Israele e la matematica (a proposito di “rappresaglie”)

10446627_10152613064071204_6788273113701662956_n

C’è un saggio di Julius Evola che avrebbe bisogno, a distanza di quasi settantacinque anni, di un’appendice documentaria. Stiamo parlando di “Gli ebrei e la matematica”, pubblicato nel 1940, una cui nuova edizione dovrebbe contenere un aggiornamento condotto sulla base delle “rappresaglie israeliane”.
Il cosiddetto “Stato d’Israele” ha scatenato da alcuni giorni uno dei suoi periodici ed insistenti bombardamenti contro i palestinesi della Striscia di Gaza, uccidendone oltre centoventi e ferendone varie centinaia, con tutto il corollario di distruzioni di immobili ed infrastrutture (compreso un orfanotrofio).
Il pretesto si trova sempre: stavolta si è trattato del rapimento e della successiva uccisione di tre giovani israeliani.
Ma se un rapimento dovesse dare adito a reazioni come quelle alle quali è aduso lo Stato sionista, che cosa dovrebbero fare i palestinesi, che dalla stessa data in cui sono stati sequestrati i tre israeliani hanno subito oltre mille sequestri?
Pardon, “arresti”, più che giustificati e ovviamente “a norma di legge”, cioè quella di uno “Stato” che se ne infischia altamente di ogni “convenzione internazionale” e che coerentemente afferma di voler fare come gli pare e piace (quello che non è permesso a tutti gli altri, i quali, anzi, devono rendere conto in mille sedi del loro operato).
Non è nemmeno vero che il movente fondamentale e “sacrosanto” sia stata l’uccisione dei tre israeliani, poiché quando venne rapito l’ormai (grazie ai loro “media”) celeberrimo Gilad Shalit, che poi è tornato a casa, “Israele” applicò una delle sue proverbiali punizioni collettive di ferro e fuoco.
Insomma, a cominciare sono sempre quei fetentoni dei palestinesi, quindi “Israele ha sempre ragione” e questo oramai lo diamo come un fatto acquisito.
Ma almeno su un punto ragione non ce l’ha. Ed è una questione di calcoli.
Se la matematica non è un’opinione (ma so bene invece che lo è per costoro), ammazzare oltre centoventi persone (facendo pure la tara dei “militanti”) a fronte di tre vittime della propria parte, significa eseguire un tipo di “rappresaglia” mai visto prima.
Sì, perché quella dei tanto demonizzati “nazisti” si atteneva il più possibile scrupolosamente al principio del “dieci a uno”, che potrà far orrore quanto si vuole ma perlomeno contiene entro delle regole un’azione odiosa come la vendetta in tempo di guerra.
Ma con “Israele” ogni proporzione aritmetica viene a cadere. Si cannoneggia e si bombarda fintantoché la sete di sangue non s’è placata, come se il sangue che scorre a fiotti galvanizzasse e tenesse letteralmente in vita una sorta di “Dracula collettivo”.
In questo, il “glorioso” esercito con la stella di David non ha nulla da invidiare ai mitici “Alleati” di cui anche quest’anno, con le ricorrenze dei relativi sbarchi, i “media” hanno declamato le gesta affinché si stampigli nelle menti e nei cuori dei “liberati” (cioè noi) un senso di eterno ringraziamento.
Quelli manco avevano la scusa della vendetta, perciò le uccisioni di civili e di militari italiani inermi, oggigiorno ampiamente documentate grazie ai migliori storici che abbiamo, sono da derubricare sotto la voce delle stragi deliberate e per di più impunite, da ascrivere unicamente al sadismo di chi non tollera alcuna ‘regola contabile’ anche in un contesto seppur spiacevole (ma non per loro) qual è la guerra.
Enrico Galoppini

