La Libia non è in (s)vendita

Con due diversi comunicati, l’ultimo delle 21.17 del 26 Ottobre, l’Ansa fornirà la notizia che il Qatar (!) si appresta a sostituire la NATO al fine missione di Unified Protector previsto per il 31 Ottobre, in attesa di un nuovo vertice dei Ministri degli Esteri e della Difesa dell’Alleanza Atlantica per stabilire un piano di gestione condivisa della “nuova“ Libia, dichiarata “liberata“ dalla feccia tribale che si riconosce nel ex ministro della giustizia della Jamahiriya Adbel Jalil. Dichiarazione arrivata Domenica 23 durante una manifestazione pubblica a Bengasi. Il perché lo si sia fatto nella città della Cirenaica invece che a Tripoli la dice lunga sulle condizioni dell’ordine pubblico attualmente esistenti nei quartieri della capitale e sul “consenso“ espresso da 2 milioni di residenti (1/3 dell’intera popolazione dell’ex colonia italiana) alle formazioni armate dei mercenari-tagliagole comandati da Abdelhakim Belhadj, che pattugliano le strade e le vie della capitale ricorrendo a una sistematica brutalità contro le famiglie dei “lealisti“ e alla caccia ai militanti dei Comitati Popolari che si conclude sempre più spesso in scontri a fuoco o in esecuzioni sommarie. Nel frattempo, cresce la scollatura tra gli stessi clan che assediano una città ormai ridotta alla fame, sempre più carente di assistenza sanitaria, di scorte di benzina e gasolio e di servizi pubblici. Da segnalare la mancanza di qualsiasi contatto tra la popolazione locale e gli “stranieri“ calati come un orda selvaggia su Tripoli, preceduta dai bombardamenti aerei della NATO che hanno portato morte e distruzione, messo in ginocchio le infrastrutture della capitale e sconvolto alla radice la qualità della vita e l’abituale serenità della gente.
Un già visto a Baghdad con i miliziani curdi di Erbil e Kirkuk di Jalal Talabani, attuale presidente dell’Iraq e a Kabul con i tagiki-uzbechi dell’Alleanza del Nord di Ahmad Massud, i cui successori sono stabilmente rappresentati nel governo Karzai sostenuto da USA e NATO. Continua a leggere

Decreto sviluppo

Roma, 27 Ottobre – Valorizzare il vero made in Italy, facilitando l’export di prodotti realizzati in Italia con materie prime e occupazione locale, anziché investire risorse pubbliche in iniziative che fanno concorrenza sleale ai produttori nazionali, consentendo di produrre all’estero prodotti tipici che di italiano hanno soltanto il nome. E’ l’interrogazione che fa riferimento al caso Parmacotto, presentata al ministro dello Sviluppo economico Romani, da Sebastiano Fogliato vicepresidente dei deputati Lega Nord, Manuela Dal Lago presidente della Commissione Attività produttive della Camera e Gianni Fava presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione.
La Simest, società italiana per le imprese all’estero controllata per il 76% dal governo, ha stipulato con il gruppo Parmacotto un accordo che prevede un investimento di 11 milioni di euro nel capitale sociale dell’azienda parmigiana per espandersi nel mondo ma anche una collaborazione per la realizzazione di uno stabilimento dedicato alla produzione di preaffettati direttamente negli USA. I deputati leghisti sottolineano che si vendono alimenti realizzati con materie prime non italiane e confezionati sul posto con etichette e marchi che evocano prodotti tipici italiani, come la ‘bresaola uruguaiana’ e culatelli a base di carni francese e tedesche e lavorate nel New Jersey. Da qui la richiesta al ministro di sapere con quali criteri vengono scelti i progetti da finanziare da Simest.
(ANSA)

Sabato 29 Ottobre contro il MUOS

“Io ci metto la faccia” è la risposta all’inammisibilità del ricorso al TAR presentato dall’amministrazione comunale di Niscemi, contro il provvedimento autorizzativo a firma del responsabile dell’Ufficio territorio e ambiente della Regione Sicilia.
“Io ci metto la faccia” sulla scelta di dire NO!
NO all’installazione del MUOS così come NO allo sfruttamento del territorio per scopi militari, NO affinché l’identità dei siciliani NON divenga definitivamente quella di colonia assoggettata a giochi bellici ed egemonici.
Sabato 29 Ottobre 2011 manifestazione davanti alla base USA in contrada Ulmo e, a seguire, assemblea pubblica alla quale interverranno alcuni esponenti dei NO Radar Sardegna, della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella e il giornalista Antonio Mazzeo.
Qui il programma in dettaglio.

