Far guerra alla Russia, un gasdotto alla volta

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Eric Draitser per rt.com

Mentre la politica umana della crisi in Ucraina guadagna tutti i titoli dei giornali, è la politica del gas che in molti modi si trova nel cuore del conflitto.
Infatti, la questione energetica non solo ha fatto da cornice a gran parte delle dimensioni economiche della crisi, ha rivelato le divisioni profonde che esistono tra l’élite politica e degli affari in Europa che, nonostante il proprio bluff e la spacconeria sulle azioni della Russia in Ucraina e l’espansione delle sanzioni, capisce abbastanza chiaramente che la Russia è parte integrante del futuro economico dell’Europa.
Tuttavia, questo non ha fermato l’Occidente e i suoi agenti e clienti in Europa orientale dal tentativo di minare la posizione economica strategica della Russia attraverso una varietà di mezzi. Dal deragliamento dei negoziati sulla costruzione di condotti all’utilizzo di governi fantoccio come un cuneo tra Mosca e l’Europa, gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno tentato di minare la posizione economica e strategica della Russia a riguardo dell’infrastruttura di distribuzione del gas, rafforzando contemporaneamente la propria. Continua a leggere

Chi è interessato a pace e stabilità giustamente ne gioirebbe

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“La Russia ha anche un’arma finanziaria enorme che potrebbe essere scatenata contro Stati Uniti ed UE: le sue riserve in dollari. Il governo russo, per non parlare delle aziende private russe, ha una quantità enorme di dollari e potrebbe facilmente scegliere di trasferire o scaricare i suoi dollari e creare il panico a Wall Street e Washington. In realtà, questo scenario potrebbe aver già avuto luogo su piccola scala. La CNBC ha riferito la scorsa settimana che la Banca centrale russa potrebbe aver discretamente trasferito offshore una parte dei suoi beni in dollari. Più di 106 miliardi di dollari in titoli statunitensi detenuti da banche centrali estere sono stati improvvisamente trasferiti dalla Federal Reserve statunitense, per la maggior parte costituiti da obbligazioni del Tesoro USA. Non è chiaro esattamente quale banca centrale abbia effettuato il trasferimento, anche se si ritiene abbastanza che si tratti della Russia. Sebbene la mossa non sia sufficiente a colpire gravemente i mercati, è stata interpretata come l’avvertimento di Mosca a Washington e Wall Street che i russi sono disposti a reagire in caso di guerra economica. Naturalmente, il pericolo per gli Stati Uniti non è semplicemente che le aziende russe facciano oggetto di dumping le loro attività in dollari, ma la fuga dal dollaro che tale dumping potrebbe innescare. La Cina e altre potenti economie possono pesantemente fare leva sul dollaro, le loro banche centrali potrebbero preoccuparsi per i propri investimenti e potrebbero con cautela cominciare ad uscire dal dollaro, innescando una reazione a catena che potrebbe rivelarsi devastante per la valuta statunitense e l’economia in generale. A parte contromisure puramente economiche, la Russia ha numerose mosse politiche e strategiche che potrebbe usare per vendicarsi contro eventuali sanzioni. Principalmente, Mosca potrebbe cominciare ad agire con maggiore impunità nei teatri di conflitto. In Siria, la Russia potrebbe passare da sostenitore discreto del governo Assad, a primo fornitore e finanziatore. La Russia potrebbe finalmente fornire i sistemi d’arma che finora era riluttante a cedere a Damasco, compresi i più moderni sistemi missilistici, aerei da combattimento e altre forniture militari critiche. In Iran, la Russia potrebbe cessare la sua ostinazione riguardo la fornitura di sistemi d’arma avanzati, scegliendo invece di rafforzare il potere militare iraniano, reagendo alla pressione degli Stati Uniti.
(…)
Recentemente l’esercito russo ha dichiarato il desiderio di costruire strutture militari e navali in Venezuela, Nicaragua, Vietnam, Cuba, Seychelles, Singapore e altri Paesi. Con l’imposizione di sanzioni, Mosca avrebbe solo maggiore urgenza nell’attuare questi piani e fare concessioni necessarie ai Paesi interessati, al fine di raggiungere questo obiettivo. Senza dubbio, tali iniziative muterebbero enormemente la posizione geopolitica e strategica della Russia nel mondo.
Se Stati Uniti e UE perseguiranno con le loro minacce di sanzioni e altre misure punitive, per lo meno si avranno enormi effetti negativi sull’economia mondiale. Tuttavia, se l’occidente, accecato dalla sua arroganza, pensa che tali sanzioni metteranno la Russia in ginocchio, ha grossolanamente sbagliato i calcoli. Invece di punire la Russia, queste azioni spingeranno Mosca sulla strada della vera indipendenza strategica dall’occidente. Forse ciò potrebbe anche portare alla creazione di un vero e proprio mondo multipolare. Se ciò accadesse, chi è interessato a pace e stabilità giustamente ne gioirebbe.”

Da Valutare costi e benefici “punendo la Russia”, di Eric Draitser.

