Una Repubblica fondata sulla strage

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In una delle uscite conclusive della sua campagna elettorale Petro Poroshenko ha visitato Odessa, un luogo simbolo della tragedia ucraina. Nel corso di questa visita ha espresso alcune opinioni che hanno sollevato scalpore, giustificando con la ragion di stato l’omicidio di massa perpetrato il 2 maggio scorso nella Casa dei Sindacati. “Odessa è diventata una città molto filo-Ucraina!” ha detto Poroshenko aggiungendo che “i media russi la chiamano oramai città banderista. Secondo me Odessa non potrebbe ricevere complimento migliore!” [dal nome del leader irredentista ucraino Bandera, il cui esercito galiziano si schierò a fianco alle armate hitleriane nella seconda guerra mondiale compiendo eccidi contro la popolazione ebraica e polacca, recentemente nominato eroe nazionale]. Parlando dell’eccidio del 2 maggio Poroshenko ha detto che Odessa “ha pagato un prezzo molto alto, e tuttavia proprio ora possiamo vedere cosa succede se non si fermano i separatisti” .
Si allunga, quindi, la lista dei politici di primo piano che rivendica a merito la strage della Casa dei Sindacati in cui sarebbero rimaste uccise 48 persone secondo i dati ufficiali, contestati però da fonti indipendenti che denunciano la scomparsa di oltre 200 attivisti. Aveva fatto scalpore, nei mesi scorsi, una dichiarazione dei titolare del Ministero degli Affari Interni Arsen Avakov, il quale aveva dichiarato, con riferimento alla gestione della crisi a Donetsk: “Avrei dovuto fare esplodere quell’edificio insieme ai terroristi che lo occupavano. Sarebbe stata una pagina sanguinosa e triste, ci sarebbero stati 50 morti, e l’edificio sarebbe stato distrutto. Ma il Donbass e migliaia dei suoi abitanti si sarebbero salvati”. Due personaggi di primo piano legano il massacro al tandem Arsenij Yatzenyk – Oleksander Turchinov (rispettivamente capo del governo e Presidente ad Interim post Majdan e vincitori delle ultime elezioni) : Andrj Parubin, al tempo segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale dell’Ucraina, ripreso mentre organizzava le squadre banderiste nell’ imminenza della strage e Sergey Pashinskj, Capo Esecutivo dell’Amministrazione Presidenziale, presente sul luogo con pieni poteri operativi. E proprio Turchinov insediò alla carica di Governatore di Dnepropetrovsk Igor Kolomoiskj, oligarca fornitore di parte della “manovalanza” impegnata nella strage, secondo quanto rivelato dalla pubblicazione di una intercettazione telefonica fra Oleg Nogisky, Presidente dell’Unione dei Fornitori Ucraini e Jan Epstein, Console Israeliano.
Il fatto che Poroshenko abbia espresso una opinione così pesante sulla strage assume oggi una chiara connotazione politica. Nel momento in cui Yatzenyk e Turchinov, emanazione diretta di Washington e probabili mandanti del massacro conseguono una vittoria elettorale del tutto inattesa, che costringe il cosiddetto Presidente alla formazione di un governo di coalizione, Poroshenko gli fornisce la garanzia politica della propria lealtà cointestandosi una azione criminale che espone seriamente i protagonisti ad una rappresaglia politica e giudiziaria in caso di crisi del regime. I morti di Odessa sono quindi diventati la base ideologica del nuovo “arco costituzionale” di Kiev. Chi vuole il potere a Kiev sa che deve imbrattarsi del loro sangue e spezzare il pane con i loro carnefici.

(Fonte)

Battaglia per il Donbass

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Di libri sulla crisi in Ucraina ed ancor più sulla guerra nel Donbass ce ne sono pochi, per non dire nessuno. “Battaglia per il Donbass” colma questa lacuna offrendo al lettore un’interpretazione dettagliata e puntuale dei fatti ucraini, scevra da tutti i condizionamenti e i preconcetti ideologici del mondo politico e mediatico occidentali. E’ un libro che può soddisfare la curiosità di quel lettore a cui la versione raccontata dalla stampa e dalla saggistica ufficiale non risulti esaustiva o convincente, ma che soprattutto può arricchire di nuovi punti di vista quanti, sui fatti di Kiev, hanno fin da subito adottato un approccio tipicamente filo-occidentale. Questo perché dotarsi di fonti e di chiavi di lettura nuove ed alternative rispetto a quelle consuete costituisce sempre e comunque un importante arricchimento critico, culturale e politico.
“Battaglia per il Donbass”, infatti, è un libro che racconta fatti e situazioni reali senza ferire o umiliare chi la pensi diversamente. Semplicemente conduce il lettore mano per mano in una visita attraverso gli scenari ucraini sconvolgendo tuttavia credenze e posizioni scontate e consolidate. Ciò non deve comunque far pensare che “Battaglia per il Donbass” sia un libro riservato solo a pochi esperti o addetti ai lavori: al contrario, pur non lasciando insoddisfatto il lettore più smaliziato, con la sua vastità di nozioni e la semplicità del suo stile esso saprà coinvolgere e gratificare anche quello meno esperto e preparato.
La lettura di questo libro, per quanto corposo, è agevole e per la vastità e la profondità dei temi trattati non lascerà di certo indifferente il lettore a cui saprà certamente offrire una visione ed un’interpretazione dei fatti tanto realistica quanto anticonvenzionale.

