Come si misura la sofferenza in Afghanistan?

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“Non esiste un dolorometro. La combinazione di macelleria-inferno – creata dalla NATO e dai talebani nel penultimo paese meno sviluppato del mondo, per la lotta tra i signori della guerra occidentali e quelli locali, l’inettitudine di un regime criminale formato da famiglie mafiose e protetto dalla NATO – ha strappato la vita a decine di migliaia di civili e costretto a fuggire dalle loro case milioni di loro.
Nell’Ospedale dei Bambini Indira Gandhi di Kabul il numero di bambini ricoverati per denutrizione severa si è quadruplicato dal 2012. Sono apparsi bimbi-vecchi, con la pelle che cade dal viso piena di rughe, a causa del marasma (Decadimento progressivo delle funzioni dell’organismo provocato da vecchiaia o da gravi malattie, n.d.t.), risultato di un forte deficit calorico.
Alle società occidentali che vivono dell’affare della guerra non importa neppure della morte di circa 3.400 soldati della NATO o lo sconvolgente dato che una media di 18 veterani delle guerre in Iraq e Afganistan si tolgano ogni giorno la vita. Alcuni, forse, per aver partecipato alla mattanza “per errore” di 16-23.000 afgani.
Il Nobel per la Pace Obama sostiene di essere l’artefice della “prima transizione democratica” afgana, una farsa dove la gente non potrà neppure scegliere tra un signore della guerra e l’altro; dalle urne uscirà quello deciso dallo Studio Ovale.”

Da Obama ha mentito: la NATO non se ne andrà dall’Afganistan, di Nazanín Armanian, politologa ispano-iraniana.

“Le mega-aziende USA dovrebbero pagare per la distruzione dell’Afghanistan”

I risarcimenti dovrebbero essere pagati da Halliburton, General Electric e da tutti i “contractor” militari che già hanno ricavato molti soldi dalla distruzione dell’Afghanistan e di altri Paesi, racconta l’analista di politica internazionale Caleb Maupin a RT.

RT: Un bambino di quattro anni è stato ucciso la settimana scorsa e adesso quest’ultimo incidente (sette bambini e una donna uccisa in un raid statunitente). Perché le truppe internazionali continuano a colpire zone residenziali se Karzai ha chiesto loro di non farlo?
Caleb Maupin: Le truppe non sono in Afghanistan per proteggere gli Afgani o per obbedire al governo locale. Sono lì per proteggere gli interessi delle banche e delle mega-aziende occidentali. L’intera storia dell’Afghanistan è una storia di un Paese saccheggiato. L’Afghanistan un tempo aveva la grande risorsa del legno, vaste aree forestali che furono tagliate dai britannici. E anche gli storici di destra ammetterebbero che il miglior periodo nella storia dell’Afghanistan è stato quello successivo alla rivoluzione del 1979, quando la popolazione dell’Afghanistan si ribellò e mandò via gli stranieri e cominciò uno sviluppo economico indipendente. E quella fu la storia gloriosa dell’Afghanistan. Furono poi gli Stati Uniti che finanziarono forze come quelle adesso di Al-Qaeda, per intervenire e fare a pezzi il governo rivoluzionario e democratico.
L’Afghanistan appartiene agli Afgani. Non è un Paese povero, ci sono tutti i generi di risorse minerarie e tutti i generi di ricchezza, ma le persone sono povere perché il controllo di queste risorse è nelle mani delle banche e delle mega-aziende occidentali. E questo il crimine che è successo. Questo genere di massacri sono davvero causati da interventi stranieri, puoi accorgertene ovunque essi accadano, nel Medio Oriente, in Africa, in Asia, ovunque.

RT: Le truppe statunitensi dovrebbero lasciare il Paese nel 2014, ma gli Stati Uniti vogliono un accordo di sicurezza che garantisca loro l’immunità dalle leggi locali. Alla luce di queste ultime uccisioni di civili, cosa dovrebbe accadere perché Karzai approvi tutto ciò?
CM: Il presidente Karzai, se rappresenta il popolo afgano, dovrebbe chiedere che vengano pagati al popolo afgano i risarcimenti per i così tanti crimini che lì sono stati commessi, per tutte le persone uccise, per tutte le vite perse, per tutta la povertà e la miseria create dall’intervento statunitense. E questi risarcimenti non dovrebbero provenire dai lavoratori americani, bensì dalla Halliburton, dalla General Electric e da tutti i “contractor” militari che già hanno ricavato molti soldi dalla distruzione dell’Afghanistan e di altri Paesi. C’è la necessità che i risarcimenti siano pagati al popolo afgano così che crimini del genere non restino impuniti.