Vladimir Putin e l’eccezionalismo americano

vladimir“E’ estremamente pericoloso incoraggiare le persone a vedersi come eccezionali, qualsiasi la motivazione. Ci sono Paesi grandi e piccoli, ricchi e poveri, quelli con lunghe tradizioni democratiche e quelli ancora alla ricerca della loro strada verso la democrazia. Anche le loro politiche differiscono.
Siamo tutti diversi, ma quando chiediamo la benedizione del Signore, non dobbiamo dimenticare che Dio ci ha creati uguali”.

Dall’editoriale di Vladimir Putin per il New York Times.
Riecheggia il discorso fatto a Monaco nel 2007…

Sukhoi Superjet 100: sabotaggio?

Scusate il ritardo…

Mosca, 24 maggio – Un sabotaggio degli USA a fini commerciali: e’ l’ipotesi esaminata dai servizi segreti militari russi (GRU) per la caduta il 9 maggio scorso in Indonesia di un Sukhoi Superjet 100 in volo di prova con a bordo 45 persone, tutte morte nello schianto. Lo riferisce il tabloid Komsomolskaia Pravda, il quotidiano piu’ letto del Paese, anche se non certo il piu’ autorevole.
“Stiamo esaminando l’ipotesi del sabotaggio industriale, e’ da tempo che noi seguiamo l’attivita’ delle forze aeronautiche americane all’aeroporto di Giacarta”, ha spiegato un generale del GRU di cui il giornale non rende noto il nome. “Sappiamo che dispongono di mezzi tecnici con l’aiuto dei quali si puo’ interrompere da terra il collegamento (radio tra i piloti e i controllori di volo, ndr) oppure provocare il cambiamento dei parametri delle apparecchiature di bordo dell’aereo”, ha sostenuto l’alto ufficiale. “Puo’ darsi che siano state queste interferenze”, ha aggiunto. Un rappresentante della Sukhoi ha detto di ritenere possibile “che sia stato un atto di sabotaggio industriale premeditato allo scopo di estromettere i nostri aerei dal mercato”. Finora e’ stata rinvenuta solo la scatola nera con i dati dei colloqui di bordo ma non quella con i dati di volo. La causa dell’incidente non e’ ancora stata accertata.
Il Superjet 100, primo aereo passeggeri postsovietico, e’ frutto di una joint venture tra Sukhoi e Alenia Aeronautica (Finmeccanica). All’inizio dell’anno il nuovo direttore dell’agenzia spaziale russa Roskosmos Vladimir Popovkin, aveva tirato in ballo non meglio precisati “mezzi potenti” americani per spiegare la serie di fallimenti registrati lo scorso anno dalla Russia durante il lancio di apparecchiature spaziali, tra cui la sonda Phobos-Grunt con destinazione Marte.
(ANSA).

Per comprendere meglio i termini della questione, è utile leggere questo articolo.

Viktor Bout protagonista nel ruolo de “il Mercante di Morte”

Di Dmitrij Babič, per RIA Novosti.

Il politologo francese Regis Debray una volta fece delle osservazioni sulle somiglianze tra la politica estera statunitense e certi film hollywoodiani. Chi mette in discussione gli argomenti di Debray dovrebbe osservare alcuni spezzoni di notiziari trasmessi dalle televisioni americane riguardanti l’estradizione dalla Tailandia verso gli Stati Uniti dell’imprenditore russo Viktor Bout.
Con una spasmodica eccitazione, i media americani ci spiegano che Bout sarebbe stato trasportato dalla sua cella all’aeroporto accompagnato da due distinti cortei blindati, uno dei quali sarebbe null’altro che un’esca per depistare eventuali rapitori. Il New York Times ha invece rivelato che la Russia avrebbe offerto alla Tailandia del petrolio a prezzo di favore in cambio del rifiuto tailandese all’estradizione di Bout in America, ma che tuttavia Washington avrebbe avuto la meglio offrendo a sua volta armamenti ed altre attrezzature militari ai vertici tailandesi.
Il tutto ricorda molto le scene di un film di Hollywood. In verità, un film ispirato alla vita di Bout venne effettivamente realizzato nel 2005, privo ovviamente di ciò che riguarda l’epilogo in Tailandia.
Bout all’epoca era un uomo libero. Fu arrestato nel marzo del 2008. Il regista del film, Andrew Niccol, chiaramente non fece lavorare molto il proprio cervello per dare un nome al proprio lavoro, optando per il titolo spudoratamente ruffiano de “Il Signore della Guerra”.
In omaggio al tipico cliché hollywoodiano, i membri del Comitato per le Relazioni Estere del Senato statunitense, il cui lavoro sarebbe apparentemente sostenuto da prove concrete e presunzioni di innocenza, menzionano Bout come “il Mercante di Morte” anche nei documenti ufficiali. Le storie dei cortei blindati, del petrolio offerto a prezzo scontato e delle armi americane non sono state confermate da alcun funzionario russo o americano. Molto più probabilmente ciò è dovuto all’immaginazione ipertrofica di giornalisti che hanno visto troppi film hollywoodiani. Quegli stessi giornalisti che in più di sei anni hanno costruito un immagine di Bout corrispondente a quella di un criminale incallito.
Nato in Tagikistan nel 1967, Bout aveva solo 24 anni quando avvenne il collasso dell’Unione Sovietica. Tuttavia la stampa ci informa che Bout fu un ex agente del KGB attivo da anni in Angola, oltre a divenire il proprietario della più grande flotta di aerei sovietici da trasporto al mondo, nonché il maggiore commerciante mondiale di armi con le quali si sono alimentati i conflitti in Afghanistan, Angola, Congo, Liberia, Ruanda, Sierra Leone e Sudan.
Davvero incredibile come un uomo così giovane come Bout abbia già potuto raggiungere un così alto livello di infamia. Continua a leggere

