Un rituale che si ripete in ogni guerra

935503_10151666463461204_1923500257_n “Sulle origini degli Stati Uniti, sulla loro missione e sul «Destino manifesto» si è scritto molto. L’esodo dei «Padri Fondatori» dalla madrepatria inglese al «nuovo mondo» viene compiuto in primo luogo da minoranze religiose, molto spesso epurate e perseguitate nell’Inghilterra teatro delle guerre di religione del ’600: quaccheri, battisti, levellers, ranters, seekers, ma soprattutto puritani. Secondo Tocqueville «L’intero destino dell’America è contenuto nel primo puritano che sbarcò in America». Perchè i puritani, dopo essere entrati in contrasto con la Corona inglese che non accoglieva le loro richieste contenute nel Millenary Petition, richieste principalmente di carattere morale, emigrarono in nassa e in maniera strutturata ed organizzata in America (principalmente nell’America del Nord), identificata nella loro letteratura come la nuova Israele, paese che sarebbe stato il regno millenario di Cristo precedente il giudizio universale. La base teologica dei puritani proviene da una lettura dell’Apocalisse di Giovanni. Il proliferare di chiese e sette americane, fino ai telepredicatori e agli internetpredicatori, trova la sua origine proprio da diverse interpretazioni dalla lettura dell’Apocalisse di Giovanni.
Noi Europei rimaniamo piuttosto stupiti quando, nell’analizzare discorsi cli importanti politici americani, ci imbattiamo in concetti assoluti come quello del «Bene» contro il «Male» o quando apprendiamo che il nemico non si sconfigge ma si distrugge. Alla base di tutta questa retorica c’è la visione del mondo propria dei puritani. Con gli anni magari la maggior parte degli statunitensi non pensa che gli USA siano il regno millenario di Cristo, ma sicuramente è opinione largamente diffusa che il loro sia il paese migliore al mondo, portatore e garante di libertà, con una missione storica da compiere.
Da qui deriva quella che potremmo identificare come l’ideologia imperiale: gli Stati Uniti sono il faro della civiltà, portatore di democrazia e di diritti umani, il paese migliore che deve intervenire per diffondere il bene nel mondo. Tale ideologia serve da collante da un punto di vista interno – gli statunitensi vivono nel paese migliore del mondo – e giustifica le campagne militari in terre straniere: gli statunitensi esportano la democrazia, la civiltà, i diritti umani, in una parola, il «Bene».
Ancora, questa convinzione di essere il paese «faro di civiltà» e guida per l’umanità tutta, paese caratterizzato da valori di carattere universale, viene diffusa nel mondo non solo con le «missioni di pace», ma soprattutto con la cultura popolare. Assistiamo quotidianamente ad una certa spettacolarizzazione della storia attraverso pellicole e sceneggiati televisivi di vario genere, cosicché è diffusa l’opinione che Hollywood sia una sorta di «ministero della propaganda» americano. La conoscenza storica popolare che il mondo ha degli USA viene in gran parte da lì, da quei film che spesso hanno un taglio autocelebrativo. Del resto gli americani sono maestri nel saper sfruttare e diffondere le immagini e la propaganda è stata una delle armi che ha permesso agli USA di vincere la Guerra Fredda; perciò sarebbe poco intelligente pensare che tutta quella struttura di elaborazione e diffusione di notizie e cultura, presente capillarmente in molti paesi del mondo, sia stata smantellata dopo il 1989. Con l’uso sapiente della cultura popolare, non solo cinematografica, gli USA hanno disegnato la propria immagine da proporre al mondo, l’immagine di un paese «buono», impegnato nel fare guerre «giuste» e nell’annientare i nemici, che sono cattivi tout court, l’incarnazione del Male, in un rituale che si ripete in ogni guerra, con una forma assolutamente manichea.”

Da Perché gli USA non sono un Impero, di Massimo Janigro, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, anno X, n. 1, Gennaio – Marzo 2013, pp. 90 – 91.

L’Avana, 30 Novembre 1996

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La risoluzione finale adottata dalla Conferenza Internazionale sulle Basi Militari Straniere riunita a L’Avana dal 28 al 30 Novembre 1996.

Nell’attuale fase storica in cui la globalizzazione, la multinazionalizzazione, il neocolonialismo e l’egemonismo politico e militare dominano il mondo, le basi militari straniere continuano ad essere una piaga per l’umanità.
Rilevare che nel mondo attuale ci sono circa 2.000 basi militari straniere è già di per sé una cosa significativa e assai grave, ma ancor più grave diventa se si considera che cosa queste basi rappresentano e le dimensioni che hanno raggiunto. Perché si tratta di basi a partire dalle quali vengono organizzate operazioni e manovre dirette a volte contro gli stessi paesi che le ospitano; centri che dispongono di forze di rapido impiego per il coordinamento, il controllo, l’addestramento di unità militari; impianti destinati allo spionaggio e all’ascolto delle trasmissioni radio; complessi di servizi tecnici per l’intercettazione delle radiocomunicazioni segrete di altri paesi, ecc..
In un centro di questo tipo, creato dagli Stati Uniti a Fort Gulick, nella zona del canale di Panama, qualcosa come 300.000 militari sudamericani hanno ricevuto lezioni teorico-pratiche su metodi di tortura, disinformazione, esecuzione extragiudiziali, intimidazioni e assassinii. Le basi hanno anche un ruolo importante per le attività collegate dei servizi segreti, per i traffici di armamenti e per le operazioni di controllo e acquisizione di informazioni, i sistemi di supervisione e rilevamento, le tecnologie convenzionali e nucleari, i centri di spionaggio.
Le basi vanno inquadrate nella loro dimensione storica: esse sono il prodotto del colonialismo passato ed attuale e del neocolonialismo; basta ricordare le leggi obiettive dello sviluppo economico per ritrovare la loro presenza e gli interessi da cui sono generate.
Le basi dipendono sempre da centri di manipolazione superiore. Così gli Stati Uniti dispongono di quella che viene chiamata la Base Militare Principale che è sede di forze ragguardevoli raggruppate in sei comandi unificati: Comando Europeo (Germania), Comando Atlantico (Norfolk, Virginia), Comando Pacifico (Honolulu, Hawaii), Comando Centrale (Stati Uniti), Comando Readiness (Stati Uniti), Comando Sud (Panama).
Le basi militari si sono moltiplicate dappertutto a presidio di un determinato sistema politico mondiale. L’area Asia-Pacifico offre una sintesi dell’ottica nordamericana per il secolo XXI, in cui quest’area è definita “di importanza essenziale”. Con la guerra fredda gli Stati Uniti avevano 350.000 soldati in Europa e 140.000 in Asia. Adesso ne hanno 100.000 in Europa e altrettanti in Asia, per la maggior rilevanza dei loro interessi in quella che con il Pacifico considerano l’area più dinamica del mondo. Questa è la ragione di una presenza massiccia che si traduce nelle basi USA in Giappone, Corea del sud, Guam, l’Atollo Johnson, le isole Miwy, le Marshall, l’isola di Wake, la Samoa americana, le Filippine, la Tailandia, l’isola di Diego Garcia. Continua a leggere

L’ideologia dell’”internet libero”

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“La Rete rappresenta un fondamentale stadio dello sviluppo tecnico-scientifico raggiunto dall’umanità. Sono noti i fattori positivi e le straordinarie opportunità che offre Internet, soprattutto in termini di comunicazione ed informazione; sociologi, imprenditori e tecnici hanno spesso l’occasione di descrivere al grande pubblico lo sviluppo impetuoso di questa “giovane” tecnologia che ha già rivoluzionato – e promette di farlo in modo ancora più impetuoso in futuro – la nostra vita quotidiana.
In questi giorni poi – per via dell’affermazione politica del Movimento 5 Stelle che ne ha fatto un suo cavallo di battaglia – l’argomento è tornato in primo piano, in particolare per quanto riguarda i benefici che il Web apporterebbe in termini di trasparenza, partecipazione e correzione delle lacune del sistema democratico. Partendo da quest’ultime valutazioni si possono richiamare all’attenzione alcuni aspetti della Rete meno dibattuti e legati al più ampio contesto delle conflittuali relazioni economiche e politiche internazionali entro il quale Internet ha preso e sta prendendo forma.
Considerando astrattamente la Rete come neutra, l’effettiva capacità del Web di sanare certi deficit democratici appare comunque problematica, poiché i rapporti di forza e le contraddizioni del mondo non scompaiono nella Rete, ma vi si trasportano creando una nuova arena di conflitti virtuale ma non per questo meno reale. Sul piano concreto la situazione si presenta ancora più complessa perché la Rete non è neutra. In Italia per esempio, già in partenza un paese a sovranità limitata dagli Stati Uniti, il Web è strutturato e dominato dagli stessi USA; quindi quella neutralità della Rete che potrebbe garantire libertà, trasparenza e democrazia è solo teorica e nella pratica, per quanto se ne riesca a fare un uso intelligente e spregiudicato, è limitata e condizionata da chi ne ha il controllo effettivo.”

