Terrorismo atlantico

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Anche paesi membri della NATO come la Germania (strage dell’Oktoberfest) e il Belgio (omicidi del Brabante) sono tuttavia stati pesantemente investiti dal fenomeno terrorista. Pensa che esistano collegamenti tra gli eventi che si sono verificati nei vari paesi? Quale obiettiva perseguivano, secondo lei, gli attentatori?
Si, nel corso della Guerra Fredda si sono indubbiamente verificati attacchi terroristici anche in altri Paesi, oltre all’Italia. Ci sono stati attentati anche in Germania, Belgio, Turchia, Francia e Svezia, dove venne assassinato il primo ministro Olof Palme. Per gli storici, è importante considerare ciascun attacco separatamente dagli altri, perché si tratta di crimini molto complicati. Penso tuttavia che esista un collegamento con gli eserciti segreti dell’apparato NATO-Stay Behind anche per quanto riguarda la Germania, dove nel 1989 si verificò l’attentato all’Oktoberfest di Monaco di Baviera, e il Belgio, scosso dalla campagna terroristica che colpì la regione del Brabante, rispetto alla quale sono emerse prove che conducono a un gruppo di destra denominato Westland New Post (WNP) che era a sua volta legato alla NATO. C’è un modello simile: in Italia, il gruppo di estrema destra Ordine Nuovo al quale apparteneva Vincenzo Vinciguerra, era connesso alla rete Stay Behind, e gli eserciti segreti di Stay Behind erano coordinati dalla NATO attraverso due organi segreti, il Comitato Clandestino Alleato (ACC) e il Comitato Clandestino di Pianificazione (CPC). Lo sappiamo grazie ad alcuni generali italiani che hanno partecipato a diverse riunioni di tali organismi. E’ pertanto possibile immaginare che la NATO e gli Stati Uniti abbiano coordinato gli attacchi terroristici in Europa occidentale sferrati da gruppi di estrema destra supportati dagli eserciti segreti di Stay Behind. Il problema è che fino ad ora noi storici ci siamo potuti basare solo su indicazioni, poiché non disponiamo di prove solide, e la NATO non intende assolutamente parlare del terrorismo che ha sconvolto l’Europa occidentale durante la Guerra Fredda. E’una questione molto delicata, naturalmente. Anche la CIA, che supportava gli eserciti segreti di Stay Behind, non vuole parlare di terrorismo in Europa. E nemmeno il presidente Barack Obama è disposto a trattare l’argomento. Si tratta pertanto di un difficile campo di ricerca, ma ciò non ci distrae dal nostro compito di far luce su questa rete di menzogne e violenza.

La proliferazione del terrorismo in Europa occidentale ha visto in molti casi (Italia e Germania in primis) la responsabilità di gruppi neofascisti. Non è però mancato il terrorismo di matrice opposta, messo in atto da fazioni come le Brigate Rosse e la Rote Armee Fraktion. In Italia, le operazioni compiute dalle Brigate Rosse hanno beneficiato di colossali inadempienze da parte delle forze di polizia, talmente evidenti da portare esponenti politici come Sergio Flamigni a pensare a un supporto attivo dei servizi segreti. Quale è la sua opinione in merito a ciò?
Non mi sono occupato in maniera molto approfondita delle Brigate Rosse e della RAF, quindi non saprei. Ho focalizzato i miei studi sugli eserciti segreti della NATO e sull’Operazione Gladio. Ma è più che plausibile, da quel che ho potuto vedere, che i servizi segreti si siano serviti sia delle frange terroristiche di destra quanto di quelle di opposta matrice. Si tratta di un’idea bizzarra per molti comuni cittadini, convinti che i servizi segreti adempiano al compito di proteggere la democrazia dai terroristi. Naturalmente, vanno effettuate ulteriori ricerche riguardo al terrorismo sostenuto dallo Stato.”

Dall’intervista a Daniele Ganser in Il terrorismo in Europa occidentale. Dalla “strategia della tensione” al giorno d’oggi, a cura di Giacomo Gabellini (collegamenti nostri – ndr).
Daniele Ganser, storico svizzero di prestigio internazionale, è ricercatore presso il Centro per gli Studi sulla Sicurezza (CSS) dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia (ETH) di Zurigo.
In Italia, è stato pubblicato dalla casa editrice Fazi il suo libro Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, il più esauriente e dettagliato studio realizzato sull’argomento.

Francesco La Motta

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Vincenzo Scotti ha trovato un “erede”?

Un buco di dieci milioni di euro. Anzi di «una cifra da definire», come è riportato nel decreto di perquisizione. Anzi che no, visto che proprio ieri è stato ritrovato in Procura un esposto arrivato dal ministero dell’Interno che denunciava e quantificava il buco in dieci milioni di euro.
Un furto, una truffa, un ammanco? Nulla di tutto questo, anzi sì, perché i reati contestati all’indagato eccellente, il prefetto Francesco La Motta, sono peculato per distrazione e corruzione. Solo che le indagini probabilmente dimostreranno che quel buco, quella voragine di dieci milioni di euro è il prodotto di un «cattivo investimento». O no?
Che confusione. Procediamo con ordine. A Napoli c’è una inchiesta sul riciclaggio del clan Polverino, clan di camorra. In quell’inchiesta è coinvolto anche il prefetto La Motta, al quale viene contestata anche l’aggravante dell’articolo 7, e cioè di aver favorito l’associazione camorristica.
Uno stralcio di quella inchiesta viene mandata a Roma, al pm Paolo Ielo. E quello stralcio riguarda il buco di dieci milioni di euro denunciato al Fondo Edifici di Culto (Fec) del Viminale.
Il Fec è un ente dotato di personalità giuridica e gestisce il patrimonio concordatario costituito da 700 chiese di grande interesse storico e artistico, tra cui Santa Maria del Popolo (Roma), Santa Chiara (Napoli), Santa Croce (Firenze), Santa Caterina d’Alessandria (Palermo), oltre tutte le opere d’arte custodite nelle chiese.
Dal 2003 alla fine del 2006 il prefetto La Motta è stato direttore generale per l’amministrazione del Fec, prima di essere nominato vicedirettore vicario del Sisde diventato poi Aisi, il servizio segreto interno.
Gentiluomo di sua Santità, La Motta ebbe diversi riconoscimenti dal Vaticano e dall’allora ministro dell’Interno prima che il suo nome comparisse, nel 2011, nell’inchiesta sulla P4, collocandolo alla corte del faccendiere piduista Luigi Bisignani. E di nuovo il suo nome conquistò la ribalta dei giornali del gossip quando si venne a sapere che suo figlio Fabio era il fidanzato dell’europarlamentare berlusconiana Barbara Matera.
Tre giorni fa, gli uomini del Ros dei carabinieri hanno perquisito l’abitazione del prefetto (in pensione da pochi mesi) e i suoi uffici all’ Aisi, l’ex Sisde, con il quale aveva un rapporto di consulenza-collaborazione.
Da quello che emergerebbe dalle indagini, il prefetto La Motta avrebbe investito quei milioni del Fec in una finanziaria svizzera. Con il consenso dell’Ufficio. Solo che, all’improvviso, quella finanziaria si è prosciugata. Insomma, quei soldi investiti sono scomparsi.
Che fine hanno fatto i dieci milioni di euro sottratti all’amministrazione dei Fondi Edifici di culto? Il pm Paolo Ielo e gli investigatori del Ros al comando del colonnello Casagrande, stanno aspettando gli esiti di una rogatoria con la Svizzera, per capire il ruolo della finanziaria e i movimenti dei capitali del Fondo Edifici del culto.
Dopo lo scandalo dell’inchiesta napoletana sulla gestione dei Fondi per la sicurezza, che portarono alle dimissioni del vicecapo vicario della Polizia, il prefetto Nicola Izzo, indagato da Napoli (gli atti sono finiti a Roma), adesso un nuovo ciclone si abbatte sul Viminale.
Guido Ruotolo

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Strategia della tensione a stelle e strisce

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“Nella peggiore tradizione cinematografica cui Hollywood ci ha abituato, abbiamo assistito nei giorni scorsi allo spettacolo di una città – Boston – completamente blindata, con il coprifuoco, da cui nessuno poteva uscire né entrare.
Proprio Boston – la città da cui è partita la rivoluzione americana contro il potere dei reali d’Inghilterra, sarà un caso? – il primo germe della Land of the Free, è diventata ostaggio di CIA ed FBI, sotto legge marziale e con irruzioni violente nelle case private.
9.000 uomini – comprese le famigerate forze speciali SWAT – pesantemente armati hanno paralizzato completamente la città in una caccia all’uomo in cui i ricercati sono stati indicati aprioristicamente come colpevoli dell’atto terroristico, dando così la stura a una nuova ondata di islamofobia.
Un esperimento di legge marziale e di occupazione militare di un’intera città.
I cittadini hanno potuto sperimentare come i diritti civili non abbiano alcun valore di fronte alle pretese motivazioni di sicurezza nazionale, cosa che si ripete ormai a scadenze regolari nella storia recente di questo Paese.
Ma la scala in cui questa occupazione manu militari di Boston si è svolta è superiore a qualsiasi altra nel passato e fa pensare ad una prova generale di possibili operazioni future.”

Boston: una prova generale?, di Piero Cammerinesi continua qui.

