Il sindaco amico della NATO

MELISE’ di qualche giorno fa il conferimento, da parte del sindaco Luigi Salvatore Melis, della cittadinanza onoraria deliberata dalla Giunta comunale lo scorso 23 Ottobre, al comando NATO di Solbiate Olona, dove ha sede il corpo di reazione rapida della NATO in Italia, NATO Rapid Deployable Corps-Italy (NRDC-ITA).
Il conferimento è avvenuto durante la cerimonia di saluto al contingente, in partenza per l’Afghanistan, dove a partire dai primi giorni del 2013 sarà operativo nell’ambito della “missione di pace” internazionalmente nota come ISAF.
“Non ci siamo mai sentiti i padroni di casa, anzi”, avrebbe fatto notare Melis.
Giustissimo, signor sindaco, sappiamo bene chi siano oggi i padroni a casa nostra.

Colonia Italia puntata n. ?


Con uno scarno comunicato emesso lo scorso venerdì, 21 dicembre, il ministero della Giustizia nella persona del Guardasigilli uscente Paola Severino ha reso noto – “dopo una attenta valutazione” – che, in riferimento alle 23 richieste della Procura generale di Milano per l’estradizione dei cittadini statunitensi condannati in via definitiva nel procedimento per il sequestro di Abu Omar, soltanto una di esse sarà evasa.
A finire fra i “ricercati” sarà quindi Robert Seldon Lady, l’ex capo della stazione CIA a Milano, in quanto condannato a sei anni di pena.
Tutti gli altri componenti il gruppo d’azione – i quali peraltro avevano già goduto dell’applicazione dell’indulto da parte dell’autorità giudicante – rei di aver sequestrato, torturato e poi fatto scomparire l’imam egizio nel 2003, resteranno liberi e giocondi, grazie a un decreto ministeriale del gennaio 2000 e alle conseguenti circolari in materia che avrebbero consolidato la prassi di non richiedere l’estradizione dei soggetti condannati a pene inferiori ai quattro anni.
Insomma non sono trascorsi invano questi ultimi mesi, passati alla ricerca del cavillo giuridico idoneo a mascherare la sudditanza della “Repubblica Italiana” al padrone d’oltreoceano.
Buon Natale da Paola Severino. congedatasi con merito.
Federico Roberti