Il Rogozin pensiero

Nell’ultimo numero (1/2010) di “Eurasia”, dedicato a La Russia e il sistema multipolare, compare un’intervista a Dmitrij O. Rogozin, ambasciatore della Federazione Russa presso la NATO.
Rogozin, discutendo con gli intervistatori del futuro della NATO («lacerata da problemi nazionali, finanziari ed ideologici») e della cooperazione con la Russia, critica il «NATO-centrismo» e rilancia la proposta del presidente russo Medvedev per un accordo di sicurezza europeo che «rivolga verso l’esterno tutti i cannoni del continente», impedendo l’insorgere d’un nuovo conflitto in Europa.
In tema di Afghanistan, area in cui esiste una convergenza d’interessi tra Mosca e l’Alleanza Atlantica, Rogozin non risparmia diverse frecciate alla NATO. L’Ambasciatore infatti afferma che non si può «valutare positivamente il bilancio delle attività dell’ISAF», e che se oggi le truppe atlantiche lasciassero il Paese il regime di Karzai durerebbe meno di quello del comunista Najibullah dopo il ritiro dei soldati sovietici. Una frettolosa uscita della NATO dall’Afghanistan destabilizzerebbe l’Asia Centrale e porrebbe «nuove sfide» alla Russia, ma Rogozin precisa che l’appoggio di Mosca all’Allanza Atlantica non è incondizionato: l’Ambasciatore si dice «estremamente indignato» per la riluttanza della NATO a distruggere le coltivazioni di papavero da oppio, da cui deriva l’eroina che invade la Russia; riluttanza che stona coi regolari bombardamenti delle basi dei narcotrafficanti in Colombia. «Non è perché la cocaina è diretta negli USA e invece l’eroina in Russia?» si chiede retoricamente Rogozin, precisando che la pazienza dei Russi «ha raggiunto il limite».
Infine Rogozin mostra inquietudine per «la politica di accerchiamento della Russia con basi militari a sud e a ovest» da parte degli USA, auspicando il rafforzamento del Trattato di Sicurezza Collettiva che lega la Russia a molti altri Paesi ex sovietici, e critica l’ingerenza della NATO nelle questioni relative all’Artico.

Differenze

Quello che centinaia di basi militari USA/NATO sul continente europeo non sono in grado di provocare in alcun Parlamento nazionale…

Mosca, 27 aprile – Con 236 voti a favore, il Parlamento ucraino ha approvato l’accordo fino al 2042 del contratto d’affitto della base navale di Sebastopoli. La base ospita la flotta russa del Mar Nero.
Una ratifica ‘a tradimento’ con un voto ‘vergognoso’, ha detto l’ex premier Iulia Timoshenko. In parlamento è zuffa tra deputati della maggioranza e dell’opposizione che fa capo all’ex premier. L’aula è invasa dal fumo di lacrimogeni, i parlamentari si sono presi a botte lanciandosi anche pacchi di carta.
(ANSA)

