Scudo antimissile statunitense: ‘L’Orso Russo dorme con un occhio aperto’

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F. William Engdahl per rt.com

La spiegazione di Washington secondo cui il rafforzamento del suo scudo antimissile in Europa avviene contro la minaccia nucleare iraniana, non è più credibile di quanto non lo fosse 10 anni fa.
Nonostante i recenti sforzi della Russia per mediare una soluzione pacifica nella crisi delle armi chimiche siriane, così come i buoni uffici nel risolvere il contrasto nucleare iraniano con Washington, l’amministrazione Obama porta avanti l’assai provocatorio dispiegamento della ‘Difesa’ Antimissile Balistico (BMD) intorno alla Russia. Ciò che non viene detto dai politici occidentali è il fatto che tale azione, tutt’altro che pacifica, avvicina il mondo più che mai alla guerra nucleare per errore di calcolo. L’11 Febbraio, il primo di quattro avanzati cacciatorpediniere statunitensi è arrivato a Rota, in Spagna. Essi costituiranno una parte fondamentale dello “scudo” antimissile balistico degli USA. Lo scudo viene spacciato come protezione dell’Europa contro un possibile attacco missilistico nucleare iraniano. Le quattro navi rimarranno sul posto per i prossimi due anni, trasportando sistemi di rilevazione avanzata e missili intercettori in grado di abbattere missili balistici, secondo la NATO a Bruxelles. L’USS Donald Cook, un cacciatorpediniere lanciamissili della Marina degli Stati Uniti, equipaggiato con il sistema di combattimento ad alta tecnologia Aegis Ballistic Missile Defense, ha attraccato nel porto meridionale di Rota. Rota, nominalmente comandata da un ammiraglio spagnolo, è totalmente finanziata dagli USA. E’ la maggiore comunità militare statunitense in Spagna, e ospita personale dell’US Navy e dell’US Marine Corps. Secondo il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen, vi farà base in modo permanente. Fogh Rasmussen, che evidentemente capisce poco di strategia nucleare, ha detto alla stampa “L’arrivo dell’USS Donald Cook segna un passo in avanti per la NATO, la sicurezza europea e la cooperazione transatlantica.” Al vertice NATO di Lisbona del Novembre 2010, i governi membri convennero che la NATO sviluppasse la difesa missilistica per “proteggere le popolazioni e il territorio europei della NATO… la piena operatività è prevista per la prima metà del prossimo decennio.” Continua a leggere