Denuncia contro lo Stato italiano

Il sottoscritto GIUSEPPE FALLISI (…)
ESPONE
Secondo notizie di stampa e di tutti i mass media nazionali ed internazionali dal 19 marzo 2011 si è avuto notizia della partecipazione delle forze armate italiane all’operazione Odissey Dawn, consistente nell’attacco alla Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista, cioè alla Nazione libica. L’attacco viene condotto dalle forze principalmente aeree e navali degli Usa, Gran Bretagna, Francia e Spagna.
Sempre secondo le notizie diffuse da tutti gli organi di informazione l’Italia fornisce le basi militari da cui partono le azioni militari ed altro supporto logistico alle azioni belliche.
Dal 23 Marzo 2011 gli organi di informazione diffondono la notizia che aerei da guerra della Repubblica Italiana conducono missioni militari di attacco, e comunque belliche, contro la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista.
Si denuncia che le azioni militari contro Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista e sul territorio libico non sono mai cessate e continuano alla data della presentazione della presente denuncia, contro il territorio libico, le istituzioni libiche, le forze armate libiche e con ormai numerosissime vittime tra la popolazione libica.
Le operazioni militari citate contro la Libia rappresentano una palese violazione dell’art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
*
Si denuncia che le circostanze riportate violano principi costituzionali fondamentali quali il rispetto dell’uguaglianza sovrana degli Stati; l’impegno a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica della controparte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite; l’impegno alla non ingerenza negli affari interni e, nel rispetto dei princìpi della legalità internazionale, a non usare né concedere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile nei confronti della controparte; l’impegno alla soluzione pacifica delle controversie. Viene anche violato il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista” negli articoli che prevedono la reciproca non aggressione.
*
La violazione dell’Art. 11 della Costituzione tramite l’esecuzione di azioni di guerra contro un’altra Nazione e contro un territorio straniero rappresenta un fatto di gravità eccezionale per il nostro ordinamento.
*
In considerazione di quanto sopra,
Si chiede alla Procura della Repubblica di individuare i responsabili della azioni militari, belliche, di guerra contro la Libia, la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista, il territorio e la popolazione libica, le sue istituzioni e le sue forze armate
Contro queste persone ora ignote che la Procura della Repubblica vorrà individuare
si sporge denuncia
Per violazione dell’art. 11 della Costituzione,
per aver posto in essere Atti ostili verso uno Stato estero, che espongono lo Stato italiano al pericolo di guerra – reato previsto e punito dall’art. 244 Cp.,
per avere tenuto intelligenze con lo straniero allo scopo di impegnare lo Stato italiano nella guerra – reato previsto e punito dall’art. 245 Cp.,
per avere attentato alla Costituzione dello Stato conducendo azioni belliche e militari in Libia e contro la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista tali da stravolgere la Repubblica Italiana come istituzione che “ripudia la guerra” – reato previsto e punito dall’art. 283 Cp.
E per tutti gli altri reati che la Procura della Repubblica riterrà di individuare.
*
Si chiede di essere informati in caso di richiesta di archiviazione.
Si elegge domicilio per ogni comunicazione, compresa quella di essere informati in caso di archiviazione, presso lo studio dell’Avv. Luca Tadolini, via Crispi 10, 42121 Reggio Emilia, luca.tadolini@ordineavvocatireggioemilia.it.

Roma, 27 ottobre 2011

Giuseppe Fallisi

[Atto depositato presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Roma in data odierna.
English version]

Il tenore Joe Fallisi denuncia l’attacco alla Libia

Nelle ore più vergognose per l’Occidente, mentre già si rincorrevano le notizie dell’assassinio di Muammar Gheddafi da parte delle bombe umanitarie sganciate dalle aviazioni della NATO sulla martoriata città di Sirte, Joe Fallisi, noto tenore italiano e, soprattutto, geloso tutore delle libertà dei popoli, ha voluto predisporre la presentazione, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, di una dura denuncia (contro, “ignoti”… ça va sans dire) per il manifesto attentato all’articolo 11 della Costituzione esplicitato dalla partecipazione italiana alla vergognosa guerra contro la Libia.
Come lo stesso Fallisi ha premesso nella sua denuncia, dal 19 Marzo 2011 si è avuto notizia della partecipazione delle forze armate italiane – inizialmente con l’apporto di basi e della logistica – all’operazione Odissey Dawn, consistente nell’attacco condotto contro la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista, cioè la Nazione libica, dalle forze principalmente aeree e navali degli USA, Gran Bretagna, Francia e Spagna.
Dal 23 Marzo 2011 gli organi di informazione diffondono la notizia che aerei da guerra della Repubblica Italiana conducono missioni militari di attacco, e comunque belliche, contro la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista.
Tali “operazioni militari – secondo il denunciante – contro la Libia rappresentano una palese violazione dell’art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. La violazione dell’art. 11 della Costituzione tramite l’esecuzione di azioni di guerra contro un’altra Nazione e contro un territorio straniero rappresenta un fatto di gravità eccezionale per il nostro ordinamento”.
In considerazione di quanto sopra, Fallisi ha chiesto “alla Procura della Repubblica di individuare i responsabili della azioni militari, belliche, di guerra contro la Libia, la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista, il territorio e la popolazione libica, le sue istituzioni e le sue forze armate”. E naturalmente di punirli per aver commesso una lunga serie di evidenti reati penali. Fallisi ha deciso di eleggere domicilio per ogni comunicazione presso lo studio dell’Avv. Luca Tadolini, via Crispi 10, 42121 Reggio Emilia, luca.tadolini@ordineavvocatireggioemilia.it.
La denuncia, corredata dai vari documenti di appoggio, sarà anticipata a Roma, il prossimo giovedì 27 Ottobre 2011, nel corso di una conferenza stampa.
E. C.