Il ladro incallito che voleva entrare nella Polizia

Grazie alla graduale declassificazione di molti documenti risalenti al periodo della Guerra Fredda, stanno venendo progressivamente alla luce molti fatti storici che meritano una grande attenzione.
Uno di essi è sicuramente la richiesta sovietica di adesione al Patto Atlantico, risalente al 1954.
In una nota classificata “Top Secret” e datata 31 marzo 1954, quindi circa un anno dopo la morte di Stalin, il governo sovietico avanza una clamorosa ipotesi di adesione alla NATO. La risposta franco-anglo-statunitense non si farà attendere e sarà tanto repentina quanto secca e decisa. Ma analizziamo più da vicino questi due documenti.
La nota sovietica è scritta con il classico linguaggio della diplomazia da Guerra Fredda, ed indirizzata ai governi americano, inglese e francese.
Le prime pagine sono tutte dedicate all’analisi della situazione contingente: il governo sovietico esprime la sua più profonda preoccupazione per la corsa agli armamenti nucleari, vera e propria spada di Damocle che pende sulla testa dell’Europa e del mondo intero. Le pesanti preoccupazioni espresse da questa nota in merito alla sicurezza dei popoli sono riferite in particolare al riarmo della Germania Ovest, che secondo i russi rappresenterebbe il vero ostacolo alla pace ed alla sicurezza collettiva; tutto ciò in merito al progetto di costituzione di una “Comunità Europea di Difesa” formata dalle forze armate di Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e, appunto, Germania Occidentale. Tale progetto non farebbe altro che rimettere i vari Stati europei l’uno contro l’altro e favorire oltremodo il risorgere della vocazione militarista della Germania. Da queste righe traspare il carattere eminentemente anti-tedesco dei governi sovietici. In seguito a tali considerazioni, arriva la clamorosa proposta sovietica di un’alleanza militare tra i Paesi che costituivano la coalizione anti-hitleriana durante la seconda guerra mondiale: “Il Governo sovietico [...] si dichiara pronto ad esaminare, di concerto con i governi interessati, la questione della partecipazione dell’Unione Sovietica alla NATO”.
Il mese successivo, preceduta da un breve memorandum dell’allora Segretario Generale Lord Ismay (il quale concludeva: “ …la richiesta sovietica di aderire alla NATO è come un ladro incallito che vuole entrare nella Polizia”), giunge la secca risposta dei tre governi chiamati in causa dalla proposta sovietica. Senza nemmeno entrare nel merito della questione, la richiesta sovietica viene bollata come “completamente irreale” e bruscamente respinta come provocazione. Il breve testo è tutto un susseguirsi di pesanti accuse alla potenza sovietica di essere la vera minaccia alla pace mondiale. Di non poter essere ammessa a far parte della NATO in quanto i Paesi aderenti condividono la stessa piattaforma di valori di pace, libertà e democrazia (sic) estranei alla situazione del blocco sovietico. Inoltre, sempre secondo la replica dei tre governi, i sovietici sarebbero interessati ad entrare nel Patto Atlantico solo per porre il veto e di fatto bloccare qualunque decisione venga presa in tale ambito. Infine, qualora l’Unione Sovietica sia realmente interessata ad una pace in Europa e nel mondo intero, viene esortata a collaborare ad una piattaforma di proposte che vengono elencate nel testo. Esse sono la situazione dell’Austria, la divisione della Germania, il problema del disarmo nucleare, la questione orientale.
In conclusione, tanta ipocrisia, tanta diplomazia, e tante inconcludenti parole su pace, sicurezza e disarmo, che non contribuiranno affatto a liberare il mondo dalla soffocante cappa della Guerra Fredda (che poi, al di fuori dell’Europa, tanto fredda non fu).

