Sul caso Chico Forti e l’American Gulag

Cosa penso del caso Chico Forti, di Claudio Giusti
membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti

Se Enrico “Chico” Forti fosse stato condannato a morte tutto sarebbe più semplice: daremmo per scontata la sua colpevolezza e cercheremmo di salvargli la pelle. Ma Forti non ha una sentenza capitale e proclama la sua innocenza da uno dei supermax dell’American Gulag (1) dove sta scontando l’ergastolo senza possibilità di rilascio anticipato (LWOP) (2).
Le sue proteste d’innocenza non si trovano a cozzare solo contro la “mission impossible” di convincere una corte americana, ma anche contro il prudente scetticismo di chi, come noi abolizionisti, non ha l’abitudine di prendere per buona qualsiasi dichiarazione innocentista (3) e, per quanto ne sappiamo, l’unica cosa inusuale del processo Forti è stata la sua notevole lunghezza.
Malauguratamente del caso giudiziario e dei dodici anni di appelli sappiamo solo quel poco che raccontano gli amici di Forti. Non abbiamo il verbale del processo, gli opening statements e le istruzioni date alla giuria, non possediamo i writs of certiorari che hanno preparato i difensori nei sei tentativi d’appello, non conosciamo il punto di vista dell’Accusa e nemmeno quello del tanto vituperato collegio di difesa. Non abbiamo le cronache dei giornali della Florida e nemmeno una time table degli avvenimenti. Inoltre i media italiani hanno, con poche eccezioni, sposato acriticamente le lacunose tesi della famiglia Forti. Tuttavia, grazie ai documenti e alle interviste reperibili su Internet, è possibile farsi un’idea, per quanto approssimativa, dei fatti. Senza mettere in dubbio la buona fede degli amici di Forti faccio notare alcuni dei punti che non mi convincono.. Continua a leggere

La Sardegna sotto il tallone della NATO

“Un bel giorno il procuratore di Lanusei competente per territorio, Domenico Fiordalisi, con un coraggio civile incredibile, ordina al fisico nucleare dell’Università di Brescia e del Cern di Ginevra, Evandro Lodi Rizzini, di riesumare diciotto cadaveri di altrettanti allevatori deceduti per leucemie e linfomi che avevano i pascoli nei terreni del poligono di Quirra – Perdasdefogu (30 marzo 2011). Due mesi dopo mette gran parte del poligono sotto sequestro. A novembre dello stesso anno la prima parte dell’indagine si conclude con l’accusa di disastro ambientale doloso nei confronti dei generali che avevano comandato il poligono di Perdasdefogu – Quirra dal 2004 al 2008, e di due chimici per aver falsificato parte dei controlli ambientali nel poligono. Gli esami, marzo 2012, riveleranno la presenza di torio radioattivo in misura superiore alla norma nelle salme dei 18 pastori. La cerchia degli indagati si allarga sino a comprendere anche il sindaco di Perdasdefogu.
Altro passo importante che forse permetterà la fine dei danni delle servitù in Sardegna è stato il lavoro e le relative conclusione dell’ultima inchiesta senatoriale (deliberazione del Senato del 16 marzo 2012). Con l’apporto determinante del senatore gallurese Pier Sandro Scanu. Le conclusioni, finalmente, hanno svelato quanto solo i ciechi non vedevano. Eccole: gran parte del territorio sede dei poligoni sardi è altamente inquinato, con potenziale rischio per la salute. Ci sono state morti sospette tra civili e militari. Le guerre simulate e i test sono stati effettuati senza gli accorgimenti di legge. E’ urgente intervenire col proibire da subito le attività gravemente nocive per l’ambiente e le persone. Prevedere, a breve termine la chiusura dei poligoni di Teulada e Capo Frasca, bonificare e riconvertire le attività di Quirra.”

Da La Sardegna sotto il tallone della NATO. Intervista a A. Ledda, coautore di “Servitù militari in Sardegna – Il caso Teulada”, a cura di Federico Dal Cortivo.

[Gli aggiornamenti in merito al procedimento giudiziario intrapreso dal procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi, sono qui]

Coca go home!