Falsa partenza

Con il nuovo trattato Start, che verrà firmato l’8 aprile a Praga, Stati Uniti e Russia, le due maggiori potenze nucleari, lanciano «un chiaro messaggio»: vogliono «guidare» la lotta contro la proliferazione delle armi nucleari. Lo ha detto il presidente Barack Obama che, dopo aver siglato l’accordo, interverrà il 12 aprile al summit del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla non-proliferazione e il disarmo nucleare. Qui, dice un portavoce della Casa Bianca, Obama «potrà esibire fatti e non solo parole». Quali sono i fatti? Per il Bulletin of the Atomic Scientists, gli Stati Uniti posseggono 5.200 testate nucleari operative, ossia sempre utilizzabili; la Russia, 4.850. Oltre a queste, le due potenze posseggono complessivamente 12.350 testate non operative (ma non ancora smantellate). Il nuovo Start non limita il numero delle testate nucleari operative contenute negli arsenali. Stabilisce solo un limite per le «testate nucleari dispiegate», ossia quelle pronte al lancio, installate su vettori strategici con gittata superiore ai 5.500 km: missili balistici intercontinentali con base a terra, missili balistici lanciati da sottomarini, bombardieri pesanti.
(…)
Ora il nuovo Start permette a ciascuna delle due parti di mantenere 1.550 testate nucleari dispiegate, ossia un numero di poco inferiore (il 10%) a quello attuale, e un numero di vettori sostanzialmente invariato: 800 per parte, di cui 700 pronti al lancio in ogni momento. Un potenziale distruttivo tale da cancellare la specie umana e le forme di vita dalla faccia della Terra.
Inoltre il nuovo trattato non stabilisce alcun limite effettivo al potenziamento qualitativo delle forze nucleari.
(…)
Resta fuori dal trattato anche la questione delle armi nucleari «tattiche», che gli USA continuano a mantenere in cinque paesi «non-nucleari» della NATO (Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia) e in altri, violando in tal modo il Trattato di non-proliferazione.
Allo stesso tempo il nuovo Start non pone alcun limite al nuovo progetto di «scudo» antimissili, che gli USA vogliono estendere all’Europa, a ridosso del territorio russo: un sistema non di difesa ma di offesa che, una volta messo a punto, permetterebbe loro di lanciare un first strike, fidando sulla capacità dello «scudo» di neutralizzare gli effetti di una rappresaglia. A Washington assicurano che lo «scudo» non è diretto contro la Russia, ma contro la minaccia dei missili iraniani. A Mosca lo considerano invece un tentativo di acquisire un decisivo vantaggio strategico sulla Russia. Il generale russo Nikolai Makarov ha avvertito in questi giorni che, se gli USA continueranno a sviluppare lo «scudo», ciò «porterà inevitabilmente a una nuova fase della corsa agli armamenti, minando l’essenza stessa del trattato sulla riduzione della armi nucleari».
(…)
Che lo Scudo antimissile USA ritorna con forza è testimoniato sia dalle parole di Robert Gates, il ministro della difesa (lo stesso di Bush) che ha raccomandato a Obama di scartare il piano Bush ma per sostituirlo con uno «più adatto», perché «stiamo rafforzando – ha dichiarato – non cancellando la difesa missilistica in Europa». Con la prima fase, completata nel 2011, gli USA dislocheranno in Europa missili intercettori Sm-3 a bordo di navi da guerra dislocate nel Mar Baltico e nella seconda, operativa nel 2015, installeranno una versione potenziata del missile, con base a terra, nell’Europa centrale – Romania e Bulgaria già sono coinvolte – e meridionale (in Italia?). E nell’ottobre 2009 Joe Biden, il vicepresidente USA, il democratico della lobby militare e fautore dell’allargamento della NATO a Est, è corso a Praga e a Varsavia – impegnate nel dislocamento di una megabase radar e di una batteria di missili intercettori – a rassicurare che «l’impegno per un sistema missilistico non era abbandonato».
Con questi fatti il presidente Barack Obama si presenterà l’8 aprile con il russo Medvedev nella simbolica Praga – quella della Primavera ’68 – dove annunciò un anno fa la volontà di ridurre gli armamenti atomici. E il 12 aprile sarà al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, esibendo il nuovo Start che conferisce alle due maggiori potenze nucleari, detentrici del 95% delle oltre 23mila armi nucleari esistenti al mondo, il diritto di «guidare» la lotta contro la proliferazione delle armi nucleari. Il dito accusatorio – come in questi giorni con il rilancio delle sanzioni contro Tehran del vertice alla Casa Bianca con Sarkozy – sarà puntato solo sull’Iran, accusato di voler fabbricare la bomba atomica. Mentre sicuramente resterà in ombra il fatto che Israele possiede già un «indiscutibile» arsenale di centinaia di armi nucleari, puntate su altri Paesi della regione.

Da Nuovo Start e vecchia politica di potenza, di Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci.
[grassetto nostro]

