribuite in circa 120 Paesi (dopo il 1993 l’USIA ha dovuto sobbarcarsi l’onere della propaganda in molti Paesi “nuovi”, dell’Europa Orientale ed ex URSS).
(…)
Gli scopi statutari dell’USIA sono ancora esattamente quelli fissati dal Congresso nel 1953. Essi prevedevano di descrivere bene gli Stati Uniti e male i loro nemici, senza chiamarli per nome. Il crollo del Muro di Berlino del 1989 non ha cambiato tali scopi. Ha annullato la Guerra Fredda, eliminando la figura dell’URSS-Impero del Male. Però, a parte la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno sempre bisogno di un Nemico Planetario, di qualcuno da combattere ogni dove e che fornisca la scusa di sovvertire il mondo, in particolare sempre il Terzo Mondo. Proprio in questi anni si sta studiando chi possa essere il Nemico Planetario del futuro. Si stanno esaminando il Terrorismo Internazionale ed il Traffico Internazionale di Droga (si, quello gestito in ultima analisi proprio dal governo americano), ma pare che non sia ancora stata scelta una via da seguire con decisione. La Cina andrebbe bene, ma non ha le caratteristiche di pericolosità mondiale che potevano essere attribuite all’URSS. Rimane certamente inalterata per l’USIA la funzione di descrivere gli Stati Uniti come Impero del Bene, il che è ciò che più interessa nel presente lavoro.
A scanso di equivoci è bene dire che anche oggigiorno le attività dell’USIA ricadono nello Smith-Mundt Act del 1948. Si può narrare in merito il seguente episodio. Nel 1985 un radioamatore dello Stato di Washington, tale Edwin A. Smith, captò una trasmissione della VOA intitolata “Africa in Print”. Sorpreso dal contenuto, che gli pareva inverosimile, una menzogna completa, chiese un trascritto della trasmissione, come in effetti aveva proposto a tutti gli interessati l’annunciatore alla fine della trasmissione. Il trascritto gli fu negato. Smith aveva in mente il Freedom of Information Act, una legge del Congresso che stabilisce il diritto di ogni cittadino americano ad ottenere qualunque documento del governo che non sia definito classified o top secret, e fece ricorso, Ebbene, un tribunale federale gli diede torto: il materiale propagandato dall’USIA all’estero può essere ottenuto solo da membri del Congresso, e dietro richiesta da valutare di volta in volta; per gli altri cittadini americani è anche reato tentare di captare le trasmissioni radio della VOA.”

Abbiamo rintracciato in rete The United States Information Agency: A Commemoration, volume autocelebrativo pubblicato all’indomani della sua integrazione con il Dipartimento di Stato, in virtù del Foreign Affairs Restructuring and Reform Act del 1998, che presenta una ricca fenomenologia dell’ingerenza diplomatica statunitense in ogni angolo del globo, attraverso i racconti e gli aneddoti dei funzionari USIA.
Qui, invece, si trova una guida generale sull’Agenzia, elaborata solo pochi mesi prima, con il dettaglio delle attività svolte.

[Se il video non risulta visibile, potete vederlo qui]