Internet: una “Rete” a stelle e strisce, di Michele Franceschelli continua qui.

La globalizzazione della NATO

glo_nato“La prospettiva militare globale e le ambizioni geopolitiche della NATO sottolineano ed evidenziano le direttive militari e le operazioni della NATO. Il sistema di alleanze militari si sta compattando e i suoi principali obiettivi sembrano essere i giganti eurasiatici: la Russia, la Cina e forse l’India. L’espansione della NATO non si limita all’Europa e all’ex-Unione Sovietica, ma persegue ambizioni globali. In Asia, dalla rete di alleanze della regione Asia-Pacifico si sta formando un’alleanza parallela alla NATO. La Cina, la Russia e l’Iran si trovano ora in prima linea in una riluttante coalizione eurasiatica che si sta costruendo per contrapporsi alla NATO e agli Stati Uniti. Alla fine i tempi dell’allargamento della NATO potrebbero decidersi in Medio Oriente. Se il Medio Oriente cadrà sotto il controllo totale dell’alleanza anglo-americana e della NATO si creeranno le condizioni per una nuova fase della “guerra lunga” che condurrà dritto al cuore dell’Eurasia.“

Esattamente cinque anni or sono, “inauguravamo” questo blog pubblicando la traduzione dell’articolo di Mahdi Darius Nazemroaya, ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization, che contiene la citazione sopra riportata.
Si tratta di argomentazioni, di immutata attualità, che l’autore ha approfondito in un testo da poco uscito negli Stati Uniti e del quale, si spera, qualche editore di buona volontà un giorno vorrà offrire una versione in lingua italiana.

God Bless America!

MDG : USAID Procurement
“Se il buongiorno si vede dal mattino, si può affermare che nulla è cambiato dall’epoca del “Far West”. Quegli individui ritratti nel corrispondente genere filmico, sempre “minacciati” dai Pellerossa, riassumevano bene la “filosofia” dell’America, quella di dettar legge secondo il proprio particolare metro di giudizio, abusivamente elevato al rango della “universalità” e dei “sacri principi”.
Quanto alle “sanzioni” (che sovente devono indurre il nemico di turno a compiere la “prima mossa” per poi dipingerlo come “l’aggressore”), è nient’altro che la riformulazione moderna del modo di fare di un’impresa che ha stabilito il suo dominio a partire dai mari, grazie ai servigi dei “pirati di Sua Maestà”, e che oggi rivivono sotto forme “legali” quali “confische” e “congelamenti” di beni delle nazioni sottoposte a “sanzioni” ed “embarghi”. Tra l’altro giustificati come punizione per comportamenti giudicati “immorali”, o addirittura sulla base di pretese intenzioni mai verificate né verificabili, secondo l’oliata prassi dell’attribuzione agli altri di quello che in realtà si sta facendo o si è in procinto di fare.
Dunque, la situazione è seria, serissima, eppure sembra che nessuno intenda correre ai ripari. Perché qui non si ha a che fare con un simpatico mattacchione, con un grullo, ma con la prima potenza militare del mondo che non ha alcuna voglia di convivere pacificamente con gli altri.
Eppure si continua a rispondere ai suoi deliri con giri di parole, prendendo sul serio le affermazioni di pazzi, giustificando ogni loro follia con la medesima retorica con la quale tentano malamente di schermarsi. Non è forse quello che si fa quando si è di fronte ad uno schizofrenico mentre vaneggia con un coltello da cucina in mano?
Bisognerà dunque che prima o poi, qualcheduno prenda da parte questo soggetto e, dopo aver cercato di farlo ragionare nei suoi rari momenti di lucidità gli spieghi che per il suo bene (quello degli altri non gli interessa) dovrebbe cambiare registro, dopo di che, una volta constatata l’indisponibilità ad accettare consigli e, soprattutto, a curarsi (con l’ausilio di un’autorità religiosa, sempre che ve ne sia una capace di farlo…), imporgli un trattamento sanitario obbligatorio.
Hanno voglia a dire di continuo “God Bless America!”: bisogna vedere chi è quel “dio” che invocano!
Le cose sono due: o si tratta del loro ego collettivo spropositato, oppure l’entità invocata solennemente per dare le sue “benedizioni” è di ben altro segno, al che bisognerà prendere in considerazione di lasciar perdere la psichiatria e praticare un esorcismo. Ma in fin dei conti siamo in presenza dello stesso problema esaminato da due punti di vista diversi, quello di un’entità, l’America, che a furia d’essere utilizzato per determinati scopi “mondani” e fungendo da catalizzatore d’influenze nefaste rappresenta una fonte di sovversione e quindi di grave pericolo e tribolazione per tutti coloro che vi si trovano a contatto.”

Da Un pericolo pubblico si aggira per il mondo: l’America, di Enrico Galoppini.

Erano proprio meteoriti?

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Oltre 1000 feriti in Russia per un insolito sciame meteorico che ha colpito una zona scarsamente abitata degli Urali.
Erano proprio meteoriti? Siamo sicuri?

Da fonti interne dell’amministrazione USA veniamo confidenzialmente a sapere che forse le cose non stanno esattamente come ci sono state raccontate…
E anche di là dell’Atlantico qualcuno fa delle affermazioni fuori dal coro.
Ha iniziato il giornale russo Znak riportando la notizia secondo la quale il meteorite era stato intercettato dal sistema di difesa anti-missile di Urzhumka vicino a Chelyabinsk.
Poi il vice Primo Ministro Dmitry Rogozin, secondo il quale “è necessario sviluppare un nuovo sistema di difesa per identificare e neutralizzare minacce provenienti dallo spazio” ha fatto nascere qualche sospetto. (1)
Ma la vera ‘bomba’ esplode quando il leader liberale Vladimir Zhirinovsky afferma pubblicamente che non si è trattato affatto di meteoriti ma del test di un’arma spaziale americana (2). Da notizie riservate pare che tale arma sarebbe stata abbattuta da un missile russo.
Secondo Zhirinovsky il nuovo segretario di Stato americano John Kerry voleva avvisare il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov del test ma non sarebbe riuscito ad avvisarlo in tempo perché quest’ultimo era in viaggio in Africa.
Il dipartimento di Stato USA – da parte sua – ha recentemente confermato che John Kerry non è stato in grado di parlare con Lavrov – in missione ufficiale in Africa – a proposito di “urgenti questioni internazionali”.
Immediatamente alcuni organi di stampa si sono precipitati ad enfatizzare la scarsa affidabilità di Zhirinovsky, noto per le sue posizioni ultranazionaliste.
Il Washington Post scrive che Zhirinovsky “ha accusato l’America per la pioggia meteorica di oggi” (3), WaPo sottolinea come Zhirinovsky sia noto “per la sua retorica nazionalista, anti-occidentale e alle volte bizzarra”, mentre Der Spiegel lo definisce senza mezzi termini un “clown politico”.
Al tempo stesso – manco a dirlo – coloro che hanno riportato la notizia sono stati subito etichettati come ‘complottisti’… (4)
Noi che non complottisti non siamo – ma neppure burattini del mainstream – un po’ di domande ce le facciamo e attendiamo fiduciosi le risposte:
- Perché meteoriti in un periodo dell’anno in cui la terra non sfiora il quadrante di cielo dove ci sono gli sciami meteorici?
- Perché un meteorite che ha fatto tanto disastro fa un buchetto sul ghiaccio di soli 6 metri di diametro?
- Perché non sono state – a oggi – mostrate tracce fisiche del meteorite mentre vi sono ben 20.000 persone che stanno lavorando a riparare i danni?
- Perché nelle sequenze di alcuni filmati pubblicati in rete si vedono degli altri oggetti che volano più velocemente del meteorite e che sembrano cercare di intercettarne la traiettoria? (5)
Piero Cammerinesi

(1) presstv.ir e ibtimes.com
(2) rt.com
(3) washingtonpost.com
(4) worldnews.nbcnews.com e americanlivewire.com
(5) luogocomune.net