RT: Se non ci sarà un accordo e le truppe statunitensi vanno via, non sarà poi più facile per gli insorgenti compiere attacchi terroristici e potenzialmente ucidere molti più civili?
CM: Questa è l’argomentazione che viene sempre avanzata dalle potenze straniere. Fanno sempre apparire che loro stanno invadendo il Paese solo perché si curano delle persone che si trovano sotto attacco. Ma in tutto il mondo si possono vedere i frutti degli interventi esteri degli Stati Uniti. Guardiamo alla Libia oggi – stanno meglio dopo che la NATO e gli Stati Uniti hanno deposto Gheddafi? L’Iraq sta meglio? O sta meglio il popolo dell’ex Jugoslavia?
Dovunque gli Stati Uniti vanno, dovunque le potenze straniere vanno e depongono un governo si crea povertà, miseria e sofferenza. Non rendono mai migliori le condizioni di vita della gente, e i popoli hanno il diritto di governare il proprio Paese. L’autodeterminazione è un diritto umano basilare e le truppe straniere dovrebbero lasciare l’Afghanistan.

RT: Ex ufficiali britannici di alto livello hanno espresso preoccupazione in merito alla possibilità di una presa del potere da parte dei Talebani se le truppe internazionali si ritirassero. Karzai vuole che accada questo?
CM: Non so cosa passi per la testa di Karzai, non ho questo genere di conoscenza. Tutto ciò che posso dire è che per gli ultimi 50 o 100 anni abbiamo visto quelli che sono i frutti dell’intervento occidentale. In nessun luogo essi hanno creato pace o lavoro o democrazia o eguaglianza o qualsiasi altra cosa avessero promesso. Dovunque essi sono intervenuti hanno reso la situazione peggiore. Hanno creato sofferenze di massa e vediamo questi massacri in atto e le vite che sono andate perdute. E’ un diritto basilare quello di governare il proprio Paese, quello di non avere truppe straniere di occupazione lì. Il popolo afgano ha quel diritto assolutamente. E i soldi che vengono spesi per l’occupazione dell’Afghanistan e opprimere il suo popolo dovrebbero essere spesi in lavoro, scuole, educazione per la fatiscente società qui negli Stati Uniti. Le scuole e gli ospedali stanno chiudendo, perché le nostre tasse pagate qui negli Stati Uniti vengono utilizzate per finanziare una guerra in un altro Paese? Nessuno ne beneficia. Lasciamo stare la popolazione degli Stati Uniti.

[Traduzione di M. Janigro]

“Il traguardo delle 20mila ore di volo”

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Di cui 12.000 da parte dei droni Predator e 8.000 con i cacciabombardieri AMX.
Ecco i clamorosi risultati della “missione di pace” in Afghanistan.
E intanto il presidente del Senato Pietro Grasso millanta: “Meno militari e più cooperazione”.

Sesso, droga e Afghanistan

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La droga afghana uccise Melania Rea. Un libro choc riapre il caso Parolisi,
di Alberto Berlini

