“La proposta sarebbe un duplicato della NATO”

Bruxelles, 18 luglio. – La Gran Bretagna ha bloccato una proposta UE per la creazione di un quartier generale per la sicurezza e la difesa. L’ipotesi di accordo è stata presentata oggi al Consiglio Esteri a Bruxelles dall’Alto rappresentante per la politica estera, Catherine Ashton, e aveva già il via libera di Francia e altri Stati UE.
“La Gran Bretagna – ha detto in un intervento il ministro britannico William Hague – non è d’accordo su questa struttura permanente né ora né nel futuro perché la proposta sarebbe un duplicato della NATO”. Hague ha anche sottolineato che si tratterebbe di una struttura costosa mentre molto di più si potrebbe fare sulle strutture preesistenti.
La Gran Bretagna è una forte sostenitrice della NATO come polo di difesa e questa non è la prima volta che blocca dei piani di strutture di questo tipo. Londra ha più volte esercitato il diritto di veto anche sull’Agenzia europea per la Difesa bloccandone il progetto di un piano di bilancio triennale.
(AGI)

E’ ora di ripensare la strategia europea di difesa

Le durissime parole con le quale il segretario di stato alla difesa USA uscente, Robert M. Gates, ha stigmatizzato l’incapacità e la non volontà dei membri europei della NATO di sviluppare una propria autonoma capacità di difesa, sono rivelatrici di una situazione, storicamente certo non nuova, che giunge però oggi ad un punto finalmente decisivo.
(…)
Non è difficile immaginare la tensione che si doveva respirare venerdì [10 giugno u.s. - ndr] a Bruxelles dopo le parole piuttosto pesanti di Gates: proprio quando i Paesi della NATO hanno portato dai 20.000 uomini del 2006 ai 40.000 odierni il loro impegno in una campagna così poco gloriosa ed efficace come quella afghana; proprio quando la situazione globale del Medio Oriente allargato, a venti anni dalla prima Guerra del Golfo, si dimostra ancora più pericolosa ed instabile; proprio quando, cioè, vengono chiaramente alla luce le scarse capacità nord-americane di realizzare nel mondo quella pace di cui si dichiarano portatori quando usano la forza delle armi; proprio oggi, avranno pensato i diplomatici europei, dobbiamo subire come ragazzini che si impegnano poco a scuola questa lavata di capo da parte degli USA.
In realtà, in tutto questo vi è una grande possibilità per gli Europei, se sapranno coglierla. Fino ad oggi infatti gli USA hanno sempre comprensibilmente oscillato tra il timore di vedere rinascere un’autonoma potenza militare in Europa (basti ricordare le tensioni legate alla costituzione di una grande unità franco-tedesca, progetto assai ambizioso, ridimensionato fino alla totale inconsistenza) e la recriminazione per lo scarso impegno militare nella propria difesa.
Si profila quindi la storica occasione, accogliendo in toto la richiesta di Robert M. Gates, di mettere mano ad un’autonoma politica di sicurezza, quella famosa PESC (politica europea di sicurezza comune) che rimane una delle maggiori lacune nel processo di unificazione europea. Potrebbe dire niente meno che ripensare tutta la strategia europea di difesa, il che vorrebbe dire, quale presupposto primario, com’è ovvio in questi casi, la riconsiderazione innanzitutto degli interessi strategici dell’Europa, per un verso, e del tipo di modello militare, dall’altro.
Ci accorgeremmo allora, ad esempio, che gli interessi della sicurezza continentale richiedono oggi, come postulati essenziali, una stabile collaborazione con la Russia, la costruzione di rapporti di buon vicinato con tutto il mondo arabo-islamico, mediterraneo e medio-orientale, nonché il rafforzamento degli storici legami che l’Europa ha da sempre con l’America Latina.
Ci accorgeremmo poi che un modello di sicurezza europeo efficiente suggerirebbe di lavorare su forme leggere ma diffuse di “difesa territoriale”, puntando su strategie difensive imperniate sulla combinazione di sistemi di resistenza non-violenta in caso di aggressione esterna con strumenti di prevenzione classici a medio raggio, evitando dispendiose quanto inutili “proiezioni di forza” nei teatri extra-europei. Un modello che comporterebbe grandi risparmi in termini di denaro e un molto maggiore consenso da parte dei popoli europei, con la possibilità di creare nuova attenzione, anche da parte dei giovani, su questo tipo di impostazione, nella quale volontariato civile e servizio militare potrebbero per la prima volta armonizzarsi e non contrapporsi, in nome di uno scopo comune: non quello delle finte operazioni di peace-keeping ma quello del rispetto e della tutela delle reciproche identità e della prevenzione attiva (culturale, sociale, diplomatica, prima che militare) di situazioni di conflitto.
Grazie alla crescente instabilità mondiale che ha coinciso con l’affermarsi dell’egemonia globale nord-americana, sta maturando quindi la possibilità di ripensare in modo originale ed innovativo gli attuali schemi operativi e strategici europei, che risalgono per lo più ancora alla fine del XIX secolo. Perché dunque non volgere in positivo l’arroganza nord-americana, facendone stimolo alla definizione di una visione comune della sicurezza europea?
Sarebbe questo anche un modo brillante e dignitoso per “leggere” il bluff americano, perché se davvero l’Europa rivoluzionasse in questo modo la propria visione del presente, pensiamo che uomini come Gates e come Obama, o chi per loro, troverebbero assai presto da ridire anche su questo: avremmo allora l’occasione anche per ridiscutere alla radice persino gli stessi, ormai superati, principi della collaborazione sull’asse Nord Atlantico che non può più condizionare la storia a venire dell’Europa unita.

