La semplice differenza tra un Paese occupato e un Paese sovrano

In Italia, con l’avvicinarsi della fatidica data del 25 Aprile, giunge al suo apice la retorica sulla liberazione da parte degli alleati anglo-americani che li celebra quali indiscussi (e indiscutibili) paladini del Bene, a prescindere dal contorno di atrocità di cui si resero autori sotto le più diverse forme, dai bombardamenti a tappeto agli stupri collettivi su cui viene calato il più opportunistico dei silenzi.
In Russia, e precisamente a Vladikavkaz, capitale della Repubblica autonoma dell’Ossezia settentrionale-Alania, è stato or ora inaugurato un museo dedicato alle vittime che gli Stati Uniti e la NATO hanno disseminato in giro per il mondo…

(Buona Pasqua!)

Il Don Giovanni delle politiche internazionali dell’Occidente

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Hadani Ditmars per rt.com

Dopo aver partecipato a Vancouver alla serata di apertura dell’opera “Don Giovanni” nella fine settimana, ho realizzato come ci fosse qualcosa di vagamente familiare con quel protagonista libertino.
L’impertinente psicopatico che fa conquiste a migliaia e che rimane indifferente al dolore e alle sofferenze che ha causato, non mi ha ricordato solo il mio ex fidanzato.
No, c’era qualcosa in più nella sua orgogliosa tracotanza, nel suo appetito irrefrenabile, qualcosa che richiamava il dramma che sta avvenendo al di fuori del teatro, in Medio Oriente, in America Latina e nell’Europa dell’Est.
E poi mi è balenato in mente: la tecnica predatoria di seduzione e abbandono di Don Giovanni non è niente di meno che il modus operandi della politica estera degli USA.
Come i politici abbandonati –da Noriega allo Scià di Persia a Saddam Hussein – possono testimoniare, l’unica cosa peggiore di essere un nemico degli USA è esserne un ex alleato.
E ancora, la cosa divertente è che, proprio come con il seducente Don, le persone cominciano a cedere per le solite vecchie frasi: “Penso tu sia davvero speciale, e ti voglio liberare. Naturalmente non sono solo interessato ai tuoi giacimenti petroliferi. Il tuo popolo merita uno Stato autonomo.” E non dimentichiamo il classico “Sono qui per portarti libertà e democrazia, tesoro.”
Perché così tante persone – dal Libero Esercito Siriano ai “ribelli” ucraini – sono felici di cantare “Là ci darem la mano” con il loro bel pretendente diretti verso il suo scintillante palazzo, nonostante i colpevoli precedenti?
Mentre le conquiste di Don Giovanni, come Leporello dice alla sua amante, lasciata con disprezzo, Donna Elvira nel famoso “Madamina, il catalogo è questo” include “640 in Italia, 231 in Germania, 100 in Francia, 91 in Turchia, ma in Spagna, 1003″ lui continua imperterrito, facendo preda donne di ogni forma, taglia e nazionalità.
Ad oggi, come il professore Zoltan Grossman nota, nel suo “Storia degli interventi militari degli USA dal 1890”, da Wounded Knee al Cile, all’Iraq, dall’Afghanistan alla Libia, gli USA hanno un mucchio di spiegazioni da dare.
Sicuramente infransero un sacco di cuori a Budapest nel 1956, a Praga nel 1968 e nell’Iraq del Sud tanto per nominarne qualcuno. E ancora, proprio come il risoluto incosciente Don Giovanni, gli USA, apparentemente in amnesia, continuano a vendere se stessi come i romantici salvatori dei Paesi non amati del mondo.
Da Segretario di Stato, John Kerry ha recentemente detto dell’invasione russa dell’Ucraina, “Non ci si comporta nel XXI secolo alla stregua di come si faceva nel XIX secolo, occupando un altro Paese sulla base di pretesti completamente inventati”.
So di non essere l’unica ad essersi ricordata dell’Iraq mentre guardava il Don Giovanni. Lo so perché l’anno scorso la Pittsburgh Irish & Classical Theatre ha prodotto una versione del “Don Giovanni torna dalla guerra” come “Don Giovanni torna dall’Iraq”.
L’opera originale del 1939, scritta da Odon von Horvath e adattata dallo sceneggiatore britannico Duncan Macmillan evoca la Berlino del primo dopoguerra, mentre l’adattamento Pittsburgh Irish & Classical Theatre è la storia di una fantasiosa rivincita femminile che rimugina sul tormentone “amale e lasciale” di un donnaiolo. Come un critico l’ha descritto, “alternativamente egli prova a reclamare la sua reputazione e come grande seduttore e sforzandosi di essere una brava persona, riuscendo a fallire in entrambe le cose. La città che era il teatro delle sue conquiste adesso è piena di donne sedotte e abbandonate che hanno perso i loro mariti, padri, figli e che vedono adesso il loro momento di lanciarsi.”
Se dovessi mettere in scena una produzione del Don Giovanni oggi, mi divertirei molto con il casting. Sicuramente vedo bene Julian Assange o Edward Snowden – se fosse loro mai permesso di viaggiare nuovamente – nel ruolo di Donna Elvira che –guidata dalla voglia di vendetta- prova ad avvisare dei tradimenti e degli inganni del Don Giovanni le prossime vittime che nulla sospettano.
Leporello, lo sfortunato servo di Don Giovanni – potrebbe essere interpretato dallo straordinario mercenario Erik Prince.
Potrei vedere Kerry nel ruolo principale, che canta la sua canzone di seduzione persuadendo che sia tutto amore, chiunque è fedele solo ad esso è crudele verso tutti gli altri.
Potrei rinominare il Commendatore come “Generale Blowback” e vestirlo o come Saddam Hussein o come un comandante talebano.
Mentre la versione di Vancouver ha principalmente celebrato la violenta fine del Don, forse la versione del 2011 della Scala è stata più realistica. La prima scena vedeva il bel protagonista aprire il sipario per svelare uno specchio gigante che rifletteva le facce del pubblico- tra cui l’allora Primo Ministro Mario Monti, appena salito al potere dopo gli scandali di Berlusconi.
Nella scena finale, mentre le parti offese stanno parlando con giudizio della morte del Don, questi appare dietro di loro perfettamente acconciato e vestito in maniera immacolata, fumando una sigaretta con calma, ridendo compiaciuto.
Nel mondo reale sembra che non ci sia mancanza di entusiasti amanti pronti a saltare nel letto insieme alla seducente visione della Pax Americana – che sopravvive nonostante la sua scioccante infedeltà.
Così “Là ci darem la mano” cari, Don Giovanni è vivo e vegeto e pronto a liberarvi presto.

[Traduzione di M. Janigro]

L’inevitabile tracollo euro-atlantico è in arrivo?

krym“Il tentativo degli occidentali (statunitensi ed europei) di isolare la Russia determinerà un boomerang, ossia alla fine a rimetterci saranno europei e statunitensi.
I media ufficiali dell’occidente stanno buttando fumo nell’occhio alla propria opinione pubblica parlando dell’aereo malese scomparso e di una Unione Europea che cerca fonti energetiche alternative al gas russo, ovviamente inesistenti! Quale paese potrebbe mai fornire il gas che potrebbe venire a mancare dalla Russia?
Obama che alza la voce, tuonando sanzioni contro la Russia, in realtà da un lato sta cercando di impedire una più stretta alleanza tra Cina e Russia e quindi pensa ad isolare internazionalmente i due paesi. L’incontro del G7 ha proprio la finalità di tentare di isolare la Russia e l’incontro trilaterale di Obama con Sud Corea e Giappone è per accerchiare la Cina. Infine l’incontro con i rappresentanti dei paesi arabi (Emirati Arabi e Arabia Saudita) è per tentare di frenare l’alleanza di questi con la Cina e dissuadere l’abbandono del dollaro.
La missione di Obama, però appare ardua. Sul fronte europeo, anche se tutti sono fedeli alleati degli USA, alla fine la Germania farà prevalere i propri interessi, che necessariamente passano per una “amicizia” con Russia e finiranno per riconoscere la situazione creatasi, ossia finiranno per riconoscere la riunificazione della Crimea con Russia. Non è un caso che proprio oggi, alla vigilia del vertice del G7, Der Spiegel pubblica un sondaggio di opinione in cui la maggioranza dei tedeschi accetta la riunificazione di Crimea con Russia.
Quindi per Obama tutto sarà vano per la semplice ragione che alla fine prevarranno gli interessi personali. Ne’ Europa, ne’ USA potranno impedire l’alleanza tra Cina e Russia; inoltre l’Arabia sa bene che la Cina rappresenta il futuro ed un socio commerciale sempre più importante per cui volente o nolente dovrà accettare l’abbandono del dollaro negli scambi col gigante cinese.
Gli USA, malgrado il loro immenso potere militare, con la crescente perdita del potere economico e l’impossibilità di continuare a trovare paesi disponibili a finanziare il proprio debito pubblico perderanno sempre più importanza a livello mondiale ed in Medio Oriente.
In definitiva il tracollo del valore del dollaro è vicino.  In questi ultimi anni, la Cina ha avvertito spesso gli USA di cambiare politica economica, ma gli USA hanno fatto finta di non sentire. Fino ad ora la Cina, il principale creditore degli USA, aveva cercato di tenere su il valore del dollaro proprio perché avendo una enorme quantità di dollari, un suo forte deprezzamento avrebbe significato forti perdite anche per lei. Adesso però ha decisamente cambiato politica: ha cominciato a vendere i titoli del debito pubblico USA (vedasi “La crisi irreversibile degli Stati Uniti”), ha utilizzato le montagne di dollari in suo possesso per investimenti in America Latina ed Africa, sta fortificando le relazioni con la Russia e si sta avvicinando sempre più all’Arabia Saudita, principale riserva di petrolio del Golfo e seconda riserva mondiale dopo il Venezuela.
Con la caduta del valore del dollaro, ci sarà l’inevitabile tracollo economico degli USA e in definitiva anche il tracollo degli europei, la cui unione (Unione Europea) comincia a traballare. La crisi economica in atto non solo potrebbe accelerare la disgregazione dell’Unione Europea e la fine dell’Euro, ma potrebbe accelerare anche la disgregazione di molti singoli Stati.”

