Lo strano interesse dell’UNESCO per il patrimonio culturale iracheno

bokovaLa nuova aggressione all’Irak ha portato ancora una volta all’attenzione dei media la questione della distruzione dell’immenso patrimonio culturale di questo Paese.
Ѐ dal 2003 che la storia dell’Irak viene bombardata. Il Museo Archeologico di Baghdad, uno dei musei archeologici più importanti del mondo, custodiva reperti che risalivano alle origini della civiltà mesopotamica, a cui dobbiamo, fra l’altro, l’origine della scrittura, risalente a oltre 5000 anni fa. All’epoca dell’aggressione esisteva un Ufficio per la ricostruzione e l’assistenza umanitaria (Orha). Lo scrisse il periodico britannico “Observer” il 20 aprile 2003. Secondo un memorandum dell’Orha sottoposto al Pentagono, tra le priorità che spettavano ai soldati USA c’era quella di proteggere il Museo, al secondo posto subito dopo la Banca nazionale irachena. Ma i soldati americani non fecero nulla per proteggerlo. Difesero solo il Ministero del Petrolio, che figurava invece al sedicesimo posto nella graduatoria delle priorità da difendere. La Biblioteca di Baghdad venne incendiata, sotto lo sguardo indifferente dei soldati occupanti, mentre la ziggurat della favolosa città reale di Ur veniva deturpata dai volgari graffiti dei soldati nordamericani.
Dopo oltre dieci anni di distruzioni e saccheggi, la preoccupazione dell’UNESCO per il futuro del patrimonio culturale iracheno suona quasi beffarda.

Ecco il testo dell’appello per salvare il patrimonio culturale dell’Irak, pubblicato di recente sul sito dell’Unesco.

30.09.2014 – UNESCOPRESS
Un appello per salvare il patrimonio culturale iracheno
Il patrimonio culturale dell’Irak è in pericolo ed ha urgente bisogno di protezione. Questa è stata la conclusione dei partecipanti al convegno tenutosi il 29 Settembre presso la sede dell’UNESCO a Parigi. L’evento è stato organizzato dalle delegazioni di Francia ed Irak all’UNESCO.