Fonte: rinascita

Il “sequestro” della Montecristo

Somalia, emergenza pirati: c’è una gran puzza di zolfo

Quando il 10 Ottobre alle ore 19.20 è uscito il comunicato dell’Adnkronos che dava notizia del sequestro della portarinfuse Montecristo (56.000 tonnellate di stazza lorda), della società di navigazione livornese D’Alesio Group, è apparso evidente che il contenuto fosse già stato precedentemente trattato da esperti in veline dell’Alleanza Atlantica.
L’allarme di “emergenza pirati“ lanciato alle ore 6.45 dal comandante Diego Scussat, che ha fornito le coordinate geografiche della nave al momento dell’arrembaggio, è stato ricevuto dai satelliti militari per essere poi ritrasmesso a terra in tempo reale e da qui irradiato a tutte le piattaforme della NATO di Ocean Shield e dell’altrettanto dispendiosissimo doppione europeo Eunavfor Atalanta, che controllano lo spazio marittimo e i cieli sulla direttrice ovest-est, dal Golfo di Aden a quello dell’Oman, e nord-sud, dallo stretto di Bab el Mandeb fino alle isole Seychelles, compreso il Madagascar e “proiezione di sorveglianza“ fino al Capo di Buona Speranza (!).
Inutile dire che la Repubblica delle Banane partecipa ad ambedue le “missioni“ con costosi assets satellitari, navali, aerei e ad ala rotante.
Il personale della Marina Militare e dell’Aviazione e Corpi Speciali, di stanza sia a terra che su piattaforme mobili, supera (non ufficialmente) le 750 unità dal 13 Dicembre 2008.
L’Ammiraglio Gualtiero Marchesi comanda la missione Ocean Shield da bordo del cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria (equipaggio 240 uomini) e il Maggior Generale Buster Howes lo fa per quella Eunavfor Atalanta dalla base di Gibuti, dove manteniamo ufficiali di collegamento, sede avanzata del Quartier Generale di Northwood in Inghilterra.
In più, l’Italietta dal Gennaio 2010 è schierata in Uganda con EUTM Somalia a Kampala e a Bihangha.
Ufficialmente, i “berretti verdi“ nazionali operanti a Kampala sono 19 mentre 17 sono gli “istruttori“ ied-antimine.
In Kenia, a Nairobi, il Ministro della Difesa La Russa mantiene “uffici di collegamento“ affiancati da personale della Direzione Generale Cooperazione e Sviluppo dipendente dal Ministero degli Esteri.
A cosa possa servire questo ingente impegno in Uganda e Kenya è presto detto. Il 16 Ottobre l’esercito di Nairobi ha lanciato un offensiva in Somalia contro gli “islamisti“ Shebaab sospettati (siamo alle solite) di rapimento di cittadini stranieri in territorio keniano. L’ex serpente dell’Asia Ban Ki Moon non ha mosso foglia per dare fiato alle trombe. Il silenzio su una nuova aggressione dall’esterno al territorio della Somalia è stato totale.
“Siamo penetrati in Somalia per perseguire i responsabili di sequestri e di attacchi“, ha dichiarato il portavoce del governo di Nairobi K. Matua.
Dal mese di Agosto risultano “disperse“ due collaboranti di una Ong non meglio precisata.
Abbiamo rinvenuto due foto senza nome, cognome e nazionalità, di razza caucasica. Nient’altro.
Puzza lontano un miglio di “narcos“ messicani pagati dall’Iran per assassinare l’ambasciatore saudita a Washington. Questa volta tocca al Kenia tentare di “liberare“, a contratto, la Somalia dai residenti per conto di USA, NATO e Unione Europea, dopo la disastrosa, recente, sconfitta riportata dall’Etiopia nell’ex colonia italiana.
L’integrazione tra forze USA-NATO e UE anche nelle finalità militari e neocoloniali nel quadrante africano centro-settentrionale è ormai, da anni, un meccanismo costosissimo e ampiamente rodato. L’aggressione alla Jamahirya rientra in un piano strategico militare ed economico-energetico-minerario di ben più ampia portata, ai danni dell’intero continente africano. Continua a leggere

Amanda, Hank e Troy

Amanda Knox è tornata in America grazie a un nuovo test del DNA e vi è giunta come una santa salvatasi dalla medievale giustizia italiana.
Invece per Hank Skinner il test del DNA non l’hanno fatto e nemmeno lo faranno.
Al processo il suo avvocato non lo chiese e ora le corti del Texas si rifiutano ostinatamente di concederlo.
Peccato, perché quel test potrebbe scagionarlo.
Anche lui, come Troy Davis, è stato miracolato dalla Corte Suprema che ha fermato l’esecuzione mezz’ora prima che gli infilassero gli aghi, il 24 maggio 2010, ma ora il tempo è scaduto e il 9 novembre l’ammazzano in serena coscienza: perché loro, gli americani, non hanno mica la nostra giustizia medievale.
Claudio Giusti

Divi di (quello) Stato 4°

Richard Gere è sul libro paga del governo statunitense.
Il famoso attore, presidente della Campagna Internazionale per il Tibet, lo scorso 2 Giugno ha partecipato a un’audizione di fronte al Comitato per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti.
Come regolamento esige, la copia stampata del suo contributo orale è accompagnata da una dichiarazione circa l’organizzazione da lui rappresentata e i finanziamenti governativi ricevuti, in prima persona o all’organizzazione stessa, dall’1 Ottobre 2008.
Ebbene, il signor Gere ha dichiarato di ricevere 50.000 dollari annui, a partire dal 2009 per ciascun anno compreso quello corrente, tramite il National Endowment for Democracy (NED).
Tutto sommato poca roba, per una stella di Hollywood.
La prova autografa è qui, nell’ultima pagina del documento.

P.s.: la colonia Italia, dal canto suo, lo premia con il “Marc’Aurelio”.

