La Siria non si tocca!

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Damasco, 31 gennaio (IRIB) – L’esercito siriano ha informato che due persone sono morte ed altre cinque sono rimaste ferrite durante il raid di Israele sul centro ricerche di Jamraya, nelle vicinanze della capitale Damasco.
“I caccia israeliani hanno violato il nostro spazio aereo ed hanno condotto un bombardamento diretto sul centro ricerche”, spiega una nota diffusa mercoledì dall’esercito siriano. “L’attacco è stato condotto dopo tutta una serie di tentativi da parte dei terroristi di conquistare il sito nei mesi passati. Questo assalto, prosegue la nota, allunga la lista degli atti di aggressione ed i crimini di Israele ai danni degli arabi e dei musulmani”. Secondo la spiegazione dell’esercito siriano, l’intero edificio è stato distrutto ed i danni materiali causati dal bombardamento sono ingenti. Nelle ore precedent il regime israeliano aveva sostenuto di aver colpito un cargo di armi chimiche in Siria.

[Informazioni sulla manifestazione di Roma]

E se l’F-16 fosse caduto sulla terraferma?

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Avremmo dovuto aggiornare questo lungo elenco.
Senza dimenticare che ad Aviano era di stanza il Grumman EA-6B Prowler che il 3 Febbraio 1998 provocò la tragedia del Cermis e gli armamenti nucleari la cui presenza in loco “resta sottratta alla giurisdizione italiana”

La “materia oscura” del Salto di Quirra

materia oscuraBerlino – L’anno scorso la grande affermazione dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani che con “Cesare deve morire” conquistarono l’Orso d’Oro. Quest’anno poca Italia invece al festival di Berlino in programma dal 7 al 17 febbraio, con nessun film in concorso.
A rappresentare il cinema italiano – a parte Giuseppe Tornatore inserito con “La migliore offerta” nella categoria Berlinale Special – ci saranno però Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, duo specializzato nella realizzazione di documentari. Il loro ultimo lavoro, “Materia oscura”, è stato selezionato nella sempre ricca e interessante sezione Forum del festival.
Al quarto documentario, la coppia di autori ha portato la macchina da presa in Sardegna. Lo spazio scelto è il Poligono Sperimentale del Salto di Quirra dove per oltre cinquanta anni i governi di tutto il mondo hanno testato “armi nuove” e il governo italiano ha fatto brillare i vecchi arsenali militari compromettendo il territorio. La telecamera dei registi si addentra in questo territorio mostrandone la silenziosa quotidianità.
Un altro non luogo scelto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti dopo “Il Castello”, documentario dove la macchina da presa mostrava l’area aeroportuale di Malpensa interrogandosi sul sottile equilibrio tra controllori e controllati. Un’opera selezionata in tantissimi festival internazionali e che ha ottenuto diversi riconoscimenti come con il Premio Speciale della Giuria Italiana.doc al Torino Film Festival. «Fin da quando siamo venuti a conoscenza del Poligono Sperimentale del Salto di Quirra, ci siamo resi conto che era necessario raccontarlo» si legge sul sito cineblog.it che riporta le note di regia sul film prodotto da Montmorency Film in collaborazione con Rai Cinema, con il sostegno del Media Programme of European Union e dell’Associazione Corso Salani.
“Materia oscura” racconta, secondo le intenzioni degli autori rimasti a lungo nella zona per poter meglio portare a termine il loro lavoro, un luogo di guerra in tempo di pace. Attorno al poligono sperimentale nel sud-est della Sardegna si intrecciano un’indagine giudiziaria, un servizio fotografico, la vita di un paese e quella di due pastori: «Un film sulla devastante convivenza tra gli elementi della natura – uomini compresi – e la “fabbrica della guerra».
(…)
Fabio Canessa

Fonte

[Sul procedimento giudiziario in corso presso il Tribunale di Lanusei]