La Gabanelli come Montanelli

“Ritardi con ENI”? Specula su ENI, semmai!, di Filippo Bovo

La puntata di Report andata in onda su Rai Tre domenica scorsa, il 16 dicembre, avente il titolo “Ritardi con ENI”, ha tutta l’aria d’essere l’ennesimo programma dai contenuti speculatori e denigratori nei confronti di quella che è una delle più importanti multinazionali italiane, azienda strategica per il nostro paese e che certamente fa gola alla concorrenza, esattamente come sempre alla concorrenza fanno imbestialire i suoi noti successi in campo internazionale.
Guardando una puntata come quella di domenica scorsa, dovremmo prima di tutto domandarci a chi possano giovare i risultati che essa finisce per avere sull’opinione pubblica italiana. Cui prodest? Come recita il blog “Petrolio”: “Non mi fido più del programma Report. Ho la sensazione che stia usando la sua credibilità acquisita in anni di approfondimento di scandali, per far passare la linea del governo Monti/troika presso il pubblico televisivo più accorto e più informato. Pubblico che berrà come vangelo ciò che viene affermato a Report e lascerà così orientare le proprie opinioni” e ancora: “Ora, sia ben chiaro: so perfettamente che l’ENI, come tutte le compagnie petrolifere, ha più scheletri di un cimitero; ne ho parlato varie volte, beccandomi anche richieste di smentita dai dirigenti. Anni fa questo blog era persino censurato negli uffici ENI. Ma usare i vergognosi rapporti USA usciti via Wikileaks (di cui ho parlato qui), per attaccare l’ENI in un momento in cui mille avvoltoi puntano ad acquisire la nostra compagnia nazionale, è quantomeno sospetto”.
Ed infatti, partendo proprio da un cable dell’allora ambasciatore USA in Italia Ronald Spogli, ecco subito venir messi sotto la lente i rapporti tra Italia e Russia al tempo del governo Berlusconi, rapporti che avevano ed hanno proprio nell’ENI il loro fulcro principale. Si parla di Antonio Fallico, di Marcello Dell’Utri (in questo caso con una frecciatina diretta anche al Venezuela chavista e alla compagnia petrolifera venezuelana PDVSA: dopotutto anche loro sono sgraditi, sgraditissimi ai nostri padroni d’Oltre Oceano e all’intellighenzia liberal nostrana) e dei contratti “take or pay”, giudicati troppo onerosi per il nostro paese e scandalosamente vantaggiosi per russi e kazaki. Andando avanti, Report non può non citare la vicenda di Kodorkowsky e della sua Yukos, che Gazprom ed ENI si spartiscono mentre l’oligarca evasore fiscale, presentato come “oppositore di Putin”, finisce giustamente in galera.
Non manca neppure l’intervista al solito analista della solita banca d’affari, che mette in guardia i paesi europei dal fare affari con la Russia e dipendere da essa per i propri bisogni energetici: un pericolo, una minaccia. Meglio, è sottointeso, andare a scortare inglesi e americani nelle loro guerre di rapina coloniale in Iraq, in Libia, e prossimamente, chissà, anche in Iran e chi più ne più ne metta.
Insomma, la solfa è sempre la solita: l’ENI ha la colpa d’avere una vera politica estera, quella politica estera che nella loro storia i governi italiani non sempre sono riusciti ad avere. E’ una politica estera indipendente dagli interessi di Washington e di Bruxelles e per questo da punire, impedire e scoraggiare. Non sono ammissibili rapporti con paesi come la Russia, il Kazakistan, la Libia pre 2011 e così via. Non è nemmeno ammissibile che lo Stato continui a possedere il 30% delle azioni dell’ENI: meglio sarebbe svenderle alla concorrenza, per esempio alla Total o a qualcun altro del genere.
Insomma, l’Italia dev’essere una colonia: per chi la pensa diversamente ci sono le forche caudine di Report.

Fonte

[Sugli attacchi atlantisti all'ENI e al suo fondatore Enrico Mattei, si veda qui]

Informazione strategicamente mirata

wmdImmaginiamo un Paese, quel Paese…
Esso, una volta che abbia stabilito essere di prioritario interesse nazionale il contrasto a un dato fenomeno, qualunque questo sia, cerca da una parte di consolidare il fronte interno, la propria opinione pubblica, dall’altra di trovare Paesi alleati nella lotta intrapresa.
Come? E’ presto detto.
La sua intelligence elabora un’analisi, non necessariamente menzognera ma magari neanche completamente veritiera, che descrive quel fenomeno in termini di pericolosità per tutta la cosiddetta “comunità internazionale”.
Direttamente, tramite la pubblicazione sul suo sito o sulla sua rivista, o indirettamente, affidandone la diffusione a un organo di stampa con cui intrattiene amichevoli rapporti, il servizio segreto decide di rendere pubblico lo studio.
Facendo precedere la diffusione dalle opportune, e mai schematicamente precostituite, valutazioni di opportunità politica sul cosa e come rendere pubblico.
L’egemonia globale degli Stati Uniti si regge anche sulla frequenza con la quale analisi di questo tipo, sugli argomenti più svariati – dal dossier nucleare iraniano a quello chimico siriano, dal terrorismo “islamico” all’aggressiva politica commerciale cinese, dal narcotraffico alle mafie transnazionali – vengono disseminate.
Riuscendo in tal modo a dettare le agende politiche dell’intero Occidente.
E funziona da anni, da parecchi anni.
Federico Roberti