Battaglia per il Donbass,
di Massimiliano Greco, Filippo Bovo e Alessandro Lattanzio
Anteo Edizioni, 2014, pp. 268, € 20

L’infatuazione per l’ucrainizzazione

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Correva l’anno 1927…

“Attualmente noi assistiamo a una notevole diversificazione regionale della cultura russa. In Ucraina, in particolare, domina l’aspirazione a un totale separatismo culturale. Ciò può essere spiegato, in ampia misura, con la politica sovietica, la quale dà prova d’indulgenza verso il separatismo culturale, al fine di meglio disarmare il separatismo politico. Bisogna anche tener conto del fatto che alla maggior parte degli intellettuali ucraini più qualificati è stato impedito di svolgere un ruolo decisivo nel lavoro culturale; bisogna poi tener conto dell’afflusso di elementi dell’intelligencija provenienti dalla Galizia, la coscienza nazionale dei quali è stata completamente pervertita da secoli di contatto col cattolicesimo e dall’asservimento ai Polacchi e, infine, dell’atmosfera di lotta nazionale (o più esattamente linguistica) separatista e provinciale che ha sempre caratterizzato il vecchio Impero austro-ungarico . Per quanto concerne la popolazione ucraina, certi gruppi simpatizzano meno con le forme concrete dell’ucrainizzazione che non con la sua propensione a separarsi da Mosca, la Mosca comunista. Il separatismo culturale si nutre anche dei sentimenti anticomunisti (“piccolo borghesi” secondo la terminologia sovietica) di cerrti ambienti ucraini. Questi sentimenti non hanno legami intrinseci e logici col separatismo culturale; al contrario: sotto il vecchio regime essi avevano costituito un sostegno per il centralismo. Inoltre, l’attività creativa al livello superiore della cultura, dove l’unità russa può e deve manifestarsi nella maniera più netta, è ostacolata e artificiosamente compressa dall’egemonia politica del comunismo, il quale proibisce a chiunque non sia comunista di creare dei beni culturali, ma è esso stesso incapace di creare dei valori superiori che possano rispondere ad esigenze spirituali anche poco sviluppate.
Ma la spiegazione principale di questa infatuazione per l’ucrainizzazione è naturalmente costituita dal fascino della novità e dal fatto che gli ucrainomani, a lungo oppressi e costretti a vivere in clandestinità, hanno adesso piena libertà d’azione. Comunque sia, in questo dominio si notano attualmente delle cose mostruose. L’ucrainizzazione sta diventando un fine di per sé e dà luogo a un dispendio inutile di forze vive della nazione. È chiaro che in avvenire la vita farà le sue correzioni, purificando il movimento ucraino di quell’elemento caricaturale che è stato apportato dai maniaci fanatici del separatismo culturale. Molte cose, che sono state e sono ancora create da questi nazionalisti zelanti, sono destinate alla morte e all’oblio. Ma l’opportunità di creare una cultura ucraina particolare, distinta dalla cultura grande russa, non può più essere negata. Una coscienza nazionale correttamente sviluppata mostrerà ai futuri creatori di questa cultura i suoi limiti naturali, nonché la sua vera essenza e il suo vero compito: diventare un’individuazione particolare – ucraina – della cultura panrussa. Solo in quel momento il lavoro culturale in Ucraina acquisirà un carattere che consentirà ai migliori elementi del popolo russo di parteciparvi con una totale conoscenza di causa.
Ciò avverrà quando alla base della vita nazionale in Ucraina (come nelle altre regioni della Russia-Eurasia) la compiacenza verso gli istinti egoistici e l’affermazione nuda e cruda della natura biologica dell’uomo saranno state soppresse e rimpiazzate dal primato della cultura, nonché dalla conoscenza di sé, sia sul piano personale sia su quello nazionale. L’eurasiatismo chiama tutti i Russi (non solo i Grandi Russi, ma anche i Bielorussi e gli Ucraini) a lottare per questi ideali.”