L’incontro è stato aperto da Irina Bokova, Direttore Generale dell’UNESCO e dagli Ambasciatori e Delegati Permanenti di Francia e Irak all’UNESCO, rispettivamente Philippe Lalliot e Mahmoud Al-Mullakhalaf. Essi hanno esaminato lo stato del patrimonio culturale iracheno prima di aprire la discussione sul modo migliore di proteggerlo.
L’urgenza dell’azione è di primaria importanza. I siti culturali iracheni, come la Tomba di Giona a Mosul, i Palazzi Assiri, le chiese ed altri monumenti sono distrutti e saccheggiati. Cresce la preoccupazione che i beni saccheggiati possano diventare oggetto del traffico internazionale. Proteggere questo patrimonio, anche nel corso di un conflitto, è un imperativo, hanno insistito i partecipanti.
“Potremmo sentirci a disagio nel denunciare i crimini contro il patrimonio culturale quando orribili atti di violenza vengono commessi contro la gente. Ѐ giusto essere preoccupati per la distruzione culturale quando i morti vengono contati a decine di migliaia? Sì, assolutamente,” ha affermato l’Ambasciatore Lalliot. “Perché la distruzione del patrimonio culturale che porta con sé l’identità di un popolo e la storia di un Paese non può essere considerata un danno collaterale o secondario da sottovalutare. Ha la stessa importanza della distruzione della vita umana.”
Il conflitto in corso è anche un conflitto contro la cultura e, per estensione, contro l’identità di un popolo.
“Il patrimonio culturale islamico, cristiano, curdo ed ebreo, fra gli altri, viene intenzionalmente distrutto o attaccato in quella che è chiaramente una forma di pulizia culturale”, ha avvertito Irina Bokova. “Siamo seriamente preoccupati per la quantità del traffico di beni culturali, a causa del quale l’Irak ha già tanto sofferto negli ultimi dieci anni.”
Non ci sono statistiche su questo traffico. Tuttavia, si teme che molte statue ed altri oggetti possano essere già caduti nelle mani di pochi mercanti d’arte senza scrupoli.
Qais Hussein Rashied, Direttore del Museo di Baghdad, ha confermato che uno dei gruppi estremisti islamici in Irak “ha intrapreso scavi per vendere (oggetti) in Europa e in Asia attraverso intermediari in Paesi vicini.” “Queste vendite stanno finanziando il terrorismo ,” ha detto, aggiungendo che alcune opere di inestimabile valore – spesso hanno più di 2.000 anni – hanno già lasciato il Paese.
“Proteggere il patrimonio culturale iracheno deve essere parte dello sforzo per consolidare la pace,” ha detto Mahmoud Al-Mullakhalaf, che si è rivolto a tutti gli Stati membri delle Convenzioni dell’UNESCO, tra cui la Convenzione del 1954 sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, la Convenzione del 1970 sul traffico illecito dei beni culturali, e la Convenzione sul Patrimonio Mondiale del 1972 “per combattere il terrorismo, per sconfiggerlo e per aiutarci a ripristinare il nostro patrimonio.”
I partecipanti hanno concordato che è necessaria una risposta concertata per affrontare le minacce. Hanno accolto con favore le iniziative intraprese nel corso degli ultimi mesi dall’UNESCO per mettere in allerta le autorità e il pubblico sulla minaccia che sta di fronte al patrimonio culturale dell’Irak e per mobilitare la comunità internazionale.
In collaborazione con le autorità irachene, l’UNESCO ha chiesto la massima vigilanza da parte dei grandi musei del mondo, del mercato dell’arte, dell’Interpol e delle altre organizzazioni partner nella lotta contro il traffico illecito ed ha condiviso rilevanti informazioni sul patrimonio culturale dell’Irak con tutte le parti coinvolte negli attacchi aerei.
L’UNESCO ha inoltre chiesto che il Consiglio di Sicurezza adotti una risoluzione che vieti ogni commercio di beni culturali iracheni e siriani.
La scorso 17 Luglio, l’UNESCO ha riunito i maggiori esperti e partner per lanciare un Piano di Azione per la Salvaguardia del patrimonio culturale dell’Irak.
Infine, lo scorso 22 Settembre, il Direttore Generale, insieme al Segretario di Stato USA John Kerry, ha partecipato a un evento tenutosi presso il Metropolitan Museum di New York dal titolo “Minacce al Patrimonio Culturale in Irak e in Siria”, dove ha messo in evidenza gli sforzi compiuti per proteggerlo.

(Traduzione e introduzione a cura di Marcella Guidoni)

I soldati iracheni non vogliono morire per gli Stati Uniti

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L’analista di geopolitica Patrick Henningsen ha riferito a RT che molti soldati dell’esercito iracheno ritengono che non abbia nessun senso morire per il governo fantoccio di Baghdad controllato dagli USA, poiché si rendono conto che ciò porterà alla cancellazione dell’Irak come Stato.

RT: Molti soldati hanno disertato l’esercito iracheno, perché l’hanno fatto?
Patrick Henningsen: Come già è stato riportato, ci sono molte ragioni sul perché l’esercito iracheno sia stato così inefficiente nonostante il fatto che i suoi uomini superassero le 250.000 unità in confronto alle 20-30.000 che hanno veramente combattuto contro l’ISIS. Il morale era molto basso e anche l’organizzazione dell’esercito iracheno lascia a desiderare. In poche parole, le forze armate dell’Irak sono nel caos totale. Ma visto come riflesso del Paese, anch’esso nel caos totale, non dovrebbe essere una sorpresa. L’altro problema che ha a che fare col morale dell’esercito iracheno è che tanti soldati che servono nell’esercito iracheno pensano che forse non sia così auspicabile morire per il governo fantoccio di Baghdad, un governo controllato dagli USA. Sfortunatamente, nonostante la retorica degli USA, dei Paesi NATO e della Gran Bretagna, la maggior parte degli Iracheni vede nel governo di Baghdad un governo fantoccio controllato dagli USA. Per quale motivo dovrebbe morire un soldato sano di mente? Da una parte, immaginiamo che abbia un grande orgoglio nazionale, ma dall’altra lo vediamo costatare che tutto porta alla cancellazione dello Stato nazione dell’Irak.