Un premio Nobel per la guerra

nobel2012

“Anche la politica estera dell’Unione Europea è un gioco, come se ventisette polli senza testa si tirassero dei calci a casaccio tra loro su qualsiasi tema, dalla Palestina all’ammissione della Turchia. Ma c’è una cosa che l’Unione Europea fa bene davvero: produrre, commercializzare e vendere armi a chiunque sia coinvolto in affari bellici.
Asia Times Online ha avuto conferma indipendente da due diplomatici europei che l’U.E. – attraverso il suo braccio militare comandato dagli USA, la NATO – si sta preparando ad una nuova guerra, in Siria. Questo conferma un recente rapporto sullo stesso argomento del quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung (Moon of Alabama ce ne offre un’ottima traduzione).
I diplomatici hanno confermato ad ATol che il Segretario Generale della NATO – l’incredibilmente mediocre Anders Fogh Rasmussen – sta scalpitando per una guerra in Siria, camuffando questa sua frenesia con la retorica “La NATO non nasconderà la testa sotto la sabbia”.
Citando le sue parole in diretta da Washington, Rasmussen godrebbe dell’appoggio di Turchia, Regno Unito e Francia, con la Germania in una condizione ambivalente, poiché il Ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle aveva precedentemente escluso l’opzione bellica in favore di una soluzione politica.
Scalpitare per la guerra è una cosa, farla davvero è un’altra. Anche una direttiva NATO che dia il via ad azioni belliche in Siria necessita dell’approvazione di tutti e 28 i Paesi membri. Comunque, ecco lo scheletro dell’atto finale: Washington continuerà ad ordinare al suo fantoccio danese Rasmussen di preparare le basi per un’azione di guerra, assolutamente necessaria. Benvenuti in Siria, oppure Libia-2 – anche se Washington non potrebbe in alcun modo giustificare di propinare al Consiglio di Sicurezza della NATO un’altra Responsabilità a Proteggere (R2P).
Ebbene sì, Bruxelles, abbiamo un problema. E sta succedendo proprio mentre vengono spiegati sul confine turco i missili Patriot e 400 unità militari tedesche. L’opinione pubblica della Germania è contraria ad un’altra guerra nel mondo musulmano. Nel 2013 in Germania ci saranno le elezioni.. Angela Merkel e Westerwelle non sono esattamente degli spiriti suicidi.
L’accelerazione dei missili Patriot – che “proteggeranno” la Turchia contro qualsiasi attacco missilistico dalla Siria – è una scelta che viene dritta dritta dal Manuale Delle Armi D’Illusione Di Massa. Frederick Ben Hodges, capo del nuovo Comando Terrestre Alleato di base a Ismir, Turchia, avrebbe dichiarato ad un’agenzia di stampa dell’Anatolia che i Patriot sono lì come deterrente contro i missili chimici siriani. Come se Bashar al-Assad, (come nel caso Frau Merkel), fosse diventato all’improvviso un pazzo suicida. Gli unici che credono davvero alla storiella d’intelligence che Washington sta facendo circolare, che Damasco potrebbe utilizzare le armi chimiche come ultima spiaggia, sono il fedele danese Rasmussen ed il club di mediocrità politica Britannico-Francese-Turco. Le manovre psicologiche della NATO non metteranno di certo paura al Governo Siriano.
Per quanto riguarda poi l’incredibilmente bizzarro Primo Ministro Turco Recep Tayyip Erdogan, si è dimostrato coerente in una cosa soltanto: ha una febbre, e l’unica cura possibile è lo spazio aereo interdetto. Anche se l’opinione pubblica turca non vuole neanch’essa una guerra, Erdogan non è stato in grado di smorzare questa febbre. La macchina US-NATO ha usato ogni mezzo – dal corrompere orde di funzionari a Damasco fino ad imputare ad Assad ogni settimana una serie di mini-olocausti. Non ha funzionato.
I cosiddetti “ribelli” – contagiati dalla Salafi-jihadis – difatti “controllano” soltanto territori secondari a maggioranza Sunnita o sobborghi intorno alle grandi città. Ci saranno quasi 40,000 combattenti nelle periferie di Damasco, ma rischiano di trovarsi vittime di una clamorosa imboscata organizzata dall’Esercito Siriano. Quindi il presunto cambio di scena dovrà sicuramente prevedere la minaccia delle armi chimiche, e quindi – si spera? – al Sacro Graal dello spazio aereo interdetto.”