Langhirano, 28 Settembre 1911

Ricorre mercoledì il centenario della guerra di occupazione italiana della Libia, in concomitanza col quale ricorre anche l’anniversario di un luttuoso episodio avvenuto nella nostra provincia a Langhirano, noto appunto come «l’eccidio di Langhirano». Nel cimitero di questo paese esiste un sobrio monumento dedicato alle vittime della repressione che si scatenò presso la stazione del tram la mattina del 28 Settembre 1911, durante una manifestazione contro l’intervento armato voluto da Giolitti per conquistare una colonia africana all’Italia.
Giolitti, avendo ottenuto dalle potenze estere il riconoscimento dei diritti coloniali dell’Italia, nel 1911, preoccupato per la crisi marocchina, decide di iniziare la penetrazione in Libia. Intimato l’ultimatum alla Turchia, che controllava il Paese, l’esercito italiano iniziò la conquista, che terminò nel Novembre di quell’anno. La guerra libica però scatenò all’interno del nostro Paese varie reazioni, che scardinarono un equilibrio decennale fra le forze politiche che si divisero fra interventisti e contrari. Il PSI, colto di sorpresa da questo evento programmato in sordina, si divise a sua volta in molte posizioni; l’ala destra dei riformisti riconobbe i diritti del colonialismo (contrario fu Turati); si ebbe invece la netta contrarietà dei massimalisti, in particolare dei sindacalisti rivoluzionari, raccolti intorno ad Amilcare de Ambris, fratello di Alceste, che da Lugano sulle pagine de «L’Internazionale», rivolgeva appelli alle masse «contro l’imperialismo, il colonialismo, il militarismo, nemici secolari della classe lavoratrice».
Il popolo era contrario alla guerra libica, poiché il ricordo dei 4000 morti di Abba Garima era ancora troppo vivo nelle famiglie. In Emilia vi furono le prime reazioni, da Forlì partì il segnale della protesta, il 24 Settembre, ancor prima dell’inizio delle operazioni militari, con comizi di Benito Mussolini e Pietro Nenni, a cui seguirono manifestazioni e scontri, risoltisi con cariche dei carabinieri e della polizia e con l’intervento della cavalleria.
La Confederazione generale del Lavoro proclamò uno sciopero per il 27 Settembre, che fu accolto con entusiasmo a Parma. L’adesione fu massiccia da parte di tutti i lavoratori, ad eccezione dei tranvieri delle linee a vapore; lunghe file di manifestanti cercavano di raggiungere le stazioni di capolinea dei tram, per impedire la partenza e lo svolgimento regolare delle corse. La loro intenzione era di manifestare pacificamente; avanzavano a piedi o in bicicletta, cantando il motivo di una canzone allora di moda, modificata con amara ironia in «Tripoli, suol del dolore, ti giunga il pianto della mia canzon!…. Tripoli, bel suol d’amore, sarai italiana a colpi di cannon!». La polizia controllava i tranvieri, i quali però cercavano qualche pretesto per poter aderire a loro volta allo sciopero.
Lo sciopero doveva terminare a mezzogiorno del 28, per cui già alle cinque del mattino a Langhirano una quarantina di persone fra uomini e donne si avviava verso la stazione del tram, per impedire la partenza della corsa. Erano poco aggressivi, tanto che portavano con sé anche i bambini; non si sentivano urla o minacce. La stazione era presidiata dai carabinieri, ai quali si unirono le guardie forestali; impugnavano minacciosamente i moschetti. La locomotiva era ancora nel deposito. Il corteo allora si divise in due gruppi, uno dei quali si mise sui binari, mentre l’altro entrò nel cortile interno per convincere i tranvieri a non far partire il convoglio.
All’improvviso, forse in preda al panico, i carabinieri caricarono gli operai e i contadini, buttando a terra anche le donne e calpestandole; partì anche una scarica di fucileria, non verso alto, ma ad altezza d’uomo. Un momento di follia, che generò il panico tra la gente in fuga e che lasciò sul terreno morti e feriti; due ragazze restarono uccise sul colpo: Maria Montali di 22 anni fu trafitta alla nuca e alle spalle ed Elisa Grassi di 24, che era incinta, cadde coi polmoni trapassati dai proiettili. Severino Frati, di 33 anni, salì sulla vettura, ma fu colpito dal basso alla gola da un proiettile che gli recise una vena e crollò a terra; fu poi trovato col braccio destro e la coscia crivellati da numerosi colpi; morì invece all’ospedale Antonio Gennari, 43 anni, che ebbe un occhio asportato da un proiettile. Sette feriti giacevano nella polvere.
In un battibaleno si diffuse in paese la luttuosa notizia, per cui accorse una folla inferocita, che si adunò attorno alla caserma dove si erano rifugiati i carabinieri e i forestali; la gente minacciava di far giustizia sommaria. Dal canto loro, i carabinieri tenevano ancora in pugno, quasi come estrema difesa, i moschetti. Stava per accadere un’altra tragedia, tanto gli animi erano esasperati, ma si frapposero fra i due gruppi il segretario comunale Ferrari col figlio Giacomo, il futuro partigiano Arta e sindaco di Parma nonché parlamentare e ministro, molto amato dai parmigiani che ancora ogni anno lo ricordano con stima e affetto. Le parole dei Ferrari placarono l’ira del popolo e la gente tornò a casa aspettando la giustizia legale, ma i carabinieri e forestali, rinviati a giudizio, furono assolti per «inesistenza di reato». Né la stampa fu più equilibrata: infatti nel «Bollettino» dell’Agraria si scrisse: «I disordini di Langhirano sono avvenuti per causa della solita teppa».
A ricordo dell’episodio resta il monumento al cimitero, con la fiamma di bronzo e una stele da cui pende una corona di spine e un blocco di marmo sbozzato a colpi di mazza, dono dei cavatori carraresi. La dedica è «Il proletariato ai suoi morti» e sotto vi sono le lapidi di Maria, Elisa, Severino e Antonio.
Anna Ceruti Burgio