RT: Perché il governo iracheno sta arruolando di nuovo quei disertori per combattere lo Stato Islamico?
PH: Ora il governo iracheno sta cercando di reintegrare una parte dei soldati che ha perso, uomini che hanno lasciato il posto e sono stati classificati come disertori o semplicemente gente demotivata che se ne è andata. Solo la scorsa settimana a Ramadi, una provincia di Anbar, 150 soldati hanno lasciato il loro posto perché avevano finito le munizioni. Ciò vi dà l’idea della povertà organizzativa dell’esercito iracheno. E questa è la cima di una piramide di 250.000 unità, fortemente armate ma molto inefficienti. Ovviamente tutto ciò è stato organizzato dagli USA. Io penso che l’Irak sia stato volutamente lasciato debole dagli USA. Hanno lasciato deboli le forze irachene affinché più tardi esse necessitassero del loro aiuto. Nonostante ciò che gente come il Generale [Martin] Dempsey possa dire e nonostante ci sia chi parli del “genio del Generale Petraeus”, gli USA hanno lasciato l’Irak in una posizione molto debole, sia militarmente che politicamente, in poche parole, da ogni punto di vista.

RT: Si può garantire che i disertori riarruolati non diserteranno di nuovo?
PH: No, non c’è alcuna garanzia che i disertori amnistiati non se ne andranno di nuovo. Infatti, è probabile che lo faranno, perché i cambiamenti infrastrutturali da fare sono enormi per le forze armate irachene. Stiamo parlando in realtà di un numero che può andare da circa 5.000 a 15.000 disertori che potrebbero essere di nuovo reclutati. Ma ci sono enormi problemi logistici: viaggiare nell’Irak settentrionale e occidentale è molto difficile. In alcuni casi la gente che vuole rimettersi in lista o vuole riarruolarsi perché ha bisogno di soldi o perché sente che è la cosa giusta da fare, non può farlo nei centri di reclutamento perché per raggiungerli occorrono 4 o 5 giorni, mentre normalmente il viaggio durerebbe un giorno. Inoltre, devo sottolineare che uno dei motivi per i quali le forze armate irachene sono così deboli è il problema del settarismo. Le forze armate – come il Paese – sono divise in linee settarie. Gli USA hanno aumentato le sofferenze in 10 o 15 anni di invasione e di occupazione e hanno smantellato le milizie sciite con cui avrebbero potuto lavorare contro l’ISIS. L’ISIS non sarebbe durato una settimana in alcune aree dell’Irak se le milizie sciite fossero state presenti come alcuni anni fa, ma gli USA stanno andando fuori strada nel voler smantellare tutte le milizie, disarmare la popolazione irachena; così facendo, essi hanno bisogno di contare su una gigantesca piramide con le forze armate controllate dall’alto, cosa che sappiamo molto inefficace.