“La star culturale del polo ‘pro-occidente’ del partito”

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‘Quel comunista non deve entrare’

Giorgio Napolitano? «E’ un’intellettuale, un’eminenza grigia che esercita una grande influenza morale sulla spesso rissosa arena politica italiana». A scrivere queste parole nel settembre del 2009 è l’attuale ambasciatore americano a Roma, David Thorne. E se questo giudizio franco e pieno di slancio su Napolitano è uscito dalle stanze discrete della diplomazia USA, è grazie a WikiLeaks, che tre anni fa pubblicò 251.287 file segreti degli anni 2002-2010. Oggi che però l’organizzazione di Julian Assange pubblica un’intera libreria di 2milioni di documenti che includono le corrispondenze diplomatiche degli anni Settanta – un database che l’Espresso ha potuto consultare in esclusiva per l’Italia – pare incredibile che quel Giorgio Napolitano tanto stimato dall’ambasciatore Thorne sia lo stesso di cui l’ambasciatore di via Veneto, John Volpe, nell’agosto del 1975 scriveva: «Nell’aprile scorso, abbiamo raccomandato di non rilasciare un visto a Giorgio Napolitano, che voleva recarsi negli Stati Uniti per tenere conferenze in quattro università».
E’ l’estate del 1975, le elezioni regionali hanno portato il partito comunista italiano a fare un nuovo balzo a scapito della DC. Sono anni in cui il PCI è il nemico numero dell’America e il terrore è il compromesso storico, quell’abbraccio, secondo gli americani mortale, che rischia di portare i comunisti di Berlinguer al governo in uno dei paesi più caldi e instabili della NATO. Come vedono Napolitano, gli americani? Come un’eminenza grigia: «La star culturale del polo ‘pro-occidente’ del partito». A definirlo così in un cablo della libreria di WikiLeaks è Kissinger in persona, che nel ’76 scrive «i comunisti non sono tutti uguali», rilevando la profonda differenza tra intellettuali comunisti che non disprezzano lo stalinismo e Napolitano che invece «ha confessato le proprie perplessità su come sviluppare il socialismo all’interno di uno stato democratico, tenuto conto della specificità dell’esperimento sovietico». Il principe della realpolitik americana, dunque, non vede il PCI come un monolite. E allora perché negare il visto a un comunista moderato?
A tirare fuori qualche indiscrezione in quegli anni è il settimanale l’Espresso, che rivela come Kissinger stesso si fosse occupato della faccenda e che gli Stati Uniti si erano consultati con gli alti papaveri della democrazia cristiana prima di procedere. L’Espresso scrive, l’ambasciatore Volpe prende nota dell’articolo. Nei cablo rivelati da WikiLeaks il pezzo è citato ampiamente: dopo aver riferito al dipartimento di Stato i contenuti del servizio de l’Espresso, Volpe commenta che probabilmente dietro quelle rivelazioni ci sono le soffiate ai giornalisti da parte dei contatti accademici di Napolitano in America, che hanno fatto filtrare informazioni sul caso, mentre «la nostra impressione è che il PCI, per la sua agenda politica, avrebbe preferito tenere i giornali lontani da questa storia, perché è improbabile che giochi a favore del partito in termini di propaganda». A supporto di questa idea, Volpe cita due evidenze: il fatto che l’Espresso non citi alcuna fonte del PCI nel suo pezzo a supporto di quanto riportato e il fatto che il giornale di partito, “L’Unità”, non abbia ripreso la storia. Il giorno dopo Kissinger risponde all’ambasciatore americano a Roma: «se il governo italiano chiede del caso di Napolitano, potete rispondere usando le domande e risposte inviate. Per ogni altra richiesta, l’ambasciata deve continuare a non fare commenti».
Le domande e le risposte preparate dal potente segretario di Stato sono asciutte e asettiche. Perché il visto, dunque, è stato negato? «In base alle disposizioni della legge ‘Immigration and Nationality Act’ del 1952, i membri di tutti i partiti comunisti sono ineleggibili per ricevere un visto». Kissinger aggiunge che esistono eccezioni, ma in questo caso non sono state sollevate e la ragione per cui non lo sono state non viene spiegata. Il potente segretario nega di essersi occupato personalmente della cosa, ma aggiunge che il Dipartimento ha contattato le persone che avevano invitato Napolitano negli USA per raccogliere ulteriori informazioni e che ha considerato questa visita “intempestiva” (untimely).
Stefania Maurizi

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Le “maledizioni” esistono per davvero

terrorist“Erano in venticinque ma ne son rimasti solo due vivi e vegeti. Stiamo parlando dei membri del “Team 6”, la crème de la crème dei Navy Seals, che già sono un corpo scelto dei Marines.
Una specie Rambo in carne ed ossa che però, dopo aver accoppato Osama bin Laden, stanno morendo per qualche “mistero” uno dopo l’altro, in una sequenza di “incidenti” che ha dello sbalorditivo.
La prima volta è toccata a ventidue elementi della squadra protagonista del blitz di Abbottabad, precipitati col loro elicottero in missione in Afganistan nel “più grave lutto” che ha colpito le forze USA/NATO nel “Paese delle montagne”.
Che strano, l’America che si fa tirare giù un paio di decine di soldati superscelti (con tutto quel che costa, in mezzi e tempo, la loro formazione) dai trogloditi talebani armati di schioppo, tipico oggetto di tiro al bersaglio con le armi più sofisticate come i droni.
Ed ora tocca ad un altro testimone dell’eliminazione del “genio del male”, sulla quale un suo commilitone ha scritto un libro, mentre l’ultimo dei venticinque verserebbe in una difficile situazione economica (un classico dell’America, come il “reduce del Vietnam” che una volta tornato a casa trova un muro d’ingratitudine, su cui sono stati girati molti film).
Si può dunque facilmente profetizzare che anche gli ultimi due super-testimoni-commando non avranno vita lunga, portandosi definitivamente con sé, nella tomba, il segreto dell’ultima puntata della saga dello “sceicco del terrore”, che puzza di bufala lontano un miglio, a partire dalla fine della storia, quando il suo cadavere, invece d’essere ostentato come una preda sui (loro) “media”, venne scaraventato in mare secondo i precetti d’un inesistente “funerale islamico”!
Poi l’America su tutta questa bella storia ci ha fatto ovviamente un film, l’ennesimo dell’industria del rimbambimento mondiale. Tutto nel suo tipico stile, con fantasie (i film) che sorgono da altre fantasie (la cosiddetta “realtà” di cui riferiscono tramite i “media”), in un gioco a catena di travisamenti e manipolazioni al quale finiscono per credere anche loro stessi.
E adesso c’è chi parla di “Maledizione di Bin Laden”.
Ma a me pare piuttosto l’immancabile e logico epilogo della realtà-film made in USA. Meglio non far sapere com’è andata veramente.”

Quelle strane “maledizioni” che colpiscono i testimoni scomodi, di Enrico Galoppini continua qui.

OSS, CIA, Gladio

Vecchia puntata di Blu notte. Misteri italiani di Carlo Lucarelli, dedicata ai rapporti segreti tra Italia e Stati Uniti a partire dal secondo conflitto mondiale.
Nonostante gli anni trascorsi, sono numerosi e ancora attualissimi gli spunti di riflessione offerti.
Gli approfondimenti sviluppati al riguardo su questo blog possono essere rintracciati inserendo le corrette chiavi di ricerca nell’apposita casella, selezionando una categoria nella relativa colonna a destra oppure cliccando sui tags presenti in fondo a ciascun post.

Informazione strategicamente mirata

wmdImmaginiamo un Paese, quel Paese…
Esso, una volta che abbia stabilito essere di prioritario interesse nazionale il contrasto a un dato fenomeno, qualunque questo sia, cerca da una parte di consolidare il fronte interno, la propria opinione pubblica, dall’altra di trovare Paesi alleati nella lotta intrapresa.
Come? E’ presto detto.
La sua intelligence elabora un’analisi, non necessariamente menzognera ma magari neanche completamente veritiera, che descrive quel fenomeno in termini di pericolosità per tutta la cosiddetta “comunità internazionale”.
Direttamente, tramite la pubblicazione sul suo sito o sulla sua rivista, o indirettamente, affidandone la diffusione a un organo di stampa con cui intrattiene amichevoli rapporti, il servizio segreto decide di rendere pubblico lo studio.
Facendo precedere la diffusione dalle opportune, e mai schematicamente precostituite, valutazioni di opportunità politica sul cosa e come rendere pubblico.
L’egemonia globale degli Stati Uniti si regge anche sulla frequenza con la quale analisi di questo tipo, sugli argomenti più svariati – dal dossier nucleare iraniano a quello chimico siriano, dal terrorismo “islamico” all’aggressiva politica commerciale cinese, dal narcotraffico alle mafie transnazionali – vengono disseminate.
Riuscendo in tal modo a dettare le agende politiche dell’intero Occidente.
E funziona da anni, da parecchi anni.
Federico Roberti

La Repubblica delle stragi impunite

“La tesi è che l’Italia, dopo la spartizione di Yalta, divenne una sorta di colonia americana, quasi una nazione a sovranità limitata. E che, nel tempo, la CIA, ma anche pezzi dei nostri servizi segreti, insieme a gruppi dell’estrema destra, Ordine Nuovo in testa, fino alla loggia P2, a frange delle forze armate e, a volte, perfino di mafia, n’drangheta e camorra, tentarono di condizionare con ogni mezzo la nostra democrazia. (…)
Un quadro complesso, che già aveva trovato riscontro oggettivi, anche se parziali, in alcune sentenze del passato.”
[Fonte]

Un quadro che è stato arricchito da una vasta documentazione finora inedita, che l’autore ha analizzato nel corso degli ultimi mesi, poi confluita in questo libro.

Ferdinando Imposimato, nato nel 1936, avvocato penalista, magistrato, è Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione.
È stato giudice istruttore in alcuni dei più importanti casi di cronaca degli ultimi anni, tra cui il rapimento di Aldo Moro, l’omicidio di Vittorio Bachelet, l’attentato a Giovanni Paolo II. Grand’ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica italiana, ha ricevuto diverse onorificenze in patria e all’estero per il suo impegno civile.
È stato anche senatore, prima nelle liste del PDS e poi del PD. È autore di numerosi saggi.

