Le notizie sono bombe

bombe dolci“La guerra culturale in corso è dunque tra un Occidente liberal-totalitario, dove il “circo mediatico” è il nuovo clero, e gli oppositori della globalizzazione (Stati, nazioni, popoli ancora per così dire, borghesi primitivi o comunque non pienamente addomesticati ai processi di ridefinizione delle classi sociali in senso di un primato ideologico e politico neo-borghese come sopra illustrato), considerati tout court soggetti politici e sociali “vecchi”, nostalgici di un passato “totalitario” estinto e sublimato nei radiosi orizzonti della “fine della Storia”, “fuori dalla realtà” e “fuori dal mondo”. Costanzo Preve suddivise il “nuovo clero” politicamente corretto in due ramificazioni tra esse distinte:
– clero regolare (i detentori del sapere universitario scientifico, i professori liberal unificati al dogma di Francis Fukuyama della fine della Storia e dell’estensione della democrazia di libero mercato in ogni angolo del mondo);
– clero secolare (i controllori e gli operatori dei media generalisti, a mezzo tv e stampa, ossia i diffusori presso il volgo del mantra “non c’è alternativa” all’Occidente, alla NATO, all’economia di mercato, al dileguare di ogni forma di socialità e di “economia morale”, all’estinzione dell’idea stessa di comunità, politica, economica o nazionale).
Nell’ambito di questo quadro d’insieme è doveroso descrivere alcuni passaggi relativi al più eclatante caso di manipolazione della percezione, presso l’opinione pubblica, di abusate tematiche lessicali quali “rivoluzione”, “dittatura”, “guerra”, “invasione” ed “annessione” tutt’ora in corso, ossia il caso ucraino del dicembre 2013-giugno 2014.
La Russia (insieme alla Siria, all’Iran ed a qualche Stato latinoamericano disobbediente al padrone a stelle e strisce) è infatti il bad boy da punire, non in quanto significante un manifesto caso d’insubordinazione geopolitica (Putin non è Chavez o Fidel Castro, è chiaro…) bensì perché (per molti versi, insieme alla Repubblica popolare cinese), con la sua stessa esistenza come Stato nazionale retto da una leadership nazional-globalista e non liberal-globalista, con una prospettiva  geopolitica euroasiatica, pone in discussione, in quanto new global palyer, il dominio transatlantico a livello mondiale. Il golpe realizzato in Ucraina tra il dicembre 2013 ed il febbraio 2014 ha potuto contare sullo schieramento a favore della causa di Euromaidan da parte dell’intero “circo mediatico” atlantista occidentale. Le vicende dell’Ucraina ci sono state arbitrariamente raccontate come quelle di un popolo in lotta contro una brutale dittatura repressiva eterodiretta da Mosca, che soltanto il provvidenziale “intervento democratico” occidentale avrebbe potuto aiutare nell’intento di liberare se stesso dal “giogo” imposto dalla Russia, attraverso la successiva integrazione del Paese nelle strutture dell’Unione europea e della NATO. Giornalisti di fama parlarono apertamente della necessità dell’Occidente di «vincere la partita» geopolitica e mediatica con l’«avversario» russo, ponendosi in questo senso non come osservatori, commentatori ed analisti indipendenti ma come attori protagonisti dello scontro militare, economico e mediatico in atto.”

Da La guerra culturale e mediatica dell’atlantismo contro l’Europa. La costruzione di un’opinione pubblica unificata in nome del liberalismo totalitario antitradizionale, relazione presentata da Paolo Borgognone alla rassegna giornalistica nazionale “Passepartout”.
Su gentile concessione dell’autore, il testo è disponibile qui.

Questo è tutto quello che vogliono

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“Beh certamente non posso dire che [Donetsk] sia pronta per la difesa, se non altro perché la città nel suo complesso è ancora attiva come se fosse in tempo di pace. In pratica non sono state prese misure di difesa. Lo stato dei preparativi di difesa al momento è quello che era due mesi fa a Slavyansk. In altre parole, le fortificazioni esistenti sono sufficienti a fermare gli APC [corazzati da trasporto truppe] e gruppi quali la Guardia Nazionale o distaccamenti del Ministero degli Interni.
Per quanto riguarda le colonne corazzate del nemico, che sta impiegando massicciamente carri armati e artiglieria, in questo momento la città si può difendere solo con grande difficoltà e con perdite significative tra la Milizia. Tuttavia stiamo prendendo misure urgenti giorno dopo giorno in modo da garantire che la città sia pronta per la battaglia. Questo considerando le fortificazioni da erigere.
Per quanto riguarda invece lo stato d’animo della popolazione, è evidente che i residenti di Donetsk continuano a condurre una vita del tutto pacifica. Fanno ancora fatica a capire, o si rifiutano di credere, ciò che può accadere quando il nemico, le unità punitive ucraine, scateneranno un massiccio sbarramento di artiglieria e porteranno pesanti attacchi aerei contro le aree residenziali. Beh, anche noi abbiamo fatto fatica a crederci per lungo tempo.
Tuttavia, nel corso di un mese di assedio attivo, o, più precisamente, di tre mesi di preparazione ma di un solo mese di assedio, ci siamo convinti che il nemico ha scelto di non agire direttamente contro le nostre unità armate, le unità di auto-difesa della Milizia, ma di usare una tattica terroristica di distruzione – la distruzione delle infrastrutture e delle attività industriali. Per quanto strano possa sembrare, e io non lo trovo affatto strano a differenza di altri, gli obiettivi principali sottoposti ad attacchi a Slavyansk e Kramatorsk non erano le posizioni della Milizia, anche se erano perfettamente conosciute, e nemmeno i quartieri della città, ma le fabbriche e le attività industriali.
A Nikolayevka, in particolare, il nemico ha continuato a bombardare la centrale termica per tre giorni consecutivi, anche se non era presente un singolo miliziano. Per di più il bombardamento è continuato per un giorno intero dopo che la Milizia aveva lasciato la città. In altre parole, non c’era un motivo militare per il bombardamento. Allo stesso modo, altri bombardamenti sono stati effettuati su un certo numero di fabbriche di Slavyansk dove nessun miliziano aveva mai messo piede. Non c’erano posti di blocco e nemmeno avamposti. Tuttavia, sono state regolarmente e meticolosamente fatte saltare con l’artiglieria.
In altre parole, lo scopo di cui stiamo parlando qui non era quello di cancellare la Milizia dalla città. Non era quella l’intenzione. Il loro obiettivo era quello di causare la massima distruzione possibile nelle infrastrutture mentre si eliminava la Milizia, lasciando così le persone senza lavoro, senza casa, senza i mezzi per vivere. In effetti l’obiettivo era di costringere il popolo ad un esodo di massa, lasciandoli senza i mezzi per sopravvivere anche dopo la cessazione delle ostilità.
Io sono fermamente convinto che l’attuale dirigenza Ucraina ed il comando dell’esercito ucraino non si faranno problemi a fare lo stesso a Donetsk. Nessuno deve farsi illusioni – anche se noi dovessimo ritirarci da qui, loro non permetterebbero ai residenti di Donetsk di continuare a viverci. La cosiddetta Europa unita non vuole alcuna concorrenza da parte dell’industria di Donetsk. Non vogliono alcuna concorrenza da parte dei nostri scienziati. Tutto ciò che vogliono è che qui rimanga un territorio dove si possano reperire diverse centinaia di migliaia o forse anche un paio di milioni di unità di forza lavoro a buon mercato, in modo da poterle utilizzare in Europa. Questo è tutto quello che vogliono.”

Da Intervista a Igor Strelkov, ministro della Difesa e presidente del Consiglio di Sicurezza della Repubblica Popolare di Donetsk.

Chi governa davvero l’America

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Mi capita spesso di pensare cosa direbbe Eisenhower se fosse ancora vivo oggi. L’Eisenhower che, con straordinario coraggio, nel 1961 denunciò il predominio « palese e occulto » del complesso militare-industria negli Stati Uniti. Temo che la situazione di oggi non gli piacerebbe affatto. Quel complesso esiste ancora e si è arricchito di un terzo protagonista: la finanza.
Eisenhower mi è venuto alla mente leggendo il saggio di Gianfranco Peroncini, La nascita dell’impero americano. 1934-1936: la Commissione Nye e l’intreccio industriale, militare e politico che ha governato il mondo, edito da Mursia, che, come molti bei libri non ha avuto finora la risonanza che merita. Tema difficile e in apparenza lontano da noi: a chi può interessare l’operato di una commissione parlamentare americana, composta da americani esemplari e idealisti, che ha esaminato le vere cause dell’entrata in guerra degli USA durante la Prima guerra mondiale? E invece il tema è più che mai attuale e non solo per la concomitanza col centenario dello scoppio della Grande Guerra. A colpire sono le straordinarie e amarissime similitudini con l’America di oggi; è scoprire che un fenomeno pericolosamente degenerativo ha radici ben più profonde di quanto immaginato.
Oggi il problema degli USA è il predominio quasi assoluto e pervicace delle lobby nelle istituzioni, nel governo, nel Congresso e persino nella Giustizia. Sono loro che comandano davvero gli Stati Uniti, come ben sanno i commentatori più coraggiosi e intellettualmente onesti. Il problema è che leggendo il bel saggio di Peroncini ci si accorge di come il problema non sia recente ma abbia radici lontanissime. Ovvero non risale a 50 ma a 100 anni fa. Già allora un tarlo pericolosissimo stava erodendo le fondamenta dell’America, preservandone – e non è un caso – la facciata. Oggi non c’è corrispondenza tra i suoi Valori più alti e le Sue istituzioni, che sono dominate da una classe politico-affaristica solo in apparenza rispettabile. Eppur onnipotente.
Marcello Foa

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Un avvoltoio può nasconderne altri

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha appena rifiutato il ricorso dello Stato argentino contro la decisione di un tribunale di New York, condannandolo a pagare 1.330 milioni di dollari a due fondi-avvoltoi: NML e Aurelius.

Con sede, in genere, nei paradisi fiscali, i fondi avvoltoio sono fondi speculativi di investimento che approfittano delle crisi per ricomprare titoli di debito degli Stati a prezzi molto ridotti. L’obiettivo è obbligare (gli Stati) per via giuridica a rimborsarli ad alto prezzo, cioè l’importo iniziale dei debiti più gli interessi e le sanzioni, oltre che i diversi costi giudiziari.
Le plusvalenze che questi fondi accumulano sono fenomenali.
Ad esempio, NML ricomprò nel 2008 i titoli di debito pubblico argentino il cui valore nominale era di 222 milioni di dollari. Mentre il fondo spese solo 48 milioni di dollari per acquisire questi titoli di debito, ora chiede all’Argentina il pagamento dei 222 milioni di dollari, più gli interessi per il ritardo!
In totale lo Stato argentino deve pagare 1.330 milioni di dollari a NML (1) e a Aurelius (2), secondo la decisione dei tribunali di New York, confermata dalla Corte Suprema.
La giurisdizione dei tribunali newyorkini, protettrice all’estremo dei creditori, deriva da un grave errore commesso dal governo argentino al momento dei negoziati che ha avuto con i suoi creditori privati nel 2005 e 2010, a cui i fondi avvoltoi hanno rifiutato di partecipare.
Torniamo un poco indietro nel tempo. Dopo la sospensione unilaterale del pagamento del debito nel 2001, il governo argentino potè rovesciare a suo favore i rapporti di forza e ottenere da un’immensa maggioranza di quei creditori privati (il 93%) una riduzione del 70% del suo debito commerciale. Ma nel corso dei negoziati rinunciò ad una parte della sua sovranità col conferire ai tribunali di New York la giurisdizione per risolvere eventuali liti con i suoi creditori, invece che ai tribunali argentini. E’ questa ‘piega’ che NML e Aurelio hanno utilizzato per poter citare in giudizio lo Stato argentino su suolo statunitense, e il caso non è ancora finito …
Nel rifiutare il ricorso dell’Argentina, la Corte Suprema apre la strada, di fatto, ad altre sentenze di condanna visto che gli altri fondi avvoltoi, che non hanno voluto negoziare, senza dubbio perseguiranno anche loro l’Argentina.
La fattura potrebbe così aumentare a 15 mila milioni di dollari! Insopportabile per l’economia e per il popolo argentino.
Il governo non ha scelta. Disobbedire a questa sentenza è una necessità, anche a rischio di commettere un’illegalità dal punto di vista del diritto statunitense. Ricordiamo, comunque, che l’Argentina – come tutti gli altri Stati – ha, in virtù del diritto internazionale, obblighi verso la sua popolazione che sono superiori a qualsiasi altro, come quello di pagare i suoi creditori.
In questo braccio di ferro con i fondi avvoltoio l’Argentina ha ricevuto l’appoggio formale di creditori “tradizionali” come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e vari Stati membri del Club di Parigi, il gruppo informale che riunisce i 19 Stati creditori più ricchi (del quale il Belgio fa parte).
Tutti apparentemente condannano i fondi avvoltoio, ma tutti hanno una grande responsabilità in questa situazione.
In primo luogo, questi fondi vincono in tribunale visto che la loro azione è legale! Ma i loro procedimenti non sono nuovi. In questo caso NML ottenne già nel 1999 il pagamento da parte del Perù di 58 milioni di dollari a causa di un debito ricomprato dal fondo per soli 11 milioni i dollari.
Gli stati devono moltiplicare le leggi per fermare l’azione dei fondi avvoltoio nelle loro giurisdizioni nazionali. E’ urgente, viste le rovine provocate dai fondi avvoltoio nei paesi del Sud, ma anche in Europa, dove la Grecia e Cipro sono stati attaccati.
In secondo luogo i creditori “tradizionali” hanno indebitato enormemente i paesi del Sud con la complicità dei governi debitori. Questi crediti ricomprati dai fondi avvoltoio spesso sono, alla loro origine, debiti odiosi, illegali o illegittimi.
E’ il caso del debito argentino, dichiarato nullo dalla Corte Suprema argentina nel processo Olmos del 2000. I giudici argentini individuarono 477 reati nella formazione di questo debito, anche prima dell’arrivo dei fondi avvoltoio.
Questi creditori “tradizionali”, che pretendono di appoggiare l’Argentina contro i fondi avvoltoio, sono anche quelli che danneggiano il popolo argentino facendogli pagare un debito fraudolento, legato in parte alla dittatura argentina che essi appoggiarono.
Gli Stati membri del Club di Parigi arrivarono anche ad un accordo con l’Argentina lo scorso 29 maggio, accordo che prevedeva il rimborso di quell’odioso debito. Da tredici anni l’Argentina aveva smesso qualsiasi pagamento relativo al Club di Parigi. L’accordo prevede il pagamento di 9.700 milioni di dollari, dei quali 3.600 corrispondono ad interessi punitivi per il ritardo!
Gli avvoltoi sono quindi più numerosi di quello che pensiamo.
Se i creditori vogliono davvero essere presi sul serio rispetto al loro appoggio all’Argentina devono, da una parte, approvare leggi contro i fondi avvoltoio e, dall’altra, annullare completamente e senza condizioni tutti i debiti odiosi, illegali e illegittimi dell’Argentina.
Renaud Vivien*