Magari non sarà l’apocalisse, come nella profezia Maya, ma il 21 dicembre segnerà comunque la fine della Coca-Cola. Almeno in Bolivia, uno dei maggiori produttori di coca e di cocaina. Il governo di Evo Morales ha dato l’annuncio ufficiale. Sarà il 21 dicembre, in occasione del solstizio d’estate, che segna la fine del calendario maya. Sarà la fine della Coca USA e il ritorno della mocochinche, la tradizionale bevanda boliviana a base di nettare di pesca.
Secondo il ministro degli Esteri boliviano, David Choquehuanca, la scadenza ha un alto valore simbolico: sarà allora che, a suo dire, verrà celebrata la «fine del capitalismo» e l’inizio di una «cultura della vita». «Il 21 dicembre 2012 sarà la fine dell’egoismo, della divisione», ha detto Choquehuanca durante una cerimonia pubblica insieme al presidente della Bolivia. Non è la prima volta che l’esecutivo di Morales dichiara guerra alla tipica bibita «yankee»: proprio l’anno scorso in Bolivia è stata lanciata una bevanda locale, la «Coca-Colla», che imita persino nei colori dell’etichetta, oltre che nel nome, il prodotto dell’omonima multinazionale USA. Una chiara provocazione in risposta a quello che, nel Paese latinoamericano, è visto come emblema per eccellenza della temuta globalizzazione.
Le sedi dell’industria americana in Bolivia, tra l’altro, nel tempo sono state sottoposte a rigidi controlli fiscali, per individuare irregolarità. Nelle intenzioni del governo, inoltre, dietro alla sua abolizione ci sarebbe anche la volontà di difendere la principale risorsa nazionale, le foglie di coca, alla base di sempre più numerosi prodotti di consumo. Compresa la Coca-Cola ufficiale, anche se l’azienda con sede ad Atlanta non lo ha mai ammesso (nonostante voci contrarie, secondo cui ne vengono importate 180 tonnellate all’anno, soprattutto dal Perù). Ma l’avversione verso la Coca-Cola non riguarda solo la Bolivia: nel 2005, indios del sud-est colombiano presentarono al mondo la «Coca Sek», che pure si basava su estratti di coca. L’invenzione però venne proibita dal Consiglio internazionale per il controllo dei narcotici (Incb) dell’ONU.

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La verità sulla Siria

Durante la trasmissione del mattino condotta da Jean-Jacques Bourdin sulla radio francese RMC, si parla di Siria. Avrebbe dovuto essere ospite un’esponente dell’opposizione ma, vista la sua indisponibilità, all’ultimo minuto viene invitato Stephane e non tutto va come previsto…

Democrazia in Libia

Dopo le bombe, ovviamente arrivano le elezioni.
Svoltesi lo scorso sabato 7 Luglio, in un clima di violenza che è pane quotidiano della Libia “liberata”, ma scientificamente minimizzato nelle dichiarazioni magniloquenti dei vari Obama, Ki-Moon e soci.
Nelle ultime ore sono stati diffusi i risultati cosiddetti “preliminari”, ma vale piuttosto la pena dare un’occhiata ai dati relativi all’affluenza, che secondo le fonti disponibili in rete si sarebbe aggirata intorno al 60%.
Nella consueta unanimità della “libera stampa”, troviamo però una falla.
Si tratta di un lancio dell’agenzia Adnkronos, che riferendosi a una dichiarazione rilasciata dal capo della commissione elettorale Nuri al Abbar dopo la chiusura della maggior parte dei seggi, afferma: “Meno del 50 per cento dei libici hanno votato alle elezioni per il nuovo parlamento.”
Specificando che degli aventi diritto si sarebbe registrato per poter votare solo l’80%, 2,7 milioni di persone rispetto a un totale di 3,4 milioni circa, mentre la popolazione libica in totale ammonta a circa 6,5 milioni di persone (i numeri al riguardo sono leggermenti discordanti a seconda della fonte).
Dunque, secondo il capo della commissione elettorale, il numero dei votanti non avrebbe superato 1,3 milioni di cittadini, il 20% circa della popolazione complessiva della Libia…