Casi di intelligence – vite esemplari 5°

Giulio Lolli, un uomo davvero pieno di risorse

Rimini, 29 Ottobre 2012 – Giulio Lolli il trasformista. Nessuno ha mai avuto dubbi sul fatto che l’ex presidente della Rimini Yacht potesse riemergere dalle sue ceneri come l’araba fenice. E ora, dopo una fuga rocambolesca, l’arresto, le torture e la guerra a fianco dei rivoltosi libici, il bolognese si cala nei panni dell’arredatore. Solo lui poteva inventarsi da un giorno all’altro designer per le case dei vip di Tripoli che ancora si possono permettere di vivere all’occidentale, in un Paese che non ha ancora trovato pace. Ma non c’è dubbio, le notizie che arrivano da laggiù, ci dicono che il bolognese ha smesso i panni del combattente per la libertà, per tornare a indossare quelli dell’imprenditore. Molto più comodi rispetto ai precedenti, e sicuramente più consoni a un uomo che nella sua vita non si è mai fatto mancare nulla. Che abbia una marcia in più, è indubbio. Ogni volta, anche nelle situazioni più difficili e pericolose, è riuscito a rovesciare la situazione in suo favore. Un talento naturale che lo ha portato a sopravvivere (e, dicono, anche qualcosa di più), nelle condizioni più sfavorevoli. Sistemati i suoi guai giudiziari con la giustizia libica che naviga ancora a vista, Lolli è pur sempre inseguito da un mandato di cattura internazionale. Di cui però, almeno per ora, non ha motivo di preoccuparsi.
Il suo avvocato, Antonio Petroncini, conferma la nuova attività del suo cliente che sente quasi regolarmente. «Sì, in Libia Lolli fa l’arredatore. L’ultima volta l’ho sentito poco più di un mese fa e mi ha detto che si occupa di arredi, e anche con successo. Sicuramente riesce a cavarsela bene, ma del resto Lolli è un uomo davvero pieno di risorse. Ha grandi capacità commerciali e imprenditoriali, e le ha messe a frutto. Certo, ha passato momenti bruttissimi, e ha dovuto ricominciare da zero, ma ora campa più che decorosamente». Se Lolli abbia intenzione di rientrare in Italia, dove ha moglie e due figli, Petroncini risponde con un diplomatico «no comment». «Ovviamente non posso dire se ci siano o meno trattative con la giustizia italiana, ma con quella libica ha ormai chiarito la sua posizione. La faccenda della droga che gli sarebbe stata trovata sulla barca, era soltanto una grossa bufala, in realtà si trattava di vitamine. E anche la storia dei documenti falsi, credo che sia ormai ‘archiviata’». A questo punto non resta che aspettare la prossima puntata della Lolli-story. L’uomo dai mille volti, c’è da scommettere, ha in serbo molte altre sorprese.
Alessandra Nanni

Fonte

Al Qaeda! Al Qaeda! Come fabbricare il mostro in tv

Sarà presentato il prossimo 18 ottobre al cinema Apollo in Galleria De Cristoforis a Milano il film “Al Qaeda, Al Qaeda. Come fabbricare il mostro in tv”.  Si tratta del docufilm di Giuseppe Scutellà basato sul libro “Primo, non diffamare” scritto da Luca Bauccio, noto per essere tra i fondatori di Youreporter.it, il primo sito italiano di video-citizen journalism.
“Il docufilm ricostruisce e narra storie vere – raccontano gli autori – che giorno dopo giorno i media raccontano agli italiani, senza ritegno per la verità delle cose e molto spesso senza alcun rispetto per le persone che sono coinvolte. Storie di ordinaria follia mediatica note per i casi più celebri come “la macchina del fango” dietro le quali si nascondono, o vengono nascoste a seconda dei punti di vista, abusi e diffamazione del giornalismo nostrano”.
Aggiungono gli autori: “Il titolo (una parafrasi di Al lupo, Al lupo) è la metafora di come sia facile essere vittime di accuse di reati infamanti da un giornale o da una televisione. Quando la diffamazione appare a tutta pagina mentre le smentite, quando vi sono, in un trafiletto nella parte bassa della 52esima pagina”.
Gli attori di “Al Qaeda, Al Qaeda” sono tutti non professionisti anche se alcuni di loro, come Beppino Englaro o Youseff Nada, sono comunque personaggi noti. Il film, della durata di 50 minuti, non avrà una distribuzione nazionale. Sarà distribuito attraverso i canali “non ufficiali” e sarà disponibile in Rete e su iTunes ad un prezzo popolare.

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“Il migliore amico”

“Mentre i politici americani vantano forti legami con Israele, funzionari della CIA avvertono che Israele è una delle più grandi minacce per gli Stati Uniti nel campo dello spionaggio. Con sistemi “spyware” che rivaleggiano con quelli degli Stati Uniti, è difficile scoprire l’estensione di quest’attività spionistica a dir poco sconcertante.
Basti pensare che una classifica della CIA relativa alle agenzie di intelligence del mondo e alla loro volontà di aiutare gli Stati Uniti nel combattere la cosiddetta “guerra al terrorismo”, Israele viene addirittura dietro… la Libia.
Parlando alla Associated Press a condizione di mantenere l’anonimato, funzionari dell’intelligence USA, sia in servizio che fuori, incolpano Israele di alcuni fatti che evidenziano tentativi di acquisire dagli statunitensi informazioni segrete.
Un capo stazione CIA in Israele ha notato che l’apparecchiatura per le comunicazioni che utilizzava per contattare il suo quartier generale era stato manomesso, anche se si trovava in una scatola chiusa. E un altro ufficiale della CIA in Israele ha trovato la sua residenza violata.
Oltre alle intrusioni nelle case e alle manomissioni delle apparecchiature, i funzionari della CIA nutrono anche il sospetto che una fuga di notizie operata da Israele abbia portato alla cattura e alla presumibile uccisione di un importante agente degli Stati Uniti infiltrato all’interno del “programma siriano per la produzione di armi chimiche”.
Gli Stati Uniti sospettano poi che i servizi segreti all’estero di Israele, il Mossad, e il suo equivalente dell’FBI, lo Shin Bet, abbiano cercato di carpire dagli americani vari segreti nell’ambito del controspionaggio. Dalla “Divisione Vicino Oriente” della CIA, che sovrintende allo spionaggio nella regione, Israele è considerata addirittura la principale minaccia di controspionaggio. Ciò suggerisce che gli agenti del controspionaggio statunitensi sono più al sicuro da altri governi del Vicino Oriente che da quello di Israele…”

“Il migliore amico”? La CIA considera Israele una delle principali minacce nel campo dello spionaggio, seguito dal commento di E. G., continua qui.

Barack Obama, sua madre e la CIA

Nella sua autobiografia, I sogni di mio padre, Barack Obama scrive che a un certo punto, dopo essersi laureato nel 1983 alla Columbia University, accettò un lavoro. Egli descrive il suo datore di lavoro come “una ditta di consulenza a società multinazionali” di New York, e le sue funzioni come “assistente di ricerca” e “scrittore in materia finanziaria”.
Stranamente, Obama non fa il nome del suo datore di lavoro. Tuttavia, un articolo del New York Times del 30 Ottobre 2007 identifica l’azienda come la Business International Corporation. Ugualmente strano è che il New York Times non ricordi ai suoi lettori che lo stesso quotidiano aveva rivelato nel 1987 che la Business International aveva dato copertura a quattro dipendenti della CIA in vari Paesi fra il 1955 e 1960 [1].
La rivista britannica Lobster Magazine – che, malgrado il suo nome incongruo, è una venerabile pubblicazione internazionale su questioni di intelligence – ha riferito che la Business International fu attiva negli anni Ottanta nel promuovere la candidatura di politici ben visti da Washington in Australia e nelle isole Figi [2]. Nel 1987, la CIA rovesciò il governo delle Figi dopo appena un mese dalla sua entrata in carica a causa della sua politica di mantenere l’isola una zona libera dal nucleare, il che significava che le navi americane a propulsione nucleare o con a bordo testate nucleari non potevano farvi scalo [3]. Dopo il colpo di Stato alle Figi, il candidato appoggiato dalla Business International, che era molto più sensibile ai desideri nucleari di Washington, fu reinsediato al potere – R.S.K. Mara fu primo ministro o presidente delle Figi dal 1970 al 2000, tranne che per l’interruzione di un mese nel 1987.
Nel suo libro, non solo Obama non menziona il proprio datore di lavoro; non dice neanche quando ci lavorò esattamente, o perché lasciò l’impiego. Queste omissioni potrebbero non avere alcuna importanza, ma nella misura in cui la Business International ha un lungo rapporto con il mondo dell’intelligence, delle operazioni segrete, e i tentativi di infiltrare la sinistra radicale – inclusi gli Students for a Democratic Society – è ragionevole chiedersi se l’imperscrutabile signor Obama non stia nascondendo qualcosa del suo legame con questo mondo [4].
Aggiungendo alla domanda il fatto che sua madre, Ann Dunham, durante gli anni Settanta e Ottanta è stata legata – come impiegata, consulente, donataria, o studente – con almeno cinque organizzazioni strettamente connesse alla CIA durante la Guerra Fredda: Ford Foundation, Agency for International Development (AID), Asia Foundation, Development Alternatives Inc., e East-West Center of Hawaii [5]. Per la maggior parte del tempo ella lavorò come antropologa in Indonesia e nelle Hawaii, in una buona posizione per raccogliere informazioni sulle comunità locali.
Come esempio dei legami della CIA con queste organizzazioni, si presti attenzione alle rivelazioni di John Gilligan, direttore dell’AID durante l’amministrazione Carter (1977-1981). “A quel tempo, molti uffici di AID sul terreno erano completamente infiltrati da gente della CIA. L’idea era di posizionare degli agenti operativi in qualunque genere di attività avessimo oltremare, governativa, volontariato, religiosa, qualunque tipo” [6]. E Development Alternatives Inc. è l’organizzazione per la quale stava lavorando Alan Gross quando venne arrestato a Cuba, accusato di far parte di una operazione americana in atto per destabilizzare il governo cubano.
William Blum

[1] New York Times, 27 Dicembre 1977, p. 40.
[2] Lobster Magazine, Hull, Gran Bretagna, 14 Novembre 1987.
[3] William Blum, Rogue State: A Guide to the World’s Only Superpower [edizione italiana: Con la scusa della libertà, Tropea editore], pp. 199-200.
[4] Carl Oglesby, Ravens in the Storm: A Personal History of the 1960s Antiwar Movement (2008), passim.
[5] Ann Dunham, voce Wikipedia.
[6] George Cotter, “Spies, strings and missionaries”, The Christian Century (Chicago), 25 Marzo 1981, p. 321.