Da La NATO aspira a un premio Nobel per la guerra, di Pepe Escobar.

L’assolato avamposto di Camp Lemonnier

Una base statunitense isolata al centro di operazioni segrete
di Craig Whitlock

Gibuti Città (Gibuti) – Notte e dì, circa 16 volte al giorno, i droni decollano o atterrano qui, a una base militare statunitense, lo snodo per le guerre antiterrorismo dell’amministrazione Obama nel Corno d’Africa e nel Medio Oriente.
Alcuni degli aeroplani senza pilota sono destinati alla Somalia, lo Stato imploso il cui confine si trova proprio 10 miglia a sud-est. La maggior parte dei droni armati, comunque, fanno rotta a nord attraverso il Golfo di Aden verso lo Yemen, un altro Paese instabile ove vengono utilizzati in una guerra sempre più mortale contro una componente di al-Qaeda che ha preso di mira gli Stati Uniti.
Camp Lemonnier, un assolato avamposto nel Terzo Mondo fondato dalla Legione Straniera francese, iniziò come campo temporaneo di addestramento per Marines statunitensi alla ricerca di un punto d’appoggio nella regione un decennio fa. Nel corso degli ultimi due anni, l’esercito statunitense lo ha surrettiziamente trasformato nella più trafficata base per Predator all’esterno della zona operativa afgana, un riferimento per combattere una nuova generazione di gruppi terroristi.
L’amministrazione Obama ha fatto ricorso a misure straordinarie per nascondere i dettagli legali e operativi del suo programma di uccisioni mirate. A porte chiuse, scrupolose discussioni precedono ogni decisione di posizionare qualcuno al centro del mirino nella guerra perpetua degli Stati Uniti contro al-Qaeda ed i suoi alleati.
Sempre più, gli ordini di trovare, pedinare o uccidere queste persone vengono presi a Camp Lemonnier. Praticamente tutti i 500 acri della base sono dedicati all’antiterrorismo, rendendola l’unica installazione di questo tipo nella rete globale di basi del Pentagono. Continua a leggere

La mappa delle basi USA a Vicenza

basi usa vicenzaE’ in distribuzione gratuita la mappa turistica “Militare verso civile” realizzata dall’AltroComune di Vicenza e che riporta il tour completo delle basi militari USA vicentine. Sarà consegnata ai turisti che attraversano Vicenza, ma anche ai tanti vicentini curiosi di conoscere più da vicino il proprio territorio.
La mappa, disponibile in versione cartacea oppure online, accompagna il visitatore tra reticolati e recinzioni, gallerie segrete e reperti nucleari, raccontando un volto poco noto – perché secretato – del vicentino. Strutture militari che si inseriscono in un territorio che l’Unesco considera patrimonio dell’umanità, grazie allo straordinario patrimonio lasciato in eredità da Andrea Palladio.
La mappa turistica “Militare verso civile” si inserisce nel quadro delle iniziative culturali volte a far conoscere e amare Vicenza. Per coloro che però non fossero soddisfatti del “Basi militari tour”, è a disposizione l’ufficio turistico dell’AltroComune, presso il Presidio Permanente di Ponte Marchese.