Da Il problema ucraino, di Nikolaj Trubeckoj, tratto da “Evrazijskij vremennik”, n. 5, 1927, pp. 165-184.
Il principe Nikolaj Trubeckoj, nato nel 1890 a Mosca, è ampiamente conosciuto come il fondatore della fonologia e considerato, insieme con Roman Jacobson, uno dei padri della svolta linguistica e “dello strutturalismo”. Egli morì nel 1938 a Vienna, dove aveva tenuto la cattedra universitaria di lingue slave, poco dopo essere stato rimosso dal proprio incarico dai nuovi governanti nazionalsocialisti.
I contributi di Trubeckoj sono rilevanti per la comprensione del rapporto generale che intercorre fra nazionalismo e universalismo e rivestono un certo interesse per via delle sue vedute notevolmente originali sulla storia russa, vedute scientificamente fondate – naturalmente prima di tutto sulla filologia comparativa – ma anche esposte con uno stile coinvolgente.

La Novorussia è prima di tutto un ideale

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“E poi sì, abbiamo ottenuto dei successi; abbiamo respinto il nemico e loro si sono ritirati. Ma ogni volta sono ritornati più numerosi e meglio armati. Ecco un chiaro esempio di questa tipica situazione operativa. Una volta loro hanno stabilito un posto di blocco a Staraya Krasnyanka, fra Kremennoye e Rybezhnoye. Noi lo abbiamo distrutto dieci volte. Un giorno lo distruggevamo, il giorno dopo era già ricostruito con una nuova guarnigione. Gli Ukri portavano via i corpi con dei camion Kamaz e detto fatto portavano un nuovo contingente, nuovi uomini che diventavano corpi il giorno dopo.
Si ha l’impressione che questi uomini non avessero idea di quel che succedeva. I nuovi arrivati ignoravano quello che era successo alla guarnigione precedente. Erano del tutto ignari del loro futuro. Mi chiedo spesso che cosa si aspettassero questi quando arrivavano, ma è un mistero. Erano circondati da chiari segni di una recente lotta: i trasporti, il posto di blocco, tutto era sporco del cremesi del sangue rappreso. Queste nuove forze erano uomini senza colpa: obbligati al servizio, e minacciati con il carcere; i disertori finiscono in prigione per sette anni. Uno non può rinunciare a vivere per sette anni. Partono, sperando di sopravvivere.”

“Oggi l’obiettivo principale è preservare al massimo la vita delle nostre truppe. Perché questi uomini, inquadrati nelle varie unità, sono i custodi della Volontà Popolare. Perché questi uomini saranno le basi, le colonne, di tutto ciò per cui combattiamo, ed è proprio per questo che li prendono di mira: loro possono creare un Governo, una Amministrazione Popolare, una forza di sostegno. Loro sono assolutamente essenziali per il nostro futuro e questo è il motivo per cui io desidero sopra ogni cosa proteggere le loro vite.”

“Come posso descrivere questa idea? Coscienza. Questo è quello che un uomo deve avere: una coscienza. Onore e dignità, virtù, rettitudine. Tutto il resto sono chiacchiere. La cosa principale è avere una coscienza, preferibilmente senza macchia. La guerra mette continuamente alla prova la coscienza, la sottopone a tentazione. E’ un continuo giudizio di coscienza e di virtù. La guerra è una cartina tornasole. Ogni persona si mostra chiaramente per quel che è, sia un fantaccino o un generale.
Alcuni traumi alla società sono necessari, ma la guerra è male.”

“Oggi la cosa più importante è resistere per vincere, per dimostrare che non siamo un gregge, che non siamo una massa biologica (come dice la Timoshenko) ma persone, individui. Siamo il Popolo. Siamo pronti a costituire un governo che tenga fede alle sue promesse.”

“Quando la Guerra è iniziata non esisteva qualcosa chiamato Novorussia. Questo concetto è sorto nel corso delle battaglie ed ora cresce, e cresce ancora, e si riempie di significato. Ora la Novorussia non è solo un territorio, è prima di tutto un ideale. Libertà e Coscienza. Questo è e sarà la nuova Russia“.

Da Intervista al comandante “Most”, alias Alexey Borisovich Mozgovoj, esponente di spicco della Resistenza novorussa ai golpisti euro-atlantici di Kiev, a capo della Brigata Prizraki (“Fantasmi”) dell’esercito della Repubblica Popolare di Lugansk, estremo lembo orientale dell’Ucraina.