(1) NML Capital Ltd. di proprietà del multimilionario statunitense Paul Singer
(2) Aurelius Capital Management, rappresentato da Mark Brosky, che è stato per anni avvocato del fondo NML

*Co-segretario generale del CADTM (Comitato per l’Annullamento del Debito ai Paesi del Terzo Mondo) del Belgio

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Uno sparo dal mondo

10450530_10152523470801678_986835566447526021_nEcco il titolo piú appropriato per una comunicazione mediatica su quanto avviene nel mondo oggi…, appena fuori dai nostri confini o piú in là ove tramonta il sole.
Ucraina, Libia, Egitto, Siria, Israele e Gaza, Libano, Irak, Nigeria, Sudan, Somalia, Yemen, Pakistan, Afghanistan… quelli in cui lo “sparo” trova grosso riscontro sui media mondiali, piú o meno a secondo di interessi geopolitici, economici e pure ideologici.
Una caterva gli “spari” con silenziatore, quelli “locali” che ancora non innescano alcun interesse o considerati circoscritti a nazioni ancora “controllabili”.
Ciad, Sierra Leone, Repubblica del Congo, Centrafrica nel continente nero.
Cina (con gli Uiguri musulmani), Ceylon, Filippine, India e tante altre nazioni nel mondo…, tutti Paesi e regioni che non vengono in mente fin quando non ne sentiamo il nome in tv o ne abbiamo notizia dai giornali e da internet.
Già, in Europa siamo in pace grazie alla Unione Europea…, così pontificano i signori della dittatura UEista.
Peccato abbiano scatenato una guerra civile in Ucraina rovesciando con la illusione dell’euro un governo democraticamente eletto.
E non guardiamo indietro quando l’UEismo, al servizio degli USA e della NATO, ha aggredito la Serbia, “creato” il Kosovo e partecipato attivamente a tutte le “primavere arabe” che hanno portato al bagno di sangue odierno.
E l’ONU? Assiste, dibatte, ammonisce e…, soprattutto, tace.
Certo non è l’Occidente il solo “male del mondo”, il demone della guerra alligna ovunque. Purtroppo sembra pure connaturato alla natura umana.
Ma, filosofia a parte, il Grande Satana ci mette lo zampino, dove e quando vuole.
Ed i suoi diavoletti scatenano sulla terra veri e propri Sabba infernali, mostrando nel contempo angelici volti alla Renzi.
“Uno sparo dal mondo”… nella speranza che non si tramuti, prima o poi, in un botto definitivo.
Vincenzo Mannello

Strumenti di tortura: “Migliaia di carcerati statunitensi tenuti in isolamento per anni”

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Circa 80mila persone negli Stati Uniti sono tenute in isolamento per anni, che non è nulla di meno di una tortura. Il sistema carcerario americano necessita di essere messo sotto pubblico esame, dice Alexis Agathocleous, del Centro per i Diritti Costituzionali, a Russia Today.

RT: La California ha la popolazione carceraria più numerosa degli Stati Uniti. Puoi per favore descriverci le condizioni inumane di alcuni di questi prigionieri?
AA: Noi del Centro per i Diritti Costituzionali siamo, proprio in questo momento, coinvolti in una causa per i diritti civili che sfida l’uso che si fa in California dell’isolamento. Per l’uso dell’isolamento la California supera di gran lunga tutti gli altri Stati federali. Stanno chiudendo migliaia di prigionieri in isolamento e non c’è proprio nessun altro Stato nella nazione che detenga così tanti prigionieri in isolamento per periodi di tempo così incredibilmente lunghi. I nostri clienti sono attualmente detenuti in una cosiddetta “unità speciale di detenzione a Pelican Bay”. Pelican Bay è una prigione nel nord della California. Le persone coinvolte nelle nostre cause sono state tenute in isolamento in questa unità speciale dai 12 ai 23 anni. E molti di loro sono stati mandati a Pelican Bay dopo essere stati tenuti in isolamento in altre strutture carcerarie, alcuni sono stati in isolamento per 25 anni, altri per 30. Ciò che sappiamo per certo è che ci sono circa 500 prigionieri nella sola struttura di Pelican Bay che hanno passato almeno un decennio in isolamento. Sono numeri davvero impressionanti di persone rinchiuse in queste condizioni e per periodi di tempo incomparabili, noi sosteniamo che tutto ciò costituisca tortura.

RT: Puoi descriverci le ‘SHU’ (Security housing units – unità di detenzione) a Pelican Bay?
AA: Certamente. I prigionieri a Pelican Bay marciscono in anguste celle senza finestre per 22,5-24 ore al giorno, completamente soli. Nessuna luce naturale e nessuna interazione faccia a faccia con altri esseri umani. Il cibo è consegnato attraverso fessure metalliche da un agente carcerario, quel cibo è frequentemente freddo, marcio, senza valore nutrizionale. Come detto non hanno interazioni faccia a faccia con altri esseri umani, solo attraverso la porta con gli agenti carcerari e quando vengono trasportati in catene in una cella scoperta, conosciuta come “dog run”, un’ora al giorno per esercitarsi fisicamente. Non c’è attrezzatura se non una barra e un singolo asse. E sono portati lì incatenati. Viene negato il diritto alle telefonate, così non possono contattare le proprie famiglie. Le visite sono strettamente senza contatto, il che significa che non possono abbracciare o stringere la mano ai propri famigliari. E’ un’incredibile esperienza di isolamento. Fondamentalmente non c’è una comunicazione normale neanche tra prigionieri, l’unico modo per comunicare con un altro prigioniero è quello di strillare forte abbastanza da essere sentito attraverso le tubature o le mura, ma ognuna di queste comunicazioni può essere ritenuta un’evidenza di associazione criminale. Se infatti l’altro prigioniero appartiene a una banda, il tuo strillare può essere ritenuto una prova per tenerti ancora di più in isolamento. In altre parole, queste sono le condizioni incredibilmente dure che sono state imposte per decenni.

RT:  Molti attivisti per i diritti umani hanno espresso la loro preoccupazione per il trattamento dei detenuti. Ci sono stati progressi?
AA: Credo che nella nazione ci sia una consapevolezza degli effetti patologici dell’isolamento. C’è una crescente comprensione dei gravi effetti psicologici. Si comprende che un isolamento prolungato causi un pericolo significativo di degenerazione in forme irreversibili di malattia mentale e che provochi una costellazione di sintomi come ansia, insonnia, pensieri paranoici, allucinazioni. Come risultato di questa comprensione stiamo vedendo alcuni sviluppi positivi nella nazione. La prima seduta del Congresso sui problemi causati dall’isolamento ha avuto luogo la scorsa estate e si è visto che il governo federale sta fondamentalmente ripensando all’uso dell’isolamento nelle strutture federali. Contemporaneamente, diversi Stati federali hanno volontariamente ridotto il numero di prigionieri in isolamento, con risultati molto positivi. Ad esempio, il Maryland e il Mississippi hanno ridotto il numero di persone in isolamento senza che ciò minacciasse la pubblica sicurezza. In California stiamo partecipando a questa causa in nome dei prigionieri di Pelican Bay e intendiamo dimostrare che mettere delle persone in isolamento per periodi di tempo così lunghi porta un inaccettabile rischio di danno psicologico, e vogliamo chiaramente porre delle sfide di carattere costituzionale a questa pratica.

RT: Un gran numero di prigionieri sono rinchiusi per 23 ore al giorno. I funzionari carcerari sostengono che questo non dovrebbe essere considerato isolamento. Vuoi commentare queste dichiarazioni?
AA:  Credo che l’argomentazione per cui lasciare qualcuno un’ora al giorno fuori da una cella per fare esercizi in un’altra cella sia piuttosto esplicativa. Guardando a qualsiasi definizione di isolamento per il diritto internazionale, per gli standard dei diritti umani o ad ogni definizione di isolamento in qualsiasi causa, è riconosciuto che non esista un isolamento puro nel quale una persona sia detenuta tra quattro mura senza mai vedere un’altra persona. Semplicemente ciò non succede. Ma l’attuale definizione di isolamento comprende 22 ore di cella senza significativi contatti umani. E questo è certamente ciò che stiamo vedendo in California.

RT: Recentemente c’è stato uno sciopero della fame dei prigionieri. Puoi dirci perché i prigionieri stanno protestando e se questa protesta ha ottenuto qualche cambiamento?
AA: Assolutamente. Gli scioperi della fame di Pelican Bay – di fatto ce ne sono stati diversi – hanno visto i prigionieri adottare questa misura per sollevare l’attenzione necessaria sulle loro terribili condizioni. E quindi i prigionieri avevano letteralmente la volontà di rischiare la loro vita per attirare l’attenzione su cosa stesse loro accadendo da decadi e per smuovere le coscienze e la consapevolezza di queste violazioni dei diritti umani. Dopo il primo sciopero della fame del 2011 erano stati promessi loro diversi cambiamenti dal Dipartimento californiano di correzione, ma sfortunatamente questi cambiamenti non si sono mai materializzati. E così c’è stato un altro sciopero della fame la scorsa estate. Uno sviluppo molto positivo è venuto fuori dal fatto che il problema è stato preso in carico dal Legislatore californiano e ci sono due progetti di legge in attesa di essere discussi dall’Assemblea, in merito a cambiamenti nel processo attraverso il quale i prigionieri sono destinati all’isolamento; e speriamo che ciò modifichi alcune attuali condizioni. C’è quindi certamente attenzione per questo problema, sia nel Legislatore che nei tribunali e credo anche nella popolazione; penso che negli ultimi anni questo problema abbia trovato maggiore copertura sui media e la gente stia cominciando ad afferrare le implicazioni dell’abuso americano dell’isolamento. Negli Stati Uniti abbiamo all’incirca 80.000 persone al giorno in isolamento e ora che abbiamo una comprensione dell’impatto medico e psicologico, credo che vedremo un reale cambiamento nella pratica dell’isolamento.

RT: I critici sostengono che l’isolamento sia spesso usato per prigionieri che hanno commesso reati minori. Perché?
AA: Credo che sia molto importante capire che l’isolamento non è qualcosa imposto da un giudice o da un tribunale in base a ciò per cui sei condannato. Si viene messi in isolamento in base a procedimenti amministrativi gestiti dai funzionari carcerari. Questi hanno una larga discrezionalità nel decidere in merito al collocamento dei prigionieri. Così in California non devi essere coinvolto in associazioni a delinquere per essere messo in isolamento; non devi essere stato coinvolto in azioni violente o in altre azioni che indichino chiaramente la tua associazione criminale. Invece, in California si può essere mandati in isolamento per quanto gli ufficiali correzionali giudichino come appartenenza a un associazione criminosa. Ora, questa appartenenza viene interpretata in maniera incredibilmente larga. Quindi fra i nostri clienti, persone il cui nome è apparso in una lista di associati a bande criminose, solo il fatto di essere apparsi in questa lista ha determinato la loro condizione di isolamento. In altri casi, del materiale grafico di cui i nostri clienti sono stati trovati in possesso è stato sufficiente a determinarne l’associazione a bande criminose. Anche il possedere libri “black power” è stato ritenuto dai funzionari californiani come evidenza di associazione con una banda. In altre parole, c’è questa percezione sbagliata che l’isolamento sia riservato ai peggiori dei peggiori e che sia imposta solo a seguito di azioni pericolose e violente; ma non è così. Queste decisioni amministrative sono prese in una più ampia varietà di casi di quanto ci si possa aspettare.

RT: Molte prigioni negli Stati Uniti sono state privatizzate. Credi che le condizioni migliorerebbero se tutte le prigioni fossero gestite dallo Stato?
AA: Ovviamente una intera schiera di problematiche deriva dalla privatizzazione delle prigioni. Penso che sia molto importante che il nostro sistema penitenziario sia il più possibile sotto pubblico controllo e, ovviamente, la privatizzazione difende il sistema carcerario da questo tipo di esame. Ma, sfortunatamente, il problema è che l’isolamento sia utilizzato nel sistema penitenziario. E’ utilizzato in ogni genere di prigione, statali e federali; è onnipresente nel nostro sistema. Credo che solo adesso le persone stiano iniziando a mettere in dubbio la validità dell’isolamento e credo ci sia una crescente consapevolezza delle malattie e del mancato rispetto dei diritti umani associato all’isolamento. E stiamo vedendo un interrogarsi sul suo utilizzo, sia in istituti pubblici che in istituti privati.

