“La proposta sarebbe un duplicato della NATO”

Bruxelles, 18 luglio. – La Gran Bretagna ha bloccato una proposta UE per la creazione di un quartier generale per la sicurezza e la difesa. L’ipotesi di accordo è stata presentata oggi al Consiglio Esteri a Bruxelles dall’Alto rappresentante per la politica estera, Catherine Ashton, e aveva già il via libera di Francia e altri Stati UE.
“La Gran Bretagna – ha detto in un intervento il ministro britannico William Hague – non è d’accordo su questa struttura permanente né ora né nel futuro perché la proposta sarebbe un duplicato della NATO”. Hague ha anche sottolineato che si tratterebbe di una struttura costosa mentre molto di più si potrebbe fare sulle strutture preesistenti.
La Gran Bretagna è una forte sostenitrice della NATO come polo di difesa e questa non è la prima volta che blocca dei piani di strutture di questo tipo. Londra ha più volte esercitato il diritto di veto anche sull’Agenzia europea per la Difesa bloccandone il progetto di un piano di bilancio triennale.
(AGI)

E’ ora di ripensare la strategia europea di difesa

Le durissime parole con le quale il segretario di stato alla difesa USA uscente, Robert M. Gates, ha stigmatizzato l’incapacità e la non volontà dei membri europei della NATO di sviluppare una propria autonoma capacità di difesa, sono rivelatrici di una situazione, storicamente certo non nuova, che giunge però oggi ad un punto finalmente decisivo.
(…)
Non è difficile immaginare la tensione che si doveva respirare venerdì [10 giugno u.s. - ndr] a Bruxelles dopo le parole piuttosto pesanti di Gates: proprio quando i Paesi della NATO hanno portato dai 20.000 uomini del 2006 ai 40.000 odierni il loro impegno in una campagna così poco gloriosa ed efficace come quella afghana; proprio quando la situazione globale del Medio Oriente allargato, a venti anni dalla prima Guerra del Golfo, si dimostra ancora più pericolosa ed instabile; proprio quando, cioè, vengono chiaramente alla luce le scarse capacità nord-americane di realizzare nel mondo quella pace di cui si dichiarano portatori quando usano la forza delle armi; proprio oggi, avranno pensato i diplomatici europei, dobbiamo subire come ragazzini che si impegnano poco a scuola questa lavata di capo da parte degli USA.
In realtà, in tutto questo vi è una grande possibilità per gli Europei, se sapranno coglierla. Fino ad oggi infatti gli USA hanno sempre comprensibilmente oscillato tra il timore di vedere rinascere un’autonoma potenza militare in Europa (basti ricordare le tensioni legate alla costituzione di una grande unità franco-tedesca, progetto assai ambizioso, ridimensionato fino alla totale inconsistenza) e la recriminazione per lo scarso impegno militare nella propria difesa.
Si profila quindi la storica occasione, accogliendo in toto la richiesta di Robert M. Gates, di mettere mano ad un’autonoma politica di sicurezza, quella famosa PESC (politica europea di sicurezza comune) che rimane una delle maggiori lacune nel processo di unificazione europea. Potrebbe dire niente meno che ripensare tutta la strategia europea di difesa, il che vorrebbe dire, quale presupposto primario, com’è ovvio in questi casi, la riconsiderazione innanzitutto degli interessi strategici dell’Europa, per un verso, e del tipo di modello militare, dall’altro.
Ci accorgeremmo allora, ad esempio, che gli interessi della sicurezza continentale richiedono oggi, come postulati essenziali, una stabile collaborazione con la Russia, la costruzione di rapporti di buon vicinato con tutto il mondo arabo-islamico, mediterraneo e medio-orientale, nonché il rafforzamento degli storici legami che l’Europa ha da sempre con l’America Latina.
Ci accorgeremmo poi che un modello di sicurezza europeo efficiente suggerirebbe di lavorare su forme leggere ma diffuse di “difesa territoriale”, puntando su strategie difensive imperniate sulla combinazione di sistemi di resistenza non-violenta in caso di aggressione esterna con strumenti di prevenzione classici a medio raggio, evitando dispendiose quanto inutili “proiezioni di forza” nei teatri extra-europei. Un modello che comporterebbe grandi risparmi in termini di denaro e un molto maggiore consenso da parte dei popoli europei, con la possibilità di creare nuova attenzione, anche da parte dei giovani, su questo tipo di impostazione, nella quale volontariato civile e servizio militare potrebbero per la prima volta armonizzarsi e non contrapporsi, in nome di uno scopo comune: non quello delle finte operazioni di peace-keeping ma quello del rispetto e della tutela delle reciproche identità e della prevenzione attiva (culturale, sociale, diplomatica, prima che militare) di situazioni di conflitto.
Grazie alla crescente instabilità mondiale che ha coinciso con l’affermarsi dell’egemonia globale nord-americana, sta maturando quindi la possibilità di ripensare in modo originale ed innovativo gli attuali schemi operativi e strategici europei, che risalgono per lo più ancora alla fine del XIX secolo. Perché dunque non volgere in positivo l’arroganza nord-americana, facendone stimolo alla definizione di una visione comune della sicurezza europea?
Sarebbe questo anche un modo brillante e dignitoso per “leggere” il bluff americano, perché se davvero l’Europa rivoluzionasse in questo modo la propria visione del presente, pensiamo che uomini come Gates e come Obama, o chi per loro, troverebbero assai presto da ridire anche su questo: avremmo allora l’occasione anche per ridiscutere alla radice persino gli stessi, ormai superati, principi della collaborazione sull’asse Nord Atlantico che non può più condizionare la storia a venire dell’Europa unita.