La guerra ambientale è in atto

Dalle mistificazioni scientifiche del Global Warming alle manipolazioni globali della Geoingegneria.
Gli interventi del convegno svoltosi a Firenze lo scorso 27 Ottobre 2012.
Fonte

Enzo Pennetta
Controllo demografico e riscaldamento globale: interessi e obiettivi di una teoria controversa

Antonio Mazzeo
Governare le guerre climatiche e nucleari attraverso comandi satellitari e telematici del MUOS

Fabio Mini
I futuri multipli: quale guerra prepariamo? Guerre ambientali e nuovi scenari geopolitici

USA: la Sicilia come la Kamchatka

muos us navy

Il MUOS in Sicilia: così gli USA vincono la loro partita a Risiko

Ogni articolo sul MUOS inizia esplicitando il significato di questo cacofonico acronimo, provocando al lettore una sensazione di noia mista a nausea che, momentaneamente, vorrei evitarvi. Comincerò dunque raccontandovi di un ridente paesello siciliano, tutto sole, carciofi, cannoli e “Bedda matri”: Niscemi che – lo precisiamo per dare un aiuto a chi non ha un buon rapporto con la geografia – sorge su una collinetta orientale dell’isola, da cui potreste ammirare il mar Mediterraneo senza neanche sporgervi troppo.
Un bel giorno del lontano 1943, tra venditori ambulanti sgolati e scagnozzi armati di lupara, giunse qui una comitiva di fusti alti, biondi, rasati e con qualcosa in bocca che a mio nonno apparve come estremamente fastidioso. Era il chewingum. E loro erano soldati della flotta statunitense che dal giorno dello sbarco in Sicilia continuarono a passeggiare in zona. Ma perché? Per godere del paesaggio che si apre dal belvedere del paese? Per gustare l’ottima parmigiana che le mogli dei massari gli offrivano forse? Non lo sapevamo (ancora). Fatto sta che a Niscemi i soldati statunitensi ci sono rimasti.
Nel frattempo l’uomo metteva piede sulla Luna, Mary Quant inventava la mini-gonna, Berlusconi trovava sotto l’albero il suo primo blocchetto di fatture e, all’insaputa dei più, lo Stato italiano acquisiva degli appezzamenti di terra situati nel territorio che sarebbero stati dopo poco ceduti agli Stati Uniti per farne un’inquietante e antiestetica base militare. Oggi l’area, che si trova in prossimità del centro abitato e nelle vicinanze di una splendida riserva naturale popolata da specie uniche di piante e animali, è una delle più importanti centrali di telecomunicazione della marina militare USA, comprendente 41 antenne, delle quali la più alta raggiunge i 160 metri circa; adesso potrei dilungarmi dicendovi che le antenne operano nella banda High Frequency, HF (frequenza 3-30 MHz, lunghezza d’onda 10-100 mt), per le comunicazione di superficie, ma mi tratterrò per fare in modo che arriviate alla fine dell’articolo senza accusare mal di testa e spasmi. Vi basterà sapere che tutto questo comporta la presenza di un campo elettromagnetico intenso e costante il cui raggio d’azione danneggia uomini, animali, pomodori e cannoli. Sì, perché è proprio a colpi di radiazioni che gli USA vogliono salvarci dal terrorismo!
Nel corso degli anni, infatti, non contenti dell’operato di queste antenne, che si presentano alla vista come degli abnormi scheletri di insetti preistorici, gli ingegneri dell’esercito in stile Elvis Presley, con annessa brillantina ai capelli, hanno creato il suddetto MUOS. Le circostanze adesso mi costringono a spiegarvi cos’è: l’acronimo sta per “Mobile User Objective System” ovvero, senza spingerci troppo nella traduzione letterale, un’accozzaglia di pali, parabole e pannelli di ferro giganteschi e MUOStruosi (pensate che la costruzione prevede la cementificazione di 2059 mq dell’area) che dovrebbero dar vita ad un nuovo e più sofisticato sistema di comunicazione della marina USA, in grado di connettere tutti i propri mezzi – dalle navi agli aerei senza pilota – con centri di intelligence di qualsiasi parte del mondo.
Il progetto è partito nel 2001 a seguito di un accordo bilaterale sancito dagli USA e dallo Stato italiano, ma solo nel 2008 la notizia, prima insabbiata dagli organi di informazione, diviene di dominio pubblico. A quel punto la popolazione inizia a mobilitarsi e, studiando il caso, perviene ad un’informazione eclatante: esistono già tre installazioni MUOS operanti nel pianeta, collocati in Virginia, nelle Hawaii e in Australia; tutti luoghi parzialmente desertici. Insomma, oltre al danno la beffa. Ma al peggio non c’è mai fine. E’ inaccettabile, infatti, come grazie ad alcuni semplici giochetti burocratici, la regione e il governo nazionale, a cui sono state inviate negli anni decine di interrogazioni parlamentari senza ricevere mai risposta, siano riusciti a concedere il lasciapassare agli Stati Uniti per la costruzione di un eco-mostro, come l’ha definito il giornalista Antonio Mazzeo, che incrementa la massiccia presenza di venti di guerra in tutto il Mediterraneo.
A questo punto alcuni cittadini, arrabbiati e amareggiati, consci del mancato appoggio da parte dell’amministrazione nazionale, regionale e locale, decidono di riunirsi e aggregarsi: nasce così il Comitato NO MUOS che dopo anni di battaglie, indagini, manifestazioni e sigarette consumate nevroticamente davanti a infinite pile di scartoffie, è riuscito finalmente a farsi sentire, arrivando fino a Montecitorio, anche grazie all’appoggio di altri comitati che nel frattempo sono nati in tutta l’isola.
Il 6 Ottobre di quest’anno è stata inaugurata la prima manifestazione nazionale firmata NO MUOS, che ha visto la partecipazione di più di duemila persone accorse a Niscemi per appoggiare la causa. Proprio alla vigilia della manifestazione è giunta la notizia del sequestro dell’area nella quale continuavano incessanti i lavori per la costruzione del MUOStro, ma questo non deve essere un motivo per abbassare la guardia. L’obiettivo dei comitati, infatti, è quello di sensibilizzare l’intera nazione e diffondere la notizia che per troppo tempo è stata prigioniera della dimensione locale. Rendiamoci conto dell’importanza della smilitarizzazione e della pericolosità della presenza imponente in Italia degli USA, ovvero di uno Stato che fonda il cosiddetto “sogno americano” sulla morte. Sì. Quella degli altri però.
Rossella Cirrone