Da Una grande opportunità oltre la NATO, di G. Colonna.
[grassetto nostro]

CED e NATO, i retroscena

Inizio anni Cinquanta, più precisamente gennaio 1952. I Ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo trovano l’accordo sugli ultimi dettagli della costituenda Comunità Europea di Difesa (CED), mentre nessuna decisione viene presa a proposito dei rapporti tra la stessa CED e la NATO. Questi, si dice, verranno definiti mediante un protocollo che sarà annesso al trattato istitutivo della CED.
Il trattato sarà poi firmato dai Paesi partecipanti il successivo 27 maggio, ma nel frattempo – come emerge dalla recente declassificazione di alcuni documenti interni alla NATO – il Consiglio Nord Atlantico si era adoperato per stabilire su quali basi CED e NATO dovessero interagire.
Dal Rapporto dei delegati del Consiglio sulle relazioni tra la CED e la NATO, datato 20 febbraio 1952, si apprende che già nel dicembre 1950 il Consiglio Nord Atlantico aveva accolto la raccomandazione dei delegati secondo la quale un esercito europeo, se e quando creato, avrebbe dovuto rafforzare la difesa congiunta dell’area nord atlantica ed essere integrato nel quadro della NATO (punto A.1.).
Al successivo punto C., il Rapporto dapprima sottolinea l’accordo raggiunto fra i Paesi partecipanti alla CED sul fatto che il Trattato istitutivo della stessa avrebbe previsto che “il comando e l’impiego delle forze della Comunità Europea di Difesa sarebbe dovuto essere affidato, a partire dalla loro creazione, al Supremo Comandante Alleato in Europa” (SACEUR), la massima autorità militare statunitense insediata nel continente in ambito NATO. Si aggiunge poi che “tutte le forze sotto gli appropriati Comandanti NATO, siano esse della Difesa Europea o di altro tipo, avrebbero dovuto essere soggette solamente al loro comando e che essi Comandanti avrebbero dovuto ricevere direzione strategica e guida politica nell’impiego di queste forze esclusivamente dalle appropriate agenzie del Trattato Nord Atlantico”.
A stabilire una volta per tutte la subordinazione della CED ai dettami atlantisti, perveniva infine un’articolata raccomandazione in merito ai principi regolatori dei rapporti operativi tra le due Organizzazioni, contenuta nel successivo punto 9. Al riguardo, fra le altre cose, i delegati del Consiglio Nord Atlantico davano per assodato che una volta che le Forze di Difesa Europee fossero state poste sotto il comando di un Comandante NATO, egli avrebbe avuto ufficiali di tali Forze Europee quali membri del suo quartier generale e dei relativi comandi subordinati.

I rapporti USA – NATO – UE secondo Philip Gordon

Già lo conoscevamo come protagonista di un’audizione parlamentare in tema di rapporti transatlantici, tenutasi lo scorso giugno.
Philip Gordon è tornato a battere il ferro e, davanti al medesimo subcomitato per l’Europa della Camera dei Rappresentanti statunitense, ha recato la propria testimonianza sul da poco entrato in vigore Trattato di Lisbona e le sue implicazioni nelle relazioni future tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti.
Per farsi un’idea dei contenuti dell’audizione (che può essere letta integralmente qui), traduciamo la risposta di Gordon alla domanda postagli da uno dei componenti del subcomitato, particolarmente interessato al ruolo svolto dalla NATO.

“E’ una questione di vecchia data, la relazione tra le due organizzazioni (NATO ed Unione Europea – ndr). E nel passato gli Stati Uniti, inclusa l’amministrazione Clinton nella quale ho servito, erano molto preoccupati circa le possibilità di competizione e duplicazione. E queste preoccupazioni continuano ad esistere, e l’ho accennato nella mia testimonianza, l’ultima cosa che abbiamo bisogno di fare è duplicare istituzioni o strutture o risorse che sono tutte troppo scarse.
Ma noi siamo fiduciosi che i nostri interessi siano abbastanza armonizzati e le relazioni tra le due organizzazioni – le quali come evidenziato si sovrappongono in maniera significativa, voi sapete, 21 Paesi appartengono ad entrambe – sono tali che possiamo evitare un’inutile duplicazione ed in realtà vediamo benefici per noi nell’avere un’Unione Europea che gioca un ruolo più preminente. E’ inevitabile che gli Stati Uniti, quando si tratta di sfide alla sicurezza nel mondo, penseranno in primo luogo alla NATO. La NATO è, fra queste due organizzazioni, quella in cui siamo, ed ovviamente avendo un posto a tavola giochiamo un ruolo importante.
E’ anche improbabile che se la NATO è pronta ad agire in una certa situazione i nostri alleati europei non si allineino. Quando gli Stati Uniti sono pronti a rivestire la direzione od un ruolo importante, è probabile che gli Europei che sono in entrambe le organizzazioni vorranno che le cose vadano così. Ci possono essere, comunque, altre situazioni in cui noi scegliamo di non rivestire la direzione o qualsiasi altro ruolo, nelle quali dovremmo dare il benvenuto al fatto che l’UE sia pronta a farlo. E nello scorso decennio o circa, ci sono state una serie di situazioni di intervento nei conflitti dove è andata così e l’UE è stata in effetti coinvolta, ciò è qualcosa a cui dovremmo dare il benvenuto.
Piuttosto di preoccuparci che l’UE esageri in qualche modo ed usi la forza militare in un luogo dove noi preferiremmo che non la usasse, è molto, molto più probabile che essi vadano ed aiutino a stabilizzare una situazione per la quale noi potremmo non avere le necessarie risorse o l’impegno politico a farlo. Mi riferisco oggi alla Bosnia, dove inizialmente la NATO e noi dispiegammo significative forze militari, la NATO è fuori e l’Unione Europea sta conducendo la missione di pace, ci sono stati interventi in Africa, e probabilmente altri si avranno circa i quali dovremmo dare il benvenuto al fatto che l’Unione Europea sia maggiormente coinvolta nelle attività di stabilizzazione.
Infine, lasciatemi solo notarlo, le due organizzazioni hanno diversi mandati e capacità. L’UE è più completa della NATO e può apportare un prolungato elemento politico, civile, di assistenza all’estero, per cui almeno storicamente la NATO non ha giocato un ruolo importante. Facendo un bilancio, mentre dobbiamo sempre essere cauti ed attenti alle questioni di duplicazione, in generale pensiamo che sia una cosa positiva.”

