Le valanghe di Davos

“Quindi non è un caso se la tradizionalista e ingessata Banca centrale europea in un batter d’occhio ha battuto i maestri della Federal Reserve americana, che è sempre stata accomodante con la grande finanza. Si ricordi che si è sempre sostenuto che per salvare il sistema bancario la FED era disposta persino a gettare dollari dall’elicottero. Adesso dovremmo parlare delle nuove immissioni di liquidità come le «valanghe di Davos».
Il bilancio della BCE ha raggiunto i 3.000 miliardi di euro, pari al 32% del Pil della zona euro, mentre quello della FED è di 3.000 miliardi di dollari, pari al 20% del Pil USA. La decisione della BCE, più di qualsiasi altra spiegazione, come quella legata alla crisi dei debiti sovrani, rivela la debolezza e le difficoltà in cui si dibattono le banche europee, a cominciare da quelle tedesche e francesi. Delle 800 banche che hanno beneficiato della seconda immissione di liquidità sembra che ben 400 siano tedesche.
Lo stesso Draghi in una recente intervista afferma che dei 490 miliardi di euro immessi con la prima operazione di dicembre, 280 sono serviti per coprire i prestiti a breve termine in scadenza precedentemente assunti dal sistema bancario europeo. Ne restano 210 miliardi. Poiché le obbligazioni bancarie in scadenza nel primo trimestre 2012 ammontano esattamente a 210 miliardi, «è molto probabile che le banche abbiano riacquistato le loro obbligazioni in scadenza», come candidamente ha ammesso lo stesso governatore centrale.
Sapendo che le obbligazioni bancarie in scadenza per l’intero 2012 ammontano a circa mille miliardi di euro, si può presumere che anche gran parte della seconda tranche di nuova liquidità di fine febbraio, pari a 533 miliardi di euro, verrà utilizzata per lo stesso scopo. Se poi si aggiunge il fatto che le banche stanno «parcheggiando» con operazioni overnight presso la stessa BCE i propri capitali disponibili per cifre crescenti che superano abbondantemente gli 800 miliardi di euro, non c’è da stupirsi se i rubinetti del credito verso i settori produttivi, le Pmi e le famiglie restino sempre chiusi! Evidentemente sono tutte operazioni di giro all’interno del sistema bancario.”

Da La liquidità data dalla BCE è segno di debolezza, di Mario Lettieri e Paolo Raimondi.

Gratta la “Primavera araba”

Stavolta ci sarebbero le prove. Documenti ufficiali, raccolti nel libro “Rivoluzioni S.p.A.” del giornalista Alfredo Macchi (in uscita mercoledì [28 Marzo - ndr] per Alpine Studio Editore e in anteprima su Dagospia), dimostrerebbero per la prima volta come, dietro alle rivolte che hanno caratterizzato la cosiddetta “Primavera Araba”, ci sia lo zampino degli Stati Uniti, interessati a rovesciare i regimi ostili al libero mercato per imporre la propria influenza economica e mantenere il controllo su una zona ricca di risorse energetiche.
Un ruolo fondamentale sarebbe stato giocato dall’Alliance of Youth Movements, organizzazione creata nel 2008, circa due anni prima della vera e propria esplosione della Primavera Araba, dal Dipartimento di Stato di Washington e sponsorizzata dalle maggiori aziende americane.
A quella che da lì a pochi mesi sarebbe diventata la “Movements.org”, partecipano diversi gruppi di giovani attivisti provenienti da tutto il mondo (fra gli altri: Colombia, ex Birmania, Venezuela), compresi quelli del “Movimento 6 Aprile”, protagonista della rivolta in Egitto. Movements.org, che si prefigge di “aiutare gli attivisti per ottenere un più rilevante impatto sulla scena mondiale”, tramite il suo sito internet offre suggerimenti su come aggirare la censura informatica dei regimi, organizza incontri con esperti di software e corsi per usare al meglio i social network. Apparentemente, tutto questo in nome della democrazia e della libertà di pensiero.
Nella pratica, gli americani hanno capito quale potente strumento possa essere la comunicazione 2.0, e quindi in primis i social network come Twitter, Facebook e YouTube. Strumenti in grado di mobilitare i giovani e, se necessario, di rovesciare un regime. Proprio quello che serviva agli Stati Uniti nel caso della Tunisia, dell’Egitto, della Libia, dello Yemen, della Siria. Come scrive Macchi, sulla base delle analisi dei centri di ricerca strategica della Casa Bianca, “sacrificare vecchi amici come Ben Alì, Mubarak, Saleh e tradizionali nemici, come Gheddafi e Assad, in nome del libero mercato, è una scelta obbligata per Washington.
Un cambio di rotta, per gli Stati Uniti, nei confronti dei loro tradizionali alleati, non privo di rischi, ma che doveva essere affrontato prima che lo facessero frange estremiste più ostili”.
Nelle rivolte nei vari paesi, diversi attivisti dell’opposizione sarebbero stati addestrati negli Stati Uniti e in una scuola di Belgrado in particolare alla disobbedienza civile e alle tattiche di azione non violenta, molto simili alle tecniche di guerriglia non armata studiate dalla CIA.
Nei giorni delle proteste vennero diffusi, da Anonymous e da altre ignote fonti, alcuni manuali che spiegavano nel dettaglio ai manifestanti come organizzarsi, cosa indossare, cosa scrivere sui muri, quali bandiere portare. Parallelamente alcuni sceicchi arabi hanno finanziato movimenti e loro uomini tra gli insorti. Nei più difficili scenari sarebbero stati inviati sul posto alcuni esperti combattenti per affiancare i ribelli. Macchi racconta di personaggi che hanno combattuto con i ribelli in Libia ricomparsi dopo alcuni mesi in Siria.
Gli Stati Uniti starebbero in pratica sostenendo i moti di rivolta in alcuni paesi del Medio Oriente per evitare che l’area d’influenza cada nelle mani sbagliate. Una partita tra le grandi Potenze per le risorse strategiche che si gioca sulla testa della popolazione civile che, oppressa, combatte per la propria libertà, mentre in gioco c’è soprattutto la competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina.
Americani che, pur di raggiungere il loro scopo, si stanno esponendo al rischio di appoggiare movimenti come quello dei Fratelli Musulmani, che hanno comunque importanti (e ingombranti) radici integraliste e che non hanno mai nascosto la loro aspirazione al “trionfo dell’egemonia islamica nel mondo”. Lo stesso rischio che si assunsero nell’armare Osama Bin Laden.