Carmela Melania Rea il 18 aprile 2011 era uscita gioiosa con figlioletta e marito per una gita sul pianoro di Colle San Marco, una collina alta 600 metri che sovrasta Ascoli Piceno. Il suo cadavere, straziato, viene ritrovato 48 ore dopo sul lato opposto del pianoro. Per la morte della giovane donna, il 26 ottobre del 2012 viene condannato all’ergastolo il marito, il caporal maggiore capo degli Alpini, Salvatore Parolisi. Ma sul caso restano dubbi e teorie che raccontano un’altra verità.
Se il Parolisi è personaggio che, come ampiamente dimostrato, è stato traditore dell’amore coniugale, questo non vuol dire che sia automaticamente l’assassino della moglie. Nella fase iniziale delle indagini sono state sondate numerose piste, da quella sessuale dei festini organizzati con le allieve della caserma Clementi, alla pista camorristica e delle infiltrazioni nelle nostre strutture militari, fino a quella dei traffici di droga che vedrebbero coinvolti, a causa del problema “ambientale endemico” dell’eroina afgana raccontato nelle pagine del libro di Alessandro De Pascale e Antonio Parisi “Il caso Parolisi, sesso droga e Afghanistan” in uscita per Imprimatur editore.
È ormai un fatto assodato, ad esempio, il massiccio uso di droga e psicofarmaci da parte delle truppe impegnate in Afghanistan, un Paese che produce oltre il 90 per cento di tutto l’oppio e l’eroina mondiali. E dove si è registrato un vertiginoso aumento negli ultimi due anni proprio nelle province sotto il controllo italiano, nelle quali aveva operato lo stesso Parolisi.
Un sottile filo rosso che lega Parolisi ai campi di papavero afgani: non ci sono prove definitive, ma Melania Rea potrebbe essere stata uccisa non perché il marito vistosi negare da lei un rapporto sessuale, l’abbia massacrata a coltellate, ma perché qualcuno o qualche organizzazione criminale ha voluto vendicarsi o punire più o meno gravi “leggerezze” del marito. Se così fosse rimane da chiedersi quali siano le motivazioni del silenzio di Parolisi e perché preferisca beccarsi una condanna così pesante. Apparentemente, questa, può sembrare una scelta folle, senza senso. Ma nel caso quei segni sul corpo della povera Melania, la siringa nel petto e il laccio emostatico, siano un messaggio destinato alle altre persone a conoscenza di questi inconfessabili segreti, questo sarebbe immediatamente stato compreso da chi doveva capire.
Alle ore nove del 25 settembre, presso la Corte d’appello de L’Aquila si aprirà il processo di secondo grado per la morte di Melania. Parolisi, ormai dietro le sbarre da due anni, ha già fatto sapere, tramite il suo avvocato, che sarà presente in aula e che stavolta vuole un processo vero, le cui porte dovranno essere aperte anche alla stampa.
La polvere del deserto afgano finiranno forse per invadere le aule dei tribunali. A Kabul c’è chi gioca sporco. Ne sono convinti i due autori del libro che contiene una inchiesta giornalistica che conduce dritto dritto in Asia e nel pantano della missione ISAF-NATO. C’è poi la criminalità organizzata italiana, segnatamente la camorra, come sempre insuperabile quando si tratta di fiutare e intuire ogni possibilità di lucro, che si sarebbe già bellamente installata nel Paese asiatico, mettendosi persino a raffinare eroina sul posto. L’anarchia data da questi 12 anni e mezzo di guerra ha portato l’Afghanistan a produrre nel 2006 un terzo in più di tutto l’oppio usato nel mondo, le narcomafie a trasformare la Russia putiniana nel primo consumatore mondiale di eroina, i signori della droga a fare affari d’oro, anche grazie agli stessi militari.

[I collegamenti inseriti sono nostri - ndr]

La nuova “missione di pace” in Afghanistan

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E hanno già coniato il nome…

