L’asse Roma-Tel Aviv

“Gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland, in dotazione all’esercito italiano, dal prossimo anno saranno armati invece con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” prodotti da un’altra importante azienda militare israeliana, Rafael. I missili, con una gittata tra gli 8 e i 25 km, potranno esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker.”
Da Patto militare Italia-Israele. Un accordo scellerato e illegale, di Antonio Mazzeo.

“A ventiquattro ore dal voto dell’assemblea generale dell’ONU sull’ammissione della Palestina con il ruolo di osservatore nell’organismo internazionale, non si sa ancora quale sarà la presa di posizioni dell’Italia; la questione non è stata discussa nella commissione affari esteri del Parlamento, né, a quanto ci risulta, è stata approfondita o semplicemente trattata dai mass media nazionali. Non ne ha parlato il Presidente del Consiglio Mario Monti e tanto meno il ministro degli esteri Giuliomaria Terzi di Sant’Agata che nel suo precedente ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, di ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti, non avrebbe avuto bisogno di ricevere istruzioni dall’amministrazione Obama in quanto era stato informato da tempo del reciso no degli Stati Uniti (e di Israele) a quello che dovrebbe essere il primo, piccolo e incerto passo della nazione verso il pieno riconoscimento di stato sovrano nella comunità internazionale.
La Spagna, la Francia e tutti gli altri paesi dell’area mediterranea hanno annunziato ufficialmente la decisione di votare a favore, il Regno Unito ha indicato senza dichiararlo esplicitamente lo stesso intento e probabilmente la Germania per le responsabilità di un infame passato si asterrà.
E sta qui il mesto quanto silenzioso dilemma che angoscia l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, dell’ex ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti. Sarebbe disdicevole quanto erroneo chiamarlo servo di due padroni – il padrone è uno solo – ma schierarsi contro gran parte dell’Unione Europea quando il suo governo ad ogni pie’ sospinto esalta una imperitura fedeltà alla stessa soprattutto per quanto riguarda la austerità imposta al nostro paese crea un grosso problema a Giuliomaria Terzi di Sant’Agata.”
Da Il grande silenzio dei media, di Lucio Manisco.

Lago Patria, il nuovo comando della NATO

Un Comando ad alta intensità operativa, già predisposto per future espansioni.
A spese di chi?
I finanziamenti NATO, ripartiti tra gli Stati membri, per le opere civili sono stati di 164 milioni e 655mila euro.
Il costo delle infrastrutture è invece a carico della nazione ospitante

Napoli, 26 novembre – La fine di un’epoca. Cosi’ i militari del Comando interforze alleato di Bagnoli (Napoli) definiscono la chiusura della base NATO di Napoli, per 59 anni centro dello scacchiere degli equilibri mondiali, che dal 3 dicembre si trasferira’ nella nuova sede di Lago Patria. La base NATO di Bagnoli chiudera’ i battenti il 3 dicembre prossimo, alle ore 16, nel corso di una sobria cerimonia alla quale parteciperanno l’ammiraglio Bruce W. Clingan, comandante del Comando interforze alleato di Napoli, il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris e il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro. Dopo quasi sei decenni (il Comando fu inaugurato il 4 aprile 1954), l’attuale sede di Bagnoli del Jfc, gia’ sede del Comando Alleato per il Sud Europa – Afsouth, sara’ restituita alla Fondazione Banco di Napoli. Il complesso, costruito negli anni 30 per accogliere giovani bisognosi, e’ stato dapprima sede del Comando delle Forze alleate del Sud Europa e, in anni piu’ recenti, del Jfc Naples. Mutamenti nel ruolo operativo della NATO e l’esigenza di disporre di un comando improntato a maggiore razionalita’, hanno portato alla decisione, nel 1988, di costruire una nuova sede.
Dopo aver preso in considerazione vari siti in tutta Italia, la scelta e’ caduta nuovamente su Napoli, anche se questa volta in provincia. Il nuovo sito, noto come ‘Lago Patria’ dal nome della frazione del comune di Giugliano nella quale si trova, fornira’ al Jfc di Napoli la tanto necessaria struttura moderna, adattabile e sicura. Il nuovo Comando mettera’ a disposizione servizi ed infrastrutture essenziali ad un Comando a cui e’ affidata una missione delicata e di grande rilevanza. Il nuovo sito consentira’ al Jfc Naples di condurre un ampio spettro di operazioni statiche e contingenti. Un Centro operativo di ultimissima generazione cosi’ come un centro conferenze forte di 10 sale riunioni completamente cablate, permettera’ una piu’ efficiente conduzione delle attivita’ quotidiane nonche’ comunicazioni tra i vari commandi maggiormente dinamiche. Costruito per una comunita’ di oltre 2mila persone suddivise in tre diversi Comandi, ‘Lago Patria’ e’ un Comando ad alta intensita’ operativa, gia’ predisposto per future espansioni. L’elevato livello di adattabilita’ fa di Lago Patria il luogo ideale per future attivita’ operative della NATO e per sviluppi regionali.
(Zca/Ct/Adnkronos)