Fonte: dagospia.com

I Lince sotto inchiesta

Roma, 26 Marzo – “Il provvedimento di sequestro di un Vtml ‘Lince’ disposto dalla Procura di Civitavecchia permetterà agli inquirenti di fare finalmente chiarezza sui tanti decessi di militari avvenuti a causa del ribaltamento del mezzo in dotazione alle Forze armate”. Così afferma in una nota Luca Marco Comellini, segretario del PDM-partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia.
Stamane ho consegnato copia agli inquirenti delle 12 interrogazioni presentate dal deputato radicale Maurizio Turco, cofondatore del PDM, “affinché sia il magistrato a chiedere alla difesa se durante i collaudi, le fasi d’istruzione ed esercitazioni, o missioni operative, i mezzi ‘Lince’ abbiano presentato problemi, ovvero quanti incidenti si siano verificati e per quali cause”.
(TMNews)

[Forse Chetoni aveva ragione...]

“La città italiana con la più alta presenza di militari USA”

“Intanto prosegue frenetico il processo di ipermilitarizzazione del territorio comunale. Il colonnello David Buckingham, comandante di US Army Garrison-Vicenza, ha formalizzato la conclusione della seconda fase dei lavori di realizzazione delle facilities destinate ai reparti statunitensi all’interno dell’ex aeroporto Dal Molin. La trasformazione dello scalo in megacaserma della 173^ brigata aviotrasportata è uno dei principali progetti di potenziamento infrastrutturale delle forze armate USA a livello mondiale. I lavori, per un importo di 245 milioni di euro, sono stati affidati nel marzo 2008 a due aziende leader di LegaCoop, la Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna (CMC) e il Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna (CCC). “Questa seconda tranche è consistita nella costruzione degli uffici e delle infrastrutture di servizio del 173rd Airborne Brigade Combat Team e delle abitazioni per circa 1.200 soldati single”, ha spiegato il colonnello Buckingham. Lo scorso mese di gennaio, al Dal Molin sono stati trasferiti i primi reparti di US Army Africa, mentre il personale restante del comando raggiungerà la base entro il giugno del 2014. “Prevediamo invece che entro il giugno 2013 si completi il trasferimento al Dal Molin dei circa 2.000 militari e delle rispettive famiglie attualmente ospitati a Bamberg and Schweinfurt, in Germania. Il programma ha subìto solo qualche mese di ritardo a causa delle cattive condizioni meteorologiche, della bonifica delle munizioni non esplose ritrovate all’interno dell’aeroporto (49 bombe italiane e britanniche risalenti alla Seconda guerra mondiale) e degli scavi archeologici”. A conclusione dei lavori, il Dal Molin ospiterà quattro battaglioni e il quartier generale della 173^ brigata, mentre due battaglioni dell’esercito resteranno nella vicina Camp Ederle. “Vicenza sarà la città italiana con la più alta presenza di militari USA in termini di popolazione, con circa 5.000 uomini distribuiti tra il Dal Molin e l’Ederle”, ha concluso Buckingham.”

Da Le nuove guerre dei militari USA di Vicenza, di Antonio Mazzeo.

Enrico Mattei, fondatore dell’ENI – resoconto e video del convegno

L’incontro-dibattito dedicato a Enrico Mattei si è aperto con il saluto telefonico dell’ing. Franco Francescato, rappresentante dell’Associazione Pionieri e Veterani ENI nonché coordinatore del Comitato Promotore per il 50° Anniversario della scomparsa di Enrico Mattei.
L’ing. Francescato ha ricordato l’importanza dell’opera di Enrico Mattei e le iniziative che l’Associazione Pionieri e Veterani ENI metterà in campo quest’anno per ricordarlo e per trasmettere l’esempio del suo straordinario impegno alle giovani generazioni, anche quelle che lavorano in ENI, che purtroppo conoscono poco la storia di Mattei e il contributo da lui dato allo sviluppo dell’Italia.
L’ing. Francescato, dopo essersi espresso contrariamente allo scorporo di SNAM da ENI voluto dall’attuale governo, si è congratulato per l’iniziativa, auspicando future collaborazioni con l’Associazione Pionieri e Veterani ENI, soprattutto in un anno così importante come il 2012, cinquantesimo anniversario della tragica scomparsa di Mattei.