Da Verso la fine del predominio del dollaro e la morte dell’occidente, di Attilio Folliero.

La disinformazione strategica come propaganda di guerra

disinfocompleto.inddDisinformazione strategica e psy-ops. La manipolazione mediatica dell‘opinione pubblica è funzionale alla costruzione di nuovi equilibri geopolitici a livello planetario. I casi di Cina, Romania, Cecoslovacchia, Iraq e Jugoslavia. La disinformazione strategica come strumento politico per la costruzione mediatica del nemico e della “guerra umanitaria”. Alle origini dell’aggressione militare della NATO contro la Libia. La disinformazione strategica come strumento politico per la costruzione mediatica del nemico e della “guerra umanitaria”. Il caso della destabilizzazione della Siria.

La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media.
Vo­lu­me 2: La disinformazione strategica come propaganda di guerra. Analisi geopolitica degli scenari euroasiatico e mediorientale
di Paolo Borgognone
Zambon, 2013, € 12

Strategia del disinformare, intervista rilasciata dall’autore alla “Gazzetta d’Asti” del 10 Gennaio 2014, è qui.

[La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media.
Vo­lu­me 1: La dis­in­for­ma­zio­ne strategica.​ Caratteri pe­cu­li­a­ri del feno­me­no e ana­li­si del caso la­ti­no­ame­ri­ca­no]

Febbraio 2014: la sovversione atlantica non conosce soste

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Che cos’hanno in comune Venezuela, Ucraina e Siria?
Apparentemente nulla, se non di essere degli Stati abitati da esseri umani.
Oltretutto, si trovano lontanissimi l’uno dall’altro, in contesti geografici e culturali molto diversi tra loro. Dunque, potremmo già finirla qui.
Ed invece no. Venezuela, Ucraina e Siria condividono in questi giorni un destino comune: quello di essere nel mirino della sovversione atlantica.
Ma c’è dell’altro. La concomitanza di questi tentativi di sovversione manu militari i governi locali ha lo straordinario pregio di poter aprire gli occhi, in extremis, anche agli ultimi ciechi che non ce la fanno a vedere come stanno le cose (mentre chi “non vuol vedere” è irrecuperabile).
Dall’America Latina all’Eurasia, al Vicino e Medio Oriente arabo islamico è tutto un susseguirsi, a ritmi vorticosi e sempre più aggressivi, di situazioni analoghe, orchestrate secondo una sequenza ormai consolidata.
Si comincia con le richieste di “pacifici manifestanti”, guidati da istruttori delle ONG preventivamente operanti sul territorio, che il governo non recepisce o recepisce in parte, tanto sono pretestuose ed irricevibili. Poi, abbastanza presto, tra i suddetti ci scappa il morto (con modalità mai troppo chiare), subitamente elevato a “martire” dai “media globali”. A quel punto, i “pacifici manifestanti” estraggono le pistole e le mitragliatrici, e se necessario anche le bombe, dimostrando di essere ben altro (paramilitari già addestrati).
Scatta la battaglia con le forze dell’ordine. Il “mondo libero”, per bocca delle sue “democratiche istituzioni”, chiede che “cessino immediatamente le violenze”, che tradotto in linguaggio comprensibile significa: “Il governo deve arrendersi!”.
Se non lo fa, si minacciano e poi si applicano “sanzioni” (e “congelamenti” di beni: v. “sequestri”), mentre i medesimi “media globali” (e ovviamente “liberi” ed “indipendenti”) disseminano una versione a senso unico dei fatti e del contesto strategico, geopolitico e geoeconomico in cui essi si svolgono.
A quel punto il piano di sovversione è di fronte ad un bivio. Se va in porto in questa prima fase, tanto meglio: si fa prima, costa meno e la cosa è più facile da presentare come una “rivoluzione popolare”. Altrimenti scatta l’opzione militare vera e propria, come in Siria. I “pacifici manifestanti” dimostrano di sapersela cavare anche contro l’esercito!
Una volta raggiunto l’obiettivo, ovvero il rovesciamento del locale governo inviso all’America e alla grande finanza (ed in particolare l’eliminazione fisica del “tiranno”), il primo passo è già segnato fin dall’inizio della storia: un “prestito” per risollevare la locale economia in cattive acque, oltretutto già messa in ginocchio da “sanzioni” e attacchi speculativi sulla valuta nazionale mirati a svalutarla. Un “prestito” che regolarmente viene stipulato col pupazzo rinnegato del suo popolo e la sua cricca insediati subito dopo la “rivoluzione”.
Ecco qua un esempio lampante di ciò: “Gran Bretagna e Germania sostengono il nuovo governo e chiederanno al Fondo Monetario Internazionale di concedere aiuti finanziari”. (Ansa.it, 22 febbraio 2014)
Non hanno nemmeno finito la loro “rivoluzione” che già il cappio dell’usura (e delle “riforme strutturali”) si stringe attorno al collo degli ucraini!
Più la solita rassegna di “rivelazioni” scandalistico-moralistiche (la villa del “dittatore pazzo”, il lusso di cui si circondava ecc.): a quando dei servizi speciali sulle regge dei grandi nomi della finanza, dell’economia e dell’editoria “italiane” ed “europee”?
Quando gli stessi manovratori sono impegnati contemporaneamente, con medesime modalità e finalità, da un capo all’altro del pianeta, e per giunta non ne fanno mistero, significa che i giochi sono molto chiari.
A meno che non si voglia credere che il motore di tutto ciò sia – come riferiscono i media stessi – un “vento di libertà” che stranamente soffia sempre in una direzione e mai in un’altra…
Enrico Galoppini

Fonte

La FED è finita? Cento anni di manipolazioni del dollaro americano

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Di Adrian Salbuchi per rt.com

Lunedì 23 Dicembre [2013 - ndt] segna il centesimo anniversario della creazione del Federal Reserve System – la banca centrale degli Stati Uniti d’America.
I media mainstream tengono un atteggiamento prudente a riguardo di questo traguardo chiave.
Senza dubbio, essi sanno solo troppo bene che a milioni sempre più lavoratori dentro e fuori gli USA stanno comprendendo che un secolo di gestione monopolistica della banca centrale nelle mani di un ristretto gruppo privato di banksters usurai è abbastanza. Più che abbastanza!

“Era la notte prima di Natale…
… quando in tutta la casa, non si sentiva alcuna creatura, neanche un topo”. Queste parole scritte dal poeta americano del diciannovesimo secolo, Clement Clarke Moore, descrivono adeguatamente la scena di un centinaio di anni fa quando il Federal Reserve Act fu con discrezione emanato dal Congresso statunitense: davvero, difficilmente un topo poteva farsi sentire sia alla Camera che al Senato… Ma i grandi ratti erano certamente là per votare la loro legge!
1913: Woodrow Wilson era Presidente degli Stati Uniti ; la Prima Guerra Mondiale otto mesi di là da venire; e tre anni prima un incontro molto riservato si era tenuto presso la residenza privata del mega-banchiere John Pierpont Morgan sull’isola di Jekyll, al largo della Georgia.
Bloomberg News lo ha descritto in un articolo del 15 Febbraio 2012 come “un incontro segreto che lanciò la Federal Reserve Bank. Nel Novembre 1910, un gruppo di pezzi grossi del governo e del mondo degli affari tratteggiò un nuovo potente sistema finanziario che è durato un secolo, attraverso due guerre mondiali, una Grande Depressione e molte recessioni”.
Questa la versione di Bloomberg. L’amara verità è forse esattamente l’opposto: nel Novembre 1910 un gruppo di esponenti di punta del governo, del mondo bancario e degli affari disegnò un nuovo potente sistema finanziario che ha determinato, promosso e imposto un secolo di conflitti e genocidi, incluse due guerre mondiali, una Grande Depressione, molte recessioni e sistematici salvataggi dei mega-banchieri utilizzando i soldi dei contribuenti.
Nel 1995, lo scrittore e ricercatore americano G. Edward Griffin pubblicò quello che è ritenuto sicuramente il più pregevole libro sulla “FED” – come è generalmente chiamata nei circoli finanziari e dai media mainstream la banca centrale statunitense – intitolato “La creatura dell’isola di Jekyll”.
Il libro di Griffin descrive come avvenne una cospirazione segretissima – scusate, non posso pensare a una definizione migliore – di banchieri, funzionari governativi e agenti stranieri, molto potenti, per pianificare la presa in possesso di economia, finanza e valuta nazionale americana, il dollaro, per poi intraprendere guerre globali di conquista.
Bloomberg proseguiva descrivendo come il senatore del Rhode Island, Nelson Aldrich, la cui figlia sposò John. D. Rockfeller Jr., “invitò uomini conosciuti e fidati, o almeno uomini influenti che egli pensava potessero lavorare insieme: Abram Piatt Andrew, assistente segretario al Tesoro; Henry P. Davidson, un socio d’affari di JP Morgan; Charles D. Norton, presidente della First National Bank di New York; Benjamin Strong, un altro amico di Morgan e capo del Bankers Trust; Frank A. Vanderlip, presidente della National City Bank; e Paul M. Warburg, cittadino tedesco, socio di Kuhn, Loeb & Co.”
Paul Warburg fu il vero artefice della FED. E’ interessante che il suo socio principale presso Kuhn, Loeb & Co., Jakob Shiff, aveva appena finanziato la guerra del Giappone contro la Russia zarista; successivamente egli ebbe a inviare per il tramite di un esule russo che viveva a Brooklyn, dal nome di Lev Davidovich Bronstein (meglio conosciuto come Leon Trotsky), 20 milioni di dollari per assicurare la vittoria della Rivoluzione Bolscevica nel 1917.