Kosovo e Ucraina: analogie e differenze

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Neil Clark per rt.com

Ci sono stati almeno due Paesi in Europa nella storia recente che hanno intrapreso operazioni militari “anti-terrorismo” contro “separatisti”, ma hanno ottenuto due reazioni molto diverse dalle élite occidentali.
Il governo del Paese europeo A lancia quella che definisce una operazione militare ‘anti-terrorismo’ contro ‘separatisti’ in una parte del Paese. Noi vediamo immagini sulla televisione occidentale di abitazioni che vengono bombardate e un sacco di persone in fuga. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e le altre potenze della NATO condannano ferocemente le azioni del governo del Paese A e lo accusano di perpetrare ‘genocidio’ e ‘pulizia etnica’ e dicono che vi è una urgente ‘crisi umanitaria’. Politici occidentali e giornalisti dell’establishment ci raccontano che ‘bisogna fare qualcosa’. E qualcosa è fatto: la NATO lancia un intervento militare ‘umanitario’ per fermare il governo del Paese A. Il Paese A è bombardato per 78 giorni e notti. Il leader del Paese (che è etichettato come ‘il nuovo Hitler’) è accusato di crimini di guerra – e viene poi arrestato e inviato con un aereo della RAF per essere processato per crimini di guerra a L’Aia, dove muore, non-condannato, nella sua cella carceraria.
Il governo del Paese europeo B lancia quella che definisce una operazione militare ‘anti-terrorismo’ contro ‘separatisti’ in una parte del Paese. La televisione occidentale non mostra immagini, o almeno non molte, di abitazioni che vengono bombardate e persone in fuga, anche se altre emittenti televisive lo fanno. Ma qui gli Stati Uniti, Regno Unito e le altre potenze della NATO non condannano il governo, o lo accusano di aver commesso ‘genocidio’ o ‘pulizia etnica’. Politici occidentali e giornalisti dell’establishment non ci dicono che ‘bisogna fare qualcosa’ per impedire che il governo del Paese B uccida la gente. Al contrario, gli stessi poteri che hanno sostenuto l’azione contro il Paese A, sostengono l’offensiva militare del governo nel Paese B. Il leader del Paese B non è accusato di crimini di guerra, né è etichettato come ‘il nuovo Hitler’, nonostante il sostegno che il suo governo ha da gruppi nazionalisti estremi, della destra radicale, ma in realtà, riceve generose quantità di aiuti.
Chiunque difenda le politiche del governo nel Paese A, o in alcun modo contesti la narrazione dominante in Occidente viene etichettato come “negatore del genocidio” o un “apologeta dell’omicidio di massa.” Ma un tale obbrobrio non aspetta coloro che difendono l’offensiva militare del governo nel Paese B. Sono coloro che si oppongono alle sue politiche che vengono infangati.
Ciò che rende i doppi standard ancora peggiori, è che da qualsiasi valutazione oggettiva, il comportamento del governo nel Paese B è stato di gran lunga peggiore di quello del Paese A e che più sofferenza umana è stata causata dalle sue azioni aggressive.
Nel caso in cui non abbiate ancora indovinato – il Paese A è la Jugoslavia, il Paese B è l’Ucraina. Continua a leggere

L’Ucraina è una pedina

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“Nel ‘Serpente di Dio’ racconto l’esperienza caucasica, terra di un conflitto moderno che è una sorta di modello di tutti i conflitti moderni, sponsorizzati dalle forze capitalistiche. Basta spostare luoghi e protagonisti e ci si trova in Ucraina, con gli USA che sponsorizzano apertamente falangi di finti ribelli, che sostengono il colpo di Stato e ospitano consiglieri americani. L’Ucraina è una pedina della partita tra capitalismo e l’ultimo grande Stato sociale. La Russia oggi è un Paese che rispetta i valori tradizionali dello Stato sociale: Stato, famiglia, religione. Il capitalismo ha avuto tutto il tempo di esprimersi, dal dopoguerra alla crisi odierna. Si sono sgretolati tutti i diritti fondamentali, istruzione, salute, assistenza. In Ucraina l’economia è crollata e si è sfruttata l’insoddisfazione popolare, per aprire la strada a neonazisti, faccendieri e spie americane. L’Europa deve decidere da che parte stare. Perché tutto il brutto che accade lì investirà tutti i Paesi europei, anche l’Italia”.

Da Caucaso di lotta e avventura, recensione al nuovo romanzo di Nicolai Lilin “Il serpente di Dio”, apparsa sulla Gazzetta di Parma di venerdì 8 Agosto, p. 39.