[grassetti nostri]

La libertà dei popoli europei

E’ inutile negare che se l’UE vuole davvero occupare un posto più confacente al suo potenziale, perlomeno regionale, deve fare i conti con questo Paese, il quale non può più essere tenuto ai margini della comunità europea. Ciò che ha impedito di consolidare e rinnovare le relazioni tra Russia e Europa è stata propria l’alleanza con gli USA; quest’ultimo Paese ha sempre visto nel gigante dell’Est un pericolo concreto in grado di causare un assottigliamento della sua influenza nell’area occidentale. Se l’atteggiamento del Patto atlantico verso Mosca va bene al governo degli Stati Uniti esso, al contrario, danneggia gli interessi europei come molti episodi degli ultimi tempi hanno dimostrato. Lo stesso mantenimento della NATO dopo il disfacimento del Patto di Varsavia ha avuto come motivazione propulsiva l’esclusiva volontà americana di allargarsi nella direzione di quegli Stati precedentemente rientranti nell’orbita russa, al fine di approfondire il suo dominio mondiale e conquistare l’heartland. Il grande progetto per un XXI secolo americano è però fallito in virtù della rinascita delle potenze asiatiche. L’Europa ne paga lo scotto impelagata a fronteggiare, per il suo atteggiamento conservativo e privo di visione globale, una situazione che la vede stretta tra due fuochi. In questo senso, aver permesso alla NATO di estendersi ipertroficamente oltre le sue competenze militari e di contingente contenimento del “pericolo rosso”, fino a metamorfosarla in un organismo politico con autorità generale, nelle salde mani degli USA, le impedisce ora di reagire e di ricavarsi spazi di manovra adeguati.
La NATO ha precluso all’Europa persino la capacità di intervenire sulle proprie faccende come ha dimostrato l’aggressione della Serbia nel 1999 e l’ampliamento della stessa alleanza alle ex repubbliche sovietiche [più precisamente, si tratta dei Paesi dell'Europa orientale un tempo dietro la "Cortina di Ferro" - ndr]. Quest’ultime, fedelissime agli USA, hanno sbilanciato i rapporti di forza in seno al patto consolidandone la guida di Washington. Inoltre, essendo alcuni di questi Paesi entrati pure a far parte dell’UE hanno complicato il processo di riavvicinamento alla Russia che viene vista dai suoi ex-vicini come un pericolo ancora troppo presente per la loro sovranità.
Insomma, altrimenti detto, se l’Europa non svilupperà una propria visione del mondo e del suo ruolo in esso, nessun accordo tra i Paesi membri basterà a proiettarla verso un futuro meno misero del suo presente di subordinazione agli USA. Ne va della stessa libertà dei popoli europei. Cominciare a mettere in discussione il Patto atlantico, senza troppi infingimenti, sarebbe di certo un auspicabile inizio.

Da Libera Europa?, di Gianni Petrosillo.

La purezza atlantista di Antonio Martino

L’Airbus e lo spettro di Antelope: “Pressioni e tangenti per l’affare”, di Sergio Rizzo.

Europa a mano armata

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A venti anni dalla fine della Guerra Fredda, l’Europa non ha raggiunto quello stato di pace e sicurezza che tutti speravano. Oggi, come ieri, vengono consumati miliardi di euro per il settore difesa. Tra i primi dieci Paesi al Mondo per spesa nel settore militare, cinque sono europei. Va detto però che il primo, gli Stati Uniti, da solo spende più di quanto facciano tutti gli altri messi insieme.
In realtà, il confronto Est-Ovest non si è mai esaurito e la guerra nella ex Jugoslavia non ne è stato altro che un tragico colpo di coda. L’unica variante è che, attualmente, all’Orso Russo si è aggiunto il Dragone Cinese ed il Vecchio Continente, pur con i suoi sempre accesi nazionalismi e sotto il perenne ombrello protettore della NATO, cerca a fatica di difendere il proprio ruolo di potenza egemone plurisecolare.
Il saggio di Luca Donadei è arricchito con l’Almanacco delle Forze Armate Europee 2009, un manuale ricco di dati ed informazioni sullo stato della difesa di ogni singolo Stato europeo.

Qui un estratto del testo con il capitolo dedicato ai maggiori programmi militari europei e l’esempio di una scheda Paese.

Europa a mano armata, di Luca Donadei, Fuoco Edizioni
pagine 200, euro 18, ISBN 9-788890-375217

“Un nuovo esercito europeo per le aree di crisi”