Uno su mille

lehner“Signor Presidente, a proposito di questo disegno di legge, sono costretto a dichiarare il mio assoluto dissenso. A me piace una semantica diretta e non truffaldina.
Noi qui parliamo di missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, niente meno, per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione.
Direi che dovremmo avere perlomeno il coraggio intellettuale di dire che questa è una forma moderna di imperialismo, di classico imperialismo occidentale collegato al capitalismo finanziario che in questi anni ci ha fatto sentire il suo polso pesante, e con una caratteristica anche comica, perché è un imperialismo per conto terzi, non è un nostro imperialismo. Noi che abbiamo bombardato la Libia per conto terzi, adesso andiamo a finanziare sovvenzioni e aiuti al povero esercito libico. Credo che dovremmo dire «no» a questo imperialismo un po’ «straccione», come è tipico della nostra storia.”

Dichiarazione di voto dell’onorevole Giancarlo Lehner in merito al disegno di legge S. 3653 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 dicembre 2012, n. 227, recante proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione, approvato in via definitiva dalla Camera dei Deputati lo scorso 22 Gennaio.
Si tratta di uno degli ultimi atti dell’assemblea parlamentare, sciolta in vista delle prossime elezioni. Un’assemblea che dal 2008, tranne pochissime eccezioni che abbiamo segnalato nel tempo – ad esempio, quella di Oskar Peterlini – non ha mai mancato di dare il proprio appoggio alle “missioni di pace” a guida USA/NATO, nonostante i costi esorbitanti che tali missioni comportano all’Italia.
E che anche in quest’occasione non si è fatta scrupolo di stanziare altri 935 milioni di euro, per i prossimi nove mesi fino al 30 Settembre 2013.

Ambasciator ci porta pena

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“Nuova Amministrazione, nuovo ambasciatore.
Anche se il colore politico alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato rimane lo stesso, il blu del Partito democratico, la regola verrà confermata e David Thorne lascerà il suo incarico di ambasciatore degli Stati Uniti in Italia per essere sostituito da un nuovo (o nuova) rappresentante di Washington. Lo spiegano all’Adnkronos fonti diplomatiche, ricordando che “tradizionalmente” la prassi è sempre stata questa, “anche quando un presidente, sia esso repubblicano o democratico, viene confermato per un secondo mandato”.”
Al netto delle recenti indiscrezioni che vorrebbero il figlio di CIA a capo di Finmeccanica, in modo tale da farla divenire in tutto e per tutto “un’industria in ostaggio” – dopo la designazione dell’ex viceministro della Difesa USA, William J. Lynn, come nuovo presidente e amministratore delegato della controllata DRS Technologies, avvenuta circa un anno fa – quanto ai possibili sostituti a Villa Taverna la corsa sembra ristretta a tre nomi.
Il New York Times ricorda che generalmente circa il 70% degli incarichi è destinato a diplomatici di carriera e un 30% è di nomina politica, con scelte che “spesso, ma non sempre”, vengono fatte tra i principali donatori della campagna presidenziale. Roma, come avviene per le capitali dei Paesi (vassalli) europei, è appunto una sede di nomina politica, sin dal secondo dopoguerra e dai tempi “luminosi” di Clare Boothe Luce.
Dunque, i papabili sarebbero Azita Raji, ex (?) banchiera californiana di origini indiane che nelle ultime due elezioni si è distinta per la raccolta fondi a favore di Obama; John Phillips, noto avvocato di Washington sposato con Linda Douglass, ex giornalista, portavoce della campagna di Obama nel 2008 e poi membro dell’Amministrazione fino al 2010; infine, Robert Mailer Anderson, romanziere e marito dell’ereditiera Nicole Miner, figlia del cofondatore di Oracle, Bob Miner. A febbraio dello scorso anno, nella loro casa di San Francisco, la coppia organizzò uno degli eventi più spettacolari della campagna di raccolta fondi per Obama.
Si accettano scommesse.
Federico Roberti