Fonte

“Il cuore delle missioni”

mangustaBologna, 3 dicembre – Dodici mesi per sentirsi dentro ‘il cuore delle missioni’ dei militari italiani. Cosi’ si intitola il ‘CalendEsercito 2013′, presentato a Bologna dal comandante dell’Emilia-Romagna, generale di divisione Antonio De Vita, e da Mauro Galligani, autore degli scatti, professionista di reportage esteri. Quest’anno ricorre il trentennale della partecipazione dell’ Italia alle operazioni di gestione delle crisi internazionali, iniziata in Libano nel 1982. Cosi’ nelle foto che accompagneranno il prossimo anno si realizza un continuum tra passato e presente. Galligani e’ stato quattro volte in Afghanistan e ha vissuto a stretto contatto con i militari raccontandone i momenti di vita quotidiana con immagini in bianco e nero. ”E’ stata – ha detto il fotoreporter – la mia piu’ bella esperienza professionale e mi ha insegnato a conoscere una parte sana della societa’ italiana”. Per il generale De Vita il calendario delle forze armate ”e’ una grande occasione di comunicazione”. Gli scatti di Galligani ”colgono i momenti piu’ significativi del nostro modo di essere italiani”. Il calendario si conclude con un ricordo ai militari che hanno perso la vita in missione.
(ANSA)

Bologna, 3 dicembre – Un veicolo tattico leggero ‘Lince’, un motociclo aviolanciabile e un elicottero da ricognizione e scorta ‘Mangusta A-129′. Sono i mezzi, normalmente impiegati nelle operazioni ‘fuori area’, che si potranno ammirare al Motor Show di Bologna, da mercoledi’ a domenica, nello stand dell’Esercito Italiano. L’area espositiva sara’ nel padiglione 26 e avra’ come filo conduttore il progresso tecnologico dei veicoli in dotazione, ma anche le pari opportunita’ nella Forza armata. A disposizione del pubblico ci sara’ un punto informativo per illustrare le modalita’ di accesso alla carriera in uniforme. All’interno sara’ anche possibile acquistare capi di abbigliamento, libri e carte geografiche.
(ANSA).