Fonte: gazzettadiparma.it

E’ arrivata l’ora del MUOS

“Le grandi piattaforme in cemento sono ultimate e nella prima settimana di ottobre potrebbe iniziare il collocamento dei tralicci per le tre grandi antenne circolari di 18,4 metri di diametro e le due torri radio di 149 metri d’altezza. Sul terreno sono visibili le lacerazioni delle ruspe per il tracciato stradale che congiungerà il costruendo centro con la stazione di radiotrasmissione della Marina militare USA di contrada Ulmo, Niscemi. Forse sarà l’ultima estate senza il MUOS (Mobile User Objective System), il modernissimo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate statunitensi pensato per le guerre del XXI secolo, quelle con i missili all’uranio impoverito, gli aerei senza pilota e le armi nucleari in miniatura, conflitti sempre più “virtuali”, computerizzati, disumanizzati.
Tre anni di ritardo sulla tabella di marcia degli strateghi del Pentagono, centinaia di milioni di dollari dilapidati per individuare e correggere gli errori progettuali, ma adesso non c’è più tempo da perdere, anche a costo di stuprare i territori e l’ambiente e ignorare la volontà popolare. Così per Washington e militari italiani, si può sbancare all’interno dell’area protetta “Sughereta” di Niscemi, Sito di Importanza Comunitaria (SIC), senza le necessarie autorizzazioni, in spregio alle leggi e al senso comune. “Lavori del tutto abusivi”, ha denunciato il sindaco di Niscemi, Giovanni Di Martino, che in compagnia degli amministratori di Caltagirone (Ct), Gela (Cl) e Vittoria (Rg) si è recato al cantiere MUOS per notificare l’ordinanza di sospensione dei lavori. “Avremmo voluto incontrare i militari statunitensi e consegnare personalmente l’atto, ma non si sono presentati”, afferma Di Martino. “Poco tempo fa ho avuto notizia che all’interno della riserva naturale erano in piena attività camion, ruspe e betoniere. Ho inviato due volte i vigili urbani per verificare se effettivamente si stesse realizzando il terminale terrestre del MUOS. Da qui l’ordinanza di sospensione immediata dei lavori, provvedimento trasmesso alla Procura della Repubblica di Caltagirone, al Comando della polizia municipale, alla Stazione dei carabinieri ed al Genio civile di Caltanissetta”.
I lavori nell’area protetta “Sughereta” sono iniziati subito dopo il parere favorevole emesso l’1 giugno 2011 dall’assessorato territorio ed ambiente della Regione siciliana, bypassando l’amministrazione comunale che aveva formalmente dichiarato la propria contrarietà al progetto. Al diktat di Palazzo dei Normanni, il sindaco Di Martino ha risposto presentando ricorso al Tar. “La Regione non aveva titolo per adottare provvedimenti che sono di competenza del Comune di Niscemi”, spiega il sindaco. “L’assessorato avrebbe potuto rilasciare l’autorizzazione solo nel caso in cui fossimo rimasti inerti di fronte al problema. Il 20 novembre 2009, l’amministrazione comunale ha però annullato il nulla osta ambientale che era stato rilasciato in precedenza per il progetto MUOS, perché riteniamo che l’area è già altamente a rischio per la presenza di 41 antenne di comunicazione poste nella base statunitense già dagli anni ’90”.”