Fonte
(traduzione di F. Roberti)

Sedurre gli intellettuali per ammaestrare il popolo

L’ambasciatrice statunitense Clare Boothe Luce in Italia (1953-1956)

Con la fine della Seconda guerra mondiale, la rete dei servizi d’informazione USA sviluppata dall’Office of War Information (OWI) e dallo Psychological Warfare Branch (PWB) inizia a chiamarsi United States Information Service (USIS), in Italia come nel resto del mondo.
All’USIS, e all’emittente radiofonica La Voce dell’America, attiva in Italia già dal Febbraio 1942, viene affidato il compito di agire “nel campo dell’educazione e della formazione mentale degli italiani, per avviarli a una visione democratica della vita”, secondo le parole dell’ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione alleata di controllo in Italia.
Inizialmente le sedi dell’USIS sono cinque, presso l’ambasciata e i consolati americani a Roma, Milano, Firenze, Napoli e Palermo, mentre sale di lettura vengono progressivamente allestite anche a Genova, Torino, Bari e Bologna, come primo passo per la costituzione dell’USIS nei consolati di queste città.
Il Notiziario quotidiano per la stampa, prodotto a Roma sulla base di un bollettino che viene radiotelegrafato da New York e poi tradotto e distribuito gratuitamente ai giornali italiani, è l’organo principale di trasmissione delle notizie adottato dall’USIS. In Italia ne giunge un’edizione appositamente studiata per l’Europa occidentale, che riporta notizie riguardanti soprattutto la politica estera statunitense e vari approfondimenti, nonché i testi completi dei discorsi ufficiali di autorevoli personalità.
Dal 1949, l’USIS inizia a collaborare con la propaganda del Piano Marshall, gestita direttamente dall’ente che si occupa dell’erogazione degli aiuti, l’Economic Cooperation Administration (ECA). In quello stesso periodo, diventa sempre più importante anche la propaganda legata alla firma del Patto Atlantico, siglato formalmente il 4 Aprile 1949. Da quel momento in poi, i temi riguardanti la “sicurezza” e la “pace” occupano un posto di assoluto riguardo nella politica informativa dell’USIS, con una tendenza che si consolida a partire dalla nascita della NATO nel 1950.
Tutto il programma informativo dipende direttamente dall’ambasciatore e dal direttore dell’USIS, ruolo che dalla fine del 1950 è ricoperto da Lloyd A. Free, già docente all’università di Princeton e vicedirettore dell’Office of International information, con competenza su stampa, cinema e trasmissioni radiotelevisive, presso il Dipartimento di Stato.
A partire dal 1951, grazie all’aumento dei finanziamenti a disposizione, l’USIS Italia conosce una grande crescita, con 61 impiegati statunitensi e 237 italiani, per quasi la metà in servizio presso l’ambasciata di Roma e il resto distribuiti negli altri nove uffici presenti nel Paese.
Ma la scossa più grande al programma informativo e alla conduzione della politica estera americana in Italia doveva ancora arrivare, e ciò sarà per merito di una donna… Continua a leggere

Lotta Continua e la “pratica” Feltrinelli&Calabresi

Nel 40° del suo assassinio, opera di un ‘commando’ dei servizi militari di Lotta Continua, al comando del cugino-genero di Enrico Berlinguer – ossia Luigi Manconi, marito del direttore del TG più ‘stelle-strisce’ della RAI, e figlia del medesimo Ras della costa catalana di Sardegna allorché ‘ei fu’ – il Commissario Luigi Calabresi non è stato minimamente ricordato sui giornali.
Addirittura, in occasione dell’attentato al dirigente Ansaldo Finmeccanica, dieci giorni fa, nelle pagine dedicate alla nascita del terrorismo degli anni Settanta, in Italia come interfaccia del Libano, sia il Corriere, che La Repubblica, che La Stampa, fra i tanti esempi addotti anche con foto e articoli dedicati, ignoravano l’attentato a Calabresi!
Evidentemente, lo sbirro ficcanaso, nella vicenda di Piazza Fontana; in quelle, ugualmente oscurissime al profano, della ‘nascita delle Brigate Rosse a stelle–strisce’; come in quelle dell’assassinio dell’editore anti-imperialista Giangiacomo Feltrinelli, due mesi prima del suo (15 Marzo-17 Maggio 1972) è tuttora un convitato di pietra troppo ingombrante per poter fare i conti col medesimo da parte degli stessi terroristi-assassini che oggi, in Italia e in Europa, per investitura del SuperStato Federale d’Oltremare, governano totalitariamente la comunicazione mediatica ufficiale, di tutti i tele&giornali, privati e di Stato.
Invece è tutto molto semplice. Continua a leggere

Gratta la “Primavera araba”

Stavolta ci sarebbero le prove. Documenti ufficiali, raccolti nel libro “Rivoluzioni S.p.A.” del giornalista Alfredo Macchi (in uscita mercoledì [28 Marzo - ndr] per Alpine Studio Editore e in anteprima su Dagospia), dimostrerebbero per la prima volta come, dietro alle rivolte che hanno caratterizzato la cosiddetta “Primavera Araba”, ci sia lo zampino degli Stati Uniti, interessati a rovesciare i regimi ostili al libero mercato per imporre la propria influenza economica e mantenere il controllo su una zona ricca di risorse energetiche.
Un ruolo fondamentale sarebbe stato giocato dall’Alliance of Youth Movements, organizzazione creata nel 2008, circa due anni prima della vera e propria esplosione della Primavera Araba, dal Dipartimento di Stato di Washington e sponsorizzata dalle maggiori aziende americane.
A quella che da lì a pochi mesi sarebbe diventata la “Movements.org”, partecipano diversi gruppi di giovani attivisti provenienti da tutto il mondo (fra gli altri: Colombia, ex Birmania, Venezuela), compresi quelli del “Movimento 6 Aprile”, protagonista della rivolta in Egitto. Movements.org, che si prefigge di “aiutare gli attivisti per ottenere un più rilevante impatto sulla scena mondiale”, tramite il suo sito internet offre suggerimenti su come aggirare la censura informatica dei regimi, organizza incontri con esperti di software e corsi per usare al meglio i social network. Apparentemente, tutto questo in nome della democrazia e della libertà di pensiero.
Nella pratica, gli americani hanno capito quale potente strumento possa essere la comunicazione 2.0, e quindi in primis i social network come Twitter, Facebook e YouTube. Strumenti in grado di mobilitare i giovani e, se necessario, di rovesciare un regime. Proprio quello che serviva agli Stati Uniti nel caso della Tunisia, dell’Egitto, della Libia, dello Yemen, della Siria. Come scrive Macchi, sulla base delle analisi dei centri di ricerca strategica della Casa Bianca, “sacrificare vecchi amici come Ben Alì, Mubarak, Saleh e tradizionali nemici, come Gheddafi e Assad, in nome del libero mercato, è una scelta obbligata per Washington.
Un cambio di rotta, per gli Stati Uniti, nei confronti dei loro tradizionali alleati, non privo di rischi, ma che doveva essere affrontato prima che lo facessero frange estremiste più ostili”.
Nelle rivolte nei vari paesi, diversi attivisti dell’opposizione sarebbero stati addestrati negli Stati Uniti e in una scuola di Belgrado in particolare alla disobbedienza civile e alle tattiche di azione non violenta, molto simili alle tecniche di guerriglia non armata studiate dalla CIA.
Nei giorni delle proteste vennero diffusi, da Anonymous e da altre ignote fonti, alcuni manuali che spiegavano nel dettaglio ai manifestanti come organizzarsi, cosa indossare, cosa scrivere sui muri, quali bandiere portare. Parallelamente alcuni sceicchi arabi hanno finanziato movimenti e loro uomini tra gli insorti. Nei più difficili scenari sarebbero stati inviati sul posto alcuni esperti combattenti per affiancare i ribelli. Macchi racconta di personaggi che hanno combattuto con i ribelli in Libia ricomparsi dopo alcuni mesi in Siria.
Gli Stati Uniti starebbero in pratica sostenendo i moti di rivolta in alcuni paesi del Medio Oriente per evitare che l’area d’influenza cada nelle mani sbagliate. Una partita tra le grandi Potenze per le risorse strategiche che si gioca sulla testa della popolazione civile che, oppressa, combatte per la propria libertà, mentre in gioco c’è soprattutto la competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina.
Americani che, pur di raggiungere il loro scopo, si stanno esponendo al rischio di appoggiare movimenti come quello dei Fratelli Musulmani, che hanno comunque importanti (e ingombranti) radici integraliste e che non hanno mai nascosto la loro aspirazione al “trionfo dell’egemonia islamica nel mondo”. Lo stesso rischio che si assunsero nell’armare Osama Bin Laden.