10538651_260446734152793_8679108311437957902_n

15 Maggio 1948

Dessin_de_Sine

15 Maggio 1948, nasce Israele e divora la Palestina. Indigestione?
Si, certo… 711.000 nativi palestinesi. Con le buone (poche) e le cattive (moltissime) vengono “espulsi” da 530 villaggi gli sgraditissimi ospiti per far posto ai nuovi padroni con la stella di David (ed armati dagli inglesi e dagli americani). So bene che Exodus (il film celebrativo dello sbarco dei “mille” in kippah) questo particolare lo ignorò in quanto insignificante, ma sempre storia certa è. Persino per quelle Nazioni Unite che permisero all’epoca il fattaccio e, nel corso dei decenni successivi, tutte le altre malefatte israeliane. Dalla Cisgiordania a Gaza, passando per Gerusalemme. Con relative occupazioni abusive di terre, case, moschee e pure asili da togliere ai palestinesi per radere tutto al suolo ed insediare “coloni” armati e di pura razza ebraica.
Si badi bene, non sto scrivendo delle guerre con gli Stati arabi confinanti e dei relativi esiti. Focalizzo, molto sinteticamente, proprio sulla Palestina di cui l’ONU era garante nel 1948.
Oggi, malgrado supercarceri e ciclopici muri supertecnologici circondino quel che rimane in loco dei “nativi”, con Gaza ridotta peggio di un ghetto, viene impedito per legge celebrare in Israele la Nakba del 15 Maggio 1948.
Chi si permetterà di farlo verrà preso a pedate in culo ed incarcerato, anche quest’anno.
Ovviamente in nome della democrazia espressa dallo Stato di Israele, vero esempio di convivenza tra religioni e razze diverse.
Perdono, dimenticavo che i Palestinesi sono semiti di prima scelta… come la mettiamo con la storiella dell’antisemitismo dilagante?
Vincenzo Mannello

nakba

Chi sono i Mujahidin-e-Khalq

MEK Behind Attacks

“Il MEK è un’organizzazione militante che conduce la lotta armata contro il regime iraniano. Il gruppo è responsabile della morte di circa 50.000 persone, tra cui l’assassinio di un presidente, un primo ministro e di decine di alti funzionari iraniani. Dopo il suo trasferimento in Iraq nel 1986, Saddam Hussein spesso fu aiutato dai membri dell’organizzazione, durante la guerra Iran-Iraq, che li impiegò anche per reprimere il movimento separatista curdo. Dall’inizio della campagna USA contro Saddam Hussein, l’organizzazione è al centro dell’interesse del governo statunitense. Nel 1994 il dipartimento di Stato inviò al Congresso un schiacciante rapporto di 41 pagine, che definiva lo status del MEK quale organizzazione terroristica e, di conseguenza, il gruppo fu inserito nel 1997 nell’elenco del dipartimento di Stato delle organizzazioni terroristiche. La relazione dichiarava specificamente, “Non è un caso che l’unico governo al mondo che supporti i mujahidin, politicamente e finanziariamente, sia il regime totalitario di Saddam Hussein.”
Dopo l’invasione militare statunitense del 2003, il gruppo passò sotto il controllo degli Stati Uniti. Il MEK fece attivamente pressione per essere rimosso dalla lista ufficiale delle organizzazioni terroristiche, e gli Stati Uniti utilizzarono i suoi membri nelle operazioni dei commando clandestini statunitensi contro l’Iran. Ora è emerso che l’amministrazione Bush ha segretamente trasportato dei membri del MEK negli Stati Uniti per l’addestramento militare comprendente intelligence e altre competenze relative allo spionaggio. Presumibilmente il programma si concluse appena prima che l’amministrazione Obama entrasse in carica. A quanto pare, il MEK è sottoposto al controllo del Mossad, che l’ha utilizzato per uccidere scienziati nucleari iraniani. Grazie ad un articolo di Justin Raimondo, scrittore e fondatore del sito Antiwar.com, il gruppo è stato soprannominato “I terroristi di Hillary“.”