Siamo in attesa di conferme, ma a quanto ci fanno sapere dall’Iraq è in arrivo una “chicca”.
La Repubblica delle Banane starebbe investendo da quelle parti 200 milioni di dollari per l’approntamento di una base militare, questa volta tutta “tricolore”, apparentemente slegata da necessità di sicurezza per il personale dell’ENI nei campi estrazione di Zubair e Nassiriya.
Ma passiamo ad altro, saltiamo dei parallelismi, e torniamo al Qurinale. Al Consiglio Supremo di Difesa dell’11 Novembre.
Le “novità“ scaturite dal summit (si fa per dire) organizzato e presieduto da Giorgio Napolitano con Silvio Berlusconi nella veste di “vicepresidente“, hanno preso forma e sostanza nella settimana successiva, a partire dal 17, un giorno che porta ancora più sfiga del mese dei morti.
Tagli agli organici e “privatizzazione“ delle FF.AA., esclusi provvedimenti che peraltro stanno clamorosamente venendo alla luce in queste ore.
“Novità“ apparentemente slegate ma che fanno parte, di fatto, di un unico indirizzo politico e militare di respiro “strategico“ accuratamente nascosto tra le righe del comunicato ufficiale della Segreteria Generale del Quirinale già dal giorno 9.
Il 17 Novembre, La Russa Ignazio è in “Israele“ a rendere omaggio (ancora una volta a spese degli italiani) allo Yad Vashem, accompagnato dall’ambasciatore Mattiolo e dal suo consigliere personale per gli “affari internazionali“ on. Ruben (!), del PdL.
Incontrerà Il Primo Ministro Netanyahu e il Ministro della Difesa Barak, sottolineando l’importanza della visita per… “ampliare i rapporti di collaborazione tra due Paesi amici e far acquisire all’Italia la tecnologia anti-Ied per evitare altri lutti alle forze armate italiane in Afghanistan“. Una dichiarazioncina che la dice tutta sulla calibrata perfidia dell’azzeccagarbugli atlantista.
Lo stesso giorno atterra all’aereoporto Ben Gurion, proveniente dal Comando Generale della NATO di Bruxelles, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, di cui ci siamo già occupati per la Task Force 45, per una visita di due giorni su invito del Capo di Stato Maggiore Ashkenazy e successivo incontro con il Ministro della Difesa Barak e alti ufficiali dello S.M. per… “esaminare le forme di un ulteriore approfondimento nella cooperazione militare e di difesa tra Israele e la NATO”. L’ammiraglio visiterà la base aerea di Palmachin e l’Unità Yahalom.
Su Ria Novosti, il 18, il corrispondente Ylia Kramnik dà conto dell’intervista rilasciata 24 ore prima a Londra da Franco Frattini al “Times” dove il (nostro?) Ministro degli Esteri dice, papale papale, quanto segue: “La NATO sta discutendo attivamente la possibilità di istituire un esercito comune europeo per lungo tempo “(!) .
Il Titolare della Farnesina andrà un po’ più in là sostenendo che “la nuova Europa che uscirà il 19 Novembre dal Trattato di Lisbona al vertice UE sarà sostenuta dal forte appoggio dell’Italia che spinge per la creazione di un nuovo esercito europeo come centro di un potere globale di intervento nelle aree di crisi “.
Dichiarazioni che trovano una collimazione perfetta con l’’odg discusso nel Consiglio Supremo di Difesa l’11 Novembre al Quirinale.
(…)

Da Banderuole, complottardi e lacché NATO: tutti uniti appassionatamente, di Giancarlo Chetoni
[grassetto nostro]

Qualcuno ne dubitava?

Washington, 20 novembre – La scelta del primo ministro belga Herman van Rompuy come primo presidente dell’UE rafforzerà le relazioni transatlantiche.
Lo ha detto il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs, inviando le “congratulazioni” del presidente americano Barack Obama per la scelta di Van Rompuy e della britannica Catherine Ashton come ministro degli Esteri europeo.
(Adnkronos/dpa)

Washington, 20 novembre – Barack Obama si è rallegrato per le nomine del futuro presidente del Consiglio europeo e dell’alto rappresentante della politica estera dell’UE, affermando che renderanno l’Europa “un partner ancora più forte” dell’America.
“Gli Stati Uniti”, si legge nella nota della Casa Bianca diffusa al rientro del presidente americano dal tour asiatico, “non hanno un partner più forte dell’Europa per accrescere la sicurezza e la prosperità nel mondo”.
(AGI)