Un’aspirina al giorno

“L’11 marzo 2006, alle 10:00, a 65 anni, Miloševic veniva trovato morto nella sua cella situata a Scheveningen, all’Aja, Paesi Bassi, mentre il suo processo per presunti crimini di guerra era in pieno svolgimento, con la presentazione delle prove della difesa. Secondo i patologi olandesi, la causa della morte fu un arresto cardiaco. Oltre alla autopsia, un’analisi tossicologia venne richiesta. Secondo i funzionari dell’Aja, la salute di Miloševic aveva iniziato a peggiorare bruscamente e progressivamente quando era iniziato il processo, ed era sotto costante supervisione da parte di “personale medico altamente qualificato”.
L’autore, tuttavia, ha scoperto il fatto che solo un medico generico e un infermiere componevano l’intera squadra del centro di detenzione dell’Aja composto da ‘personale medico altamente qualificato’. De Ruiter rivela anche che la ‘terapia’ che Miloševic ricevette durante il primo anno di detenzione, consisteva in una singola aspirina al giorno, nonostante il fatto che fosse noto che soffrisse di problemi cardiaci e di pressione alta. L’avvocato di Miloševic, Zdenko Tomanovic, afferma che d’allora la salute del suo cliente venne sistematicamente erosa.
Quando il presidente Miloševic morì, lo specialista russo Dr. Leo Bokeria, del famoso Istituto Bakulev, rivelò ai media: “Negli ultimi tre anni abbiamo sempre insistito, senza successo, che Miloševic venisse ricoverato in un ospedale per essere correttamente diagnosticato. Se a Miloševic fosse stato consentito l’accesso a una qualsiasi clinica specialistica, avrebbe avuto un trattamento adeguato e avrebbe vissuto molti anni.”
All’inizio di maggio 2003, un gruppo di tredici medici tedeschi inviarono al tribunale un testo, esprimendo la loro preoccupazione per la salute di Miloševic e l’assenza di un trattamento adeguato. Ma tutti i suggerimenti dei medici specialisti vennero scartati e una terapia adeguata rimase indisponibile. Inoltre, non vi fu alcuna risposta a questa e ad altre proteste scritte dallo stesso gruppo di medici.
Dopo un anno di trattamento della miracolosa aspirina quotidiana come panacea per malattie cardiovascolari, un gruppo di medici messo su dai burocrati del tribunale emise la seguente diagnosi: danni secondari a vari organi e pressione estremamente alta che in determinate condizioni potrebbe portare a ictus, arresto cardiaco e coronarico o morte prematura. In contrasto con questi risultati, il procuratore generale dell’Aja Carla del Ponte, che sembrava saperne di più, affermò che secondo lei Miloševic “stava eccezionalmente bene”.
L’analisi medica nel 2005 aveva mostrato la presenza di sostanze chimiche “sconosciute” presenti nei sangue di Miloševic, che annullavano gli effetti dei farmaci per la pressione alta. A causa di questa scoperta, Miloševic chiese di essere curato da specialisti russi. Anche se il governo russo il 18 gennaio 2006 offrì la garanzia che Miloševic sarebbe stato messo a disposizione del tribunale, dopo le cure, la richiesta di Miloševic venne negata a febbraio. Poche settimane dopo era già troppo tardi: Miloševic subì l’annunciato e atteso infarto. Tra gli altri, De Ruiter cita la conclusione della rivista olandese Obiettivi: “Il fatto stesso che i giudici [Robinson, Kwon e Bonomy] si rifiutassero di dar seguito alla sua richiesta di cure, è sufficiente motivo per sporgere denuncia contro il Tribunale per omicidio premeditato.”
Ulteriori sospetti vennero sollevati dal fatto che le ripetute richieste della famiglia di Miloševic, di un’autopsia indipendente al di fuori dei Paesi Bassi, vennero negate e ignorate. Robin de Ruiter cita anche la dichiarazione di Hikeline Verine Stewart di Amnesty International, che ha sottolineato che la morte prematura di Miloševic era stata conseguenza diretta dei farmaci controindicati trovati nel suo sangue. “Siamo certi che siano la causa della morte. La morte per cause naturali è assolutamente fuori questione“, disse.”