Mattei. Petrolio e fango

Lo spettacolo di Giorgio Felicetti all’Arena del Sole di Bologna il 5-6-7 Dicembre

“Tutto è spaventosamente chiaro”
Pier Paolo Pasolini

Perché uno spettacolo su Enrico Mattei?
Il “grande corruttore incorruttibile”, il “grande capitano d’impresa”, il “grande pericolo per l’Occidente”, il “grande petroliere”, “l’italiano più grande dopo Giulio Cesare”.
C’è sempre il “grande”, vicino ad Enrico Mattei.
Mattei è probabilmente il personaggio del dopoguerra su cui si è scritto di più, una sterminata bibliografia, ancor più che su Aldo Moro.
C’è stato un bellissimo film di Francesco Rosi, una recente fiction RAI, decisamente brutta.
Ogni giorno, sui più svariati argomenti, viene fuori il nome di Enrico Mattei: si parla di geopolitica, della questione araba e del Maghreb in fiamme, è Mattei che prevede la necessaria emancipazione dei paesi africani, e per primo mette l’Italia al centro del Mediterraneo; si parla di crisi energetica, di forniture di gas, di energia alternativa, e lì il gioco è semplice, Mattei è stato l’energia italiana; si parla di scontro tra giustizia e potere: la sua vita e la sua morte sono al centro di questo conflitto; si parla di nuovo giornalismo, di editoria, di nuova architettura, di comunicazione, di arte figurativa, di marketing… e trovi Mattei. Tutto già previsto da quella strana specie di italiano che era Enrico Mattei.
Insomma, anche se spesso circondata da un alone di ostilità e mistero, l’eredità di quest’uomo è immensa.
Enrico Mattei a suo modo, tra luci accecanti ed ombre spaventose, è la figura di un patriota.
E anche lo spettacolo, a suo modo, è uno spettacolo “patriottico”.
Volevo far diventare teatro la vita di un personaggio che si getta nell’impresa grandiosa, fino a morirne.
Ho voluto narrare questa grande storia come un thriller industriale o una spy story, usando però uno stile da “showman“, facendo di questa tragedia moderna, paradigma della vita civile di un paese chiamato Italia.
All’interno dello spettacolo ci sono delle vicende mai raccontate, c’è un’importante intervista inedita ad un personaggio molto vicino a Mattei, e soprattutto, ci sono gli atti e le conclusioni del Tribunale di Pavia, riguardanti l’ultimo processo sul “caso Mattei”, e i legami tra la morte di Mattei e quella di Pier Paolo Pasolini.
Giorgio Felicetti