RT: Gli USA hanno fornito un sostanziale aiuto militare all’esercito iracheno. Allora perché esso è così incapace di combattere lo Stato Islamico?
PH: Uno dei problemi principali dell’Irak è la corruzione. Si tratta di abitudini che si sono formate durante l’invasione e l’occupazione americana. Per alcune persone, in molte comunità, i soldi sono veramente pochi. Un sacco di soldi sono andati dispersi, le attrezzature non hanno raggiunto la loro destinazione. Sottoequipaggiamento, sottoarmamento, mancanza di munizioni sono tutte cose normali se si parla a chiunque faccia parte del personale dei servizi di sicurezza o dell’esercito iracheno. Attorno all’anello d’acciaio che circonda Baghdad è tutto più sicuro e affidabile. Dove ci sono veramente i problemi è fuori, nelle estremità Nord ed Ovest dell’Irak, dove il bisogno è maggiore, dove più servono organizzazione ed equipaggiamento e dove però, semplicemente, mancano. Il problema non è quanto denaro occorrerà se non si affrontano i problemi principali, cosa che gli USA non possono fare e che il governo di Baghdad controllato dagli USA non è in grado di fare. Se non si affrontano questi problemi fondamentali, allora nessuna somma di denaro o risorse da impiegare potrà rendere questa forza militare una forza combattente del XXI secolo.

(Fonte – traduzione di M. Guidoni)

L’ISIS non è una strana creatura

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“L’ISIS non è quella “strana creatura” saltata fuori dal nulla come vorrebbe far credere il circo mediatico internazionale, ma è il frutto di una lunga e laboriosa cooperazione tra diverse entità durata svariati anni. Com’è peraltro avvenuto anche con il suo “gemello” attualmente in disarmo: Al-Qa’ida, con la quale era in simbiosi fino a poco tempo fa. Non è infatti credibile che, in uno degli spazi più monitorati e tenuti sott’occhio dagli apparati di sicurezza di mezzo mondo, tale gruppo abbia potuto dilagare a sorpresa e conquistare in pochi giorni una così ampia fetta di territorio tra Siria e Irak per stabilirvi il cosiddetto “Califfato islamico”. Un’operazione, questa, che invece ha tutta l’aria di essere una risposta alle esigenze geopolitiche scaturite dalla sconfitta subita dalle milizie fondamentaliste in Siria, la quale poneva l’esigenza di spezzare quanto prima l’asse che, di fatto, lega vicendevolmente il regime siriano all’Iran. Tra i due Paesi, infatti, a dispetto dei piani statunitensi e israeliani sull’intera area a partire dal marzo 2003, è prevalsa in Irak una realtà politico-sociale organica agli interessi iraniani, che non può che rappresentare un intralcio ai progetti di risistemazione del “Grande Medio Oriente”. Da qui la repentina insorgenza di un gruppo su cui l’opinione pubblica occidentale non sapeva nulla, ma che è nata e prosperata sotto gli auspici di Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti Turchia e Israele. Tra l’altro l’autoproclamato Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, il cui nome pare essere Ibrahim al-Badri, è stato detenuto – tra il febbraio 2004 ed il 2009 – a Camp Bucca, in Irak, fino a quando venne rimesso in libertà grazie all’indicazione di una commissione (Combined Review and Release Board) che ne raccomandò il “rilascio incondizionato”. La sua liberazione suscitò lo stupore del colonnello Kenneth King, tra gli ufficiali di comando a Camp Bucca nel periodo di detenzione di al-Baghdadi. Ciò spiegherebbe la riluttanza degli Stati Uniti a utilizzare i droni e la US Air Force per contrastare l’immediata avanzata del ISIS in Irak, com’era insistentemente richiesto dal primo ministro iracheno al-Maliki. Mentre ora invece, grazie alla Risoluzione n. 2170 votata prontamente dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, gli Stati Uniti e un’ampia coalizione internazionale di “volenterosi” intendono bombardare nuovamente la Siria per sconfiggere i terroristi dell’ISIS.”

Da Il caos, nuova presenza permanente, intervista a Paolo Sensini.