A seguire, ha preso la parola il dott. Stefano Vernole, redattore di “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici.
Facendo ampio ricorso ai documenti ufficiali delle ambasciate inglesi e del Governo di Sua Maestà riportati da Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella nel loro libro “Il golpe inglese”, il dott. Vernole ha messo in evidenza la minaccia che Mattei rappresentava per gli interessi britannici e come l’Inghilterra, per tutelarli, sia ricorsa a tutti i mezzi a sua disposizione, compresa l’azione dei suoi servizi segreti. La minaccia più sentita da Gran Bretagna e Stati Uniti era costituita dai rapporti petroliferi e diplomatici che Mattei andò intrecciando con l’URSS e con la Cina maoista, spostando gradualmente l’Italia su posizioni neutraliste sempre più distanti dalla NATO, una deriva assolutamente intollerabile dal punto di vista anglo-statunitense.
Il dott. Vernole ha concluso il suo intervento evidenziando il persistere nel tempo dell’ostilità anglo-statunitense nei confronti dell’ENI, come dimostrano, tra gli altri, i messaggi confidenziali del 2008, recentemente rivelati da Wikileaks, dell’allora ambasciatore USA in Italia Ronald Spogli. Da questi emerge la contrarietà dell’amministrazione statunitense per i rapporti preferenziali coltivati con la Russia di Putin, che hanno permesso alla Gazprom di penetrare in Africa attraverso gli accordi dell’ENI con la Libia di Gheddafi e l’Algeria.
Pur essendo l’ENI di oggi lontano anni luce dal quel “Cane a sei zampe” sputafiamme, capace di sfidare le “Sette Sorelle” sotto l’audace guida del suo fondatore, essa continua a rappresentare una spina nel fianco per gli interessi anglo-statunitensi ogniqualvolta guarda a Est e a Sud in modo autonomo e conforme agli interessi nazionali.

A seguito dell’intervento del dott. Vernole, è stato proiettato un estratto video dello spettacolo teatrale dell’autore e attore Giorgio Felicetti “Mattei. Petrolio e fango”. Nell’introduzione all’incontro, i promotori avevano spiegato come nelle intenzioni originarie dell’associazione ci fosse quella di patrocinare l’allestimento dello spettacolo in questione presso un teatro cittadino ma, non avendo trovato la disponibilità in tal senso da parte di nessuno degli interlocutori interpellati, l’associazione si era decisa a organizzare comunque un’iniziativa per ricordare degnamente la figura di Enrico Mattei.
Particolarmente significativi sono i passaggi della rappresentazione teatrale che ricostruiscono magistralmente gli anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, durante i quali Mattei, contro tutti e tutto – i poteri forti internazionali come USA e Gran Bretagna e i poteri forti interni come Enrico Cuccia e le “sacre” famiglie del capitalismo italiano – ha caparbiamente operato per risollevare le sorti dell’AGIP e poi edificare con l’ENI la più grande azienda italiana, impegnata per lo sviluppo dell’Italia, del Vicino Oriente e del Nord Africa, dando vita a una forma di capitalismo compatibile con la solidarietà e l’anticolonialismo. Un video promozionale dello spettacolo di Giorgio Felicetti è consultabile su youtube.

Stante l’assenza dell’ultimo minuto del professor Nico Perrone, trattenuto a Bari da un forte attacco influenzale, è quindi intervenuto Claudio Moffa, docente presso l’Università di Teramo e direttore del “Master Enrico Mattei”. Il lungo e denso intervento del prof. Moffa, il quale ha toccato diversi aspetti della vita e dell’opera di Mattei, e il successivo botta e risposta con il pubblico sono disponibili integralmente sul canale video dell’associazione Eur-eka.