Fonte: dagospia.com

Le infamanti bugie di Guido Olimpio

A seguire proponiamo un breve stralcio dell’intervista che Silvia Cattori ha realizzato con l’avvocato Luca Bauccio, difensore di Youssef Nada e Ali Ghaleb Himmat, due banchieri di Lugano residenti a Campione d’Italia che il giornalista Guido Olimpio, in un articolo pubblicato da Il Corriere della Sera il 20 Ottobre 1997, descriveva quali finanziatori del terrorismo.
Al termine di un lungo contenzioso giudiziario, la Corte d’Appello di Milano ha condannato Guido Olimpio a risarcire i signori Nada e Himmat, vittime delle sue falsificazioni, con 120.000 euro.
L’intervista merita di essere letta integralmente per capire quale sia il ruolo del tutto ambiguo svolto da certune note firme del giornalismo italiano, non da ieri peraltro.

Silvia Cattori: I signori Youssef Nada e Ali Ghaleb Himmat, la cui vita è stata devastata e distrutta dalle infamanti bugie di Guido Olimpio, grazie alla sua coraggiosa difesa, hanno ottenuto in dicembre 2011 – dopo 14 anni di sofferenze e una lunga procedura giudiziaria – la condanna di Guido Olimpio. Per quale motivo la Corte d’Appello civile di Milano, condanna ora Guido Olimpio nei confronti dei signori Youssef Nada e Ali Ghaleb Himmat dopo che era già stato condannato in penale nel 2005?

Luca Bauccio: L’ultima condanna è della Corte d’Appello di Milano, Sezione civile. Il procedimento è nato come un procedimento penale. E anche la Corte d’Appello penale di Milano aveva condannato nel 2005 Guido Olimpio. Poi il procedimento è andato in Cassazione; poi è tornato alla Sezione civile, anche perché il reato intanto si era prescritto. È una sentenza di alcune settimane fa [26 dicembre]. Il motivo della condanna consiste in questo: la Corte d’Appello di Milano ha verificato che tutte le affermazioni di Guido Olimpio rivolte contro l’ingegner Nada e il signor Himmat erano false. Guido Olimpio in tutti questi anni, e in ben quattro gradi di giudizio, non è mai riuscito a dare prova della verità di uno solo dei fatti che aveva indicato. E dire che nel suo articolo si leggevano circostanze molto precise. Si affermava che nei conti della banca Al Taqwa erano transitati 40 milioni di dollari. Si diceva che la banca era coinvolta e che Hamas avesse un conto aperto con la banca. Si diceva che la banca era comunque coinvolta in un finanziamento, in un rapporto finanziario con Hamas, con l’estremismo islamico. Quindi con la galassia dell’estremismo e delle organizzazioni estremistiche di matrice islamiche presenti nel Medio Oriente. Le analisi, fatte dai procuratori di Lugano e anche di Milano, hanno dimostrato che in realtà non c’era nessuna di queste operazioni e che nessuna di queste circostanze si è mai verificata.
Guido Olimpio nel processo – questo è un fatto molto importante e in qualche modo lo giudico scandaloso – si è difeso producendo dei rapporti dei servizi segreti. Già questo è un fatto inquietante che un giornalista pretenda di dimostrare la verità delle proprie notizie con dei rapporti dei servizi segreti. Un giornalista non dovrebbe avere rapporti di quel tipo; e comunque dovrebbe trattare con molta cura e molta attenzione notizie riservate che sono fatte per un uso interno ai servizi. E non per diventare notizie da dare in pasto all’opinione pubblica mondiale.
In più, nel nostro caso, – lo aveva accertato già il Tribunale nel 2003 e oggi la Corte d’Appello lo ha ribadito – Guido Olimpio ha falsamente affermato che quei dossier dei servizi segreti avevano una data anteriore al suo articolo: “Io ho letto questi dossier e quindi ho pubblicato la notizia”. Ma noi abbiamo scoperto nel processo, e lo abbiamo dimostrato, che due dei tre dossier, quelli decisivi, erano successivi all’articolo. Quindi, come ha ritenuto anche la Corte penale d’Appello di Milano, è probabile invece che i servizi segreti abbiano copiato o preso spunto dall’articolo di Guido Olimpio e non il contrario.
Si è aperto così uno scenario davvero inquietante, dove il giornalismo diventa una fonte per alimentare dicerie, per alimentare calunnie, per alimentare sospetti, che poi diventano capi d’accusa, diventano notizie diffuse in tutto il mondo. E la Corte d’Appello di Milano ha severamente condannato questo falso di Guido Olimpio fatto durante il processo. E ha anche accertato come grande parte delle disavventure dei miei clienti siano scaturite proprio da quell’articolo. Noi abbiamo provato come il procedimento di congelamento dei beni abbia avuto come genesi, come origine, anche la pubblicazione di quell’articolo.
Questo dovrebbe far riflettere moltissimo sul ruolo della stampa. Anche sulla superficialità che talvolta le grandi organizzazioni internazionali hanno fidandosi di semplici notizie. Dovrebbe far riflettere anche i giornalisti sull’obbligo di verificare le fonti e di diffondere notizie in buona fede, con onestà e lealtà, pensando sempre che dall’altra parte ci sono esseri umani, le loro opere, la loro vita privata e pubblica, la loro dignità.
Ci sono voluti oltre dieci anni per avere una giustizia degna di questo nome. Siamo soddisfatti anche se i signori Himmat e Nada hanno pagato, come diceva lei, un prezzo altissimo.”

L’intervista continua qui.

Liberissima stampa

In un’intervista rilasciata a Radio Canada lo scorso 31 Ottobre, il Tenente-Generale Charles Bouchard, comandante di Unified Protector, ha rivelato che presso il quartier generale della NATO a Napoli era stata istituita un’unità di analisi con lo scopo di studiare cosa stesse avvenendo sul terreno, ovverosia capire i movimenti sia dell’Esercito libico che dei “ribelli”.
L’unità è stata sostenuta dall’azione di diverse rete informative create appositamente. Fra esse vanno annoverati i media che si trovavano in loco e che hanno fornito una grande quantità di informazioni, riguardanti le intenzioni delle forze terrestri e la loro localizzazione.
Questa è la prima volta che un alto funzionario della NATO ammette che i giornalisti stranieri hanno rappresentato una fonte dell’Alleanza Atlantica. Poco prima della caduta di Tripoli, Thierry Meyssan aveva provocato scandalo affermando che la maggior parte dei giornalisti occidentali ospitati presso l’Hotel Rixos erano agenti della NATO. In particolare, egli aveva indicato gli inviati di AP, BBC, CNN e Fox News.

Fonte: voltairenet

C’era una volta l’USIA

Verso la fine degli anni Novanta scriveva John Kleeves, nel suo Divi di Stato. Il controllo politico su Hollywood, Edizioni Settimo Sigillo (pp. 100-104):