La laboriosa estate del MUOStro di Niscemi, di Antonio Mazzeo, continua qui.

[Alcune foto del cantiere inviateci da Maria Grazia, alla quale va il nostro ringraziamento: 1, 2 e 3]

Ammiragli… di pace e lo spirito di san Francesco tradito

La leggenda vuole che il Santo di Assisi incontrasse il lupo che terrorizzava quelle contrade facendo strage di animali e di uomini e, accortosi dei suoi lamenti per una spina conficcatasi in una zampa, nonostante che tutti lo invitassero a fuggire via, Francesco, mosso da carità cristiana, curò il feroce animale sino alla sua guarigione…
1600 era il numero tragico, ricordato simbolicamente nella marcia della pace Perugia-Assisi odierna (ieri – ndr), di migranti morti negli ultimi sei mesi nel Mediterraneo supercontrollato dalla flotta NATO.
Ai microfoni delle tv che li intervistavano, i pacifisti marciatori con un numero stampigliato addosso ed una maschera bianca per ricordare come queste morti anonime non riescono a scuotere la coscienza della civilissima Europa, han ripetuto purtroppo un ritornello frutto, o di ingenua ignoranza sulla natura della NATO o di un tacito non voler mettere in crisi quei complessi meccanismi di interazione tra ONG cattoliche e non, con le strutture di intervento e soccorso militari che operano sulle coste italiane, in primis Lampedusa.
Un ritornello che abbiamo già sentito dal ministro Frattini poco più di un mese fa, quando, messo in difficoltà dinanzi all’ennesima strage, in piene polemiche sui mancati soccorsi, affermava che avrebbe chiesto alla misteriosa NATO, chiarimenti… dubbioso se scrivere tale richieste in inglese, tedesco e francese poiché assolutamente all’oscuro chi fosse nella NATO chi aveva il comando delle operazioni navali.
Insomma, sfilare lodevolmente per chilometri, ricordando quella tragedia è bene, ma… per poter ridare dignità a quei migranti anonimi affogati nel Mare Nostrum forse sarebbe ora di dare un nome e un cognome alla catena di comando delle navi NATO e su quell’ipotetico mancato soccorso in un mare supercontrollato.
Basterebbe solo un piccolo sforzo, quello di rileggere le pagine dei giornali e i resoconti stenografici delle sedute in Parlamento per poter avere sorprendenti risposte alle nostre domande.
Scopriremmo così che il 23 Marzo 2011, in Senato, l’attuale smemorato ministro Frattini annunciava con grande soddisfazione che l’ammiraglio di Squadra Rinaldo Veri, persona stimatissima dalla NATO e dallo Stato Maggiore italiano, diveniva il Comandante del Comando Navale Alleato antiGheddafi. Questo avveniva dopo un lungo e difficile braccio di ferro, nella NATO, inizialmente orientata a tener fuori l’Italia, ma che poi, con un accordo prevedeva, a fronte dell’utilizzo di basi e della logistica italiana e del contributo alla coalizione di volenterosi di un dispositivo aeronavale nazionale, che all’Italia venisse conferito un incarico di prestigio nel dispositivo NATO anti-Gheddafi, salvando così la faccia di Berlusconi e il governo italiano.
In seguito, la responsabilità italiana, sulle operazioni in mare, diveniva totale con l’assunzione del comando delle 15 navi militari componenti il NATO Task Group 455.01 da parte del Contrammiraglio Gualtiero Mattesi imbarcato sulla portaerei Garibaldi, poi sostituito a Giugno dall’Ammiraglio Foffi già Comandante del Contingente Navale Italiano assegnato alla NATO per l’operazione Unified Protector.
Insomma il comando delle navi NATO che han pattugliato quelle acque dove han trovato la morte 1600 migranti non parlava tedesco, inglese, olandese, francese, ma semplicemente italiano.
Ma ad aggiungere sorpresa a sorpresa scopriremmo nella nostra ricerca, che in piena adesione al cliché che accompagna mediaticamente l’uso del nostro strumento militare e che definisce i nostri guerrieri come ambasciatori di pace, ebbene scopriremmo che qualche ammiraglio di quella catena di comando è stato insignito addirittura della “palma d’Oro” dalla Assisi Pax International.
Se non vivessimo nell’Italia dei paradossi porremmo la domanda: – “Come è possibile fregiarsi di una onorificenza legata al nome di san Francesco e poi permettersi di non punire fermamente chi, come sottoposto, comandante di una o più navi, ha voltato lo sguardo e turato le orecchie dinanzi ai disperati appelli di migranti in difficoltà?” – “Signor Ammiraglio, come è possibile che proprio sotto il suo comando lo spirito del Santo di Assisi, quello della carità cristiana, del soccorso ai bisognosi fossero pure degli animali, sia stato violato od omesso da dei suoi sottoposti?” – “Ma nei vincoli con i quali le veniva assegnata la Palma d’oro non vi era quello di dovere essere disponibile ad impegnarsi come testimone e portavoce della “Cultura di pace”,… e dei principi della “cultura di pace” pronunciando, pubblicamente la “promessa di operare per il dialogo culturale come procuratore-ambasciatore di pace” nel prossimo futuro?“.
1600 volti anonimi in nome dello spirito del Santo dai piedi nudi invocano da lei giustizia e rispetto della dignità umana affinché altri non si vadano ad aggiungere a questo infinito elenco di vittime della cinica Fortezza Europa.
Antonio Camuso