NATO-UE, un’alleanza globale per il 21° secolo

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Avevamo concluso un precedente articolo sui rapporti tra la NATO e l’Unione Europea accennando al progetto europeo di costituire una forza militare a dispiegamento rapido, equivalente alla Response Force atlantica, di circa 60.000 unità.
In questi ultimi mesi numerosi nodi stanno venendo al pettine, avvicinandosi anche la scadenza del Vertice NATO che celebrerà il sessantesimo dell’organizzazione. Si parta comunque dalla seguente constatazione: 21 dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea sono anche parte della NATO. Dei sei che ne restano fuori, tutti eccetto per ora Cipro – e cioè Austria, Finlandia, Irlanda, Malta e Svezia – sono membri del programma NATO detto Partenariato per la Pace. E di questi cinque, soltanto la piccola Malta non ha un proprio contingente militare operativo sotto il controllo NATO in Afghanistan, nei Balcani od altrove.
In quel pezzo facevamo anche riferimento alle dichiarazioni del Presidente francese (“con passaporto statunitense”, secondo una battuta che circola in ambienti diplomatici) circa la complementarietà di NATO e UE in campo militare, rilasciate in occasione del Vertice NATO di Bucarest nell’aprile 2008. Considerazioni raccolte e rilanciate dall’allora ambasciatore USA presso l’Alleanza Atlantica, Victoria Nuland, la cui “tenerezza” i nostri lettori già conoscono (per rinfrescarvi la memoria potete leggere qui).
Da allora – nonostante la subitanea osservazione del Ministro degli Esteri russo Lavrov secondo il quale la NATO sta usurpando il ruolo e le funzioni dell’ONU – abbiamo assistito ad un crescendo. Ad iniziare dall’articolo a quattro mani apparso sul Times del 12 giugno 2008, scritto da George Robertson e Paddy Ashdown. Il primo ex Ministro della Difesa britannico e Segretario Generale della NATO dal 1999 al 2004, il secondo – anch’egli britannico – Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina dal 2002 al 2006 ed oggi braccio destro di Javier Solana, “Ministro degli Esteri” dell’Unione Europea.
Ebbene, in quest’articolo essi hanno affermato che “il percorso per formare gruppi di combattimento dell’UE dovrebbe essere accelerato, reso pienamente compatibile con le forze di risposta rapida della NATO formando la base di una nuova capacità europea di contro-guerriglia capace di operare negli Stati falliti ed in teatri post-bellici”.
Lo scorso autunno, la NATO ha iniziato la transizione dalla sua Kosovo Force (KFOR), la sola autorizzata dalle Nazioni Unite con la risoluzione 1244 del 1999, alla missione europea denominata EULEX, sollevando la forte censura da parte di Serbia e Russia.
A dicembre, l’operazione anti-pirateria nel golfo di Aden e Corno d’Africa Allied Provider, a guida NATO, ha lasciato spazio all’omologa EUNAVFOR Atalanta, la prima a piena responsabilità europea così lontano dalle coste del Vecchio Continente.
Negli stessi giorni, l’agenzia di stampa EUobserver ha riportato una dichiarazione di Nicholas Sarkozy sul fatto che gli Stati Uniti non vedono più la Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD) come un aggressivo concorrente della NATO, e che quindi non ci sarebbe necessità di scegliere ma le due possono andare avanti tranquillamente insieme. Ad inizio febbraio 2009, su Le Monde, in un commento congiunto lo stesso Sarkozy ed il Cancelliere tedesco Angela Merkel hanno auspicato una maggiore integrazione e cooperazione fra Unione Europea e NATO.
Il 13 febbraio, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, capo del Comitato Militare della NATO, ha presagito “il bisogno di una nuova forma di governo mondiale in cui la NATO, l’UE e le altre maggiori organizzazioni internazionali abbiano un ruolo da svolgere”.
Pochi giorni dopo, il deputato finlandese Ari Vatanen ha presentato a nome della Commissione Affari Esteri dell’Unione Europea una relazione nella quale si sostiene che l’UE “può realizzare pienamente il suo potenziale soltanto sviluppando un forte legame transatlantico ed un rapporto di complementarietà con la NATO”. Al che l’europarlamentare tedesco Tobias Pfluger ha risposto che “ogni sforzo di rafforzare la NATO attraverso una più stretta cooperazione con l’UE aumenta le probabilità di conflitti internazionali. Conduce inoltre ad un’ulteriore militarizzazione della politica estera europea ed accelera la tendenza ad utilizzare la forza militare per risolvere i conflitti”.
Le posizioni di Vatanen e Pfluger sono non solo opposte ma anche irriducibili, sia nel senso che non possono conciliarsi, sia in quello che sono le uniche alternative praticabili: l’Europa può indugiare nei suoi intenti egemonici attraverso la partecipazione ad un blocco militare internazionale sempre più espansionista ed aggressivo oppure – rigettando le vecchie visioni suprematiste che vi sottendono, semplicemente cambiate di marchio per adattarle all’attualità – può adoperarsi attivamente per smantellarlo.

Pagare è volere

lenzuolnato

“Non ci può essere migliore dimostrazione della volontà politica, o della mancanza di essa, all’interno della NATO, dell’ammontare di denaro che ogni membro dell’Alleanza intende spendere nel settore della difesa. Esiste una chiara, persistente e crescente divergenza nelle spese militari tra i membri europei della NATO e gli Stati Uniti e sembrano esserci poche possibilità che questa tendenza sia invertita. A dispetto di un impegno, assunto da lunga data, da parte di tutti i membri della NATO di spendere almeno il 2% del loro Prodotto Interno Lordo nel settore della difesa, soltanto sei – Bulgaria, Francia, Grecia, Romania, Turchia e Gran Bretagna (ndr) – dei ventiquattro membri europei attualmente raggiungono tale obiettivo. Ma le spese militari non sono semplicemente una questione di quantità; è importante anche come sono impiegate le risorse. Noi crediamo che in aggiunta all’obiettivo del 2%, l’Alleanza dovrebbe stabilire dettagliati obiettivi riguardo le capacità, e scadenzari, per mezzo dei quali possano essere valutati i comportamenti degli Alleati.
Se i membri europei dell’Alleanza vogliono essere presi sul serio, se vogliono che gli Stati Uniti rimangano coinvolti ed impegnati nella NATO, e se intendono avere una maggiore influenza nella direzione complessiva della politica dell’Alleanza, essi devono impiegare le necessarie risorse e migliorare le proprie capacità. Siamo convinti che un’Alleanza con differenze nelle spese militari così grandi e crescenti, non sarà sostenibile nel lungo periodo”.

Un brevissimo ma significativo estratto da “The future of NATO and European defence. Ninth Report of Session 2007-08”, elaborato dal Defence Committee della House of Commons britannica.
Per chi volesse addentrarsi nel ponderoso rapporto, il testo integrale è qui.

Fotoromanzo atlantico

Una sequenza di scatti della conferenza stampa a margine dell’ultimo incontro tra l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Javier Solana (a sinistra), ed il Segretario Generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer (a destra), svoltosi lo scorso 27 ottobre presso il Quartier Generale NATO di Bruxelles.

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I rapporti tra la NATO e l’Unione Europea