Esseri di natura superiore

Presunzione a stelle e strisce

Ero anche io una di loro. La sono stata anche io. Un mito, era il mio mito. Quella terra, lontana, con un oceano che ci separava. Mi sfuggiva, raccoglieva e vedeva nascere i miei sogni. Erano così lontani. Era come se non fossero più miei, li lasciava nascere e li vendeva a qualche altro coetaneo. Le mie speranze. Guardavo video, mi informavo, speravo, che un giorno, un giorno anche io sarei riuscita ad andarmene, via, lontana, dal paese dalla divertente forma dello stivale, raggiungendo le nostre stelle e strisce. Lo avevo idealizzato. Non ascoltavo nessuno, e niente. Avevo ragione io. Loro avevano torto. Là era tutto perfetto, qui tutto faceva schifo. Ed era un obiettivo, una ragione per cui sorridere, un motivo per cui lottare, difendendo le proprie tesi. Progettavo, attaccata allo schermo freddo di un computer, scrivevo giù indirizzi, nomi, cose, case, posti da vedere, assaporare, annusare. Cose da fare. Cose da vedere. Cose da vivere, su foglietti che mi capitavano sotto gli occhi per caso. Mi bastava una penna. Ed era come essere già là. Era come una droga, una sostanza composta da tante piccole particelle coloratissime, ognuna indispensabile, ognuna fondamentale per la composizione di quelle cinquanta stelle, quelle tredici strisce. Per una buona parte, costituita da adolescenti, quelle non sono semplici stelle, non sono solo forme geometriche, quelle non sono solo strisce. Piangono e si commuovono all’udire dell’inno americano. Ridono e non conoscono, quello del «bel paese». Ci bombardano, ci colpiscono, ci fanno credere che loro sono perfetti, che tu vuoi davvero vivere come fanno loro. Nascondono le loro debolezze, urlano i loro pregi. Attaccano quando il mondo sbaglia. Pestano e negano, quello che loro hanno sbagliato. La crisi? Quale crisi? Loro stanno benissimo. Loro vivono felice e contenti (le statistiche dicono chiaramente che su novantanove americani vi è un ricco). Bugiardi. Ero partita, armata di sorriso, carica di energia, con una sola valigia (un sogno da primo immigrato del 1852), convinta, che non avrei mai fallito. Che tutto sarebbe andato bene. Le mie aspettative erano degne delle cinquanta stelle.
E poi quando atterri ti rapisce, riesce a catturarti, se rimani in superficie. Se quello che vuoi è solo apparire, divertirti, rimanere intorno a rapporti di conoscenza a livello di saluti, come stai, tutto bene grazie, andiamo a bere un caffè? Ci vediamo la settimana prossima. E poi non ci vedremo mai più. – ecco. Allora benvenuto. Questa è la tua terra. Vivici da turista. E la amerai per sempre. Vivila. Vivila come vivi nella tua casa, con la tua famiglia, con i tuoi amici, dove sei inserito, e qui sei solo uno dei tanti. Un nessuno. Una macchiolina messa in mezzo ad altre mille. Non ti conoscono, fingono l’interesse, fingono di ascoltarti, fingono di avere qualcosa da dirti. Fingono. Tu non gli interessi. Non sei nato in questo paese, quindi sei automaticamente o un essere inferiore, o una momentanea attrazione. Destinato a finire. Ti ascoltano per i primi quattro minuti, perchè hai nominato il «bel paese». Hanno tutti la stessa espressione quando lo si nomina, tutti le stesse parole pronte ad uscire fuori: ci sono sempre voluti andare, nello stivale (ma ancora non ci sono andati), oppure “OHMIODDDIO sei italiana?? Che invidia”. Non credetegli. è una balla. A loro piace essere stelle e strisce. A loro piace il loro paese. A loro piace vendersi come esseri di natura superiore. Il potere che hanno nel farti sentire inutile quando correggono il tuo accento. O una parola che hai detto. Quando dicono che quello lo dicono nel Regno Unito. Loro non lo usano. Quando ti massacrano con commenti su cose che i loro telegiornali riportano sbagliate, quando ti puntano il dito contro, perché «voi italiani siete tutti uguali e pigri» è un po’ generico, detto così. Quando attaccano gli inglesi, perchè guidano dal lato SBAGLIATO della strada, non a destra come ho tentato di dire. Quando uccidono a bastonate quella parte che si sta facendo un mea culpa. Quel piccolo numero che cresce dentro al paese, quel piccolo numero che ha realizzato gli sbagli della sua terra. Non vi sto dicendo che è un paese da non amare. Non vi sto dicendo che il mio amore cambierà dopo la mia esperienza. Non vi sto dicendo di smettere di raggiungere il sogno. Solo occhio critico. Cuore un po’ più socchiuso. Quando siete qui potreste ritrovarvi a dire frasi, con fare schifato, come «ma da noi non si fa…», «ma da noi non esiste!», «ma noi non facciamo così». Lo chiamano schock culturale. Io lo chiamo inizio di un lungo procedimento chiamato rivalutazione del proprio paese di origine. Potreste scoprire che alla fine non è poi così male, il caro vecchio Stivale. Quindi per questa volta devo contraddire il Genio: non siate affamati. Non siate folli. O perlomeno andateci piano. Niente abbuffate. Niente pazzie.
Laura Pioli

Fonte: gazzettadiparma.it

La guerra dei derivati

“Poche cose in Italia sono coperte da segreto come i contratti derivati che riguardano il debito pubblico italiano. Per questo c’è stata grande sorpresa e nessuna comunicazione ufficiale, quando si è scoperto che il ministero del Tesoro aveva pagato 2,5 miliardi alla banca americana Morgan Stanley, in gennaio, per la chiusura di alcuni contratti derivati. L’informazione è arrivata dalla Sec, la Consob americana, mentre il governo si è trincerato dietro il silenzio, i derivati sembrano questioni di sicurezza nazionale o segreti troppo pericolosi per essere rivelati.”

Derivato bomba, la vera storia del buco al Tesoro di Stefano Feltri continua qui.

Roma e Tel Aviv

“Può essere equipaggiato con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker. Lo “Spike” è l’ultimo gioiello di morte prodotto da Rafael, una delle più importanti industrie militari israeliane. Si tratta di un missile aria-terra a corto raggio destinato agli elicotteri d’attacco. La prima versione, denominata “Er”, è capace di colpire bersagli fino a una distanza di 8 chilometri. Gli israeliani però hanno in produzione un modello con una gittata superiore ai 25 chilometri, lo “Spike Nlos”, dotato di un sensore elettro-ottico e infrarossi e di un apparato di ricerca laser.
Secondo la World Aeronautical Press Agency i nuovi missili made in Israele saranno utilizzati dagli Eurocopter Tiger e Puma e dagli AW-129 Mangusta prodotti da AgustaWestland (gruppo Finmeccanica). I Mangusta sono quelli dei raid dell’esercito italiano nei principali teatri di guerra (prima in Iraq, adesso in Afghanistan). Gli elicotteri, in numero di 60, sono in dotazione al 5° reggimento AVES “Rigel” di Casarsa della Delizia (Pn) e del 7° “Vega” di Rimini, inquadrati nella Brigata Aeromobile “Friuli”. I Mangusta vantano già una terribile potenza di fuoco: mitragliatrici FN da 12,5 mm, cannoni da 200 mm a canne rotanti e missili AGM-114 “Hellefire”, BGM-71 “Tow” anti-carro, FIM-92 Stinger” ed MBDA “Mistral” antiaerei. Con gli “Spike” si amplierà il ventaglio operativo degli elicotteri d’assalto mentre ne uscirà ulteriormente rafforzato l’interscambio bellico Roma-Tel Aviv e la partnership strategica tra le rispettive forze armate.”