Fonte: pugliantagonista.it

Onore alla Libia che resiste!

E’ di queste ore la notizia che l’Alleanza Atlantica ha chiesto e ottenuto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU un’ulteriore proroga di 3 mesi per portare a termine il “lavoro” contro la Jamahiriya che scadeva il 27 Settembre.
Il “sì” al rinnovo è arrivato dal Palazzo di Vetro con più di una settimana di anticipo. Un segnale che rimanda a una situazione sul terreno tutt’altro che stabilizzata.
Se la Serbia è stata costretta alla resa in 73 giorni, i pashtun dell’Afghanistan erano in rotta dopo 7 e l’Iraq ha messo in libertà le forze armate ai 30, la Libia non ha ancora mollato in quasi 200 pur disponendo di un più che modesto, e per larga parte obsoleto, apparato militare.
Le unità libiche, a cominciare dalla 32° Brigata, hanno retto con grande dignità e determinazione al feroce, sanguinoso assalto navale, terrestre e aereo organizzato dalla NATO.
Contrariamente a quanto previsto da tecnici ed esperti di gran grido a libro paga dell’Alleanza Atlantica, non c’è stato nessun collasso delle forze armate della Jamahirya.
Se le “missioni di pace” in Asia e Medio Oriente e la lotta globale al “terrorismo” sono costate agli Stati Uniti, dall’11 Settembre del 2001 a oggi, 3.300 miliardi di dollari mettendo definitivamente in ginocchio la sua economia, dal canto suo la Francia di Sarkozy, dopo aver attizzato il fuoco nell’Africa subsahariana per rinverdire avventure coloniali che in Indocina si conclusero a Dien Bien Phu, sta uscendo con le ossa rotte dal Maghreb.
La Gran Bretagna di Cameron, dopo aver rottamato l’ultima portaerei, naviga a vista in un mare di tempesta dalle Falkland a Cipro.
Quanto all’Italia, la partecipazione a una nuova guerra, questa volta nel Mediterraneo, dopo l’Iraq e l’Afghanistan, contribuirà a farci togliere un’altra A e ad appiopparci un ulteriore outlook negativo dagli gnomi del rating.
Né potrà essere di grande aiuto per i tre dei quattro “grandi” della U.E. che un raccogliticcio contingente ONU li sostituisca sul terreno a breve o medio periodo. Continua a leggere

