Il frutto avvelenato della “rivoluzione dei gelsomini”

tunisia

Nonostante le ripetute smentite delle autorità locali e dell’ambasciata a stelle e strisce, sono sempre più numerose le fonti che riferiscono circa la decisione del governo islamista di Ennahda al potere in Tunisia di consentire ad AFRICOM, il comando delle forze armate USA per l’Africa, di insediare la sua prima base militare nel Maghreb, dopo che i precedenti tentativi statunitensi di insediarsi nella regione si erano scontrati con i rifiuti di Ben Ali, Gheddafi, Bouteflika e Mubarak.
Il sito scelto sarebbe Remada, località nel sud del Paese a pochi chilometri dal confine con la Libia “liberata”.
Il pretesto quello solito della lotta al terrorismo e al connesso traffico di armi.

MILioni di euro?

New+Libya

Sarà forse per dare credibilità alla “ferma richiesta di un pronto ristabilimento della legalità in Libia”, giunta da Palazzo Chigi dopo il sequestro-lampo del primo ministro Ali Zeidan, che il Capo di Stato Maggiore della Difesa (CaSMD), ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, nei giorni scorsi ha incontrato il suo omologo libico, il neonominato generale Abdulsalam Jadallah Alsalhin Alobaidi.
Durante l’incontro i due hanno in particolare trattato l’intesa tecnica per l’addestramento del personale militare libico, nel processo di ricostruzione delle proprie capacità operative, nel quadro di un “comune interesse per un Mediterraneo sicuro e stabile”.
Nel corso della visita, l’ammiraglio Binelli Mantelli ha pure voluto salutare i militari italiani impegnati in quella che, già chiamata Operazione Cyrene -lanciata nel 2011 allo scopo di supportare il Consiglio Nazionale di Transizione nella ricostruzione delle Forze armate e di sicurezza libiche- da oggi assume la denominazione di “Missione militare Italiana in Libia” (MIL).
Essa si inserisce nel quadro della cooperazione militare tra i due Paesi sancita col memorandum d’intesa firmato a Roma il 28 Maggio 2012, con lo scopo di organizzare, condurre e coordinare le attività addestrative, di assistenza e consulenza nel settore della Difesa.
A questo punto, resta solo da sapere quanti saranno i milioni di euro dei contribuenti italiani impiegati per il mantenimento del regime fantoccio libico e del caos che caratterizza il Paese da due anni, a partire dall’eliminazione di Muammar Gheddafi.
Ciò, probabilmente, sarà definito nella prossima “legge di stabilità”, deputata anche a ridare ossigeno alle varie “missioni di pace” il cui finanziamento è scaduto lo scorso 30 Settembre.
Federico Roberti

Operazione Creek Sand

usa in africa

Oltre 50 milioni di dollari. E’ questo l’importo che il Pentagono verserà alla private military company che si aggiudicherà il contratto per fornire “servizi aerei” alle centinaia di militari delle forze speciali, team della CIA e contractors della Joint Special Operations Task Force-Trans Sahara, impegnata nell’Operazione Creek Sand contro i gruppi quaedisti attivi nel Sahel e nel supporto alle forze governative locali.
Il contratto, della durata di quattro anni, verrà assegnato in agosto e prevede l’offerta di servizi di trasporto per uomini e materiali per mille ore di volo annue ma anche di evacuazione feriti in operazioni ad alto rischio. L’area operativa comprende 20 Paesi africani nei quali i “nemici” vanno dagli Shabhab somali al movimento Boko Haram in Nigeria, dalle milizie del signore della guerra Joseph Kony in Uganda ai jihadisti in Malì, Algeria e Mauritania.
La base della flotta di velivoli (probabilmente i versatili Casa 212 spagnoli) sarà all’aeroporto di Uagadougou, in Burkina Faso ma gli americani dispongono di basi minori in molti Paesi del Sahel inclusa quella appena aperta in Niger dove sono dislocati droni Predator.

Fonte

Nuovi “Vietnam” in Africa?

pan-sahel initiative

“Per contrastare la crescente influenza cinese in Africa, Washington ha assicurato il suo appoggio a una Francia economicamente indebolita e politicamente disperata, per ridare vigore all’impero coloniale francese, in una forma o nell’altra. La strategia, che si è rivelata nel tentativo franco-statunitense di usare il gruppo terroristico di Al Qaeda per abbattere prima Gheddafi in Libia e ora per causare distruzione dal Sahara al Mali, è di incoraggiare i combattimenti fra etnie e gruppi differenti come Berberi, Arabi e altri in Nord Africa. Divide et Impera.
Sembra che essi abbiano anche già optato per una vecchia “formula francese” per il controllo diretto. In un’analisi pionieristica, l’analista geopolitico e sociologo canadese, Mahdi Darius Nazemroaya scrive, “la mappa usata da Washington per combattere il terrorismo nell’area del Pan-Sahel è molto esplicativa. L’ampiezza dell’area di azione dei terroristi, che include i confini dell’Algeria, Libia, Niger, Chad, Mali e la Mauritania secondo ciò che è stato delineato da Washington, è molto simile ai confini dell’entità territoriale coloniale che la Francia cercò di controllare nel 1957. Parigi pensò di promuovere quest’entità africana nel Sahara occidentale come dipartimento francese legato direttamente alla Francia, assieme all’Algeria costiera”.
I francesi la chiamarono Organisation commune des régions sahariennes (OCRS). Comprendeva i confini interni del Sahel e delle nazioni sahariane del Mali, Niger, Chad e Algeria. Parigi la usò per controllare i paesi ricchi di risorse, per favorire lo sfruttamento francese di materie prime come petrolio, gas e uranio.
Egli aggiunge anche che Washington aveva chiaramente pensato a quest’area ricca di risorse quando designò le aree dell’Africa che dovevano essere “ripulite” dalle cellule terroristiche e gruppi criminali. Perlomeno ora AFRICOM aveva un piano per la sua nuova strategia africana. L’istituto francese delle relazioni internazionali (Institut français des relations internationals, IFRI) discusse chiaramente questo legame fra i terroristi e le aree ricche di materie prime nel rapporto di Marzo 2011.
La mappa usata da Washington per combattere il terrorismo secondo l’iniziativa del Pentagono per il Pan-Sahel mostra un’area di attività dei terroristi all’interno di Algeria, Libia, Niger, Chad, Mali e Mauritania secondo il disegno di Washington. La Trans-Saharian Counterterrorism Initiative (TSCTI) fu creata dal Pentagono nel 2005. Al Mali, Chad, Mauritania e Niger si aggiungevano ora Algeria, Mauritania, Marocco, Senegal e Nigeria e Tunisia in un teatro di cooperazione militare con il Pentagono. La Trans-Saharian Counterterrorism Initiative fu trasferita sotto il comando dell’AFRICOM il 1 ottobre 2008.
I piani francesi furono frustrati durante la guerra fredda dalla guerra d’indipendenza dell’Algeria e delle altre nazioni africane, il “Vietnam” francese. La Francia fu costretta a sciogliere l’OCRS nel 1962, a causa dell’l’indipendenza algerina e del sentimento anticoloniale in Africa. Nonostante ciò, le ambizioni neocoloniali di Parigi non sono scomparse.
I francesi non nascondono certo la loro preoccupazione riguardo la crescente influenza cinese in quella che fu l’Africa francese. Il Primo ministro francese Pierre Moscovici affermò nel dicembre scorso a Abidjan che le imprese francesi devono andare all’attacco e scatenare un’offensiva contro l’influenza della rivale Cina scommettendo su mercati africani sempre più competitivi. “È evidente che la Cina è sempre più presente in Africa… le imprese (francesi) che hanno i mezzi devono perseguire questa offensiva. Esse devono essere più presenti sul territorio. Esse devono combattere” affermò Moscovici durante un suo viaggio in Costa d’Avorio.
Chiaramente Parigi aveva in mente un’offensiva militare per sostenere l’offensiva economica che egli aveva previsto per le compagnie francesi in Africa.”

Da L’AFRICOM in Mali: obiettivo Cina, di F. William Engdahl.

Libia un anno dopo il Martirio di Gheddafi

Mercoledì 24 Ottobre 2012
ore 21.00
CONFERENZA STAMPA
Albergo delle Notarie, Via Palazzolo 5, Reggio Emilia
informazioni: 348 3354890

La tragedia della Libia un anno dopo il Martirio di Gheddafi e l’aggressione NATO alla Jamahiria. Per non dimenticare

intervengono:
Stefano Bonilauri, Stato e Potenza
Luca Tadolini, Centro Studi Italia

saranno presenti studenti libici che porteranno la loro testimonianza relativa la situazione in Libia ed in particolare dalla città di Bani Walid assediata.

La tragedia della Libia non è solo la storia della distruzione della Jamahiria, una repubblica indipendente del Mediterraneo, da parte della Alleanza Atlantica ad egemonia USA, ormai esplicitamente impegnata in un conflitto geopolitico ed economico, degno successore della Guerra Fredda, contro gli Stati euroasiatici.
La guerra in Libia dello scorso anno è stata anche la tragedia della politica estera italiana, dove l’Italia è stata costretta ed umiliata al tradimento dell’alleato libico, fino a partecipare con le proprie forze armate alla distruzione della Jamahiria, la repubblica con la quale il Parlamento Italiano aveva siglato una alleanza economica, politica ed un patto di non aggressione.
La tragedia della Libia ha offerto all’Europa in crisi l’immagine di un Martirio, quello del Colonnello Gheddafi, Guida politica del popolo libico, caduto in armi sotto il fuoco vile dei droni NATO senza pilota, martirizzato dalla guerriglia mercenaria armata dalla UE – Nobel per la Pace? – e dagli Emiri del Petrolio: Muammar Gheddafi, assassinato, infine, dalla pistola dei servizi segreti di qualche statista traditore.
La tragedia della Libia è la tragedia di un popolo che in nome di un falsa rivoluzione e di una falsa democrazia è stato condannato alla guerra fratricida, al caos, ad essere di nuovo terreno di abusi neocoloniali. In queste ore, bombardata anche con i gas, nel disinteresse del cosiddetto Occidente, si muore in Libia a Bani Walid, dove ancora sventola l’ormai ribelle bandiera verde della Jamahiria di Gheddafi.