Da Una grande opportunità oltre la NATO, di G. Colonna.
[grassetto nostro]

CED e NATO, i retroscena

Inizio anni Cinquanta, più precisamente gennaio 1952. I Ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo trovano l’accordo sugli ultimi dettagli della costituenda Comunità Europea di Difesa (CED), mentre nessuna decisione viene presa a proposito dei rapporti tra la stessa CED e la NATO. Questi, si dice, verranno definiti mediante un protocollo che sarà annesso al trattato istitutivo della CED.
Il trattato sarà poi firmato dai Paesi partecipanti il successivo 27 maggio, ma nel frattempo – come emerge dalla recente declassificazione di alcuni documenti interni alla NATO – il Consiglio Nord Atlantico si era adoperato per stabilire su quali basi CED e NATO dovessero interagire.
Dal Rapporto dei delegati del Consiglio sulle relazioni tra la CED e la NATO, datato 20 febbraio 1952, si apprende che già nel dicembre 1950 il Consiglio Nord Atlantico aveva accolto la raccomandazione dei delegati secondo la quale un esercito europeo, se e quando creato, avrebbe dovuto rafforzare la difesa congiunta dell’area nord atlantica ed essere integrato nel quadro della NATO (punto A.1.).
Al successivo punto C., il Rapporto dapprima sottolinea l’accordo raggiunto fra i Paesi partecipanti alla CED sul fatto che il Trattato istitutivo della stessa avrebbe previsto che “il comando e l’impiego delle forze della Comunità Europea di Difesa sarebbe dovuto essere affidato, a partire dalla loro creazione, al Supremo Comandante Alleato in Europa” (SACEUR), la massima autorità militare statunitense insediata nel continente in ambito NATO. Si aggiunge poi che “tutte le forze sotto gli appropriati Comandanti NATO, siano esse della Difesa Europea o di altro tipo, avrebbero dovuto essere soggette solamente al loro comando e che essi Comandanti avrebbero dovuto ricevere direzione strategica e guida politica nell’impiego di queste forze esclusivamente dalle appropriate agenzie del Trattato Nord Atlantico”.
A stabilire una volta per tutte la subordinazione della CED ai dettami atlantisti, perveniva infine un’articolata raccomandazione in merito ai principi regolatori dei rapporti operativi tra le due Organizzazioni, contenuta nel successivo punto 9. Al riguardo, fra le altre cose, i delegati del Consiglio Nord Atlantico davano per assodato che una volta che le Forze di Difesa Europee fossero state poste sotto il comando di un Comandante NATO, egli avrebbe avuto ufficiali di tali Forze Europee quali membri del suo quartier generale e dei relativi comandi subordinati.