Fonte

Il diritto di “portare le armi”

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“Django” e il secondo emendamento della Costituzione USA

Nella prima sequenza del film di Quentin Tarantino, Django, schiavo nero comprato come collaboratore dal cacciatore bianco di taglie Schultz, fa il suo ingresso a cavallo in un villaggio del sud. Un nero a cavallo e presumibilmente armato? Allarme e sgomento dei bianchi che imbracciano fucili ed estraggono revolver mentre una donna sviene.
“Django Unchained” non è piaciuto a Spike Lee, a chi detesta il sangue e la violenza che caratterizzano tutti i film di Tarantino, a chi infine giudica una profanazione trasformare, sia pure a fini liberatori, in uno spaghetti western il capitolo più obbrobrioso e il più lungo della storia degli Stati Uniti d’America, la schiavitù. Pur condividendo almeno in parte queste critiche, il nostro giudizio sul film è sostanzialmente positivo se non altro perché la sua uscita ha coinciso con il dibattito in corso sulle misure o mezze misure proposte dal presidente Obama per limitare la vendita di armi da guerra e di caricatori con più di 10 proiettili, causa primaria degli eccidi settimanali in scuole, supermercati, sale cinematografiche e altri luoghi pubblici. (Per inciso, gli autori di questi eccidi, alienati, dissennati o criminali, sono tutti giovani, benestanti e bianchi che hanno facile accesso a mitragliatori da mille o duemila dollari. Naturalmente anche gli afro-americani non sono immuni dalla violenza – droga, furti e rapine – sono giovani disoccupati e poveri e fanno uso solo di “Sunday night specials”, pistole o revolver a sei colpi da trenta o quaranta dollari.)
Gli spunti o le analogie con il presente del film di Tarantino non vengono suggeriti dal fatto che gli schiavi sono naturalmente disarmati – solo Django, il ribelle, diventa un temibile pistolero – ma dal sacrosanto diritto costituzionale dei loro feroci e sanguinari padroni di essere armati fino ai denti. Il secondo degli undici emendamenti della carta (il “Bill of Rights”) in vigore ieri come oggi recita infatti: “Una ben disciplinata milizia, resa necessaria dalla sicurezza di uno stato libero, rende inviolabile il diritto del popolo di detenere e portare armi”. “The right to bear arms”, nella sarcastica parafrasi degli oppositori “the right to arm bears” – il diritto di armare gli orsi – è la bandiera freneticamente sventolata dalla “National Rifle Association”, la seconda più potente lobby negli Stati Uniti dopo quella pro-Israele, per respingere ogni tentativo di limitare la libera vendita di armi da fuoco di qualsiasi tipo (in mano ai privati ce ne sono più di 300 milioni su una popolazione di 297 milioni).
Questa associazione multimiliardaria di armaioli, che in altre parti del mondo verrebbe definita criminale e criminogena minaccia ora di aprire la procedura dello impeachment, della destituzione del Presidente per violazione della costituzione, in quanto vuole impedire ai cittadini di sparare ai passeri con raffiche di cento proiettili blindati cal. 7,65 ogni 70 secondi (questo vale per un mitragliatore semiautomatico, quello automatico ne spara cento in 35 secondi). E Barack Obama dopo l’eccidio di venti bambini e sette adulti nella scuola elementare di Sandy Hook, firma ventitré “provvedimenti esecutivi”, che altro non sono se non moniti e raccomandazioni, e propone al Congresso tramite il vice-presidente Biden di vietare la vendita di armi militari d’attacco semi-automatiche. Dichiara poi che anche lui ama le armi da fuoco, che a Camp David indulge spesso nel tiro al piattello ed esalta il valore storico-libertario del secondo emendamento.
Il valore storico libertario del secondo emendamento è un travestimento dei veri intenti di chi lo inserì nel “Bill of Rights” del 1791, quattro anni dopo la Guerra d’Indipendenza. E’ vero, nella neo-repubblica stellata proclamava il diritto dei cittadini di armarsi di schioppi ad avancarica e di formare corpi di volontari (a well regulated militia) da affiancare all’esercito federale nella difesa della nazione dalle “Redcoats”, le armate di George III d’Inghilterra, e delle libertà degli stessi cittadini e degli stati confederati dai soprusi del governo centrale. Ben diversi i veri propositi enunciati a chiare lettere nei “Federalist Papers”, veri atti di regolamentazione della repubblica – la corrispondenza cioè tra i padri fondatori James Madison, Alexander Hamilton, John Hay, ecc…: e cioè la “difesa comune dei suoi membri” (n.d.r.: bianchi, di sesso maschile, possidenti di terreni e di schiavi, banchieri, commercianti e funzionari pubblici), il “mantenimento della pace pubblica”, against internal convulsions – contro sconvolgimenti interni. E chi erano gli attori di questi sconvolgimenti interni? Gli schiavi in primo luogo, saliti dai 500.000 della Guerra d’Indipendenza ai 4.000.000 della guerra di secessione, ed in secondo luogo “the white rabble”, la teppa bianca dei nullatenenti, dei disoccupati, dei morti di fame inclini a rivolte in quanto privi di qualsiasi diritto.
Ma erano gli schiavi afro-americani quelli che preoccupavano maggiormente gli autori del secondo emendamento: dalla loro insurrezione del 1739 nella Carolina del Sud, a quelle di Gabriel Posser del 1800 e poi, dopo il Bill of Rights, di Denmark Vessey del 1822, di Nat Turner nel 1831, fino a quella guidata dall’abolizionista John Brown nel 1859 rappresentavano una minaccia ossessiva per schiavisti e non schiavisti soprattutto negli stati del sud dove costituivano la principale forza lavoro e il motore dell’economia agricola, nelle piantagioni di cotone e di riso.
Per quanto poi riguarda la “well regulated militia” gli storici più autorevoli da Morrison a Findlay, a Zinn, concordano nel rilevare come all’efficacia nella repressione sanguinosa delle insurrezioni afro-americane o a quelle della “teppa bianca” (Daniel Shays, 1781) non corrispose altrettanta efficacia sui campi di battaglia contro i nemici stranieri della repubblica.
Nella seconda guerra contro gli inglesi, scatenata sostanzialmente nel fallimentare tentativo di annettere il Canada, la milizia si squagliò come neve al sole: i seimila volontari che nel 1814 dovevano difendere Washington contro 1.500 redcoats di George III, disertarono in massa e la capitale venne incendiata e rasa al suolo.
Gli Stati Uniti d’America sono sempre stati una grande fabbrica di miti: il secondo emendamento è il più clamoroso ed è singolare che a difenderlo sia proprio il primo presidente afro-americano della storia della repubblica stellata.
Lucio Manisco

Piccoli droni crescono

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Viviamo la prima fase di un piano che tende a controllare e reprimere qualsiasi dissenso e ribellione a livello globale?
L’ipotesi è niente affatto peregrina

Che a volte si possano incontrare opinioni veritiere sugli accadimenti contemporanei sulla stampa cosiddetta alternativa è abbastanza verosimile ma che qualcosa che assomigli alla verità possa arrivare nelle nostre case uncensored e magari in prima serata, credetemi, è davvero raro.
Eppure, incredibile ma vero, di tanto in tanto qualche sussulto d’intelligenza riesce a farsi largo tra le menzogne sistematiche del mainstream media.
In particolare qui negli USA, dove i punti di vista realmente critici nei confronti dell’establishment vengono sistematicamente tenuti a distanza dai mass media e bollati come ‘minacce alla sicurezza nazionale’ o, come minimo, ‘antipatriottici’.
Per questo motivo sono rimasto piuttosto sorpreso nel sentire l’altro ieri la popolare conduttrice Rachel Maddow nel suo show del giovedì su MSNBC esprimersi molto criticamente nei confronti dei droni-killer che hanno avuto dal presidente la ‘licenza di uccidere’ qualsiasi persona – cittadini americani compresi – in qualsiasi parte del mondo. Continua a leggere