I”Patrioti” di Morag

Lo scorso 20 gennaio, il ministro della Difesa polacco ha annunciato che una batteria di missili Patriot statunitensi, e 100 soldati americani che la faranno funzionare, dovrebbe essere installata non più tardi del prossimo aprile in Polonia. Ma non nei sobborghi della capitale Varsavia come inizialmente previsto bensì nella città di Morag affacciata sul Mar Baltico, ad una cinquantina di chilometri dal confine con la Russia.
A dicembre 2009, Washington aveva firmato uno Status of Force Agreement (SOFA) per formalizzare i progetti miranti ad installare truppe ed equipaggiamento militare statunitensi sul territorio della Polonia, aprendo così la strada ai già promessi missili Patriot come primo passo di un più complessivo rafforzamento del sistema di difesa aerea NATO in Europa.
Il precedente ottobre, poco dopo la visita del vice Presidente USA Joseph Biden in Polonia per concludere l’accordo, il vice ministro della Difesa polacco Stanislaw Komorowski si era incontrato con il suo pari grado statuntense Alexander Vershbow dichiarando che i missili Patriot sarebbero stati “pronti al combattimento”, e non disarmati come inizialmente ipotizzato. Secondo la stessa fonte giornalistica, funzionari degli Stati Uniti e dell’Ucraina avrebbero affermato che il territorio della seconda potrebbe essere interessato in qualche modo dal nuovo progetto di scudo antimissile. Se la Polonia confina con l’enclave russo di Kaliningrad, dal canto suo l’Ucraina condivide con la Russia un confine di oltre 1.500 chilometri…
Il Dipartimento di Stato USA ha rilasciato un comunicato sull’accordo per dispiegare militari statunitensi in Polonia – i primi soldati stranieri ad esservi installati dopo la fine del Patto di Varsavia nel 1991 – secondo il quale “il trattato favorirà una serie di attività concordate fra le parti, inclusi addestramento ed esercitazioni congiunte, il dispiegamento del personale militare USA, ed i prospettati insediamenti per la difesa con missili balistici”.
Un portavoce del Pentagono ha dichiarato che “l’Esercito statunitense in Europa aiuterà le Forze Armate polacche a sviluppare le proprie capacità di difesa aerea e missilistica. Considerando l’addestramento congiunto che già svolgiamo con i polacchi, questo programma relativo ai Patriot è solo un’altra estensione di quello sforzo”.
Se i precedenti piani per installare in Polonia missili di media gittata basati a terra evocavano, per quanto in maniera non plausibile, una presunta minaccia missilistica da parte dell’Iran, i Patriot possono essere diretti solamente contro la Russia.

Scudo sì, scudo no, scudo forse

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In attesa di parlarne più diffusamente, vi segnaliamo che nella pagina dei commenti di questo articolo stiamo raccogliendo alcuni aggiornamenti relativi allo scudo antimissile, al centro delle cronache di politica internazionale di questi giorni.
Non da ultimo anche per il sorprendente attivismo del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Scudo antimissile: le reazioni russe alla firma ceca

E’ successo.
Lo scorso 8 luglio, il Ministro degli Esteri della Repubblica Ceca, Karel Schwarzenberg, ed il Segretario di Stato USA, Condoleeza Rice, hanno firmato il protocollo d’intesa per l’installazione sul suolo ceco di un radar adibito alla localizzazione di missili. I due Paesi, appena pronto, sigleranno anche l’accordo che regola lo status dei militari statunitensi addetti alla gestione della base, inizialmente previsti in duecento unità. Nel protocollo d’intesa è inserita anche una clausola che contempla l’eventualità di una disdetta, in tal caso gli Stati Uniti avranno tempo due anni per ritirare il proprio contingente.
Ora la parola passa al Parlamento, dove il governo guidato dal premier Mirek Topolanek ha una maggioranza risicatissima. La discussione probabilmente non sarà avviata prima dell’autunno inoltrato, e cioè dopo l’elezione del nuovo Presidente americano. Nel frattempo, Schwarzenberg ha già minacciato di dimettersi in caso di mancata ratifica parlamentare. Fuori dalle stanze del potere, l’opposizione all’accordo continua ad assestarsi su percentuali oscillanti attorno al 70% e domanda lo svolgimento di un referendum nazionale.
In terra polacca, invece, le trattative proseguono, al fine di colmare un divario tra domanda ed offerta che a prima vista pare incolmabile. Fonti ben informate riferiscono di una richiesta dell’esecutivo di Donald Tusk che ammonta a 20 miliardi di dollari per l’ammodernamento delle forze armate nazionali, mentre gli Stati Uniti non sarebbero disposti a concedere più di “soli” 47 milioni, definendo le pretese polacche del tutto fuori dalla realtà.
Ed in effetti, se si considerano i tagli ai finanziamenti per il progetto appena operati dalla Camera dei Rappresentanti di Washington (meno 232 milioni di dollari per l’anno corrente ed addirittura meno 341 milioni per il 2009, con un abbattimento di quasi il 50% rispetto alla somma inizialmente stanziata), il giudizio sembra più che appropriato. Dal canto suo, il Pentagono – attraverso il suo portavoce Geoff Morell – fa sapere che “la Lituania potrebbe essere uno dei Paesi dove installare parte dello scudo, nel caso in cui i negoziati con la Polonia dovessero finire con un fiasco”. Al momento, si precisa, comunque non sarebbero in corso negoziati con Vilnius. Terza – ed ultima, per ora – alternativa l’installazione dei missili intercettori su unità navali di stanza nei mari vicini ai Paesi baltici, come ha ipotizzato la stessa Rice.