[Fonte - traduzione di M. Janigro]

Obama battezza “Isis”

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È nato, cresciuto e (presto) pasciuto sotto la presidenza Obama lo “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”, soprannominato “Isis” per brevità.
Concepito da Bin Laden e fecondato dagli Bush (padre e figlio) con la “guerra del Golfo” e l’invasione dell’Iraq ha pure trovato un mare di padri “putativi”: ONU, NATO ed Emirati vari hanno contribuito validamente con il loro operato alla creazione di questo ibrido che oggi chiamano “mostro”.
Ci sono voluti decenni di gestazione per riuscire a farlo venire alla luce ma oggi il sogno (di Bin Laden) sembra realizzarsi.
Gli USA non volevano questo?
Qualcuno può crederci?
Sono passati decenni dalla prima guerra del Golfo, uno dalla seconda e circa 8 anni dalla impiccagione (rigorosamente in streaming) di Saddam Hussein, annientato e giustiziato di fatto dagli americani grazie allo strapotere militare USA e dei servitori (europei e non) a stelle e strisce.
Lui, il bieco “dittatore” (Saddam Hussein) che non permetteva ad alcun “embrione” qaedista di allargarsi venne abbattuto ed assassinato in nome e per conto della “democrazia”.
Di sicuro c’è una sola cosa: Al Qaeda in Iraq non metteva piede.
Oggi, con la presidenza Obama che ha proseguito la linea dei suoi predecessori, ci ritroviamo tutti con il bambino in fasce: Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, Isis per genitori, parenti ed amici vari.
Ed attenzione, gli stessi “padri putativi” non lo dicono ma c’è pure un gemello che vuol “venir fuori”: il Califfato della Sirte.
Concepito dalla NATO e fecondato dal sangue di Gheddafi è pronto a saltar fuori dalla Libia per unirsi al suo gemello iracheno.
Anche lui battezzato da Obama padre, padrino ma non padrone.
Vincenzo Mannello

Poroshenko, Assad e la strana “democrazia” occidentale

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Obama ha adottato dal 25 scorso il miliardario ucraino Poroshenko. Lo ha già presentato al mondo come il figlio prediletto della nuova democrazia ucraina ed incoronato quale “campione dei diritti dell’uomo” a Kiev e dintorni.
Che sia giunto al governo tramite il rovesciamento di un presidente (Yanukovich) eletto da “tutto” il popolo ucraino e “ribaltato” dalle sparatorie di piazza Maidan, armate e finanziate con la presenza sul campo della “troika UEista”, è dettaglio insignificante.
Oddio, per quanto se ne sappia da noi, Yanukovich non era un granché ma, come mi ripetono da 65 anni, un eletto si cambia con una nuova elezione…. no?
Ed inoltre, certificato dall’OCSE, il voto in Ucraina del 25 maggio scorso è stato “regolare”.
Che 5 milioni di cittadini russofoni non abbiano votato e che, anzi, abbiano impedito pure la apertura dei seggi è dettaglio altrettanto insignificante per Obama.
Quel che conta è che il suo figlioccio abbia riportato il 53% dei voti espressi dalla minoranza degli aventi diritto (modello Renzi in Italia).
Poroshenko “diga” della democrazia europea contro Putin, l’aggressore dell’Est.
Guai a chi lo tocca, intima oggi al mondo Obama e, mentre che c’è, consiglia (si fa per dire) ai suoi servi UEisti di aumentare le spese militari.
Per essere pronti alla probabile aggressione dello zar moscovita occorrono nuove armi, rigorosamente di fabbricazione statunitense.
Renzi (per restare a casa nostra) avrà capito bene?
Si prevedono più MUOS, numerosi F-35 e qualche Sigonella in più.
Intanto che accade nel mondo?
Che si vota in Siria, più o meno che nelle stesse condizioni dell’Ucraina.
Con una differenza, di non poco conto: si vota in due terzi del paese e, incredibile ma certificato, va alle urne circa il 75% di siriani.
Ovvero una ampissima maggioranza.
Assad, di riffe o di raffe (non posso escludere nulla) prende l’88% dei voti espressi.
Obama sentenzia: elezioni truffa.
Non cambia niente, appoggiamo i ribelli (di Al Qaeda) che si battono per instaurare la “democrazia” a Damasco.
Che tale impostazione sia ostica da recepire pure da tanti di noi cittadini dell’impero UEista è già un problema sempre piú serio.
Risulta difficile comprendere come una minoranza basata su un 43% di elettori complessivi possa governare un impero di 350 milioni di europei.
Non sembra proprio “democratico”.
Se aggiungiamo pure i famosi “euroscettici” che tarlano Bruxelles dall’interno del sistema partitocratico andiamo ben oltre.
Ma l’UEismo altro non è che la longa manus di Obama, per giunta quella finanziaria che si infila nelle tasche dei comuni cittadini per prelevare euro e trasformarli in dollari per le banche.
Quindi Obama decide per tutti: Poroshenko è buono, bello e “democratico”.
Assad brutto, cattivo e “dittatore”.
Peste (atomica?) colga chi attacca l’Ucraina e difende Assad…!!
In tutti e due i casi… Putin.
Vincenzo Mannello

“Abbiamo il diritto di scegliere il nostro percorso di sviluppo”

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“Qual è la natura della sfida con cui si confrontano oggi i paesi del Movimento dei Paesi non allineati, a 60 anni dalla sua nascita, in questo mondo molto cambiato?
Viviamo in un sistema di mondializzazione squilibrata, iniqua e ingiusta. Agli uni, tutti i diritti d’accesso alle risorse del pianeta per il loro uso e persino spreco, esclusivi. Agli altri l’obbligo di accettare quest’ordine e di adattarsi alle sue esigenze, rinunciando al proprio sviluppo, finanche ai diritti elementari all’alimentazione, all’istruzione e alla salute, alla vita stessa, per ampi segmenti dei propri popoli – i nostri.
Quest’ordine ingiusto è definito “mondializzazione” o “globalizzazione”.
Dovremmo anche accettare che le potenze beneficiarie di quest’ordine mondiale ingiusto, soprattutto gli Stati Uniti e l’Unione europea, associati militari nella NATO, avrebbero il diritto di intervenire con la forza armata per fare rispettare i loro diritti abusivi di accedere all’uso – o al saccheggio – delle nostre ricchezze. Lo fanno con pretesti diversi – la guerra preventiva contro il terrorismo, evocata quando gli conviene. Lo fanno prendendo a pretesto la liberazione dei nostri popoli da dittatori sanguinari. Ma i fatti dimostrano che né in Iraq, né in Libia, ad esempio, il loro intervento ha permesso di restaurare la democrazia. Questi interventi hanno semplicemente distrutto gli stati e le loro società. Non hanno aperto la via al progresso e alla democrazia, ma l’hanno chiusa.
Il nostro movimento potrebbe dunque essere definito Movimento dei paesi non allineati alla globalizzazione.
Mi spiego: non siamo avversari di tutte le forme di mondializzazione. Siamo avversari di questa forma ingiusta di mondializzazione, di cui siamo vittime.

Quali risposte possono dare a questa sfida i Paesi non allineati?
Le risposte che vogliamo dare a questa sfida sono semplici da formulare nei loro grandi principi.
Abbiamo il diritto di scegliere il nostro percorso di sviluppo. Le potenze che erano e rimangono beneficiarie dell’ordine esistente devono accettare di adeguarsi alle esigenze del nostro sviluppo. L’adeguamento deve essere reciproco, non unilaterale. Non spetta ai deboli adeguarsi alle esigenze dei forti. Al contrario, è dai forti che si deve esigere che si regolino alle necessità dei deboli. Il principio del diritto è concepito per questo, per correggere le ingiustizie e non per perpetuarle. Abbiamo dunque il diritto di attuare i nostri progetti sovrani di sviluppo. Quello che i fautori della globalizzazione in atto, ci rifiutano.
I nostri progetti sovrani di sviluppo devono essere concepiti per permettere alle nostre nazioni e stati di industrializzarsi come loro intendono, con strutture giuridiche e sociali a loro scelta, che permettono quindi di raggiungere e sviluppare da noi stessi le tecnologie moderne. Devono essere concepiti per garantire la nostra sovranità alimentare e permettere a tutti gli strati dei nostri popoli di essere i beneficiari dello sviluppo, ponendo termine ai processi d’impoverimento in corso.
L’attuazione dei nostri progetti sovrani esige la riconquista della sovranità finanziaria. Non spetta a noi di adattarci al saccheggio finanziario a maggior profitto delle banche delle potenze economiche dominanti. Il sistema finanziario mondiale deve essere costretto a adattarsi a quella che è la nostra sovranità.
Spetta a noi definire insieme le vie e i mezzi di sviluppo della nostra cooperazione Sud-Sud che possano facilitare il successo dei nostri progetti sovrani di sviluppo.”

La rinascita del Movimento dei Paesi non allineati e degli internazionalisti nell’era transnazionale, intervista a Samir Amin in occasione della Conferenza ministeriale del Movimento dei Paesi non allineati (Algeri, 26-29 Maggio 2014), continua qui.

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Ci vogliono invadere una seconda volta?

obama-poland-troops-europe-1.siPrima tappa della visita nel Vecchio Continente in occasione del settantesimo anniversario dello sbarco in Normandia, il premio Nobel per la pace arriva in Polonia.
E promette un miliardo di dollari per rafforzare il dispositivo militare USA/NATO in Europa orientale, a fronte della crisi ucraina.
Ci vogliono invadere una seconda volta?

I regimi alleati degli Stati Uniti si stanno preparando per la guerra

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Caleb Maupin* per rt.com (traduzione di M. Janigro)

Ogni anno lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) rende pubblico uno studio sulle spese militari nel mondo. Quest’anno il rapporto contiene molti dettagli interessanti.
Alcune cose all’interno del rapporto, presentato alla Commissione per il disarmo delle Nazioni Unite il 14 Aprile, non sono cambiate per nulla. Come accade da decenni, gli Stati Uniti rimangono il Paese che più spende nel mondo, nonostante i tanto pubblicizzati “tagli alla spesa”. Gli USA, la NATO e gli alleati non appartenenti alla NATO, ricoprono il 64% della spesa militare mondiale. Continua a leggere

E’ finalmente uscito “La globalizzazione della NATO”

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Mahdi Darius Nazemroaya è un sociologo canadese, scrittore pluripremiato e analista geopolitico di fama internazionale. Ha soggiornato per due mesi in Libia come corrispondente di Flashpoints nel corso dell’intervento NATO.
La sua opera è stata tradotta in più di venti lingue fra cui spagnolo, portoghese, arabo, russo, turco, farsi, tedesco e cinese.

Traduzione di Alessandro Iacobellis, revisione di Federico Roberti.

Arianna editrice, pagg. 384, € 18.

INDICE:

Ringraziamenti
Prefazione. “Le avvertenze di un consigliere del Segretario generale dell’ONU”, di Denis J. Halliday
1. Uno sguardo d’insieme sull’espansionismo della NATO: prometeismo?
2. L’UE, l’espansionismo della NATO e il Partenariato per la Pace
3. La Jugoslavia e la reinvenzione della NATO
4. La NATO in Afghanistan
5. Il Dialogo Mediterraneo (DM) della NATO
6. La NATO nel Golfo Persico. L’Iniziativa per la sicurezza nel Golfo
7. La penetrazione nello spazio postsovietico
8. La NATO e gli alti mari. Il controllo delle rotte marittime strategiche
9. Il progetto dello scudo missilistico globale
10. La NATO e l’Africa
11. La militarizzazione del Giappone e dell’Asia-Pacifico
12. L’avanzata nel cuore dell’Eurasia: l’accerchiamento di Russia, Cina e Iran
13. Le controalleanze eurasiatiche
14. La NATO e il Levante: Libano e Siria
15. L’America e la NATO rapportati con Roma e gli alleati peninsulari
16. Militarizzazione globale: alle porte della terza guerra mondiale?
Note
Appendice. La strada per Mosca passa da Kiev
Fonti delle illustrazioni
Immagini: grafici, diagrammi e tavole
Mappe

Il “grande mercato transatlantico”: un’immensa minaccia

ttipIn vista della quinta sessione di negoziati prevista a partire dal prossimo 19 Maggio ad Arlington negli Stati Uniti, torniamo a parlare di Partenariato transatlantico per il commercio e l’investimento (acronimo inglese TTIP), proponendo un significativo estratto da La fine della sovranità, di Alain De Benoist, Arianna editrice, pp. 90-92:

“Il Wall Street Journal, l’ha riconosciuto con una certa ingenuità: il partenariato transatlantico «è un’opportunità per riaffermare la leadership globale dell’Ovest in un mondo multipolare». Una leadership, che gli Stati Uniti non sono riusciti a imporre tramite l’intermediario dell’OMC. A Doha, capitale del Qatar, nel 2001 la leadership statunitense ha lanciato un ambizioso programma di liberalizzazione degli scambi commerciali, ma in seno a questa organizzazione, il cui nuovo presidente, successore del francese Pascal Lamy, è il brasiliano Roberto Azevêdo, gli americani si scontrano da più di dieci anni con la resistenza dei Paesi emergenti (Cina, Brasile, India, Argentina) e dei Paesi poveri. L’unico risultato ottenuto è stato, lo scorso dicembre, l’accordo raggiunto a Bali. È per questa ragione che gli Stati Uniti hanno adottato una nuova strategia, il cui frutto è il TTIP. L’istituzione di un grande mercato transatlantico è, per loro, un mezzo per schiacciare la resistenza dei Paesi terzi, reclutando l’Europa in un insieme il cui peso economico sarà tale da imporre gli interessi di Washington al mondo intero.
Per gli Stati Uniti, si tratta quindi di tentare di mantenere l’egemonia mondiale togliendo alle altre nazioni il controllo degli scambi commerciali a beneficio delle multinazionali ampiamente controllate dalle loro élite finanziarie. Parallelamente, essi vogliono contenere la salita al potere della Cina, diventata oggi la prima potenza esportatrice mondiale. La creazione di un grande mercato transatlantico offrirebbe loro un partner strategico capace di fare soccombere le ultime piazzeforti industriali europee. Permetterebbe di smantellare l’Unione Europea a favore di un’unione economica intercontinentale, cioè di fare rientrare definitivamente l’Europa nel grande insieme “oceanico”, tagliandola fuori dalla sua parte orientale e da ogni legame con la Russia. D’altronde, siccome gli americani sono preoccupati per l’impatto negativo della caduta dell’attività economica europea sulle esportazioni americane, e di conseguenza sul loro utilizzo negli Stati Uniti, si può capire la fretta che hanno di concludere l’accordo.
È significativo il fatto che nel 2011 sia stato lanciato dagli Stati Uniti un grande “Partenariato transpacifico” (Trans-Pacific Partnership – TTP). Questo partenariato – che contava inizialmente otto Paesi (Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Cile, Perù, Malesia, Brunei, Vietnam), ai quali nel 2012 si è aggiunto il Giappone – mira a contrastare principalmente l’espansione economica e commerciale della Cina. Come ha affermato senza tanti giri di parole Bruce Stokes, dell’istituto di ricerca statunitense German Marshall Fund, l’obiettivo è quello di «garantire che a restare la norma mondiale sia il capitalismo nella versione occidentale, e non quello dello Stato cinese». In seguito all’arrivo del Giappone, il TPP non rappresenta neppure un terzo del commercio mondiale e il 40% del PIL mondiale; vale a dire che il Partenariato transpacifico e il trattato transatlantico, ai quali si può aggiungere il NAFTA, coprirebbero, solo loro tre, il 90% del PIL mondiale e il 75% degli scambi commerciali.
Ancora più a lungo termine, l’obiettivo è chiaramente quello di stabilire delle regole mondiali sul commercio.
(…)
Barack Obama, da parte sua, non ha esitato a paragonare il partenariato transatlantico a una «alleanza economica forte quanto l’alleanza diplomatica e militare» rappresentata dalla NATO. La formula è abbastanza esatta. È proprio una NATO economica, posta come il suo modello militare sotto la tutela americana, che il TTIP cerca di creare allo scopo di diluire la costruzione dell’Europa in un vasto insieme interoceanico, senza alcuno scossone geopolitico, per fare dell’Europa il cortile di servizio degli Stati Uniti, consacrando così l’Europa-mercato a detrimento dell’Europa-potenza.
La posta in gioco è politica. Attraverso un’integrazione economica imposta forzatamente, la speranza è di istituire una nuova governance, comune ai due continenti.
A Washington come a Bruxelles, non si nasconde il fatto che il grande mercato transatlantico altro non è che una tappa verso la creazione di una struttura politica mondiale, che prenderà il nome di Unione transatlantica.
Così come ci si aspetta che l’integrazione economica dell’Europa sfoci sull’unificazione politica, allo stesso modo si tratterà di creare a breve un grande blocco politico-culturale unificato, che vada da San Francisco fino alle frontiere della zona d’influenza russa. Venendo così il continente euroasiatico tagliato in due, potrebbe essere creata una vera Federazione transatlantica dotata di un’assemblea parlamentare, che raggruppi alcuni membri del Congresso americano e del Parlamento europeo, e rappresenti 78 Stati (28 Stati europei, 50 Stati americani),. La sovranità europea potrebbe essere trasferita quindi negli Stati Uniti, una volta che le sovranità nazionali fossero già state annesse dalla Commissione di Bruxelles. Le nazioni europee resterebbero dirette da normative europee, dettate però dagli americani. Come si vede, il progetto è molto ambizioso e la sua realizzazione segnerebbe una svolta storica, eppure sulla sua opportunità nessun popolo è mai stato consultato.”

Il potere geopolitico si sta muovendo

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Alla domanda se il potere geopolitico stia sfuggendo di mano agli USA e all’Europa occidentale o piuttosto l’Occidente stia consolidando la propria potenza economica e politica, Robert Pringle, direttore e fondatore del Central Banking Journal afferma:

“Vorrei rispondere a questa domanda da un angolo particolare. Penso che non ci sia dubbio che la Cina e i mercati emergenti stanno per diventare i leader [economici] del mondo; l’aumento del PIL e della domanda mondiale sta per venire dai grandi mercati emergenti. Ma quello che vogliono è un sistema monetario internazionale equo. Stavo parlando con un ex vice-governatore della Banca del Popolo cinese un paio di settimane fa a Vienna e ha detto che l’attuale sistema monetario internazionale deve cambiare se la Cina continuerà a far parte di esso. Si deve cambiare, la dipendenza da una sola moneta – il dollaro – deve cambiare e le nuove potenze, tra cui l’India, non solo la Cina, intendono mostrare i muscoli, il loro peso geopolitico per spingere al cambiamento, per spingere alla riforma. In questo momento gli Stati Uniti sono di gran lunga il Paese più potente del mondo, possono promuovere la riforma, sono ancora in una posizione di forza. Mi ricordo quando il Regno Unito ha avuto un problema con la sterlina come valuta di riserva – abbiamo aspettato troppo tempo prima di accettare la trattativa sul problema della sterlina come valuta di riserva, che era già in declino. Il dollaro statunitense non è ancora in quella posizione. Gli Stati Uniti possono ancora ottenere un buon accordo con il resto del mondo, compresi la Cina e altri Paesi, se propongono seri negoziati sul futuro del sistema monetario internazionale . L’ex vice governatore della Banca del Popolo cinese ha chiesto che gli Stati Uniti e gli altri Paesi siano soggetti a norme in materia di politica fiscale e alla supervisione della comunità internazionale. Ho detto, dai, la Cina è davvero disposta ad obbedire a queste regole internazionali – non avete firmato per le regole relative al cambiamento climatico che gli altri Paesi hanno sottoscritto. Egli ha risposto, non posso parlare per il governo cinese, ma credo che in futuro se avremo un sistema internazionale giusto in cui fossimo tutti soggetti alle stesse regole, la Cina sarebbe d’accordo anche su questo. Questo è un esempio che il potere geopolitico si sta muovendo. La cosa migliore che gli Stati Uniti e l’Europa possono fare è di riconoscere e anticipare, guidare e gestire il processo. Finora, però, non vi è alcuna indicazione che l’amministrazione USA stia pensando in questo senso.”

Fonte

“La più grande democrazia del mondo”

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Dieci cose scioccanti che si devono sapere sugli Stati Uniti, di Antonio Santos

1. Gli Stati Uniti hanno la maggiore popolazione carceraria del mondo, rappresentando meno del 5% dell’umanità e più del 25% dell’umanità prigioniera. Su 100 americani uno è prigioniero. Con una crescita vertiginosa dagli anni 80, il surreale tasso delle carcerazioni negli USA è un affare e uno strumento di controllo sociale: nella misura in cui l’affare delle prigioni si espande, una nuova categoria di milionari consolida il suo potere politico. I regali di queste carceri sono anche i regali degli schiavi che lavorano in fabbriche all’interno delle prigioni per salari inferiori ai 50 centesimi all’ora. Una manodopera così competitiva che molti municipi oggi sopravvivono finanziariamente con le loro prigioni e grazie a leggi che comminano sentenze fino a 15 anni di prigione per crimini come rubare gomme. Gli obiettivi di tali leggi sono sempre i più poveri, ma soprattutto i neri, che pur rappresentando solo il 13% della popolazione americana, costituiscono il 40% della popolazione carceraria del paese.

2. Il 22% dei bambini americani vive sotto il limite della povertà. Si calcola che circa 16 milioni di bambini americani vivano senza “sicurezza alimentare”, famiglie senza la capacità economica di soddisfare i requisiti nutrizionali minimi di una dieta salutare. Le statistiche provano che questi bambini hanno i peggiori risultati scolastici, accettano i peggiori impieghi, non frequentano l’università e hanno la maggiore probabilità di essere prigionieri, quando diventeranno adulti.

3. Tra il 1890 e il 2014 gli USA hanno invaso e bombardato 150 paesi.
Sono più i paesi del mondo in cui gli USA sono intervenuti militarmente di quelli in cui ancora non l’hanno fatto. Numerosi storici calcolano in più di otto milioni le morti causate dalle guerre imperiali degli USA solo nel secolo XX. E dietro questa lista si nascondono centinaia di altre operazioni segrete, colpi di stato e protezioni a dittatori e gruppi terroristi. Secondo Obama, insignito del Nobel della Pace, gli USA conducono in questo momento più di 70 operazioni segrete in diversi paesi del mondo. Lo stesso presidente ha creato il maggiore bilancio militare di qualsiasi paese del mondo dalla Seconda Guerra Mondiale, distanziando George Bush.

4. Gli USA sono l’unico paese dell’OCSE senza diritto a qualsiasi tipo di sussidio alla maternità.
Sebbene i numeri varino a seconda dello Stato e dipendano dai contratti redatti dall’impresa, è pratica corrente che le donne americane non abbiano diritto a nessun giorno pagato né prima né dopo aver dato alla luce. In molti casi, non esiste alcuna possibilità di essere pagate. Quasi tutti i paesi del mondo prevedono tra le 12 e le 50 settimane pagate di licenza di maternità. Gli Stati Uniti fanno compagnia a Papua Nuova Guinea e allo Swaziland con zero settimane.

5. 125 americani muoiono ogni giorno per non non poter pagare l’accesso alla sanità.
Chi non possiede assicurazione sanitaria (e 50 milioni di americani non la possiedono) ha delle buone ragioni per temere di più l’ambulanza che un innocente attacco cardiaco. Con viaggi dell’ambulanza che costano in media 500 euro, la degenza in un ospedale pubblico più di 200 euro a notte e la maggior parte delle operazioni chirurgiche che ne costano decine di migliaia, è bene che ci si possa permettere un’assicurazione sanitaria privata.

6. Gli USA sono stati fondati sul genocidio di 10 milioni di nativi. Solo tra il 1940 e il 1980, il 40% di tutte le donne nelle riserve indiane sono state sterilizzate contro la loro volontà dal governo.
Si dimentichi la storia del Giorno del Ringraziamento, con indiani e coloni a dividere pacificamente un tacchino. La storia degli Stati Uniti inizia nel programma di sradicamento degli indiani: per due secoli, i nativi sono stati perseguitati e assassinati, spogliati di tutto e rinchiusi in minuscole riserve di terre infertili, in discariche di rifiuti nucleari e e su terreni contaminati. In pieno secolo XX, gli USA hanno messo in marcia un piano di sterilizzazione forzata delle donne native, chiedendo loro di firmare formulari scritti in una lingua che non comprendevano, minacciandole del taglio dei sussidi o, semplicemente, impedendo loro l’accesso ai servizi sanitari.

7. Ogni immigrato è obbligato a giurare di non essere comunista per poter vivere negli USA.
Oltre a dover giurare che non è un agente segreto né un criminale di guerra nazista, gli si chiede se in passato è stato membro del “Partito Comunista”, o se difende intellettualmente qualche organizzazione considerata “terrorista”. Se risponderà si a una qualsiasi di queste domande, gli potrebbe essere negato il diritto di vivere e lavorare negli USA per aver dato “prova di debolezza di carattere morale”.

8. Il prezzo medio di una laurea in un’università pubblica è 80.000 dollari.
L’Insegnamento Superiore è un’autentica miniera d’oro per i banchieri. Praticamente tutti gli studenti hanno debiti astronomici, maggiorati di interessi, che richiedono in media 15 anni per essere saldati. In questo periodo, gli alunni diventano schiavi delle banche e dei debiti, essendo spesso costretti a contrarre nuovi prestiti per pagare quelli vecchi. Tra il 1999 e il 2014, il debito totale degli studenti Usa ha raggiunto 1,5 trilioni di dollari, con un aumento vertiginoso del 500%.

9. Gli USA sono il paese del mondo con più armi: su 10 americani, si contano nove armi da fuoco. Non stupisce il fatto che gli Stati Uniti occupino il primo posto nella lista dei paesi con il più grande numero di armi. Ciò che sorprende è il paragone con il resto del mondo: nel resto del pianeta c’è un arma ogni 10 persone. Negli Stati Uniti, nove ogni 10. Negli USA si trova il 5% di tutta l’umanità e il 30% di tutte le armi, qualcosa come 275 milioni.

10. Sono più gli americani che credono nel Diavolo di quelli che credono in Darwin. La maggioranza degli americani è scettica, almeno per quanto riguarda la teoria dell’evoluzione, a cui crede solo il 40% della popolazione. Mentre l’esistenza di Satana e dell’inferno risulta perfettamente plausibile per oltre il 60% degli americani. Questo radicalismo religioso spiega le “conversazioni quotidiane” di Bush con Dio e anche le diatribe infinite sulla natura teologica della fede di Obama.