Da Chi ha ucciso Slobodan Miloševic e perché, sul testo di Robin de Ruiter, pubblicista e storico olandese, di prossima pubblicazione in Serbia e disponibile anche in lingua tedesca in formato kindle.

Piccoli droni crescono

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Viviamo la prima fase di un piano che tende a controllare e reprimere qualsiasi dissenso e ribellione a livello globale?
L’ipotesi è niente affatto peregrina

Che a volte si possano incontrare opinioni veritiere sugli accadimenti contemporanei sulla stampa cosiddetta alternativa è abbastanza verosimile ma che qualcosa che assomigli alla verità possa arrivare nelle nostre case uncensored e magari in prima serata, credetemi, è davvero raro.
Eppure, incredibile ma vero, di tanto in tanto qualche sussulto d’intelligenza riesce a farsi largo tra le menzogne sistematiche del mainstream media.
In particolare qui negli USA, dove i punti di vista realmente critici nei confronti dell’establishment vengono sistematicamente tenuti a distanza dai mass media e bollati come ‘minacce alla sicurezza nazionale’ o, come minimo, ‘antipatriottici’.
Per questo motivo sono rimasto piuttosto sorpreso nel sentire l’altro ieri la popolare conduttrice Rachel Maddow nel suo show del giovedì su MSNBC esprimersi molto criticamente nei confronti dei droni-killer che hanno avuto dal presidente la ‘licenza di uccidere’ qualsiasi persona – cittadini americani compresi – in qualsiasi parte del mondo. Continua a leggere

16.1.2013 – fiaccolata a Vicenza

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Mercoledì 16 gennaio alle 20.30 dal Presidio NoDalMolin FIACCOLATA. Ci sono un’infinità di buone ragioni per tornare in piazza ancora una volta. Ne abbiamo elencate 10.

1. Il 16 gennaio di sei anni fa il Presidente del Consiglio Romano Prodi – dall’estero – aveva la faccia tosta di dare il proprio consenso al progetto statunitense al DalMolin, nonostante l’espressa contrarietà di gran parte della comunità locale. E noi non ce li vogliamo dimenticare coloro che hanno permesso la devastazione del territorio vicentino.

2. Il 16 gennaio di sei anni fa migliaia di persone, appena due ore dopo l’annuncio di Romano Prodi, scendevano in piazza riempendo le strade del centro storico e occupando i binari della stazione. Noi, sei anni dopo, non abbiamo cambiato idea e non vogliamo chiudere in casa la nostra dignità.

3. Nel 2013 è prevista l’inaugurazione della nuova base militare, ormai quasi ultimata. Averla costruita non significa aver risolto i nodi posti dai vicentini sei anni fa. Il primo: non vogliamo essere complici della guerra. Nemmeno oggi.

4. Nel 2010 l’alluvione ha sconvolto Vicenza. Da allora, a ogni pioggia intensa la città vive nel terrore di essere inondata, e le zone intorno al Dal Molin sono quelle più a rischio. Esiste quantomeno una correlazione temporale tra l’avvio del cantiere e l’inizio delle criticità idrauliche del nostro territorio. Vogliamo che siano verificati i danni prodotti dalla nuova base.

5. Il Comune, dopo il licenziamento di Paolo Costa, si è impegnato ad agire in autotutela per verificare la situazione della falda acquifera e dell’equilibrio idrogeologico. Vogliamo che dalle parole nascano azioni concrete. Lo vogliamo subito, perché Vicenza non può aspettare un’altra alluvione per sapere se l’installazione statunitense centra qualcosa con l’alluvione permanente. Il comitato tecnico deve avere, quanto prima, uno spazio di lavoro all’interno del Parco della Pace e gli strumenti necessari per agire.