Sconcertante comportamento dei tifosi algerini

Tunisi, 15 Ottobre – Sconcertante comportamento dei tifosi algerini che, nel corso del decisivo incontro con la Libia per la qualificazione alla fase finale della Coppa d’Africa di calcio, hanno inneggiato a Gheddafi insultando i giocatori ospiti.
Verso i giocatori della nazionale libica, la tifoseria biancoverde ha lanciato l’insulto “jerdhen” (ratti), lo stesso con cui Muammar Gheddafi chiamava gli insorti che ne avrebbero decretato la fine.
I tifosi algerini hanno, poi, ripetutamente celebrato il ricordo del Colonnello al grido di ”Yahia Gueddafi” (Gheddafi vive). Al 21/mo minuto del secondo tempo, quando la partita era sul 2 a 0 per i padroni di casa (che sarebbe stato il risultato finale), il capitano della formazione libica, Ahmed Saad, ha chiesto ai suoi compagni di abbandonare il campo di gioco per protestare contro gli insulti e le provocazioni e anche per l’uso massiccio di laser contro di loro. Quanto accaduto durante la partita, commentano i giornali algerini, è consegunza degli atti violenti subiti dai calciatori della nazionale d’Algeria, alla fine dell’incontro d’andata, da parte dei loro avversari.
(ANSAmed)

Libia: petrolio rosso sangue

È uscito il secondo episodio di «Humanitarian War», famosa fiction washingtoniana sulla Libia. Ecco il trailer: aiutati i libici a liberarsi dal feroce dittatore, i buoni, guidati dall’eroico Chris, continuano ad aiutarli con uguale disinteresse; ma i cattivi – i terroristi ancora annidati nel paese – uccidono Chris che «rischiava la vita per aiutare il popolo libico a costruire le fondamenta di una nuova e libera nazione» (Hillary Clinton) e, «fatto particolarmente tragico, lo uccidono a Bengasi, città che aveva aiutato a salvare» (Barack Obama); il Presidente invia una «forza di sicurezza» in Libia, ma sono gli abitanti di Bengasi, scesi spontaneamente in piazza con cartelli inneggianti a Chris, a cacciare i cattivi dalle loro tane. In attesa del terzo episodio, uno sguardo alla realtà.
Chris Stevens, ambasciatore in Libia dallo scorso maggio, era stato rappresentante speciale USA presso il Cnt di Bengasi durante la guerra: ossia il regista dell’operazione segreta con cui erano state reclutate, finanziate e armate contro il governo di Tripoli anche milizie islamiche fino a poco prima bollate come terroriste. Novello apprendista stregone, Chris Stevens è stato travolto dalle forze da lui stesso create quando, abbattuto il governo di Tripoli, in veste di ambasciatore USA ha diretto l’operazione per neutralizzare le milizie ritenute da Washington non affidabili e integrare nelle forze governative quelle affidabili. Operazione estremamente complessa: ci sono in Libia almeno 100mila combattenti armati, appartenenti a svariate formazioni, comprese alcune gheddafiane. Tripoli controlla oggi solo una parte minore del territorio. È iniziata la disgregazione dello Stato unitario, fomentata da interessi di parte. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente, e lo vuol essere anche il Fezzan, dove sono altri grossi giacimenti, mentre alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale. La balcanizzazione della Libia rientra nei piani di Washington, se non riesce a controllare lo Stato unitario.
Ciò che preme agli USA e alle potenze europee è controllare il petrolio libico: oltre 47 miliardi di barili di riserve accertate, le maggiori dell’Africa. Importante per loro è disporre anche del territorio libico per lo spiegamento avanzato di forze militari. La forza di rapido spiegamento dei marines, inviata da Obama in Libia con il supporto dei droni di Sigonella, ufficialmente come risposta all’uccisione dell’ambasciatore, non è né la prima né l’ultima. Il Pentagono aveva già inviato forze speciali e contractor a presidiare le maggiori piattaforme petrolifere, e ora si prepara a un’azione «antiterrorista». Sono da tempo sbarcate le compagnie petrolifere che, con accordi ufficiali e sottobanco (grazie alla diffusa corruzione), ottengono contratti molto più vantaggiosi dei precedenti. Si prepara allo stesso tempo la privatizzazione dell’industria energetica libica. Partecipa alla spartizione del bottino anche il Qatar che, dopo aver contribuito alla guerra di Libia con forze speciali infiltrate e forniture militari, spendendo oltre 2 miliardi di dollari, ha ottenuto il 49% (ma di fatto il controllo) della Banca libica per il commercio e lo sviluppo. Un buon investimento, quello della guerra.
Manlio Dinucci

Fonte

[N.B.: peraltro a Bengasi, diversamente da quanto riportato dai media in relazione alla presenza in città di Chris Stevens, non esiste alcuna rappresentanza diplomatica statunitense, né consolato né tantomeno ambasciata, come si può constatare qui]

Democrazia in Libia

Dopo le bombe, ovviamente arrivano le elezioni.
Svoltesi lo scorso sabato 7 Luglio, in un clima di violenza che è pane quotidiano della Libia “liberata”, ma scientificamente minimizzato nelle dichiarazioni magniloquenti dei vari Obama, Ki-Moon e soci.
Nelle ultime ore sono stati diffusi i risultati cosiddetti “preliminari”, ma vale piuttosto la pena dare un’occhiata ai dati relativi all’affluenza, che secondo le fonti disponibili in rete si sarebbe aggirata intorno al 60%.
Nella consueta unanimità della “libera stampa”, troviamo però una falla.
Si tratta di un lancio dell’agenzia Adnkronos, che riferendosi a una dichiarazione rilasciata dal capo della commissione elettorale Nuri al Abbar dopo la chiusura della maggior parte dei seggi, afferma: “Meno del 50 per cento dei libici hanno votato alle elezioni per il nuovo parlamento.”
Specificando che degli aventi diritto si sarebbe registrato per poter votare solo l’80%, 2,7 milioni di persone rispetto a un totale di 3,4 milioni circa, mentre la popolazione libica in totale ammonta a circa 6,5 milioni di persone (i numeri al riguardo sono leggermenti discordanti a seconda della fonte).
Dunque, secondo il capo della commissione elettorale, il numero dei votanti non avrebbe superato 1,3 milioni di cittadini, il 20% circa della popolazione complessiva della Libia…

Forse qui sta il motivo per cui il giorno dopo, domenica 8 Luglio, tutte le agenzie – Adnkronos compresa – rilanciano la notizia di un’affluenza “intorno al 60 per cento”, come sarebbe stato dichiarato da quella stessa commissione elettorale che poche ore prima aveva diffuso stime inferiori di almeno dieci punti percentuali.
E’ solo in questo articolo, poi, che siamo riusciti a trovare un dato che sembrerebbe definitivo. I motivi di un’oscillazione così significativa delle cifre rimangono insondabili.
Dal suo canto, la NATO – per bocca del suo segretario generale Rasmussen – ribadisce, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere “orgogliosa del ruolo avuto, insieme ai partner, nella protezione del popolo libico” e che “è pronta a dare aiuto, se richiesta, alla costruzione delle moderne istituzioni di sicurezza e difesa di cui la nuova Libia ha bisogno”.
Sottolineiamo: “se richiesta”.

Libia 2012

Se lo dice lui…

“Credo che soprattutto sulla Libia vada detto con grande sincerità che la chiusura di questa operazione non è certamente un modello che possiamo esportare. Siamo partiti, infatti, dicendo che dovevamo difendere i civili; alla fine, nelle città difese dalle tribù dei Warfalla, abbiamo sparato proprio sui civili che abbiamo fatto passare per miliziani di Gheddafi.
Ma è ancora più grave quello che sta avvenendo oggi in Libia, e che non viene denunciato dal Governo italiano ma da alcune agenzie, come Amnesty International: la tortura è praticata normalmente; l’ex ambasciatore libico a Parigi (dell’amministrazione di Gheddafi certamente) è morto in carcere sotto tortura come denunciato da Amnesty International); non c’è un Governo; contrariamente alle tante voci non esiste nessuna Primavera araba; ci sono milizie tribali che si contendono il controllo del territorio, come era normale immaginare per chi in Libia non fosse andato a fare solo il turista in città come Leptis Magna e Sabratha.
(..)
Non credo si voglia operare in un contesto nel quale la tortura è applicata normalmente e dove avere la pelle nera è un fatto criminogeno per il quale si viene arrestati, anche perché questi soggetti vengono fatti passare per miliziani di Gheddafi”.

Dall’intervento del senatore Alfredo Mantica (PdL) durante la discussione per la conversione in legge del D.L. 29 dicembre 2011, n. 215 recante proroga delle “missioni di pace” (seduta n. 676 del 21 Febbraio 2012).

“Non piangere sulla mia tomba”

Joe Fallisi, tenore
chitarra, mandolini, mandole: Mauro Semeraro
contrabbasso: Nicola Farina

registrazione, editing e missaggio di Nicola Farina

Do not stand at my grave and weep
(poem by Mary Elizabeth Frye – 1932 -, music by Joe Fallisi – 2011)

To Aisha Gheddafi and to all the mothers of Jamahiriya,
in memory of Muammar, African hero

“Do not stand at my grave and weep,
I am not there; I do not sleep.
I am a thousand winds that blow,
I am the diamond glints on snow,
I am the sun on ripened grain,
I am the gentle autumn rain.

When you awaken in the morning’s hush
I am the swift uplifting rush
Of quiet birds in circling flight.
I am the soft starlight at night.
Do not stand at my grave and cry,
I am not there; I did not die.”

°°°°°°°°

Non piangere sulla mia tomba
(poesia di Mary Elizabeth Frye – 1932 -, musica di Joe Fallisi – 2011)

Ad Aisha Gheddafi e a tutte le madri della Giamahiria,
in memoria di Muammar, eroe dell’Africa

“Non piangere sulla mia tomba,
Non sono lì; non dormo.
Sono mille venti che soffiano,
Sono i riflessi del diamante sulla neve,
Sono il sole sul grano maturo,
Sono la dolce pioggia autunnale.

Quando ti svegli nel silenzio del mattino
Sono la corsa rapida dei quieti uccelli
Che si levano a cerchio in volo.
Sono la morbida luce notturna delle stelle.
Non piangere sulla mia tomba,
Non sono lì; non sono morta.”