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Le ragioni dell’altra parte

nemicoDavanti alle immagini angoscianti e ossessive della guerra senza fine al ‘terrorismo’, che l’America ha decretato all’indomani dell’11 Settembre, mi torna alla mente un pezzo che Tiziano Terzani scrisse alla vigilia dell’attacco all’Afghanistan. Raccontava le impressioni di due mezze giornate passate fra i seguaci di Osama bin Laden, in uno dei campi di addestramento al confine fra Pakistan e Afghanistan:
“Ne uscii sgomento ed impaurito. Per tutto il tempo in mezzo ai mullah, duri e sorridenti, e a tanti giovani dagli sguardi freddi e sprezzanti, mi ero sentito un appestato, il portatore di un qualche morbo da cui non mi ero mai sentito affetto. Ai loro occhi la mia malattia era semplicemente il mio essere occidentale, rappresentante di una civiltà decadente, materialista, sfruttatrice, insensibile ai valori universali dell’Islam.
Avevo provato sulla mia pelle la conferma che, con la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo, la sola ideologia ancora determinata ad opporsi al Nuovo Ordine che, con l’America in testa, prometteva pace e prosperità al mondo globalizzato era quella versione fondamentalista e militante dell’Islam.” [1]
C’erano in quelle parole una volontà di capire, di andare oltre la verità ‘ufficiale’, di vedere anche le ragioni dell’altra parte, che oggi, a tredici anni di distanza, sembrano molto lontane.
Un califfato medievale che muove all’assalto dell’Occidente, teste mozzate, donne rapite, cristiani seppelliti vivi o crocefissi, intere etnie annientate.
Terrore, sgomento, angoscia: questi i messaggi trasmessi dai media, il cui fine consiste nell’inculcare nella mente della gente semplice una fiducia totale nei confronti del potere salvifico degli Stati Uniti e dei suoi alleati, unici depositari dei ‘valori’ umani minacciati.
Quale dialogo ci può essere con un ‘Califfato del Terrore’? Nessuno, non serve dirlo. Nessuno, se l’altro viene ridotto a non umano, a terrore allo stato puro.
Con queste parole non voglio giustificare nessuno. Voglio solo far sentire un’altra voce, cercare di andare oltre l’apparenza ci ciò che ci viene mostrato. Come è possibile far finta di non sapere che in questo momento in Irak migliaia di persone stanno vivendo nel terrore o morendo sotto i bombardamenti americani? Come è possibile considerare giusto attaccare con i droni un popolo o anche un esercito di guerriglieri, senza scendere sul campo di battaglia, cioè da vigliacchi, e pensare o pretendere che non ci sia alcuna reazione? Come è possibile credere che lo Stato Islamico abbia conquistato i suoi territori in un mese e sia pronto a conquistare il mondo intero se la sua fondazione fu annunciata già dal 2006? E se lo Stato Islamico voleva attuare il genocidio delle minoranze, perché dopo otto anni tali minoranze occupano ancora i loro territori? E se persecuzioni in passato ci sono state, perché il democratico e umanitario Occidente non ha battuto ciglio?
Stranamente, tutti gli eccidi, tutte le atrocità, ancora una volta, compaiono quando gli Stati Uniti si apprestano a scatenare l’ennesima guerra. E per convincere, la minaccia si fa sempre più grande. E non penso sia un caso che il premio Nobel per la pace Obama abbia impedito di pubblicare le foto di Abu Ghraib: sono così orrende, così indecenti, così vergognose, come ha detto il generale che ha condotto l’inchiesta, che metterebbero a rischio non solo le truppe americane, ma la stessa politica estera statunitense.
In Occidente, la gente, così plagiata dai mezzi d’informazione da far apparire più libera la Corea del Nord, può essere ancora convinta, ma siamo sicuri che il mondo islamico, soprattutto quei Paesi che tanto hanno sofferto per le invasioni americane, siano ancora disposti a continuare a subire ogni sorta di sopruso? E perché dovrebbero crederci?
Dell’Occidente, finora, hanno visto solo il volto rapace e assassino.
Marcella Guidoni

[1] Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, Milano 2002, p. 24