6. Dopo il Dal Molin, gli statunitensi vogliono costruire nuove strutture a Longare, Site Pluto. La militarizzazione del territorio alimenta se stessa e devasta nuove aree. Vogliamo rompere questo circolo vizioso e guardare al futuro costruendo la riconversione civile.

7. In un periodo di crisi, spendiamo centinaia di milioni di euro per contribuire alla presenza militare statunitense nel nostro territorio. Quei soldi sono nostri: vogliamo che siano destinati al sociale, alla scuola, a chi è senza lavoro.

8. Vicenza è la nostra città. Qui ci abitiamo; qui abbiamo le nostre famiglie, i figli vanno a scuola, abbiamo i nostri amici, le nostre occupazioni; qui passiamo il nostro tempo libero. Noi non ci rassegniamo a vivere in una città militarizzata, con soldati che si allenano per strada e basi che mettono a rischio la salute e la sicurezza.

9. In questi anni abbiamo detto democrazia e ci hanno risposto imposizione. Il fatto che abbiano fatto la voce grossa non è un buon motivo per tacere.

10. Siamo NoDalMolin, vogliamo continuare a esserlo: la nostra terra, la nostra vita, il nostro futuro, sono tutti fatti nostri.

Fonte

Stanotte a Niscemi

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Qui il resoconto dei fatti.
Così li commenta Antonio Mazzeo:

“Il Presidente on. Crocetta, sibilla gelese, intuì perlomeno una settimana le intenzioni belliche della ministra Cancellieri che, con un messaggio ai siciliani, avrebbe preannunciato il 7 gennaio 2013, che avrebbe usato ogni mezzo per imporre il MUOS a Niscemi. Ne abbiamo le prove e i testimoni. Dunque Lui ha avuto almeno una settimana (oltre i due mesi dalla sua elezione) per revocare in autotuela le autorizzazioni del suo predecessore, don Raffaele Lombardo. E non lo ha fatto. Cioè non lo ha voluto fare.
L’annuncio (perchè solo di mero annuncio si tratta, non esistendo alcun decreto né altro atto legittimo) di dichiarazione di “sito d’importanza strategica” ha “consentito” alla giunta Crocetta-Lumia-Lupo-D’Alia & C. di non doversi sporcare le mani.
Sulla ex prefetta catanese, possiamo solo dire, che come il paternese La Russa, fa solo la passacarte di Washington. Il 21 dicembre 2012, a Roma, la Cancellieri ha ricevuto un incazzatissimo ambasciatore USA David Thorne, l’uomo che più si è speso per convincere il buon Lombardo ad autorizzare i lavori del MUOS. E il cerchio e la vicenda si chiude. Anche di questo abbiamo le prove. Ma ne riparleremo presto…”.