L’esempio dell’Ucraina

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Uno sguardo più attento all’evolversi della situazione nelle aree interessate, dovrebbe indurre a maggiore prudenza molti entusiasti sostenitori di una presunta “vocazione” della nuova amministrazione USA alla composizione dei conflitti tuttora in corso con la Russia e con altri protagonisti della scena internazionale, i quali danno per scontata la sua accettazione incondizionata di un nuovo orizzonte multipolare delle relazioni internazionali, in cui non ci sia posto per le scelte avventurose che hanno caratterizzato la precedente presidenza Bush.
Se ci limitiamo, ad esempio, ad esaminare alcuni sviluppi degli avvenimenti in Ucraina, il grande paese europeo considerato da sempre strategico per gli interessi USA e oggetto, da lunghi anni, di pressioni e condizionamenti esterni, possiamo trarre la conclusione che il tentativo di “forzare i tempi” della sua integrazione nell’orbita occidentale non si è certo definitivamente arrestato, che le speranze di un’accelerazione dei progetti di “colonizzazione” e asservimento militare a suo tempo intrapresi continuano ad essere coltivate, approfittando anche della profonda crisi economica in cui versa l’ex repubblica sovietica, sull’orlo della bancarotta.
Anche il notevole sviluppo del movimento anti-NATO (per iniziativa, in particolare, del Partito Comunista di Ucraina e di altre forze di sinistra), a cui si è assistito in questi ultimi giorni, con grandi manifestazioni in diverse parti del paese (in particolare in Crimea, scenario potenziale di un pericoloso scontro tra le forze navali di Mosca e di Washington), sta lì a dimostrare che la consapevolezza del pericolo di definitivo assoggettamento al “carro americano” è ben presente in larghi strati dell’opinione pubblica ucraina, che non ha certo abbassato la guardia, neppure dopo l’avvento di Obama alla presidenza.
Rivelatrice dell’incertezza di un futuro di “distensione” della politica USA in quest’area, appare, ad esempio, l’intervista al quotidiano francese Le Figaro, in cui, nei giorni scorsi, il principale ispiratore della politica estera “democratica” verso il mondo ex sovietico, Zbigniew Brzezinski, si è espresso per l’apertura di “sedi di dialogo” con Mosca, ma ha anche precisato che l’approccio negoziale deve avvenire nel contesto di una concezione delle relazioni con la Russia e gli stati dell’ex URSS, che non lascia spazio a dubbi interpretativi: “L’inizio del dialogo con la Russia non può avvenire a costo di limitare le aspirazioni di quei paesi che vogliono aderire alla NATO – come l’Ucraina e la Georgia – soprattutto perché l’Ucraina, in quanto membro della NATO, spianerebbe la strada alla democratizzazione della Russia”. Ancora una volta, Ucraina, Georgia (e altri stati dell’ex URSS) dirette da elite fedeli ai valori di “missione di civiltà” della potenza USA, integrate militarmente nel blocco imperialista, e garanti degli interessi USA contro una Russia ricondotta a più miti consigli e disposta a trattare (o meglio, a collaborare) alle condizioni imposte. E’, tra l’altro, non privo di significato che l’intervista sia stata diffusa contemporaneamente al diffondersi di voci circa la nomina del figlio dello stesso Brzezinski ad ambasciatore a Varsavia, capitale di un paese che da secoli nutre velleità egemoniche sugli stati slavi europei limitrofi alla Russia (Bielorussia e Ucraina) e che, più di tutti, ha operato, negli ultimi anni, a favore di una politica aggressiva nei confronti dell’amministrazione russa, in perfetta sintonia con gli orientamenti della politica estera USA.
A metà febbraio, nel corso di una visita in Georgia, il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Robert Wood, pur con toni meno aggressivi di quelli che caratterizzavano l’era Bush, richiesto di un parere circa un possibile cambiamento dell’atteggiamento della nuova amministrazione Obama nei confronti dell’adesione di Georgia e Ucraina all’Alleanza Atlantica, ha risposto che gli Stati Uniti “sono ancora impegnati nel migliorare e rafforzare le relazioni della NATO” con i due paesi. E ha concluso: “A quanto ne so, non c’è stato alcun cambiamento della posizione rispetto alla dichiarazione di Bucarest (dei leader della NATO, in aprile 2008): è evidente che questi due paesi saranno membri della NATO”.
(…)
Nel frattempo, prosegue incessante la stretta collaborazione degli USA con il governo di Kiev (peraltro alle prese con una drammatica crisi di credibilità presso l’opinione pubblica del proprio paese) per garantire, come sottolinea il 21 febbraio l’analista politico ucraino Viktor Pirozhenko nel sito russo del Fondo di Cultura Strategica, “un’adesione silenziosa, non formale alla NATO dell’Ucraina”, che viene considerata “membro de facto dell’alleanza, anche in assenza di una formalizzazione giuridica”. A tal scopo, sottolinea Pirozhenko, è previsto un drastico incremento del numero degli osservatori statunitensi e una sostanziosa crescita dell’appoggio finanziario da parte USA a innumerevoli organizzazioni non governative ucraine (quelle, tanto per intendersi, che hanno svolto un ruolo decisivo nella vittoria della “rivoluzione arancione” alla fine del 2004).
In effetti, pur non essendo formalmente membro della NATO, con la presidenza di Juschenko, l’Ucraina assolve praticamente agli stessi obblighi previsti per i membri a pieno titolo dell’alleanza militare. Ad esempio, lo spiegamento ai confini della Russia di parte consistente delle formazioni militari di Kiev, ha rappresentato, come ha dichiarato, nel dicembre 2008, il Capo di Stato Maggiore S. Kirichenko, “il rafforzamento delle frontiere della NATO, fino alla linea di confine ucraino-russa” . Un altro passo che sancisce l’adesione di fatto alla NATO si è registrato con l’accordo, siglato dal ministro della difesa Jekanurov, che permette il transito e la dislocazione delle forze e del personale dell’alleanza su tutto il territorio nazionale.
Un altro esempio viene dalla ratifica, il 18 febbraio, da parte del parlamento ucraino dei “protocolli aggiuntivi” al “Memorandum di intesa” siglato dal governo e dalla NATO, che prevede l’installazione di un “Centro di Informazione e Documentazione della NATO” e la dislocazione in tutto il paese di ufficiali di collegamento del blocco militare.
“Se l’Ucraina continuerà ad adempiere fedelmente agli obblighi previsti per tutti i paesi membri della NATO, pur continuando a stare fuori dall’alleanza” – conclude l’analisi di Pirozhenko – “alla fine, i partners europei (riluttanti) degli Stati Uniti si convinceranno che l’Ucraina dovrà essere ammessa, senza osservare le procedure normalmente richieste, ma semplicemente legittimando la situazione esistente”.

Da Si è arrestata l’espansione della NATO ad est?, di Mauro Gemma.
[grassetto nostro]

Il trionfo segreto della CIA

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Di Anatoly Korolev per RIA Novosti, 19 gennaio 2009

In base alle regole dell’Accademia di Svezia, gli archivi dei Premi Nobel possono essere aperti solamente cinquanta anni dopo l’avvenuta consegna. Pertanto i documenti relativi all’Ottobre 1958 potranno essere resi pubblici nel Gennaio di quest’anno. Si tratta di un’epoca importante per la cultura russa. Quell’anno l’Accademia consegnò il Premio Nobel per la Letteratura al poeta sovietico Boris Pasternak.
Ora che gli archivi sono stati resi pubblici, le circostanze che portarono al più grande scandalo nella storia dei Premi Nobel saranno finalmente esaminate scrupolosamente.
La vicenda del premio a Pasternak ha fatto nascere degli strani sospetti. Pare che la CIA abbia contribuito a quel premio. È stata la CIA a stampare la prima versione russa del “Dottor Zhivago”, senza la quale la candidatura di Pasternak non sarebbe stata accettata dato che il Comitato Nobel prendeva in esame solamente opere in lingua originale.
Non c’è bisogno di precisare che Pasternak non ebbe mai nulla a che fare con l’intelligence. Il suo genio fu solo usato come una potente arma durante la Guerra Fredda tra Est ed Ovest. Fino a poco tempo fà questa storia degna di agenti segreti è stata coperta da un sottile velo di segretezza. È stato solo grazie alla volontà di Ivan Tolstoj (membro della famosa famiglia Tolstoj) che i segreti sono stati rivelati e resi pubblici. Ci sono voluti 20 anni per risolvere l’enigma.
Boris Pasternak iniziò a scrivere il suo leggendario romanzo poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1946. Impiegò dieci anni. Dopo aver concluso l’opera nel Gennaio 1956, Pasternak cominciò a chiedersi cosa avrebbe fatto a quel punto. Il romanzo che alla fine prese il titolo di “Dottor Zhivago” (inizialmente si chiamava “La candela che brucia”) era controcorrente rispetto ai principi della letteratura sovietica. Avrebbe dovuto tenerlo da parte in attesa di tempi migliori? Ed, eventualmente, quando sarebbero giunti questi momenti? Oltretutto non era più molto giovane. Continua a leggere