Il vero problema è Wall Street

Follow the money: dietro la crisi del debito in Europa si nasconde un altro gigantesco bailout di Wall Street

Oggi (4 Ottobre u.s. – ndr) Ben Bernanke si è aggiunto alle voci di coloro che si dicono preoccupati per la crisi del debito in Europa. Ma perché esattamente l’America dovrebbe essere così preoccupata? Sì, noi esportiamo verso l’Europa – ma queste esportazioni non si esauriranno. E in ogni caso, sono piccole rispetto alle dimensioni dell’economia statunitense.
Se si vuol capire la vera ragione, bisogna “seguire il denaro”. Un default greco (o irlandese o spagnolo o italiano o portoghese) avrebbe circa lo stesso effetto sul nostro sistema finanziario, dell’implosione di Lehman Brothers nel 2008.
Caos finanziario.
Gli investitori ne hanno già sentore. Le borse lunedì sono crollate ai minimi da 13 mesi a questa parte, in quanto gli investitori hanno venduto i titoli bancari di Wall Street.
Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali Wall Street ha prestato solo circa $ 7 miliardi alla Grecia, a partire dalla fine dello scorso anno. Questo non è un grosso problema.
Ma un default della Grecia o di qualsiasi altro Paese d’Europa gravato da debito potrebbe facilmente mandare a gambe all’aria le banche tedesche e francesi, che hanno prestato alla Grecia (e agli altri Paesi Europei traballanti) molto di più.
Ecco dove entra in gioco Wall Street. Le grandi banche di Wall Street hanno prestato una montagna di soldi alle banche tedesche e francesi.
L’esposizione totale di Wall Street verso l’insieme della zona euro ammonta a circa 2.700 miliardi di dollari. La sua esposizione verso Francia e Germania ammonta a quasi la metà del totale.
E non sono solo i prestiti di Wall Street alle banche tedesche e francesi ad essere preoccupanti. Wall Street ha anche assicurato o scommesso su tutti i tipi di derivati ​​provenienti dall’Europa – sull’energia, le valute, i tassi di interesse e gli swaps in valuta. Se va giù una banca tedesca o francese, gli effetti a catena sono incalcolabili.
Capito? Seguite i soldi: Se la Grecia va giù, gli investitori cominciano a fuggire anche da Irlanda, Spagna, Italia e Portogallo. Tutto questo fa vacillare le grandi banche francesi e tedesche. Se una di queste banche crolla, o mostra segni di forte tensione, Wall Street è in guai grossi. Forse ancora più grossi di quanto non fossero dopo il crollo di Lehman Brothers.
Ecco perché le azioni della maggiori banche statunitensi sono in calo dal mese scorso. Morgan Stanley lunedì ha chiuso al suo livello più basso dal dicembre 2008 – e il costo per assicurare il debito di Morgan è salito a livelli mai visti dal Novembre 2008.
Si dice che Morgan potrebbe perdere fino a 30 miliardi di dollari se alcune banche francesi e tedesche fallissero. (Questo dal Federal Financial Institutions Examination Council, che tiene traccia di tutte le esposizioni transfrontaliere delle principali banche.)
30 miliardi di dollari sono circa 2 miliardi in più del patrimonio che Morgan possiede (in termini di capitalizzazione di mercato).
Ma Morgan dice che la sua esposizione alle banche francesi è pari a zero. Allora perché questa discrepanza? Morgan ha probabilmente stipulato un’assicurazione sui suoi prestiti alle banche europee, come anche ha delle garanzie da parte loro. Così Morgan si considera come se non fosse esposta.
Ma qualcuno ricorda qualcosa come AIG? Era il gigante delle assicurazioni, che è fallito quando Wall Street ha iniziato a crollare. Wall Street pensava di aver assicurato le sue scommesse con AIG. Sbagliato, AIG non poteva pagare.
Non siamo già passati da qui?
I Repubblicani e i dirigenti di Wall Street che continuano a martellare contro la Dodd-Frank hanno torto marcio. Il fatto che nessuno sembra essere al corrente dell’esposizione di Morgan sulle banche europee o sui derivati – o della maggior parte degli altri giganti bancari di Wall Street – mostra che la Dodd-Frank non è andata abbastanza lontano.
I regolatori ancora non sanno cosa sta succedendo a Wall Street. Non hanno un’idea chiara sull’esposizione in derivati dei giganti americani delle istituzioni finanziarie.
È per questo che i funzionari di Washington sono terrorizzati – ed è per questo che il Segretario al Tesoro Tim Geithner continua a pregare i funzionari europei di salvare la Grecia e gli altri Paesi europei fortemente indebitati.
Diversi mesi fa, quando la crisi del debito europeo ha cominciato a diventare evidente, le banche di Wall Street hanno detto di non preoccuparsi. Avevano poca o nessuna esposizione ai problemi dell’Europa. La Federal Reserve ha detto la stessa cosa. Nel mese di luglio, Ben Bernanke ha rassicurato il Congresso che l’esposizione delle banche degli Stati Uniti verso le nazioni europee in crisi era “molto piccola”.
Ora ascoltiamo un’altra musica.
Non vi sbagliate. Gli Stati Uniti vogliono che l’Europa salvi i suoi membri fortemente indebitati, in modo che possano ripagare quello che devono alle grandi banche europee. In caso contrario, le banche potrebbero implodere – trascinando con sè Wall Street.
Ironia vuole che alcune delle nazioni europee indebitate (l’Irlanda è l’esempio migliore) siano sprofondate nel debito per salvare le loro banche dalla crisi iniziata a Wall Street.
Il cerchio è chiuso.
In altre parole, il vero problema non è la Grecia. E nemmeno l’Irlanda, l’Italia, il Portogallo o la Spagna. Il vero problema è il sistema finanziario – centrato su Wall Street. E non l’abbiamo ancora risolto.
Robert Reich

Fonte: vocidallestero

[grassetti nostri]

MUOS, è solo questione di giorni

“C’è da scommettere che è solo questione di giorni. A Niscemi (Caltanissetta) stanno per essere installate le maxi-antenne di uno dei quattro terminali terrestri del MUOS (Mobile User Objective System), il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari delle forze armate USA. La prima sezione del Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia ha infatti respinto la richiesta di sospensione dei lavori invocata dal Comune di Niscemi, condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio (1.000 euro). La realizzazione degli impianti militari all’interno della riserva naturale “Sughereta”, Sito di Importanza Comunitaria (SIC), ha preso il via dopo che l’1 giugno 2011, il dirigente generale dell’Assessorato regionale del territorio e ambiente, Giovanni Arnone, ha autorizzato la Marina militare USA ad occupare l’area sottoposta a tutela.
“Il ricorso si appalesa inammissibile, in quanto avente ad oggetto l’esecuzione del progetto positivamente valutato nella conferenza di servizi del 9 settembre 2008 anche con il nulla osta favorevole del Comune ricorrente, la cui possibilità di revoca appare dubbia”, scrivono i giudici del TAR siciliano. Il riferimento è a una vicenda dai contorni tutt’altro che lineari, protagonista l’amministrazione comunale di Niscemi che, perlomeno nella prima fase dell’affaire MUOS, non ha dimostrato il giusto tempismo né la necessaria attenzione.”