Gli epigoni di Adolf Hitler

“I movimenti di liberazione, autentici, dalla schiavitù coloniale occidentale, che hanno interessato i Paesi dell’area vicinorientale e nordafricana negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, si sono caratterizzati per una profonda adesione al socialismo nazionalista e laico-progressista (nasserismo, baathismo); Egitto (fino al 1978), Libia, Iraq e Siria sono stati fieri avversari, sotto varie forme, del Nuovo Ordine Mondiale. Il prezzo che i governi di tali Paesi hanno versato sull’altare della sfida da essi lanciata a tale progetto imperialista, è stato altissimo. Saddam Hussein, Muammar al Gheddafi, Bashar al Assad, sono ormai assimilati, nella propaganda del mainstream, ad epigoni di Adolf Hitler; il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, nel 1998-1999, fu ritratto dal tabloid “di sinistra” L’Espresso, come una reincarnazione, in sedicesimo, del Fuhrer. Ogni entità politica, partitica, statuale ed ogni dirigente politico i cui riferimenti culturali, ideologici e programmatici si scontrano con gli interessi del Nuovo Ordine Mondiale, subisce un processo di demonizzazione mediatica, propedeutico, nel caso dei leader di tali entità statuali o partitiche, alla successiva eliminazione fisica (coeva con quella dei popoli da essi governati, il più delle volte, come nel caso jugoslavo, iraniano e siriano, a seguito di libere e democratiche elezioni, svoltesi ovviamente nell’ambito di sistemi ed ordinamenti costituzionali differenti ed originali rispetto alla cosiddetta «democrazia liberale borghese» anglo-sassone, risalente al XVII secolo) ed alla conclusiva dannatio memnoriae.
«Comunismo», «nazionalismo», «fondamentalismo terrorista», «antisemitismo», sono gli stereotipi lessicali più comunemente utilizzati dai teorici e dai propagandisti della infowar (tra cui spiccano le varie agenzie di public relations americane, come Ruder & Finn e Hill & Knowlton) per designare i nemici» del capitalismo e dell’american way of life.”

Da Filosofia della disinformazione strategica, di Paolo Borgognone.
Ovverosia come suscitare il consenso, o per lo meno la non opposizione, dell’opinione pubblica dei Paesi occidentali ai progetti di egemonia globale USA/NATO.

La Repubblica delle stragi impunite

“La tesi è che l’Italia, dopo la spartizione di Yalta, divenne una sorta di colonia americana, quasi una nazione a sovranità limitata. E che, nel tempo, la CIA, ma anche pezzi dei nostri servizi segreti, insieme a gruppi dell’estrema destra, Ordine Nuovo in testa, fino alla loggia P2, a frange delle forze armate e, a volte, perfino di mafia, n’drangheta e camorra, tentarono di condizionare con ogni mezzo la nostra democrazia. (…)
Un quadro complesso, che già aveva trovato riscontro oggettivi, anche se parziali, in alcune sentenze del passato.”
[Fonte]

Un quadro che è stato arricchito da una vasta documentazione finora inedita, che l’autore ha analizzato nel corso degli ultimi mesi, poi confluita in questo libro.

Ferdinando Imposimato, nato nel 1936, avvocato penalista, magistrato, è Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione.
È stato giudice istruttore in alcuni dei più importanti casi di cronaca degli ultimi anni, tra cui il rapimento di Aldo Moro, l’omicidio di Vittorio Bachelet, l’attentato a Giovanni Paolo II. Grand’ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica italiana, ha ricevuto diverse onorificenze in patria e all’estero per il suo impegno civile.
È stato anche senatore, prima nelle liste del PDS e poi del PD. È autore di numerosi saggi.

La geopolitica è come “il letto di un fiume”