Fra alti e bassi, la tendenza non pare subire mutamenti significativi.
Le valutazioni sulle questioni legate alla sicurezza, compiute dalla NATO e dall’UE, sono molto simili, tanto che le due organizzazioni – con 19 Paesi membri in comune – hanno al riguardo un’agenda pressoché identica.
La Direttiva Politica Globale emessa dall’Alleanza Atlantica in occasione del Vertice di Riga nel 2006, fa riferimento ad accordi intercorsi fra la NATO e l’Unione Europea circa “le procedure per assicurare uno sviluppo delle capacità richieste, condivise da ambedue le organizzazioni, che sia coerente, trasparente e reciprocamente sostenuto”. Anche il Concetto Strategico della NATO, risalente al 1999, sottolinea l’importanza della cooperazione tra la NATO e l’UE. Infine, la Strategia Europea per la Sicurezza, elaborata nel 2003, evidenzia i comuni interessi, stabilendo che “uno degli elementi fondamentali del sistema internazionale è la relazione transatlantica. La NATO è una importante espressione di questa relazione… Gli accordi permanenti fra la NATO e l’UE rafforzano la capacità operativa dell’Unione Europea e configurano il quadro della collaborazione strategica fra le due organizzazioni nella gestione delle crisi. Questo riflette la nostra comune determinazione ad affrontare le sfide del nuovo secolo”.
Secondo molti osservatori, comunque, la relazione tra la NATO e l’Unione Europea è densa di difficoltà e, nonostante alcuni piccoli progressi conseguiti negli ultimi anni, rimane sostanzialmente inefficiente. I problemi, piuttosto che ai livelli operativi, sarebbero da localizzare nelle alte sfere burocratiche in quel di Bruxelles (dove – si ricordi – entrambe hanno la propria sede). Fattore decisivo, per quanto concerne l’attuale situazione di stallo, sarebbe l’atteggiamento della Francia, tesa ad impedire che contatti più intensi fra NATO ed UE possano ostacolare la crescita dei progetti di difesa comune europea.
L’elezione di Nicholas Sarkozy – secondo gli stessi osservatori – dovrebbe comportare un significativo mutamento nell’attitudine francese verso le relazioni NATO-UE; in particolar modo, il chiacchieratissimo Presidente ha espresso l’intenzione della Francia di rientrare nel Comando Integrato dell’Alleanza Atlantica, dal quale era uscita nel 1966 con De Gaulle. Forti segnali in tal senso sono giunti durante l’ultimo Vertice NATO di Bucarest, dove Sarkozy ha promesso di sfruttare il semestre di presidenza francese dell’Unione Europea come occasione per rilanciare la Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD). “E’ necessario che noi, alleati e partner europei, miglioriamo le nostre capacità militari. Questo rafforzerà sia l’UE che la NATO. Le due organizzazioni sono complementari e si rafforzeranno a vicenda” ha concluso Sarkozy. Nonostante queste dichiarazioni estremamente rassicuranti, larghi settori delle dirigenza politica (e militare) francese rimangono profondamente e convintamente ostili all’Alleanza Atlantica ed ai suoi neanche tanto coperti tentativi di sabotaggio ai danni della sovranità militare del Vecchio Continente. Quei medesimi settori che, avendo criticato gli ultimi orientamenti espressi in tema di difesa da parte dell’Eliseo, sono finiti nel mirino della presidenza transalpina.
Prossimo banco di prova sarà (o meglio, dovrebbe essere) l’entrata in vigore, l’1 gennaio 2009, del Trattato di Lisbona firmato dai Capi di Stato e di Governo al Consiglio Europeo lo scorso dicembre. Il Trattato contiene infatti una serie di innovazioni concernenti la Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC) e, attraverso di essa, la PESD. Allarga le finalità di quest’ultima, adesso denominata Politica Comune di Sicurezza e Difesa, e delle sue missioni. Stabilisce inoltre una clausola di solidarietà ed un impegno di mutua difesa tra i Paesi membri dell’Unione Europea e prevede una cooperazione con meccanismi permanenti, sulle tematiche della difesa. Crea un fondo per l’avvio delle relative operazioni e razionalizza, nel quadro di un unico testo, gli aspetti esistenti della PESD con tutti i suoi sviluppi a partire dal Consiglio Europeo di Colonia del 1999, durante il quale fu assunta la storica decisione di procedere alla creazione di un’autonoma forza militare dell’Unione Europea. Secondo il testo del comunicato finale dell’epoca, essa “deve avere la capacità di condurre azioni in modo autonomo, potendo contare su forze militari credibili, i mezzi per decidere di farle intervenire e la disponibilità a farlo, al fine di rispondere alle crisi internazionali senza pregiudizio per le azioni della NATO”.
Di quel primo nucleo composto da 50-60.000 uomini in grado di essere schierato nell’arco di 60 giorni e di mantenere la posizione per almeno un anno, in verità nessuno ha mai sentito parlare.

Politica Europea di Difesa: definizioni

Nel settore degli armamenti, il WEAG (Gruppo Europeo Occidentale degli Armamenti) è il primo foro europeo, per storia ed ampiezza di partecipazione, che include tutti i Paesi europei, tanto membri della NATO, quanto non appartenenti ad alleanze militari (Austria, Finlandia e Svezia). Esso ha lo scopo di: consentire un uso più efficace dei fondi per ricerca, sviluppo ed approvvigionamento dei materiali d’armamento; accrescere la standardizzazione e l’interoperabilità degli armamenti fra i Paesi membri; rafforzare il peso politico-industriale dell’Europa nell’ambito della NATO.
L’OCCAR (Organismo Congiunto per la Cooperazione in materia di Armamenti) è il secondo foro rilevante per agire sulla domanda militare ed è stato istituito nel 1996 dai ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia e Regno Unito, mentre Belgio e Spagna hanno aderito rispettivamente nel 2003 e nel 2005. Gli Stati europei possono partecipare a programmi gestiti dall’OCCAR senza esserne membri, come nel caso – attualmente – di Turchia, Olanda e Lussemburgo. Esso rappresenta una vera e propria Agenzia Europea per gli Armamenti, destinata a gestire una serie di programmi di approvvigionamento ed ad assistere i partecipanti nello sviluppo di equipaggiamenti militari in collaborazione, coordinando le esigenze a lungo termine ed i relativi investimenti in tecnologia. I sette programmi attualmente gestiti dall’OCCAR sono i seguenti: Airbus A400M (aereo da trasporto tattico e strategico), il fiore all’occhiello dell’organizzazione; Boxer (veicolo corazzato multiruolo); Cobra (sistema di localizzazione sistemi d’arma); Fremm (fregate multimissione); FSAF/munizioni PAAMS (sistema antimissile superficie-aria); Roland (sistema missilistico terra-aria); e Tiger (elicottero multiruolo).
Dal lato della razionalizzazione dell’offerta, la più importante iniziativa è la Lettera d’Intenti (Lol). Sottoscritta nel 1998 dai ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna e Svezia, essa rappresenta la risposta alla dinamica delle fusioni societarie europee, fornendo uno stimolo al processo di europeizzazione dell’industria per la difesa. Il primo importante risultato è venuto con la firma, nel 2000, dell’Accordo quadro che rappresenta un importante riferimento giuridico ed amministrativo per la costituzione della base tecnologica ed industriale europea.