[Maggiori informazioni sulla poesia di Mary Elizabeth Frye sono qui]

16 cose che la Libia non vedrà mai più

1. Non esiste bolletta dell’energia elettrica in Libia; la fornitura di elettricità è gratuita per tutti i suoi cittadini.
2. Non si applicano tassi di interesse sui prestiti, le banche in Libia sono nazionalizzate e i prestiti vengono erogati a tutti i suoi cittadini ad interessi zero per legge.
3. Avere una casa è considerato in Libia un diritto umano.
4. Tutte le nuove coppie in Libia ricevono 60.000 Dinari (50.000 dollari statunitensi) dal governo per l’acquisto della prima casa, in modo da aiutare le nuove famiglie.
5. Educazione e cure mediche sono gratuite in Libia. Prima di Gheddafi solo il 25% dei Libici risultava istruito. Oggi la percentuale è pari all’83%.
6. Per i Libici interessati ad avviare una attività agricola, il governo fornisce a titolo gratuito terreno agricolo, un fabbricato rurale, macchinari, sementi e scorte animali.
7. Se i Libici non riescono a trovare in patria le strutture educative o le cure mediche di cui necessitano, il governo mette loro a disposizione una somma per soddisfare questi bisogni all’estero, non solo pagando le spese, ma donando ulteriori 2.300 dollari al mese per le spese di alloggio e l’uso di un’automobile.
8. Se un cittadino libico deve acquistare un’automobile, il governo interviene coprendo il 50% del costo.
9. Il prezzo della benzina in Libia è pari a 0,14 dollari al litro.
10. La Libia non ha debito estero e le sue riserve, pari a 150 miliardi di dollari, sono oggi interamente congelate.
11. Se un cittadino libico non riesce a trovare lavoro dopo la laurea, lo Stato gli/le paga un salario pari al valore medio del salario relativo alla professione esercitabile, fino a che il disoccupato non trova lavoro.
12. Una quota di ogni vendita petrolifera viene accreditata direttamente sui conti bancari di tutti i cittadini libici.
13. Una madre che mette al mondo un figlio riceve dal governo una somma pari a 5.000 dollari.
14. 40 pagnotte di pane in Libia costano 0,15 dollari.
15. Il 25% dei Libici è in possesso di un diploma universitario.
16. Gheddafi ha portato a compimento il maggiore progetto di irrigazione al mondo, noto come progetto del “Grande Fiume Artificiale”, per rendere l’acqua disponibile anche nei territori desertici.

Fonte: disinfo

[Traduzione di L. Bionda]

E gli auguro di vincere

Federico Dal Cortivo intervista Joe Fallisi, tenore e attivista per i diritti umani che ha denunciato il governo italiano per la guerra contro la Libia

D: Sig. Fallisi, lei giovedì 27 Ottobre ha depositato una denuncia presso la Procura della Repubblica di Roma contro lo Stato italiano per violazione dell’art. 11 della Costituzione per avere posto in essere “atti ostili verso uno Stato estero”. Come è arrivato a questa decisione oserei dire controcorrente visto il totale appoggio alla guerra NATO dei partiti presenti in Parlamento e del Capo dello Stato Napolitano?

R: Ho ritenuto fosse mio dovere civico oppormi a questo corso infame della storia italiana – la sua pagina recente più nera. Io non mi sento minimamente rappresentato né dal governo, né dall’opposizione. Né, tanto meno, dal cosiddetto “Presidente della Repubblica”, vecchio arnese stalino-atlantista-massonico dalla lacrima (radioattiva) facile. E’ vero: vi è stato un “totale appoggio” del Parlamento (salvo qualche rarissimo flatus vocis fuori dal coro) rispetto alla guerra predatoria contro la Libia voluta dagli usurocrati euroamericani, e l’unanime decisione di calpestare un articolo costituzionale importantissimo, nonché di tradire laidamente il Trattato d’amicizia che ci legava alla Grande Giamahiria araba libica popolare socialista. Anche in questa occasione la Casta di centrodestrasinistra ha dimostrato quel che è, dando un motivo in più alla rivoluzione che un giorno la spazzerà via. Continua a leggere

La Libia non è in (s)vendita

Con due diversi comunicati, l’ultimo delle 21.17 del 26 Ottobre, l’Ansa fornirà la notizia che il Qatar (!) si appresta a sostituire la NATO al fine missione di Unified Protector previsto per il 31 Ottobre, in attesa di un nuovo vertice dei Ministri degli Esteri e della Difesa dell’Alleanza Atlantica per stabilire un piano di gestione condivisa della “nuova“ Libia, dichiarata “liberata“ dalla feccia tribale che si riconosce nel ex ministro della giustizia della Jamahiriya Adbel Jalil. Dichiarazione arrivata Domenica 23 durante una manifestazione pubblica a Bengasi. Il perché lo si sia fatto nella città della Cirenaica invece che a Tripoli la dice lunga sulle condizioni dell’ordine pubblico attualmente esistenti nei quartieri della capitale e sul “consenso“ espresso da 2 milioni di residenti (1/3 dell’intera popolazione dell’ex colonia italiana) alle formazioni armate dei mercenari-tagliagole comandati da Abdelhakim Belhadj, che pattugliano le strade e le vie della capitale ricorrendo a una sistematica brutalità contro le famiglie dei “lealisti“ e alla caccia ai militanti dei Comitati Popolari che si conclude sempre più spesso in scontri a fuoco o in esecuzioni sommarie. Nel frattempo, cresce la scollatura tra gli stessi clan che assediano una città ormai ridotta alla fame, sempre più carente di assistenza sanitaria, di scorte di benzina e gasolio e di servizi pubblici. Da segnalare la mancanza di qualsiasi contatto tra la popolazione locale e gli “stranieri“ calati come un orda selvaggia su Tripoli, preceduta dai bombardamenti aerei della NATO che hanno portato morte e distruzione, messo in ginocchio le infrastrutture della capitale e sconvolto alla radice la qualità della vita e l’abituale serenità della gente.
Un già visto a Baghdad con i miliziani curdi di Erbil e Kirkuk di Jalal Talabani, attuale presidente dell’Iraq e a Kabul con i tagiki-uzbechi dell’Alleanza del Nord di Ahmad Massud, i cui successori sono stabilmente rappresentati nel governo Karzai sostenuto da USA e NATO. Continua a leggere

Profittatori di guerra

La Heritage Oil non perde tempo nell’accaparrarsi le ricchezze libiche, di Nick Fletcher per guardian.co.uk

La rivolta può anche continuare e il Colonnello Gheddafi essere ancora in circolazione, ma tutto ciò non ha fermato la Heritage Oil dall’interessarsi a parte dell’industria petrolifera del Paese.
Heritage ha acquistato per 19 milioni e mezzo di dollari una quota di controllo pari al 51% della Sahara Oil Services, ubicata a Bengasi, stando alle agenzie Reuters del mese scorso, in base alle quali la compagnia avrebbe assunto l’ex incursore dei SAS John Holmes affinché la aiutasse a concludere l’affare in Libia (la Heritage ha in seguito parzialmente smentito). Si riferiva che la nuova acquisizione le avrebbe permesso di svolgere un ruolo significativo in Libia, consentendole di esaminare come ottenere accesso ai campi estrattivi e alle licenze chiave.
Heritage ha affermato di aver parlato con esponenti di primo piano del Consiglio Nazionale di Transizione della Libia nel corso degli ultimi 5 mesi:
“Heritage sta valutando i modi per assistere il CNT e le compagnie petrolifere di Stato nel riavviare alcuni dei preesistenti campi e ricominciare la produzione. [Sahara Oil] è stata gratificata di licenze a lungo termine riguardo tutti i servizi nel campo del petrolio in Libia, compresa la facoltà di trivellare a terra e offshore e detiene le licenze sia del petrolio sia del gas naturale.”
Il presidente di Heritage Tony Buckingham ha una lunga storia in Africa, e la compagnia svolge pure operazioni in Iraq, sicché non è una sconosciuta nelle aree turbolente. Buckingham ha affermato:
“La Heritage è ben piazzata per svolgere un ruolo significativo nella futura industria petrolifera e gasifera in Libia. Questa acquisizione è coerente con la strategia della prima mossa della Heritage, finalizzata a entrare in regioni con ampie ricchezze di idrocarburi laddove abbiamo un vantaggio strategico.”
In un mercato disperatamente ansioso, Heritage è scesa di 5.3p a 219op. Ma Richard Griffin di Evolution Securities ha dichiarato:
“Heritage ha acquistato una partecipazione in una compagnia di servizi libica che le dà legittimo accesso alla ristrutturazione dei campi petroliferi statali e le consente di trivellare a terra e offshore, così come detiene le licenze del petrolio e del gas naturale. Inoltre, la compagnia acquisita di recente affiancherà Heritage nei prelievi più ad alto rischio, in particolare riguardo la licenza dell’Area 7, la quale è al largo di Malta. Considerato che costa solo 19 milioni e mezzo di dollari, è davvero una scelta finanziaria che potrebbe rivelarsi come un investimento molto azzeccato.”
Phil Corbett della RBS modera tuttavia il suo entusiasmo:
“Siamo portati a valutare positivamente la mossa della Heritage, sebbene la “nuova” Libia rimanga in una condizione di instabilità in seguito alla rivolta e perciò ci potrebbero essere significativi cambiamenti a livello superiore in termini di regolamenti e/o di termini dei contratti. A questo punto noi aspettiamo un po’ per farci entusiasmare prima che ulteriori dettagli vengano rivelati, benché per lo stesso motivo sia un interessante movimento ed è probabile che provochi una rivalutazione dell’investimento che è stato fermo negli ultimi due mesi. Noi restiamo in attesa con un obiettivo di prezzo fissato a 220p.”