Quel sentimento di inattaccabilità

isola mondo“La potenza statunitense, insediata su un territorio insulare cento volte più grande dell’Attica a cavallo tra due oceani, dispone delle prerogative necessarie per poter esercitare un’egemonia mondiale. Se ne rese lucidamente conto l’ammiraglio A. T. Mahan, “profeta armato” (così lo definisce Terracciano) della geopolitica americana del XIX secolo, il quale in The influence of sea power upon history. 1660-1783  mostrò l’influenza esercitata dalla potenza marittima (sea power) nei due secoli precedenti. Successivamente, nello stesso anno in cui Mackinder dava alle stampe The Geographical Pivot of History, Mahan pubblicò un saggio che avrebbe richiamato l’attenzione di Carl Schmitt.
“In un saggio del luglio 1904 – scrive nel 1942 Carl Schmitt in Land und Meer – Mahan parla delle possibilità di una riunificazione fra l’Inghilterra e gli Stati Uniti d’America. La ragione più profonda di tale riunificazione non è da lui ravvisata nella comunanza di razza, lingua e cultura. Egli non sottovaluta affatto questi punti di vista spesso addotti da altri autori, ma li considera soltanto utili elementi aggiuntivi. Decisiva gli appare piuttosto la necessità di mantenere il dominio anglosassone sui mari del mondo, il che può avvenire solo su base ‘insulare’, mediante l’unione fra le due potenze angloamericane. In seguito allo sviluppo moderno, l’Inghilterra stessa è diventata troppo piccola, e quindi non è più isola nel senso inteso finora. Sono piuttosto gli Stati Uniti d’America la vera isola contemporanea. E’ un fatto di cui non ci si è ancora resi conto, sostiene Mahan, a causa della loro dimensione, ma che corrisponde ai parametri e alle proporzioni attuali. Ora, il carattere insulare degli Stati Uniti dovrebbe garantire la salvaguardia e la prosecuzione del dominio sul mare su base più ampia. L’America sarebbe, insomma, l’isola maggiore che perpetuerebbe la conquista britannica del mare e la proseguirebbe su più vasta scala come dominio del mare angloamericano sul mondo intero” .
La coscienza dell’insularità, afferma Terracciano, favorisce negli statunitensi l’insorgere di una sorta di mania di persecuzione: la potenza egemone del continente nordamericano avverte il senso di un’incombente minaccia, che proverrebbe tanto dall’Atlantico quanto dal Pacifico. Si tratta di una specie di paranoia, che induce gli Stati Uniti a perseguire il controllo geopolitico sia della sponda europea sia di quella asiatica. Infatti “la loro ambizione non si fermava alle isole del Pacifico, ma pretendeva di toccare la sponda asiatica e schiacciare l’avversario. Essi non disponevano soltanto dei mezzi per raggiungere questo obiettivo, ma, in Asia come in Europa, potevano servirsi a loro discrezione di indispensabili complici sulle teste di ponte già installate. Per una potenza marittima, il mare è lo spazio vitale e non una frontiera. Le sue frontiere si trovano sulle sponde opposte”.
Simultaneamente, l’esistenza insulare ha infuso nei nordamericani quel sentimento di inattaccabilità che promana dalle parole di Thomas Jefferson: “Per nostra fortuna la natura ed un vasto oceano ci separano dalle devastazioni sterminatrici di un quarto del globo”. Così la fortezza insulare inespugnabile è la “terra promessa” separata dalle nazioni corrotte che abitano il resto della terra: un elemento fondamentale di quella parodistica teologia che informa la visione americana del mondo e che ispira l’imperialismo statunitense.”

Dalla prefazione di Claudio Mutti a L’Isola del Mondo alla conquista del pianeta, di Carlo Terracciano, Anteo edizioni, 2012.

Un’amicizia molto pericolosa

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Il fondamentalismo islamico alleato tattico degli USA

““Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”, merita di essere letta con un’attenzione maggiore di quella che ad essa è stata riservata finora.
Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto di fondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”.
Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.
“È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”.
L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.
Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”.
L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.”

Da L’islamismo contro l’Islam?, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”,  n. 4, anno 2012.

Un premio Nobel per la guerra

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“Anche la politica estera dell’Unione Europea è un gioco, come se ventisette polli senza testa si tirassero dei calci a casaccio tra loro su qualsiasi tema, dalla Palestina all’ammissione della Turchia. Ma c’è una cosa che l’Unione Europea fa bene davvero: produrre, commercializzare e vendere armi a chiunque sia coinvolto in affari bellici.
Asia Times Online ha avuto conferma indipendente da due diplomatici europei che l’U.E. – attraverso il suo braccio militare comandato dagli USA, la NATO – si sta preparando ad una nuova guerra, in Siria. Questo conferma un recente rapporto sullo stesso argomento del quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung (Moon of Alabama ce ne offre un’ottima traduzione).
I diplomatici hanno confermato ad ATol che il Segretario Generale della NATO – l’incredibilmente mediocre Anders Fogh Rasmussen – sta scalpitando per una guerra in Siria, camuffando questa sua frenesia con la retorica “La NATO non nasconderà la testa sotto la sabbia”.
Citando le sue parole in diretta da Washington, Rasmussen godrebbe dell’appoggio di Turchia, Regno Unito e Francia, con la Germania in una condizione ambivalente, poiché il Ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle aveva precedentemente escluso l’opzione bellica in favore di una soluzione politica.
Scalpitare per la guerra è una cosa, farla davvero è un’altra. Anche una direttiva NATO che dia il via ad azioni belliche in Siria necessita dell’approvazione di tutti e 28 i Paesi membri. Comunque, ecco lo scheletro dell’atto finale: Washington continuerà ad ordinare al suo fantoccio danese Rasmussen di preparare le basi per un’azione di guerra, assolutamente necessaria. Benvenuti in Siria, oppure Libia-2 – anche se Washington non potrebbe in alcun modo giustificare di propinare al Consiglio di Sicurezza della NATO un’altra Responsabilità a Proteggere (R2P).
Ebbene sì, Bruxelles, abbiamo un problema. E sta succedendo proprio mentre vengono spiegati sul confine turco i missili Patriot e 400 unità militari tedesche. L’opinione pubblica della Germania è contraria ad un’altra guerra nel mondo musulmano. Nel 2013 in Germania ci saranno le elezioni.. Angela Merkel e Westerwelle non sono esattamente degli spiriti suicidi.
L’accelerazione dei missili Patriot – che “proteggeranno” la Turchia contro qualsiasi attacco missilistico dalla Siria – è una scelta che viene dritta dritta dal Manuale Delle Armi D’Illusione Di Massa. Frederick Ben Hodges, capo del nuovo Comando Terrestre Alleato di base a Ismir, Turchia, avrebbe dichiarato ad un’agenzia di stampa dell’Anatolia che i Patriot sono lì come deterrente contro i missili chimici siriani. Come se Bashar al-Assad, (come nel caso Frau Merkel), fosse diventato all’improvviso un pazzo suicida. Gli unici che credono davvero alla storiella d’intelligence che Washington sta facendo circolare, che Damasco potrebbe utilizzare le armi chimiche come ultima spiaggia, sono il fedele danese Rasmussen ed il club di mediocrità politica Britannico-Francese-Turco. Le manovre psicologiche della NATO non metteranno di certo paura al Governo Siriano.
Per quanto riguarda poi l’incredibilmente bizzarro Primo Ministro Turco Recep Tayyip Erdogan, si è dimostrato coerente in una cosa soltanto: ha una febbre, e l’unica cura possibile è lo spazio aereo interdetto. Anche se l’opinione pubblica turca non vuole neanch’essa una guerra, Erdogan non è stato in grado di smorzare questa febbre. La macchina US-NATO ha usato ogni mezzo – dal corrompere orde di funzionari a Damasco fino ad imputare ad Assad ogni settimana una serie di mini-olocausti. Non ha funzionato.
I cosiddetti “ribelli” – contagiati dalla Salafi-jihadis – difatti “controllano” soltanto territori secondari a maggioranza Sunnita o sobborghi intorno alle grandi città. Ci saranno quasi 40,000 combattenti nelle periferie di Damasco, ma rischiano di trovarsi vittime di una clamorosa imboscata organizzata dall’Esercito Siriano. Quindi il presunto cambio di scena dovrà sicuramente prevedere la minaccia delle armi chimiche, e quindi – si spera? – al Sacro Graal dello spazio aereo interdetto.”

Da La NATO aspira a un premio Nobel per la guerra, di Pepe Escobar.