Missili, satelliti e aerei d’Israele per le forze armate italiane di Antonio Mazzeo continua qui.

Licenza di uccidere per l'”Esercito del Bene”

“Se uno prende un mitra e una tanica di benzina, entra in un’abitazione privata, fa una strage e poi dà fuoco ai cadaveri di donne, vecchi e bambini trucidati, che cosa pensate dovrebbe esser fatto una volta acciuffato l’autore della carneficina?
In un mondo arcaico che non è neppure più immaginabile tanto l’uomo si è progressivamente invigliacchito (quello, insomma, che non prevedeva tutta questa ipocrisia leguleia di scappatoie fatte solo per chi se le può permettere), l’autore di un gesto simile dovrebbe essere messo a disposizione dei parenti delle vittime. Ma in un mondo almeno normale dovrebbe essere consegnato alle autorità locali, le quali dovrebbero poi applicare, dopo un processo, le leggi vigenti in materia, quali che siano.
Ma questo ormai non è un mondo normale. Non è normale perché si sta trasformando in un gigantesco, planetario, campo di battaglia.
Dove a battagliare, per la “esportazione della democrazia”, “la lotta al terrorismo”, il “bene dell’umanità” e altre frattaglie moralistiche sono gli eserciti occidentali, Usa in testa, seguiti incondizionatamente dai loro “alleati”: i compagni di merende, sovente consanguinei, Inghilterra e Israele; le nazioni occupate militarmente nel 1945 (che per qualche decennio han proseguito a fare le “furbette”); quelle annesse al sistema “occidentale” tramite il “processo di unificazione europea” (tipico caso l’Europa dell’est); quelle in cui al posto di statisti (uomini col senso dello Stato) sono stati messi dei burattini (la Francia: da un De Gaulle a un Sarkozy); ultime, in ordine di tempo, quelle nazioni islamiche uscite smaccatamente allo scoperto in occasione della “Primavera araba”.
Ora, i popoli dei territori – in rapido e progressivo aumento – sui quali opera questo “Esercito del Bene” (sempre in guerra contro “il Male”!) sono in pratica espropriati della loro legge e possono essere sottoposti a qualsiasi angheria da parte dei suddetti rappresentanti della Bontà e della Moralità universali. Non possono mai far valere le leggi vigenti per i comuni cittadini di quel Paese, in nessun caso, perché gli appartenenti all’“Esercito del Bene” – sollevati dalla giurisdizione ordinaria – dispongono della proverbiale ”licenza di uccidere”.”

Se questo non è “razzismo”, che cos’è? di Enrico Galoppini continua qui.

Una subordinazione che si paga con il sangue

Italia, il triste destino di essere una colonia

Doveva essere l’esecutivo in grado di rilanciare l’autorevolezza dell’Italia all’estero ma il Governo Monti si conferma ogni giorno di più incapace anche solo di gestire le difficoltà quotidiane. Il caso diplomatico del sequestro dei marò in India e la drammatica uccisione ieri di un ingegnere italiano in Nigeria durante un blitz delle forze speciali inglesi – assalto condotto senza neanche avvisare la Farnesina – dimostrano l’assoluta inadeguatezza della nostra politica estera.
Certo non si tratta di una novità in un paese in cui i rari personaggi politici di spessore come Enrico Mattei, Aldo Moro e Bettino Craxi vengono uccisi per la loro politica filo-araba nel Mediterraneo volta a tutelare gli interessi nazionali italiani.
Una nazione che “sacrifica” una ventina di testimoni della vicenda Ustica per coprire le responsabilità dell’Alleanza Atlantica nel tentativo di eliminare Gheddafi nei cieli italiani. Dove avventurieri come Silvio Berlusconi vengono prima costretti a bombardare il loro migliore alleato in Libia e poi a dimettersi per la loro amicizia personale con Vladimir Putin, utilizzando ricatti e speculazioni finanziarie ormai nemmeno nascosti. Forse qualcuno credeva di aver già pagato abbondantemente il conto durante la “guerra fredda” con le stragi che insanguinarono dal 1969 al 1980 l’Italia, sotto la regia di burattini al servizio della CIA e della NATO.
Ma ovviamente non è così; il problema infatti non consisteva nella rivalità ideologica USA-URSS ma nella condizione di sottomissione dell’Italia alle potenze atlantiste, una condizione coloniale che dura dal 1945 fino ad oggi.
Fanno perciò ridere e pena sia le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che parla di “comportamento inspiegabile degli inglesi” sia la “richiesta di chiarimento” avanzata dal Capo del Governo di Roma Mario Monti.
Il comportamento britannico, così come quello statunitense ad esempio nel caso degli sciatori uccisi al Cermis, sono perfettamente spiegabili e riconducibili alla storica sudditanza dell’Italia a Londra e a Washington, una subordinazione che si paga con il sangue.
Non solo la nostra intelligence ma i nostri stessi vertici militari non possiedono infatti nessuna autonomia di fronte ai servizi segreti angloamericani, così come non esercitano alcuna sovranità nei confronti delle oltre 100 basi militari USA/NATO presenti nella penisola italiana.
Prima perciò di “indignarsi” di fronte ai comportamenti dei finti “alleati” (finti perché i loro interessi nazionali e i nostri non coincidono praticamente mai) si rifletta se siamo davvero liberi: senza sovranità, infatti, non c’è nessuna libertà se non quella di morire, come successo al povero Franco Lamolinara in Nigeria.
Steve Brady