Quel sentimento di inattaccabilità

isola mondo“La potenza statunitense, insediata su un territorio insulare cento volte più grande dell’Attica a cavallo tra due oceani, dispone delle prerogative necessarie per poter esercitare un’egemonia mondiale. Se ne rese lucidamente conto l’ammiraglio A. T. Mahan, “profeta armato” (così lo definisce Terracciano) della geopolitica americana del XIX secolo, il quale in The influence of sea power upon history. 1660-1783  mostrò l’influenza esercitata dalla potenza marittima (sea power) nei due secoli precedenti. Successivamente, nello stesso anno in cui Mackinder dava alle stampe The Geographical Pivot of History, Mahan pubblicò un saggio che avrebbe richiamato l’attenzione di Carl Schmitt.
“In un saggio del luglio 1904 – scrive nel 1942 Carl Schmitt in Land und Meer – Mahan parla delle possibilità di una riunificazione fra l’Inghilterra e gli Stati Uniti d’America. La ragione più profonda di tale riunificazione non è da lui ravvisata nella comunanza di razza, lingua e cultura. Egli non sottovaluta affatto questi punti di vista spesso addotti da altri autori, ma li considera soltanto utili elementi aggiuntivi. Decisiva gli appare piuttosto la necessità di mantenere il dominio anglosassone sui mari del mondo, il che può avvenire solo su base ‘insulare’, mediante l’unione fra le due potenze angloamericane. In seguito allo sviluppo moderno, l’Inghilterra stessa è diventata troppo piccola, e quindi non è più isola nel senso inteso finora. Sono piuttosto gli Stati Uniti d’America la vera isola contemporanea. E’ un fatto di cui non ci si è ancora resi conto, sostiene Mahan, a causa della loro dimensione, ma che corrisponde ai parametri e alle proporzioni attuali. Ora, il carattere insulare degli Stati Uniti dovrebbe garantire la salvaguardia e la prosecuzione del dominio sul mare su base più ampia. L’America sarebbe, insomma, l’isola maggiore che perpetuerebbe la conquista britannica del mare e la proseguirebbe su più vasta scala come dominio del mare angloamericano sul mondo intero” .
La coscienza dell’insularità, afferma Terracciano, favorisce negli statunitensi l’insorgere di una sorta di mania di persecuzione: la potenza egemone del continente nordamericano avverte il senso di un’incombente minaccia, che proverrebbe tanto dall’Atlantico quanto dal Pacifico. Si tratta di una specie di paranoia, che induce gli Stati Uniti a perseguire il controllo geopolitico sia della sponda europea sia di quella asiatica. Infatti “la loro ambizione non si fermava alle isole del Pacifico, ma pretendeva di toccare la sponda asiatica e schiacciare l’avversario. Essi non disponevano soltanto dei mezzi per raggiungere questo obiettivo, ma, in Asia come in Europa, potevano servirsi a loro discrezione di indispensabili complici sulle teste di ponte già installate. Per una potenza marittima, il mare è lo spazio vitale e non una frontiera. Le sue frontiere si trovano sulle sponde opposte”.
Simultaneamente, l’esistenza insulare ha infuso nei nordamericani quel sentimento di inattaccabilità che promana dalle parole di Thomas Jefferson: “Per nostra fortuna la natura ed un vasto oceano ci separano dalle devastazioni sterminatrici di un quarto del globo”. Così la fortezza insulare inespugnabile è la “terra promessa” separata dalle nazioni corrotte che abitano il resto della terra: un elemento fondamentale di quella parodistica teologia che informa la visione americana del mondo e che ispira l’imperialismo statunitense.”

Dalla prefazione di Claudio Mutti a L’Isola del Mondo alla conquista del pianeta, di Carlo Terracciano, Anteo edizioni, 2012.

OSS, CIA, Gladio

Vecchia puntata di Blu notte. Misteri italiani di Carlo Lucarelli, dedicata ai rapporti segreti tra Italia e Stati Uniti a partire dal secondo conflitto mondiale.
Nonostante gli anni trascorsi, sono numerosi e ancora attualissimi gli spunti di riflessione offerti.
Gli approfondimenti sviluppati al riguardo su questo blog possono essere rintracciati inserendo le corrette chiavi di ricerca nell’apposita casella, selezionando una categoria nella relativa colonna a destra oppure cliccando sui tags presenti in fondo a ciascun post.

Un’amicizia molto pericolosa

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Il fondamentalismo islamico alleato tattico degli USA

““Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”, merita di essere letta con un’attenzione maggiore di quella che ad essa è stata riservata finora.
Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto di fondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”.
Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.
“È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”.
L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.
Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”.
L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.”

Da L’islamismo contro l’Islam?, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”,  n. 4, anno 2012.