I rapporti USA – NATO – UE secondo Philip Gordon

Già lo conoscevamo come protagonista di un’audizione parlamentare in tema di rapporti transatlantici, tenutasi lo scorso giugno.
Philip Gordon è tornato a battere il ferro e, davanti al medesimo subcomitato per l’Europa della Camera dei Rappresentanti statunitense, ha recato la propria testimonianza sul da poco entrato in vigore Trattato di Lisbona e le sue implicazioni nelle relazioni future tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti.
Per farsi un’idea dei contenuti dell’audizione (che può essere letta integralmente qui), traduciamo la risposta di Gordon alla domanda postagli da uno dei componenti del subcomitato, particolarmente interessato al ruolo svolto dalla NATO.

“E’ una questione di vecchia data, la relazione tra le due organizzazioni (NATO ed Unione Europea – ndr). E nel passato gli Stati Uniti, inclusa l’amministrazione Clinton nella quale ho servito, erano molto preoccupati circa le possibilità di competizione e duplicazione. E queste preoccupazioni continuano ad esistere, e l’ho accennato nella mia testimonianza, l’ultima cosa che abbiamo bisogno di fare è duplicare istituzioni o strutture o risorse che sono tutte troppo scarse.
Ma noi siamo fiduciosi che i nostri interessi siano abbastanza armonizzati e le relazioni tra le due organizzazioni – le quali come evidenziato si sovrappongono in maniera significativa, voi sapete, 21 Paesi appartengono ad entrambe – sono tali che possiamo evitare un’inutile duplicazione ed in realtà vediamo benefici per noi nell’avere un’Unione Europea che gioca un ruolo più preminente. E’ inevitabile che gli Stati Uniti, quando si tratta di sfide alla sicurezza nel mondo, penseranno in primo luogo alla NATO. La NATO è, fra queste due organizzazioni, quella in cui siamo, ed ovviamente avendo un posto a tavola giochiamo un ruolo importante.
E’ anche improbabile che se la NATO è pronta ad agire in una certa situazione i nostri alleati europei non si allineino. Quando gli Stati Uniti sono pronti a rivestire la direzione od un ruolo importante, è probabile che gli Europei che sono in entrambe le organizzazioni vorranno che le cose vadano così. Ci possono essere, comunque, altre situazioni in cui noi scegliamo di non rivestire la direzione o qualsiasi altro ruolo, nelle quali dovremmo dare il benvenuto al fatto che l’UE sia pronta a farlo. E nello scorso decennio o circa, ci sono state una serie di situazioni di intervento nei conflitti dove è andata così e l’UE è stata in effetti coinvolta, ciò è qualcosa a cui dovremmo dare il benvenuto.
Piuttosto di preoccuparci che l’UE esageri in qualche modo ed usi la forza militare in un luogo dove noi preferiremmo che non la usasse, è molto, molto più probabile che essi vadano ed aiutino a stabilizzare una situazione per la quale noi potremmo non avere le necessarie risorse o l’impegno politico a farlo. Mi riferisco oggi alla Bosnia, dove inizialmente la NATO e noi dispiegammo significative forze militari, la NATO è fuori e l’Unione Europea sta conducendo la missione di pace, ci sono stati interventi in Africa, e probabilmente altri si avranno circa i quali dovremmo dare il benvenuto al fatto che l’Unione Europea sia maggiormente coinvolta nelle attività di stabilizzazione.
Infine, lasciatemi solo notarlo, le due organizzazioni hanno diversi mandati e capacità. L’UE è più completa della NATO e può apportare un prolungato elemento politico, civile, di assistenza all’estero, per cui almeno storicamente la NATO non ha giocato un ruolo importante. Facendo un bilancio, mentre dobbiamo sempre essere cauti ed attenti alle questioni di duplicazione, in generale pensiamo che sia una cosa positiva.”