Fonte: statopotenza.eu

F-35, una faccenda davvero spinosa

“La storia dei costi sta diventando scabrosa anche per altre ragioni: le cifre ballerine e rassicuranti fornite dalle fonti ufficiali sembrano strumentali all’idea che l’Italia debba partecipare ad ogni costo al progetto.
(…)
Tutti i dati ufficiali forniti finora sembrano elaborati a spanne, ma con un sistema di calcolo legato con un filo rosso: la volontà di sottostimare il peso finanziario dell’operazione.
(…)
Sulla base dei dati di provenienza internazionale i comitati no F35 hanno calcolato un costo vivo e medio per velivolo di 115 milioni di euro, senza contare le spese di manutenzione e la spesa per ogni ora di volo, aumentata del 250 per cento in un decennio. Calcolando anche queste voci il Parliamentary Bugdet Officer del Canada ha stimato che ogni F35 possa costare in media circa 350 milioni di euro dal momento dell’acquisto fino alla rottamazione.”

Da “Quegli aerei costano il doppio”. I comitati “No F-35″ alla Camera, di Daniele Martini.

Gli USA, non la Russia, speculano contro l’Europa

Con la vittoria di Vladimir Putin la ruota inizia a girare in senso inverso per il premio Nobel per la pace, Hussein Barak Obama. La macelleria umanitaria accesa in nord Africa e nel Vicino Oriente ebbe lo scopo di distruggere la triade Gheddafi-Berlusconi-Putin. La vittoria elettorale di Putin lascia in piedi, più forte di prima, l’asse portante russo di quell’alleanza, la quale fallì solo per l’inconsistenza politica del Cavaliere e del suo inetto ministro della difesa, Ignazio La Russa. Quando lo scontro s’è fatto duro, quando Silvio Berlusconi ha visto l’amico Gheddafi in difficoltà, dopo gli abbracci e i baci in mondovisione, l’ha lasciato al suo destino. Ha fatto il maramaldo e non passerà alla storia neppure come Maramaldo, ma solo per le disavventure giudiziarie.
Chiuso questo capitolo, ora è fallito anche il tentativo statunitense di separare Dmitri Medvedev da Putin; fallito l’assalto umanitario alla Siria; fallita la diabolica manovra per costringere Israele ad attaccare l’Iran; in via di esaurimento le speculazioni sui mercati valutari, esattamente come avevamo previsto, con l’approssimarsi della primavera; portato nel dimenticatoio Julian Assange, Mr. Wikileaks, esattamente come avevamo previsto. Obama, Nobel per la pace, che in sostanza ha fatto più morti lui in tre anni che il generale Augusto Pinochet in venticinque, è ridotto a complottare contro il Vaticano con scandalismi d’accatto, cui si prestano di buon gioco i soliti collaborazionisti; non bastasse, opprime i cattolici statunitensi con leggi liberticide.
L’estate che s’approssima sarà calda perché gli USA, il paese più forte militarmente, sono a zero in quanto a credibilità politica, economica e morale. Sull’altro versante, la Cina, non ha la capacità militare statunitense ma non è sufficientemente debole per metterla nell’angolo, come sognarono in coro gli staff di Londra, Bruxelles e Washington. La strategia non è un sogno e neppure è arroganza basata sulla forza effimera. Putin ritorna ora, con più d’un conto da regolare. Una vecchia carampana internazionale, gran maestro degli illuminati, Henry Kissinger, va dicendo che i tamburi di guerra s’approssimano, rullando minacciosi. Con tutto il rispetto, non sembra uno scoop illuminante. Se gli Stati Uniti volessero ritrovare la saggezza che li fece grandi, dovrebbero mandare a casa questa amministrazione di criminali e aprire subito un grande negoziato globale, senza escludere nessuno degli antagonisti antichi e recenti, con tre temi interconnessi in agenda: scambi economici, mercati finanziari e sicurezza. Chi preferisce scorciatoie militari e speculative (come capita a Londra, Bruxelles e Washington) dopo le soddisfazioni effimere a Tripoli, Tunisi e Il Cairo, deve prepararsi a delusioni tragiche, assumendosi la responsabilità della terza guerra mondiale. In tal caso, altro che No-Tav nelle piazze. Neppure la sorniona Berlino ne sarà risparmiata. Qualunque cosa sia detta nelle prossime settimane dell’ex agente del Kgb, Vladimir Putin, ricordiamo che giungerà da giornalisti prezzolati che non si accorsero che la speculazione contro i Btp, l’impennarsi dei prezzi e la crisi economica non nacquero a Mosca, bensì a causa dei nostri alleati e dei loro manutengoli.
Piero Laporta

Fonte: italiaoggi.it

Enrico Mattei fondatore dell’ENI

Sabato 17 Marzo, dalle ore 16.00 presso la Sala dell’Angelo, in via San Mamolo 24 a Bologna,
in coincidenza con l’imminente anniversario della tragica scomparsa avvenuta nel 1962, verrà ricordata la figura di
Enrico Mattei fondatore dell’ENI. Una vita per l’indipendenza e lo sviluppo dell’Italia, del Vicino Oriente e dell’Africa

L’incontro-dibattito prevede la partecipazione degli storici Claudio Moffa, docente presso l’Università di Teramo e direttore del Master “Enrico Mattei” in Vicino e Medio Oriente, e Nico Perrone, giornalista e saggista, docente presso l’Università di Bari.
Introduce e modera Stefano Vernole, redattore di Eurasia rivista di studi geopolitici.