Luce verde alle maxi-antenne del MUOStro di Niscemi, di Antonio Mazzeo continua qui.

I “manifestanti pacifici” non sono tutti uguali

Per capire come funzionano i raggiri mediatici delle liberaldemocrazie, c’è un sistema che funziona discretamente bene. Si ascoltino le “notizie” fornite dai loro “media” e si considerino bene il luogo e i protagonisti. Ci si renderà conto che a scatenare “severe condanne” non sono “i fatti” in sé, quanto il contesto in cui avvengono situazioni perfettamente analoghe da una parte all’altra del mondo.
Infatti la differenza, per i “media”, non la fa tanto la “notizia” (perché non esistono per Lorsignori le “questioni di principio”), quanto il condimento di valutazioni negative, giudizi spietati e aggettivi demonizzanti a seconda del contesto in cui la medesima situazione si verifica. E si faccia caso anche se chi altrove fa le pulci a tutto elevando “autorevoli condanne”, in altri specifici casi tace sommamente.
Prendiamo il caso della protesta chiamata “Occupare Wall Street”. Senza entrare nel merito di chi la guida e con quali parole d’ordine viene portata avanti, è comunque trapelato almeno sulle agenzie (poco sui tg) che i manifestanti sono stati malmenati e arrestati a decine, non solo a New York, ma anche a Chicago.
Su vari siti è possibile vedere spezzoni video che mostrano la dura repressione condotta dagli agenti di polizia contro i manifestanti, con tanto di manganelli, gas al peperoncino e reti per catture di massa. Si vedono giovani che non hanno commesso alcuna “violenza” ammanettati e trascinati sanguinanti fino ai furgoni delle forze dell’ordine.
Una prima domanda sorge spontanea: ma la repressione di chi “manifesta” non porta dritti alle risoluzioni dell’ONU e poi ai bombardamenti della NATO? Va bene, non pretendiamo pari trattamento per tutti, ma almeno due “parole di condanna” da parte dei bellimbusti dell’UE (quelli che si alzano “scandalizzati” quando Ahmadinejad parla all’ONU), quelle sì!
Ma se impediscono un “Gay pride” a Mosca o a Belgrado, le tv si compiacciono nel mostrarci le “brutali” polizie russa o serba mentre arrestano i “manifestanti”, che in tal caso vengono definiti “pacifici” e “inermi”: si è senz’altro di fronte ad una “violazione dei diritti umani”!
e al contrario i poliziotti sono americani, i commenti negativi sono interdetti, si strozzano nella gola dei giornalisti, o magari – in virtù di quello spettacolare meccanismo che è l’autocensura – neppure sorgono nella mente di chi lavora nelle redazioni dei principali tv e giornali. In Gran Bretagna, al culmine delle insurrezioni nelle periferie, il primo ministro dichiarò d’aver preso in considerazione l’oscuramento dei “social network”, ma nessun “professionista dell’informazione” rilevò la comicità di tale affermazione, proprio mentre dalla stessa bocca – e da quella dei suoi omologhi occidentali – uscivano ‘lamentazioni funebri’ sulla “censura” dei medesimi Facebook e Twitter in Siria!
Lo stesso dicasi per gli onnipresenti “Amnesty” o “Human Rights Watch”: sempre in prima linea nel denunciare la “repressione del dissenso” negli Stati invisi all’Occidente, non fiatano quando la stessa cosa avviene in casa. Nei “Paesi canaglia” han plasmato così dei “santi profani” (i “dissidenti”), mentre in Occidente vi sono solo dei “teppisti”, dei “facinorosi” o tutt’al più delle persone indegne di figurare nel loro ‘martirologio democratico’ perché sotto la scure della Democrazia Incarnata.
Enrico Galoppini

Fonte: europeanphoenix.com

Profittatori di guerra

La Heritage Oil non perde tempo nell’accaparrarsi le ricchezze libiche, di Nick Fletcher per guardian.co.uk