“La geopolitica è come “il letto di un fiume” nel quale scorre la viva corrente degli accadimenti storici.
Esso segna i limiti, il tracciato, le linee entro cui si incanalano le acque. Questi limiti non sono determinanti in assoluto; le acque a loro volta ne possono debordare e, comunque, con il passare del tempo, si scavano nuovi percorsi, altri ne abbandonano. Talvolta le acque si abbassano, ristagnano. Si creano paludi, acquitrini o il fiume si secca completamente nell’arsura di una siccità; proprio come accade a certi popoli che per anni o per secoli sembrano sparire (talvolta è per sempre) dalla faccia della Terra, rifluiti ai margini, nelle secche della grande politica mondiale. Altre volte invece la piena inattesa, improvvisa dilaga, si avventa oltre gli argini prestabiliti, inonda e travolge, fiume impetuoso e inarrestabile che sbaraglia ogni ostacolo sul suo cammino. E l’immagine che più si adatta alle grandi invasioni “barbariche”, alle orde dei Gengis Khan e dei Tamerlano, degli Unni e dei Turchi, fino alle più apparentemente organizzate (questione di punti di vista) ma non meno folgoranti e travolgenti parabole dei grandi condottieri politici e militari da Alessandro Magno a Napoleone, da Cesare a Hitler.
Ancora, in certi punti, il fiume prosegue lento e maestoso tra ampie rive quasi soddisfatto del proprio acquisito imperium fino a confondersi nell’oblio dell’oceano; ma è quello stesso fiume che dalle sue fonti scese in mille torrenti di acqua limpida e giovane, facendosi largo tra strettoie e lanciandosi da alti dirupi in fantasmagoriche cascate piene di energia. Senza il letto del fiume le acque si disperderebbero prive di direzione, depotenziate dal mancato incanalamento, in mefitici pantani; senza le acque il letto del fiume sarebbe solo un solco riarso in una terra secca e sterile.
Per uscir di metafora, è la VOLONTÀ degli uomini, dei capi seguiti dai loro popoli, in ogni campo del pensiero e dell’azione, quella che crea e distrugge le grandi civiltà, che edifica e abbatte gli imperi, in una parola “che fa la storia”.
La geopolitica indica il letto del fiume della storia, studia le direttrici geografiche, le linee di forza per le quali la volontà creatrice deve incanalarsi proficuamente, gli spazi vitali alla sopravvivenza e alla crescita, i punti morti e i pericoli mortali per la stessa.
Essa inoltre analizza l’elemento vivo e vitale, gli uomini, i popoli, le culture, le civiltà, le etnie nella loro specificità e nelle rispettive correlazioni: il “blut” e il “boden“!
Per tutto questo “la Reapolitik (è) pronta a sacrificare il particolare al generale, il contingente all’essenziale, il momentaneo al duraturo; libera tanto dai ceppi del piccolo moralismo borghese, laico o religioso che sia, quanto dai miopi utilitarismi materialistici contingenti che si celano dietro il logoro cencio sventolato dalla borghesia cosmopolita, egalitaria, vilmente pacifista e avidamente cinica”.
Senza la geopolitica dunque la volontà politica risulterebbe dispersiva e fuorviante; senza la volontà politica la geopolitica non sarebbe che sterile erudizione nozionistica, futile e vana. Per questo potremmo allora affermare, parafrasando il motto di Guglielmo d’Orange “Dove c’è una Volontà c’è una Via”, che “Dove c’è una Via deve agire una Volontà”.”

Da Nel fiume della storia, di Carlo Terracciano, Edizioni all’insegna del Veltro, pp. 30-32 (per gentile concessione dell’editore).

E’ in arrivo la terza ondata?

Occorre attrezzarsi…

“I dati di fondo della crisi non sono dunque cambiati. Il funzionamento del sistema non ha subito modifiche, per cui la speculazione finanziaria resta l’ultimo motore marciante: lo dimostra il fatto che nulla è stato fatto in questo drammatico quinquennio in tema di regolamentazione dell’enorme mercato over the counter, quello per capirsi degli strumenti speculativi più pericolosi e spregiudicati; nulla si è fatto per regolamentare i sistemi di rating, che continuano ad avere un potere sovraordinato a quello degli Stati, senza alcuna fonte di legittimazione democraticamente riconosciuta; nulla si è fatto nemmeno, nonostante i ripetuti annunci, in tema di tassazione della speculazione, nelle varie forme ipotizzate di Tobin tax e simili.
(…)
La prima ondata (2007-2008) è dunque passata, portando povertà e disoccupazione negli USA ed allargandosi all’Europa. La seconda (2011) ha colpito qui durissimamente anche il cosiddetto “capitalismo sociale di mercato”, con effetti profondi su milioni di cittadini europei, effetti di cui cominceremo ad accorgerci nei prossimi mesi. Se, come crediamo, i provvedimenti fin qui adottati servono a guadagnare tempo e non hanno toccato i dati di fondo per come li abbiamo sintetizzati – dobbiamo allora attenderci, in un arco di tempo assai breve, l’inevitabile terza ondata. Riteniamo che questa sarà a quel punto più grave delle precedenti, perché dovremo fare i conti con l’affiorare effettivo della bolla speculativa che si continua a cercare di mascherare, per non porre il sistema dell’alta finanza internazionale con le spalle al muro: questo significherà portare allo scoperto le perdite sottostanti, il che vuol dire distruzione di ricchezza virtuale e riconduzione ai dati produttivi reali di un sistema in crisi strutturale.
In poche parole, vuol dire “vedere” le carte delle speculazione in questa gigantesca partita a poker mondiale.
A quel punto sarà in gioco l’economia reale: vale a dire gli interessi quotidiani delle persone, rapportati all’arco temporale della vita di un essere umano – non più a quello, virtualmente infinito, delle banche e degli Stati. Su questo punto, nessuna delle misure adottate in questi mesi ha nemmeno sfiorato la questione di fondo: essa è centrata sul lavoro umano, sul suo valore, diverso da quello di pura merce, nell’organizzazione sociale, nel suo rapporto con l’economia da una parte e con il diritto dall’altra. Da qui si dovrà muovere ad una considerazione diversa dell’organismo sociale nel suo complesso, e si dovrà di conseguenza por mano realisticamente alla questione della moneta, dato che il suo modo di essere concepita si presta ad essere strumento per eccellenza della speculazione.
Questa è dunque la nuova questione sociale che la terza ondata porrà poderosamente all’ordine del giorno, come già avvenne alla fine dell’Ottocento, e lo farà su dimensioni talmente estese da evidenziare in modo immediato l’insufficienza degli attuali uomini di potere, dei tecnocrati, delle classi dirigenti dei partiti, degli intellettuali prodotti dalle nostre università.
Per il manifestarsi di una simile questione sociale occorre, con umiltà ma anche con decisione e con consapevolezza, attrezzarsi, vivendo nell’economia reale, cercando di ritrarne un quadro vivo ed efficace, raccogliendo uomini ed idee nuove, suscitando soprattutto forze morali senza le quali nessuna economia così come nessuna organizzazione sociale può pensare di affrontare il proprio avvenire.
È tardi, ma potrebbe ancora non essere troppo tardi.”