Forse qui sta il motivo per cui il giorno dopo, domenica 8 Luglio, tutte le agenzie – Adnkronos compresa – rilanciano la notizia di un’affluenza “intorno al 60 per cento”, come sarebbe stato dichiarato da quella stessa commissione elettorale che poche ore prima aveva diffuso stime inferiori di almeno dieci punti percentuali.
E’ solo in questo articolo, poi, che siamo riusciti a trovare un dato che sembrerebbe definitivo. I motivi di un’oscillazione così significativa delle cifre rimangono insondabili.
Dal suo canto, la NATO – per bocca del suo segretario generale Rasmussen – ribadisce, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere “orgogliosa del ruolo avuto, insieme ai partner, nella protezione del popolo libico” e che “è pronta a dare aiuto, se richiesta, alla costruzione delle moderne istituzioni di sicurezza e difesa di cui la nuova Libia ha bisogno”.
Sottolineiamo: “se richiesta”.

Fiscal Compact per succhiare il sangue dei popoli europei

Stralcio degli interventi dei senatori Federico Bricolo (Lega Nord) e Elio Lannutti (Italia dei Valori) in sede di dichiarazione di voto finale sul disegno di legge n. 3239 “Ratifica ed esecuzione del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria”, cosiddetto “Fiscal Compact”, seduta n. 764 del 12 Luglio 2012.

“Gli strumenti che oggi volete ratificare, lo sappiamo tutti, sono solo delle mere pezze alla barca dell’euro che fa acqua da tutte le parti. Non risolveranno i problemi dell’Europa, ma ci costeranno moltissimo, e non solo in termini finanziari.
Il fiscal compact ci impone il pareggio di bilancio e un piano di rientro del debito che, così come impostato dal Governo Monti, è evidentemente insostenibile. Siamo sempre stati i primi a denunciare gli sprechi dello Stato e la spesa pubblica inefficiente, ma ci stiamo rendendo conto di che cosa significherà il fiscal compact? Non si tratta solo di qualità della spesa: è un meccanismo rigido che prevede sanzioni automatiche in caso di sfondamento.
Mentre oggi ancora si discute di quale sia la ricetta per uscire dalla crisi, ci precludiamo per il futuro qualunque possibilità di favorire la ripresa economica e gli investimenti per lo sviluppo. Con questo Trattato non solo la Commissione europea ci farà le pulci su ogni spesa vagliando i nostri bilanci prima, dopo e durante e ci dirà cosa possiamo e cosa non possiamo fare: con il fiscal compact qualsiasi altro Stato, se riterrà i nostri conti non in ordine, potrà citarci in giudizio di fronte alla Corte di giustizia.
Abituiamoci, dunque, alle lettere della Banca centrale europea, che deciderà come dobbiamo regolare il nostro mercato del lavoro; abituiamoci ai tagli con la mannaia alle spese sanitaria e sociale e a tutto ciò che fa dell’Italia un Paese vivibile per tutti, anche per i più deboli. Mi rivolgo, in particolare, ai senatori del centrosinistra, ai quale dovrebbero stare a cuore questi temi e che invece hanno deciso di approvare i Trattati senza affrontare nel merito le diverse questioni.
Negli altri Paesi questi Trattati non vengono ratificati di nascosto, in poche ore, nelle Aule parlamentari. Proprio in Germania, i tedeschi – additati come i principali artefici di tali scelte – non hanno accettato passivamente le nuove regole; è in corso un dibattito vero ed è stato presentato un ricorso alla Corte costituzionale contro questi Trattati per verificare la loro compatibilità con l’ordinamento federale.
Lo stesso discorso vale per l’European stability mechanism (ESM): si tratta di un fondo in cui noi versiamo soldi pubblici, dei nostri cittadini, ma che sarà governato da un consiglio di governatori non eletti, che godranno della massima immunità in tutte le loro decisioni ed azioni. Queste persone intoccabili, dopo che avremo loro dato i nostri soldi (miliardi e miliardi di euro), decideranno autonomamente a chi concedere i prestiti in caso di bisogno, ma sempre e solo in cambio del rispetto di precise condizioni. Questi signori decideranno quindi la nostra spesa pensionistica, i costi del nostro sistema sanitario e la spesa per la scuola: stiamo parlando di questo e non di cose astratte.
Avete compreso che potere state dando ai governatori del fondo salva Stati? Evidentemente in quest’Aula pochi lo hanno capito. Siamo lanciati su una locomotiva in corsa verso un muro e, anziché deviare, stiamo accelerando.
Benché pubblicamente ed ufficialmente si discuta solo del modo in cui salvare l’euro, molti ufficiosamente stanno cominciando a chiedersi se l’euro si possa salvare. Dal nostro punto di vista, la domanda successiva, doverosa per onestà e trasparenza verso i nostri cittadini, è se ne valga davvero la pena alla luce dei sacrifici che ciò comporterà per le famiglie.
Se siamo giunti ad un’unione monetaria rilevatasi fallimentare è legittimo, prima di compiere ulteriori passi, ragionare sulle cause e sulle debolezze dell’attuale sistema. La debolezza è quella di un’Europa costruita al contrario, partendo dai mercati, dai beni, dalla moneta, anziché dai popoli, dalle culture e – lasciatemelo dire – anche dalle idee.
Da tempo è giunta l’ora, se vogliamo dare un futuro a questa Europa, di uscire dagli schemi dogmatici delle istituzioni già esistenti e ragionare semmai su un progetto politico europeo che superi gli Stati nazionali, oggi in piena crisi e di fatto svuotati di ogni sovranità. Nulla potrà cambiare in meglio finché non ci metteremo seriamente a lavorare per un’Europa dei popoli e delle regioni, fondata sulle persone e sulle loro culture ed identità, anziché sull’aridità del mercato e della finanza. Un’Europa così è destinata ad implodere su se stessa. Non importa quanti miliardi riuscirete ancora a bruciare!
Per quanto ci riguarda, può esistere un’Europa sola: l’Europa dei popoli. Viva l’Europa dei popoli, no all’Europa delle banche e dei burocrati!”