Né “Federale”, né “Riserva”, e neppure una “Banca”
Oggigiorno, è un “sistema”. Ufficialmente, il “Federal Reserve System” mantiene il pieno controllo del dollaro USA, non per servire il popolo americano ma, al contrario, gli interessi dei banchieri privati, che detengono le rispettive tipologie di titoli e partecipazioni.
In pratica, la FED è di proprietà privata per oltre il 95%, non è integrata nel governo statunitense, né sottoposta al controllo di alcun ramo di esso. In essa non c’è nulla di “Federale” in quanto sta del tutto al di fuori del sistema governativo di controlli e bilanciamenti.
Neppure fa da “Riserva” di qualcosa. Piuttosto essa stampa arbitrariamente tutto il denaro che i mega-banchieri e le élites del potere necessitano per mantenere il mondo “globalizzato” in movimento verso la direzione che auspicano e abbisognano. Ciò include cose come i “quantitative easings” per svariati trilioni di dollari per mantenere Goldman Sachs, Bank of America, CityCorp, Wachovia e JP Morgan Chase felici e “sani”; il finanziamento di operazioni clandestine e terroristiche per rovesciare i governi di Iran, Nicaragua, Argentina, Cuba, Cile, Siria, Libia, Vietnam e molti altri; intraprendere guerre decennali contro Afghanistan, Pakistan, Iraq, Africa e America Latina; sostenere risolutamente il genocidio in Palestina del “piccolo Israele” e il suo “democratico” programma nucleare forte di 400 testate; e mantenere Wall Street perennemente attaccato al respiratore.
Infine, non si tratta assolutamente di una “Banca” nel senso di una istituzione finanziaria che promuove le necessità di credito dell’economia reale a beneficio dei bisogni della vasta maggioranza della popolazione che lavora.
Piuttosto, la FED sostiene i bisogni finanziari del sistema della guerra globale, operazioni segrete, usura, trafficanti di droga, e gli speculatori globali.
La FED non rende conto a nessuno. Chiaramente essa non agisce a favore di “Noi il Popolo” degli Stati Uniti o di qualunque altro Paese. Il suo scopo è servire i circoli del potere globale, che si ritrovano a scadenze regolari per pianificare il governo del mondo tramite entità quali il Council of Foreign Relations, Trilateral Commission, Bilderberg, World Economic Forum e altre che formano parte della odierna, intricata rete planetaria del potere finanziario globale.

Direttamente dalla bocca del cavallo
In un’intervista durante il programma “News Hour” della PBS, trasmessa il 18 Settembre 2007, il giornalista statunitense Jim Lehrer ebbe il seguente botta e risposta con Alan Greenspan, già Presidente della FED per decenni (e funzionario di JP Morgan):
Jim Lehrer: “Quale è la relazione appropriata fra un presidente della FED e il Presidente degli Stati Uniti?”
Alan Greenspan: “Bene, prima di tutto, la Federal Reserve è un’agenzia indipendente, e ciò significa, fondamentalmente, che non c’è alcuna altra agenzia governativa che possa bloccare le azioni che intraprendiamo. Considerato che funziona così da tempo e che non esiste evidenza per cui l’amministrazione o il Congresso o alcun altro ci richieda di fare le cose diversamente da ciò che riteniamo la maniera appropriata, allora quale che siano tali relazioni francamente non ha importanza”.
Capito? Se sei un cittadino statunitense, dovresti rileggere quanto sopra un’altra volta o due.
dollaro_collassoIl Sistema FED è posto alla radice dello status di “superpotenza” degli Stati Uniti. Permettetemi di spiegare come la truffa FED funziona veramente dal punto di vista di uno che vive in Argentina – un Paese assai bistrattato al quale i circoli del potere globale hanno ripetutamente fatto mangiare la polvere mediante i loro agenti locali impostici attraverso la “democrazia” alimentata dal denaro.
Ogni volta che l’Argentina necessita di comprare petrolio, medicine o componenti tecnologiche, ad esempio, per un valore di 100 dollari, il popolo argentino deve lavorare per guadagnare quei 100 dollari attraverso le esportazioni e impegno genuino.
A confronto, ogni volta che il governo USA ha bisogno di acquistare 100 dollari di petrolio, medicine o qualsiasi altra cosa, tutto ciò che deve fare è dire alla FED di stampare 100 dollari ed è fatta. Mi si consenta di dire che ciò rende molto più facile essere una “superpotenza”.
Va bene, il meccanismo non è così semplice, ma questo di certo spiega schematicamente come funziona in verità l’intero sistema di potere del dollaro USA. Spiega anche perché le oligarchie non tollereranno che nessuno possa sfidare il dollaro.

Oh, when the FED… comes marchin’ in…
Prendiamo ad esempio il mercato mondiale del petrolio. Si tratta di un monopolio gestito da tre centrali commerciali globali situate a New York, Londra e Dubai. L’idea è di assicurare che i “petrodollari” viaggino per il mondo 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, e soltanto piccole somme dovrebbero accidentalmente rientrare nel sistema finanziario USA.
Questo spiega perché quando alla fine del 2002 Saddam Hussein decise che avrebbe realizzato il suo scambio commerciale con l’Occidente, autorizzato dall’ONU con la denominazione “Un miliardo di dollari di petrolio iracheno in cambio di cibo”, utilizzando l’euro invece del dollaro, gli fu velocemente fatta visita dal ramo militare della FED nel Marzo 2003.
Oppure prendiamo Muammar Gheddafi che nel 2011 stava per lanciare un programma per commercializzare il petrolio libico e nordafricano usando una nuova valuta con riserva aurea – il dinaro d’oro. Anche a lui fu fatta una piccola visita da parte di Barack il Premio per la Pace e di Babilonia Hillary. Iniziate a vedere il meccanismo?
Ma non pensiate che il sistema globale di asservimento finanziario della FED sia semplicemente indirizzato al di fuori degli Stati Uniti; ebbe inizio un secolo fa prima di tutto asservendo silenziosamente quel popolo americano che si supponeva dovesse servire.
Ecco come funziona: ogni volta che il governo statunitense decide di mettere in circolazione denaro – quelle banconote da 1, 5, 10, 20, 50, 100 dollari che noi tutti ben conosciamo – invece di chiedere alla zecca di Stato di stamparli al costo di un penny per carta e inchiostro, il governo chiede ai banksters privati presso la FED di stampare quelle banconote per il Tesoro, dando in cambio alla FED titoli del Tesoro statunitense produttivi di interesse , che si trasformano in trilioni di dollari in profitti incanalati verso i circoli finanziari privati per il mezzo della FED.
Era stato tutto così ben organizzato un centinaio di anni fa, che appena prima dell’approvazione del Federal Reserve Act il 23 Dicembre 1913, essi fecero anche in modo di chiudere questo cerchio parassitario, poiché se il governo USA intendeva compiere enormi pagamenti di interessi alla FED solo per la stampa del suo stesso denaro, da subito necessitava di avere pronto un sistema di entrate per mungere il contribuente americano: la Legge sulla Tassazione del Reddito!
Precisamente, si tratta del 16° Emendamento alla Costituzione americana approvata dal Congresso nel Luglio 1909, e promulgata come legge nel Febbraio 1913. Quindi i banksters internazionali da un secolo intero stanno prendendosi gioco degli Americani e usano l’America per combattere le guerre al loro posto, mentre la maggior parte della popolazione non ha una minima idea di quanto succede.
Ovviamente, la FED si trova così lontano sopra la Casa Bianca, il Congresso e la Corte Suprema statunitensi, che nessuno negli ultimi cinquanta anni è riuscito a realizzare un controllo approfondito dei suoi libri contabili e dei relativi numeri. Ehi, tu, Homer Simpsons!
Non che tu non sia stato avvisato. Nel 1923, il rappresentante del Minnesota, Charles Lindbergh, il padre del famoso aviatore, mandò un primo avvertimento: “Il sistema finanziario è finito sotto il controllo del Federal Reserve Board che amministra la finanza con l’autorità di un gruppo di semplici speculatori. Il sistema è privato, gestito con il solo scopo di ottenere i maggiori profitti possibili dall’uso del denaro di altre persone.”
dollaroNegli anni Sessanta, il senatore repubblicano e candidato presidenziale Barry Goldwater disse che “la maggior parte degli Americani non hanno reale comprensione di quanto fanno i prestatori di denaro internazionali; essi agiscono al di fuori del controllo del Congresso e manipolano il credito degli Stati Uniti.” Oggi, l’ex parlamentare Ron Paul manda lo stesso messaggio.
Anche il presidente John Kennedy lo comprese quando emise l’Ordine Esecutivo n. 11110 il 4 Giugno 1963, comandando al Tesoro USA di stampare denaro pubblico senza interessi al ritmo di 4,3 miliardi di dollari, aggirando completamente la FED. Ma anch’egli si mise in un guaio a Dallas soltanto cinque mesi dopo, il 22 Novembre.

Epilogo: la FED è finita?
Qualcuno penserebbe che qualcosa di importante come il continuare a permettere che la FED privata operi nel suo attuale formato, o riformarla, oppure anche farla finita con essa dopo un intero secolo, dovrebbe essere un argomento apertamente trattato sull’agenda pubblica americana e globale… magari!
Tutto ciò che abbiamo ancora è silenzio dal governo USA, dal Congresso e dalla politica; silenzio dai leader mondiali; silenzio totale dai media mainstream, e dal mondo accademico.
E così voi piccoli parassitari mega-banchieri che governate il pianeta Terra: ora che viene Lunedì 23 Dicembre potete stappare tutto lo champagne che volete e celebrare il vostro “Centesimo anniversario di Padroni Schiavizzatori dell’Universo”, festeggiando fino al giorno di Natale.
Quindi, da Giovedì 26, continuare a crocifiggere il mondo intero. Per voi si tratterà di affari come al solito.