Da Il mondo nuovo di Blackrock e la terza ondata della crisi, di Gaetano Colonna [grassetto nostro].

Vogliono

Traduzione letterale: “Vogliamo che i nostri bambini vivano in un mondo senza il potere distruttivo di un pianeta in via di surriscaldamento”.

Traduzione per i non-adepti: “Vogliamo che i nostri bambini vivano in un mondo con il potere distruttivo di migliaia di testate nucleari, di centinaia di droni e basi militari sparse in ogni angolo del pianeta… perché siamo pacifici, talmente pacifici che io ho persino vinto  il premio Nobel per la pace…”.

Combacia

“Con la vittoria di Barack Obama si riconferma quell’”apertura al dialogo” nelle questioni internazionali messa in campo negli ultimi quattro anni dell’amministrazione democratica che “combacia con la caratteristica genetica della politica estera italiana”. Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri Giulio Terzi, intervistato sui canali Rai dopo la vittoria di Obama. Il titolare della Farnesina ha fatto riferimento a tre grandi dossier internazionali: l’Iran, la Siria e la Libia. Sul controverso capitolo nucleare iraniano Terzi si è detto convinto che dall’amministrazione Obama ci sarà “un rinnovato impulso ad una situazione negoziale” di fronte al rischio che il programma nucleare di Teheran abbia finalità militari. Anche in Siria il presidente americano rieletto e i suoi collaboratori, ne è convinto il ministro Terzi, opteranno per “una soluzione politica incentrata sull’impulso all’unificazione di tutte le forze dell’opposizione”. Una strada che l’Italia sta perseguendo con “un ruolo molto attivo per dar vita ad un’alternativa reale al regime di Assad”. Reduce da una missione a Tripoli, il ministro ha rilevato come anche sulla Libia del dopo-Gheddafi ci sia convergenza con la Casa Bianca. Comune è infatti la convinzione – espressa a più riprese dal segretario di Stato Hillary Clinton – che “i processi di trasformazione politica, soprattutto paesi mediterranei, vanno sostenuti e accompagnati.”

Fonte

Elezioni USA e dintorni

Dal meno peggio al sempre peggio, dal tanto peggio al tanto meglio.
Ma dalla Sicilia alla California l’astensionismo conquista o sfiora la maggioranza