La rivolta può anche continuare e il Colonnello Gheddafi essere ancora in circolazione, ma tutto ciò non ha fermato la Heritage Oil dall’interessarsi a parte dell’industria petrolifera del Paese.
Heritage ha acquistato per 19 milioni e mezzo di dollari una quota di controllo pari al 51% della Sahara Oil Services, ubicata a Bengasi, stando alle agenzie Reuters del mese scorso, in base alle quali la compagnia avrebbe assunto l’ex incursore dei SAS John Holmes affinché la aiutasse a concludere l’affare in Libia (la Heritage ha in seguito parzialmente smentito). Si riferiva che la nuova acquisizione le avrebbe permesso di svolgere un ruolo significativo in Libia, consentendole di esaminare come ottenere accesso ai campi estrattivi e alle licenze chiave.
Heritage ha affermato di aver parlato con esponenti di primo piano del Consiglio Nazionale di Transizione della Libia nel corso degli ultimi 5 mesi:
“Heritage sta valutando i modi per assistere il CNT e le compagnie petrolifere di Stato nel riavviare alcuni dei preesistenti campi e ricominciare la produzione. [Sahara Oil] è stata gratificata di licenze a lungo termine riguardo tutti i servizi nel campo del petrolio in Libia, compresa la facoltà di trivellare a terra e offshore e detiene le licenze sia del petrolio sia del gas naturale.”
Il presidente di Heritage Tony Buckingham ha una lunga storia in Africa, e la compagnia svolge pure operazioni in Iraq, sicché non è una sconosciuta nelle aree turbolente. Buckingham ha affermato:
“La Heritage è ben piazzata per svolgere un ruolo significativo nella futura industria petrolifera e gasifera in Libia. Questa acquisizione è coerente con la strategia della prima mossa della Heritage, finalizzata a entrare in regioni con ampie ricchezze di idrocarburi laddove abbiamo un vantaggio strategico.”
In un mercato disperatamente ansioso, Heritage è scesa di 5.3p a 219op. Ma Richard Griffin di Evolution Securities ha dichiarato:
“Heritage ha acquistato una partecipazione in una compagnia di servizi libica che le dà legittimo accesso alla ristrutturazione dei campi petroliferi statali e le consente di trivellare a terra e offshore, così come detiene le licenze del petrolio e del gas naturale. Inoltre, la compagnia acquisita di recente affiancherà Heritage nei prelievi più ad alto rischio, in particolare riguardo la licenza dell’Area 7, la quale è al largo di Malta. Considerato che costa solo 19 milioni e mezzo di dollari, è davvero una scelta finanziaria che potrebbe rivelarsi come un investimento molto azzeccato.”
Phil Corbett della RBS modera tuttavia il suo entusiasmo:
“Siamo portati a valutare positivamente la mossa della Heritage, sebbene la “nuova” Libia rimanga in una condizione di instabilità in seguito alla rivolta e perciò ci potrebbero essere significativi cambiamenti a livello superiore in termini di regolamenti e/o di termini dei contratti. A questo punto noi aspettiamo un po’ per farci entusiasmare prima che ulteriori dettagli vengano rivelati, benché per lo stesso motivo sia un interessante movimento ed è probabile che provochi una rivalutazione dell’investimento che è stato fermo negli ultimi due mesi. Noi restiamo in attesa con un obiettivo di prezzo fissato a 220p.”

[Traduzione di L. Salimbeni]

Libia 2011

“Il 2011 non è solo il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ma è anche l’anno in cui ricorre un’altra celebrazione meno onorevole da festeggiare per i governanti del nostro Paese: il centenario della prima guerra dell’Italia contro la Libia.
Oggi come allora lo Stato italiano muove in armi contro una nazione che nulla ci ha fatto. Il suo leader, Muammar Gheddafi, ricevuto fino pochi mesi addietro con tutti gli onori che si tributano al capo dello Stato di un Paese amico, si è improvvisamente trasformato in «dittatore pazzo e sanguinario» da eliminare ricorrendo a qualsiasi espediente.
Un tradimento che ha dell’incredibile, ma che purtroppo rappresenta un leitmotiv della nostra storia post-unitaria. Ritardata imitazione delle imprese delle più affermate potenze coloniali europee, che l’Italia fascista realizzò con le famose badogliate.
Dopo aver ripercorso le fasi salienti dell’occupazione militare italiana (1911-1943) e della travagliata storia libica fino ai giorni nostri, Paolo Sensini, presente a Tripoli come membro della «Fact Finding Commission on the Current Events in Libya» nei giorni immediatamente successivi all’inizio dei bombardamenti NATO, ricostruisce con minuzia tutte le fasi del conflitto e le vere ragioni che stanno dietro all’attacco contro la Libia. Il quadro reale che ne emerge, e che nessun media mainstream ha voluto raccontare alle opinioni pubbliche occidentali, è sconcertante. Le menzogne sulle «fosse comuni» e sui «10.000 morti», così come «i ribelli di Bengasi» fomentati dal fondamentalismo islamico ed anche organizzati, armati e finanziati dalle potenze occidentali, sono servite come pretesto per la Risoluzione ONU numero 1973 che ha dato il via all’intervento militare in Libia, mentre il mondo tace sul consistente miglioramento delle condizioni di vita del popolo libico da quando Gheddafi è alla guida del Paese, unica realtà petrolifera medio orientale con una ridistribuzione sociale della ricchezza.
La verità, ancora una volta, è che a tirare i fili di queste guerre per procura mascherate da «intervento umanitario» sono le grandi potenze occidentali che vogliono continuare a mantenere i popoli dell’Africa nella schiavitù e nella miseria per impadronirsi di tutte le loro ricchezze, come fanno da secoli e stanno continuando a fare. Dopo l’Afghanistan e l’Iraq, quella in Libia è solo l’ennesima guerra coloniale dei giorni nostri.”
(dalla quarta di copertina)

Libia 2011, di Paolo Sensini, Jaca Book, Milano 2011
174 pagine, € 12,00

Il maestro e Margherita

Vediamo questa volta di mettere sotto osservazione Margherita Boniver, “inviata particolare“ di Frattini per “aiuti umanitari e cooperazione“ nella fascia subsahariana e nel Corno d’Africa.
Quale sia il budget di spesa affidato da Tremonti al titolare della Farnesina per farci ridere dietro da mezzo mondo e farci sopportare dall’altra metà, rimane un bel mistero.
Poter dettagliare le “uscite“ annuali del Ministero degli Affari Esteri al di là di quanto sia riportato, in aggregato, nei resoconti contabili del Ministero dell’Economia e delle Finanze è di fatto un “segreto di Stato“.
Esteri e Difesa saranno gli unici “santuari“ che vedranno assegnarsi, secondo indiscrezioni, nel 2012 finanziamenti aggiuntivi per oltre 10 miliardi di euro.
Le 4 guerre (Iraq, Afghanistan, Libia e Somalia) in cui è, al momento, coinvolta l’Italietta stanno costando un ossesso. La prima è totalmente rimossa, la seconda e la terza sono “missioni di pace“ con il sigillo dell’ONU, la quarta non è ancora uscita allo scoperto per le complicità di un sistema di “informazione“, pubblico e privato, totalmente allineato a USA e NATO. Continua a leggere

L’Italia che dice NO!