Vittime civili della NATO in Libia

Per stomaci forti.
Fonte: leonorenlibia

E un grande scoop della “libera stampa”:

Roma, 23 settembre – Le forze speciali degli alleati contro il regime di Tripoli hanno giocato un ruolo attivo fondamentale per la caduta di Muammar Gheddafi in Libia. E’ quanto emerge da una relazione del Royal United Services Institute, secondo il quale unità inviate sul terreno per attività di intelligence, addestramento e protezione di siti sensibili sarebbero stati determinanti per l’avanzata dei ribelli verso la capitale libica e la sua conquista. Tra questi “elementi sotto copertura” figurano anche degli italiani.
Sulla base di notizie di stampa, video, fotografie e altro materiale sensibile, secondo quanto si legge oggi sul Times, l’istituto ha confermato l’impegno di unità d’elite di Regno Unito, Francia, Italia, Bulgaria, Qatar, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Le forze speciali avrebbero dapprima contribuito a evacuare cittadini stranieri e dipendenti occidentali del settore petrolifero e si sarebbero poi dedicati a un lavoro su larga scala: addestramento dei combattenti dell’opposizione, attività di spionaggio, sorveglianza dei principali leader ribelli, consegna di armi e protezione di strutture sensibili come i depositi di armi nucleari nel Paese.
Le truppe di elite di Londra, spiega oggi il quotidiano britannico, avrebbero trascorso circa quattro mesi a Tripoli per preparare la grande avanzata dei ribelli verso la capitale. Gli altri contingenti occidentali, nello stesso periodo, si sarebbero concentrati nella raccolta di notizie di intelligence. Sebbene non si conosca l’esatto numero dei militari utilizzati per questa attività, l’Istituto riferisce che i britannici sarebbero stati oltre 40, come i francesi. Gli Emirati arabi Uniti avrebbero offerto 30 uomini, il Qatar 20, la Bulgaria 12, l’Italia 10. Il contingente più numeroso sarebbe stato quello dell’Egitto, con 100 militari.
(TMNews)

“Più saranno i Paesi… meglio sarà per noi”