L’assolato avamposto di Camp Lemonnier

Una base statunitense isolata al centro di operazioni segrete
di Craig Whitlock

Gibuti Città (Gibuti) – Notte e dì, circa 16 volte al giorno, i droni decollano o atterrano qui, a una base militare statunitense, lo snodo per le guerre antiterrorismo dell’amministrazione Obama nel Corno d’Africa e nel Medio Oriente.
Alcuni degli aeroplani senza pilota sono destinati alla Somalia, lo Stato imploso il cui confine si trova proprio 10 miglia a sud-est. La maggior parte dei droni armati, comunque, fanno rotta a nord attraverso il Golfo di Aden verso lo Yemen, un altro Paese instabile ove vengono utilizzati in una guerra sempre più mortale contro una componente di al-Qaeda che ha preso di mira gli Stati Uniti.
Camp Lemonnier, un assolato avamposto nel Terzo Mondo fondato dalla Legione Straniera francese, iniziò come campo temporaneo di addestramento per Marines statunitensi alla ricerca di un punto d’appoggio nella regione un decennio fa. Nel corso degli ultimi due anni, l’esercito statunitense lo ha surrettiziamente trasformato nella più trafficata base per Predator all’esterno della zona operativa afgana, un riferimento per combattere una nuova generazione di gruppi terroristi.
L’amministrazione Obama ha fatto ricorso a misure straordinarie per nascondere i dettagli legali e operativi del suo programma di uccisioni mirate. A porte chiuse, scrupolose discussioni precedono ogni decisione di posizionare qualcuno al centro del mirino nella guerra perpetua degli Stati Uniti contro al-Qaeda ed i suoi alleati.
Sempre più, gli ordini di trovare, pedinare o uccidere queste persone vengono presi a Camp Lemonnier. Praticamente tutti i 500 acri della base sono dedicati all’antiterrorismo, rendendola l’unica installazione di questo tipo nella rete globale di basi del Pentagono. Continua a leggere

Gli epigoni di Adolf Hitler

“I movimenti di liberazione, autentici, dalla schiavitù coloniale occidentale, che hanno interessato i Paesi dell’area vicinorientale e nordafricana negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, si sono caratterizzati per una profonda adesione al socialismo nazionalista e laico-progressista (nasserismo, baathismo); Egitto (fino al 1978), Libia, Iraq e Siria sono stati fieri avversari, sotto varie forme, del Nuovo Ordine Mondiale. Il prezzo che i governi di tali Paesi hanno versato sull’altare della sfida da essi lanciata a tale progetto imperialista, è stato altissimo. Saddam Hussein, Muammar al Gheddafi, Bashar al Assad, sono ormai assimilati, nella propaganda del mainstream, ad epigoni di Adolf Hitler; il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, nel 1998-1999, fu ritratto dal tabloid “di sinistra” L’Espresso, come una reincarnazione, in sedicesimo, del Fuhrer. Ogni entità politica, partitica, statuale ed ogni dirigente politico i cui riferimenti culturali, ideologici e programmatici si scontrano con gli interessi del Nuovo Ordine Mondiale, subisce un processo di demonizzazione mediatica, propedeutico, nel caso dei leader di tali entità statuali o partitiche, alla successiva eliminazione fisica (coeva con quella dei popoli da essi governati, il più delle volte, come nel caso jugoslavo, iraniano e siriano, a seguito di libere e democratiche elezioni, svoltesi ovviamente nell’ambito di sistemi ed ordinamenti costituzionali differenti ed originali rispetto alla cosiddetta «democrazia liberale borghese» anglo-sassone, risalente al XVII secolo) ed alla conclusiva dannatio memnoriae.
«Comunismo», «nazionalismo», «fondamentalismo terrorista», «antisemitismo», sono gli stereotipi lessicali più comunemente utilizzati dai teorici e dai propagandisti della infowar (tra cui spiccano le varie agenzie di public relations americane, come Ruder & Finn e Hill & Knowlton) per designare i nemici» del capitalismo e dell’american way of life.”

Da Filosofia della disinformazione strategica, di Paolo Borgognone.
Ovverosia come suscitare il consenso, o per lo meno la non opposizione, dell’opinione pubblica dei Paesi occidentali ai progetti di egemonia globale USA/NATO.

Vogliono

Traduzione letterale: “Vogliamo che i nostri bambini vivano in un mondo senza il potere distruttivo di un pianeta in via di surriscaldamento”.

Traduzione per i non-adepti: “Vogliamo che i nostri bambini vivano in un mondo con il potere distruttivo di migliaia di testate nucleari, di centinaia di droni e basi militari sparse in ogni angolo del pianeta… perché siamo pacifici, talmente pacifici che io ho persino vinto  il premio Nobel per la pace…”.

Elezioni USA e dintorni

Dal meno peggio al sempre peggio, dal tanto peggio al tanto meglio.
Ma dalla Sicilia alla California l’astensionismo conquista o sfiora la maggioranza

“Caro Lucio – recita l’e-mail – conosciamo i tuoi spunti critici sulla nostra opera di governo degli ultimi quattro anni e ne terremo conto nel nostro secondo mandato. Il tuo sostegno è comunque essenziale al fine di tradurre in realtà quei programmi che l’emergenza della crisi economica ereditata dalla precedente amministrazione e l’accanita opposizione repubblicana nella Camera dei rappresentanti ci hanno in parte impedito di attuare. Facciamo affidamento pertanto sul tuo voto il 6 novembre e prima ancora sul tuo contributo economico alla fase conclusiva della campagna elettorale. F.to: Barack Obama”.
Non ci siamo mai sognati di chiedere la cittadinanza statunitense nei trentotto anni trascorsi nella repubblica stellata e in quanto stranieri non abbiamo il diritto di voto nel grande impero d’occidente e anche se volessimo non potremmo contribuire un solo dollaro alla campagna di Obama o del suo avversario. Sospettiamo che più di un malinteso si sia trattato di uno scherzo fattoci da un caro amico newyorkese da anni residente in Italia, D.S., obamista di ritorno, che dopo averci fatto pervenire altri inviti dalla Casa Bianca (con soli 19 dollari il nostro nome sarebbe stato estratto a sorte per un invito a cena con il Presidente), ci abbia segnalato come cittadino americano “critico”, residente all’estero, a qualche funzionario democratico di Washington. Perché la tesi di D.S. è quella più semplice e più in voga da almeno due mesi a questa parte: definire Romney-Obama “un mostro a due teste” è da sofisti intellettualmente disonesti, perché Barack è meglio di Mitt e anche per i disillusi è il meno peggio dei due.
Ci risiamo: votare per il meno peggio, anche se l’esperienza degli ultimi quaranta anni negli Stati Uniti e in Europa ha dimostrato che il meno peggio ha portato sempre al peggio. Continua a leggere

Sport e politica

Scriveva un profetico John Kleeves (in “Orion” n. 192 del Settembre 2000, pp. 14-15), argomentando sulle ragioni della propaganda dietro gli eventi sportivi più seguiti:

“Non è un problema solo del calcio, naturalmente. E’ un problema di tutto lo sport. Lo sport è fatto di avvenimenti altamente pubblici, atti a convogliare messaggi a milioni o anche a decine di milioni di persone alla volta. Ovvio che la politica pensi di manipolarlo. Prendiamo il ciclismo, questo sport duro e puro, da ingenui faticatori popolani (da “forzati del pedale”, secondo una bella immagine dei tempi di Coppi, credo, non so pensata da chi). Credete lo abbiano lasciato in pace? Lo ha preso in considerazione addirittura l’US Government, il governo federale degli Stati Uniti, che ha sempre avvertito come dannoso per le proprie politiche il distacco “spirituale” che gli europei sentono per gli americani, visti estranei, con poco in comune. Henry Kissinger – che, ricordiamo, si occupava di grande politica – pensava che avrebbe aiutato se gli americani avessero giocato anche loro al calcio e fece inutili sforzi al riguardo (il Cosmos). Greg LeMond, il quale cominciando come gregario nella squadra francese di Hinault vinse tre Tour de France (1986, 1989, 1990), mostrò che anche il ciclismo poteva essere utile, se si aveva un campione che vinceva grandi corse in Europa*. Così, quando un nuovo ciclista americano promettente – Lance Armstrong – rimase senza squadra, perché abbandonato dalla Cofidis alla notizia che aveva un cancro testicolare (poi guarito), nel 1997 il governo federale creò una squadra apposta per lui, sponsorizzata dall’United States Postal Service. E’ una squadra di Stato, una squadra ufficiale degli Stati Uniti d’America, perché l’US Postal Service è un’Agenzia federale, con 800.000 dipendenti. Un’Agenzia federale, esattamente come la CIA.
Una clamorosa interferenza politica nello sport, ed è da notare come nessuno nell’ambiente abbia fiatato. Il comitato organizzatore del Tour ha accettato l’iscrizione del team US Postal Service e nessun giornalista o direttore sportivo o patron ha fatto notare l’incongruenza: il Tour, così come le altre corse ciclistiche in Europa e nel mondo, è riservato a squadre private (Polti, Mercatone Uno, Banesto eccetera) mentre qui si è presentato ufficialmente il governo di una Nazione. Non è una mera questione di forma: se io sono lo sponsor di una squadra, voglio che vinca e faccio al riguardo tutto ciò che posso impunemente fare, oltre ai danari che ho sganciato. E se sono l’US Government posso impunemente fare davvero molte cose, se voglio.
Ho dei sospetti sulle vittorie di Armstrong al Tour del 1999 e del 2000? Posso solo notare come le disavventure di Pantani gli abbiano fatto assai comodo, sia nel 1999 sia nel 2000. E posso notare come il governo statunitense abbia a disposizione i massimi esperti di droghe varie del mondo, con poche difficoltà nel creare “bombe” che non lascino tracce. Sembrerebbe di non dover andare tanto in là: se l’organizzazione del Tour è sensibile all’influenza dello Zio Sam – e lo ha dimostrato accettando l’iscrizione dell’US Postal Service come si fosse trattato del Pizza Hut – può favorire Armstrong semplicemente disegnandogli il Tour addosso come un vestito, con molte cronometro e con salite poco bestiali. Ma chissà se ciò era giudicato sufficiente in quelle afose giornate del 1999, quando Pantani massacrava a destra e a sinistra nel Giro d’Italia.
Se fossi in un qualunque ciclista europeo mi rifiuterei di gareggiare dove c’è la US Postal Service. Ma sono dei poveretti che hanno bisogno di mangiare. Per quanto riguarda gli altri, i dirigenti e gli intellettuali dell’ambiente (i patron, i direttori sportivi, gli organizzatori, i giornalisti eccetera), dovrebbero approfondire la loro conoscenza dell’entità “America”: si accorgerebbero che non è quel Paese ultra democratico, generoso e incapace di bassezze che credono; l’aspetto è suadente ma si tratta di una dittatura feroce, minuziosamente utilitarista e regolarmente sleale, che non partecipa certo al Tour de France per sport. Che guardino meno film di Hollywood e leggano di più.”

* Il quale LeMond, correndo in soccorso al collega in difficoltà, oggi scrive ai vertici mondiali del ciclismo chiedendone le dimissioni in quanto il vero problema sarebbe la corruzione, non le droghe!

La guerra dei droni

A partire dal 2002, l’uso dei velivoli senza pilota (in inglese Unmanned Aerial Vehicles, acronimo UAV), più semplicemente chiamati droni, è diventato un elemento sempre più importante nella strategia militare USA.
Il Washington Post ha documentato le missioni effettuate con droni sul territorio di Pakistan (334), Yemen e Somalia (44 complessivamente), alla data del 24 Ottobre u.s..
In molti casi, la scheda relativa ad ogni missione include dei collegamenti alle pertinenti notizie di agenzia. Quando possibile, la banca dati così costruita comprende i nomi dei capi guerriglieri uccisi in ciascun raid. D’altro canto, essa non riporta l’esatto numero delle persone rimaste uccise, date le grandi discrepanze presenti nelle varie fonti e la difficoltà di trovare conferma delle perdite lamentate.
Purtuttavia, il numero di miliziani e civili rimasti vittime della guerra dei droni negli ultimi dieci anni dovrebbe presto superare le 3.000 unità…

Qui in dettaglio.

Il declino dell’egemonia USA nelle parole di N. Chomsky

Conferenza “The Emerging World Order: its roots, our legacy” (Il nuovo ordine mondiale: le sue radici, la nostra eredità), tenuta lo scorso 17 Settembre 2012 presso il Politeama Rossetti a Trieste.
Con traduzione simultanea in italiano.

Vivere sotto i droni

Pakistan: il terrore viene dal cielo

Il terrore viene dal cielo in Pakistan. Non c’è una guerra nel Paese, ma il fatto che nelle zone di confine con l’Afghanistan si annidino ribelli talibani che poi agiscono nello Stato vicino ne ha fatto da tempo un territorio esposto ai bombardamenti statunitensi.
Alcuni files di Wikileaks dimostrarono qualche anno fa l’esistenza di un accordo “sotto banco” tra i due governi: le proteste ufficiali di Islamabad di fronte ai raid dei droni Usa sarebbero state solo di facciata, nulla di concreto sarebbe stato fatto per fermare le incursioni statunitensi nel Waziristan. Tuttavia negli ultimi tempi sembra che a Islamabad stia passando una linea diversa: dopo che un elicottero NATO ha ucciso 24 soldati pakistani di stanza sul confine, per settimane sono stati chiusi i due valichi che collegano il Pakistan all’Afghanistan dai quali passano i rifornimenti per i mezzi dell’Alleanza atlantica. Un gesto suggerito dall’insofferenza oramai palpabile dell’opinione pubblica pakistana e di gran parte dei partiti islamici verso i raid. Ma nonostante le ripetute proteste popolari e il pericolo di una crisi diplomatica tra il governo di Islamabad e Washington, i raid USA – come stabilito dalla “dottrina Obama” – continuano.
E fanno moltissime vittime innocenti. L’intensivo ricorso da parte degli Stati Uniti ai raid condotti da droni nel nord del Pakistan è stato duramente contestato anche in uno studio condotto da giuristi di Standford e New York University per l’associazione Reprieve, che da anni si occupa di denunciare le torture perpetrate a Guantanamo e in generale le violazioni dei diritti umani commesse dagli Stati Uniti nella “guerra contro il terrorismo”. “I droni sorvolano 24 ore su 24 i villaggi del nord ovest del Pakistan, colpendo abitazioni, veicoli e luoghi pubblici senza nessun preavviso – si legge nel rapporto basato su interviste a 130 civili che vivono nell’area, la metà dei quali sopravvissuti a raid – chi vive sotto la minaccia dei droni deve fronteggiare la costante preoccupazione di un attacco mortale in ogni momento, sapendo di non poter far nulla per proteggersi”. Le incursioni in Waziristan hanno provocato centinaia di vittime tra i civili ed hanno avuto “l’effetto controproducente di danneggiare” l’immagine degli Stati Uniti d’America, denuncia lo studio, che si intitola appunto Living under drones (Vivere sotto i droni).
La relazione è stata pubblicata ieri, e in base ai dati del Bureau of Investigative Journalism afferma che dal giugno del 2004 sono state uccise tra le 2562 e le 3225 persone, tra queste il numero dei civili oscilla tra i 474 e gli 881. Il più delle volte le dichiarazioni ufficiali rese dal comando NATO o dalle autorità USA parlano di “terroristi” o “talibani”, o “miliziani di al Qaida”. Ma sono solo termini con i quali spesso si nasconde la verità, e cioè che i raid indiscriminati hanno ucciso dei civili. Solo ieri una fonte anonima dell’intelligence di Islamabad, citata dall’agenzia d’informazione Xinhua, ha reso noto che almeno 6 miiliziani di al Qaida, tra cui il comandante Abu Kasha al Iraqi, sarebbero stati uccisi in un raid di un drone Usa sulle aree tribali del Pakistan nordoccidentale. Una tardiva smentita sulla reale identità degli uccisi non stupirebbe.
Alessia Lai

Fonte

Tampa e Charlotte: due recitativi diversi

Una sola Convenzione: quella dell’uno per cento.
Presidenti delle grandi corporazioni, banchieri, petrolieri, speculatori finanziari con centinaia di lobbisti al seguito a convegno nelle due città per rafforzare con finanziamenti ormai senza limiti il loro controllo su Casa Bianca e Congresso quale che sia l’esito elettorale di novembre.
Le elargizioni multimilionarie premiavano fino a ieri i repubblicani, poi si sono spostate sui democratici come hanno confermato i sondaggi.