La Comunità Europea di Difesa

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“Nel 1954 l’Europa fu ad un passo dalla realizzazione di un primo embrione di difesa comune in campo militare, progetto che recava in sé anche una forte valenza di unità politica. La storia della Comunità Europea di Difesa (più brevemente, CED) comincia nel 1949 su iniziativa francese per poi terminare, con gli strascichi successivi al suo fallimento determinato formalmente dalla bocciatura del Parlamento transalpino, nel 1955. Una molteplicità di fattori, attinenti sia alle singole politiche nazionali dei paesi europei che alla politica internazionale, si combinarono in modo tale da svuotare di contenuti un progetto di unione federalista e condurre definitivamente tutta l’Europa occidentale nella sfera di influenza statunitense.”

Il seguito della breve monografia di Federico Roberti si trova qui.

Il modo italiano di fare peacekeeping

 

Durante l’estate del 2007, sul sito Internet della rivista di geopolitica “Limes” è apparso un articolo del generale Filiberto Cecchi sul modo italiano di gestire le missioni all’estero per il mantenimento della pace. Vogliamo qui presentare alcune considerazione sviluppate dal generale di Corpo d’Armata in ausiliaria Fabio Mini, quale replica “polemicamente” argomentata alle posizioni del collega, esponente dell’attuale dirigenza militare responsabile – secondo Mini – del sistematico rigetto di tutto il capitale di prestigio accumulato in tanti anni di peacekeeping.
La cosiddetta via italiana al peacekeeping, iniziata in Libano e maturata in Albania, Somalia, Mozambico ed oggi di nuovo in Libano, non ha nulla a che vedere con le azioni militari intraprese contro la Serbia, l’Afghanistan e l’Irak. Vere e proprie guerre, queste.
Se essa oggi sopravvive in Bosnia, Kosovo e Libano o in qualche punto dello stesso Afghanistan è solamente – a parere di Mini – grazie a comandanti sul campo particolarmente intelligenti e caparbi ma non ad una linea di condotta emanata dall’alto.
Anzi, l’attuale vertice militare italiano – cosa tutt’altro da celebrare, indebito e menzognero tentativo di appropriazione di una concezione ormai desueta – continua a chiamare col nome di peacekeeping delle operazioni di guerra in territorio di guerra a fianco di alleati in guerra “soltanto per nascondere i veri scopi ed eludere le stesse leggi nazionali”.
In queste situazioni l’unica “via italiana” che ci viene ormai da più parti riconosciuta con disprezzo è quella di non dire mai no a quello che i potenti (leggasi NATO e Stati Uniti) richiedono, ma di non impegnarsi mai fino in fondo. Caratteristica che riguarda non i soldati ma i vertici militari che giocano sulla capacità e flessibilità dei primi per assecondare all’infinito l’ambiguità e l’equilibrismo dei vari governi, senza che gli stessi vertici militari abbiano mai trovato nulla da ridire, obiezioni da fare.
In Irak, l’Italia ha partecipato ad una guerra senza volerla fare, senza avere interessi a farla, al di fuori del quadro giuridico internazionale, in ossequio all’esigenza degli anglo-americani di avere un numero tale di Stati al fianco da poterla presentare come un fatto d’interesse collettivo. Per far questo – stigmatizza Mini – ci siamo uniti a eserciti di Paesi assolutamente insussistenti sul piano della sicurezza internazionale, abbiamo avvallato menzogne e nefandezze di ogni genere e spaccato il fronte europeo contrario al coinvolgimento in quel teatro. Dal canto loro, gli anglo-americani hanno tollerato che il contingente italiano, insieme ad alcuni altri, si spacciasse per peacekeeping ritenendosi esentato dalle operazioni prettamente militari. Per poi definire il successivo ritiro ininfluente, alla luce del fatto che il contributo alla sicurezza ed alla ricostruzione era stato praticamente nullo.
Analogamente in Afghanistan, dove l’iniziale orientamento ad interpretare il tradizionale ruolo di peacekeeping ed assistenza è stato stravolto dall’assunzione del comando nel contesto della NATO e poi dall’adesione di questa alla guerra dichiarata di Enduring Freedom. Anche in questo caso, l’Italia si è quindi risolta nell’astensione di fatto dalle operazioni belliche e nell’ambiguità di considerare mantenimento della pace ciò che è “semplicemente” guerra.
In nessun caso, né in Afghanistan né in Irak, si è mai intrapreso il tentativo di indurre un cambio della strategia complessiva presso chi di dovere. Così l’unica via italiana al peacekeeping – conclude Mini – è stata quella fatta di indecisioni, ammiccamenti, sudditanza ed ipocrisia.