“Signora Presidente, è dal 7 luglio 2007, data dello scoppio della bolla dei subprime e di una crisi sistemica provocata dall’avidità dei banchieri e dal potere enorme assunto dai tecnocrati e dalle élites, che stiamo ballando sulle tempeste finanziarie senza bussola, con Governi sempre più incapaci di tracciare rotte in grado di portare i popoli ad approdi sicuri.
Se in una fase di crescita la disciplina di bilancio è doverosa, si illude chi ritiene di poter uscire dalle tempeste globali perfette con le camicie di forza. Perché il fiscal compact, in una fase di grave recessione e distruzione di 30 milioni di posti di lavoro, è controproducente, come dimostrato empiricamente dal New Deal e dalle politiche rooseveltiane, che riuscirono a domare la crisi del ’29 con una maggiore spesa pubblica.
Banchieri avidi: nulla cambierà a meno di sanzioni penali. Nel 2013, tempesta globale perfetta e banchieri avidi impiccati nelle strade: non lo dico io, ma lo ha detto Nouriel Roubini, professore di economia a New York. Il 2013 sarà un altro anno peggiore del 2008, con la possibilità di una tempesta globale perfetta: crollo dell’Eurozona, recessione negli USA, guerra in Medio Oriente, crollo della crescita in Cina e nei mercati emergenti.
PRESIDENTE. Colleghi, per cortesia.
LANNUTTI. Comprendo che ci siano anche servitori di alcuni padroni che sono i banchieri, ma il rispetto per chi parla penso che sia doveroso, come io rispetto gli altri.
Invece di ratificare un trattato sul fiscal compact bisognerebbe istituire un tribunale internazionale analogo a quello che giudica i crimini di guerra, e invece di impiccare i banchieri nelle pubbliche piazze bisognerebbe processarli per crimini economici contro l’umanità.
Per questo – e chiudo, signora Presidente – voterò contro la camicia di forza che analogamente all’ESM, invece di assicurare la stabilità dell’Europa, garantirà dorate poltrone a tecnocrati, burocrati e ottimati che, come novelli principi di Valacchia, continueranno a succhiare il sangue ai popoli europei già dissanguati…
PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Lannutti.
LANNUTTI. …per non essere complice…
PRESIDENTE. Collega, lei disponeva di tre minuti, che ho controllato.
LANNUTTI. Presidente, mi hanno disturbato.
PRESIDENTE. No, lei non è stato interrotto da nessuno. La prego di concludere.
LANNUTTI. …per non essere complice delle cleptocrazie europee.”