Qui, invece, quello che vogliono tenere nell’ombra.

Fuori la NATO

Al via la petizione di Stato & Potenza

““Gli Stati che aderiscono al presente Trattato riaffermano la loro fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite e il loro desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi. Si dicono determinati a salvaguardare la libertà dei loro popoli, il loro comune retaggio e la loro civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sulla preminenza del diritto. Aspirano a promuovere il benessere e la stabilità nella regione dell’Atlantico settentrionale. Sono decisi a unire i loro sforzi in una difesa collettiva e per la salvaguardia della pace e della sicurezza” (Washington DC, 4 aprile 1949).
Così esordisce il testo ufficiale del Trattato Nord-Atlantico nella sua versione originale del 1949. Oggi, a sessantatre anni dalla sua pubblicazione, la funzione politica e militare di questo trattato è da considerarsi esaurita oltre che ancor più contraddittoria che in passato. Creata con lo scopo di costituire un organismo di contenimento, di aggressione e di minaccia nei confronti dell’Unione Sovietica e dei Paesi socialisti dell’Europa centro-orientale, la NATO, per decenni, è stata presentata da gran parte della classe politica del nostro Paese come un semplice “ombrello difensivo” finalizzato a prevenire la fantomatica minaccia di un’invasione sovietica. Sarebbe bastato osservare che il Patto di Varsavia fu creato soltanto nel 1955 e che, ancor più tardi, Mosca riconobbe ufficialmente e definitivamente il governo della Repubblica Democratica Tedesca, per comprendere il ribaltamento propagandistico operato dai governi degli Stati Uniti, del Canada e dell’Europa occidentale, allo scopo di scatenare un’offensiva contro chiunque fosse sospettato di intrattenere rapporti con i Paesi socialisti. Negli anni della Guerra Fredda, la NATO, attraverso la struttura integrata dello SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe), si macchiò di gravissime responsabilità nell’operazione Stay Behind, nota nel nostro Paese con l’etichetta “Gladio”: una rete dedita al terrorismo politico, all’intimidazione e all’eversione.
Tuttavia, la dimostrazione definitiva è giunta nel 1991, cioè quando, con la dissoluzione dell’alleanza militare guidata dal Cremlino, la NATO non soltanto non intraprese mai un percorso di riduzione progressiva del suo peso geostrategico in Europa secondo i binari della “finlandizzazione” del Continente garantita ai leader sovietici, ma addirittura avviò gli iter di integrazione di nuovi Stati membri. Tra il 1999 e il 2009, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Lituania, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia, Croazia e Albania hanno fatto il loro ingresso nell’Organizzazione. E la tendenza espansionistica non accenna certo a diminuire. In base a quanto è stato stabilito durante l’ultimo vertice di Chicago del maggio 2012, infatti, le intenzioni espresse dalla delegazione del governo statunitense sono quelle di favorire un maggior coinvolgimento dei partner europei attraverso la decantata strategia della Smart Defense e di concludere altre integrazioni nel prossimo futuro (Georgia e Bosnia-Erzegovina, in particolare).
Sommando le spese militari sostenute dai singoli Stati nell’anno 2011, risulta che i Paesi membri della NATO abbiano raggiunto la cifra di 1.033 miliardi di dollari (sui circa 1.670 miliardi di dollari spesi complessivamente da tutti i Paesi del mondo per la Difesa), sacrificando così gran parte dei fondi destinabili alle politiche sociali e occupazionali sull’altare di un pesante riarmo, ingiustificabile sul piano meramente difensivo. Per di più la NATO, ben lungi dall’essere un organismo effettivamente multilaterale, è evidentemente costituita sulla base di precisi rapporti di forza interni che impongono gli Stati Uniti quale membro leader incontrastato alla guida della Coalizione, schiacciando qualunque eventuale margine di sovranità militare (cioè politica) degli altri alleati, che risulti anche soltanto in parte sgradito a Washington, come ben evidenziato dalla crisi di Sigonella nel 1985.
La creazione, da parte del Pentagono, di un comando integrato a proiezione globale, suddiviso nei sei comandi regionali US Northcom, US Southcom, US Eucom, US Centcom, US Pacom e US Africom, impone da anni, ormai, un quadro di dominazione o di predominio territoriale pressoché totale in tutto il pianeta, nel tentativo di prevenire o contenere l’emersione di qualunque soggetto che possa rappresentare un potenziale competitore per gli Stati Uniti.
Questo scenario è inaccettabile e contraddice palesemente lo stesso dettato della Carta delle Nazioni Unite, nella misura in cui garantisce agli Stati Uniti e alla NATO un potere strategico impressionante, sproporzionato e palesemente aggressivo nei confronti di quei soggetti internazionali che mostrino la volontà di intraprendere una via di sviluppo e di crescita autonoma ed indipendente dalla sfera d’influenza occidentale.
La vecchia crisi balcanica e la recente crisi libica hanno, inoltre, messo in evidenza la sussistente presenza di una “doppia morale” dei Paesi della NATO di fronte ai fenomeni terroristici, nella misura in cui migliaia di guerriglieri e criminali provenienti dai più insidiosi ambienti del radicalismo wahhabita e salafita, sono stati ripetutamente utilizzati dalla NATO nel ruolo di “ascari”, con lo scopo di integrare lungo le direttrici terrestri ciò che l’Alleanza compiva “a distanza”, attraverso le incursioni navali e aeree, mettendo chiaramente in pericolo la sicurezza collettiva lungo tutte le sponde del Mediterraneo.
Oggi i partenariati strategici degli Stati Uniti e della NATO, dopo decenni di accerchiamento contro l’Unione Sovietica e i suoi alleati, indicano chiaramente l’intenzione di intervenire direttamente negli scenari regionali di maggior interesse strategico con nuovi attacchi militari (Libia, Siria, Iran e Corea del Nord), di assegnare ai Paesi dell’Europa meridionale (messi in crisi attraverso la finanza) un più definito e servile ruolo di “portaerei” verso il Nordafrica e il Medio Oriente, e di pressare la Federazione Russa al fine di coinvolgerla in una rinnovata logica di containment e aggressione nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, già preannunciata da diversi analisti statunitensi.