Come aveva anticipato Analisi Difesa le truppe italiane destinate a restare in Afghanistan dopo il 2014 nell’ambito della missione NATO Resolute Support non saranno poche decine (come aveva sostenuto giorni fa il ministro della Difesa, Mario Mauro) ma tra 500 e 700. Effettivi numericamente simili ai 6/800 tedeschi che manterranno la presenza nel nord afghano. Ne hanno discusso il 20 giugno a Herat i ministri della Difesa di Italia, Germania ed Afghanistan.
Sara’ il Parlamento – ha premesso il ministro Mario Mauro – a valutare e poi votare sulla nostra nuova missione. Io sono qui par raccogliere informazioni e dico che non possiamo far mancare il nostro sostegno a questo Paese, se non vogliamo che torni l’atroce dittatura del passato. Resolute Support sarà una missione no combat, con l’obiettivo di proseguire l’assistenza e l’addestramento alle forze di sicurezza afgane. Non sono più previsti compiti di contrasto all’insorgenza o al narcotraffico. Gli italiani rimarranno nella zona di Herat anche dopo il 2014, con un numero di addestratori compreso tra 500 e 700.
Ma, come ha sottolineato il ministro tedesco Thomas De Maiziere, “serve prima un accordo fra NATO e l’Afghanistan su quello che i militari della coalizione potranno o non potranno fare”. In sostanza, si sta discutendo che lo status giuridico di quelle che saranno le forze di Resolute Support, con l’obiettivo di evitare che siano sottoposte alle leggi di Kabul [sic - ndr].
Da parte sua il ministro afgano Dismillah Mohammadi, ha ostentato ottimismo. Tutto il territorio nazionale – ha assicurato – è sotto il pieno controllo delle forze di sicurezza afgane, tranne quattro distretti in cui è ancora forte l’influenza degli insorgenti. Ma una visita ad Herat, che pure è una delle province “tranquille”, racconta una realtà differente. Per il breve tragitto tra la base di Herat e la villa di rappresentanza del governatore dove c’è stata la colazione fra i tre ministri, sono stati impiegati elicotteri Chinook e tutte le delegazione hanno dovuto indossare giubbotto antiproiettile e casco protettivo. Il luogo, una piccola collinetta sulla città, era presidiato da un numero consistente di forze armate. La strada per la sicurezza dell’Afghanistan è ancora lunga.

Fonte
[Il collegamento inserito è nostro]

Operazione Rottamazione

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Come risolvere il problema logistico costituito dai veicoli e dagli altri equipaggiamenti militari accumulati, in dodici anni di presenza in Afghanistan?
Nel momento in cui gli Stati Uniti si preparano a ritirarsi dal Paese centroasiatico, invece di donare tale materiale alle forze armate afghane che dovrebbero mantenere la sicurezza dopo la partenza dei soldati a stelle e strisce, o magari venderlo ad altre nazioni, essi stanno deliberatamente distruggendo sofisticate strumentazioni per il valore di miliardi di dollari, in uno sforzo così massiccio da non avere precedenti.
In totale, verranno distrutti oltre 7 miliardi di dollari di equipaggiamenti, corrispondenti a circa il 20% di quanto gli Stati Uniti detengono in Afghanistan, in quanto sarebbe troppo costoso organizzarne il rientro in patria.
Allo stato attuale, sono già stati demoliti più di 77.000 tonnellate di equipaggiamenti militari.
Le alternative considerate, quella di lasciarli alle forze afghane o venderli a qualche Paese alleato, sarebbero state abbandonate nel primo caso a causa dell’inesperienza dei soldati locali che finirebbero per spararsi addosso a vicenda, nel secondo caso per il timore che il Paese acquirente non sia poi in grado di ritirarli da quella che ancora viene considerata una zona di guerra.
L’unica possibilità rimane quindi quella di rottamare tutti i materiali considerati in eccesso, e successivamente provare a venderli a peso sul mercato afghano dei rottami.
Ciò non riesce comunque a tacitare i maligni, i quali suggeriscono che piuttosto che alla fine di un lungo periodo di conflitti sul terreno, si sia di fronte all’inizio di nuovi costosi acquisti di armamenti a favore delle industrie del complesso militare americano.
Secondo una diversa interpretazione, la rottamazione di tutti questi equipaggiamenti destinati alle operazioni di terra -fra cui ben 2.000 degli 11.000 veicoli blindati antimine che il Pentagono ha acquistato a partire dal 2007- potrebbe giustificarsi con l’ulteriore sviluppo delle “guerre dei droni”, che già rivestono una grande importanza nella strategia bellica statunitense in terra di Afghanistan (e Pakistan).
Ad ogni modo, nonostante da lunghi anni Karzai e soci siano a libro paga USA, non si può che concludere che i loro padrini non hanno mai imparato a fidarsene completamente.
Tanto che, in questo delicato frangente, preferiscono dare il via libera a uno spreco di risorse così ingente piuttosto che lasciarle nelle mani dei presunti alleati.
Episodi come quello accaduto ieri, con un commando talebano che per diverse ore ha tenuto in scacco i Palazzi del potere a Kabul, faranno loro mutare idea?
Federico Roberti