La fine di quella cooperazione, un fatto gravissimo

Dalla rubrica “Diario Strategico”, riportiamo integralmente l’articolo del generale Fabio Mini – apparso su la Repubblica di sabato 23 agosto – sulla fine della cooperazione fra la Russia e la NATO.

“La decisione della Russia di interrompere la cooperazione con la NATO è un evento gravissimo. Nell’ambito dell’Alleanza Atlantica soltanto il nostro ministero degli Esteri sembra aver colto la dimensione del dramma e giustamente auspica una riflessione russa. Tutti gli altri e soprattutto quei Paesi come la Polonia e le repubbliche baltiche ormai designati dagli USA a rompere la NATO e l’Europa dall’interno, sono rimasti alla dimensione della commedia. Stati Uniti e NATO sono riusciti a convincere l’Occidente che la Russia ha aggredito la Georgia, che la sua azione militare è stata sproporzionata e che la Georgia deve mantenere la sua integrità territoriale nonostante le spinte separatiste dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia. Tutti sembrano aver dimenticato i fatti dell’8 agosto, i cannoneggiamenti georgiani di edifici civili, le loro colonne di corazzati addestrati da americani, ucraini ed israeliani, le migliaia di vittime e gli attacchi alle forze russe che comunque presidiavano legalmente l’Ossezia del Sud. La Georgia ora passa per aver condotto un’azione legittima su una parte del suo territorio.
Quando Milosevic fece la stessa cosa in Kosovo fu identificato come criminale di guerra. Molti nella NATO dimenticano che quando la Serbia volle ribadire la propria sovranità fu bombardata per 78 giorni, poi il Kosovo le fu sottratto per 9 anni ed infine venne dichiarato indipendente. Nella vicenda georgiana la Russia ha commesso molti errori, speculari alle azioni che l’Occidente va conducendo da anni con l’etichetta della legalità. E oggi è ritenuto deprecabile che la Russia ripensi alla cooperazione con la NATO quando da essa riceve solo cattivi esempi, ultimatum ed insulti, specie all’intelligenza. Il dramma si consuma perché quella parvenza di cooperazione che la NATO aveva instaurato con la Russia negli ultimi dieci anni era l’unica cosa seria che avesse resistito alla paranoia neocon. Da oggi si dovranno rivedere i programmi di studio, gli scambi culturali, le riunioni congiunte, ma anche la limitazione degli armamenti e la stessa definizione del terrorismo. Si ripristineranno le sfere d’influenza non tanto in funzione di un mutato rapporto di forze, ma di un crollato rapporto di fiducia. I piani pacifici di allargamento della NATO e le operazioni in Afghanistan sono compromessi. Il ruolo in Medio Oriente e nei riguardi dell’Iran diventa velleitario. Al vertice di Bucarest la Russia aveva autorizzato il transito dei carburanti e viveri destinati alle truppe NATO in Afghanistan per i corridoi della Russia, del Kazakhistan e dell’Uzbekistan molto più sicuri di quelli pakistani normalmente usati e regolarmente attaccati dai taliban o dai predoni. Forse anche questo accordo simbolico salterà e sarà il fallimento politico e strategico di quella NATO che per il suo futuro aveva sognato un ruolo di stabilizzazione globale.”

(Grassetto nostro)

Il discorso di Monaco di Vladimir Putin

Dal 1962, una conferenza annuale sulla sicurezza raduna a Monaco di Baviera responsabili tedeschi e statunitensi, oltre a numerosi ospiti internazionali. La sessione del 2007 si è tenuta dal 9 all’11 febbraio, riunendo circa 270 invitati. Nel contesto di una tensione crescente tra gli Stati Uniti ed Israele da una parte, e l’Iran dall’altra, questa 43° edizione della conferenza doveva permettere di precisare le intenzioni dell’Iran, il ruolo dell’Unione Europea e della NATO, nonché la posizione della Russia. Era intitolata “Ripristinare la compartecipazione transatlantica”, sottolineando che l’implicazione era l’eventuale partecipazione degli Europei ad un’azione contro l’Iran, dopo gli strappi relativi alla questione irachena. Del resto, pare non esservi contraddizione tra la costruzione dell’Unione Europea ed il rafforzamento dei legami transatlantici, tanto che la Strategia Europea di Sicurezza enunciata da Javier Solana nel 2003, la National Security Strategy degli Stati Uniti ed il Concetto Strategico della NATO sono pressoché identici.
Uno volta arrivato il suo turno per parlare all’uditorio, il presidente russo Vladimir Putin ha spiegato di non esser venuto alla conferenza per congratularsi con i partecipanti ma per dibattere. Con determinazione, egli ha esortato gli Europei a rompere l’Alleanza Atlantica che li vincola ad una potenza bellicosa dalla quale essi non hanno nulla di buono da sperare.