[Traduzione di F. Roberti]

La Russia nel mirino della NATO globale

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Intervista di RT a Rick Rozoff, curatore di Stop NATO e dell’omonimo sito
(traduzione e collegamenti inseriti sono nostri)

RT: Quale è il problema se la NATO svolge più esercitazioni militari? Viviamo in un mondo pericoloso e l’esercizio rende efficienti, non è così?
Rozoff: Certo, dobbiamo contestualizzare le questioni. Se stiamo parlando delle più recenti esercitazioni militari della NATO sul Mar Baltico, le cosiddette operazioni o esercitazione Steadfast Jazz 2013. Dobbiamo considerare che si tratta della più vasta esercitazione militare congiunta svolta dalla NATO negli ultimi sette anni. Ed è stata tenuta in due Paesi che condividono i propri confini con la Russia -Lettonia e Polonia- con l’esplicito obiettivo di compattare la cosiddetta NATO Response Force, che è una forza militare globale di intervento. Si è inoltre svolta su larga scala: 6.000 soldati, con componenti aeree e navali così come di terra e fanteria in Paesi confinanti con la Russia. Non è un fatto di tutti i giorni, come i vostri commenti possono suggerire. Se qualcosa di analogo succedesse al confine americano, a dire in Messico e Canada, e soldati provenienti da 40 Paesi, tutti membri della NATO, e una serie di Paesi partner della NATO dovessero impegnarsi in esercitazioni militari congiunte sul confine americano, si sentirebbe qualcosa da Washington, ve lo assicuro. Peraltro non si tratta di un innocuo affare quotidiano di una o due nazioni che svolgono esercitazioni militari; si tratta del più grande blocco militare nella storia, onestamente parlando, con 24 Paesi membri, con oltre 70 Paesi partner nel mondo, che è oltre un terzo delle nazioni al mondo, e nell’ONU, ad esempio. Questa rappresenta un’ulteriore indicazione che il blocco militare guidato dagli USA, la NATO, ispira, prima di tutto, lo svolgimento di quelle che potrebbero essere interpretate come incaute e forse anche pericolose esercitazione militari vicino ai confini della Russia e allo stesso tempo progetta di sviluppare ulteriormente e dare una veste all’attivazione della propria forza internazionale di intervento.

RT: Queste esercitazioni non sono a buon mercato comunque – e molte nazioni europee non sono finanziariamente nella migliore forma. Ne vale davvero la pena per loro?
Rozoff: Certo che no, è un fantasma, una minaccia immaginaria che è stata contestata. Vale la pena notare che il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen e altri funzionari dell’Alleanza Atlantica incluso il vice Segretario Generale Alexander Vershbow, che è l’ex ambasciatore statunitense in Russia, hanno precisato che le esercitazioni militari svolte in Lettonia e Polonia erano dirette a consolidare i risultati conseguiti negli ultimi dodici anni in Afghanistan, dove la NATO, attraverso la missione ISAF, ha consolidato – sono le sue parole – l’operatività di forze militari provenienti da 50 diverse nazioni. I popoli europei, i cittadini dei rispettivi 26 Stati membri in Europa possono comprendere questo genere di stravaganza? No, certamente non possono. Così ciò che resta da credere è che gli Stati Uniti trovano il pretesto per utilizzare la NATO e sono pronti a sostenere la maggior parte dei costi derivanti dalle esercitazioni o dalla creazione delle installazioni militari, per rafforzare i propri interessi geopolitici in Europa e nel mondo.

RT: La NATO ha appena terminato le esercitazioni in Polonia e negli Stati baltici. C’è qualche ragione per la scelta di queste precise collocazioni?
Rozoff: Se vi riferite alla forza di risposta rapida, che è un dispositivo dell’Alleanza utilizzato presumibilmente per interferire quando la NATO interviene militarmente, come fa negli ultimi quattordiici anni fuori dalla sua area di responsabilità, l’autodichiarata zona di protezione dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. Stiamo parlando ovviamente di una seria azione militare, seria come lo è la guerra, infatti. Quattordici anni fa nell’Europa sud-orientale, nella ex Jugoslavia, per gli ultimi dodici anni in Afghanistan, in Asia, e due anni fa in Libia e Nord Africa, poi hanno scelto un così delicato posizionamento di fronte alla Russia – gli Stati baltici, il confine nord-occidentale della Federazione Russa – a me sembra quasi come una provocazione. Ma la spiegazione ufficiale della NATO è che, essendosi ormai configurata come una forza militare internazionale per missioni che possono essere condotte in Africa, Medio Oriente, nel Golfo di Aden, nell’Oceano Indiano, in Asia Meridionale e Centrale, adesso deve ristabilire la propria capacità di difendere gli Stati membri. Chi altri se non la Russia può essere presa di mira quando gli Stati NATO, e, nel caso di Lettonia e Polonia – devono essere in grado di difendere i nuovi Stati membri dell’Alleanza come Lettonia, Estonia, Lituania a Polonia – nessuna altra nazione potrebbe essere il potenziale aggressore in quel contesto se non la Russia. Perciò questa è un’aperta provocazione nei confronti della Russia.

RT: L’anno prossimo la NATO terminerà la sua missione di combattimento in Afghanistan, che è durata oltre un decennio. Che cosa faranno tutte queste truppe dopo il ritiro del 2014?
Rozoff: Ci sarà un periodo di riposo e recupero per le attuali forze terrestri. E considerate che i comandanti NATO in Afghanistan e i comandanti militari USA hanno discusso circa il mantenimento in territorio afghano di un numero tra gli 8.000 e i 14.000 soldati statunitensi e di altri Paesi NATO per un futuro indefinito. E ciò si aggiunge certamente all’intenzione statunitense di mantenere e forse anche espandere la propria presenza e la propria capacità bellica nelle grandi basi aeree che gli Stati Uniti hanno migliorato a Shandan, Kandahar, e le basi terrestri fuori dalla capitale Kabul, e così via. Pertanto ciò che la NATO evidentemente intende fare, e gli USA in primo luogo, è la compiuta integrazione delle strutture militari di oltre 50 Paesi – un evento molto importante, non c’è nulla di anche lontanamente paragonabile che sia avvenuto prima nella storia. Bisogna essere onesti riguardo ciò. In nessuna guerra, neanche nella Seconda guerra mondiale, c’è stata la presenza di personale militare da 50 Paesi, tanto meno da una sola delle parti in conflitto, tanto meno in un solo teatro di guerra e in un sola nazione. Perciò quello che la NATO ha fatto è stato usare i dodici anni di incerto impegno bellico in Afghanistan al fine di mettere in piedi una NATO globale, nei fatti. E una volta concluso questo percorso con il vertice dell’Alleanza svoltosi a Chigago, lo scorso vertice NATO del Maggio 2012, l’Alleanza ha annunciato la nascita di un altro programma di partenariato. E questo sarà il primo che non è geograficamente connotato, diversamente da quelli che riguardano il Golfo Persico, il Mediterraneo, la regione del Medio Oriente o l’Europa Orientale, il Caucaso, l’Asia centrale. Quest’ultima iniziativa della NATO comprende inizialmente otto nazioni appartenenti alla più grande regione dell’Asia-Pacifico: Iraq, Pakistan, Afghanistan, Nuova Zelanda, Australia, Giappone, Corea del Sud e Mongolia. La Mongolia anche, come il Kazakhistan, che è un membro del programma NATO Partenariato per la Pace, confina sia con la Russia che con la Cina. Ciò cui stiamo assistendo è che a dispetto di tutti i suoi sforzi per convincere il mondo che è diventata un’aggiunta all’ONU, o che costituisce in qualche modo un apparato per il mantenimento della pace, la NATO si è in realtà trasformata in una forza militare globale. Essa può avere una limitata capacità di allargamento, almeno non fino al punto che vorrebbe. Ma le sue intenzioni sono chiare. Il nuovo quartier generale della NATO in costruzione a Bruxelles, che costerà più di un miliardo di dollari, sarà concluso a breve. Bene, la NATO non ha intenzione di accettare un’altra limitazione al bilancio e altri fattori che possano giustificare il suo ridimensionamento, le sue ambizioni al contrario sono più grandiose di quanto siano mai state prima.

RT: Che cosa riserva il futuro per l’Organizzazione in generale? Come può continuare a contare ed essere una forza importante nel mondo?
Rozoff: Lo scopriremo al prossimo vertice di Berlino l’anno a venire, nel 2014. Ciò che sappiamo è che al vertice di Chigago dell’anno scorso, una delle più importanti fra le decisioni prese riguarda il cosiddetto sistema di missili intercettori con approccio adattativo graduale -inizialmente progettato dai soli Stati Uniti sotto l’amministrazione di George W. Bush e ora pienamente integrato con la NATO sotto l’amministrazione di Barack Obama – ha raggiunto la capacità operativa iniziale, con piani per installare infine centinaia di missili intercettori a raggio intermedio e medio a terra in Paesi come Romania e Polonia, e anche su cacciatorpedinieri e altri tipi di unità navali nel Mediterraneo. Alla fine, sospetto, nel Mar Baltico e nel Mar Nero, poichè gli Stati Uniti stanno usando ancora la NATO come un cavallo di Troia, per controllare non solo militarmente ma anche politicamente l’intera Europa Orientale, dal Mar Baltico al Mar Nero. Ogni singolo membro di quello che era il Patto di Varsavia, con l’eccezione della Russia, è ora parte a pieno titolo della NATO. Metà degli Stati appartenenti alla ex Repubblica di Jugoslavia sono adesso membri a pieno titolo della NATO. Vediamo quindi che gli Stati Uniti usano la NATO per estendersi militarmente da Berlino, al termine della Guerra Fredda fin fino al confine russo. E la cosa più allarmante ultimamente è che hanno intensificato i propri sforzi per incorporare l’Ucraina, che possiede un rilevante confine con la Russia, quale importante partner della NATO. L’Ucraina sta per unirsi alla forza di risposta rapida, così come Georgia, Finlandia e Svezia. La Svezia è l’unico fra questi Paesi a non avere un confine con la Russia. Finlandia, Ucraina e Georgia possiedono confini rilevanti. Quello cui assistiamo è che la NATO in un modo o nell’altro sta continuando la spinta verso i confini della Russia e di fatto l’accerchiamento militare della Federazione Russa.

C’è chi non muore anche quando se ne va

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In memoria di Costanzo Preve, uomo libero e pensatore rigoroso, riproduciamo qui l’estratto di un suo articolo, già pubblicato nel 2008.