[Traduzione di L. Salimbeni]

Libia 2011

“Il 2011 non è solo il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ma è anche l’anno in cui ricorre un’altra celebrazione meno onorevole da festeggiare per i governanti del nostro Paese: il centenario della prima guerra dell’Italia contro la Libia.
Oggi come allora lo Stato italiano muove in armi contro una nazione che nulla ci ha fatto. Il suo leader, Muammar Gheddafi, ricevuto fino pochi mesi addietro con tutti gli onori che si tributano al capo dello Stato di un Paese amico, si è improvvisamente trasformato in «dittatore pazzo e sanguinario» da eliminare ricorrendo a qualsiasi espediente.
Un tradimento che ha dell’incredibile, ma che purtroppo rappresenta un leitmotiv della nostra storia post-unitaria. Ritardata imitazione delle imprese delle più affermate potenze coloniali europee, che l’Italia fascista realizzò con le famose badogliate.
Dopo aver ripercorso le fasi salienti dell’occupazione militare italiana (1911-1943) e della travagliata storia libica fino ai giorni nostri, Paolo Sensini, presente a Tripoli come membro della «Fact Finding Commission on the Current Events in Libya» nei giorni immediatamente successivi all’inizio dei bombardamenti NATO, ricostruisce con minuzia tutte le fasi del conflitto e le vere ragioni che stanno dietro all’attacco contro la Libia. Il quadro reale che ne emerge, e che nessun media mainstream ha voluto raccontare alle opinioni pubbliche occidentali, è sconcertante. Le menzogne sulle «fosse comuni» e sui «10.000 morti», così come «i ribelli di Bengasi» fomentati dal fondamentalismo islamico ed anche organizzati, armati e finanziati dalle potenze occidentali, sono servite come pretesto per la Risoluzione ONU numero 1973 che ha dato il via all’intervento militare in Libia, mentre il mondo tace sul consistente miglioramento delle condizioni di vita del popolo libico da quando Gheddafi è alla guida del Paese, unica realtà petrolifera medio orientale con una ridistribuzione sociale della ricchezza.
La verità, ancora una volta, è che a tirare i fili di queste guerre per procura mascherate da «intervento umanitario» sono le grandi potenze occidentali che vogliono continuare a mantenere i popoli dell’Africa nella schiavitù e nella miseria per impadronirsi di tutte le loro ricchezze, come fanno da secoli e stanno continuando a fare. Dopo l’Afghanistan e l’Iraq, quella in Libia è solo l’ennesima guerra coloniale dei giorni nostri.”
(dalla quarta di copertina)

Libia 2011, di Paolo Sensini, Jaca Book, Milano 2011
174 pagine, € 12,00

Onore alla Libia che resiste!

E’ di queste ore la notizia che l’Alleanza Atlantica ha chiesto e ottenuto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU un’ulteriore proroga di 3 mesi per portare a termine il “lavoro” contro la Jamahiriya che scadeva il 27 Settembre.
Il “sì” al rinnovo è arrivato dal Palazzo di Vetro con più di una settimana di anticipo. Un segnale che rimanda a una situazione sul terreno tutt’altro che stabilizzata.
Se la Serbia è stata costretta alla resa in 73 giorni, i pashtun dell’Afghanistan erano in rotta dopo 7 e l’Iraq ha messo in libertà le forze armate ai 30, la Libia non ha ancora mollato in quasi 200 pur disponendo di un più che modesto, e per larga parte obsoleto, apparato militare.
Le unità libiche, a cominciare dalla 32° Brigata, hanno retto con grande dignità e determinazione al feroce, sanguinoso assalto navale, terrestre e aereo organizzato dalla NATO.
Contrariamente a quanto previsto da tecnici ed esperti di gran grido a libro paga dell’Alleanza Atlantica, non c’è stato nessun collasso delle forze armate della Jamahirya.
Se le “missioni di pace” in Asia e Medio Oriente e la lotta globale al “terrorismo” sono costate agli Stati Uniti, dall’11 Settembre del 2001 a oggi, 3.300 miliardi di dollari mettendo definitivamente in ginocchio la sua economia, dal canto suo la Francia di Sarkozy, dopo aver attizzato il fuoco nell’Africa subsahariana per rinverdire avventure coloniali che in Indocina si conclusero a Dien Bien Phu, sta uscendo con le ossa rotte dal Maghreb.
La Gran Bretagna di Cameron, dopo aver rottamato l’ultima portaerei, naviga a vista in un mare di tempesta dalle Falkland a Cipro.
Quanto all’Italia, la partecipazione a una nuova guerra, questa volta nel Mediterraneo, dopo l’Iraq e l’Afghanistan, contribuirà a farci togliere un’altra A e ad appiopparci un ulteriore outlook negativo dagli gnomi del rating.
Né potrà essere di grande aiuto per i tre dei quattro “grandi” della U.E. che un raccogliticcio contingente ONU li sostituisca sul terreno a breve o medio periodo. Continua a leggere

Vittime civili della NATO in Libia

Per stomaci forti.
Fonte: leonorenlibia

E un grande scoop della “libera stampa”:

Roma, 23 settembre – Le forze speciali degli alleati contro il regime di Tripoli hanno giocato un ruolo attivo fondamentale per la caduta di Muammar Gheddafi in Libia. E’ quanto emerge da una relazione del Royal United Services Institute, secondo il quale unità inviate sul terreno per attività di intelligence, addestramento e protezione di siti sensibili sarebbero stati determinanti per l’avanzata dei ribelli verso la capitale libica e la sua conquista. Tra questi “elementi sotto copertura” figurano anche degli italiani.
Sulla base di notizie di stampa, video, fotografie e altro materiale sensibile, secondo quanto si legge oggi sul Times, l’istituto ha confermato l’impegno di unità d’elite di Regno Unito, Francia, Italia, Bulgaria, Qatar, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Le forze speciali avrebbero dapprima contribuito a evacuare cittadini stranieri e dipendenti occidentali del settore petrolifero e si sarebbero poi dedicati a un lavoro su larga scala: addestramento dei combattenti dell’opposizione, attività di spionaggio, sorveglianza dei principali leader ribelli, consegna di armi e protezione di strutture sensibili come i depositi di armi nucleari nel Paese.
Le truppe di elite di Londra, spiega oggi il quotidiano britannico, avrebbero trascorso circa quattro mesi a Tripoli per preparare la grande avanzata dei ribelli verso la capitale. Gli altri contingenti occidentali, nello stesso periodo, si sarebbero concentrati nella raccolta di notizie di intelligence. Sebbene non si conosca l’esatto numero dei militari utilizzati per questa attività, l’Istituto riferisce che i britannici sarebbero stati oltre 40, come i francesi. Gli Emirati arabi Uniti avrebbero offerto 30 uomini, il Qatar 20, la Bulgaria 12, l’Italia 10. Il contingente più numeroso sarebbe stato quello dell’Egitto, con 100 militari.
(TMNews)

“Più saranno i Paesi… meglio sarà per noi”