In Somalia sono decine di migliaia i morti per la grave carestia che ha colpito buona parte del paese, mentre 750.000 persone potrebbero morire di fame nei prossimi quattro mesi se la comunità internazionale non garantirà sufficienti aiuti alimentari alle popolazioni del Corno d’Africa. Secondo le Nazioni Unite, dodici milioni e mezzo di persone hanno urgente bisogno di cibo, acqua e medicinali, mentre sta crescendo giorno dopo giorno il numero dei disperati in fuga dalle sei macroregioni somale duramente colpite dalla siccità. Oltre 600.000 somali hanno attraversato il confine per raggiungere i campi profughi sorti nei paesi confinanti. Nella tendopoli di fortuna di Dadaab, Kenya orientale, il più affollato centro per rifugiati al mondo, sono stipati oggi più di 420.000 persone. In Etiopia, le agenzie internazionali hanno installato quattro grandi campi di accoglienza, dove affluiscono oltre un migliaio di sfollati al giorno. Una crisi umanitaria imponente ma con radici lontane, che le grandi reti mediatiche stanno rendendo visibile internazionalmente sulla scia della campagna interventista lanciata dal Dipartimento di Stato e da USAID, l’agenzia per gli aiuti allo sviluppo degli Stati Uniti d’America. Per Washington è indispensabile aprire manu militari corridoi “umanitari” che consentano il flusso degli aiuti alle popolazioni colpite. Un’occasione da non perdere per chiudere di rimessa e definitivamente, la partita in Africa orientale contro le organizzazioni combattenti nemiche.
“Abbiamo contribuito con quasi 600 milioni di dollari nei primi otto mesi del 2011 fornendo aiuti a più di 4,6 milioni di abitanti del Corno d’Africa e confermando il ruolo degli Stati Uniti come il maggiore dei donatori mondiali nella regione”, affermano i funzionari di USAID. “Il nostro governo ha inoltre annunciato che finanzierà la fornitura di aiuti umanitari addizionali al popolo somalo e sta lavorando con le agenzie internazionali per portare alla popolazione i bisogni basici”. A metà agosto, il presidente Obama ha approvato uno stanziamento straordinario di 105 milioni di dollari per l’acquisto di “cibo, farmaci, shelter e acqua potabile per coloro che hanno disperatamente bisogno di aiuto in tutta la regione”, come recita un dispaccio del Dipartimento di Stato. Troppo poco. Per le Nazioni Unite, infatti, c’è bisogno di un miliardo di dollari in più per rispondere a tutte le necessità alimentari e sanitarie in Corno d’Africa. Gli ha risposto solo l’Unione europea annunciando fondi per 100 milioni di dollari e, bontà sua, la Banca mondiale, disponibile a stanziare sino a 500 milioni di dollari, 8 milioni appena per affrontare l’emergenza, il resto per chissà quali progetti “a lungo termine” a favore degli “agricoltori della regione”. Washington però avverte: sino a quando opereranno impunemente in Corno d’Africa le milizie degli Shebab, le formazioni integraliste somale ritenute vicine alla costellazione di al-Qaeda, “per le organizzazioni umanitarie sarà impossibile raggiungere e prestare assistenza alle popolazioni”.
“La mancanza di sicurezza e di vie di accesso alle aree colpite limita significativamente gli sforzi assistenziali in Somalia”, ha dichiarato il vicesegretario di Stato per gli affari africani, Don Yamamoto, in una sua audizione al Senato. “Esistono difficoltà a portare cibo dove c’è più necessità a causa della presenza dell’organizzazione terroristica degli Shebab. Le sue minacce hanno costretto le Nazioni Unite a ritirarsi dai programmi di assistenza in diverse parti della Somalia sin dall’inizio di quest’anno”. Secondo Yamamoto, “i più colpiti dall’odierna siccità sono gli oltre due milioni di somali intrappolati nelle aree meridionali e centrali della Somalia sotto il controllo degli Shebab”. Secondo il vicesegretario, gli Stati Uniti si stanno attivando insieme ai principali partner internazionali “per contrastare gli Shebab e impedire che minaccino i nostri interessi nell’area o continuino a tenere come ostaggio la popolazione somala”. In che modo ci ha pensato lo staff di USAFRICOM, il Comando degli Stati Uniti per le operazioni militari nel continente africano, riunitosi a fine luglio a Stoccarda (Germania).