“How much is that doggie in the window, the one with the waggley tail?” – cantava Patty Page negli anni ’50 e ’60 e quell’interrogativo “Quanto costa quel cagnolino in vetrina, quello che scodinzola?” è affiorato più volte nella memoria di un ottuagenario mentre seguiva su Sky International, CNN e, grazie a internet, sulla ABC e NBC la convenzione repubblicana di Tampa e quella democratica a Charlotte. Che i due eventi abbiano assunto da più di un ventennio il ruolo di semplici vetrine dove vengono esposti i prodotti di scelte predeterminate in altre sedi, anche ma non solo nelle primarie, è un dato di fatto da tutti accettato nella repubblica stellata: i prodotti, le candidature cioè alla Casa Bianca e indirettamente al congresso e al governo di un terzo degli stati, vengono promossi con dispendiose coreografie, interventi roboanti e trucchi scenici per riaccendere l’interesse dell’elettorato sulle consultazioni popolari del primo martedì di novembre. E poi l’ostentazione di una granitica adesione dei due partiti – inesistenti nell’accezione europea ma negli USA solo movimenti di opinione in evidenza ogni quattro anni – alle scelte già fatte dei candidati.
Prima di tornare al tema della canzonetta sul costo dei cagnolini scodinzolanti in vetrina, alcune osservazioni non certo marginali vanno fatte sulle due kermesse di Tampa e Charlotte. Continua a leggere

In memoria di Giancarlo Chetoni

Nato a Livorno il 7 Giugno 1948, ivi deceduto lo scorso 30 Aprile 2012, riposa presso il locale cimitero de La Misericordia.
In ordine cronologico, una scelta degli articoli scritti dal 2006 fino all’inizio della collaborazione con questo blog.

Gli analisti del Pentagono

Nucleare iraniano e prospettive di guerra

Kossiga e dintorni

Rai di Margherita e Quercia

Come Hezbollah ha spiazzato Tsahal

Libano e dintorni

Libano: arrivano gli occhi a mandorla

Retroscena e azzardi sul Libano

Libano: una faccenda sporca

Prodi: amicizie pericolose

Prodi: amicizie pericolose 2

Prodi tra Libano e “Autostrade”

Occhio agli scarponi

Iraq: aerei di “lavoratori” che cadono…

Libano anno zero

Mastrogiacomo e l’Afghanistan

Venti di Guerra. A cercarli

Il lungo inverno di Kabul

La trappola afghana

Strada, l’Afghanistan e l’Italietta

Libano: venti di guerra. Come l’occidente sta armando la guerra civile

Kleiaat: un gran brutto affare

L’agonia della Repubblica

Da Roma e dal Vaticano

D’Alema e Damasco

D’Alema story: il baffo e le pillole MK 82

L’irreversibile tramonto dell’imperialismo USA

Il canarino di Abu Mazen

Kosovo: la nostra Europa

Dalla strage di Ustica agli attentati di Roma

Segreto di Stato: la strage di Bologna

Grillo? In galera!

Barboncini da salotto

La fucilazione del Maresciallo D’Auria

Le mirabolanti imprese della “diplomazia italiana”

La Forleo è davvero fuori di testa?

La corsa ad ostacoli di Clementina Forleo

Le Guerre della Repubblica delle Banane

Forleo e De Magistris: percorsi paralleli

Calabria: Politica, Affari e Massonerie (di ieri e di oggi)

Castelporziano e Villa Rosebery: il pesce puzza sempre dalla testa

Il riconoscimento del Kosovo: una scelta scellerata

La guerra segreta dell’Italietta in Afghanistan

Gaza: un bilancio dell’aggressione sionista

L’F35 è “invisibile”? No, è un bel bidone!

[Post modificato il 30 Agosto 2012]

Amnesty per l’occupazione?

Ashley Smith spiega cosa c’è dietro le contorsioni politiche di Amnesty International

La maggior parte delle persone associa Amnesty International con la lotta alla tortura, la protesta contro la pena di morte e l’impegno per la liberazione dei prigionieri politici. Conosciuta per queste importanti campagne, nell’ultimo decennio Amnesty si è opposta alla guerra in Iraq e ha chiesto la chiusura del campo di reclusione americano presso la Baia di Guantanamo, a Cuba.
Pertanto, gli attivisti contro la guerra presenti a Chigago durante il vertice della NATO dello scorso Maggio sono stati scioccati dal vedere che Amnesty International USA ha ricoperto le fermate degli autobus cittadine con manifesti che recitavano: “Diritti Umani per le donne e le ragazze in Afghanistan: NATO, sostieni il progresso!”.
Ancora peggio, Amnesty USA ha organizzato di sua iniziativa un “vertice ombra” in contemporanea con quello della NATO, ospitando Madeleine Albright, il famigerato Segretario di Stato di Bill Clinton, che sarà sempre ricordata per la sua cinica risposta alla domanda – postale durante la trasmissione 60 Minutes – circa le sanzioni contro l’Iraq degli anni novanta. Il corrispondente Lesley Stahl chiese, “Abbiamo sentito che mezzo milione di bambini sono morti. Sono ancora di più di quelli morti a Hiroshima. Ne valeva la pena?”, la Albright rispose “Penso sia stata una scelta molto difficile, ma crediamo ne valesse la pena”.
Con una vera e propria criminale di guerra quale sua relatrice speciale, il vertice ombra di Amnesty USA ha lanciato una campagna come se auspicasse una estensione dei “buoni lavori” della NATO in Afghanistan. I suoi relatori e i materiali promozionali riciclavano la giustificazione “femminista” dell’invasione e dell’occupazione militare tipica di George Bush – che la NATO avrebbe liberato le donne dall’oppressione dei Talebani.
Amnesty USA dice in una “Lettera aperta ai presidenti Obama e Karzai”: “Oggi, tre milioni di ragazze vanno a scuola, in confronto praticamente a nessuna sotto i Talebani. Le donne costituiscono il 20% dei laureati. La mortalità materna e quella infantile sono diminuite. Il 10% di giudici e procuratori sono donne, rispetto a nessuna durante il regime dei Talebani. Questo è ciò che intendiamo per progresso: i miglioramenti per i quali le donne hanno lottato durante l’ultimo decennio”.
Si faccia un confronto con la propaganda della NATO: “In dieci anni di collaborazione, le vite di uomini, donne e bambini afghani sono migliorate significativamente per quanto riguarda la sicurezza, l’educazione, la cura della salute, il benessere economico e il rispetto di diritti e libertà. C’è da fare di più, ma siamo determinati a lavorare insieme per assicurare il sostanziale progresso che abbiamo realizzato nel passato decennio”.
Semplicemente non c’è alcuna differenza.

La verità sulle donne durante l’occupazione della NATO
Queste affermazioni sono ridicole. L’occupazione NATO dell’Afghanistan ha sviluppato un regno del terrore nei confronti di tutta la popolazione del Paese, infliggendo repressione, attaccando le feste di matrimonio e appoggiando il Presidente burattino Hamid Karzai e il suo corrotto regime di signori della guerra.
Anche il New York Times ammette che non c’è stato praticamente alcun sviluppo. Un suo editoriale riporta: “Secondo la Banca Mondiale, circa il 97% del PIL dell’Afghanistan, pari a 15,7 miliardi di dollari, viene dall’aiuto internazionale militare e allo sviluppo e dalle spese effettuate nel Paese dalle truppe straniere.”
Ogni affermazione di funzionari statunitensi o della NATO circa il miglioramento delle condizioni degli afghani dovrebbe essere valutata con profondo sospetto. Nella più recente esposizione delle loro bugie circa lo sviluppo, un’ìnchiesta del Congresso ha rivelato che l’ospedale Dawood, finanziato dagli USA, ha imprigionato i suoi pazienti in “condizioni stile-Auschwitz”. Come ha riferito Democracy Now!: “Fonti anonime dell’Esercito hanno diffuso fotografie scattate nel 2010 che mostrano pazienti severamente trascurati, affamati all’ospedale Dawood, considerato il gioiello della corona del sistema sanitario afghano, dove è trattato il personale militare del Paese. Le foto mostrano pazienti molto emaciati, alcuni sofferenti di cancrena e ferite infestate da vermi”.
Le condizioni delle donne in Afghanistan non costituiscono un’eccezione a questo quadro generale. Né la NATO né il regime di Karzai hanno migliorato i diritti delle donne – Karzai ha firmato una normativa che conferisce ai mariti il potere di costringere a far sesso e privare di cibo le proprie mogli. Come Sonali Kolhatkar, fondatrice della Missione delle Donne Afghane, e Mariam Rawi, dell’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan, hanno scritto: “Sotto i Talebani, le donne erano confinate nelle proprie case. Non veniva loro permesso di lavorare o frequentare la scuola. Erano povere e senza diritti. Non avevano accesso all’acqua pulita o alle cure mediche, ed erano costrette ai matrimoni, spesso ancora bambine. Oggi, nella maggior parte dell’Afghanistan le donne vivono nelle stesse precise condizioni, ma con una notevole differenza: sono circondate dalla guerra.”
Dopo più di un decennio di occupazione militare, l’aspettativa media di vita per le donne afghane è pari a 51 anni. Il Paese è ultimo al mondo nella classifica della mortalità sia materna che infantile. L’UNICEF riferisce che il 68% dei bambini con meno di cinque anni soffre di malnutrizione.
Con l’inizio delle operazioni di controguerriglia volute da Obama, le condizioni per le donne sono drammaticamente peggiorate, non migliorate. “Il conflitto alle soglie di casa” scrivono Kolhatkar e Rawi “mette in pericolo le loro vite e quelle delle loro famiglie. Non porta loro diritti nell’ambito domestico o nella vita pubblica, e le rinchiude ulteriormente nella prigione costituita dalle loro stesse abitazioni”.
Ecco perché Malalai Joya, ex membro del Parlamento afghano, presume che l’unica buona cosa che USA e NATO possano fare è andarsene dal suo Paese. In una dichiarazione durante la dimostrazione contro il vertice NATO, ella ha detto: “In Afghanistan abbiamo molti problemi – il fondamentalismo, i signori della guerra, i Talebani. Ma avremmo una migliore probabilità di risolverli se avessimo la nostra auto-determinazione, la nostra libertà, la nostra indipendenza. Le bombe della NATO non daranno mai democrazia e giustizia all’Afghanistan o a nessun altro Paese”.

