Stavolta ci sarebbero le prove. Documenti ufficiali, raccolti nel libro “Rivoluzioni S.p.A.” del giornalista Alfredo Macchi (in uscita mercoledì [28 Marzo - ndr] per Alpine Studio Editore e in anteprima su Dagospia), dimostrerebbero per la prima volta come, dietro alle rivolte che hanno caratterizzato la cosiddetta “Primavera Araba”, ci sia lo zampino degli Stati Uniti, interessati a rovesciare i regimi ostili al libero mercato per imporre la propria influenza economica e mantenere il controllo su una zona ricca di risorse energetiche.
Un ruolo fondamentale sarebbe stato giocato dall’Alliance of Youth Movements, organizzazione creata nel 2008, circa due anni prima della vera e propria esplosione della Primavera Araba, dal Dipartimento di Stato di Washington e sponsorizzata dalle maggiori aziende americane.
A quella che da lì a pochi mesi sarebbe diventata la “Movements.org”, partecipano diversi gruppi di giovani attivisti provenienti da tutto il mondo (fra gli altri: Colombia, ex Birmania, Venezuela), compresi quelli del “Movimento 6 Aprile”, protagonista della rivolta in Egitto. Movements.org, che si prefigge di “aiutare gli attivisti per ottenere un più rilevante impatto sulla scena mondiale”, tramite il suo sito internet offre suggerimenti su come aggirare la censura informatica dei regimi, organizza incontri con esperti di software e corsi per usare al meglio i social network. Apparentemente, tutto questo in nome della democrazia e della libertà di pensiero.
Nella pratica, gli americani hanno capito quale potente strumento possa essere la comunicazione 2.0, e quindi in primis i social network come Twitter, Facebook e YouTube. Strumenti in grado di mobilitare i giovani e, se necessario, di rovesciare un regime. Proprio quello che serviva agli Stati Uniti nel caso della Tunisia, dell’Egitto, della Libia, dello Yemen, della Siria. Come scrive Macchi, sulla base delle analisi dei centri di ricerca strategica della Casa Bianca, “sacrificare vecchi amici come Ben Alì, Mubarak, Saleh e tradizionali nemici, come Gheddafi e Assad, in nome del libero mercato, è una scelta obbligata per Washington.
Un cambio di rotta, per gli Stati Uniti, nei confronti dei loro tradizionali alleati, non privo di rischi, ma che doveva essere affrontato prima che lo facessero frange estremiste più ostili”.
Nelle rivolte nei vari paesi, diversi attivisti dell’opposizione sarebbero stati addestrati negli Stati Uniti e in una scuola di Belgrado in particolare alla disobbedienza civile e alle tattiche di azione non violenta, molto simili alle tecniche di guerriglia non armata studiate dalla CIA.
Nei giorni delle proteste vennero diffusi, da Anonymous e da altre ignote fonti, alcuni manuali che spiegavano nel dettaglio ai manifestanti come organizzarsi, cosa indossare, cosa scrivere sui muri, quali bandiere portare. Parallelamente alcuni sceicchi arabi hanno finanziato movimenti e loro uomini tra gli insorti. Nei più difficili scenari sarebbero stati inviati sul posto alcuni esperti combattenti per affiancare i ribelli. Macchi racconta di personaggi che hanno combattuto con i ribelli in Libia ricomparsi dopo alcuni mesi in Siria.
Gli Stati Uniti starebbero in pratica sostenendo i moti di rivolta in alcuni paesi del Medio Oriente per evitare che l’area d’influenza cada nelle mani sbagliate. Una partita tra le grandi Potenze per le risorse strategiche che si gioca sulla testa della popolazione civile che, oppressa, combatte per la propria libertà, mentre in gioco c’è soprattutto la competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina.
Americani che, pur di raggiungere il loro scopo, si stanno esponendo al rischio di appoggiare movimenti come quello dei Fratelli Musulmani, che hanno comunque importanti (e ingombranti) radici integraliste e che non hanno mai nascosto la loro aspirazione al “trionfo dell’egemonia islamica nel mondo”. Lo stesso rischio che si assunsero nell’armare Osama Bin Laden.
Fonte: dagospia.com

e si aggiunga:
LA GUERRA DEI MASS MEDIA: PROPAGANDA E OMISSIONE DI NOTIZIA
Su Siria e Libia in Italia non vengono riportate le notizie pubblicate dal New York Times.
di Lucio Manisco
“La guerra tramite i mass media, secondo la corrente dottrina strategica,
è altrettanto importante del campo di battaglia. Perché il nemico reale è
l’opinione pubblica in patria la cui manipolazione e il cui inganno sono
essenziali per scatenare una guerra coloniale impopolare. Come le invasioni
dell’Afghanistan e dell’Iraq, così gli attacchi contro l’Iran e la Siria
richiedono un costante e martellante effetto sulla coscienza dei lettori
dei quotidiani e degli spettatori televisivi. E’ questa l’essenza della
propaganda che non viene mai chiamata con il suo vero nome.”