Da Gli Stati Uniti invieranno 3.000 terroristi nei pressi dell’Ucraina?, di Anna Mikhailenko.

No ai droni USA in Yemen

Sanaa, 15 dicembre – Il Parlamento yemenita ha approvato una misura che vieta ai droni USA di sorvolare il Paese dopo l’uccisione per errore di 13 persone. Lo ha riferito l’agenzia ufficiale Saba.
Il Parlamento yemenita è in uno stato di debolezza nei confronti del governo di Sanaa, per cui l’approvazione non significa per forza che la misura sarà applicata. Il presidente Abdo Rabu Mansur Hadi è quindi l’unico che può decidere se il divieto va rispettato. Dal 2011 gli USA hanno intensificato le operazioni degli aerei senza pilota contro i gruppi terroristici yemeniti legati ad Al Qaeda.
(AGI)

YEMEN

Divide et impera

Divide_et_impera

Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente

Cosa sta succedendo nel Vicino e Medio Oriente? Perché quest’area nevralgica continua a essere l’epicentro dei più cruenti e sanguinosi conflitti che scuotono il mondo? Chi sono i protagonisti interni ed esterni che hanno contribuito a rendere tale zona la più instabile e turbolenta dalla metà del Novecento fino alla cosiddetta «Primavera araba» e oltre?
A queste domande, come a diverse altre che vi sono strettamente legate (11 settembre 2001, terrorismo «islamista», politiche neo-securitarie, ruolo delle grandi lobby internazionali), risponde Paolo Sensini in questo suo nuovo libro che rappresenta in qualche modo il seguito e uno sviluppo ad ampio raggio di Libia 2011, ossia del primo lavoro uscito in Italia che ha documentato in presa diretta ciò che stava realmente accadendo nelle «rivolte arabe». Dopo aver descritto le condizioni storico-sociali che hanno portato alla nascita degli Stati del Vicino e Medio Oriente con la caduta dell’Impero Ottomano, l’autore esamina quali sono i «grandi giochi» e la rete degli interessi mondiali che si sono scontrati e continuano tuttora a scontrarsi determinando i destini dell’area.
Ne emerge un quadro che, attingendo a un’imponente mole di documentazione originale, ci consegna un affresco assai lontano dalle stucchevoli narrazioni political correctness che vanno oggi per la maggiore. E lo fa con un linguaggio piano e avvincente ma allo stesso tempo capace di restituire tutta intera la complessità dei problemi trattati. Ecco perché questo libro è uno strumento indispensabile per chiunque voglia davvero capire ciò che i media mainstream e i fomentatori di uno «scontro di civiltà» non ci diranno mai. Ne va, tra le altre cose, del futuro civile dell’Europa e, vista la prossimità geografica con quell’area, del nostro Paese in particolare. Perché se non si comprendono i veri termini e la posta in gioco della «questione mediorientale», nessuna autentica risoluzione dei conflitti sarà mai possibile. E, ciò che forse è ancor peggio, neppure pensabile.

Divide et impera
Mimesis edizioni, pp.348, 2013.

Paolo Sensini, laureato in filosofia, saggista e storico, è autore di La rovina antica e la nostra (Roma 2006), de Il «dissenso» nella sinistra extraparlamentare italiana dal 1968 al 1977 (Soveria Mannelli 2010) e di Libia 2011 (Milano 2011). Ha redatto alcune delle voci apparse sul primo volume di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico (Milano 2010) e sul Dizionario biografico degli anarchici italiani (Pisa 2003-2004). Ha inoltre curato l’edizione italiana delle principali opere di Bruno Rizzi, Ante Ciliga, Josef Dietzgen e Sergej Mel’gunov.