Il disegno di legge è stato approvato dal Senato con voti favorevoli 216, contrari 24, astenuti 21.
Ora la palla passa alla Camera, dove il presidente Gianfranco Fini ha già garantito una corsia riservata per riuscire ad approvare definitivamente il testo entro la fine del mese…

Yes we can!

Poca risonanza nella grande stampa alla denuncia del sindaco di L’Aquila, Cialente, intervistato da Radio 24 a proposito della destinazione dei fondi raccolti per il terremoto del 2009.
Alcune promesse – ha sottolineato Cialente – sono state mantenute: è il caso, ad esempio, della Russia, che ha finanziato la ricostruzione del palazzo Ardinghelli e di un altro edificio per un importo di sei milioni di euri, del Kazakistan, che ha subito inviato il suo ambasciatore con un contributo di un milione e settecentomila euri, del Giappone, intervenuto generosamente per costruire l’Auditorium e ora impegnato anche per il Palazzetto dello Sport.
Cialente ha voluto evidenziare che non un centesimo, invece, è arrivato da Stati Uniti e Gran Bretagna.
“Con Obama (recatosi a L’Aquila dopo il cataclisma e ripreso fra le macerie da tutte le televisioni, ndr) parlai cinque minuti, mi assicurò che avrebbe pensato alle università, ai giovani studenti – ha spiegato il primo cittadino della capitale abruzzese – Non hanno fatto niente, alla conta finale i soldi non sono mai arrivati”. Nemmeno i quattro milioni e mezzo di dollari esplicitamente promessi dal Presidente americano per la ricostruzione della chiesa di Santa Maria Paganica.
Quanto alla Gran Bretagna, per la verità, non si può nemmeno parlare di impegni non mantenuti:
“Il governo britannico – ha chiarito Cialente – non si è mai impegnato alla destinazione di fondi pubblici per la ricostruzione dell’Aquila”.
Aldo Braccio

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Barack Obama, sua madre e la CIA

Nella sua autobiografia, I sogni di mio padre, Barack Obama scrive che a un certo punto, dopo essersi laureato nel 1983 alla Columbia University, accettò un lavoro. Egli descrive il suo datore di lavoro come “una ditta di consulenza a società multinazionali” di New York, e le sue funzioni come “assistente di ricerca” e “scrittore in materia finanziaria”.
Stranamente, Obama non fa il nome del suo datore di lavoro. Tuttavia, un articolo del New York Times del 30 Ottobre 2007 identifica l’azienda come la Business International Corporation. Ugualmente strano è che il New York Times non ricordi ai suoi lettori che lo stesso quotidiano aveva rivelato nel 1987 che la Business International aveva dato copertura a quattro dipendenti della CIA in vari Paesi fra il 1955 e 1960 [1].
La rivista britannica Lobster Magazine – che, malgrado il suo nome incongruo, è una venerabile pubblicazione internazionale su questioni di intelligence – ha riferito che la Business International fu attiva negli anni Ottanta nel promuovere la candidatura di politici ben visti da Washington in Australia e nelle isole Figi [2]. Nel 1987, la CIA rovesciò il governo delle Figi dopo appena un mese dalla sua entrata in carica a causa della sua politica di mantenere l’isola una zona libera dal nucleare, il che significava che le navi americane a propulsione nucleare o con a bordo testate nucleari non potevano farvi scalo [3]. Dopo il colpo di Stato alle Figi, il candidato appoggiato dalla Business International, che era molto più sensibile ai desideri nucleari di Washington, fu reinsediato al potere – R.S.K. Mara fu primo ministro o presidente delle Figi dal 1970 al 2000, tranne che per l’interruzione di un mese nel 1987.
Nel suo libro, non solo Obama non menziona il proprio datore di lavoro; non dice neanche quando ci lavorò esattamente, o perché lasciò l’impiego. Queste omissioni potrebbero non avere alcuna importanza, ma nella misura in cui la Business International ha un lungo rapporto con il mondo dell’intelligence, delle operazioni segrete, e i tentativi di infiltrare la sinistra radicale – inclusi gli Students for a Democratic Society – è ragionevole chiedersi se l’imperscrutabile signor Obama non stia nascondendo qualcosa del suo legame con questo mondo [4].
Aggiungendo alla domanda il fatto che sua madre, Ann Dunham, durante gli anni Settanta e Ottanta è stata legata – come impiegata, consulente, donataria, o studente – con almeno cinque organizzazioni strettamente connesse alla CIA durante la Guerra Fredda: Ford Foundation, Agency for International Development (AID), Asia Foundation, Development Alternatives Inc., e East-West Center of Hawaii [5]. Per la maggior parte del tempo ella lavorò come antropologa in Indonesia e nelle Hawaii, in una buona posizione per raccogliere informazioni sulle comunità locali.
Come esempio dei legami della CIA con queste organizzazioni, si presti attenzione alle rivelazioni di John Gilligan, direttore dell’AID durante l’amministrazione Carter (1977-1981). “A quel tempo, molti uffici di AID sul terreno erano completamente infiltrati da gente della CIA. L’idea era di posizionare degli agenti operativi in qualunque genere di attività avessimo oltremare, governativa, volontariato, religiosa, qualunque tipo” [6]. E Development Alternatives Inc. è l’organizzazione per la quale stava lavorando Alan Gross quando venne arrestato a Cuba, accusato di far parte di una operazione americana in atto per destabilizzare il governo cubano.
William Blum