In Somalia sono decine di migliaia i morti per la grave carestia che ha colpito buona parte del paese, mentre 750.000 persone potrebbero morire di fame nei prossimi quattro mesi se la comunità internazionale non garantirà sufficienti aiuti alimentari alle popolazioni del Corno d’Africa. Secondo le Nazioni Unite, dodici milioni e mezzo di persone hanno urgente bisogno di cibo, acqua e medicinali, mentre sta crescendo giorno dopo giorno il numero dei disperati in fuga dalle sei macroregioni somale duramente colpite dalla siccità. Oltre 600.000 somali hanno attraversato il confine per raggiungere i campi profughi sorti nei paesi confinanti. Nella tendopoli di fortuna di Dadaab, Kenya orientale, il più affollato centro per rifugiati al mondo, sono stipati oggi più di 420.000 persone. In Etiopia, le agenzie internazionali hanno installato quattro grandi campi di accoglienza, dove affluiscono oltre un migliaio di sfollati al giorno. Una crisi umanitaria imponente ma con radici lontane, che le grandi reti mediatiche stanno rendendo visibile internazionalmente sulla scia della campagna interventista lanciata dal Dipartimento di Stato e da USAID, l’agenzia per gli aiuti allo sviluppo degli Stati Uniti d’America. Per Washington è indispensabile aprire manu militari corridoi “umanitari” che consentano il flusso degli aiuti alle popolazioni colpite. Un’occasione da non perdere per chiudere di rimessa e definitivamente, la partita in Africa orientale contro le organizzazioni combattenti nemiche.
“Abbiamo contribuito con quasi 600 milioni di dollari nei primi otto mesi del 2011 fornendo aiuti a più di 4,6 milioni di abitanti del Corno d’Africa e confermando il ruolo degli Stati Uniti come il maggiore dei donatori mondiali nella regione”, affermano i funzionari di USAID. “Il nostro governo ha inoltre annunciato che finanzierà la fornitura di aiuti umanitari addizionali al popolo somalo e sta lavorando con le agenzie internazionali per portare alla popolazione i bisogni basici”. A metà agosto, il presidente Obama ha approvato uno stanziamento straordinario di 105 milioni di dollari per l’acquisto di “cibo, farmaci, shelter e acqua potabile per coloro che hanno disperatamente bisogno di aiuto in tutta la regione”, come recita un dispaccio del Dipartimento di Stato. Troppo poco. Per le Nazioni Unite, infatti, c’è bisogno di un miliardo di dollari in più per rispondere a tutte le necessità alimentari e sanitarie in Corno d’Africa. Gli ha risposto solo l’Unione europea annunciando fondi per 100 milioni di dollari e, bontà sua, la Banca mondiale, disponibile a stanziare sino a 500 milioni di dollari, 8 milioni appena per affrontare l’emergenza, il resto per chissà quali progetti “a lungo termine” a favore degli “agricoltori della regione”. Washington però avverte: sino a quando opereranno impunemente in Corno d’Africa le milizie degli Shebab, le formazioni integraliste somale ritenute vicine alla costellazione di al-Qaeda, “per le organizzazioni umanitarie sarà impossibile raggiungere e prestare assistenza alle popolazioni”.
“La mancanza di sicurezza e di vie di accesso alle aree colpite limita significativamente gli sforzi assistenziali in Somalia”, ha dichiarato il vicesegretario di Stato per gli affari africani, Don Yamamoto, in una sua audizione al Senato. “Esistono difficoltà a portare cibo dove c’è più necessità a causa della presenza dell’organizzazione terroristica degli Shebab. Le sue minacce hanno costretto le Nazioni Unite a ritirarsi dai programmi di assistenza in diverse parti della Somalia sin dall’inizio di quest’anno”. Secondo Yamamoto, “i più colpiti dall’odierna siccità sono gli oltre due milioni di somali intrappolati nelle aree meridionali e centrali della Somalia sotto il controllo degli Shebab”. Secondo il vicesegretario, gli Stati Uniti si stanno attivando insieme ai principali partner internazionali “per contrastare gli Shebab e impedire che minaccino i nostri interessi nell’area o continuino a tenere come ostaggio la popolazione somala”. In che modo ci ha pensato lo staff di USAFRICOM, il Comando degli Stati Uniti per le operazioni militari nel continente africano, riunitosi a fine luglio a Stoccarda (Germania).
“La grave carestia in Corno d’Africa è una delle priorità del Comando USA congiuntamente alla crescita nella regione dei gruppi estremisti violenti”, ha spiegato il generale Carter F. Ham, comandante di AFRICOM. “La situazione attuale non richiede un significativo ruolo militare, ma il governo USA potrebbe chiederci qualche forma di supporto per il futuro. Se vado aldilà dell’aspetto umanitario e guardo a quello militare, posso affermare che il rischio più grave in Africa orientale è oggi rappresentato dagli estremisti di Shebab”. Per il generale Ham, il primo passo per “indebolire” le milizie è quello di accrescere l’assistenza USA nel campo della “sicurezza e della stabilità interna” al Governo federale di transizione della Somalia e agli altri paesi della regione. “L’organizzazione di esercitazioni e scambi militari multinazionali è un mezzo importante per sviluppare la cooperazione tra le nazioni africane”, ha dichiarato Ham. “Più saranno i Paesi che si uniranno per partecipare simultaneamente alle esercitazioni e meglio sarà per noi”.
(…)
Grazie ad AFRICOM è stata costituita la East Africa’s Standby Force (EASF), una forza di pronto intervento a cui i paesi dell’Africa orientale hanno assegnato i propri reparti d’élite. La formazione del personale EASF e l’addestramento operativo è curato dai marines della Combined Joint Task Force-Horn of Africa (CJTF-HOA), la task force USA creata a Gibuti nel 2002 per “combattere le cellule terroristiche in Africa orientale” e che, dopo la creazione di AFRICOM nel 2008, è divenuta la struttura chiave per la proiezione avanzata delle forze armate statunitensi nel continente. Oltre a formare i reparti militari africani, CJT-HOA ricopre un variegato ventaglio di missioni, compresi la pianificazione delle operazioni multinazionali in Africa, la negoziazione di accordi legali per futuri interventi e/o installazioni in loco, il sostegno alle operazioni anti-pirateria delle flotte USA, NATO ed UE nelle acque del Mar Rosso.
(…)
Il Comando USA per le operazioni speciali in Africa è lo stesso che dal mese di giugno pianifica e dirige le operazioni in Somalia di bombardamento missilistico con l’utilizzo di velivoli UAV senza pilota (i droni del tipo Predator) contro obiettivi top secret, come rivelato dai maggiori quotidiani statunitensi. Il Pentagono sta inoltre preparando il trasferimento di quattro UAV alle forze armate di Uganda e Burundi, che hanno messo a disposizione 9.000 uomini per la forza multinazionale dell’Unione Africana presente a Mogadiscio e in altre città somale. Ai due Stati africani Washington ha fornito nei mesi scorsi equipaggiamenti militari (camion di trasporto, blindati, giubbotti antiproiettile, visori notturni, ecc.), per un valore di 45 milioni di dollari.
Attivissima nella formazione dei militari somali nell’individuazione e smascheramento dei miliziani Shabab è anche la famigerata CIA – Central Intelligence Agency degli Stati Uniti d’America. Oltre a finanziare ed armare la neo costituita agenzia di spionaggio nazionale (la Somali National Security Agency), la CIA ha collaborato alla realizzazione di una grande stazione d’intelligence all’interno dell’aeroporto di Mogadiscio, nota localmente come “the Pink House” o più semplicemente “Guantanamo”, perché utilizzata per gli interrogatori sotto tortura dei prigionieri sospettati di terrorismo. Come rivelato da un lungo reportage del New York Times (11 agosto 2011), per l’addestramento delle unità africane in lotta contro gli Shebab, il Dipartimento di Stato e la CIA si sarebbero pure affidati ai mercenari di origine sudafricana, francese e scandinava contrattati dalla Bancroft Global Development, una società di sicurezza privata statunitense con uffici alla periferia di Mogadiscio. Secondo il quotidiano USA, Bancroft Global Development verrebbe utilizzata ufficialmente in ambito Unione Africana dalle forze armate di Uganda e Burundi, successivamente rimborsate per le loro spese da Washington. Dal 2010, la compagnia privata avrebbe conseguito in Somalia utili per circa 7 milioni di dollari.
(…)

Da Crociata “umanitaria” USA in Corno d’Africa, di Antonio Mazzeo.

Uno sterminatore è da sterminarsi

Guerra in Libia: vergogna agli Atlantici!

Il pesante e sproporzionato intervento armato della NATO contro la Libia (una delle tante guerre per la “pace”…) che, da più di 6 mesi, sta mettendo a ferro ed a fuoco quel Paese, distruggendo la quasi totalità delle sue infrastrutture e martirizzando gran parte della sua popolazione, non ha niente a che fare o a che vedere con i termini della “Risoluzione 1973” del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (No Fly Zone, per la difesa dei civili disarmati) del 17 Marzo 2011.
Questo, ormai, lo sanno anche i bambini delle scuole elementari. I quali, oltretutto, sono ugualmente a conoscenza dei reali motivi che sono all’origine di quel conflitto. Vale a dire, l’immenso e lucroso business mancato della Francia di Sarkozy con la Grande Giamahiriya Araba, Libica, Popolare e Socialista del Colonnello Muammar Gheddafi. Un “affaruccio” che – secondo la maggior parte degli esperti – prevedeva la vendita al “negro” di turno, da parte di Parigi, di diverse centrali atomiche civili (destinate a fornire energia elettrica, per alimentare impianti per la desalinizzazione dell’acqua), di 14 caccia Rafale della Dassault Aviation (che la Francia, oltre alle sue FF.AA. non è riuscita, fino ad ora, a vendere a nessun altro Paese!), di 35 elicotteri da combattimento (Eurocopter EC725 Caracal) e di ben 21 aerei di linea Airbus (quattro A-350, quattro A-330 e sette A-320, per la Lybian Airlines, e sei A-350 per l’Afriqiyah Airlines), per diverse decine di miliardi di euro.
E siccome il Colonnello di Tripoli, dopo la firma degli accordi preliminari di Parigi (2007), non aveva voluto, per le ragioni che sono sue, ratificare quei contratti, ecco che il medesimo Colonnello – che all’inizio degli anni 2000 era addirittura ridiventato frequentabile (vedere per credere) – ha incominciato ad essere additato al mondo come il mostro sanguinario che bisognava abbattere ad ogni costo e con tutti i mezzi. Continua a leggere

Bufale senza soste

Roma, 30 agosto – “La falsità propagandistica della NATO sulla guerra in Libia è veramente senza vergogna”. Lo scrive in una nota il vice Ministro alle infrastrutture Roberto Castelli.
“Già quando Gheddafi era ancora in sella – si legge nel documento – era evidente a tutti che l’intervento della NATO era un’azione belligerante a favore di una fazione contro l’altra e che la scusa propagandistica della difesa della popolazione civile era solo una foglia di fico per coprire bombardamenti che hanno causato la morte di decine di civili, donne e bambini. Ma adesso, mentre la maggior parte del territorio libico è in mano ad insorti che si stanno macchiando di delitti contro l’umanità, come da più fonti denunciato, dire che bisogna continuare a bombardare per questioni umanitarie supera persino il Grande Fratello di Orwell”, conclude Castelli.
(TMNews)

Il Leone del Deserto

“Il Leone del Deserto” (in arabo: أسد الصحراء, Asad al-ṣaḥrāʾ), realizzato nel 1981 per la regia di Moustapha Akkad, è un film storico, con la partecipazione di Anthony Quinn nel ruolo del condottiero senussita libico Omar al-Mukhtar, che si batté contro l’esercito italiano precedentemente alla Seconda guerra mondiale.
Il film è stato censurato impedendone la distribuzione in Italia, dove è stato trasmesso in televisione solo nel 2009 a distanza di quasi trent’anni.
Il regista e produttore siriano Mustafà Akkad fu ucciso in Giordania nel 2005 in un attentato kamikaze di terroristi di al-Qāʿida ad Amman.

Perché i “ribelli” non riescono a conquistare Tripoli?

L’unico cambiamento nel governo libico avverrà dall’interno, e non sarà il cambiamento atteso dalla Francia, ma dalla gioventù mondiale.

Di Basem Tajeldine, membro dell’African Centre of Knowledge, per mathaba.net
13 Luglio 2011