“Alla fine ci si rese conto che occorreva una entità centrale che presiedesse alla propaganda americana all’estero. Si trattava di controllare l’informazione che nasceva negli Stati Uniti, così uniformata ma “spontanea” e quindi con dei difetti, e di integrarla con altra appositamente prodotta. Quindi occorreva convogliare il tutto all’estero nei dovuti ed efficaci modi. All’estero bisognava coordinare tale informazione con quella prodotta, controllata e diffusa dalla CIA, la Central Intelligence Agency, che era stata istituita nel 1947 sull’impianto dell’OSS (Office of Strategic Services, il servizio segreto militare del periodo di guerra, mai smantellato). La CIA si occupava essenzialmente di spionaggio politico e di sovversioni, di neo-colonizzazioni, ed un suo normale strumento operativo era la propalazione di notizie false, sia sul “nemico” che sugli Stati Uniti, oltre che naturalmente su tante altre cose. Tale propaganda della CIA andava anche controllata, supportata e resa il più possibile omogenea con quella che proveniva dagli Stati Uniti. In poche parole occorreva una entità responsabile dell’immagine estera degli Stati Uniti, cui facessero capo tutte le attività controllabili dal governo americano che contribuivano a formarla. Niente di più logico: gli Stati Uniti, in fondo non sono una nazione, ma giusto una azienda privata di dimensioni abnormi e con un proprio esercito, e le occorreva un Ufficio Pubbliche Relazioni centralizzato.
II 1° agosto 1953, durante la presidenza di Ike Eisenhower, veniva così istituita la United States Information Agency, USIA. Il suo compito era:
“Influenzare le attitudini e le opinioni del pubblico estero in modo da favorire le politiche degli Stati Uniti d’America… e di descrivere l’America e gli obiettivi e le politiche americane ai popoli di altre nazioni in modo da generare comprensione, rispetto e, per quanto possibile, identificazione con le proprie legittime aspirazioni… e dimostrare e documentare di fronte al mondo i disegni di coloro che minacciano la nostra sicurezza e cercano di distruggere la libertà”.
(…)
Era una Agenzia simile alla CIA, pubblica nell’esistenza ma segreta nell’operatività. Dipendeva ovviamente dal Dipartimento di Stato, e cioè dal Ministero degli Esteri.
Venne rapidamente ad avere dimensioni gigantesche. Svolgeva le sue mansioni controllando le fonti dell’informazione interna; favorendo l’esportazione della più adatta; presiedendo agli scambi culturali fra gli Stati Uniti e gli altri Paesi, comprendendo con la dizione anche i settori dello spettacolo e dello sport; fungendo da consulente per la CIA all’estero; cercando di influenzare il maggior numero possibile di media esteri, nei vari Paesi. Per quest’ultimo scopo verso la metà degli anni Sessanta (quando si aprì una fortuita finestra sulle sue attività) gestiva quasi 250 centrali operative segrete all’estero, in più di 100 Paesi. Qui si pubblicavano dietro altre ragioni sociali svariate centinaia di periodici, fra grandi e piccoli, di ogni settore, dalla politica allo spettacolo allo sport ai fumetti; la tiratura totale annua era di 29 milioni di copie. Influenzava per mille vie e leveraggi un numero multiplo di insospettabili media esteri, fra Case cinematografiche e discografiche, reti televisive e radio, quotidiani e settimanali a diffusioni nazionali e locali. Influenzava la maggioranza delle agenzie di stampa internazionali, sicuramente quelle del “mondo libero”, tipo l’inglese Reuter, la francese France Press, l’italiana ANSA e così via. Gestiva poi in prima persona alcuni strumenti mediatici di grande potenza, fra cui spiccava la rete radiofonica mondiale Voice of America (VOA), che alla metà dei Sessanta diffondeva 790 ore di programmi alla settimana in moltissimi Paesi, e in qualche decina di lingue.
L’attività dell’USIA rientrava nello Smith-Mundt Act e quindi le sue creazioni non potevano essere diffuse negli Stati Uniti, comprese le trasmissioni della VOA. Anzi, stando sempre al suo statuto, l’USIA non potrebbe eseguire nessun tipo di attività nel territorio statunitense.
(…)
Occorre citare almeno l’attività di promozione all’estero di prodotti culturali americani adatti; eseguita in concerto con le Multinazionali interessate. Rientravano nell’ambito libri di qualunque genere, anche romanzi o gialli; dischi di musica leggera; film e cartoni animati. Veniva incoraggiata la traduzione di opere, resa allettante in più modi la loro stampa a grande tiratura; ad autori americani venivano fatti vincere premi all’estero. Cantanti americani erano indotti a compiere tournee all’estero anche se non abbastanza remunerative per loro. Non era difficile che tali tournee fossero organizzate in periodi elettorali, o di particolare tensione politica per i Paesi ospiti. Venivano premiati in mille modi gli organizzatori di spettacoli ed i presentatori dei vari Paesi che inserivano molto materiale americano e che lo trattavano con ammirazione. Le star di Hollywood venivano inviate a partecipare a trasmissioni televisive o a manifestazioni. Shirley Temple compì numerosissime visite all’estero, sin da quando era la bambina prodigio chiamata “riccioli d’oro”: serviva ad offrire un’immagine di grazia ed innocenza agli USA e fu mandata specialmente in Paesi africani. L’Italia fu sin da subito un Paese principe per tali attività dell’USIA. Gli italiani – un popolo con forti limiti intellettuali – si entusiasmavano per divi e dive di Hollywood, e per le rock star americane, e mai sospettarono di essere manipolati. Almeno un paio dei notissimi presentatori o presentatori-imitatori italiani traevano molti vantaggi dai loro contatti con l’USIA.
Accanto alla promozione dei propri prodotti c’era lo sbarramento da effettuare sulla concorrenza, che era sia commerciale che culturale, cioè nociva sia per le Multinazionali statunitensi (case cinematografiche, discografiche ed editoriali) che per l’USIA. Così nei vari Paesi esteri, dove si poteva, si ostacolava la diffusione di filmografie, musiche ed opere stampate non di origine statunitense. Questa azione fu molto più efficace di quanto non si riesca a sospettare: la diffusione nel mondo di certe filmografie, musicalità e letterature è molto inferiore a quanto meriterebbero e ciò è dovuto proprio all’azione combinata delle Multinazionali statunitensi e dell’USIA. Basti pensare alla musica sudamericana, alla filmografia italiana, alla letteratura francese.
(..)
L’USIA è ancora in attività. Attualmente la sede centrale è al 301 IV South West Street di Washington e il suo direttore si chiama Joseph Duffey, che risponde direttamente alla signora Madeleine Albright. La sua consistenza attuale non è nota ma varie indicazioni portano a dimensioni molto superiori a quelle degli anni Sessanta, che si possono fissare nell’attualità ad un budget sui 3 miliardi di dollari e ad un personale sulle 30.000 unità; le centrali estere sono attualmente quasi 300, distribuite in circa 120 Paesi (dopo il 1993 l’USIA ha dovuto sobbarcarsi l’onere della propaganda in molti Paesi “nuovi”, dell’Europa Orientale ed ex URSS).
(…)
Gli scopi statutari dell’USIA sono ancora esattamente quelli fissati dal Congresso nel 1953. Essi prevedevano di descrivere bene gli Stati Uniti e male i loro nemici, senza chiamarli per nome. Il crollo del Muro di Berlino del 1989 non ha cambiato tali scopi. Ha annullato la Guerra Fredda, eliminando la figura dell’URSS-Impero del Male. Però, a parte la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno sempre bisogno di un Nemico Planetario, di qualcuno da combattere ogni dove e che fornisca la scusa di sovvertire il mondo, in particolare sempre il Terzo Mondo. Proprio in questi anni si sta studiando chi possa essere il Nemico Planetario del futuro. Si stanno esaminando il Terrorismo Internazionale ed il Traffico Internazionale di Droga (si, quello gestito in ultima analisi proprio dal governo americano), ma pare che non sia ancora stata scelta una via da seguire con decisione. La Cina andrebbe bene, ma non ha le caratteristiche di pericolosità mondiale che potevano essere attribuite all’URSS. Rimane certamente inalterata per l’USIA la funzione di descrivere gli Stati Uniti come Impero del Bene, il che è ciò che più interessa nel presente lavoro.
A scanso di equivoci è bene dire che anche oggigiorno le attività dell’USIA ricadono nello Smith-Mundt Act del 1948. Si può narrare in merito il seguente episodio. Nel 1985 un radioamatore dello Stato di Washington, tale Edwin A. Smith, captò una trasmissione della VOA intitolata “Africa in Print”. Sorpreso dal contenuto, che gli pareva inverosimile, una menzogna completa, chiese un trascritto della trasmissione, come in effetti aveva proposto a tutti gli interessati l’annunciatore alla fine della trasmissione. Il trascritto gli fu negato. Smith aveva in mente il Freedom of Information Act, una legge del Congresso che stabilisce il diritto di ogni cittadino americano ad ottenere qualunque documento del governo che non sia definito classified o top secret, e fece ricorso, Ebbene, un tribunale federale gli diede torto: il materiale propagandato dall’USIA all’estero può essere ottenuto solo da membri del Congresso, e dietro richiesta da valutare di volta in volta; per gli altri cittadini americani è anche reato tentare di captare le trasmissioni radio della VOA.”

Abbiamo rintracciato in rete The United States Information Agency: A Commemoration, volume autocelebrativo pubblicato all’indomani della sua integrazione con il Dipartimento di Stato, in virtù del Foreign Affairs Restructuring and Reform Act del 1998, che presenta una ricca fenomenologia dell’ingerenza diplomatica statunitense in ogni angolo del globo, attraverso i racconti e gli aneddoti dei funzionari USIA.
Qui, invece, si trova una guida generale sull’Agenzia, elaborata solo pochi mesi prima, con il dettaglio delle attività svolte.

[Se il video non risulta visibile, potete vederlo qui]

Più forte che mai?

Roma, 21 sett. – Il direttore di al Jazeera, Wadah Khanfar, è stato rimosso dal suo incarico perché avrebbe imposto un basso profilo ai reportage dei suoi giornalisti dietro pressioni americane. Un cablogramma di Wikileaks, pubblicato il mese scorso, ha rivelato che nel 2005 il direttore avrebbe dato il suo assenso all’intelligence USA a mantenere toni bassi, non mostrando immagini ritenute “scomode” come quelle delle truppe USA sotto il fuoco degli insorti. Il successore di Khanfar, riferisce oggi il Times, sarà lo sceicco Ahmed bin Jassim al Thani, membro della famiglia reale del Qatar. “Me ne vado”, ha confermato Khanfar ieri su internet. “Penso che tutti possano concordare sul fatto che al Jazeera è più forte che mai. La nostra copertura è stata eccezionale e siamo visti ovunque”.
(TMNews)

I debiti della CIA

Washington, 1 settembre – Una causa civile in una piccola corte dello Stato di New York ha fatto emergere nuovi dettagli sui voli segreti CIA su cui venivano trasferiti i presunti terroristi catturati in giro nel mondo. E dal processo emerge che erano usati piccoli aerei privati e che il loro affitto sta causando una controversia commerciale tra intermediari.
Si tratta del famoso e controverso programma di ‘rendition’ attuato dall’amministrazione Bush nell’ambito della cosiddetta guerra al terrore, avviata dopo l’11 settembre. Dalle 1500 pagine del processo, scrive il Washington Post, emerge che i servizi segreti americani per queste operazioni riservate utilizzavano piccoli aerei di compagnie private, come un Gulfstream IV che nell’agosto del 2003 decollo’ da Washington con sei passeggeri, alla volta di Bangkok. Fece tappa di rifornimento in Alaska e a Osaka in Giappone. Quindi, prima di far ritorno 4 giorni dopo, atterro’ in Afghanistan, Sri Lanka, Emirati e in Irlanda. Quel volo servi’ a trasportare un sospetto terrorista catturato in Thailandia e poi trasferito nelle prigioni segrete della CIA dove passo’ i successivi tre anni. Quell’operazione, come emerge da questo processo, costo’ ai contribuenti americani 339.228 dollari.
Sempre nel mese di agosto 2003, la CIA pago’ voli simii in altre localita’ come Bucarest, Baku, in Azerbaijan; Cairo; Gibuti; Islamabad, Pakistan e Libia. I viaggi erano organizzati con la collaborazione di Sportsflight, una ditta gestita da un solo titolare di Long Island, che ancora non ha visto un centesimo. In altri casi simili il governo si e’ difeso dietro il segreto di Stato. Ma questo, nella Columbia County e’ arrivato a processo. Gia’ nel 2009 il titolare di questa compagnia aveva ottenuto dal giudice il diritto di essere risarcito di un milione di dollari. Ora pero’ nessuno ha onorato gli impegni, ed e’ tornato alla carica, nella speranza di ricevere il dovuto compenso di quelle spedizioni segrete.
(ANSA)