C’è qualcosa di nuovo, oggi nell’aria

C’è qualcosa di nuovo, oggi nell’aria, anzi d’antico, per parafrasare una vecchia poesia del Pascoli.
Nuovo perché mai sentito prima – ma mi posso sbagliare – in questi termini e in questa sede; d’antico, perché evocante una saggezza naturale, un equilibrio interiore esistenti in fasi meno convulse della storia umana e che, nel corso del tempo, si sono diluiti fino a venir dimenticati.
Mi riferisco allo straordinario – nel significato letterale del termine dal latino extra-ordinarius, cioè fuori dall’ordine – intervento di oggi alla Camera dell’Onorevole Emanuela Corda, del M5S.
La Corda esordisce con un concetto davvero insolito per l’agone politico in cui tutto è partigiano, intendo di parte, giusto-sbagliato, buono-cattivo, noi-gli altri: “La strage di Nassirya non fu uno scontro tra buoni e cattivi”.
Già questo significa sottrarsi alla prospettiva squisitamente terrestre in cui vi è chi attua il male e chi lo subisce – il cattivo e il buono – per entrare in una prospettiva spirituale, in cui l’assassino e la sua vittima, colui che offende e l’offeso, sono uniti da un intimo vincolo di destino.
Nel rievocare la strage dei 19 italiani – 17 militari e 2 civili – e dei 9 iracheni caduti, ma di cui si parla ben poco – afferma la Corda – “nessuno però ricorda il giovane marocchino che si suicidò per portare a compimento la strage e quando si parla di lui lo si dipinge solo come un assassino e non come una vittima, perché anche egli fu vittima oltre che carnefice”.
Chi conosce la realtà spirituale che sottende la storia esteriore sa benissimo che queste sono parole di assoluta verità, per quanto possano risultare incomprensibili – o anche offensive, come in effetti è risultato dai successivi interventi – a chi si limita a vedere le cose solo da una prospettiva esteriore materialistica. Continua a leggere