Il lato più “succulento” – e, per certi versi, persino divertente – della questione sono le reazioni della parte russa, sempre convintissima che sarà lei – e non certo l’Iran né la Corea del Nord – a finire nel mirino dei nuovi insediamenti militari a stelle e strisce. Tanto è vero che un analista dell’Accademia delle Scienze di Mosca, Aleksander Pikayev, ha ipotizzato che in Polonia non vengano dispiegati semplicemente dei missili intercettori con testate convenzionali come annunciato, ma piuttosto dei vettori balistici a corto e medio raggio in grado di portare testate nucleari.
Queste le possibili contromisure minacciate da Mosca:
- la costruzione, che sarebbe già in corso, di una nuova base missilistica nel Caucaso, presso la città di Noyemberyan in Armenia, non distante dal confine con la Georgia;
- il ritiro dal Trattato sulle Forze Nucleari a Medio Raggio firmato nel 1987 ed il dispiegamento, nell’enclave russa di Kaliningrad, con a tiro le eventuali rampe di lancio polacche, di missili Iskander-M e di bombardieri strategici Tupolev-22 armati con missili da crociera a lungo raggio;
- l’interruzione dello smantellamento della divisione missilistica di Kozelsk, nella Russia centrale – realizzato nel quadro dell’Trattato russo-statunitense per la Riduzione del Potenziale Offensivo Strategico (2002) – ed il dispiegamento in loco di avanzate testate ipersoniche in grado di penetrare le difese antimissile. La Russia metterebbe sui suoi missili Topol M testate autonome capaci di staccarsi e cambiare traiettoria, la cui caratteristica è proprio quella di ingannare i sistemi antimissile, che sono in grado di controllare la traiettoria dei vettori ma non quella degli ordigni che lancerebbero. Tale tecnica, unita alla moltiplicazione di stazioni di disturbo per i radar, abbasserebbe di decine di volte l’efficienza dello scudo antimissile;
- lo stazionamento di bombardieri strategici a Cuba, o più probabilmente l’uso dell’isola caraibica quale infrastruttura logistica per la manutenzione ed il rifornimento di carburante ai Tupolev-160 Blackjack e 95 Bear. L’insediamento di basi logistiche per i bombardieri strategici potrebbe riguardare anche il Venezuela e l’Algeria, dove stazionerebbero aerei cisterna Ilyushin-78 addetti al rifornimento in volo, in modo da evitare la presenza permanente dei bombardieri nei pressi del territorio statunitense e degli altri Paesi della NATO;
- la riapertura, sempre a Cuba, della centrale spionistica di Lourdes, che – prima della chiusura avvenuta nel 2002 – rappresentava il più grande ed importante sito del sistema d’intelligence russo Sigint su territorio straniero, capace di tenere sotto controllo i movimenti e le comunicazioni militari nel sud-est USA, nonché gli scambi di informazioni commerciali e politiche fra Stati Uniti e Europa;
- il boicottaggio della… birra ceca;
- la Russia potrebbe infine riprendere il programma di missili orbitali che, evitando i sistemi radar esistenti e potenziali, raggiungerebbero il territorio statunitense attraverso il Polo Sud.