Fonte

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La disinformazione e la formazione del consenso: il caso italiano

DisinfoIII
Con il terzo e ultimo volume, si conclude la pubblicazione della ricerca di Paolo Borgognone sulla disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media,
Questo volume è specificatamente dedicato a un’analisi critica del caso italiano, toccando le seguenti aree tematiche:

  • la disinformazione e la manipolazione del consenso e della percezione delle dinamiche socio-politiche attraverso i social network. Il caso di Facebook
  • la stabilizzazione atlantica e la creazione dell’opinione pubblica «liberale» nel caso italiano. Dalla «guerra non ortodossa» al comunismo, all’infotainment, sino all’affermazione del «governo tecnico».

La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media.
Volume 3: La strategia mediatica di formazione e manipolazione del consenso attraverso i nuovi media. L’analisi critica del caso italiano.

di Paolo Borgognone
Zambon, 2014, € 12

[Le segnalazioni dei volumi precedenti, primo e secondo]

La “giurisdizione universale” dell’Occidente

brennan in ucraina“Dunque, ricapitoliamo. In Siria, abbiamo un’insurrezione violenta, appoggiata dall’esterno (petromonarchi e occidentali), che non disdegna di dividere il paese secondo “cantoni” etnico-confessionali (operazione, questa, già tentata alla metà degli anni Venti del secolo scorso e gradita ad Israele da almeno una trentina d’anni). Ma il “mostro” è solo e sempre il governo, peraltro legittimo perché riconfermato anche nelle ultime tornate elettorali che le televisioni ed i giornali americani ed europei (si fa per dire) giudicano farsesche mentre non battono ciglio quando a Kiev o altrove riescono ad insediare, con raggiri e violenze, uomini fedeli agli interessi occidentali.
Che cosa sia il “nuovo governo ucraino” è presto detto: il risultato di una manovra di palazzo, architettata dall’esterno e supportata dalla messinscena barricadiera di Maydan. Un’accolita di prezzolati appoggiati in piazza da energumeni professionisti al cui confronto il “presidente” georgiano che già tentò nel 2008 una spericolata provocazione contro la Russia fa la figura del sincero e disinteressato patriota del suo paese.
Adesso, questo “nuovo governo”, che ha immediatamente ricevuto l’investitura dei “mercati” e delle cancellerie europee, oltre che l’incondizionato sostegno dell’America e di Israele, afferma di combattere il “terrorismo” nelle regioni orientali dell’Ucraina, legate alla Russia per ragioni storiche, culturali ed economiche.
A dire il vero, è l’intera Ucraina ad essere dipendente dalla Russia dal punto di vista economico, a meno che i suoi attuali “dirigenti” pensino che l’Unione Europea – che non riesce più a convincere i suoi stessi sudd… ops, cittadini, di avere una qualche ragion d’essere – sia capace di sostenere gli ucraini, garantendo loro pace e benessere (cioè: l’euro, il pareggio di bilancio, il Fiscal Compact e il MES, le “riforme strutturali” più varie ed eventuali, tra cui un “debito pubblico” inestinguibile ed il “commissariamento” dell’Unione sine die).
Così, in quest’orgia di mistificazione, non stupisce che i media-pappagallo occidentali ripetano che Kiev sta inviando truppe contro i “terroristi”, quando i veri terroristi erano quelli di Maydan che lanciavano molotov alla polizia senza che nessun “autorevole commentatore” di casa nostra, aduso a scandalizzarsi per un corteo di “No-Tav”, si scomponesse più di tanto.
Oltre a ciò, la propaganda imbeccata dall’America sostiene che la Russia ed il suo “zar”, Vladimir Putin (sempre più paragonato a Hitler: che novità!), sono i veri responsabili dei disordini che stanno montando in Ucraina. Si tratta – è bene ricordarlo – degli stessi “organi d’informazione” che non hanno mai trovato nulla da eccepire nell’invio di armi e soldi, da parte degli Stati del Golfo e dei loro mentori occidentali, alle bande che combattono il governo siriano e che hanno ricevuto ogni tipo d’onore nelle varie sedi internazionali e diplomatiche, mentre i legittimi rappresentanti della Siria ne venivano esclusi in quanto “colpevoli” – loro e solo loro – d’ogni sorta di violenza.
Come se tutto ciò non bastasse, c’è un altro fondamentale elemento che viene escluso dalle analisi (!?) dei giornalisti occidentali tutti intenti ad additare la Russia quale “minaccia alla pace e alla sicurezza in Europa” (sta minacciando i tedeschi, i francesi, gli italiani? l’Ucraina è forse già nell’UE?).
Per Mosca, l’Ucraina rientra nel “cortile di casa”. Non può tollerare, al di là della presenza di componenti russofone e cristiano ortodosse nella sua popolazione, che in un paese così a ridosso delle sue frontiere s’insedi un governo ostile, fonte di problemi e provocazioni. Eppure anche questo fatto non viene minimamente, e volutamente, preso in conto.
Ma la cosa più sbalorditiva è che mentre alla Russia si addossa ogni responsabilità stigmatizzandone le “ingerenze” negli affari di un altro Stato, nessun “grande opinionista” si pone il dubbio su che cosa c’entrino l’America ed i suoi “alleati” nelle faccende interne dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia e della Siria… La risposta è tuttavia implicita e scontata: gli Occidentali hanno il diritto d’intervenire dappertutto, per il semplice fatto che essi sono i paladini della “libertà” e dei “diritti umani”, con la sacrosanta missione di difenderli e ristabilirli ovunque essi siano “minacciati”, anche a migliaia di chilometri di distanza. Si sono arrogati, in un vero delirio d’onnipotenza, una sorta di “giurisdizione universale”.”

Da Siria e Ucraina: schizofrenie mediatiche a confronto, di Enrico Galoppini.

La semplice differenza tra un Paese occupato e un Paese sovrano

In Italia, con l’avvicinarsi della fatidica data del 25 Aprile, giunge al suo apice la retorica sulla liberazione da parte degli alleati anglo-americani che li celebra quali indiscussi (e indiscutibili) paladini del Bene, a prescindere dal contorno di atrocità di cui si resero autori sotto le più diverse forme, dai bombardamenti a tappeto agli stupri collettivi su cui viene calato il più opportunistico dei silenzi.
In Russia, e precisamente a Vladikavkaz, capitale della Repubblica autonoma dell’Ossezia settentrionale-Alania, è stato or ora inaugurato un museo dedicato alle vittime che gli Stati Uniti e la NATO hanno disseminato in giro per il mondo…

(Buona Pasqua!)

Il Don Giovanni delle politiche internazionali dell’Occidente

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Hadani Ditmars per rt.com

Dopo aver partecipato a Vancouver alla serata di apertura dell’opera “Don Giovanni” nella fine settimana, ho realizzato come ci fosse qualcosa di vagamente familiare con quel protagonista libertino.
L’impertinente psicopatico che fa conquiste a migliaia e che rimane indifferente al dolore e alle sofferenze che ha causato, non mi ha ricordato solo il mio ex fidanzato.
No, c’era qualcosa in più nella sua orgogliosa tracotanza, nel suo appetito irrefrenabile, qualcosa che richiamava il dramma che sta avvenendo al di fuori del teatro, in Medio Oriente, in America Latina e nell’Europa dell’Est.
E poi mi è balenato in mente: la tecnica predatoria di seduzione e abbandono di Don Giovanni non è niente di meno che il modus operandi della politica estera degli USA.
Come i politici abbandonati –da Noriega allo Scià di Persia a Saddam Hussein – possono testimoniare, l’unica cosa peggiore di essere un nemico degli USA è esserne un ex alleato.
E ancora, la cosa divertente è che, proprio come con il seducente Don, le persone cominciano a cedere per le solite vecchie frasi: “Penso tu sia davvero speciale, e ti voglio liberare. Naturalmente non sono solo interessato ai tuoi giacimenti petroliferi. Il tuo popolo merita uno Stato autonomo.” E non dimentichiamo il classico “Sono qui per portarti libertà e democrazia, tesoro.”
Perché così tante persone – dal Libero Esercito Siriano ai “ribelli” ucraini – sono felici di cantare “Là ci darem la mano” con il loro bel pretendente diretti verso il suo scintillante palazzo, nonostante i colpevoli precedenti?
Mentre le conquiste di Don Giovanni, come Leporello dice alla sua amante, lasciata con disprezzo, Donna Elvira nel famoso “Madamina, il catalogo è questo” include “640 in Italia, 231 in Germania, 100 in Francia, 91 in Turchia, ma in Spagna, 1003″ lui continua imperterrito, facendo preda donne di ogni forma, taglia e nazionalità.
Ad oggi, come il professore Zoltan Grossman nota, nel suo “Storia degli interventi militari degli USA dal 1890”, da Wounded Knee al Cile, all’Iraq, dall’Afghanistan alla Libia, gli USA hanno un mucchio di spiegazioni da dare.
Sicuramente infransero un sacco di cuori a Budapest nel 1956, a Praga nel 1968 e nell’Iraq del Sud tanto per nominarne qualcuno. E ancora, proprio come il risoluto incosciente Don Giovanni, gli USA, apparentemente in amnesia, continuano a vendere se stessi come i romantici salvatori dei Paesi non amati del mondo.
Da Segretario di Stato, John Kerry ha recentemente detto dell’invasione russa dell’Ucraina, “Non ci si comporta nel XXI secolo alla stregua di come si faceva nel XIX secolo, occupando un altro Paese sulla base di pretesti completamente inventati”.
So di non essere l’unica ad essersi ricordata dell’Iraq mentre guardava il Don Giovanni. Lo so perché l’anno scorso la Pittsburgh Irish & Classical Theatre ha prodotto una versione del “Don Giovanni torna dalla guerra” come “Don Giovanni torna dall’Iraq”.
L’opera originale del 1939, scritta da Odon von Horvath e adattata dallo sceneggiatore britannico Duncan Macmillan evoca la Berlino del primo dopoguerra, mentre l’adattamento Pittsburgh Irish & Classical Theatre è la storia di una fantasiosa rivincita femminile che rimugina sul tormentone “amale e lasciale” di un donnaiolo. Come un critico l’ha descritto, “alternativamente egli prova a reclamare la sua reputazione e come grande seduttore e sforzandosi di essere una brava persona, riuscendo a fallire in entrambe le cose. La città che era il teatro delle sue conquiste adesso è piena di donne sedotte e abbandonate che hanno perso i loro mariti, padri, figli e che vedono adesso il loro momento di lanciarsi.”
Se dovessi mettere in scena una produzione del Don Giovanni oggi, mi divertirei molto con il casting. Sicuramente vedo bene Julian Assange o Edward Snowden – se fosse loro mai permesso di viaggiare nuovamente – nel ruolo di Donna Elvira che –guidata dalla voglia di vendetta- prova ad avvisare dei tradimenti e degli inganni del Don Giovanni le prossime vittime che nulla sospettano.
Leporello, lo sfortunato servo di Don Giovanni – potrebbe essere interpretato dallo straordinario mercenario Erik Prince.
Potrei vedere Kerry nel ruolo principale, che canta la sua canzone di seduzione persuadendo che sia tutto amore, chiunque è fedele solo ad esso è crudele verso tutti gli altri.
Potrei rinominare il Commendatore come “Generale Blowback” e vestirlo o come Saddam Hussein o come un comandante talebano.
Mentre la versione di Vancouver ha principalmente celebrato la violenta fine del Don, forse la versione del 2011 della Scala è stata più realistica. La prima scena vedeva il bel protagonista aprire il sipario per svelare uno specchio gigante che rifletteva le facce del pubblico- tra cui l’allora Primo Ministro Mario Monti, appena salito al potere dopo gli scandali di Berlusconi.
Nella scena finale, mentre le parti offese stanno parlando con giudizio della morte del Don, questi appare dietro di loro perfettamente acconciato e vestito in maniera immacolata, fumando una sigaretta con calma, ridendo compiaciuto.
Nel mondo reale sembra che non ci sia mancanza di entusiasti amanti pronti a saltare nel letto insieme alla seducente visione della Pax Americana – che sopravvive nonostante la sua scioccante infedeltà.
Così “Là ci darem la mano” cari, Don Giovanni è vivo e vegeto e pronto a liberarvi presto.