La traduzione integrale del discorso di Monaco è qui.

Il Trattato sulle armi convenzionali in Europa

cfe

Il Trattato sulle armi convenzionali in Europa (CFE), nella sua versione originale, venne siglato nel 1990, un anno prima del collasso dell’Unione Sovietica e tre mesi prima della dissoluzione del Patto di Varsavia. Fu firmato da sedici Paesi membri della NATO e sei appartenenti al Patto di Varsavia, entrando in vigore nel 1992. Esso imponeva strette limitazioni quantitative all’equipaggiamento militare pesante consentito alle parti firmatarie, e stabiliva vincoli ancora più severi al dispiegamento delle truppe russe nei distretti di Leningrado e del Caucaso meridionale, che non potevano quindi essere spostate senza previa notifica e successivo consenso espresso dalla NATO.
La fine della Guerra Fredda e la dissoluzione del Patto di Varsavia privò immediatamente di significato le limitazioni del Trattato CFE. La NATO si è allargata a 26 Stati, con l’ingresso di molti Paesi ex comunisti; sia la NATO che la Russia hanno rapidamente diminuito i loro armamenti scendendo ben al di sotto dei limiti del Trattato.
Per adattare il Trattato CFE alla nuova realtà, nel 1999 ne venne elaborata una versione aggiornata che prevedeva limiti non per blocchi militari ma per singoli Stati. Dei 30 che hanno firmato questa versione “Adattata”, solo quattro – Russia, Bielorussia, Ucraina e Kazakhistan – l’hanno ratificata. I membri della NATO si sono infatti pretestuosamente rifiutati di ratificarla prima che la Russia avesse ritirato le propria presenza militare dalla Georgia (da cui le truppe russe sono state definitivamente sgomberate nel novembre 2007) e dalla Moldavia (dove permane un piccolo contingente di peacekeeping nella regione secessionista della Transnistria), secondo una dichiarazione volontaria che la stessa Russia aveva precisato non ritenere vincolante. Inoltre, quattro nuovi membri della NATO – le tre repubbliche baltiche e la Slovenia – si sono rifiutate di unirsi al Trattato CFE nonostante l’Alleanza Atlantica si fosse pubblicamente impegnata in questo senso.
Il Trattato Adattato non è quindi mai stato operativo ed è servito solo come uno strumento per limitare la libertà russa di occuparsi della propria sicurezza senza imporre simili restrizioni alla NATO, la quale adesso ha un numero tre volte superiore in equipaggiamenti militari pesanti (aerei, carri ed artiglieria) rispetto alla Russia (che, i suoi, li ha pure spostati dietro gli Urali). Ciò ha indotto il presidente Putin a tentare di raggiungere un compromesso con gli altri Stati firmatari nell’ambito di una conferenza convocata nel giugno 2007 a Vienna. La moratoria del Trattato, annunciata nel successivo autunno, è stata provocata dal mancato raggiungimento di un intesa nella capitale austriaca: così facendo, la Russia non si è ritirata ma ha dichiarato che non lo metterà più in pratica sino a quando non sarà ratificato anche dagli altri firmatari. Il principale dei quali, gli Stati Uniti d’America, si sono ritirati unilateralmente dal Trattato anti missili balistici (ABM) nel 2001 ed ora progettano l’installazione di missili intercettori e sistemi radar alle porte del territorio russo.
Al nuovo inviato presso gli uffici NATO di Bruxelles, Dmitry Rogozin, non mancherà certo il lavoro.