Chi vivrà, vedrà.
[segue nella pagina dei commenti]

Europa, destinazione turistica

Vecchia e nuova Europa, non significate nulla, non siete nulla. Siete una colonia americana. Tirate giù le vostre bandiere, esponete quella americana e riconoscete il vostro status coloniale. Siete una destinazione turistica esotica. È l’unica cosa che siete in grado di fare.
Scott Ritter, ex-capo ispettore degli armamenti per le Nazioni Unite.

Nel 2001, George Bush annuncia il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato ABM contro i missili balistici, che fino ad allora aveva garantito una certa stabilità internazionale. Poco tempo dopo, gli Stati Uniti avviano trattative segrete con la Polonia e la Repubblica Ceca per realizzare il cosiddetto “scudo antimissile”, che prevede la dislocazione di missili intercettori nella prima e di una base radar nella seconda.
In seguito, il governo ceco dichiara che il progetto è stato approvato all’interno della NATO, quando a tutt’oggi molti Stati membri continuano ad essere contrari. È stato inoltre detto che non accettare questo piano significherebbe dividere l’Europa: si è visto però come questo di fatto stia già accadendo, nell’ambito della strategia statunitense di “geopolitica del caos” di cui l’indipendenza del Kosovo e Metohija dalla Serbia rappresenta solo l’ultimo tassello.
Il governo ceco ha poi cercato di minimizzare l’importanza della struttura dove dovrebbe essere installato il radar, ma – com’è noto – i governi dei Paesi ospiti hanno un controllo pressoché simbolico sulle basi statunitensi presenti nel loro territorio.
Nel febbraio 2007, il governo ceco ha quindi cominciato a discutere ufficialmente con quello degli Stati Uniti pur sapendo bene che la maggioranza della popolazione è contraria ed oltre il 70% vorrebbe che la decisione fosse presa tramite un referendum.
Da anni viene detto che lo scudo antimissilistico è fondamentalmente pensato come difesa da una minaccia iraniana che appare però solo teorica: secondo il rapporto di sedici agenzie statunitensi di intelligence, l’Iran ha smesso di lavorare alla produzione di armi nucleari già nel 2003 (e nemmeno possiede, e possiederà in tempi brevi, missili in grado di raggiungere il suolo europeo).
Pare dunque evidente che questo sistema non serve come protezione dall’Iran o dalla Corea del Nord, ed alcuni esperti militari arrivano ad affermare che esso sarebbe del tutto inefficace anche contro le migliaia di testate atomiche a disposizione della Russia.

Quali sono le aziende direttamente interessate alla costruzione dello scudo antimissile, e quali i loro strumenti di pressione sull’opinione pubblica?
Qual è la posizione dei Paesi europei, ed in particolare il ruolo dell’Italia?
Cosa possiamo aspettarci nel futuro immediato? Quali sono i mezzi a disposizione dei cittadini e del movimento di protesta?

Questo video, diviso in due parti per una durata complessiva di circa 18 minuti, tenta di fare il punto della situazione e di tracciare le possibili risposte:

Scudo antimissile: l’Europa alza la voce, Varsavia e Praga la posta

Il progetto statunitense di scudo antimissilistico in Europa Orientale, i cui costi ammonterebbero a circa 5 miliardi di dollari, ha suscitato non poche perplessità anche negli ambienti istituzionali europei, e tedeschi in particolare.
Ad iniziare dal ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier, che in un’intervista pubblicata dall’Allgemeine Sonntagszeitung il 19 marzo 2007, ha avvertito Washington di non cercare di dividere l’Europa in “vecchia” e “nuova”. Anche il presidente del SPD, Kurt Beck, ha criticato gli Stati Uniti per il loro tentativo di cooptare gli europei in chiave antirussa, dichiarando alla Bild che il suo partito non vuole una nuova corsa agli armamenti in stile Guerra Fredda.
Lo stesso ex leader socialdemocratico Gerhard Schroeder, dopo più di un anno di assenza dalle scene, è riapparso per affermare che “gli Stati Uniti stanno tentando un ridicolo accerchiamento della Russia che è tutto tranne che nell’interesse dell’Europa”, ossia quello di “collegare più strettamente la Russia alle strutture europee” (gasdotto North Stream docet).
Dal canto suo Joshka Fisher, il verde già Ministro degli Esteri nel governo Schroeder, ha smesso la veste del pacifista ed invocato un esercito comune europeo per affrancarsi dalla tutela a stelle e strisce. “A mio avviso si tratta di un errore” ha infine chiosato il Ministro della Difesa Franz Jung.
Nonostante il Parlamento Europeo abbia invitato il Consiglio dell’Unione Europea e l’Alto Rappresentante per la politica estera, Javier Solana, ad occuparsi direttamente della questione, nulla è stato fatto sotto questo riguardo, contraddicendo nei fatti le ambizioni dichiarate dell’Unione Europea di definire una propria politica di difesa ed istituire un esercito cosiddetto europeo.
Nel frattempo, fra le parti direttamente interessate i negoziati sono proseguiti.
Dopo che nell’autunno 2007 l’esecutivo dei gemelli Kaczynski è stato rimpiazzato dal governo di Donald Tusk, il nuovo ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha dichiarato che il suo governo doveva riconsiderare i vari costi e rischi dell’operazione, affermando inoltre che il progetto ha origini unicamente statunitensi e che i polacchi non si sentono affatto minacciati dall’Iran. “Dobbiamo discutere a fondo non solo dei benefici, ma anche dei rischi. Non può essere che siamo gli unici a pagare dei costi”. La virata polacca, più che un ripensamento della propria politica estera, può essere letta sotto la lente del pragmatismo. Varsavia sta infatti negoziando con gli Stati Uniti degli aiuti per la formazione e l’equipaggiamento del suo esercito, ed il passo indietro sullo scudo potrebbe mascherare la volontà di trattare da una posizione più forte. Sikorski non ne ha fatto mistero quando ha affermato di attendersi un’offerta statunitense tale da convincere la maggioranza del Parlamento, visto che esso dovrà comunque ratificare ogni eventuale accordo.
Questioni non dissimili da quelle affrontate durante i negoziati intercorsi con la Repubblica Ceca, dove dovrebbe essere ricollocato il radar attualmente in uso sull’atollo di Kwajalein nell’Oceano Pacifico. Le richieste formulate agli statunitensi dal Primo Ministro ceco Mirek Topolanek riguardano il raggiungimento di un accordo per facilitare le procedure dei visti di ingresso e, soprattutto, la partecipazione ad almeno cinque progetti di ricerca in campo militare. Probabilmente per fronteggiare adeguatamente quella che Topolanek ha definito – in un discorso pronunciato alla Heritage Foundation di Washington – la “rinnovata politica imperialista “ della Russia, che “utilizzando una aspra retorica, vuole spargere i semi della confusione tra gli alleati occidentali al fine di indebolire la NATO”. Senza accorgersi del proprio involontario umorismo, Topolanek ha quindi concluso il proprio intervento affermando che “è un imperativo storico della nazione ceca non diventare ancora un burattino di interessi militari stranieri”.
In occasione del recente Vertice NATO di Bucarest, le diplomazie statunitensi e ceche hanno comunicato la conclusione dei negoziati, e che la firma del relativo accordo (e di quello che regola lo stazionamento delle truppe americane nella Repubblica Ceca) sarebbe giunta entro il mese di maggio. A fine aprile è poi giunto l’annuncio di uno slittamento a giugno, causato da impedimenti “logistici” del Segretario di Stato USA Condoleezza Rice. Il trattato sarà successivamente sottoposto alla per nulla scontata ratifica parlamentare ed infine dovrà essere controfirmato dal Presidente ceco Vaclav Klaus.