Dopo il 1991 ed il suicidio collettivo nel mar Caspio di Gengis Khan e di tutti i suoi funzionari, eunuchi e concubine, essendo venuto meno sia il soggetto che l’oggetto della ragion d’essere della NATO (il contenimento del comunismo), si sarebbe potuto pensare che il leibniziano principio di ragion sufficiente della NATO fosse venuto meno. In fondo, le associazioni di pescatori dello stagno della Trota Orientale si sciolgono pacificamente quando anche l’ultima trota rimasta viene pescata e mangiata.
Non è stato così. La NATO, anziché essere ridotta, si è addirittura virtualmente allargata al mondo intero (Afghanistan, eccetera). Certo, oggi non c’è più il comunismo, ma ci sono i terroristi islamici fondamentalisti, gli Stati canaglia, le violazioni dei diritti umani ad apertura alare asimmetrica (i sionisti possono violarli, i serbi invece no), l’autoritarismo russo e cinese, la giunta militare del Myanmar, il governo sudanese, il dittatore negro Mugabe, Hamas e Hezbollah, eccetera. Ma se ci si mette su questo piano, ci saranno sempre nuove “caselle” nel Risiko Mondiale in cui mettere le figurine che sostituiscono Stalin, Hitler e Pol Pot. E’ una vera storia infinita. Sarà necessario che l’Impero Colpisca Ancora.
Il fatto che la NATO si sia pacificamente trasformata dalla fase del Contenimento Europeo-Occidentale del Comunismo alla successiva fase del Mercenariato Militare Occidentalistico al servizio degli interessi strategici dell’impero USA (che tra l’altro ammette apertamente di voler essere tale, mentre se qualcuno dei sudditi proconsolari europei ne accenna sarà subito accusato di antiamericanismo ed antisemitismo aggiunto, per fare “buon peso”), non è un’ipotesi maliziosa e settaria, ma è un dato sotto gli occhi di tutti. Per dirla con lo stralunato personaggio del vignettista italiano Altan, “il trucco c’è, si vede, e non gliene frega niente a nessuno”. In realtà, qualcuno non è d’accordo. Ma la stragrande maggioranza degli apparati ideologico-politici europei (circo mediatico cartaceo-televisivo, ceto politico professionale, clero universitario unificato, eccetera) è d’accordo ed è corrivo. E allora il discorso non è più sulla NATO, ma è sull’Europa che ha perso la sua anima, sul tradimento degli intellettuali (la trahison des clercs di Julien Benda), e in generale su una questione epocale di tipo non militare. Il tacitiano ruere in servitium non è un dato militare, ma filosofico-politico, ed esce dal raggio di queste mie considerazioni.
E terminiamo comunque con uno scenario fantapolitico. Immaginiamo che un governo italiano nazionale, al di là ovviamente della simulazione Destra/Sinistra (sul mercenariato occidentalistico NATO concordano pienamente Berlusconi e Veltroni, Di Pietro e Napolitano, “la Repubblica” ed “il Giornale”, eccetera), decida l’uscita unilaterale dalla NATO. Se questo fosse l’esito di un colpo di Stato militare con contorno di manifestazioni, al di là di ogni rito elettorale manipolato, sarei egualmente d’accordo. Fra la forma ed il contenuto, preferirei comunque il contenuto. Il 1789 ed il 1917 non si possono sempre fare con le elezioni, anche se le elezioni sarebbero sempre astrattamente preferibili. Mi rendo conto di stare violando il canone politicamente corretto, ma a volte non si può fare la frittata senza rompere le uova. Comunque, facciamo l’ipotesi che questo avvenga. So che sarebbe troppo bello se potesse avvenire realmente, ma non è ancora proibito sognare.
Ebbene, dopo pochi giorni avremmo un catastrofico attentato ferroviario con centinaia di morti. Verrebbero subito arrestati congiuntamente Franco Freda e Nadia Desdemona Lioce, capi dell’Organizzazione Nazicomunista Unificata (acronimo ONU). Verrebbe subito gettato dalla finestra il presunto colpevole, iscritto sia a Forza Nuova sia al Partito Comunista Combattente. Di Pietro e la sua corte dei miracoli convocherebbero subito una manifestazione a piazza Navona al grido: “La colpa è sicuramente del Berlusca!”. Fini e Bertinotti farebbero un girotondo al grido: “Restauriamo la democrazia!”. La Fondazione Oriana Fallaci brucerebbe un fantoccio del Saladino in una piazza di Firenze. Magdi Allam griderebbe: “Aiuto, arriva Bin Laden!”.
Tutti hanno diritto al loro scenario fantapolitico, non solo Stefano Benni. Eppure, purtroppo, non c’è proprio niente da ridere. L’incorporazione di questa Europa politicamente e spiritualmente morente in questo mercenariato militare occidentalistico globalizzato al servizio dell’impero USA, purtroppo, è una tragedia, anche se per ora sta assumendo le movenze di un cattivo dramma satiresco ateniese.

[I funerali di Costanzo Preve si terranno giovedì 28 Novembre alle ore 10:00, presso la Chiesa parrocchiale della Crocetta di Torino (Beata Vergine delle Grazie), in Corso Einaudi 23]

Populismo: potere politico sottratto alle elites

spettro_populismoLe circostanze impongono di ri-pubblicare questo articolo dello scorso gennaio, vista la frequenza delle riunioni clandestine in corso per il varo della “NATO economica” (sic), A tappe forzate vogliono imporla per la primavera. La dirigenza “europea” che si appresta a firmare l’accordo capestro -senza ritorno- è guidata dai soliti funzionari della Goldman Sachs. Potrebbe persino astenersi dal partecipare ai conciliaboli segreti, in bunkers lontani e al riparo della partecipazione della cittadinanza. Basterebbe sbobinare e decodificare tutte le registrazioni di cui sono state vittime -consenzienti o ignare?- negli ultimi anni. La controparte USA, infatti, sa già tutto e conosce a menadito -per aver spiato capi di stato e di governo, settore impresariale e banche- quel che la “Commissione” di Bruxelles ha da dire riguardo all’annessione-liquidazione definitiva dell’economia europea. Washington sa che i più ligi e servizievoli sono quelli che infilano il “populismo” in ogni frase del loro vuoto dire.

La parola “populismo” abbonda sulle labbra di tutti coloro che hanno consumato il divorzio
definitivo, tra cittadini e governanti, tra popolo ed elites. Sentendosi, ovviamente, parte di queste, vuoi per averne sposato gli arcani economicisti, la neolingua dei bassifondi finanziari, vuoi per identificarsi in una “modernità” che mal nasconde il settecentesco neo-totalitarismo delle oligarchie. I gruppi dirigenti europei che aulicamente si autodefiniscono “la politica”, in realtà sono come dei novelli eunuchi evirati del potere politico. L’hanno affidato ai grandi gruppi economici transnazionali, che ora possono togliere e mettere governi ad Atene, Lisbona, Madrid e Roma, come ieri a Buenos Aires, Brasilia o Singapore.
E si arrogano il potere di veto sull’operato degli altri governi che -quando pretendono di essere veramente nazionali- vengono demonizzati e tolti di mezzo.
Gli eunuchi, senza più una ragion d’essere, valletti della ragione economica elevata a ragion di Stato, tentano di camuffare il servilismo e il ruolo di sterilizzatori della residuale democrazia rappresentativa. Con l’esibizione d’uno sprezzante inganno o infamando i critici e chi resiste alla dogmatica oscurantista delle elites.
“La politica” ingiuria quelli che non rappresenta più, che non si rassegnano al nuovo verbo della carestia e dell’ingrasso statale delle vacche già obese. Sembra che si dicano “non vale la pena governare questi “populisti” ingrati, che abboccano a demagogie non autorizzate o illegali”. Ossia non propinate dal FMI o BCE, dai santuari consacrati dai profeti globalisti di ieri, ora autopromossi a terapeuti del disastro di cui sono autori con copyright. Continua a leggere

L’economia USA è un castello di carta (straccia)

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A distanza di poco più di cinque anni dall’esplosione della crisi finanziaria, gli esperti stimano che la banca centrale statunitense, la Federal Reserve presieduta da Ben Bernanke, abbia stampato dollari per un valore complessivo di 3.600 miliardi, e che la maggior parte di questo denaro sia stato impiegato per acquistare titoli di debito e strumenti finanziari “spazzatura”, rifornendo così i mercati di un fiume di liquidità a basso prezzo. Con risultati davvero scarsi, invece, in termini di stimolo all’economia reale, i cui tassi di crescita sono sempre stati di modesta rilevanza, soprattutto se comparati a quelli dei Paesi emergenti del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).
Se poi diamo credito alle voci, sempre più insistenti, secondo cui a Fort Knox, il famigerato deposito delle riserve auree USA, non vi sarebbe quanto da sempre vantato dalle varie amministrazioni statunitensi, viene da chiedersi: a quando la dichiarazione di bancarotta?

Stato in bancarotta, banche in festa

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“Lo “shutdown” fa giustizia dell’ottimismo diffuso sulla presunta ripresa economica americana tanto sbandierata nei mesi passati, anche per quanto riguarda la nuova occupazione. Infatti secondo uno studio Gallup, dal novembre 2012 a settembre 2013 negli USA l’occupazione dipendente a tempo pieno è passata dal 46,1% al 43,5%. Sono cresciute, quindi, soltanto le varie forme di sottoccupazione e di lavoro precario.
Adesso la data cruciale è il 17 di ottobre quando lo sfondamento del tetto del debito diventerà inevitabile altrimenti la disponibilità giornaliera di risorse utilizzabili passerà da 60 a 30 miliardi di dollari. Se ciò accadesse gli Usa non sarebbero più capaci di onorare gli interessi sul loro debito pubblico. Sarebbe il default, la bancarotta degli Stati Uniti, che si accompagnerebbe ad un collasso del dollaro, ad una grave crisi occupazionale e ad una impennata dei tassi di interesse con riverberi globali.
I Treasury bond sono considerati come l’ultimo e più sicuro rifugio finanziario da parte dei risparmiatori americani e degli investitori internazionali. Il Tesoro americano ammonisce perciò che il default provocherebbe una crisi finanziaria peggiore di quella del settembre 2008.
Il fatto che la borsa di Wall Street non abbia risentito molto degli effetti dello shutdown dimostra la diffusa convinzione che presto il governo e il Congresso raggiungeranno l’intesa su un significativo sfondamento del tetto del debito pubblico. Attualmente esso è di 16,7 trilioni di dollari. In soli tre anni è aumentato di quasi 3,5 trilioni! Si sottolinea che ben 5,1 trilioni di tale debito sono detenuti da fondi sovrani ed da altre entità finanziarie non americane. La Cina ne possiede 1,315 trilioni di dollari ed il Giappone 1,111 trilioni.
Lo scontro politico negli USA è quindi tutto giocato sul ricatto o bancarotta o aumento del debito pubblico. E’ doveroso sottolineare che non siamo di fronte ad una politica keynesiana da parte di Washington che giustificherebbe la crescita del debito pubblico e il contestuale aumento degli investimenti per uscire dalla recessione.
Purtroppo non è così. La gran parte del debito pubblico è servita per le operazioni di salvataggio e di sostegno del sistema bancario. Altrimenti come si spiega che, mentre lo Stato “chiude” e rischia il default, le grandi banche americane festeggiano per i loro più alti profitti della storia?”