L’incontro è organizzato dall’associazione Eur-eka, con il patrocinio del Comune di Bologna – Quartiere Santo Stefano.
L’ingresso è libero e gratuito.

[il volantino promozionale, da stampare e/o diffondere]

Enrico Mattei nasce nel 1906 ad Acqualagna, un povero paese delle Marche, da Angela Galvani e da Antonio, brigadiere dei Carabinieri.
Inizia a lavorare giovanissimo e a vent’anni è già direttore di una conceria locale. Alla chiusura della fabbrica, Mattei contro la volontà del padre decide di trasferirsi a Milano, dove, dopo pochi anni di lavoro quale rappresentante di commercio, decide di aprire la sua prima azienda, un piccolo laboratorio di olii emulsionanti.
Nel 1936 si sposa con Greta Paulas, ballerina viennese, e inizia a frequentare gli esponenti dell’antifascismo milanese. Durante la guerra ha modo di diplomarsi come ragioniere, le sue doti organizzative più che militari lo portano a diventare uno degli esponenti di spicco della Resistenza animata dalla Democrazia Cristiana, superando la diffidenza per la sua antica adesione al fascismo.
Finita la guerra, Mattei, industriale affermato, titolare dell’Industria Chimica Lombarda Grassi e Saponi, viene nominato “commissario straordinario” dell’AGIP, l’Azienda Generale Italiana Petroli fondata da Mussolini nel 1926, divenendone di lì a poco vicepresidente.
Grazie ai consigli del suo predecessore, il “repubblichino” Carlo Zanmatti col quale aveva mantenuto i contatti, e alla scoperta del giacimento petrolifero di Caviaga, Mattei riesce a fermare la liquidazione dell’AGIP. La battaglia fra i liberali, fautori dello smantellamento e/o della privatizzazione dell’ente, e i cosiddetti “statalisti” è comunque molto accesa: rimarrà famoso il discorso con il quale, il 26 Ottobre 1949, il deputato Enrico Mattei di fronte ai colleghi della Camera si erge “contro l’arrembaggio al metano e al petrolio” da parte di privati e stranieri.
Con l’approvazione, il 21 Gennaio 1953, della legge istitutiva dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) Mattei, che fin da subito ne è il presidente, inizia un’intensa attività all’estero volta ad instaurare legami con i Paesi produttori di petrolio, Unione Sovietica compresa.
In un contesto internazionale in cui le famigerate “Sette Sorelle”, le principali società petrolifere mondiali di cui cinque statunitensi, una inglese e una anglo-olandese, detenevano oltre il 90% delle riserve accertate fuori dagli Stati Uniti, Mattei riesce a stringere una lunga serie di accordi economici e commerciali sulla base della formula, da lui inventata, della divisione a metà degli utili (“fifty-fifty”), arrivando nel caso dell’Iran, nel 1957, a riconoscere il 75% sullo sfruttamento di alcuni giacimenti. Rendere i Paesi amici partecipi, inoltre, della determinazione dei volumi di produzione e dei prezzi di vendita rappresenta una vera e propria sfida lanciata alle “Sette Sorelle” e al governo USA che ne era il tutore politico e militare.
Il 27 Ottobre 1962, in piena “crisi dei missili sovietici a Cuba”, con il presidente Kennedy impegnato a valutare una possibile ritorsione armata, Enrico Mattei è in Sicilia, a Gagliano Castelferrato in provincia di Enna, per celebrare con la popolazione locale la scoperta di un giacimento di metano.
Alla fine della giornata, egli decolla da Catania con il suo aereo privato, un “Morane Saulnier 760” guidato dal pilota Irnerio Bertuzzi, insieme al giornalista William McHale. I tre uomini non arriveranno mai a destinazione poiché, poco prima dell’atterraggio previsto a Linate, l’aereo precipita schiantandosi in un campo nei pressi di Bascapé.
Un altro protagonista della politica euromediterranea dell’Italia del dopoguerra, Amintore Fanfani, ebbe a dire nel 1986 che forse “l’abbattimento” dell’aereo di Mattei è stato il primo gesto terroristico di una piaga che ha perseguitato per lungo tempo il nostro Paese. Certamente, quale che sia stata l’esatta dinamica dei fatti, ancora oggi discussa, “una pesante minaccia alla stabilità economica e politica dell’Italia” – come un documento dell’intelligence USA dell’epoca descriveva il potere d’influenza esercitato da Mattei – era cessata.
Oggi che l’ENI è una società per azioni quotata in borsa, con quasi 80.000 dipendenti dei quali più di metà all’estero e operativa in 79 Paesi nei cinque continenti, ma ormai in mano privata per circa il 70% del suo capitale sociale – salva un’ulteriore ondata privatizzatrice che l’esecutivo Monti non nasconde di auspicare – vogliamo chiederci quale sia l’eredità lasciata da un uomo visionario che ha contribuito in maniera decisiva a trasformare una nazione sconfitta e ancora prevalentemente contadina in un Paese avanzato con una forte industria energetica.
”I tesori non sono i quintali di monete d’oro, ma le risorse che possono essere messe a disposizione del lavoro umano”.
Con queste parole, Enrico Mattei salutava la festante folla di Gagliano poche ore prima della sua tragica scomparsa.