Nulla sembra scalfire il governo della Libia dopo oltre quattro mesi di intensi bombardamenti NATO ed oltre 4300 missioni aeree. Centinaia di bombe di precisione all’uranio impoverito [1] sono state sganciate indiscriminatamente sul popolo libico dall’inizio dell’aggressione imperialista ad oggi, uccidendo oltre mille civili innocenti e ferendone altre migliaia.
La NATO intensifica i bombardamenti e massacra il popolo libico con la falsa scusa di “difendere la vita degli abitanti”, ma nessuno riesce a spiegarsi per quale motivo il popolo della Libia rimane saldo e leale al proprio governo. Il popolo continua a mantenersi alla guida della resistenza pur nelle dure condizioni dell’embargo economico e contro il terrorismo di Stato sistematico e criminale dei Paesi aderenti all’Alleanza Atlantica.
Gli spregevoli “alleati” della NATO non si attendevano di trovare una simile resistenza popolare in Libia. Molte persone sono confuse. Come è possibile che il presunto “mostro e genocida” – come i media occidentali descrivono Gheddafi – abbia subito vari attacchi su diversi fronti, continuando a godere del sostegno della maggior parte dei Libici? E perché sul terreno questi terroristi “ribelli” non riescono ad allontanare “il tiranno più odiato” dal proprio popolo? Da dove proviene la forza di Gheddafi?
Sono strane queste missioni “umanitarie” che uccidono civili innocenti e distruggono intere infrastrutture civili del Paese con il pretesto di difendere il popolo libico. Sono strani questi “ribelli” o “rivoluzionari” oppure – secondo la stampa internazionale – questi “civili indifesi” che affrontano il governo di Muammar Al Gheddafi sostenuti da forze straniere. Sono strani anche i capi del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), che richiedono ogni giorno sempre più soldi ed armi per uccidere i propri “fratelli”.
Sono bugiardi quei giornalisti membri dei networks transnazionali che ogni giorno riportano presunti avanzamenti di gruppi di “ribelli”, mostrandoci assurdi video di falsi combattimenti tra ribelli e truppe libiche, mentre in realtà i luoghi di queste presunte battaglie rimangono sotto il controllo dell’esercito e della milizia popolare fedele al governo libico.
Sono invece degli stupidi quelli che credono a tutte queste menzogne, ripetendo a pappagallo le falsità imperialiste. Chiediamoci questo: se il popolo libico odia Gheddafi, perché dopo quattro mesi di intensi bombardamenti questi “ribelli libici” non vanno a prendersi il controllo dell’area più popolosa della capitale Tripoli?
Possono chiamarsi “ribelli libici” quelli che eseguono gli ordini militari delle potenze imperiali? Quelli che stanno assicurando la distruzione del loro stesso Paese e la morte dei propri fratelli, e contro i propri fallimenti militari, perché non cercano di negoziare un’uscita dal conflitto e una riconciliazione con la controparte? Questi “ribelli” godono di autonomia? O si tratta solo di indegni e vergognosi mercenari al soldo delle potenze straniere?
Ribelli si definiscono coloro che combattono contro il sistema esistente in quanto portatori di ideali progressisti. Ma la realtà è che questi gruppi sono tutto l’opposto. I “ribelli libici” erroneamente detti, non sono altro che comuni mercenari al servizio della NATO che cercano di imporre gli interessi del proprio padrone. La loro stessa esistenza e le loro azioni in Libia sono il prodotto di un piano chiaramente orchestrato, preparato con ampio anticipo, come scrivono molti altri studiosi che hanno scoperto la verità che si cela dietro il conflitto libico [2].
Ero presente in Libia durante i momenti più difficili dell’aggressione imperialista della NATO, ed ho visto di persona che cosa realmente accade lì, la realtà più dura, triste e crudele che sperimentano questi popoli fratelli [3]. Questo mi permette di confermare tutto ciò che ho scritto. Le truppe libiche non affrontano direttamente i gruppi di mercenari. No. L’esercito libico resiste all’aggressione imperialista delle forze aeree NATO, le quali bombardano la popolazione e preparano il campo che deve essere poi occupato dai mercenari. Questi hanno il triste ruolo di fungere da esercito di occupazione, agli ordini della NATO. Il pronto ripiegamento tattico dell’esercito libico, di fronte ai bombardamenti, immediatamente porta ad un contrattacco libico che costringe i mercenari ad arretrare codardamente.
Ogni giorno che passa senza che la NATO raggiunga il proprio obiettivo prefissato di uccidere Gheddafi – comunque in violazione della stessa Risoluzione ONU n.1973 – i gruppi mercenari sono sempre più screditati agli occhi dei Libici delusi che rimangono, ed anche agli stessi occhi del mondo. Maggiore è la forza di aggressione, più facilmente le maschere delle forze imperialiste mercenarie cadranno, e più forte crescerà la resistenza armata dell’esercito e dei civili della Libia, alzando il morale e la determinazione nel proseguire i combattimenti.
La NATO e i suoi alleati sanno che il tempo è contro di loro, che la coscienza del popolo libico ed il loro odio cresce proporzionalmente ai crimini subiti. Così si spiega il segreto della forza di Muammar Al Gheddafi. La peggiore disgrazia di un esercito coloniale sono le menti decolonizzate di un popolo determinato a morire per ciò in cui crede.

NOTE:
[1] Servizi di Rolando Segura, giornalista di TeleSur.
[2] Vedi articoli di Michel Chossudovsky, Pepe Escobar, James Petras.
[3] Vedi l’articolo “From the Tunisian rebellion to the Libyan resistance”, sul sito Cuba Debate.

[Continuiamo ad aggiornare la situazione qui]

La Sirena imperialista suona a Tripoli

Sabato 20 Agosto alle 20, all’ora dell’Iftar, la rottura del digiuno del Ramadan, la NATO ha lanciato l’”Operazione Sirena”.

Le Sirene sono altoparlanti delle moschee che sono stati utilizzati per lanciare un appello di Al Qaeda alla rivolta. Immediatamente le cellule dormienti dei ribelli sono entrate in azione. Si è trattato di piccoli gruppi molto mobili, che hanno moltiplicato gli attacchi. I combattimenti nella notte hanno fatto 350 morti e 3.000 feriti.

La situazione si è stabilizzata nella giornata di domenica.

Una nave NATO ha attraccato vicino a Tripoli, consegnando armi pesanti e sbarcando jihadisti di Al Qaeda, inquadrati da ufficiali della NATO stessa.

I combattimenti sono ripresi nella notte. Con grande violenza. I droni e gli aerei della NATO bombardano ovunque. Gli elicotteri mitragliano le persone nelle strade per aprire la strada ai jihadisti.

In serata un convoglio di auto ufficiali che trasportavano personalità di primo piano del governo è stato attaccato. Si è rifugiato all’hotel Rixos dove alloggia la stampa straniera. La NATO non ha osato bombardare per non uccidere i propri giornalisti. L’hotel, nel quale mi trovo, è sotto un tiro nutrito. Alle 23,30, il Ministero della Salute ha constatato che gli ospedali sono saturi. All’inizio della serata si contavano già 1.300 morti e 5.000 feriti.

La NATO aveva ricevuto per missione dal Consiglio di Sicurezza di proteggere i civili. In realtà, si stanno rinnovando i massacri coloniali.

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Ore 1. Khamis Gheddafi è venuto personalmente a consegnare delle armi per difendere l’hotel. E’ ripartito. I combattimenti sono molto violenti tutto intorno.

Thierry Meyssan

[Fonte: voltairenet.org]

“E’ un disastro”: gli ultimi avvenimenti secondo l’agenzia di stampa Fides
Roma, 22 agosto – ”I combattimenti e i cannoneggiamenti sono ancora in corso. E’ un disastro”. E’ quanto riferiscono all’Agenzia Fides da Tripoli fonti locali, che hanno chiesto l’anonimato per ragioni di sicurezza. ”Non sappiamo – aggiungono – come stia evolvendo la situazione perché uscire di casa significa mettere a rischio la vita”. Le stesse fonti fanno sapere che al momento non si conosce la sorte del leader Gheddafi.
Le fonti di Fides ricostruiscono così gli ultimi avvenimenti: ”I ribelli hanno iniziato la loro offensiva venerdì sera. Sabato 20 agosto alle 9 del mattino sono iniziati violenti combattimenti che sono durati fino all’una. Domenica 21 i combattimenti sono ripresi con violenza e sono durati tutta la giornata. I bombardamenti aerei della NATO sono continuati fino a ieri. Sono stati molti violenti specialmente sabato durante le prime fasi dell’offensiva di terra”.
(ANSA)

“Malgrado l’attacco” e la propaganda
Tripoli, 22 agosto – Mentre a Tripoli è in atto la battaglia finale tra i lealisti del colonnello libico Muammar Gheddafi e i ribelli, la tv di Stato libica trasmette un programma intitolato ‘Malgrado l’attacco’, con interviste a civili feriti e persone ricoverate in ospedale. Una delle persone interpellate dalla tv di Stato ha espresso la propria vicinanza a Gheddafi per la ”perdita” dei figli Saif al-Islam e Muhammad, che sarebbero stati catturati dai ribelli. In precedenza la tv al-Jazeera aveva riferito che i ribelli avevano preso il controllo della radio e della tv di Stato.
(Rak/Col/Adnkronos)

Con un aggiornamento, lo stesso Thierry Meyssan, stamane, comunica di esser in pericolo di vita insieme al collega Mahdi Darius Nazemroaya e di essere impossibilitati a raggiungere le sedi delle tre ambasciate che hanno offerto loro protezione diplomatica.

Al quale Nazemroaya non hanno perdonato le seguenti dichiarazioni:

L’organo di analisi e informazione indipendente Réseau Voltaire è preoccupato per le minacce di morte rivolte a due suoi membri dello staff attualmente impegnato a Tripoli.
Mahdi Darius Nazemroaya, ricercatore associato del Centre de recherche sur la Mondialisation, e Thierry Meyssan, presidente e fondatore del Réseau Voltaire e della conferenza Axis for Peace, sono rinserrati nel Hotel Rixos, attorno al quale si svolgono pesanti combattimenti. Secondo quanto riferito, è stato dato l’ordine di ucciderli.
Thierry Meyssan si trova a Tripoli dal 23 giugno 2011, dove guida un gruppo di giornalisti del Réseau Voltaire. Negli ultimi due mesi, ha svolto un’inchiesta giornalistica del conflitto. La sua posizione è diversa da quella degli altri osservatori in quanto egli descrive la ribellione come una azione di minoranza, che permette di giustificare agli occhi dell’opinione pubblica mondiale un’operazione militare classica.
Qualunque siano le posizioni assunte da Mahdi Darius Nazemroaya e da Thierry Meyssan, la loro uccisione sarebbe inaccettabile.
Mahdi Darius Nazemroaya e Thierry Meyssan, non sono combattenti, ma i giornalisti. Coloro che sostengono questa guerra, pensando che si tratti di democrazia e libertà, non possono perdonare l’assassinio di giornalisti.
Attualmente, cinque Stati hanno offerto loro protezione diplomatica. Ma i combattimenti intorno all’Hotel impediscono loro di lasciare i locali e alcune delle ambasciate interessate sono state circondate per rendere impossibile l’accesso.
Consapevoli delle minacce che incombono su di loro, Mahdi Darius Nazemroaya Thierry Meyssan non hanno alcuna intenzione di esporsi a qualsiasi “pallottola vagante”.
Réseau Voltaire invita i cittadini di quei Paesi coinvolti nella guerra ad esercitare pressioni sui loro governi per garantire la sicurezza di questi giornalisti.
Si chiede a tutti di giocare il proprio ruolo di cittadini e di diffondere queste informazioni.