Da USA: un’economia malata, di Mario Lettieri e Paolo Raimondi.

E Monroe disse: l’America agli americani

perroneDi Antonio Carioti

Nel 1823, a quarant’anni dalla vittoria nella guerra d’indipendenza, gli USA erano composti di 24 Stati: la marcia verso Ovest era appena iniziata. Eppure a Washington si guardava lontano e non solo verso la costa del Pacifico. Proprio allora il presidente James Monroe, esortato e sorretto dal segretario di Stato John Quincy Adams, enunciò la sua famosa dottrina, per cui le potenze europee dovevano tenersi alla larga da tutto il continente americano.
In quegli anni le ex colonie spagnole d’America stavano conquistando l’indipendenza, ma si temeva che la Santa Alleanza (Francia, Russia, Austria e Prussia) intervenisse per ripristinare il dominio di Madrid dal Messico a capo Horn. Monroe disse un no chiaro e tondo, ma secondo Maldwyn Jones, autore di un’importante Storia degli Stati Uniti (Bompiani), la sua dichiarazione «non ebbe effetti immediati» e, anche negli Stati Uniti, venne «praticamente dimenticata per un’intera generazione»: chi dissuase la Santa Alleanza fu la Gran Bretagna, che vedeva nell’America Latina un terreno propizio per i suoi commerci.
Nico Perrone la pensa diversamente. Nel libro Progetto di un impero (La Città del Sole) sostiene che dietro la «dottrina Monroe» c’era una visione lucida, che gli Stati Uniti avrebbero attuato con coerenza fino a stabilire un protettorato di fatto su tutto l’emisfero occidentale. Anche se nel 1823 gli Usa avevano ancora il problema «di consolidarsi in tutti gli aspetti della vita politica e delle relazioni internazionali», la «base teorica» della loro proiezione imperiale prendeva forma e si dava una robusta giustificazione ideologica, in nome dell’autodeterminazione dei popoli e della libertà degli scambi economici.
A suffragio della sua tesi, Perrone ha condotto una ricerca sugli indici delle Borse di Londra e Parigi, da cui risulta che gli operatori finanziari intuirono l’importanza di quanto era avvenuto. Quando la notizia del discorso di Monroe giunse in Europa (fine dicembre del 1823), i titoli sudamericani presero immediatamente a salire e quelli spagnoli a scendere: un andamento che proseguì fino al 1825. I mercati azionari scommettevano sugli Stati di nuova indipendenza e contro i vecchi colonizzatori.
Forse però l’autore esagera nel ravvisare «una corale volontà nazionale» di espansione esterna nella storia degli Usa, che hanno conosciuto anche l’insorgere di forti correnti isolazioniste: del resto lo stesso Monroe dichiarò la non interferenza di Washington negli affari europei. E senza la vittoria del Nord industriale sul Sud agricolo nella guerra civile (1861-65) difficilmente la dottrina Monroe avrebbe avuto gli sviluppi che produsse più tardi, specie con il «corollario» di Theodore Roosevelt (1904), che teorizzò il diritto d’intervento degli USA nei Paesi latinoamericani incapaci di far fronte ai propri impegni.
Detto questo, va riconosciuto a Perrone il merito di aver condotto un lavoro certosino per ricostruire una vicenda molto citata, ma non altrettanto conosciuta. Di notevole interesse sono anche le sue pagine sull’influenza della massoneria nella vita americana: essa portò per reazione alla nascita di un movimento antimassonico, di cui Quincy Adams si avvalse per vincere le presidenziali del 1824. Curioso è anche notare che, mentre oggi le logge sono associate a uno stile politico elitario, il massone (gran maestro del Tennessee) Andrew Jackson, che venne sconfitto da Adams, ma si prese la rivincita nel 1828, fu il primo presidente Usa «che non provenisse da una famiglia aristocratica e non avesse studiato in scuole prestigiose».

Nico Perrone, Progetto di un impero. 1823. L’annuncio dell’egemonia americana infiamma la Borsa
La Città del Sole, pagine 218, € 20

Fonte

American Gulag 2013

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“L’incontrollata crescita dell’universo concentrazionario americano si è arrestata. Fino al 2008 ogni settimana 1.000 detenuti si aggiungevano al più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin, mentre ora una lieve diminuzione del numero dei detenuti fa ben sperare, anche se la situazione resta comunque senza confronti.
Poco meno di un milione e seicentomila carcerati gremiscono le prigioni statali e federali (quarant’anni fa erano duecentomila), settecentocinquantamila quelle locali (jails) e di questi cinquecentomila sono in attesa di giudizio. Con un po’ meno di centomila minori nei riformatori (e alcune migliaia nelle carceri per adulti) si arriva così a 2,4 milioni di detenuti.
Gli Stati Uniti d’America detengono il record mondiale di un carcerato ogni 125 abitanti, con un tasso di detenzione di 800 per 100.000. Ma, se aggiungiamo ai 2,4 milioni in prigione i 5 milioni che sono in libertà vigilata (probation e parole)2, arriviamo a un condannato ogni 40 abitanti e a un tasso di 2.466 per centomila. Nessuno sa quanti siano in libertà su cauzione (on bail) e in attesa di un giudizio che può anche perdersi nei meandri del sistema giudiziario.”

American Gulag di Claudio Giusti, aggiornato al 22 Settembre 2013, continua qui.

La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media

9788887826920.1114a14e1910c4b919c437ae511c26c698La co­stru­zio­ne del Nuovo Or­di­ne Mon­dia­le posta in es­se­re dagli in­ter­es­si pri­vatl le­ga­ti alie mul­ti­na­zio­na­li oc­ci­denta­li, agli is­ti­tuti fi­nan­zi­a­ri sov­ra­na­zio­na­li, al com­ples­so mi­li­t­are in­dus­tria­le ed al Tesoro degli Stati Uniti pre­sup­po­ne l’ac­qui­si­zio­ne del con­sen­so da parte dell’opi­nio­ne pubb­li­ca dei paesi oc­ci­den­ta­li. I padro­ni del mondo non hanno ris­par­mia­to mezzi per ma­ni­po­la­re le co­sci­en­ze at­tra­ver­so il con­trol­lo dei mezzi d’in­for­ma­zio­ne e dei cen­tri di de­ci­sio­ne po­li­ti­ca. Da un lato essi si av­val­go­no di una co­or­te di gior­na­lis­ti mer­ce­na­ri, e dall’altra si sono as­si­cu­ra­ti la piena com­pli­cità dei part­i­ti po­li­ti­ci di de­s­tra, di cen­tro e di “si­nis­tra”. Per chi non si desse per vinto esis­te semp­re la mi­n­ac­cia del brac­cio ar­ma­to della NATO, che per il mo­men­to si li­mi­ta a s­pe­ri­men­ta­re le nuove tec­no­lo­gie di gu­er­ra in “cor­po­re vili”, in Pa­lesti­na, in Af­gha­nis­tan e in Siria.
Secondo le intenzioni dell’autore, questa inchiesta è la prima parte di una trilogia avente per tema la disinformazione: i prossimi due volumi riguarderanno la propaganda di guerra e il caso italiano.

La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media.
Vo­lu­me 1: La dis­in­for­ma­zio­ne strategica.​ Caratteri pe­cu­li­a­ri del feno­me­no e ana­li­si del caso la­ti­no­ame­ri­ca­no