La mobilitazione contro la perdurante aggressione militare alla Libia, il minacciato “intervento umanitario” in Siria e la sudditanza dell’Italia all’egemonia USA/NATO prosegue.
Dopo l’appuntamento dello scorso 30 Agosto a Roma, un nuovo presidio è stato convocato per sabato 15 Ottobre a Milano.
La questura del capoluogo lombardo ha imposto agli organizzatori di modificare il luogo di svolgimento, inizialmente previsto nelle vicinanze del consolato degli Stati Uniti d’America, indicando Piazza Duca d’Aosta, a oltre un chilometro di distanza, come l’unica area idonea.
Pertanto il presidio si svolgerà nell’area pedonale di Piazza Duca d’Aosta, di fronte alla stazione ferroviaria di Milano Centrale, dalle ore 15.30 alle 17.30, con concentramento alle ore 16.30.
Ulteriori informazioni sono qui.

Chico e Amanda: ingiustizia è fatta

Amanda, ora libera e milionaria, che in America per molto meno sarebbe finita nel braccio della morte (provate voi negli States a raccontare un sacco di balle alla polizia e a fare la ruota nell’ufficio dello sceriffo…). Chico, che in 12 anni ha visto una sola volta i suoi tre figli, in Italia non sarebbe mai stato neppure processato sulla base di indizi così labili e ora marcisce nella quasi totale indifferenza in un carcere di massima sicurezza della Florida da dove potrebbe uscire solo in una bara di zinco. Le decine e decine di giornalisti americani che hanno commentato in diretta da Perugia la sentenza hanno descritto il nostro sistema giudiziario come «medioevale», i nostri magistrati come una manica di incapaci, gli italiani come dei bigotti sessisti assetati del sangue di una ragazza acqua e sapone di Seattle. Il nostro per molti aspetti è un Paese indecente e ridicolo, ma per ben altre vicende giudiziarie. La sentenza che ieri ha assolto Amanda Knox dimostra piuttosto, in modo inequivocabile, che l’Italia ha una giustizia forse inefficiente ma garantista. È semmai quello americano lo Stato di diritto da Far West dove se sei ricco eviti la forca, altrimenti non ti resta che piangere o pregare. Pregiudizi? Antiamericanismo? Mettiamo davanti allo specchio Amanda e Chico e vediamo dove sta il giustizialismo e dove sopravvive, a fatica, la civiltà del diritto. Amanda ammise di essere in casa durante l’omicidio (salvo ritrattare) e poi mentì accusando del delitto di Meredith un innocente, tanto da essere condannata per calunnia.
Chico Forti, senza l’assistenza di un avvocato, raccontò alla polizia di Miami di non aver incontrato la vittima Tony Pike il giorno dell’omicidio. L’indomani si corresse spiegando di aver mentito per paura, ma per la giuria quella bugia equivaleva ad una confessione. Amanda e Raffaele vennero visti da un clochard nei pressi del luogo del delitto, c’era dunque un testimone oculare, ma la sua deposizione è stata ritenuta inattendibile. Chico Forti non è stato visto da nessuno nei pressi della spiaggia dove venne ucciso Dale Pike. Sul reggiseno di Meredith sono state trovate tracce di dna riferibili a Sollecito, ma per la difesa c’era stata una contaminazione. Sul luogo del delitto a Miami venne trovato un guanto dell’assassino: il dna repertato al suo interno non era di Chico Forti: visto che non poteva essere lui l’assassino, per l’accusa l’italiano divenne a questo punto il mandante. Gli indizi raccolti dalla Scientifica nel delitto Meredith sono stati demoliti dalle difese a colpi di consulenze. Nessuna evidenza scientifica è stata mai raccolta a carico di Chico, salvo delle tracce di sabbia magicamente comparse a mesi di distanza sul gancio di traino della sua auto. Amanda Knox e Sollecito dopo essere stati condannati in primo grado con una sentenza lungamente motivata hanno avuto il diritto (nel nostro ordinamento lo ha anche un ladro di biciclette) ad un processo d’appello (e poi ci sarà la Cassazione) in cui tutte le prove sono state rivalutate e l’istruttoria riaperta. Chico invece è stato condannato senza uno straccio di motivazione, mentre l’appello se lo sogna di notte. Amanda è stata difesa da un agguerrito e costosissimo collegio difensivo. L’avvocato di Chico Forti, si è scoperto solo in seguito, lavorava anche per la procura di Miami ed era dunque incompatibile.
Chico Forti si è sottoposto alla macchina della verità: per il poligrafo è innocente, ma il risultato non valeva in giudizio. Amanda si è sempre proclamata innocente, ma nessun l’ha mai sottoposta allo stesso marchingegno. L’incubo di Amanda è durato 1.448 giorni; quello di Chico prosegue da 4380. Per la bella Amanda, incarcerata ingiustamente dagli italiani, si è mobilitato un intero Paese: la copertura mediatica è stata pari a quella per la morte del Papa, gli americani hanno minacciato di boicottare i nostri prodotti, i fan hanno tifato in diretta come al Super bowl, il segretario di Stato Hillary Clinton ha seguito personalmente il caso. Mancava solo che mandassero contro il Tribunale di Perugia i «berretti verdi». Solo lo zio Gianni, gli amici, il popolo di Facebook e qualche sterile interrogazione parlamentare, hanno evitato che su Chico calasse l’oblio. Il nostro ministro degli esteri Franco Frattini ha scelto, come fa spesso, il basso profilo per non urtare Washington. Per il futuro speriamo in un sussulto di attivismo. Lunedì sera dopo l’assoluzione di Amanda e Raffaele la folla a Perugia urlava «Vergogna! Vergogna!». Sbagliavano. La vera vergogna si consuma, tutti i giorni da 12 anni, nella più grande democrazia del mondo, dove un uomo sconta una condanna all’ergastolo senza lo straccio di una prova.