[Fonte: eurasia-rivista.org]

“Per la prima volta”
Roma, 23 agosto – Le truppe della NATO avrebbero preso parte ad operazioni di terra nella battaglia per la presa di Tripoli: è quanto scrive il sito vicino all’intelligence militare israeliana, Debkafile, citando fonti militari.
“Per la prima volta nella guerra contro il regime di Muammar Gheddafi, le truppe NATO, malgrado le smentite, stanno prendendo parte alla battaglia sul terreno dal momento che i ‘consiglieri militari’ francesi e britannici – che fanno parte di unità addette alle operazioni speciali – stanno aiutando i ribelli nella lotta per il controllo di Tripoli”.
Secondo Debka, il contesto sul terreno starebbe evolvendo verso una vera e propria “guerra di intelligence” e l’obiettivo principale della contro-offensiva lealista sarebbe proprio quello di separare “le truppe occidentali dal ridotto numero di ribelli, non più di 2.500-3.000″. Una missione affidata ai lealisti, che Debka stima in 5.000 soldati. Per questo, secondo il sito israeliano, il presidente USA, Barack Obama, parlando lunedì notte, avrebbe definito la situazione sul terreno ancora “fluida e incerta”.
(AGI)

Mentre le grida di tripudio degli atlantisti per l’ottenuta vittoria si affievoliscono, di fronte alla tenace resistenza libica e all’opera di informazione svolta da diverse realtà indipendenti come la nostra, in Italia e all’estero (fra cui, oltre ai vari già citati, anche il sito di Gianluca Freda), Medici Senza Frontiere sottolinea che sta “crescendo l’emergenza umanitaria”:
Roma, 23 agosto – Gli ospedali di Tripoli ”rischiano di rimanere senza scorte”: lo denuncia Medici senza frontiere sottolineando che nel Paese sta ”crescendo l’emergenza umanitaria”. L’organizzazione si dice ”pronta ad espandere le proprie attività nella Libia occidentale”. ”Le strutture mediche sono travolte da un alto numero di casi richiedenti operazioni chirurgiche e il personale sanitario è allo stremo”, spiegano da Msf.
(ANSA)

Dal canto suo, “Israele” non vuole essere da meno: Monther Quri’e, bambino di 5 anni, fatto a pezzi da un missile aria-terra a Gaza…

“Un’assistenza umanitaria urgente” per “pagare i salari”… risate!
Doha, 24 agosto – Il numero due degli insorti libici, Mahmoud Jibril, ha annunciato a Doha lo svolgimento nella capitale del Qatar di una riunione internazionale, con la partecipazione degli Stati Uniti, su un’assistenza umanitaria urgente di 2,5 miliardi di dollari al popolo della Libia. Oltre agli Stati Uniti, parteciperanno Italia, Francia, Regno Unito, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
Jibril, presidente del Comitato esecutivo del Consiglio nazionale di transizione (CNT), organo politico degli oppositori, ha spiegato durante una conferenza stampa che l’obiettivo di questa riunione “è riunire a vantaggio del CNT la somma di 2,5 miliardi di dollari prima della fine del Ramadan, per potere pagare i salari dei libici” e per soddisfare i fabbisogni umanitari urgenti della Libia, ha spiegato.
(TMNews)

“Chiediamo a Israele di usare la sua influenza”…
Tel Aviv, 24 agosto – Un appello a Israele a ”usare la sua influenza” per favorire la caduta del regime di Mummar Gheddafi e’ stato lanciato anche verso Israele da uno dei portavoce degli insorti, Ahmad Shabani, in un’intervista pubblicata oggi dall’edizione online del giornale Haaretz.
Nel colloquio Shabani – fondatore a Londra del Partito Democratico di Libia e figlio di uno dei ministri dell’ultimo governo monarchico di Tripoli, abbattuto a fine anni ’60 dalla rivoluzione gheddafiana – apre anche un mezzo spiraglio a un possibile futuro riconoscimento d’Israele: Paese con cui la Libia non ha alcun rapporto diplomatico formali. ”Noi per ora chiediamo a Israele di usare la sua influenza nella comunita’ internazionale per mettere fine al regime tirannico di Gheddafi e famiglia”, afferma l’oppositore.
(ANSA)

Scusate il ritardo!
Londra, 24 agosto – La resistenza dei governativi ancora in grado di combattere, e la stessa clandestinita’ di Muammar Gheddafi, faranno slittare i tempi per trasferire a Tripoli da Bengasi il Consiglio Nazionale Transitorio: lo ha dichiarato in un’intervista radiofonica per il network pubblico ‘BBC’ il rappresentante in Gran Bretagna del governo-ombra istituito dai ribelli libici, Guma el-Gamaty.
Le previsioni, ha affermato Ganaty, sono nel senso che “i pochi” ancora schierati con Gheddafi si arrenderanno a breve, permettendo cosi’ il previsto trasferimento del Consiglio nella capitale della Libia per sabato prossimo, comunque entro il fine settimana. Ieri invece il portavoce militare del CNT, Ahmed Bani, aveva affermato con l’emittente satellitare pan-araba ‘al-Jazira’ che il Consiglio si sarebbe spostato a Tripoli nel giro di 48 ore.
(AGI)

Signori si nasce e Loro, modestamente, lo nacquero
Londra, 24 agosto – L’ambasciata libica a Londra ha da oggi un nuovo stuoino. Chi visita la rappresentanza diplomatica puo’ pulirsi i piedi su un arazzo che raffigura il colonnello Muammar Gheddafi. La foto dell’ingresso dell’ambasciata e’ diffusa oggi sul sito del Daily Telegraph.
(ANSA)

Segreti (poco) inconfessabili
Washington, 24 agosto – Forze speciali della Gran Bretagna, Francia, Giordania e Qatar sono sul terreno in Libia per aiutare i ribelli. Lo ha reso noto la NATO secondo quanto riporta la CNN.
(AGI)

“L’eccellenza italiana”
Trapani, 25 agosto – ”Il primo grande risultato della missione in Libia e’ stato quello di avere salvato non so quante vite umane. Immagino la carneficina se noi e le forze NATO non avessimo fermato le truppe di Gheddafi”. Lo ha detto il ministro della Difesa Ignazio La Russa incontrando nella base di dell’aeronautica di Trapani Birgi i militari italiani impegnati nell’operazione ”Unified Protector”.
Rivolgendosi a loro il ministro ha aggiunto: ”Voi siete l’eccellenza italiana, motivo d’orgoglio per la nazione”. La Russa ha anche sottolineato che ”in caso di un mancato intervento avremmo avuto un numero di profughi decisamente maggiore” ed ha auspicato la nascita di uno Stato democratico in Libia sostenendo che siamo di fronte ”a una situazione delicata che tuttavia si sta evolvendo positivamente”.
(ANSA)

Giornalismo imparziale e indipendente
Roma, 25 agosto – “Sono vivo, vegeto e libero. Adesso sto bene, fino a un’ora fa pensavo di essere morto”. Queste le prime dichiarazioni dell’inviato della Stampa Domenico Quirico, riuscito a mettersi in contatto con la sua redazione, come racconta il sito web del quotidiano di Torino.
Ora sto dalla parte giusta e va tutto bene”, ha aggiunto l’inviato. “Devo ringraziare soprattutto due ragazzi che ci hanno salvati, sono stati fantastici”, ha detto confermando che la liberazione dei quattro giornalisi italiani e’ avvenuta in qualche modo grazie ad un blitz.
(AGI)

Tralasciando, per carità di patria, ogni considerazione sulla dinamica dei fatti.

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Roma, 25 agosto – ”Siamo stati liberati da lealisti, c’erano due gruppi differenti”. Lo ha detto l’inviato del Corriere della Sera, Giuseppe Sarcina, precisando a Skytg24 che ”non erano soldati regolari, ma neanche civili. Erano miliziani”.

Allora sarebbe il caso che il collega Quirico ritiri quanto detto, se vuol proseguire la carriera giornalistica…

Intanto cresce la pressione sui “Paesi non allineati” al fine di avere il via libera allo sblocco dei fondi libici depositati all’estero.
Per pagare le migliaia di mercenari ora attivi sul terreno, assoldati dalla NATO tramite le compagnie private di sicurezza e coordinati dai membri delle forze speciali di Gran Bretagna, Francia, Giordania e Qatar, come riferito ieri.

Londra, 25 agosto – Il premier britannico David Cameron ha chiamato il Presidente sudafricano Jacob Zuma per cercare di di convincere Pretoria a sostenere la proposta di risoluzione presentata ieri dagli Stati Uniti all’ONU, che prevede lo scongelamento di beni libici per 1,5 miliardo di dollari. Nel vertice svoltosi ieri al Palazzo di Vetro, il Sudafrica si è opposto, chiedendo di attendere il riconoscimento del Consiglio nazionale di transizione di Bengasi da parte dell’Unione Africana (UA), che potrebbe arrivare oggi al termine del vertice in programma ad Addis Abeba.
Stando a quanto riferito da Downing Street, Cameron ha chiamato Zuma per “discutere della situazione in Libia” e i due leader “hanno concordato sulla necessità di decisioni rapide dalla parte dell’UA al vertice di Addis Abeba sullo scongelamento dei beni”.
(TMNews)

“In alto, ho messo un filmato in cui il capo politico degli “insorti” del CNT, Moustapha Abdel Jalil, confessa in diretta TV di aver mentito sulla cattura dei figli di Gheddafi e spiega di averlo fatto per dividere e demoralizzare l’esercito lealista. La cosa che lascia indignati, naturalmente, non è certo il fatto che il capo di una banda di tagliagole abbia mentito, ma il credito incondizionato che tutta la stampa nazionale e internazionale, e perfino la Corte Penale dell’Aja, ha dato alle parole di un bandito criminale, senza minimamente preoccuparsi di valutarle o di attenderne conferma. Un atteggiamento che la stampa nazionale non mostra nessun segno di voler abbandonare.
Lo dimostra la schermata di ieri del sito di “Repubblica” in cui si dà ancora una volta credito alle affermazioni dei tagliagole (“abbiamo circondato la residenza di Gheddafi”) senza minimamente considerare che la notizia proviene da una fonte dimostratasi inattendibile in infinite occasioni. Mentre “Repubblica” pubblicava questo supplemento di stupidaggini, Gheddafi parlava all’emittente TV libica Al-Orouba, dimostrando ancora una volta quanto i media libici risultino, almeno da sei mesi, di gran lunga più attendibili dell’ormai indecente stampa occidentale.”