Così John Pilger sul Guardian del 18 marzo. Il più autorevole e
indipendente giornalista dell’ultimo mezzo secolo fu l’unico corrispondente
occidentale ad Hanoi durante la guerra del Vietnam e venne accusato, “tout
court”, non solo nella natia Australia, ma negli Stati Uniti ed in Europa,
di *essere al soldo di Ho Chi Minh*. Insieme a pochi altri negli ultimi
quarantadue anni è stato regolarmente definito se non un prezzolato, un
fanatico sostenitore di Saddam, di Ahmadinejad, di Gheddafi, ora di Bashar
al-Assad, animato sempre da un viscerale anti-americanismo, persino da
antisemitismo ogni qual volta abbia criticato le direttive Likud di
Israele, “Piombo Fuso” e la selvaggia, sanguinosa repressione del popolo
palestinese.
Per quanto riguarda i mass media italiani quello che più preoccupa non è
tanto il successo di quest’opera di intimidazione, ma un *valore aggiunto*che distingue la nostra informazione da quella degli altri paesi
occidentali: la totale omissione di notizia su temi, eventi che pur senza
grande evidenza, con estrema cautela e saltuariamente vengono riportati
dalla cosiddetta stampa benpensante estera; non parliamo dunque di
internet, Counterpunch e di qualche raro periodico della sinistra sull’una
e l’altra sponda dell’Atlantico. Parliamo del “New York Times”. Titolo del
25 marzo u.s.: “Gli Stati Uniti e la Turchia incrementano gli aiuti *non
letali* ai ribelli in Siria” e nella corrispondenza di Anne Barnard da
Beirut si legge che al di là dell’assistenza *umanitaria* da tempo
ufficialmente estesa dagli USA ai gruppi di opposizione, secondo esponenti
dell’amministrazione Obama, Washington ha già posto in atto un piano di
aiuti militari soprattutto nel settore delle comunicazioni all’“Esercito
Libero Siriano”.
Un precedente articolo sullo stesso quotidiano aveva citato le forniture
di armamenti pesanti dal Qatar e gli ingenti flussi di denaro dall’Arabia
Saudita ai ribelli sin dal maggio dello scorso anno. Naturalmente
l’autorevole quotidiano – molto meno autorevole da qualche anno a questa
parte – dedica ben più ampio spazio alle migliaia di vittime civili, bene
inteso quasi esclusivamente bambini ed anziani, provocate dai carri armati
di Bashar al-Assad a Homs e dintorni. Apparentemente per gli operatori
dell’informazione italiana pubblicare la notizia dell’accordo USA-Turchia
sulle forniture militari ai ribelli voleva dire essere al soldo del
presidente siriano.
E passiamo ora ad una crisi molto più vicina all’Italia, quella libica:
una crisi “delicata e complicata” nell’italico gergo giornalistico, per cui
se ne parla poco o non se ne parla affatto: una tragedia sanguinosa e
continua per le genti del “bel suol d’amore al rombo del cannon” che
continua a tuonare intermittentemente in ogni angolo del paese come ha
riferito lo scorso mese il solito New York Times. Perché è delicata e
complicata questa crisi? Perché il governo di Bengasi, che conta quanto il
due di picche, ha promesso a parole di osservare i trattati sulle forniture
di petrolio e gas all’Italia ma, quasi certamente sotto le pressioni USA,
francesi e britanniche, ha rinviato di assumere impegni scritti
riconosciuti a livello internazionale. E poi un’altra notizia pubblicata
sempre dal New York Times il 24 marzo u.s. sulla condotta della guerra e le
responsabilità delle singole nazioni i cui aerei hanno provocato centinaia
di morti tra la popolazione civile. Il segretario generale della Nato
Anders Fogh Rasmussen, che non passa per il coltello più affilato nella
cucina dell’alleanza atlantica, ha apposto a tutti gli effetti il segreto
militare rifiutandosi di identificare la bandiera dei bombardieri che hanno
provocato le perdite tra i civili. La richiesta era stata inoltrata da una
commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite che aveva accertato come la
notte dell’8 agosto dello scorso anno aerei della Nato avevano sganciato
bombe a guida laser da 500 libbre sul villaggio agricolo di Majer
massacrando 34 civili, tra i quali molte donne e bambini. Una seconda
ondata degli stessi aerei a poche ore di distanza aveva mietuto altre
vittime tra i soccorritori giunti dalle vicine aree agricole. Secondo l’ONU
il villaggio di Majer non rivestiva alcun interesse militare né ospitava
truppe di Gheddafi o gruppi di insorti.