L’Agenzia di Difesa Europea

L’Agenzia di Difesa Europea è l’organismo creato nel luglio 2004 dal Consiglio dei ministri dell’Unione Europea per migliorare le capacità di difesa europee. Essa ha quattro principali funzioni:
– lo sviluppo delle capacità di difesa;
– la cooperazione nel campo degli armamenti;
– la base tecnologica ed industriale della difesa europea ed il mercato degli equipaggiamenti;
– promuovere la collaborazione nei campi della ricerca e della tecnologia.
Si tratta di una gamma piuttosto ampia di responsabilità, anche se essa non si occupa affatto degli aspetti operativi e delle questioni di politica e strategia di difesa. Quindi l’Agenzia è, o comunque dovrebbe essere, un organismo “neutro”.
Ad essa partecipano tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, tranne la Danimarca che ha scelto di restare fuori dalla Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD, che a sua volta è una specificazione della PESC, la Politica Estera e di Sicurezza Comune). Il bilancio del 2006 è stato pari a 20 milioni di euro, necessari per la retribuzione del personale (circa ottanta lavoratori), il trasloco nei nuovi uffici e l’avviamento degli studi di fattibilità. L’Agenzia fungerà da luogo dove gli Stati membri si riuniscono per cooperare su tutto lo spettro delle attività prima elencate, cercando di creare il consenso sulle priorità nel campo delle capacità e quindi di avanzare proposte e presentare progetti.
Tra qualche anno, gli obiettivi prioritari saranno determinati attraverso un’analisi delle capacità necessarie a sostenere gli scopi della PESD. Alla fin fine, toccherà ai ministri della Difesa dei Paesi membri, che hanno comunque l’ultima parola su qualunque proposta dell’Agenzia, decidere se modificare alcuni elementi nelle loro pianificazioni nazionali e se utilizzare il denaro in modo differente per includervi la dimensione europea, esito non scontato ma probabile poiché l’Agenzia gode di un sostegno politico notevole.
Per evitare duplicati, l’Agenzia coordinerà la proprie attività con quelle della NATO attraverso alcuni meccanismi, formali ma soprattutto informali. Ad esempio, con un confronto dei rispettivi programmi di lavoro annuali.
Partendo dalla constatazione che fondamentalmente sono gli Stati Uniti che restringono il flusso di tecnologia nel settore della difesa attraverso l’Atlantico e limitano l’accesso delle aziende europee al mercato statunitense, mentre godono di un assai libero accesso a quello europeo, l’Agenzia suggerisce agli Stati membri di investire in una più forte base tecnologica industriale per la difesa quale mezzo per ridurre questo evidente squilibrio, sul quale d’altro canto essa non può – o non vuole? – intervenire in alcun modo.
La nostra personale impressione? Tanto fumo, poco arrosto e la solita decennale sudditanza.
Siglata dalle inequivocabili parole di Hilmar Linnenkamp, non per nulla EDA Deputy Chief Executive, per il quale “la coerenza fra l’Unione Europea e la NATO è una necessità assoluta”.

Un buon profeta

In un’intervista concessa al quotidiano “Il Resto del Carlino” nel lontano 1995, James Baker – già ministro del Tesoro sotto Ronald Reagan e segretario di Stato durante la presidenza di Bush senior – sollecitato a spiegare il suo pessimismo in merito al processo di integrazione europea, così rispondeva:
“Nel 1990 si accese fra Europa e Stati Uniti una discussione sulla creazione del pilastro europeo di difesa all’interno della NATO. Ricorda? L’Europa avrebbe assunto un ruolo maggiore e l’America l’avrebbe ridotto. Andò a finire che oggi non se ne parla più. E sa perché? Perché concordare una difesa comune significa avere, come presupposto, una politica estera comune. Non si può avere la prima senza avere la seconda. In caso di intervento, chi darà ai generali gli ordini? Per agire come e con quali obiettivi?”.
Dunque – chiedeva poi il giornalista – non solo l’unione monetaria, ma anche quella politica è a suo parere un’illusione?
“Diciamo che sarà molto, molto difficile”.

Almeno per la seconda, lo è sicuramente ancora oggi, a tanti anni di distanza. La prima, d’altra parte, l’abbiamo pagata salatissima e dei benefici promessi se ne sono avverati davvero pochi.

“La mia idea è nota ed ormai stantia”

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Con queste parole il generale di Corpo d’Armata in ausiliaria Fabio Mini definisce le proprie posizioni in merito all’assetto dell’esercito italiano e del futuro esercito europeo. Vi proponiamo al riguardo una citazione delle considerazioni essenziali che Mini ha svolto recentemente al convegno dell’Istituto Studi Ricerche Informazioni Difesa (ISTRID) e che saranno approfondite in un libro di prossima uscita.

“I ventisette paesi dell’Unione Europea hanno milioni di addetti alla sicurezza. L’esempio e i dati di riferimento europei così cari ai nostri contabili in uniforme quando vogliono dimostrare che siamo “i fanalini di coda” sono in verità le prove di uno scandalo di proporzioni enormi nella gestione delle risorse. Con i suoi 27 paesi, l’Unione ha 1.887.688 soldati e tre milioni di soldati di riserva: oltre il doppio delle forze americane. Ha 12.352 carri armati mentre Usa e Russia non superano gli 8.000 ciascuno; ha più navi e sommergibili – duecentottantotto – della Russia (81) e degli Stati Uniti (190) messi assieme, ha più aerei da combattimento (3.041) della Russia (2.242) e tanti quanti gli Usa (3.099), più aerei da trasporto (860) di Usa (550) e Russia (293) assieme. I 27 paesi spendono 200 miliardi di dollari per la Difesa. (…)
Secondo i conti del nostro Ministero della Difesa, l’Italia, oggi, con i suoi dichiarati 16 miliardi di dollari di budget rappresenta l’8% del totale europeo per un costo di circa 84.000 dollari per uomo o donna alle armi. Tuttavia, quando tutti i paesi dell’Unione devono decidere un’operazione comune devono chiedere fondi straordinari riuscendo a malapena a mettere insieme qualche migliaio di uomini. Non riescono ad esprimere né una forza operativa credibile né una politica più dignitosa del comodo traino da parte degli Stati Uniti e della sudditanza nei loro riguardi. Continua a leggere