Da I vigliacchi e gli eroi, di Gianluca Freda.

Ecco invece il trattamento riservato alle fonti non-allineate:

“Soltanto dopo la cattura di Gheddafi”… ché non si sa mai
Parigi, 26 agosto – Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, in prima fila nell’intervento in Libia, vuole andare il prima possibile in visita in Libia insieme con il primo ministro britannico, David Cameron.
E’ quanto si apprende dall’Eliseo, le cui fonti precisano pero’ che la visita avverra’ soltanto dopo la cattura di Gheddafi. Secondo quanto si apprende, la visita non avverra’ comunque prima del vertice internazionale di giovedi’ prossimo a Parigi sul futuro della Libia. L’Eliseo fa sapere anche che Sarkozy non vuole visitare soltanto Tripoli, ma anche le roccaforti degli insorti, in particolare Bengasi e Misurata.
(ANSA)

“L’MQ-9 Predator B è operativo in Italia dall’estate 2010. Noto negli Stati Uniti come “Reaper”, il velivolo è un’evoluzione del Predator A già utilizzato dall’Ami in Iraq ed Afghanistan. Con una lunghezza di 11 metri e un’apertura alare di 20, il “Reaper” assicura maggiori prestazioni in termini di raggio d’azione, autonomia di volo (tra le 24 e le 40 ore), velocità (440 Km/h) e carico trasportabile (quasi 1.800 chili contro i 200 dei Predator A). “L’incremento delle dimensioni e delle prestazioni dell’UAV si rifletterà ovviamente sul carico di armamento trasportabile”, segnalano le riviste specializzate in strumenti di morte. “Si tratterà di missili Hellfire, bombe a guida laser Gbu-12 Paveway II e Gbu-38 Jdam (Joint direct attack munition) a guida Gps”. Un “gioiello” che la casa produttrice, la General Atomics Aeronautcal Systems Incorporated di San Diego (California), vende a 10,5 milioni di dollari l’uno, contro i 3,2 milioni dell’esemplare di prima generazione. “La manutenzione dei Predator B sarà gestita per ancora due anni ad Amendola da personale americano della General Atomics”, specifica il sito web Dedalonews. “Entro un anno gli UAV diverranno sei per modello, consentendo al 32° Stormo dell’Aeronautica di gestire in contemporanea fino a tre velivoli, anche dall’altra parte del pianeta. In attesa di diventare nel 2014 la prima base italiana per i nuovi cacciabombardieri Lockheed Martin F-35A, destinati a sostituire prima gli AMX e poi i Tornado, ad Amendola sono in via di ampliamento gli hangar per gli UAV”.
Per consentire ai Predator B di volare in qualsiasi parte del Mediterraneo, il ministero della Difesa ha predisposto la creazione di “corridoi di volo” riservati tra la Puglia, il poligono sperimentale di Salto di Quirra e lo scalo di Decimomannu in Sardegna, le basi di Sigonella e Trapani in Sicilia e l’isola di Pantelleria. Alcuni di questi “corridoi” sono stati messi a disposizione dei velivoli senza pilota Global Hawks e “Reaper” schierati dalle forze armate USA a Sigonella. I decolli e gli atterraggi degli aerei USA, sempre più numerosi negli ultimi mesi, stanno creando gravi difficoltà al traffico del vicino aeroporto civile di Catania-Fontanarossa. Ne sanno qualcosa i passeggeri del volo di linea Alitalia “Venezia-Catania” che la mattina del 18 agosto sono stati dirottati a Palermo – Punta Raisi “a causa di intenso traffico militare nell’aeroporto di Sigonella” e costretti poi ad un interminabile viaggio in pulman tra il capoluogo siciliano e Fontanarossa. Alle ore 11.18 del giorno successivo, i piloti degli aerei in partenza o diretti allo scalo etneo hanno ricevuto un NOTAM, l’informazione sull’efficienza dei sistemi di sicurezza dell’aeroporto, che ha imposto una breve sospensione delle operazioni sullo scalo “a causa delle attività di un aereo senza pilota”, presumibilmente un Global Hawk dell’Us Air Force operativo a Sigonella. Fra tre anni gli enormi UAV-spia schierati nella base siciliana potrebbero essere venti. Terribile immaginare cosa accadrà in termini di sicurezza, tenuta delle rotte e puntualità di orari viaggiare da e per la Sicilia orientale.”

Da La guerra segreta dei Predator italiani in Libia, di Antonio Mazzeo.

Fuori dall’omogeneità è la Libia

Luca Bianchi e Federica Roccisano, nell’articolo “Il Mediterraneo: un possibile scudo contro la crisi?” (in Eurasia n. 1/2011, pagg. 85-98), rielaborando i dati del Rapporto ONU sullo sviluppo umano per il 2009, osservano che i Paesi europei occupano i posti più alti della classifica.
Citiamo: “Malta chiude l’elenco dei Paesi UE. A seguire, il gruppo dei Paesi balcanici, e, un po’ più staccati, i Paesi mediorientali e nordafricani, definiti a ‘medio sviluppo umano’ nella classificazione UNDP, con valori di indice inferiori a 0,8.
Fuori dall’omogeneità è la Libia, che occupa il 55° posto, con un indice del valore di 0,847 grazie ad un dato di alfabetizzazione pari all’86,8% e un reddito procapite di poco superiore ai 14.000 dollari, cifre ben diverse da quelle di altri Paesi nordafricani, che devono accontentarsi di redditi poco inferiori agli 8.000 dollari, come è il caso di Tunisia e Algeria, o ancora più bassi, come Egitto e Marocco che dividono fra la propria popolazione rispettivamente 5.349 e 4.108 dollari l’anno.”
La successiva tabella che riporta l’andamento del PIL nei Paesi mediterranei, per il periodo 2007-2010, mostra inoltre che la crescita della Libia nel quadriennio considerato ammonta all’invidiabile tasso del 17,4%.
A fronte di una crescita, nello stesso periodo, di solo l’1,2% per la Spagna e 0,2% per la Francia; per non parlare della (drammatica) contrazione del 4,2% che caratterizza il Prodotto Interno Lordo italiano.
Ebbene sì, proprio i principali membri europei della coalizione di Paesi che sta attualmente conducendo l’aggressione militare alla Jamahiryia.
Per intuire quanto autolesionismo vi sia nella politica estera di Frattini, La Russa e soci – con Presidentissimo Napolitano benedicente – e quanti danni all’economia dell’Italia stia provocando la decisione di partecipare all’operazione NATO Unified Protector, si consideri ad esempio che dal 2000 al 2008 le esportazioni delle regioni meridionali verso l’area del Mediterraneo sono aumentate addirittura del 146,52% in valore. Nel solo 2008 esse si sono attestate a poco meno di 6 miliardi di euro (mentre quelle provenienti dall’Italia centro-settentrionale ammontano a circa 19 miliardi), con una dinamica che rivela una sempre maggiore specializzazione nel proprio orientamento internazionale.
E sapendo che, appena dopo la Turchia, il secondo Paese ad assorbire il commercio proveniente dalle regioni meridionali è la Libia, per un valore di oltre 1 miliardo e 400 milioni di euro…

Verità nascoste e menzogne di Stato

La tanker Savina Kaylin e il cargo Rosaria D’Amato sotto sequestro nel Puntland

Dismesso l’uso dei dizionari (Zanichelli, Garzanti, Dardano, ect), alla voce “Repubblica delle Banane” Wikipedia riporta: “Attualmente il termine è entrato nel vocabolario di tutti i giorni per indicare un regime dittatoriale, stabile nell’instabilità, dove le consultazioni elettorali sono pilotate e la corruzione ampiamente diffusa così come una forte influenza straniera che può essere politica o economica o ambedue le cose, sia diretta che pilotata attraverso il governo interno.”
Per estensione, il termine è usato per definire esecutivi dove un leader concede vantaggi ad amici e sostenitori, senza grande considerazione delle leggi (in Italia se ne fa partecipe l’”opposizione” che si alterna con la “maggioranza”), mettendo alla porta il giudizio espresso degli elettori.
Alla voce caratteristiche si indica la collusione tra Stato e interessi monopolistici dove i profitti sono privatizzati e le perdite socializzate.
Chiudiamo qui la tiritera ritenendoci ampiamente autorizzati, a buon titolo, a definire l’Italia delle istituzioni, della politica e dei Poteri Forti un sistema-Paese ampiamente cleptocratico, caraibico.
Detto questo, passiamo a un po’ di “attualità” che ne metta in mostra qualche aspetto di “politica estera” da barzelletta, partendo da un comunicato dell’ANSA dello scorso 5 luglio.
Secondo l’agenzia di stampa, la Tanzania è pronta a mettere in campo la sua intelligence per aiutare l’Italia ad ottenere quanto prima il rilascio degli 11 (5 italiani) marittimi della petroliera Savina Kaylin, 105.000 tonnellate, 226 mt di lunghezza, tanker, e dei 22 (6 italiani) della Rosaria D’Amato, cargo, di 112.000 tonnellate, 225 mt di lunghezza di proprietà ambedue di armatori italiani. I dati sono nostri.
La prima sequestrata da “pirati somali” con modalità pagliaccesce, come abbiamo già avuto modo di descrivere, affidandoci alla lettura di una corrispondenza di un inviato de La Repubblica: il famosissimo “rapito” in Afghanistan Daniele Mastrogiacomo, passato dal Paese delle Montagne alla “cronaca” da una località imprecisata nel Corno d’Africa. La seconda di cui si è parlato solo per registrare il “furto” in pieno Oceano Indiano e chiuderla lì, senza clamore, visto l’imbarazzante precedente della Savina Kaylin.
La Kaylin è “fuori controllo” dal 24 Gennaio e la D’Amato dal 21 Aprile. Ambedue sono state scortate a “destinazione” con l’assistenza, perchè così è stato, delle fregate Zefiro ed Espero della Marina Militare che operano, e hanno operato, tra lo Stretto di Bab el Mandeb e il Golfo di Aden, con l’operazione Atalanta dell’UE e Ocean Shield della NATO.
Dove? Continua a leggere