“La grave carestia in Corno d’Africa è una delle priorità del Comando USA congiuntamente alla crescita nella regione dei gruppi estremisti violenti”, ha spiegato il generale Carter F. Ham, comandante di AFRICOM. “La situazione attuale non richiede un significativo ruolo militare, ma il governo USA potrebbe chiederci qualche forma di supporto per il futuro. Se vado aldilà dell’aspetto umanitario e guardo a quello militare, posso affermare che il rischio più grave in Africa orientale è oggi rappresentato dagli estremisti di Shebab”. Per il generale Ham, il primo passo per “indebolire” le milizie è quello di accrescere l’assistenza USA nel campo della “sicurezza e della stabilità interna” al Governo federale di transizione della Somalia e agli altri paesi della regione. “L’organizzazione di esercitazioni e scambi militari multinazionali è un mezzo importante per sviluppare la cooperazione tra le nazioni africane”, ha dichiarato Ham. “Più saranno i Paesi che si uniranno per partecipare simultaneamente alle esercitazioni e meglio sarà per noi”.
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Grazie ad AFRICOM è stata costituita la East Africa’s Standby Force (EASF), una forza di pronto intervento a cui i paesi dell’Africa orientale hanno assegnato i propri reparti d’élite. La formazione del personale EASF e l’addestramento operativo è curato dai marines della Combined Joint Task Force-Horn of Africa (CJTF-HOA), la task force USA creata a Gibuti nel 2002 per “combattere le cellule terroristiche in Africa orientale” e che, dopo la creazione di AFRICOM nel 2008, è divenuta la struttura chiave per la proiezione avanzata delle forze armate statunitensi nel continente. Oltre a formare i reparti militari africani, CJT-HOA ricopre un variegato ventaglio di missioni, compresi la pianificazione delle operazioni multinazionali in Africa, la negoziazione di accordi legali per futuri interventi e/o installazioni in loco, il sostegno alle operazioni anti-pirateria delle flotte USA, NATO ed UE nelle acque del Mar Rosso.
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Il Comando USA per le operazioni speciali in Africa è lo stesso che dal mese di giugno pianifica e dirige le operazioni in Somalia di bombardamento missilistico con l’utilizzo di velivoli UAV senza pilota (i droni del tipo Predator) contro obiettivi top secret, come rivelato dai maggiori quotidiani statunitensi. Il Pentagono sta inoltre preparando il trasferimento di quattro UAV alle forze armate di Uganda e Burundi, che hanno messo a disposizione 9.000 uomini per la forza multinazionale dell’Unione Africana presente a Mogadiscio e in altre città somale. Ai due Stati africani Washington ha fornito nei mesi scorsi equipaggiamenti militari (camion di trasporto, blindati, giubbotti antiproiettile, visori notturni, ecc.), per un valore di 45 milioni di dollari.
Attivissima nella formazione dei militari somali nell’individuazione e smascheramento dei miliziani Shabab è anche la famigerata CIA – Central Intelligence Agency degli Stati Uniti d’America. Oltre a finanziare ed armare la neo costituita agenzia di spionaggio nazionale (la Somali National Security Agency), la CIA ha collaborato alla realizzazione di una grande stazione d’intelligence all’interno dell’aeroporto di Mogadiscio, nota localmente come “the Pink House” o più semplicemente “Guantanamo”, perché utilizzata per gli interrogatori sotto tortura dei prigionieri sospettati di terrorismo. Come rivelato da un lungo reportage del New York Times (11 agosto 2011), per l’addestramento delle unità africane in lotta contro gli Shebab, il Dipartimento di Stato e la CIA si sarebbero pure affidati ai mercenari di origine sudafricana, francese e scandinava contrattati dalla Bancroft Global Development, una società di sicurezza privata statunitense con uffici alla periferia di Mogadiscio. Secondo il quotidiano USA, Bancroft Global Development verrebbe utilizzata ufficialmente in ambito Unione Africana dalle forze armate di Uganda e Burundi, successivamente rimborsate per le loro spese da Washington. Dal 2010, la compagnia privata avrebbe conseguito in Somalia utili per circa 7 milioni di dollari.
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Da Crociata “umanitaria” USA in Corno d’Africa, di Antonio Mazzeo.