I RELATORI
Claudio Moffa è professore ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Teramo, dove insegna “Storia e Istituzioni dei Paesi dell’Africa e dell’Asia” e “Diritto e Istituzioni dell’Africa e dell’Asia”.
Come docente, oltre alla normale attività didattica presso l’Università di Teramo, ha svolto corsi di specializzazione presso Istituti vari – fra cui la SIOI di Roma – e fondato e diretto il Master “Enrico Mattei” in Vicino e Medio Oriente.
Ha inoltre scritto numerosi saggi su riviste specialistiche internazionali e italiane quali Politique Africaine, Le monde diplomatique, Limes, Studi Piacentini, Politica Internazionale, Africa, Africana, Estudia Africana, Rivista di Storia contemporanea, Giano, Marxismo oggi, Il Calendario del Popolo ed Eurasia. Quaderni internazionali (1987-1990) e La lente di Marx (1994-1997) sono invece le due riviste da lui stesso fondate e dirette.
E’ studioso di Enrico Mattei, sulla cui vicenda ha condotto ricerche preso l’Archivio ENI di Pomezia trovandovi importanti documenti che costringono a rivedere la storia e la fine del Presidente dell’ENI, e organizzato due convegni, “Enrico Mattei, il coraggio e la Storia” nel 2006 e “La straordinaria vicenda Mattei fra oblio e occultamento” nel 2008.

Nico Perrone è un saggista, storico, giornalista e docente universitario italiano. È autore di libri e saggi più brevi, apparsi in Italia, Danimarca e Stati Uniti d’America. Ha pubblicato inoltre un migliaio di editoriali e articoli su quotidiani e settimanali.
E’ professore di “Storia dell’America” e “Storia Contemporanea” presso l’Università di Bari (dal 1977).
Nel 1961 viene assunto all’ENI per studiare le normative straniere del lavoro. Il presidente, Enrico Mattei, lo designa quindi quale esperto nel gabinetto del Ministro per la Riforma della Pubblica Amministrazione Giuseppe Medici e membro di commissioni interministeriali di studio (1962-63).
Collaboratore della RAI dal 1982 al 2006, per RadioRai2 ha tenuto venti trasmissioni del programma Alle 8 della sera (24 aprile – 19 maggio 2006), dedicate a “Enrico Mattei stratega del petrolio”.

“A great man”

Washington, 4 marzo – “Obama ha confermato un sentimento di grande considerazione per l’Italia. Mi ha pregato di portare i suoi personali saluti al presidente Napolitano, che ha definito testualmente un ‘great man’, un grande uomo”.
Lo ha detto il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, dopo aver incontrato il Presidente americano a margine della convention della lobby filo-israeliana American Israel Public Affairs Committee (Aipac).
(TMNews)

E’ possibile rompere la gabbia del politicamente corretto?

“La gabbia del politicamente corretto, praticamente, oggi come oggi, è quasi impossibile da rompere, perché il politicamente corretto è un codice di accesso. È il codice di accesso per arrivare a quella che viene chiamata “opinione pubblica”, il politicamente corretto rappresenta oggi quello che un tempo era il conformismo religioso medievale, quello che un tempo era il costume borghese, cioè rappresenta un insieme di interdetti, un insieme di tabù. Il politicamente corretto è l’equivalente postmoderno dei tabù delle tribù primitive, dove alcune cose non le potevi fare. Non puoi toccare l’impero americano, non puoi toccare l’olocausto, non puoi toccare la dicotomia sinistra-destra, non puoi toccare il primato dei gay sulle persone dette “normali”, non puoi toccare il primato simbolico delle femministe, sono tutte cose politicamente corrette, no? Chi si mette fuori dal politicamente corretto è subito stigmatizzato come fascista, nazista pericolosissimo. Però questo non riguarda la gente, riguarda i settori che hanno in mano le chiavi dell’opinione pubblica politicamente corretta, che sono gli intellettuali universitari e giornalistici.”

Da A tu per tu… con Costanzo Preve, intervista esclusiva (e mai banale) a cura di Alberto Lodi.

Ora capiamo Bill

Roma, 29 febbraio – Duro attacco della Pravda contro il Segretario di Stato USA Hillary Clinton, per la sua presa di posizione contro il veto posto da Russia e Cina alla risoluzione ONU sulla Siria. ‘Spregevole è Hillary Clinton’ ha titolato il quotidiano che un tempo era l’organo di stampa del partito comunista, riprendendo l’aggettivo usato la scorsa settimana a Tunisi dal capo della diplomazia USA contro Mosca e Pechino.
“Ha iniziato quattro anni fa come un Segretario di Stato affascinante, il sorriso sul volto a cancellare il ringhio del suo predecessore Condoleezza Rice – ha scritto il quotidiano russo in un editoriale, rilanciato oggi dal Washington Post – ma ora appare mascolina, genere camionista, probabilmente completo di tatuaggi, insolente, incoerente e incompetente. Ora capiamo Bill”. Russia e Cina hanno solo “esercitato il loro diritto di bloccare il malvagio desiderio della NATO di trasformare la Siria in un’altra Libia”, ha aggiunto la Pravda.
Secondo il WP, i collaboratori di Clinton avrebbero espresso irritazione per l’editorale, ma il quotidiano americano ha sottolineato: “A dire la verità, spregevole è un termine molto poco diplomatico. Sarebbe stato meglio dire ‘riprovevole'”.
(TMNews)