di Paolo Borgognone
Zambon, 2013, € 12

La lingua dell’imperialismo statunitense

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“In tutta la prima metà del Novecento, la lingua straniera più conosciuta nell’Europa continentale era il francese. Per quanto riguarda in particolare l’Italia, “solo nel 1918 vennero istituite cattedre universitarie di inglese ed alla stessa data risale la fondazione dell’Istituto britannico di Firenze, che, con la sua biblioteca e i suoi corsi linguistici, divenne ben presto il centro più importante di diffusione appunto della lingua inglese a livello universitario”. Alla Conferenza di pace dell’anno successivo gli Stati Uniti, che si erano ormai introdotti nello spazio europeo, imposero per la prima volta l’inglese – accanto al francese – quale lingua diplomatica. Ma a determinare il decisivo sorpasso del francese da parte dell’inglese fu l’esito della seconda guerra mondiale, che comportò la penetrazione della “cultura” angloamericana in tutta l’Europa occidentale. Dell’importanza rivestita dal fattore linguistico in una strategia di dominio politico non era d’altronde inconsapevole lo stesso Sir Winston Churchill, che il 6 settembre 1943 dichiarò esplicitamente: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gl’imperi del futuro sono quelli della mente”. Con la caduta dell’Unione Sovietica, nell’Europa centro-orientale “liberata” l’inglese non solo ha scalzato il russo, ma ha anche soppiantato in larga misura il tedesco, il francese e l’italiano, che prima vi avevano un’ampia circolazione. D’altronde, l’egemonia dell’inglese nella comunicazione internazionale si è ulteriormente consolidata nella fase più intensa della globalizzazione.
Così i teorici angloamericani del mondo globalizzato hanno potuto elaborare, basandosi sul peso geopolitico esercitato dalla lingua inglese, il concetto di “Anglosfera”, definito dal giornalista Andrew Sullivan come “l’idea di un gruppo di paesi in espansione che condividono principi fondamentali: l’individualismo, la supremazia della legge, il rispetto dei contratti e degli accordi e il riconoscimento della libertà come valore politico e culturale primario”.
(…)
È vero che l’importanza di una lingua dipende – spesso ma non sempre – dalla potenza politica, militare ed economica del paese che la parla; è vero che sono le sconfitte geopolitiche a comportare quelle linguistiche; è vero che “l’inglese avanza a detrimento del francese perché gli Stati Uniti attualmente restano più potenti di quanto non lo siano i paesi europei, i quali accettano che sia consacrata come lingua internazionale una lingua che non appartiene a nessun paese dell’Europa continentale”. Tuttavia esiste anche una verità complementare: la diffusione internazionale di una lingua, contribuendo ad aumentare il prestigio del paese corrispondente, ne aumenta l’influenza culturale ed eventualmente quella politica (un concetto, questo, che pochi riescono ad esprimere senza fare ricorso all’anglicismo soft power); a maggior ragione, il predominio di una lingua nella comunicazione internazionale conferisce un potere egemone al più potente fra i paesi che la parlano come lingua madre.
Per quanto concerne l’attuale diffusione dell’inglese, “lingua della rete, della diplomazia, della guerra, delle transazioni finanziarie e dell’innovazione tecnologica, non vi è dubbio: questo stato di cose regala ai popoli di lingua inglese un incomparabile vantaggio e a tutti gli altri un considerevole svantaggio”. Come spiega meno diplomaticamente il generale von Lohausen, il vantaggio che gli Stati Uniti hanno ricavato dall’anglofonia “è stato uguale per i loro commercianti e per i loro tecnici, per i loro scienziati e i loro scrittori, i loro uomini politici e i loro diplomatici. Più l’inglese è parlato nel mondo, più l’America può avvantaggiarsi della forza creativa straniera, attirando a sé, senza incontrare ostacoli, le idee, gli scritti, le invenzioni altrui. Coloro la cui lingua materna è universale, posseggono un’evidente superiorità. Il finanziamento accordato all’espansione di questa lingua ritorna centuplicato alla sua fonte”.”

Da La geopolitica delle lingue, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. XXXI (3-2013).

Questo non toccherà i militari

OBAMACARE SUSPENSE

Washington, 1 ottobre – Il presidente Barack Obama ha firmato un provvedimento per il pagamento dello stipendio dei soldati malgrado lo ‘shutdown’ forzato di gran parte dei servizi. In un messaggio video diretto alle truppe, Obama ha voluto personalmente rassicurare i militari. “Chi e’ in divisa manterra’ il suo normale status di servizio”, ha affermato, sottolineando che verra’ fornito tutto il necessario per l’andamento delle missioni all’estero.
Dopo che il Congresso non ha approvato il bilancio per l’anno fiscale 2014, l’amministrazione americana si e’ vista obbligata a ordinare il taglio di una serie di servizi. “I prossimi giorni -ha ammesso il presidente- potrebbero portare incertezze”, compresi congedi forzati di dipendenti pubblici. Ma questo non tocchera’ i militari: “Le minacce alla nostra sicurezza militare non sono cambiate e vogliamo che voi siate pronti per ogni evenienza -ha dichiarato Obama- le operazioni militari in corso, come quella in Afghanistan, proseguiranno”.
(Adnkronos/dpa)

La debacle dell’unipolarismo

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“Il retrogusto lasciato da questo 11/9, con la lettera di Putin come elemento rivelatore simbolico, è un dato che informa sul miopismo dell’elite, aggrappata con forza al “secolo XX”, ai fasti effimeri della globalizzazione, a cui non è ancora “pervenuto il multipolarismo”. Contrapposti alla sensazione di sollievo diffusa alla base quasi come uno “scampato pericolo”. Diffondere il grido di “Annibale alle porte” è un fragile scudo difensivo, perchè non è il trionfo di Putin. E’ peggio. E’ la debacle di chi ha centralizzato tutto il potere nel Pentagono e Wall Street, minimizzando la democrazia in casa e la convivenza pacifica all’estero.
Analogie da brivido con il periodo agonico dell’URSS, con ricambi vertiginosi e frequenti dei vertici militari, ricorso a leggi speciali e vessatorie, e protagonismo smisurato di troppe polizie politiche segrete. Cominciò tutto quell’11/9 e le Torri: nelle Americhe molti lo identificaro come un golpe, e non si è più fermato. Fino a trattare capi di stato, governi terzi, sedi di organismi internazionali, ambasciate e compagnie concorrenti straniere alla stregua delle discriminate minoranze interne. In nome di un “antiterrorismo” divenuto un grimaldello passepartout. No, non è solo il crepuscolo d’un presidente o dell’occidente.
E’ l’appannato processo decisionale degli Stati Uniti approdato visibilmente all’egemonismo relativo perchè scricchiola il sistema liberista, ormai privo dell’aura del progresso inarrestabile e obbligatorio. Il ritorno alle origini ataviche anglosax, cioè all’arrembaggio della filibusta e alle ardite gesta corsare, disvela e svaluta l’espansionismo globalista come un vuoto messianismo. Gli abiti di scena de couturier liberista, non nascondono più le zanne del nichilismo economico. Inconciliabile con le maggioranze sociali, con le nazioni e i popoli, con l’umanesimo e la tradizione.”

Da USA/11-9: crisi della struttura reale del potere, di Tito Pulsinelli.

Il culto dell’umanità si celebra con sacrifici umani

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Quando non esiste, il “terrorismo” si produce. Pure quello “di Stato”, preferibilmente mediorientale.
E, nel settore, la manifattura di alcuni è di strabiliante qualità.
Così, almeno, dice la stragrande maggioranza degli acquirenti interpellati.
Ma non sarà che a condizionare il giudizio di questi clienti siano i prezzi, palesemente sottocosto, con i quali quella merce è immessa sul mercato?
Grazie a cui, il produttore conquista una posizione di monopolio quasi assoluto.
Quale è la risposta che allora urge adottare?
Facile: una sana politica protezionista, di barriere militari e culturali.
E’ ora di passare ai fatti.
Federico Roberti

Guai a spostare l’asse geopolitico dello sport dal continente euro-atlantico!

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“Correva l’anno 2006 quando lo scandalo legato al medico spagnolo Eufemiano Fuentes sconvolse il gotha del ciclismo mondiale e, secondo alcune ricostruzioni sottaciute, gran parte dello sport spagnolo (ma il Barcellona, grande accusata dai rumors, con le lacrime di Messi al Muro del Pianto si è garantito l’immunità per qualche secolo). Ma la complicità nel sotterrare tutte le inchieste indipendenti e la scarsa chiarezza da parte delle autorità spagnole (come ad esempio la distruzione di 200 sacche di sangue anonime custodite nell’ufficio di Fuentes) non è, di fatto, “doping di stato”?
L’Operación Puerto aveva un vincitore, visto che tra i grandissimi del ciclismo uscì pulito come un agnellino lo statunitense Lance Armstrong. Il ciclista inoltre rivestiva un ruolo simbolico, quasi “mitico”: superato il cancro ai testicoli era tornato in bicicletta e aveva ripreso a vincere e faceva beneficenza. Tanta beneficenza. Il non plus ultra del “sogno americano”, della “ferma volontà yankee”, dello “spirito della vittoria americano”. Ma anche l’eroe cadde in uno scandalo doping che lo ha coinvolto nell’ottobre 2012. Tutte le vittorie vennero cancellate. Ma nessuno si è sognato di accusare “il sistema”, nonostante un suo ex-compagno di squadra Tyler Hamilton, ha chiaramente parlato di “doping sistemico”. Quindi nonostante sia uno degli sportivi più importanti degli Stati Uniti e che la sua squadra fosse sponsorizzata direttamente da un’agenzia governativa, la US Postal, con il chiaro intento di portare ad alto livello il ciclismo statunitense, non possiamo parlare di “doping di stato”? Cosa sarebbe successo se lo sponsor fosse stato la China Post?
Recentemente un altro “scandalo doping” ha coinvolto il “mondo libero”: secondo un’inchiesta commissionata dalla BISP, istituto federale della scienza applicata allo sport, e pubblicata dalla Süddeutsche Zeitung a partire dagli anni’50 e con un piano perfezionato negli anni ’70 e avvallato pure dal governo di Bonn, la Germania Ovest, il paese che rappresentava l’avanguardia democratica nei confronti dell’Impero del Male sovietico e di quei “dopati” della DDR, faceva ampiamente ricorso alle pratiche dopanti in numerosi eventi sportivi di altissimo livello, due finali dei mondiali di calcio incluse. Anche in questo caso i pennivendoli avranno coraggio di non parlare di “doping di stato”?”

Da “Doping di Stato” o propaganda?, di Marco Bagozzi.

Per il Pentagono l’intero mondo è un campo di battaglia

Di Pepe Escobar per RT.com

Scordiamocelo! La Guerra Globale al Terrore non sta diventando più ‘democratica’, né tantomeno trasparente.
Il presidente statunitense Barack Obama ora promette di trasferire la responsabilità delle oscure ‘Guerre dei Droni’ dalla CIA al Pentagono, cosicché il Congresso sia in grado di controllarlo.
Praticamente fino a ieri l’amministrazione Obama neanche riconosceva in pubblico l’esistenza dei conflitti ombra ‘Guerre dei Droni’.
Il Comando Congiunto delle Operazioni Speciali al Pentagono -che dovrebbe essere messo a capo delle ‘Guerre dei Droni’- è destinato a rimanere segreto.
E il Pentagono non è esattamente desideroso di ritoccare la sua definizione di “militante”, quale primo candidato per essere “obiettivo di assassinio”; “qualsiasi maschio in età da militare in una zona di combattimento”. “Musulmano” maschio, non c’è bisogno di dirlo.
La retorica di Obama è una cosa. Le ‘Guerre dei Droni’ della sua amministrazione è tutta un’altra cosa.
Adesso il Presidente insiste che la Guerra Globale al Terrore non è più una “guerra globale senza confini”.
Questa è retorica. Per il Pentagono “l’intero mondo è un campo di battaglia”.
Questo è il concetto operativo sin dall’inizio della Guerra Globale al Terrore, e incorporato nella dottrina del Pentagono del Dominio di Pieno Spettro.
E se l’intero globo è un campo di battaglia, tutte le sue cause e conseguenze sono interconnesse. Continua a leggere

NATO: un’alleanza da ripensare

analisinatoAnalisi a cura del CeSEM, maggio 2013.