[Traduzione di M. Janigro]

L’inevitabile tracollo euro-atlantico è in arrivo?

krym“Il tentativo degli occidentali (statunitensi ed europei) di isolare la Russia determinerà un boomerang, ossia alla fine a rimetterci saranno europei e statunitensi.
I media ufficiali dell’occidente stanno buttando fumo nell’occhio alla propria opinione pubblica parlando dell’aereo malese scomparso e di una Unione Europea che cerca fonti energetiche alternative al gas russo, ovviamente inesistenti! Quale paese potrebbe mai fornire il gas che potrebbe venire a mancare dalla Russia?
Obama che alza la voce, tuonando sanzioni contro la Russia, in realtà da un lato sta cercando di impedire una più stretta alleanza tra Cina e Russia e quindi pensa ad isolare internazionalmente i due paesi. L’incontro del G7 ha proprio la finalità di tentare di isolare la Russia e l’incontro trilaterale di Obama con Sud Corea e Giappone è per accerchiare la Cina. Infine l’incontro con i rappresentanti dei paesi arabi (Emirati Arabi e Arabia Saudita) è per tentare di frenare l’alleanza di questi con la Cina e dissuadere l’abbandono del dollaro.
La missione di Obama, però appare ardua. Sul fronte europeo, anche se tutti sono fedeli alleati degli USA, alla fine la Germania farà prevalere i propri interessi, che necessariamente passano per una “amicizia” con Russia e finiranno per riconoscere la situazione creatasi, ossia finiranno per riconoscere la riunificazione della Crimea con Russia. Non è un caso che proprio oggi, alla vigilia del vertice del G7, Der Spiegel pubblica un sondaggio di opinione in cui la maggioranza dei tedeschi accetta la riunificazione di Crimea con Russia.
Quindi per Obama tutto sarà vano per la semplice ragione che alla fine prevarranno gli interessi personali. Ne’ Europa, ne’ USA potranno impedire l’alleanza tra Cina e Russia; inoltre l’Arabia sa bene che la Cina rappresenta il futuro ed un socio commerciale sempre più importante per cui volente o nolente dovrà accettare l’abbandono del dollaro negli scambi col gigante cinese.
Gli USA, malgrado il loro immenso potere militare, con la crescente perdita del potere economico e l’impossibilità di continuare a trovare paesi disponibili a finanziare il proprio debito pubblico perderanno sempre più importanza a livello mondiale ed in Medio Oriente.
In definitiva il tracollo del valore del dollaro è vicino.  In questi ultimi anni, la Cina ha avvertito spesso gli USA di cambiare politica economica, ma gli USA hanno fatto finta di non sentire. Fino ad ora la Cina, il principale creditore degli USA, aveva cercato di tenere su il valore del dollaro proprio perché avendo una enorme quantità di dollari, un suo forte deprezzamento avrebbe significato forti perdite anche per lei. Adesso però ha decisamente cambiato politica: ha cominciato a vendere i titoli del debito pubblico USA (vedasi “La crisi irreversibile degli Stati Uniti”), ha utilizzato le montagne di dollari in suo possesso per investimenti in America Latina ed Africa, sta fortificando le relazioni con la Russia e si sta avvicinando sempre più all’Arabia Saudita, principale riserva di petrolio del Golfo e seconda riserva mondiale dopo il Venezuela.
Con la caduta del valore del dollaro, ci sarà l’inevitabile tracollo economico degli USA e in definitiva anche il tracollo degli europei, la cui unione (Unione Europea) comincia a traballare. La crisi economica in atto non solo potrebbe accelerare la disgregazione dell’Unione Europea e la fine dell’Euro, ma potrebbe accelerare anche la disgregazione di molti singoli Stati.”

Da Verso la fine del predominio del dollaro e la morte dell’occidente, di Attilio Folliero.

La disinformazione strategica come propaganda di guerra

disinfocompleto.inddDisinformazione strategica e psy-ops. La manipolazione mediatica dell‘opinione pubblica è funzionale alla costruzione di nuovi equilibri geopolitici a livello planetario. I casi di Cina, Romania, Cecoslovacchia, Iraq e Jugoslavia. La disinformazione strategica come strumento politico per la costruzione mediatica del nemico e della “guerra umanitaria”. Alle origini dell’aggressione militare della NATO contro la Libia. La disinformazione strategica come strumento politico per la costruzione mediatica del nemico e della “guerra umanitaria”. Il caso della destabilizzazione della Siria.

La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media.
Vo­lu­me 2: La disinformazione strategica come propaganda di guerra. Analisi geopolitica degli scenari euroasiatico e mediorientale
di Paolo Borgognone
Zambon, 2013, € 12

Strategia del disinformare, intervista rilasciata dall’autore alla “Gazzetta d’Asti” del 10 Gennaio 2014, è qui.

[La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media.
Vo­lu­me 1: La dis­in­for­ma­zio­ne strategica.​ Caratteri pe­cu­li­a­ri del feno­me­no e ana­li­si del caso la­ti­no­ame­ri­ca­no]

Febbraio 2014: la sovversione atlantica non conosce soste

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Che cos’hanno in comune Venezuela, Ucraina e Siria?
Apparentemente nulla, se non di essere degli Stati abitati da esseri umani.
Oltretutto, si trovano lontanissimi l’uno dall’altro, in contesti geografici e culturali molto diversi tra loro. Dunque, potremmo già finirla qui.
Ed invece no. Venezuela, Ucraina e Siria condividono in questi giorni un destino comune: quello di essere nel mirino della sovversione atlantica.
Ma c’è dell’altro. La concomitanza di questi tentativi di sovversione manu militari i governi locali ha lo straordinario pregio di poter aprire gli occhi, in extremis, anche agli ultimi ciechi che non ce la fanno a vedere come stanno le cose (mentre chi “non vuol vedere” è irrecuperabile).
Dall’America Latina all’Eurasia, al Vicino e Medio Oriente arabo islamico è tutto un susseguirsi, a ritmi vorticosi e sempre più aggressivi, di situazioni analoghe, orchestrate secondo una sequenza ormai consolidata.
Si comincia con le richieste di “pacifici manifestanti”, guidati da istruttori delle ONG preventivamente operanti sul territorio, che il governo non recepisce o recepisce in parte, tanto sono pretestuose ed irricevibili. Poi, abbastanza presto, tra i suddetti ci scappa il morto (con modalità mai troppo chiare), subitamente elevato a “martire” dai “media globali”. A quel punto, i “pacifici manifestanti” estraggono le pistole e le mitragliatrici, e se necessario anche le bombe, dimostrando di essere ben altro (paramilitari già addestrati).
Scatta la battaglia con le forze dell’ordine. Il “mondo libero”, per bocca delle sue “democratiche istituzioni”, chiede che “cessino immediatamente le violenze”, che tradotto in linguaggio comprensibile significa: “Il governo deve arrendersi!”.
Se non lo fa, si minacciano e poi si applicano “sanzioni” (e “congelamenti” di beni: v. “sequestri”), mentre i medesimi “media globali” (e ovviamente “liberi” ed “indipendenti”) disseminano una versione a senso unico dei fatti e del contesto strategico, geopolitico e geoeconomico in cui essi si svolgono.
A quel punto il piano di sovversione è di fronte ad un bivio. Se va in porto in questa prima fase, tanto meglio: si fa prima, costa meno e la cosa è più facile da presentare come una “rivoluzione popolare”. Altrimenti scatta l’opzione militare vera e propria, come in Siria. I “pacifici manifestanti” dimostrano di sapersela cavare anche contro l’esercito!
Una volta raggiunto l’obiettivo, ovvero il rovesciamento del locale governo inviso all’America e alla grande finanza (ed in particolare l’eliminazione fisica del “tiranno”), il primo passo è già segnato fin dall’inizio della storia: un “prestito” per risollevare la locale economia in cattive acque, oltretutto già messa in ginocchio da “sanzioni” e attacchi speculativi sulla valuta nazionale mirati a svalutarla. Un “prestito” che regolarmente viene stipulato col pupazzo rinnegato del suo popolo e la sua cricca insediati subito dopo la “rivoluzione”.
Ecco qua un esempio lampante di ciò: “Gran Bretagna e Germania sostengono il nuovo governo e chiederanno al Fondo Monetario Internazionale di concedere aiuti finanziari”. (Ansa.it, 22 febbraio 2014)
Non hanno nemmeno finito la loro “rivoluzione” che già il cappio dell’usura (e delle “riforme strutturali”) si stringe attorno al collo degli ucraini!
Più la solita rassegna di “rivelazioni” scandalistico-moralistiche (la villa del “dittatore pazzo”, il lusso di cui si circondava ecc.): a quando dei servizi speciali sulle regge dei grandi nomi della finanza, dell’economia e dell’editoria “italiane” ed “europee”?
Quando gli stessi manovratori sono impegnati contemporaneamente, con medesime modalità e finalità, da un capo all’altro del pianeta, e per giunta non ne fanno mistero, significa che i giochi sono molto chiari.
A meno che non si voglia credere che il motore di tutto ciò sia – come riferiscono i media stessi – un “vento di libertà” che stranamente soffia sempre in una direzione e mai in un’altra…
Enrico Galoppini

Fonte

La FED è finita? Cento anni di manipolazioni del dollaro americano

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Di Adrian Salbuchi per rt.com

Lunedì 23 Dicembre [2013 - ndt] segna il centesimo anniversario della creazione del Federal Reserve System – la banca centrale degli Stati Uniti d’America.
I media mainstream tengono un atteggiamento prudente a riguardo di questo traguardo chiave.
Senza dubbio, essi sanno solo troppo bene che a milioni sempre più lavoratori dentro e fuori gli USA stanno comprendendo che un secolo di gestione monopolistica della banca centrale nelle mani di un ristretto gruppo privato di banksters usurai è abbastanza. Più che abbastanza!

“Era la notte prima di Natale…
… quando in tutta la casa, non si sentiva alcuna creatura, neanche un topo”. Queste parole scritte dal poeta americano del diciannovesimo secolo, Clement Clarke Moore, descrivono adeguatamente la scena di un centinaio di anni fa quando il Federal Reserve Act fu con discrezione emanato dal Congresso statunitense: davvero, difficilmente un topo poteva farsi sentire sia alla Camera che al Senato… Ma i grandi ratti erano certamente là per votare la loro legge!
1913: Woodrow Wilson era Presidente degli Stati Uniti ; la Prima Guerra Mondiale otto mesi di là da venire; e tre anni prima un incontro molto riservato si era tenuto presso la residenza privata del mega-banchiere John Pierpont Morgan sull’isola di Jekyll, al largo della Georgia.
Bloomberg News lo ha descritto in un articolo del 15 Febbraio 2012 come “un incontro segreto che lanciò la Federal Reserve Bank. Nel Novembre 1910, un gruppo di pezzi grossi del governo e del mondo degli affari tratteggiò un nuovo potente sistema finanziario che è durato un secolo, attraverso due guerre mondiali, una Grande Depressione e molte recessioni”.
Questa la versione di Bloomberg. L’amara verità è forse esattamente l’opposto: nel Novembre 1910 un gruppo di esponenti di punta del governo, del mondo bancario e degli affari disegnò un nuovo potente sistema finanziario che ha determinato, promosso e imposto un secolo di conflitti e genocidi, incluse due guerre mondiali, una Grande Depressione, molte recessioni e sistematici salvataggi dei mega-banchieri utilizzando i soldi dei contribuenti.
Nel 1995, lo scrittore e ricercatore americano G. Edward Griffin pubblicò quello che è ritenuto sicuramente il più pregevole libro sulla “FED” – come è generalmente chiamata nei circoli finanziari e dai media mainstream la banca centrale statunitense – intitolato “La creatura dell’isola di Jekyll”.
Il libro di Griffin descrive come avvenne una cospirazione segretissima – scusate, non posso pensare a una definizione migliore – di banchieri, funzionari governativi e agenti stranieri, molto potenti, per pianificare la presa in possesso di economia, finanza e valuta nazionale americana, il dollaro, per poi intraprendere guerre globali di conquista.
Bloomberg proseguiva descrivendo come il senatore del Rhode Island, Nelson Aldrich, la cui figlia sposò John. D. Rockfeller Jr., “invitò uomini conosciuti e fidati, o almeno uomini influenti che egli pensava potessero lavorare insieme: Abram Piatt Andrew, assistente segretario al Tesoro; Henry P. Davidson, un socio d’affari di JP Morgan; Charles D. Norton, presidente della First National Bank di New York; Benjamin Strong, un altro amico di Morgan e capo del Bankers Trust; Frank A. Vanderlip, presidente della National City Bank; e Paul M. Warburg, cittadino tedesco, socio di Kuhn, Loeb & Co.”
Paul Warburg fu il vero artefice della FED. E’ interessante che il suo socio principale presso Kuhn, Loeb & Co., Jakob Shiff, aveva appena finanziato la guerra del Giappone contro la Russia zarista; successivamente egli ebbe a inviare per il tramite di un esule russo che viveva a Brooklyn, dal nome di Lev Davidovich Bronstein (meglio conosciuto come Leon Trotsky), 20 milioni di dollari per assicurare la vittoria della Rivoluzione Bolscevica nel 1917.

Né “Federale”, né “Riserva”, e neppure una “Banca”
Oggigiorno, è un “sistema”. Ufficialmente, il “Federal Reserve System” mantiene il pieno controllo del dollaro USA, non per servire il popolo americano ma, al contrario, gli interessi dei banchieri privati, che detengono le rispettive tipologie di titoli e partecipazioni.
In pratica, la FED è di proprietà privata per oltre il 95%, non è integrata nel governo statunitense, né sottoposta al controllo di alcun ramo di esso. In essa non c’è nulla di “Federale” in quanto sta del tutto al di fuori del sistema governativo di controlli e bilanciamenti.
Neppure fa da “Riserva” di qualcosa. Piuttosto essa stampa arbitrariamente tutto il denaro che i mega-banchieri e le élites del potere necessitano per mantenere il mondo “globalizzato” in movimento verso la direzione che auspicano e abbisognano. Ciò include cose come i “quantitative easings” per svariati trilioni di dollari per mantenere Goldman Sachs, Bank of America, CityCorp, Wachovia e JP Morgan Chase felici e “sani”; il finanziamento di operazioni clandestine e terroristiche per rovesciare i governi di Iran, Nicaragua, Argentina, Cuba, Cile, Siria, Libia, Vietnam e molti altri; intraprendere guerre decennali contro Afghanistan, Pakistan, Iraq, Africa e America Latina; sostenere risolutamente il genocidio in Palestina del “piccolo Israele” e il suo “democratico” programma nucleare forte di 400 testate; e mantenere Wall Street perennemente attaccato al respiratore.
Infine, non si tratta assolutamente di una “Banca” nel senso di una istituzione finanziaria che promuove le necessità di credito dell’economia reale a beneficio dei bisogni della vasta maggioranza della popolazione che lavora.
Piuttosto, la FED sostiene i bisogni finanziari del sistema della guerra globale, operazioni segrete, usura, trafficanti di droga, e gli speculatori globali.
La FED non rende conto a nessuno. Chiaramente essa non agisce a favore di “Noi il Popolo” degli Stati Uniti o di qualunque altro Paese. Il suo scopo è servire i circoli del potere globale, che si ritrovano a scadenze regolari per pianificare il governo del mondo tramite entità quali il Council of Foreign Relations, Trilateral Commission, Bilderberg, World Economic Forum e altre che formano parte della odierna, intricata rete planetaria del potere finanziario globale.