È un duello maleodorante

È Obama il vero nemico di Murdoch.
Solo mettendo a tacere la tv statunitense Fox può sperare di vincere le prossime elezioni.
Intercettazioni-pretesto per una battaglia transatlantica

di Piero Laporta per ItaliaOggi

Sean Hoare, il reporter di News of the World che svelò le intercettazioni illegali del tabloid di Rupert Murdoch, è morto in circostanze sospette.
Hoare accusò Andy Coulson, ex direttore di News of the World, di avere ordinato le intercettazioni. In una vicenda densa di singolarità, è rilevante che Coulson sia divenuto direttore della comunicazione del primo ministro britannico David Cameron.
Sean Hoare è morto alla vigilia dell’audizione in parlamento di David Cameron, di Rupert Murdoch, del figlio James e di Rebekah Brooks, ex amministratore delegato di News International, arrestata e rilasciata su cauzione.
Secondo Scotland Yard, Hoare è morto per l’alcol e le droghe di cui faceva largo uso. Sir Paul Stephenson numero uno di Scotland Yard era già stato costretto alle dimissioni. Subito dopo è toccato al suo vice, John Yates, a causa dell’assunzione di Neil Wallis, vice di Andy Coulson, «uomo immagine» della Met Police.
Murdoch ha chiuso News of the World dopo 168 anni, facendo cadere accordi miliardari.
Fra morti sospette, arresti e dimissioni, il caravanserraglio della stampa internazionale fa passare lo scandalo come intreccio di piccoli interessi, assunzioni compiacenti, vacanze prepagate e cenoni sontuosi, un bunga bunga dell’information system.
È così? In queste ore, come si conviene in una guerra, quando il nemico è sufficientemente ammorbidito dalle artiglierie, partono all’attacco le fanterie dal cuore dello schieramento nemico.
Il New York Times è all’offensiva contro Murdoch.
NYT è il più accanito sostenitore di Hussein Barach Obama, presidente degli Stati Uniti, a sua volta bersaglio preferito di Fox, l’emittente televisiva di Murdoch.
Risponde il Wall Street Journal, quotidiano di Murdoch, ricordando a NYT di avere difeso Julian Assange. gola profonda di Wikileaks.
In effetti è singolare che un giornale obamiano come NYT difenda Assange, apparentemente imbarazzante per la Casa Bianca, a meno che, come osservò ItaliaOggi dal primo istante, Assange e il Dipartimento di Stato non siano sulla stessa sponda.
È un duello maleodorante a colpi di ricatti incrociati. Qual è l’obiettivo strategico?
Il riposizionamento dell’informazione internazionale, quella che conta, è indispensabile perché regga la ricandidatura di Obama alle prossime presidenziali. L’addomesticamento del repubblicano Murdoch, cioé di Fox, la tv più accanita contro Obama, è parte del pacchetto delle nuove relazioni fra Washington e Londra.
Solo gli ingenui, e i maggiori giornali italiani si direbbero tali, possono supporre che l’establishment inglese, rigorosamente alimentato per cooptazione dall’alto, consentì a propria insaputa le intercettazioni del gruppo Murdoch, grazie alla dabbenaggine d’un paio di funzionari di Scotland Yard.
Intercettazioni di quello spessore e di quel volume esigono la compartecipazione di soggetti istituzionali, non solo Scotland Yard, senza i quali e contro i quali (è la stessa cosa) è impossibile operare con satelliti, parabole, server e e-mail infettanti (le stesse guarda caso intervenute nel caso Bisignani).
Una centrale londinese di ricatti internazionali è palese almeno dai tempi del «suicidio» (diagnosticato da Scotland Yard) di Roberto Calvi o del gran ricevimento sul Britannia della crema della classe dirigente italiana, il 2 giugno 1992, festa della Repubblica, una settimana dopo Capaci; puro stile inglese: allusione, ironia e ferocia. Fra i convitati italiani forse solo Gabriele Cagliari si sottrasse alle blandizie inglesi. Fu trovato morto, suicida ovviamente, nella cella di san Vittore. Più fortunato Sean Hoare, morto nella sua casa a Watford a nord di Londra, sotto l’occhio vigile di Scotland Yard.

Walter Amatobene, l’incursore della pace

Dopo Alessandro Gandolfi, la Gazzetta di Parma ci presenta un altro “apripista”.
Questa volta “del libero scambio”, in terra d’Afghanistan.
Un gentile presente dei Paesi occidentali che però le popolazioni locali sembrano restie ad apprezzare, a giudicare dal benvenuto che gli hanno riservato e dall’abitudine di indossare elmetto e giubbotto antiproiettile mentre i suoi camion sono scortati dai Lince.
Forse hanno capito che a motivare gli incursori come Amatobene non è il raggiungimento della pace ma gli “interessi del mondo” e le “commesse per anni”.

L’attacco finale in Afghanistan non lo sferreranno i carri armati o gli elicotteri, ma i camion, i treni carichi di container. Un dilagante viavai nel nome dell’import-export sulla Via della Seta. Ogni contratto un tassello in più nel Risiko della convivenza. Nell’esercito chiamato a vincere la pace a Kabul e dintorni, Walter Amatobene è una sorta di incursore. Romano di nascita, parmigiano per scelta (qui vive da 35 anni, girando in largo e in lungo), ex direttore alla Gondrand e fondatore della Mondial Express, della quale ora è amministratore, è un apripista del libero scambio in Afghanistan. Prima o poi, qualcuno andrà anche laggiù, dicono gli analisti. Lui lo fa già, Marco Polo del terzo millennio.
«Ho spedito il primo camion nel marzo del 2009: ora siamo arrivati a 120. Spedizioni di sanitari, prefabbricati, condizionatori, gruppi elettrogeni: tutta roba che resterà alla popolazione o alla polizia afgana, dopo il ritiro dei nostri». Questione di coerenza, per chi lavorava con il Libano nel 1983 e con la Somalia nel 1994. «C’era la Folgore in entrambi i casi» sorride lui, che il militare l’ha fatto da basco amaranto e ora si occupa del sito congedatifolgore.com. «In Mozambico, invece, c’erano gli alpini paracadutisti». Già, il Mozambico. E Haiti, novità degli ultimi mesi. Altro che le nostre giungle d’asfalto. C’è sempre un luogo fuori rotta da raggiungere con un carico: dove la giungla magari è anche vera e l’asfalto un lusso. O un deserto seminato a ordigni.
«Purtroppo abbiamo ancora i nostri morti. Una schiacciata minoranza di talebani riesce a colpire. Ma sono sempre più gli attentati sventati grazie ai civili. Gli italiani sono benvoluti e rispettati, perché a loro volta rispettano». A staccare i detonatori è anche l’aumento del reddito della gente. «C’è sempre più ricchezza e questo ha creato voglia di stabilità. La logistica sarà l’ultimo impulso che permetterà di stabilizzare il benessere in questo splendido e terribile Far West ricco di litio, oro, rame e marmo. Ancora a lungo ci sarà chi sparerà agli sceriffi, ma qui stanno confluendo gli interessi del mondo. Nella sola zona occidentale, da costruire ci sono 1.500 chilometri di strade, 1.000 di ferrovie, gli aeroporti di Herat e Farah: commesse per anni».
In Afghanistan, Amatobene è stato quattro volte. L’ultima pochi giorni fa. «Avevo dieci camion da consegnare a Herat. E volevo vedere a che punto è la ferrovia tra Hairatan, ai confini con l’Uzbekistan, e Mazar-e-Sharif». I destini dell’antica Via della Seta si decidono sui 129 preziosissimi chilometri di una «via di ferro» finanziata dalla Banca dello Sviluppo asiatico. «Grazie a essa, oltre che all’aumento degli scambi – assicura l’imprenditore – riusciremo ad abbassare i costi delle spedizioni. Un trasporto da Parma a Farah (nella zona occidentale, a 120 chilometri dall’Iran) oggi costa oltre 11mila euro ad autotreno. Per merce normale si abbatteranno i costi del 20-30 per cento. Per i carichi fuori sagoma anche del 50». Riducendo anche rischi, tempi e lungaggini burocratiche. Perché ora le merci civili per l’Afghanistan vanno via mare e su gomma attraverso Pakistan e Iran.
«Ho visto scaricare e caricare 15 camion in un giorno dagli afgani: grandi lavoratori, orgogliosi e dignitosi. Lì vedi persone scalze con il cellulare in mano, case di fango con la parabola sul tetto. E’ una civiltà che ha un approccio con la vita diverso dal nostro falsato dal troppo che abbiamo. Sembrerà un paradosso, ma è un popolo pacifico». Lo dice con un sorriso, Amatobene, ricordando il «benvenuto» ricevuto al primo viaggio a Herat. Il tempo di sbarcare dall’aereo, e un razzo esplose sulla pista. «Ma si è in un tale bagno di confusione, in mezzo a tanta gente armata, che si ha la predisposizione a non spaventarsi troppo».
Predisposizione innata per l’amministratore della Mondial Express, che nell’ultima spedizione ha ottenuto di salire sul primo dei dieci Lince assegnati alla scorta dei suoi 15 camion. «In fondo non avrei visto nulla». Poi, nei tratti più a rischio mine è sceso a far due passi con i guastatori («Sul blindato si cuoceva»). Otto ore di strada per 120 chilometri. Amatobene fa quasi prima quando, scarpette ai piedi e lampada frontale, va a Deiva Marina dopo aver lasciato l’auto a Lagdei (se non altro il parcheggio è certo). «Imbocco il primo sentiero tra i monti alle 22, scollino; a Zum Zeri vedo l’alba sul mare, a mezzogiorno sono in acqua». Almeno il ritorno è in treno. «Trasportare» se stesso in quota, di corsa, è la vecchia passione dell’imprenditore della logistica. Sette sono state le sue Cro Magnon, le ultra-trail di 104 chilometri con 5.400 metri di dislivello positivo e 6.400 di negativo. Nei giorni scorsi, il suo campo d’allenamento era la base di Herat: all’alba, prima che s’arroventassero terra e aria. Prima di essere appesantito da elmetto e giubbotto antiproiettile. La tenuta da spedizioniere di oltre frontiera, da incursore della pace.