Radar antimissile, dove e come

Il sito dove dovrebbe essere installato il radar dello scudo antimissilistico USA nella Repubblica Ceca è un vecchia base dell’esercito sovietico, adesso terreno di manovra dell’esercito ceco, ad 80 km dalla frontiera tedesca ed a 70 km da Praga. Il terreno confina con il minuscolo (80 abitanti) comune di Trokavec, dove il 17 marzo 2007 si è svolto un simbolico referendum durante il quale 71 dei 72 votanti si sono espressi contro l’installazione del radar. Prendendo esempio dall’iniziativa del sindaco di Trokavec, diversi altri primi amministratori della regione hanno organizzato a loro volta delle consultazioni pubbliche, non prima di aver rifiutato la proposta di aiuti finanziari proveniente dal governo ceco in cambio del loro assenso all’installazione della base. Aiuti che sono stati qualificati come “pizzo”.
Sulle altitudini del vicino paese di Jince ci sono invece le due vecchie caserme, con campi di gioco e parcheggi rifatti a nuovo, che dovrebbero ospitare i 200 soldati statunitensi addetti al radar con potenza di 500 megawatt (tanti da far ipotizzare a molti, effetti non proprio benefici sulla salute, causa inquinamento elettromagnetico).
Secondo i sondaggi più recenti, quasi il 70% dei cechi si oppone all’installazione dello scudo, con l’opposizione socialdemocratica, i comunisti ed i pacifisti che chiedono a gran voce, ma inascoltati, un referendum popolare in merito. Nulla in tal senso è sortito dalla massiccia manifestazione dello scorso 17 novembre 2007, che ha visto scendere in piazza decine di migliaia di persone.
D’altro canto, chi in un referendum (locale) aveva avuto la possibilità di pronunciarsi, come gli ungheresi di Pécs il 4 marzo 2007 a riguardo della prevista costruzione di un’altra stazione radar della NATO (sul monte Tubes), è rimasto deluso. Il mancato raggiungimento del quorum necessario per poterne convalidare l’esito – quasi plebiscitario, con oltre il 90% dei votanti contrari – ha reso inutile lo sforzo e fatto infuriare i promotori. Essi hanno infatti sottolineato che in occasione del referendum (nazionale) per l’ingresso dell’Ungheria nella NATO era stato previsto che, se l’affluenza fosse risultata inferiore al 50%, per renderlo valido sarebbe bastato che almeno il 25% degli aventi diritto si fosse espresso con un voto, favorevole o contrario. Condizioni che effettivamente si verificarono, inducendo in seguito taluni osservatori maliziosi ad affermare che la soglia di accettabilità fosse stata abbassata appositamente tenendo conto dei sondaggi effettuati prima delle consultazioni.