[grassetti nostri]

La libertà dei popoli europei

E’ inutile negare che se l’UE vuole davvero occupare un posto più confacente al suo potenziale, perlomeno regionale, deve fare i conti con questo Paese, il quale non può più essere tenuto ai margini della comunità europea. Ciò che ha impedito di consolidare e rinnovare le relazioni tra Russia e Europa è stata propria l’alleanza con gli USA; quest’ultimo Paese ha sempre visto nel gigante dell’Est un pericolo concreto in grado di causare un assottigliamento della sua influenza nell’area occidentale. Se l’atteggiamento del Patto atlantico verso Mosca va bene al governo degli Stati Uniti esso, al contrario, danneggia gli interessi europei come molti episodi degli ultimi tempi hanno dimostrato. Lo stesso mantenimento della NATO dopo il disfacimento del Patto di Varsavia ha avuto come motivazione propulsiva l’esclusiva volontà americana di allargarsi nella direzione di quegli Stati precedentemente rientranti nell’orbita russa, al fine di approfondire il suo dominio mondiale e conquistare l’heartland. Il grande progetto per un XXI secolo americano è però fallito in virtù della rinascita delle potenze asiatiche. L’Europa ne paga lo scotto impelagata a fronteggiare, per il suo atteggiamento conservativo e privo di visione globale, una situazione che la vede stretta tra due fuochi. In questo senso, aver permesso alla NATO di estendersi ipertroficamente oltre le sue competenze militari e di contingente contenimento del “pericolo rosso”, fino a metamorfosarla in un organismo politico con autorità generale, nelle salde mani degli USA, le impedisce ora di reagire e di ricavarsi spazi di manovra adeguati.
La NATO ha precluso all’Europa persino la capacità di intervenire sulle proprie faccende come ha dimostrato l’aggressione della Serbia nel 1999 e l’ampliamento della stessa alleanza alle ex repubbliche sovietiche [più precisamente, si tratta dei Paesi dell'Europa orientale un tempo dietro la "Cortina di Ferro" - ndr]. Quest’ultime, fedelissime agli USA, hanno sbilanciato i rapporti di forza in seno al patto consolidandone la guida di Washington. Inoltre, essendo alcuni di questi Paesi entrati pure a far parte dell’UE hanno complicato il processo di riavvicinamento alla Russia che viene vista dai suoi ex-vicini come un pericolo ancora troppo presente per la loro sovranità.
Insomma, altrimenti detto, se l’Europa non svilupperà una propria visione del mondo e del suo ruolo in esso, nessun accordo tra i Paesi membri basterà a proiettarla verso un futuro meno misero del suo presente di subordinazione agli USA. Ne va della stessa libertà dei popoli europei. Cominciare a mettere in discussione il Patto atlantico, senza troppi infingimenti, sarebbe di certo un auspicabile inizio.

Da Libera Europa?, di Gianni Petrosillo.

La purezza atlantista di Antonio Martino

L’Airbus e lo spettro di Antelope: “Pressioni e tangenti per l’affare”, di Sergio Rizzo.

Europa a mano armata

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A venti anni dalla fine della Guerra Fredda, l’Europa non ha raggiunto quello stato di pace e sicurezza che tutti speravano. Oggi, come ieri, vengono consumati miliardi di euro per il settore difesa. Tra i primi dieci Paesi al Mondo per spesa nel settore militare, cinque sono europei. Va detto però che il primo, gli Stati Uniti, da solo spende più di quanto facciano tutti gli altri messi insieme.
In realtà, il confronto Est-Ovest non si è mai esaurito e la guerra nella ex Jugoslavia non ne è stato altro che un tragico colpo di coda. L’unica variante è che, attualmente, all’Orso Russo si è aggiunto il Dragone Cinese ed il Vecchio Continente, pur con i suoi sempre accesi nazionalismi e sotto il perenne ombrello protettore della NATO, cerca a fatica di difendere il proprio ruolo di potenza egemone plurisecolare.
Il saggio di Luca Donadei è arricchito con l’Almanacco delle Forze Armate Europee 2009, un manuale ricco di dati ed informazioni sullo stato della difesa di ogni singolo Stato europeo.

Qui un estratto del testo con il capitolo dedicato ai maggiori programmi militari europei e l’esempio di una scheda Paese.

Europa a mano armata, di Luca Donadei, Fuoco Edizioni
pagine 200, euro 18, ISBN 9-788890-375217