Direttamente dalla bocca del cavallo
In un’intervista durante il programma “News Hour” della PBS, trasmessa il 18 Settembre 2007, il giornalista statunitense Jim Lehrer ebbe il seguente botta e risposta con Alan Greenspan, già Presidente della FED per decenni (e funzionario di JP Morgan):
Jim Lehrer: “Quale è la relazione appropriata fra un presidente della FED e il Presidente degli Stati Uniti?”
Alan Greenspan: “Bene, prima di tutto, la Federal Reserve è un’agenzia indipendente, e ciò significa, fondamentalmente, che non c’è alcuna altra agenzia governativa che possa bloccare le azioni che intraprendiamo. Considerato che funziona così da tempo e che non esiste evidenza per cui l’amministrazione o il Congresso o alcun altro ci richieda di fare le cose diversamente da ciò che riteniamo la maniera appropriata, allora quale che siano tali relazioni francamente non ha importanza”.
Capito? Se sei un cittadino statunitense, dovresti rileggere quanto sopra un’altra volta o due.
dollaro_collassoIl Sistema FED è posto alla radice dello status di “superpotenza” degli Stati Uniti. Permettetemi di spiegare come la truffa FED funziona veramente dal punto di vista di uno che vive in Argentina – un Paese assai bistrattato al quale i circoli del potere globale hanno ripetutamente fatto mangiare la polvere mediante i loro agenti locali impostici attraverso la “democrazia” alimentata dal denaro.
Ogni volta che l’Argentina necessita di comprare petrolio, medicine o componenti tecnologiche, ad esempio, per un valore di 100 dollari, il popolo argentino deve lavorare per guadagnare quei 100 dollari attraverso le esportazioni e impegno genuino.
A confronto, ogni volta che il governo USA ha bisogno di acquistare 100 dollari di petrolio, medicine o qualsiasi altra cosa, tutto ciò che deve fare è dire alla FED di stampare 100 dollari ed è fatta. Mi si consenta di dire che ciò rende molto più facile essere una “superpotenza”.
Va bene, il meccanismo non è così semplice, ma questo di certo spiega schematicamente come funziona in verità l’intero sistema di potere del dollaro USA. Spiega anche perché le oligarchie non tollereranno che nessuno possa sfidare il dollaro.

Oh, when the FED… comes marchin’ in…
Prendiamo ad esempio il mercato mondiale del petrolio. Si tratta di un monopolio gestito da tre centrali commerciali globali situate a New York, Londra e Dubai. L’idea è di assicurare che i “petrodollari” viaggino per il mondo 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, e soltanto piccole somme dovrebbero accidentalmente rientrare nel sistema finanziario USA.
Questo spiega perché quando alla fine del 2002 Saddam Hussein decise che avrebbe realizzato il suo scambio commerciale con l’Occidente, autorizzato dall’ONU con la denominazione “Un miliardo di dollari di petrolio iracheno in cambio di cibo”, utilizzando l’euro invece del dollaro, gli fu velocemente fatta visita dal ramo militare della FED nel Marzo 2003.
Oppure prendiamo Muammar Gheddafi che nel 2011 stava per lanciare un programma per commercializzare il petrolio libico e nordafricano usando una nuova valuta con riserva aurea – il dinaro d’oro. Anche a lui fu fatta una piccola visita da parte di Barack il Premio per la Pace e di Babilonia Hillary. Iniziate a vedere il meccanismo?
Ma non pensiate che il sistema globale di asservimento finanziario della FED sia semplicemente indirizzato al di fuori degli Stati Uniti; ebbe inizio un secolo fa prima di tutto asservendo silenziosamente quel popolo americano che si supponeva dovesse servire.
Ecco come funziona: ogni volta che il governo statunitense decide di mettere in circolazione denaro – quelle banconote da 1, 5, 10, 20, 50, 100 dollari che noi tutti ben conosciamo – invece di chiedere alla zecca di Stato di stamparli al costo di un penny per carta e inchiostro, il governo chiede ai banksters privati presso la FED di stampare quelle banconote per il Tesoro, dando in cambio alla FED titoli del Tesoro statunitense produttivi di interesse , che si trasformano in trilioni di dollari in profitti incanalati verso i circoli finanziari privati per il mezzo della FED.
Era stato tutto così ben organizzato un centinaio di anni fa, che appena prima dell’approvazione del Federal Reserve Act il 23 Dicembre 1913, essi fecero anche in modo di chiudere questo cerchio parassitario, poiché se il governo USA intendeva compiere enormi pagamenti di interessi alla FED solo per la stampa del suo stesso denaro, da subito necessitava di avere pronto un sistema di entrate per mungere il contribuente americano: la Legge sulla Tassazione del Reddito!
Precisamente, si tratta del 16° Emendamento alla Costituzione americana approvata dal Congresso nel Luglio 1909, e promulgata come legge nel Febbraio 1913. Quindi i banksters internazionali da un secolo intero stanno prendendosi gioco degli Americani e usano l’America per combattere le guerre al loro posto, mentre la maggior parte della popolazione non ha una minima idea di quanto succede.
Ovviamente, la FED si trova così lontano sopra la Casa Bianca, il Congresso e la Corte Suprema statunitensi, che nessuno negli ultimi cinquanta anni è riuscito a realizzare un controllo approfondito dei suoi libri contabili e dei relativi numeri. Ehi, tu, Homer Simpsons!
Non che tu non sia stato avvisato. Nel 1923, il rappresentante del Minnesota, Charles Lindbergh, il padre del famoso aviatore, mandò un primo avvertimento: “Il sistema finanziario è finito sotto il controllo del Federal Reserve Board che amministra la finanza con l’autorità di un gruppo di semplici speculatori. Il sistema è privato, gestito con il solo scopo di ottenere i maggiori profitti possibili dall’uso del denaro di altre persone.”
dollaroNegli anni Sessanta, il senatore repubblicano e candidato presidenziale Barry Goldwater disse che “la maggior parte degli Americani non hanno reale comprensione di quanto fanno i prestatori di denaro internazionali; essi agiscono al di fuori del controllo del Congresso e manipolano il credito degli Stati Uniti.” Oggi, l’ex parlamentare Ron Paul manda lo stesso messaggio.
Anche il presidente John Kennedy lo comprese quando emise l’Ordine Esecutivo n. 11110 il 4 Giugno 1963, comandando al Tesoro USA di stampare denaro pubblico senza interessi al ritmo di 4,3 miliardi di dollari, aggirando completamente la FED. Ma anch’egli si mise in un guaio a Dallas soltanto cinque mesi dopo, il 22 Novembre.

Epilogo: la FED è finita?
Qualcuno penserebbe che qualcosa di importante come il continuare a permettere che la FED privata operi nel suo attuale formato, o riformarla, oppure anche farla finita con essa dopo un intero secolo, dovrebbe essere un argomento apertamente trattato sull’agenda pubblica americana e globale… magari!
Tutto ciò che abbiamo ancora è silenzio dal governo USA, dal Congresso e dalla politica; silenzio dai leader mondiali; silenzio totale dai media mainstream, e dal mondo accademico.
E così voi piccoli parassitari mega-banchieri che governate il pianeta Terra: ora che viene Lunedì 23 Dicembre potete stappare tutto lo champagne che volete e celebrare il vostro “Centesimo anniversario di Padroni Schiavizzatori dell’Universo”, festeggiando fino al giorno di Natale.
Quindi, da Giovedì 26, continuare a crocifiggere il mondo intero. Per voi si tratterà di affari come al solito.

[Traduzione di F. Roberti]

La Russia nel mirino della NATO globale

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Intervista di RT a Rick Rozoff, curatore di Stop NATO e dell’omonimo sito
(traduzione e collegamenti inseriti sono nostri)

RT: Quale è il problema se la NATO svolge più esercitazioni militari? Viviamo in un mondo pericoloso e l’esercizio rende efficienti, non è così?
Rozoff: Certo, dobbiamo contestualizzare le questioni. Se stiamo parlando delle più recenti esercitazioni militari della NATO sul Mar Baltico, le cosiddette operazioni o esercitazione Steadfast Jazz 2013. Dobbiamo considerare che si tratta della più vasta esercitazione militare congiunta svolta dalla NATO negli ultimi sette anni. Ed è stata tenuta in due Paesi che condividono i propri confini con la Russia -Lettonia e Polonia- con l’esplicito obiettivo di compattare la cosiddetta NATO Response Force, che è una forza militare globale di intervento. Si è inoltre svolta su larga scala: 6.000 soldati, con componenti aeree e navali così come di terra e fanteria in Paesi confinanti con la Russia. Non è un fatto di tutti i giorni, come i vostri commenti possono suggerire. Se qualcosa di analogo succedesse al confine americano, a dire in Messico e Canada, e soldati provenienti da 40 Paesi, tutti membri della NATO, e una serie di Paesi partner della NATO dovessero impegnarsi in esercitazioni militari congiunte sul confine americano, si sentirebbe qualcosa da Washington, ve lo assicuro. Peraltro non si tratta di un innocuo affare quotidiano di una o due nazioni che svolgono esercitazioni militari; si tratta del più grande blocco militare nella storia, onestamente parlando, con 24 Paesi membri, con oltre 70 Paesi partner nel mondo, che è oltre un terzo delle nazioni al mondo, e nell’ONU, ad esempio. Questa rappresenta un’ulteriore indicazione che il blocco militare guidato dagli USA, la NATO, ispira, prima di tutto, lo svolgimento di quelle che potrebbero essere interpretate come incaute e forse anche pericolose esercitazione militari vicino ai confini della Russia e allo stesso tempo progetta di sviluppare ulteriormente e dare una veste all’attivazione della propria forza internazionale di intervento.

RT: Queste esercitazioni non sono a buon mercato comunque – e molte nazioni europee non sono finanziariamente nella migliore forma. Ne vale davvero la pena per loro?
Rozoff: Certo che no, è un fantasma, una minaccia immaginaria che è stata contestata. Vale la pena notare che il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen e altri funzionari dell’Alleanza Atlantica incluso il vice Segretario Generale Alexander Vershbow, che è l’ex ambasciatore statunitense in Russia, hanno precisato che le esercitazioni militari svolte in Lettonia e Polonia erano dirette a consolidare i risultati conseguiti negli ultimi dodici anni in Afghanistan, dove la NATO, attraverso la missione ISAF, ha consolidato – sono le sue parole – l’operatività di forze militari provenienti da 50 diverse nazioni. I popoli europei, i cittadini dei rispettivi 26 Stati membri in Europa possono comprendere questo genere di stravaganza? No, certamente non possono. Così ciò che resta da credere è che gli Stati Uniti trovano il pretesto per utilizzare la NATO e sono pronti a sostenere la maggior parte dei costi derivanti dalle esercitazioni o dalla creazione delle installazioni militari, per rafforzare i propri interessi geopolitici in Europa e nel mondo.

RT: La NATO ha appena terminato le esercitazioni in Polonia e negli Stati baltici. C’è qualche ragione per la scelta di queste precise collocazioni?
Rozoff: Se vi riferite alla forza di risposta rapida, che è un dispositivo dell’Alleanza utilizzato presumibilmente per interferire quando la NATO interviene militarmente, come fa negli ultimi quattordiici anni fuori dalla sua area di responsabilità, l’autodichiarata zona di protezione dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. Stiamo parlando ovviamente di una seria azione militare, seria come lo è la guerra, infatti. Quattordici anni fa nell’Europa sud-orientale, nella ex Jugoslavia, per gli ultimi dodici anni in Afghanistan, in Asia, e due anni fa in Libia e Nord Africa, poi hanno scelto un così delicato posizionamento di fronte alla Russia – gli Stati baltici, il confine nord-occidentale della Federazione Russa – a me sembra quasi come una provocazione. Ma la spiegazione ufficiale della NATO è che, essendosi ormai configurata come una forza militare internazionale per missioni che possono essere condotte in Africa, Medio Oriente, nel Golfo di Aden, nell’Oceano Indiano, in Asia Meridionale e Centrale, adesso deve ristabilire la propria capacità di difendere gli Stati membri. Chi altri se non la Russia può essere presa di mira quando gli Stati NATO, e, nel caso di Lettonia e Polonia – devono essere in grado di difendere i nuovi Stati membri dell’Alleanza come Lettonia, Estonia, Lituania a Polonia – nessuna altra nazione potrebbe essere il potenziale aggressore in quel contesto se non la Russia. Perciò questa è un’aperta provocazione nei confronti della Russia.