Per chi conosce l’inglese, la lettura può continuare qui.
Scoprirà, fra le altre cose, che lo scorso mese di Gennaio è stata designata quale nuovo direttore esecutivo di Amnesty International USA la signora Suzanne Nossel, fresca da un incarico al Dipartimento di Stato di Hillary Clinton, paladina dell’”interventismo umanitario” insieme a Samantha Power, Susan Rice e la stessa Clinton.
Non prima di essere stata assistente dell’ambasciatore USA presso l’ONU Richard Holbrooke ai tempi dei bombardamenti della NATO sull’ex Jugoslavia e direttore operativo di Human Rights Watch (HRW), nonché di aver inventato il termine “smart power”, assunto da Hillary Clinton quale parola d’ordine della politica estera a stelle e strisce durante l’amministrazione Obama.

La Rivoluzione non sarà teletrasmessa

10 Agosto (LaPresse/AP) – Le forze di sicurezza venezuelane hanno arrestato un cittadino statunitense sospettato di essere un mercenario coinvolto in un complotto per destabilizzare il Paese nel caso in cui il presidente Hugo Chavez dovesse vincere nuovamente le elezioni a Ottobre. Ne ha dato notizia lo stesso Chavez nella notte, spiegando che l’uomo, di origine ispanica, è stato fermato il 4 Agosto, mentre stava entrando in Venezuela dalla Colombia.
Il sospetto aveva con sé un passaporto degli Stati Uniti con timbri di entrata e uscita di diversi Paesi, come Iraq, Afghanistan e Libia, e un taccuino con annotate coordinate geografiche. Al momento dell’arresto l’uomo, la cui identità non è stata resa nota, ha strappato alcune pagine del bloc-notes.
“Ha tutta l’apparenza di essere un mercenario. Lo stiamo interrogando”, ha spiegato Chavez, durante un evento della campagna elettorale nello Stato di Vargas, senza però spiegare dove ora l’uomo sia detenuto o dove sia stato interrogato.
Il presidente suppone che l’americano sia stato reclutato da oppositori del governo per istigare violente proteste nel caso in cui lui dovesse battere il leader dell’opposizione, Henrique Capriles, al voto del 7 Ottobre. “Un gruppo di borghesi sta preparandosi a disconoscere il trionfo del popolo, è molto chiaro”, ha dichiarato il leader venezuelano davanti a una grande folla di sostenitori. I capi dell’opposizione, ha aggiunto, “proveranno a far cadere il Paese in una crisi politica e a scatenare le violenze. Chiedo a tutti di stare molto attenti”.

Coca go home!

Magari non sarà l’apocalisse, come nella profezia Maya, ma il 21 dicembre segnerà comunque la fine della Coca-Cola. Almeno in Bolivia, uno dei maggiori produttori di coca e di cocaina. Il governo di Evo Morales ha dato l’annuncio ufficiale. Sarà il 21 dicembre, in occasione del solstizio d’estate, che segna la fine del calendario maya. Sarà la fine della Coca USA e il ritorno della mocochinche, la tradizionale bevanda boliviana a base di nettare di pesca.
Secondo il ministro degli Esteri boliviano, David Choquehuanca, la scadenza ha un alto valore simbolico: sarà allora che, a suo dire, verrà celebrata la «fine del capitalismo» e l’inizio di una «cultura della vita». «Il 21 dicembre 2012 sarà la fine dell’egoismo, della divisione», ha detto Choquehuanca durante una cerimonia pubblica insieme al presidente della Bolivia. Non è la prima volta che l’esecutivo di Morales dichiara guerra alla tipica bibita «yankee»: proprio l’anno scorso in Bolivia è stata lanciata una bevanda locale, la «Coca-Colla», che imita persino nei colori dell’etichetta, oltre che nel nome, il prodotto dell’omonima multinazionale USA. Una chiara provocazione in risposta a quello che, nel Paese latinoamericano, è visto come emblema per eccellenza della temuta globalizzazione.
Le sedi dell’industria americana in Bolivia, tra l’altro, nel tempo sono state sottoposte a rigidi controlli fiscali, per individuare irregolarità. Nelle intenzioni del governo, inoltre, dietro alla sua abolizione ci sarebbe anche la volontà di difendere la principale risorsa nazionale, le foglie di coca, alla base di sempre più numerosi prodotti di consumo. Compresa la Coca-Cola ufficiale, anche se l’azienda con sede ad Atlanta non lo ha mai ammesso (nonostante voci contrarie, secondo cui ne vengono importate 180 tonnellate all’anno, soprattutto dal Perù). Ma l’avversione verso la Coca-Cola non riguarda solo la Bolivia: nel 2005, indios del sud-est colombiano presentarono al mondo la «Coca Sek», che pure si basava su estratti di coca. L’invenzione però venne proibita dal Consiglio internazionale per il controllo dei narcotici (Incb) dell’ONU.

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Il debito come arma di distruzione di massa

“La vicenda di Stockton rappresenta un esempio tutt’altro che isolato negli Stati Uniti in questi anni, dal momento che nel solo 2011 sono state ben 13 tra città, contee ed altre entità a presentare istanza di fallimento, cioè il numero più alto negli ultimi due decenni.
Quel che è peggio, tuttavia, è che questi procedimenti di bancarotta verranno utilizzati come una minaccia dagli altri amministratori locali per costringere lavoratori e pensionati pubblici ad accettare ulteriori tagli ai loro salari e benefit, così da preservare una parvenza di servizi pubblici a favore delle rispettive comunità. Come ha affermato in un’intervista al New York Times il membro di uno studio legale californiano specializzato in diritto fallimentare, “tutti guardano a Stockton, visto che è nell’interesse di ogni città sull’orlo del baratro di rendere il suo procedimento di bancarotta il più breve ed economico possibile”.
Media e politici di entrambi gli schieramenti, inoltre, indicano puntualmente come cause dei buchi di bilancio salari di dipendenti pubblici, piani pensionistici e di assistenza sanitaria “troppo generosi” e che devono essere perciò tagliati senza scrupoli.
Come hanno fatto notare alcuni sparuti commentatori d’oltreoceano, però, le procedure di fallimento che coinvolgono città come Stockton mettono in luce il doppio standard adottato da una classe dirigente interamente devota alla salvaguardia degli interessi delle classi privilegiate.
Quando, infatti, nel 2009 scoppiò negli USA la polemica attorno ai bonus dei top manager degli istituti bancari salvati dalla crisi con denaro federale, l’amministrazione Obama concluse che nulla era in suo potere per mettere un tetto ai compensi, poiché i contratti firmati dalle banche erano sacri.
Per dipendenti pubblici e pensionati, al contrario, i contratti di lavoro che garantiscono livelli di vita decenti sono carta straccia e, sia a livello locale che nazionale e quasi sempre con la connivenza delle organizzazioni sindacali, possono essere stravolti e ridimensionati per ridurre livelli di debito ormai fuori controllo.”

Da USA, il fallimento di Stockton di Michele Paris.

L’ipocrisia della “guerra umanitaria”

Altamente raccomandabile.