La risposta dell’ineffabile Rasmussen è stata identica a quella data in
precedenti occasioni: “La procedura d’esame ha confermato che i bersagli da
noi colpiti erano legittimi bersagli militari”. “Silenzio sulla
nazionalità” dei piloti, che avendo probabilmente mancato un bersaglio
difeso da qualche mezzo anti-aereo avevano sganciato le loro bombe su un
indifeso “target of opportunity”. Chissà quanti altri “target of
opportunity” verranno colpiti se verrà accolta la richiesta dei molti
Stranamore USA, primo tra tutti l’ex candidato presidenziale repubblicano
John McCain, di lanciare attacchi aerei sulle truppe governative siriane.
E’ legittimo chiedersi perché i nostri mass media non abbiano riferito le
notizie pubblicate dal New York Times?
http://www.luciomanisco.eu
Chissà quanti altri “target of
opportunity” verranno colpiti se verrà accolta la richiesta dei molti
Stranamore USA, primo tra tutti l’ex candidato presidenziale repubblicano
John McCain, di lanciare attacchi aerei sulle truppe governative siriane….
E’ vero, potrebbero lanciare attacchi, ma la Siria ha una buona difesa aerea, non come la libia. La russia ha fornito all’esercito siriano gli S300 e non solo… da: geopoliticalcenter.com Nuove Armi russe per la Siria
Roma 12 febbraio 2012
Nuove armi russe sono state consegnate all’inizio di questo mese alla Siria, non si tratta però di AK-47 o RPG, stiamo parlano di armi ad alta tecnologia e non impiegabili contro i ribelli: stiamo parlando di missili antinave Yakhont e Kh-31A e KH-31P.
Dei missili antinave Yakhont vi abbiamo già parlato, oggi giunge la notizia, confermata dall’agenzia inglese Jane’s che la pubblica sul Defence Weekly, che è stata effettuata anche una consegna dei modelli antinave Kh-31A e antiradar Kh-31P.
Questi due missili codice NATO AS-17 Krypton , sono sitemi d’arma di grande tecnologia, e che la Siria non possedeva prima del mese di febbraio 2012. Come dicevamo queste armi non sono utili contro i ribelli ma sono armi destinate ad essere utilizzate contro un aggressore esterno che tenti di attaccare la Siria dal mare.
I missili Kh31-A sono missili antinave che hanno una portata stimata intorno ai 70 Km e una velocità di quasi mach 3, quindi quasi tre volte la velocità del suono, procedono radenti la superficie marina e sono molto difficili sia da individuare, sia da abbattere.
Altro e più accurato discorso è necessario per i Kh-31P, essi nascono come missili anti-radar studiati per distruggere i radar Phased-Array del sistema Aegis della marina americana. Traduco per i non addetti ai lavori: nascono come missili per mettere fuori uso un radar molto sofisticato usato dalla marina americana per guidare la propria difesa contro le minaccia aeree, velivoli o missili che siano. Già per questa caratteristica non può essere definita un’arma esclusivamente difensiva, tuttavia in una strategia di difesa della Siria potrebbe essere giustificata per rendere credibile la minaccia contro le navi NATO. Tuttavia tale arma, ben nota a questa agenzia, è un’arma tipicamente offensiva, in quanto lo stesso missile anti-radar equipaggiato con un seeker ( lo strumento che individua e traccia i radar ) diverso ed indistinguibile esternamente dalla versione anti-radar navale, è studiato specificamente per attaccare la postazioni radar del sistema Patriot. Sistema Patriot schierato in questi mesi a difesa di diversi obiettivi strategici sul suolo turco. Questo missile, potrebbe quindi essere utilizzato per permettere ai missili balistici siriani di colpire i loro bersagli in Turchia, in modo più agevole, dopo aver neutralizzato le batterie Patriot.
Il missile in questione è aviolanciato, nel caso della Siria dai cacciabombardieri SU-24. Vista questa importante novità strategica l’apparato di difesa aerea turco nella zona sud del paese dovrà essere notevolmente incrementato forse con pattugliamenti aerei 24/7 ( ventiquattro ore su ventiquattro e sette giorni la settimana ) , in caso di improvvisi aumenti della tensione nell’area al fine di non vedersi sorpresi da una sortita dei caccia Siriani.
Se Ankara era preoccupata per la situazione ai suoi confini, ora sarà molto più preoccupata per le capacità siriane di colpire gli obiettivi strategici turchi.
La guerra fredda in Siria diventa ogni giorno più reale.
Comunque al momento gli americani le risorse energetiche le contendono ad alcune nazioni europee….