Con contributi di:
Matteo Pistilli, La NATO è un’alleanza utile all’Europa? Qualità e quantità dei costi militari
Andrea Turi, NATO: storia, compiti, strategie e significato di un’alleanza nel mondo bipolare (1945-1991)
Giacomo Gabellini, La funzione strategica della NATO dopo il crollo dell’Unione Sovietica
Maria Pilar Buzzetti, L’anomalia dei trattati bilaterali Italia-USA sulle basi militari NATO
Maria Pilar Buzzetti, L’appartenenza dell’Italia alla NATO: una limitazione di sovranità?
Ali Reza Jalali, La NATO e il mondo islamico

Il relativo file .pdf può essere liberamente scaricato qui.

Un rituale che si ripete in ogni guerra

935503_10151666463461204_1923500257_n “Sulle origini degli Stati Uniti, sulla loro missione e sul «Destino manifesto» si è scritto molto. L’esodo dei «Padri Fondatori» dalla madrepatria inglese al «nuovo mondo» viene compiuto in primo luogo da minoranze religiose, molto spesso epurate e perseguitate nell’Inghilterra teatro delle guerre di religione del ’600: quaccheri, battisti, levellers, ranters, seekers, ma soprattutto puritani. Secondo Tocqueville «L’intero destino dell’America è contenuto nel primo puritano che sbarcò in America». Perchè i puritani, dopo essere entrati in contrasto con la Corona inglese che non accoglieva le loro richieste contenute nel Millenary Petition, richieste principalmente di carattere morale, emigrarono in nassa e in maniera strutturata ed organizzata in America (principalmente nell’America del Nord), identificata nella loro letteratura come la nuova Israele, paese che sarebbe stato il regno millenario di Cristo precedente il giudizio universale. La base teologica dei puritani proviene da una lettura dell’Apocalisse di Giovanni. Il proliferare di chiese e sette americane, fino ai telepredicatori e agli internetpredicatori, trova la sua origine proprio da diverse interpretazioni dalla lettura dell’Apocalisse di Giovanni.
Noi Europei rimaniamo piuttosto stupiti quando, nell’analizzare discorsi cli importanti politici americani, ci imbattiamo in concetti assoluti come quello del «Bene» contro il «Male» o quando apprendiamo che il nemico non si sconfigge ma si distrugge. Alla base di tutta questa retorica c’è la visione del mondo propria dei puritani. Con gli anni magari la maggior parte degli statunitensi non pensa che gli USA siano il regno millenario di Cristo, ma sicuramente è opinione largamente diffusa che il loro sia il paese migliore al mondo, portatore e garante di libertà, con una missione storica da compiere.
Da qui deriva quella che potremmo identificare come l’ideologia imperiale: gli Stati Uniti sono il faro della civiltà, portatore di democrazia e di diritti umani, il paese migliore che deve intervenire per diffondere il bene nel mondo. Tale ideologia serve da collante da un punto di vista interno – gli statunitensi vivono nel paese migliore del mondo – e giustifica le campagne militari in terre straniere: gli statunitensi esportano la democrazia, la civiltà, i diritti umani, in una parola, il «Bene».
Ancora, questa convinzione di essere il paese «faro di civiltà» e guida per l’umanità tutta, paese caratterizzato da valori di carattere universale, viene diffusa nel mondo non solo con le «missioni di pace», ma soprattutto con la cultura popolare. Assistiamo quotidianamente ad una certa spettacolarizzazione della storia attraverso pellicole e sceneggiati televisivi di vario genere, cosicché è diffusa l’opinione che Hollywood sia una sorta di «ministero della propaganda» americano. La conoscenza storica popolare che il mondo ha degli USA viene in gran parte da lì, da quei film che spesso hanno un taglio autocelebrativo. Del resto gli americani sono maestri nel saper sfruttare e diffondere le immagini e la propaganda è stata una delle armi che ha permesso agli USA di vincere la Guerra Fredda; perciò sarebbe poco intelligente pensare che tutta quella struttura di elaborazione e diffusione di notizie e cultura, presente capillarmente in molti paesi del mondo, sia stata smantellata dopo il 1989. Con l’uso sapiente della cultura popolare, non solo cinematografica, gli USA hanno disegnato la propria immagine da proporre al mondo, l’immagine di un paese «buono», impegnato nel fare guerre «giuste» e nell’annientare i nemici, che sono cattivi tout court, l’incarnazione del Male, in un rituale che si ripete in ogni guerra, con una forma assolutamente manichea.”

Da Perché gli USA non sono un Impero, di Massimo Janigro, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, anno X, n. 1, Gennaio – Marzo 2013, pp. 90 – 91.

L’Avana, 30 Novembre 1996

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La risoluzione finale adottata dalla Conferenza Internazionale sulle Basi Militari Straniere riunita a L’Avana dal 28 al 30 Novembre 1996.

Nell’attuale fase storica in cui la globalizzazione, la multinazionalizzazione, il neocolonialismo e l’egemonismo politico e militare dominano il mondo, le basi militari straniere continuano ad essere una piaga per l’umanità.
Rilevare che nel mondo attuale ci sono circa 2.000 basi militari straniere è già di per sé una cosa significativa e assai grave, ma ancor più grave diventa se si considera che cosa queste basi rappresentano e le dimensioni che hanno raggiunto. Perché si tratta di basi a partire dalle quali vengono organizzate operazioni e manovre dirette a volte contro gli stessi paesi che le ospitano; centri che dispongono di forze di rapido impiego per il coordinamento, il controllo, l’addestramento di unità militari; impianti destinati allo spionaggio e all’ascolto delle trasmissioni radio; complessi di servizi tecnici per l’intercettazione delle radiocomunicazioni segrete di altri paesi, ecc..
In un centro di questo tipo, creato dagli Stati Uniti a Fort Gulick, nella zona del canale di Panama, qualcosa come 300.000 militari sudamericani hanno ricevuto lezioni teorico-pratiche su metodi di tortura, disinformazione, esecuzione extragiudiziali, intimidazioni e assassinii. Le basi hanno anche un ruolo importante per le attività collegate dei servizi segreti, per i traffici di armamenti e per le operazioni di controllo e acquisizione di informazioni, i sistemi di supervisione e rilevamento, le tecnologie convenzionali e nucleari, i centri di spionaggio.
Le basi vanno inquadrate nella loro dimensione storica: esse sono il prodotto del colonialismo passato ed attuale e del neocolonialismo; basta ricordare le leggi obiettive dello sviluppo economico per ritrovare la loro presenza e gli interessi da cui sono generate.
Le basi dipendono sempre da centri di manipolazione superiore. Così gli Stati Uniti dispongono di quella che viene chiamata la Base Militare Principale che è sede di forze ragguardevoli raggruppate in sei comandi unificati: Comando Europeo (Germania), Comando Atlantico (Norfolk, Virginia), Comando Pacifico (Honolulu, Hawaii), Comando Centrale (Stati Uniti), Comando Readiness (Stati Uniti), Comando Sud (Panama).
Le basi militari si sono moltiplicate dappertutto a presidio di un determinato sistema politico mondiale. L’area Asia-Pacifico offre una sintesi dell’ottica nordamericana per il secolo XXI, in cui quest’area è definita “di importanza essenziale”. Con la guerra fredda gli Stati Uniti avevano 350.000 soldati in Europa e 140.000 in Asia. Adesso ne hanno 100.000 in Europa e altrettanti in Asia, per la maggior rilevanza dei loro interessi in quella che con il Pacifico considerano l’area più dinamica del mondo. Questa è la ragione di una presenza massiccia che si traduce nelle basi USA in Giappone, Corea del sud, Guam, l’Atollo Johnson, le isole Miwy, le Marshall, l’isola di Wake, la Samoa americana, le Filippine, la Tailandia, l’isola di Diego Garcia. Continua a leggere

L’ideologia dell’”internet libero”

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“La Rete rappresenta un fondamentale stadio dello sviluppo tecnico-scientifico raggiunto dall’umanità. Sono noti i fattori positivi e le straordinarie opportunità che offre Internet, soprattutto in termini di comunicazione ed informazione; sociologi, imprenditori e tecnici hanno spesso l’occasione di descrivere al grande pubblico lo sviluppo impetuoso di questa “giovane” tecnologia che ha già rivoluzionato – e promette di farlo in modo ancora più impetuoso in futuro – la nostra vita quotidiana.
In questi giorni poi – per via dell’affermazione politica del Movimento 5 Stelle che ne ha fatto un suo cavallo di battaglia – l’argomento è tornato in primo piano, in particolare per quanto riguarda i benefici che il Web apporterebbe in termini di trasparenza, partecipazione e correzione delle lacune del sistema democratico. Partendo da quest’ultime valutazioni si possono richiamare all’attenzione alcuni aspetti della Rete meno dibattuti e legati al più ampio contesto delle conflittuali relazioni economiche e politiche internazionali entro il quale Internet ha preso e sta prendendo forma.
Considerando astrattamente la Rete come neutra, l’effettiva capacità del Web di sanare certi deficit democratici appare comunque problematica, poiché i rapporti di forza e le contraddizioni del mondo non scompaiono nella Rete, ma vi si trasportano creando una nuova arena di conflitti virtuale ma non per questo meno reale. Sul piano concreto la situazione si presenta ancora più complessa perché la Rete non è neutra. In Italia per esempio, già in partenza un paese a sovranità limitata dagli Stati Uniti, il Web è strutturato e dominato dagli stessi USA; quindi quella neutralità della Rete che potrebbe garantire libertà, trasparenza e democrazia è solo teorica e nella pratica, per quanto se ne riesca a fare un uso intelligente e spregiudicato, è limitata e condizionata da chi ne ha il controllo effettivo.”

Internet: una “Rete” a stelle e strisce, di Michele Franceschelli continua qui.