DSK e la “cameriera”

Scriveva Attilio Folliero:

“L’attuale dirigenza del FMI è cosciente della grave crisi attuale e per bocca del suo massimo rappresentante, Dominique Strauss-Kahn, il segretario generale, lo scorso febbraio arriva a dichiarare non solo che è necessario abbandonare il dollaro, ma occorre anche agire con urgenza perchè i conflitti all’interno del sistema finanziario mondiale potrebbero trascinare nel caos il mondo intero.
Affermare ciò ed iniziare a mettere in pratica il superamento del dollaro significa – come visto – minare l’esistenza stessa degli USA. Ovviamente gli USA non potevano accettare ed era facile prevedere la reazione; nell’articolo citato avevamo ipotizzato un futuro poco roseo per l’attuale segretario del FMI. Cosi è stato!
(…)
Inoltre, appena Dominique Strauss-Kahn è arrestato, il segretario USA Timothy F. Geithner, sale a dichiarare che deve abbandonare l’incarico di segretario; non aspetta neppure il tempo necessario per verificare se si fosse trattato di un errore!
Dominique Strauss-Kahn era uno degli uomini più potenti del mondo. Era in pratica lui a decidere del destino di milioni di esseri umani; letteralmente decideva del futuro, della vita e della morte di milioni di esseri umani. Come massimo esponente del partito socialista francese, sembrava anche l’uomo più accreditato a succedere a Sarkozy nella carica di Presidente. All’improvviso, durante il suo soggiorno a New York, in un hotel da 3.000 dollari a notte la sua vita cambia completamente, accusato di violenza sessuale. Dominique Strauss-Kahn è ovviamente un uomo finito.
Come è possibile che si stato capace di cadere così ingenuamente? Probabilmente, essere il segretario del FMI, lo ha portato a sentirsi poco meno che un dio in terra. Si sarà sentito cosi potente da potersi schierare contro la potenza USA, in grave crisi, ma viva e disposta a venderé cara la pelle fino alla fine. Un errore gravissimo aver dato per spacciato il suo padrone.”

E oggi, pochi giorni dopo che anche il Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, ha dato il via libera alla successione, con la nomina di Christine Lagarde…

New York, 1 luglio – Clamorosa svolta nella vicenda dell’ex capo dell’FMI Dominique Strauss-Kahn. A quanto rivela oggi il New York Times, vi sono forti dubbi sulla credibilita’ della cameriera che lo ha accusato di aggressione sessuale e la Corte Suprema di Manhattan potrebbe decidere oggi di metter fine agli arresti domiciliari imposti all’economista francese.
Secondo due poliziotti coinvolti nell’indagine, citati dal quotidiano, la cameriera del Sofitel ha mentito nella sua richiesta di asilo e ha contatti con persone coinvolte in traffico di droga e riciclaggio di denaro sporco. All’indomani dell’accusa di stupro del 14 maggio, la donna ha infatti avuto una conversazione telefonica con un uomo arrestato per possesso di oltre 180 chili di marijuana, nella quale si e’ parlato dei possibili benefici che le sarebbero potuti derivare da questo caso. L’uomo e’ fra le persone che negli ultimi due anni hanno effettuato diversi versamenti in contanti sul conto della cameriera, per un totale di 100mila dollari. I depositi sono stati effettuati in Arizona, Georgia, New York e Pennsylvania.
La cameriera e’ inoltre intestataria di cinque contratti telefonici con altrettante compagnie per i quali paga centinaia di dollari al mese. Ma alla polizia continua a dire di avere un solo telefono e che i versamenti le sono stati fatti dal fidanzato e suoi amici. Infine la cameriera, immigrata dalla Guinea nel 2002, ha raccontato agli inquirenti che nella richiesta di asilo negli Stati Uniti vi era il racconto di uno stupro, che invece non vi appare. Anche il suo racconto su presunte mutilazioni genitali non coincide con quanto appare sulla richiesta di asilo.
(Adnkronos)

Advertising America

Advertising America. The United States Information Service in Italy (1945-1956), di Simona Tobia, nato da una tesi di laurea in storia contemporanea e pubblicato dalle edizioni LED di Milano, ripercorre – purtroppo solo in inglese – l’attività del Servizio Informazioni degli Stati Uniti (USIS) in Italia, nell’immediato dopoguerra.
Grazie a un’attenta analisi delle fonti archivistiche, il libro offre importanti informazioni sulla presenza della Voce dell’America (VoA) nel nostro Paese, il cui ascolto fu massiccio grazie alla ripresa di numerosi programmi da parte delle stazioni RAI dal 1945 al 1953. Sono inoltre proposti ampi stralci di come la vita americana dell’epoca era comunicata al popolo italiano.
Qui alcuni estratti dello studio.

Amina MacMaster

Washington, 13 giugno – Amina Araff, la falsa blogger lesbica siriana che ha preso in giro il mondo grazie al web, denunciando di essere vittima della repressione del regime di Assad, è in realtà un uomo di 40 anni statunitense della Georgia di nome Tom MacMaster. E’ quanto rivela il sito del Washington Post.
(AGI)

Un centro delle operazioni che lavori in parallelo

Mai descrizione fu più appropriata…
Lo “sceicco del Terrore”: sempre utile alla causa, anche da morto.

Roma, 19 maggio – Al Qaida ha diffuso un messaggio audio postumo di Osama bin Laden. Lo ha reso noto il Site, l’organismo americano di sorveglianza dei siti jihadisti.
Nel messaggio, di 12 minuti, Bin Laden elogia le rivoluzioni in corso nel mondo arabo. Nella registrazione, che risalirebbe a una settimana prima della morte, l’ex numero 1 di Al Qaida, invita i seguaci ”a organizzare un ‘centro delle operazioni’ che lavori in parallelo per salvare i popoli che stanno lottando per abbattere i loro tiranni”.
(ANSA)

Stanno lavorando per noi

Ma hanno ancora bisogno di un poco di tempo…

Washington, 4 maggio – Il direttore della CIA, Leon Panetta, ha annunciato che le foto del cadavere di Osama Bin Laden alla fine saranno rese pubbliche. Panetta, che ha detto di aver “ovviamente visto” le immagini, ha aggiunto che l’amministrazione Obama è consapevole che deve “rivelare al resto del mondo” la prova della morte di Bin Laden. “Non penso che ci sia alcun dubbio che una foto sarà resa pubblica”, ha detto in un’intervista alla NBC Nightly News.
(AGI)

L’Anello contro Aldo Moro

Giovanni Maria Pedroni, classe 1927, partigiano a Trieste, illustre chirurgo conosciuto in tutto il mondo è la prima persona a parlare pubblicamente dell’esistenza dell’Anello, una struttura segreta la cui esistenza è stata confermata anche da Licio Gelli. Su questa struttura, di cui si sta interessando anche il Copasir, è uscita da poco tempo una dettagliata inchiesta di Stefania Limiti, edita da Chiarelettere che Pedroni così commenta: “Tutto esatto. L’Anello avrebbe potuto liberare molto facilmente Aldo Moro, fece fuggire Herbert Kappler, l’uomo delle Fosse Ardeatine per superiori esigenze di Stato, intervenne direttamente nella vicenda Cirillo”. Pedroni – intervistato da Paolo Cucchiarelli dell’Ansa, giornalista investigativo di primo piano, denuncia la “grande ipocrisia politica” che pesa ancora su tutta la vicenda visto che il servizio segreto clandestino passato alla storia come L’Anello inizia la sua vita nell’immediato dopoguerra e attraversa tutta la storia dell’Italia Repubblicana: “C’è una sacco di gente che sa di queste cose; soprattutto a livello politico. L’Anello era una struttura operativa che era riconosciuta ufficialmente dal governo. Il Viminale sapeva tutto. Tanti politici sapevano. Con una struttura segreta si potevano ottenere certi risultati senza che nessuno si scottasse le mani: questo era il compito dell’Anello”.
Pedroni racconta che questo speciale servizio segreto era stato fondato da un israeliano, Otimsky, “una persona anziana che mandava avanti operativamente le cose ma era politicamente nelle mani di Giulio Andreotti”. A Pedroni sta a cuore soprattutto il capitolo Moro. “Noi – scandisce – potevamo liberarlo, tranquillamente, senza problemi. La politica ci ha sbarrato la strada affinché non intervenissimo. C’era un ordine superiore di non intervenire, e potevamo farlo”. Aggiunge Pedroni con un’espressione non proprio felice: “Moro d’altra parte se l’è proprio cercata. Un dato è certo: alle cancellerie internazionali Moro non piaceva per nulla; Kissinger non lo poteva vedere. Aveva espressioni durissime per Moro che dava fastidio in Italia ma anche all’estero. Si scelse di non intervenire, lasciando le cose al loro destino. Lasciando che Moro venisse ucciso. Chi fa fuori Moro? Le BR? Mah… Non lo so… Si è deciso di lasciare morire Moro: le ragioni e il perché riguardano però la politica. Tutti i servizi italiani e stranieri si mossero per cercare di utilizzare tutto ciò che era utile a risolvere la questione. Alla fine non fu così. Moro pensava di essere vicino ad una soluzione positiva per sé. Sapeva però benissimo chi erano gli oppositori alle sua linea in Italia e all’estero. E’ una storiaccia… Moro fu lasciato morire. Questo lo sanno tutti. E nessuno parla”.

[Fonte: misteriditalia; grassetto nostro]