“Caro Lucio – recita l’e-mail – conosciamo i tuoi spunti critici sulla nostra opera di governo degli ultimi quattro anni e ne terremo conto nel nostro secondo mandato. Il tuo sostegno è comunque essenziale al fine di tradurre in realtà quei programmi che l’emergenza della crisi economica ereditata dalla precedente amministrazione e l’accanita opposizione repubblicana nella Camera dei rappresentanti ci hanno in parte impedito di attuare. Facciamo affidamento pertanto sul tuo voto il 6 novembre e prima ancora sul tuo contributo economico alla fase conclusiva della campagna elettorale. F.to: Barack Obama”.
Non ci siamo mai sognati di chiedere la cittadinanza statunitense nei trentotto anni trascorsi nella repubblica stellata e in quanto stranieri non abbiamo il diritto di voto nel grande impero d’occidente e anche se volessimo non potremmo contribuire un solo dollaro alla campagna di Obama o del suo avversario. Sospettiamo che più di un malinteso si sia trattato di uno scherzo fattoci da un caro amico newyorkese da anni residente in Italia, D.S., obamista di ritorno, che dopo averci fatto pervenire altri inviti dalla Casa Bianca (con soli 19 dollari il nostro nome sarebbe stato estratto a sorte per un invito a cena con il Presidente), ci abbia segnalato come cittadino americano “critico”, residente all’estero, a qualche funzionario democratico di Washington. Perché la tesi di D.S. è quella più semplice e più in voga da almeno due mesi a questa parte: definire Romney-Obama “un mostro a due teste” è da sofisti intellettualmente disonesti, perché Barack è meglio di Mitt e anche per i disillusi è il meno peggio dei due.
Ci risiamo: votare per il meno peggio, anche se l’esperienza degli ultimi quaranta anni negli Stati Uniti e in Europa ha dimostrato che il meno peggio ha portato sempre al peggio. Continua a leggere

Divi di (quello) Stato 5°

Preparatevi!

E’ in arrivo Argo, l’ultima perla della propaganda a stelle e strisce.
Con ricca dotazione di Divi di Stato e un coproduttore di sicuro affidamento.
Nelle parole del protagonista, trattasi di “un omaggio a tutti gli americani che servono il nostro Paese all’estero, in situazioni davvero pericolose…”.

A casa propria, mai?

Casi di intelligence – vite esemplari 5°

Giulio Lolli, un uomo davvero pieno di risorse

Rimini, 29 Ottobre 2012 – Giulio Lolli il trasformista. Nessuno ha mai avuto dubbi sul fatto che l’ex presidente della Rimini Yacht potesse riemergere dalle sue ceneri come l’araba fenice. E ora, dopo una fuga rocambolesca, l’arresto, le torture e la guerra a fianco dei rivoltosi libici, il bolognese si cala nei panni dell’arredatore. Solo lui poteva inventarsi da un giorno all’altro designer per le case dei vip di Tripoli che ancora si possono permettere di vivere all’occidentale, in un Paese che non ha ancora trovato pace. Ma non c’è dubbio, le notizie che arrivano da laggiù, ci dicono che il bolognese ha smesso i panni del combattente per la libertà, per tornare a indossare quelli dell’imprenditore. Molto più comodi rispetto ai precedenti, e sicuramente più consoni a un uomo che nella sua vita non si è mai fatto mancare nulla. Che abbia una marcia in più, è indubbio. Ogni volta, anche nelle situazioni più difficili e pericolose, è riuscito a rovesciare la situazione in suo favore. Un talento naturale che lo ha portato a sopravvivere (e, dicono, anche qualcosa di più), nelle condizioni più sfavorevoli. Sistemati i suoi guai giudiziari con la giustizia libica che naviga ancora a vista, Lolli è pur sempre inseguito da un mandato di cattura internazionale. Di cui però, almeno per ora, non ha motivo di preoccuparsi.
Il suo avvocato, Antonio Petroncini, conferma la nuova attività del suo cliente che sente quasi regolarmente. «Sì, in Libia Lolli fa l’arredatore. L’ultima volta l’ho sentito poco più di un mese fa e mi ha detto che si occupa di arredi, e anche con successo. Sicuramente riesce a cavarsela bene, ma del resto Lolli è un uomo davvero pieno di risorse. Ha grandi capacità commerciali e imprenditoriali, e le ha messe a frutto. Certo, ha passato momenti bruttissimi, e ha dovuto ricominciare da zero, ma ora campa più che decorosamente». Se Lolli abbia intenzione di rientrare in Italia, dove ha moglie e due figli, Petroncini risponde con un diplomatico «no comment». «Ovviamente non posso dire se ci siano o meno trattative con la giustizia italiana, ma con quella libica ha ormai chiarito la sua posizione. La faccenda della droga che gli sarebbe stata trovata sulla barca, era soltanto una grossa bufala, in realtà si trattava di vitamine. E anche la storia dei documenti falsi, credo che sia ormai ‘archiviata’». A questo punto non resta che aspettare la prossima puntata della Lolli-story. L’uomo dai mille volti, c’è da scommettere, ha in serbo molte altre sorprese.
Alessandra Nanni

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