L’Europa e l’Italia sotto lo scudo

Il 27 marzo 2007 il generale Henry Obering III, direttore dell’Agenzia di difesa missilistica degli Stati Uniti, ha annunciato: “Lo scorso febbraio abbiamo stabilito un memorandum di accordo quadro con l’Italia e possiamo ora iniziare a sviluppare possibilità di condivisione di tecnologie di difesa missilistica, analisi e altre forme di collaborazione”. L’Italia entrava così ufficialmente nel programma dello scudo antimissilistico che gli Stati Uniti intendono allestire in Europa, mentre nessun annuncio arrivava invece dal governo italiano.
Probabilmente il memorandum era stato firmato al Pentagono il precedente 7 febbraio, contestualmente all’assunzione, da parte del sottosegretario alla difesa Giovanni Lorenzo Forcieri, di ulteriori impegni nel (onerosissimo) programma per lo sviluppo del caccia F-35 Joint Strike Fighter. Ipotesi più che verosimile sulla base del decreto promulgato dal ministro della difesa Arturo Parisi il 4 agosto 2006, e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 3 ottobre successivo, che espressamente delega Forcieri “alla trattazione delle problematiche relative ai programmi più rilevanti di cooperazione internazionale nel campo degli armamenti”.
Quando il successivo 12 marzo, il segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer aveva rilasciato dichiarazioni in merito a presunte discriminazioni all’interno dell’organizzazione in tema di difesa missilistica, il ministro degli esteri italiano D’Alema si era limitato ad auspicare che il progetto statunitense venisse discusso in ambito sia NATO che UE, senza rivelare che in realtà l’Italia si era già “autopromossa in serie A”.
Il progetto prevede, inizialmente, l’installazione di dieci missili intercettori in Polonia e di una stazione radar nella Repubblica Ceca. La funzione dei missili intercettori è distruggere i missili balistici nemici una volta lanciati. Altri missili e radar dovrebbero/potrebbero essere installati in Ucraina (che però smentisce) e nella stessa Italia, che diventerebbe a sua volta oggetto di rappresaglia. Ufficialmente predisposti a difesa dell’Europa e degli Stati Uniti dai missili nordcoreani ed iraniani, in realtà nessuno di questi due Paesi possiede (né possiederà entro tempi brevi) missili in grado di portare una tale minaccia. Peraltro, se partissero missili dalla Corea del Nord in direzione degli Stati Uniti, certamente essi non sarebbero lanciati verso ovest al di sopra dell’Europa ma piuttosto verso est seguendo il tragitto più diretto per raggiungere il bersaglio. A questo proposito, quindi, non mancano di allarmare neanche le insistenti voci di un analogo scudo progettato per l’area del Pacifico, interessante principalmente Giappone ed Australia: “vittima predestinata” la Cina. L’elenco completo dei Paesi che si sono impegnati a collaborare con gli Stati Uniti comprenderebbe anche, oltre quelli già citati, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, India, Israele, Olanda, Spagna e Taiwan. Continua a leggere

Realtà e finzioni dello scudo antimissile

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“La ricerca, condotta da Washington, della supremazia nucleare, aiuta ad esempio a spiegare la strategia di difesa missilistica. I critici della difesa antimissile argomentano che uno scudo, tipo il prototipo che gli USA hanno realizzato in Alaska e California, sarebbe facilmente sopraffatto da una pioggia di vere e finte testate lanciate dalla Russia o dalla Cina. Hanno ragione: anche un sistema multilivello, con elementi posti a terra, in aria, nel mare e nello spazio, molto probabilmente non saprebbe proteggere gli Stati Uniti da un massiccio attacco nucleare. Ma sbagliano a concludere che un simile sistema di difesa missilistica sia perciò privo di senso; allo stesso modo sbagliano i sostenitori della difesa antimissile secondo cui, per la medesima ragione, un tale sistema preoccuperebbe solo gli Stati canaglia e non le altre grandi potenze nucleari.
Ciò che entrambi gli schieramenti trascurano, è che una difesa antimissile del genere che, presumibilmente, gli Stati Uniti potrebbero dispiegare, andrebbe valutata principalmente in un contesto offensivo, e non in uno difensivo – come una aggiunta alla capacità statunitense di primo colpo, e non come uno scudo a sé stante. Se gli Stati Uniti lanciassero un attacco nucleare contro la Russia (o la Cina), il paese colpito rimarrebbe tutt’al più con un piccolissimo arsenale superstite. A quel punto, anche un sistema di difesa antimissile relativamente modesto o inefficiente potrebbe essere sufficiente a proteggere da attacchi di rappresaglia, perché il nemico devastato si ritroverebbe con pochissime testate (e finte testate).”

Oggi iniziamo a parlare del progetto di scudo antimissilistico che gli Stati Uniti vorrebbero installare in Polonia e Repubblica Ceca, proponendovi lo studio di Daniele Scalea dal quale abbiamo estrapolato la citazione precedente. Esso risulta utile soprattutto per inquadrare la questione dal punto di vista strategico-militare, mentre riguardo la valenza geopolitica diremo più avanti.
Buona lettura.

[La versione aggiornata all'agosto 2009 del testo di Scalea è qui].