Avanti il prossimo

bandiera ucraina

Il 15 gennaio, il presidente Viktor Jushenko (quello dei rubinetti d’oro), il primo ministro Julija Timoshenko (detta la Pasionaria di Kiev) ed il presidente del parlamento Arsenij Jaceniuk hanno firmato la richiesta affinché l’Ucraina sia accolta nel piano di azione per diventare membro della NATO (Membership Action Plan, acronimo MAP) in occasione del prossimo vertice di Bucarest. “Condividendo appieno i valori democratici europei, lo Stato si riconosce parte dello spazio di sicurezza euroatlantico ed è pronto a lottare alla pari insieme alla NATO ed agli alleati contro le comuni minacce alla sicurezza” si legge nel comunicato ufficiale. Scontate le reazioni: le accuse dell’opposizione di violare la Costituzione che sancisce la neutralità dell’Ucraina, le intenzioni della Russia di “rivedere” le relazioni bilaterali, ma soprattutto i salti di gioia degli Stati Uniti secondo i quali l’Ucraina, per aderire alla NATO, neanche necessiterebbe dello svolgimento di un referendum popolare.
Secondo gli ultimi sondaggi, risalenti a febbraio, quasi il 77% degli ucraini vorrebbe invece essere consultato in materia; la percentuale di quelli contrari all’adesione si attesterebbe al 58,5%. Il referendum “autogestito” svoltosi in Crimea nel 2006, ha registrato la vittoria degli oppositori all’adesione con una percentuale plebiscitaria vicino al 99%. Sono quegli stessi che, all’indomani della notizia circa la formalizzazione dell’istanza pro NATO, sono tornati subito in gran numero a manifestare in piazza. La Crimea, del resto, non porta bene agli Stati Uniti. In occasione delle prime esercitazioni congiunte fra truppe statunitensi ed ucraine, si è verificata infatti una vera e propria sollevazione popolare, iniziata con la reazione indignata dei lavoratori del sanatorio di Fedosia, trasformato per l’occasione in alloggio per i soldati. Gli addetti alle pulizie, i cuochi, i camerieri, tutto il personale insomma, si sono licenziati in blocco pur di non servire coloro che avvertivano come nemici e calpestatori della loro dignità. Qualcuno, rischiando più del proprio stipendio, ha persino tagliato l’acqua, il gas e la corrente elettrica all’edificio.
Ad ogni modo, un’eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO richiederebbe sforzi notevoli e sacrifici non indifferenti anche in termini economici, considerata la necessità di convertire l’esercito agli standard dell’Alleanza Atlantica, tramite l’acquisto di sofisticati equipaggiamenti di produzione occidentale. L’Ucraina dovrebbe inoltre dire addio a molte delle sue grandi aziende che operano nel settore della difesa, che certamente non sopravviverebbero al cessare del fondamentale sostegno attualmente offerto dalla Russia. Dovrebbe fornire con regolarità proprie truppe per le missioni internazionali intraprese dalla NATO. Ultimo e non meno importante aspetto è che l’ingresso nella NATO non potrebbe avvenire prima che l’ultima base militare russa, quella navale a Sebastopoli sul Mar Nero, venisse smantellata. Si parla del 2017, ma con l’aria che tira è davvero difficile ipotizzare che la Russia si lasci soffiare una infrastruttura di così fondamentale importanza strategica. Anzi, i russi non paiono neanche disponibili ad accettare un aumento del canone d’affitto, 100 milioni di dollari annui dedotti dal debito che l’Ucraina ha accumulato per le forniture energetiche.

NATO niet, NATO da

natoniet6

Per la prima volta nella storia dell’Alleanza Atlantica, la Russia parteciperà al vertice NATO in programma a Bucarest a partire da mercoledì 2 aprile. Se da un lato è chiaro che verrà rinviata qualsiasi decisione in merito all’inserimento di Georgia ed Ucraina nel MAP (il piano che regola la fase di transizione prima dell’adesione formale alla NATO, la quale a questo punto non potrebbe avvenire prima di altri quattro anni), dall’altro è altamente probabile che la Russia verrà coinvolta nella soluzione del problema afghano.
Il progetto attorno al quale le diplomazie stanno lavorando febbrilmente è quello secondo il quale la Russia, d’accordo con i governi del Kazakhistan ed Uzbekistan, fornirebbe alla NATO un corridoio di transito via terra per il trasporto di forniture non militari destinate alla missione ISAF in Afghanistan. La questione è densa di implicazioni geopolitiche, riassunte dal presidente russo Putin in una recente conferenza stampa con il cancelliere tedesco Angela Merkel durante la quale non ha mancato di puntualizzare – nuovamente – che “in un momento in cui non esiste più una contrapposizione tra due sistemi rivali, l’infinita espansione di un blocco militare e politico ci sembra non solo inutile ma anche dannosa e controproducente. L’impressione è che si stia tentando di creare un’organizzazione che rimpiazzi le Nazioni Unite”.
Anche il ministro degli esteri Lavrov ha lasciato intendere la disponibilità russa a collaborare in Afghanistan con la NATO, purché questa raggiunga un accordo complessivo con l’OTSC (Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva, che raggruppa la Russia e le repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale). Del resto, la crescente incertezza politica del Pakistan pone seri interrogativi sull’opportunità che gli Stati Uniti continuino a dipendere così fortemente da questo Paese – dove passano circa tre quarti di tutti i rifornimenti – per approvvigionare le proprie truppe in Afghanistan.
Membri storici della NATO come Germania e Francia sono anch’essi consapevoli che l’alleanza può subire in Afghanistan una sconfitta catastrofica, e che essa e la Russia dopo tutto condividono obiettivi molto simili in quella regione. Quello che preoccupa gli Stati Uniti è che un tale legame fra la NATO, la Russia e l’OTSC (e magari l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, all’interno della quale è presente anche la Cina) possa minare la loro politica di “contenimento” nei confronti della stesse Russia e Cina, oltre ad incrinare la pretesa di proiettare la NATO come un’organizzazione politica attiva su scala globale. La parte più rischiosa è che la cooperazione Russia-NATO rafforzi i vincoli della prima con i Paesi europei, indebolendo la centralità del rapporto euro-atlantico.
La proposta russa di collaborazione in Afghanistan giunge in un momento in cui la NATO è nella condizione di dover accettare aiuti da chiunque sia in grado di offrirglieli. Putin, ormai al termine del proprio mandato presidenziale, ha efficacemente sfidato gli Stati Uniti a compiere una scelta tutt’altro che facile.
Staremo a vedere.