La storia della NATO, la sua struttura de facto unilaterale, la presenza delle sue o di altre strutture ad essa legate sul nostro territorio, l’interventismo militare evidenziato negli scenari dei Balcani, del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia Meridionale, la scarsa trasparenza nei confronti dei fenomeni relativi al terrorismo internazionale, costituiscono fattori che si pongono evidentemente in contrasto con gli articoli 11 e 52 della nostra Costituzione.

Nell’impossibilità legale di richiedere lo strumento referendario per l’autorizzazione alla modifica delle ratifiche dei trattati internazionali, chiediamo, per tanto, al popolo italiano di sottoscrivere la nostra petizione, al solo fine di raccogliere il più ampio consenso possibile su tre punti prioritari:

1) Rinegoziazione di tutti i trattati militari che vincolano l’Italia al comando integrato della NATO.
2) Chiusura definitiva di tutte le basi e tutte le installazioni militari in dotazione all’Esercito degli Stati Uniti e/o al comando integrato della NATO, presenti sul territorio nazionale italiano.
3) Avvio di trattative multilaterali e di mutuo vantaggio con i governi della Federazione Russa, della Repubblica Popolare Cinese e della Repubblica del Kazakistan, per l’ingresso dell’Italia nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai in qualità di partner per il dialogo, sull’esempio di quanto hanno cominciato a fare altri Paesi europei come la Bielorussia o l’Ungheria.

La raccolta delle adesioni avverrà a margine di tutti gli eventi pubblici che prevedano il patrocinio o la partecipazione di Stato & Potenza.