Fonte: ladige.it

[Il caso Forti: ombre e dubbi di un processo surreale]

Lucida Susanna

Roma, 29 settembre – L’impero economico e politico degli USA e’ ormai agli ultimi giorni, mentre le speranze nel futuro del Paese America potranno arrivare solo dal basso. La pensa cosi’ Susan Sarandon, star USA d’origini italiane (la madre si chiama Lenora Marie Criscione) che nel suo breve incontro con la stampa a Roma mostra la sua anima piu’ ribelle e anticonformista parlando di bond cinesi, di Thelma e Louise e anche, en passant, facendo una battuta su Berlusconi.
L’occasione e’ stata stamani la conferenza stampa delle XV edizione (1-5 ottobre) del Terra di Siena Film Festival. ”Per gli USA siamo agli ultimi giorni dell’impero. Lo leggeremo presto sui giornali. Non ci sono piu’ soldi per l’educazione e per le infrastrutture, il sistema economico sta collassando e gli Stati Uniti non possono continuare a vivere grazie al sostegno del debito da parte della Cina. Ci sono persone che stanno perdendo la casa. Io continuo a sperare che venga il meglio, ma ci credo poco. Stanno poi scomparendo anche i sindacati e la classe lavoratrice cosi’ sta perdendo sempre di piu’ la sua rappresentanza”, ha sottolineato l’attrice.
E ancora la Sarandon: ”Oggi c’e’ sempre piu’ una grossa differenza tra i ricchi e i poveri, mentre repubblicani e democratici tendono ad assomigliarsi troppo per essere davvero credibili. Credo insomma – ha aggiunto – che ci dovra’ essere prima o poi un cambiamento, ma non so se lo vedro’ nella mia vita. Non credo poi che tutto questo possa essere cambiato dal basso. Chi ha il potere non lo lascia volentieri, ma ci sono cose, come Internet, da cui ci possiamo aspettare di piu’ come e’ accaduto nel Midwest”.
(ANSA)

[Non troppo lucido, invece, il redattore dell'ANSA...]

AZ 1611

Ieri sera, sull’aereo da Roma a Bari (AZ 1611, 30 settembre 2011, 19h45m), le stelle han voluto che sedessi accanto a… Luciano Violante. Ci trovavamo in nona fila, io sul corridoio di destra, lui su quello di sinistra. Nella fioca luce, dopo un po’ mi convinco che è proprio quel curato – in effetti identico a come lo ricordavo in TV… lo stesso abito scuro che immagino non cambi da qualche decennio – immerso in un gomitolo di quotidiani che sottolineava e/o cerchiava veloce-vorace con un matitone giallo (penso sia quella l’unica vera lettura dei politici, mediadipendenti quant’altri mai). Alla fine lo vedo riporre il malloppo nella cartella da magistrato e mi permetto di chiedergli se è, appunto, chi suppongo. Mi risponde gentilissimo che sì, è proprio lui, non mi sbaglio. Gli domando allora, entrando immediatamente in medias res, di chi sia la responsabilità legale per la guerra dell’Italia contro la Libia. Deglutisce un nanosecondo e bofonchia trattarsi di un passo obbligato e semiautomatico dal momento che il nostro Paese è membro dell’Organizzazione Terroristi Nordatlantici. Gli faccio notare che avremmo potuto almeno fare come la Germania… gli occhietti si perdono acquosi dentro gli occhiali… e poi comunque, automatico o non automatico, ‘sto atto che ha dato il via, anche da parte nostra, a crimini di guerra e contro l’umanità, all’assalto proditorio nei confronti di un Paese libero già straziato da noi negli anni Trenta, l’avrà pur ratificato qualcuno, no?… Ah sì, certo, ammette… stiamo per atterrare… se va sul sito della Camera, scriva nel motore di ricerca Libia, ci clicchi sopra e vedrà in che sessione il Parlamento ha approvato… anzi la nostra partecipazione è stata anche ri-finanziata… non si potevano tradire le alleanze internazionali… ah, dico: complimenti!… e invece il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista firmato congiuntamente da Berlusconi e da Gheddafi due anni e mezzo fa, quello invece sì, vero?… in automatico!… baffi al culo!… come con l’Austria… senza vergogna… meglio: svergognàti fino al midollo… ormai siamo in piedi, stiamo per uscire, lui è in fila davanti a me, prete-toga della Casta magnamagna di destracentrosinistra ormai al sicuro, con le orecchie serrate… gli dico che la sinistra è ancora peggio della destra, che non dimentico i bombardamenti sulla ex-Jugoslavia e che io, Joe Fallisi, tenore anarchico, denuncerò tutti, uno per uno, i responsabili della nostra entrata in guerra, lui compreso. Va avanti impassibile e scompare. In una cekastanzetta del suo cervello, intanto, lo scrivano di turno ha annotato il mio nome.
Joe Fallisi