RT: L’anno prossimo la NATO terminerà la sua missione di combattimento in Afghanistan, che è durata oltre un decennio. Che cosa faranno tutte queste truppe dopo il ritiro del 2014?
Rozoff: Ci sarà un periodo di riposo e recupero per le attuali forze terrestri. E considerate che i comandanti NATO in Afghanistan e i comandanti militari USA hanno discusso circa il mantenimento in territorio afghano di un numero tra gli 8.000 e i 14.000 soldati statunitensi e di altri Paesi NATO per un futuro indefinito. E ciò si aggiunge certamente all’intenzione statunitense di mantenere e forse anche espandere la propria presenza e la propria capacità bellica nelle grandi basi aeree che gli Stati Uniti hanno migliorato a Shandan, Kandahar, e le basi terrestri fuori dalla capitale Kabul, e così via. Pertanto ciò che la NATO evidentemente intende fare, e gli USA in primo luogo, è la compiuta integrazione delle strutture militari di oltre 50 Paesi – un evento molto importante, non c’è nulla di anche lontanamente paragonabile che sia avvenuto prima nella storia. Bisogna essere onesti riguardo ciò. In nessuna guerra, neanche nella Seconda guerra mondiale, c’è stata la presenza di personale militare da 50 Paesi, tanto meno da una sola delle parti in conflitto, tanto meno in un solo teatro di guerra e in un sola nazione. Perciò quello che la NATO ha fatto è stato usare i dodici anni di incerto impegno bellico in Afghanistan al fine di mettere in piedi una NATO globale, nei fatti. E una volta concluso questo percorso con il vertice dell’Alleanza svoltosi a Chigago, lo scorso vertice NATO del Maggio 2012, l’Alleanza ha annunciato la nascita di un altro programma di partenariato. E questo sarà il primo che non è geograficamente connotato, diversamente da quelli che riguardano il Golfo Persico, il Mediterraneo, la regione del Medio Oriente o l’Europa Orientale, il Caucaso, l’Asia centrale. Quest’ultima iniziativa della NATO comprende inizialmente otto nazioni appartenenti alla più grande regione dell’Asia-Pacifico: Iraq, Pakistan, Afghanistan, Nuova Zelanda, Australia, Giappone, Corea del Sud e Mongolia. La Mongolia anche, come il Kazakhistan, che è un membro del programma NATO Partenariato per la Pace, confina sia con la Russia che con la Cina. Ciò cui stiamo assistendo è che a dispetto di tutti i suoi sforzi per convincere il mondo che è diventata un’aggiunta all’ONU, o che costituisce in qualche modo un apparato per il mantenimento della pace, la NATO si è in realtà trasformata in una forza militare globale. Essa può avere una limitata capacità di allargamento, almeno non fino al punto che vorrebbe. Ma le sue intenzioni sono chiare. Il nuovo quartier generale della NATO in costruzione a Bruxelles, che costerà più di un miliardo di dollari, sarà concluso a breve. Bene, la NATO non ha intenzione di accettare un’altra limitazione al bilancio e altri fattori che possano giustificare il suo ridimensionamento, le sue ambizioni al contrario sono più grandiose di quanto siano mai state prima.

RT: Che cosa riserva il futuro per l’Organizzazione in generale? Come può continuare a contare ed essere una forza importante nel mondo?
Rozoff: Lo scopriremo al prossimo vertice di Berlino l’anno a venire, nel 2014. Ciò che sappiamo è che al vertice di Chigago dell’anno scorso, una delle più importanti fra le decisioni prese riguarda il cosiddetto sistema di missili intercettori con approccio adattativo graduale -inizialmente progettato dai soli Stati Uniti sotto l’amministrazione di George W. Bush e ora pienamente integrato con la NATO sotto l’amministrazione di Barack Obama – ha raggiunto la capacità operativa iniziale, con piani per installare infine centinaia di missili intercettori a raggio intermedio e medio a terra in Paesi come Romania e Polonia, e anche su cacciatorpedinieri e altri tipi di unità navali nel Mediterraneo. Alla fine, sospetto, nel Mar Baltico e nel Mar Nero, poichè gli Stati Uniti stanno usando ancora la NATO come un cavallo di Troia, per controllare non solo militarmente ma anche politicamente l’intera Europa Orientale, dal Mar Baltico al Mar Nero. Ogni singolo membro di quello che era il Patto di Varsavia, con l’eccezione della Russia, è ora parte a pieno titolo della NATO. Metà degli Stati appartenenti alla ex Repubblica di Jugoslavia sono adesso membri a pieno titolo della NATO. Vediamo quindi che gli Stati Uniti usano la NATO per estendersi militarmente da Berlino, al termine della Guerra Fredda fin fino al confine russo. E la cosa più allarmante ultimamente è che hanno intensificato i propri sforzi per incorporare l’Ucraina, che possiede un rilevante confine con la Russia, quale importante partner della NATO. L’Ucraina sta per unirsi alla forza di risposta rapida, così come Georgia, Finlandia e Svezia. La Svezia è l’unico fra questi Paesi a non avere un confine con la Russia. Finlandia, Ucraina e Georgia possiedono confini rilevanti. Quello cui assistiamo è che la NATO in un modo o nell’altro sta continuando la spinta verso i confini della Russia e di fatto l’accerchiamento militare della Federazione Russa.

C’è chi non muore anche quando se ne va

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In memoria di Costanzo Preve, uomo libero e pensatore rigoroso, riproduciamo qui l’estratto di un suo articolo, già pubblicato nel 2008.

Dopo il 1991 ed il suicidio collettivo nel mar Caspio di Gengis Khan e di tutti i suoi funzionari, eunuchi e concubine, essendo venuto meno sia il soggetto che l’oggetto della ragion d’essere della NATO (il contenimento del comunismo), si sarebbe potuto pensare che il leibniziano principio di ragion sufficiente della NATO fosse venuto meno. In fondo, le associazioni di pescatori dello stagno della Trota Orientale si sciolgono pacificamente quando anche l’ultima trota rimasta viene pescata e mangiata.
Non è stato così. La NATO, anziché essere ridotta, si è addirittura virtualmente allargata al mondo intero (Afghanistan, eccetera). Certo, oggi non c’è più il comunismo, ma ci sono i terroristi islamici fondamentalisti, gli Stati canaglia, le violazioni dei diritti umani ad apertura alare asimmetrica (i sionisti possono violarli, i serbi invece no), l’autoritarismo russo e cinese, la giunta militare del Myanmar, il governo sudanese, il dittatore negro Mugabe, Hamas e Hezbollah, eccetera. Ma se ci si mette su questo piano, ci saranno sempre nuove “caselle” nel Risiko Mondiale in cui mettere le figurine che sostituiscono Stalin, Hitler e Pol Pot. E’ una vera storia infinita. Sarà necessario che l’Impero Colpisca Ancora.
Il fatto che la NATO si sia pacificamente trasformata dalla fase del Contenimento Europeo-Occidentale del Comunismo alla successiva fase del Mercenariato Militare Occidentalistico al servizio degli interessi strategici dell’impero USA (che tra l’altro ammette apertamente di voler essere tale, mentre se qualcuno dei sudditi proconsolari europei ne accenna sarà subito accusato di antiamericanismo ed antisemitismo aggiunto, per fare “buon peso”), non è un’ipotesi maliziosa e settaria, ma è un dato sotto gli occhi di tutti. Per dirla con lo stralunato personaggio del vignettista italiano Altan, “il trucco c’è, si vede, e non gliene frega niente a nessuno”. In realtà, qualcuno non è d’accordo. Ma la stragrande maggioranza degli apparati ideologico-politici europei (circo mediatico cartaceo-televisivo, ceto politico professionale, clero universitario unificato, eccetera) è d’accordo ed è corrivo. E allora il discorso non è più sulla NATO, ma è sull’Europa che ha perso la sua anima, sul tradimento degli intellettuali (la trahison des clercs di Julien Benda), e in generale su una questione epocale di tipo non militare. Il tacitiano ruere in servitium non è un dato militare, ma filosofico-politico, ed esce dal raggio di queste mie considerazioni.
E terminiamo comunque con uno scenario fantapolitico. Immaginiamo che un governo italiano nazionale, al di là ovviamente della simulazione Destra/Sinistra (sul mercenariato occidentalistico NATO concordano pienamente Berlusconi e Veltroni, Di Pietro e Napolitano, “la Repubblica” ed “il Giornale”, eccetera), decida l’uscita unilaterale dalla NATO. Se questo fosse l’esito di un colpo di Stato militare con contorno di manifestazioni, al di là di ogni rito elettorale manipolato, sarei egualmente d’accordo. Fra la forma ed il contenuto, preferirei comunque il contenuto. Il 1789 ed il 1917 non si possono sempre fare con le elezioni, anche se le elezioni sarebbero sempre astrattamente preferibili. Mi rendo conto di stare violando il canone politicamente corretto, ma a volte non si può fare la frittata senza rompere le uova. Comunque, facciamo l’ipotesi che questo avvenga. So che sarebbe troppo bello se potesse avvenire realmente, ma non è ancora proibito sognare.
Ebbene, dopo pochi giorni avremmo un catastrofico attentato ferroviario con centinaia di morti. Verrebbero subito arrestati congiuntamente Franco Freda e Nadia Desdemona Lioce, capi dell’Organizzazione Nazicomunista Unificata (acronimo ONU). Verrebbe subito gettato dalla finestra il presunto colpevole, iscritto sia a Forza Nuova sia al Partito Comunista Combattente. Di Pietro e la sua corte dei miracoli convocherebbero subito una manifestazione a piazza Navona al grido: “La colpa è sicuramente del Berlusca!”. Fini e Bertinotti farebbero un girotondo al grido: “Restauriamo la democrazia!”. La Fondazione Oriana Fallaci brucerebbe un fantoccio del Saladino in una piazza di Firenze. Magdi Allam griderebbe: “Aiuto, arriva Bin Laden!”.
Tutti hanno diritto al loro scenario fantapolitico, non solo Stefano Benni. Eppure, purtroppo, non c’è proprio niente da ridere. L’incorporazione di questa Europa politicamente e spiritualmente morente in questo mercenariato militare occidentalistico globalizzato al servizio dell’impero USA, purtroppo, è una tragedia, anche se per ora sta assumendo le movenze di un cattivo dramma satiresco ateniese.

[I funerali di Costanzo Preve si terranno giovedì 28 Novembre alle ore 10:00, presso la Chiesa parrocchiale della Crocetta di Torino (Beata Vergine delle Grazie), in Corso Einaudi 23]

Populismo: potere politico sottratto alle elites

spettro_populismoLe circostanze impongono di ri-pubblicare questo articolo dello scorso gennaio, vista la frequenza delle riunioni clandestine in corso per il varo della “NATO economica” (sic), A tappe forzate vogliono imporla per la primavera. La dirigenza “europea” che si appresta a firmare l’accordo capestro -senza ritorno- è guidata dai soliti funzionari della Goldman Sachs. Potrebbe persino astenersi dal partecipare ai conciliaboli segreti, in bunkers lontani e al riparo della partecipazione della cittadinanza. Basterebbe sbobinare e decodificare tutte le registrazioni di cui sono state vittime -consenzienti o ignare?- negli ultimi anni. La controparte USA, infatti, sa già tutto e conosce a menadito -per aver spiato capi di stato e di governo, settore impresariale e banche- quel che la “Commissione” di Bruxelles ha da dire riguardo all’annessione-liquidazione definitiva dell’economia europea. Washington sa che i più ligi e servizievoli sono quelli che infilano il “populismo” in ogni frase del loro vuoto dire.

La parola “populismo” abbonda sulle labbra di tutti coloro che hanno consumato il divorzio
definitivo, tra cittadini e governanti, tra popolo ed elites. Sentendosi, ovviamente, parte di queste, vuoi per averne sposato gli arcani economicisti, la neolingua dei bassifondi finanziari, vuoi per identificarsi in una “modernità” che mal nasconde il settecentesco neo-totalitarismo delle oligarchie. I gruppi dirigenti europei che aulicamente si autodefiniscono “la politica”, in realtà sono come dei novelli eunuchi evirati del potere politico. L’hanno affidato ai grandi gruppi economici transnazionali, che ora possono togliere e mettere governi ad Atene, Lisbona, Madrid e Roma, come ieri a Buenos Aires, Brasilia o Singapore.
E si arrogano il potere di veto sull’operato degli altri governi che -quando pretendono di essere veramente nazionali- vengono demonizzati e tolti di mezzo.
Gli eunuchi, senza più una ragion d’essere, valletti della ragione economica elevata a ragion di Stato, tentano di camuffare il servilismo e il ruolo di sterilizzatori della residuale democrazia rappresentativa. Con l’esibizione d’uno sprezzante inganno o infamando i critici e chi resiste alla dogmatica oscurantista delle elites.
“La politica” ingiuria quelli che non rappresenta più, che non si rassegnano al nuovo verbo della carestia e dell’ingrasso statale delle vacche già obese. Sembra che si dicano “non vale la pena governare questi “populisti” ingrati, che abboccano a demagogie non autorizzate o illegali”. Ossia non propinate dal FMI o BCE, dai santuari consacrati dai profeti globalisti di ieri, ora autopromossi a terapeuti del disastro di cui sono autori con copyright. Continua a leggere

L’economia USA è un castello di carta (straccia)

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A distanza di poco più di cinque anni dall’esplosione della crisi finanziaria, gli esperti stimano che la banca centrale statunitense, la Federal Reserve presieduta da Ben Bernanke, abbia stampato dollari per un valore complessivo di 3.600 miliardi, e che la maggior parte di questo denaro sia stato impiegato per acquistare titoli di debito e strumenti finanziari “spazzatura”, rifornendo così i mercati di un fiume di liquidità a basso prezzo. Con risultati davvero scarsi, invece, in termini di stimolo all’economia reale, i cui tassi di crescita sono sempre stati di modesta rilevanza, soprattutto se comparati a quelli dei Paesi emergenti del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).
Se poi diamo credito alle voci, sempre più insistenti, secondo cui a Fort Knox, il famigerato deposito delle riserve auree USA, non vi sarebbe quanto da sempre vantato dalle varie amministrazioni statunitensi, viene da chiedersi: a quando la dichiarazione di bancarotta?