[1] New York Times, 27 Dicembre 1977, p. 40.
[2] Lobster Magazine, Hull, Gran Bretagna, 14 Novembre 1987.
[3] William Blum, Rogue State: A Guide to the World’s Only Superpower [edizione italiana: Con la scusa della libertà, Tropea editore], pp. 199-200.
[4] Carl Oglesby, Ravens in the Storm: A Personal History of the 1960s Antiwar Movement (2008), passim.
[5] Ann Dunham, voce Wikipedia.
[6] George Cotter, “Spies, strings and missionaries”, The Christian Century (Chicago), 25 Marzo 1981, p. 321.

Fonte
(traduzione di F. Roberti)

Il debito come arma di distruzione di massa

“La vicenda di Stockton rappresenta un esempio tutt’altro che isolato negli Stati Uniti in questi anni, dal momento che nel solo 2011 sono state ben 13 tra città, contee ed altre entità a presentare istanza di fallimento, cioè il numero più alto negli ultimi due decenni.
Quel che è peggio, tuttavia, è che questi procedimenti di bancarotta verranno utilizzati come una minaccia dagli altri amministratori locali per costringere lavoratori e pensionati pubblici ad accettare ulteriori tagli ai loro salari e benefit, così da preservare una parvenza di servizi pubblici a favore delle rispettive comunità. Come ha affermato in un’intervista al New York Times il membro di uno studio legale californiano specializzato in diritto fallimentare, “tutti guardano a Stockton, visto che è nell’interesse di ogni città sull’orlo del baratro di rendere il suo procedimento di bancarotta il più breve ed economico possibile”.
Media e politici di entrambi gli schieramenti, inoltre, indicano puntualmente come cause dei buchi di bilancio salari di dipendenti pubblici, piani pensionistici e di assistenza sanitaria “troppo generosi” e che devono essere perciò tagliati senza scrupoli.
Come hanno fatto notare alcuni sparuti commentatori d’oltreoceano, però, le procedure di fallimento che coinvolgono città come Stockton mettono in luce il doppio standard adottato da una classe dirigente interamente devota alla salvaguardia degli interessi delle classi privilegiate.
Quando, infatti, nel 2009 scoppiò negli USA la polemica attorno ai bonus dei top manager degli istituti bancari salvati dalla crisi con denaro federale, l’amministrazione Obama concluse che nulla era in suo potere per mettere un tetto ai compensi, poiché i contratti firmati dalle banche erano sacri.
Per dipendenti pubblici e pensionati, al contrario, i contratti di lavoro che garantiscono livelli di vita decenti sono carta straccia e, sia a livello locale che nazionale e quasi sempre con la connivenza delle organizzazioni sindacali, possono essere stravolti e ridimensionati per ridurre livelli di debito ormai fuori controllo.”

Da USA, il fallimento di Stockton di Michele Paris.