Iraq: la più grande “non-storia” dell’epoca moderna

OperationIraqiFreedom

Di Neil Clark per rt.com

Un altro giorno e ancora più morte e distruzione nel Paese mediorientale.
L’ultimo atto di violenza ha ucciso almeno 54 persone e ne ha ferite oltre un centinaio. Nel mese di luglio, oltre 1.000 persone sono state uccise e oltre 2.300 ferite.
Probabilmente pensate che stiamo parlando della Siria. Ma non è così. Stiamo parlando dell’Iraq. Il paese che Bush e Tony Blair “liberarono” nel 2003. L’intervento militare occidentale, ci è stato detto, stava per inaugurare una meravigliosa era di democrazia, libertà e diritti umani. Ha dato, invece, il via ad una spaventosa carneficina che dura ormai da dieci anni, con la popolazione irachena che deve sopportare l’incubo a occhi aperti della vita in quello che è diventato uno dei Paesi più pericolosi sulla terra.
Ancor più che nella novella di Sherlock Holmes “Il curioso incidente del cane notturno”, il silenzio di commentatori e politici guerrafondai riguardo lo spargimento di sangue in corso in Iraq è davvero rivelatore.
La stesse figure di spicco in Occidente, che non potevano smettere di scrivere o di parlare di Iraq nel 2002 e a inizio 2003, raccontandoci di quale terribile minaccia per tutti noi fossero le “armi di distruzione di massa” di Saddam, e di come fosse necessario andare in guerra con l’Iraq non solo per disarmare il suo malvagio dittatore, ma per liberare la sua gente, ora tacciono alla luce del perdurante spargimento di sangue e del caos causati dall’illegale invasione. Nella corsa all’invasione del marzo 2003, non si poteva passare su un programma televisivo di notizie in Gran Bretagna o in America senza trovare un neo-con o un “interventista liberale” ossessionato dall’Iraq. Nel precipitarsi alla guerra, questi “umanitaristi” si finsero assai preoccupati per le sofferenze degli iracheni che vivevano sotto la dittatura di Saddam, tuttavia oggi mostrano poca o alcuna preoccupazione per la situazione degli iracheni fatti a pezzi dalle bombe a cadenza regolare, quasi giornaliera. Non riscontriamo appelli da parte dei “soliti noti” per un intervento “umanitario” occidentale atto a fermare la strage in Iraq. Per questi interventisti seriali, l’Iraq post-invasione è diventato la più grande “non-storia” dell’età moderna. D’altro canto, le stesse persone che non potevano smettere di parlare dell’Iraq nel 2002-2003, ora non possono smettere di parlare di Siria, fingendo preoccupazione in merito alla difficile situazione dei siriani, nello stesso modo in cui hanno versato lacrime di coccodrillo sugli iracheni all’inizio del 2003.
È interessante notare che quando si tratta di quantificare le vittime, i politici guerrafondai possono dirci esattamente quante persone sono morte in Siria dal momento che le violenze hanno avuto inizio nel 2011 (e ovviamente per loro, tutti i decessi sono responsabilità esclusiva del Presidente Assad), laddove, allorché si tratta di Iraq e del numero di persone che sono state uccise lì dal marzo 2003, c’è molta più vaghezza. “Non facciamo la conta dei morti di un altro popolo” dichiarò pubblicamente Donald Rumsfeld nel novembre 2003. Gli iracheni uccisi da marzo 2003 (e il conto delle vittime varia da circa 174.000 a ben oltre 1 milione) sono, per la nostra élite politica, “non-persone”. Nel 2013, ci sono solamente morti siriani (e siriani le cui morti possono essere imputate alle forze governative siriane) che contano, non i morti iracheni.
Poiché l’Iraq è considerato una “non-storia” e i nostri capi non ci parlano mai di quella situazione, non è una sorpresa vedere che la percezione del pubblico riguardo le morti è ben al di sotto anche delle stime più basse. Il 66% dei britannici in un sondaggio svolto all’inizio di quest’anno reputa che gli iracheni deceduti dall’invasione del 2003 siano 20.000 o meno. Donald Rumsfeld sarebbe senza dubbio felice di sentirlo.
Se provassero un po’ di vergogna, le persone che hanno distrutto l’Iraq avrebbero dovuto almeno avere la grazia di ritirarsi dalla vita pubblica. Ma neo-cons e imperialisti liberali non provano vergogna o rimorso. Lo stesso mucchio di interventisti ‘umanitari’ e di falchi che ha sollecitato l’invasione dell’Iraq nel 2003 ha trascorso gli ultimi due anni svolgendo propaganda per un attacco alla Siria. Questi maniaci guerrafondai preferirebbero “andare avanti” dall’Iraq e concentrarsi sul prossimo Paese mediorientale nella loro lista. Ma noi non dobbiamo mai “andare avanti” dall’Iraq finché coloro i quali hanno distrutto il Paese non verranno portati sul banco degli imputati. Il caos e lo spargimento di sangue che vediamo oggi in Iraq è una diretta conseguenza delle politiche neo-con destabilizzanti e distruttive di Stati Uniti e Gran Bretagna e tali responsabili del “supremo crimine internazionale” di una guerra di aggressione contro uno Stato sovrano dovranno rispondere dell’enorme quantità di miseria umana che hanno causato.

[Traduzione a cura di L.Salimbeni]

A volte anche quattro

Carissimi, come forse avrete saputo sono appena tornato dal mio viaggio di attivista per i diritti umani (dal 30 agosto al 16 settembre) più pericoloso… evidentemente l’ultima ora non era ancora giunta… :) … e ho registrato con un bravo musicista Ya Sūriyya (1), che ora la radio principale di Damasco, Saut al-Shaeb (La voce del Popolo), trasmette in tutto il Paese!…
quando ci rivedremo, spero presto!, vi racconterò tutto a voce. Per intanto vi dico solo questo: ho partecipato a Tartus, roccaforte inespugnabile, piena di povera gente sfollata da altre città (la tragedia si sente indirettamente, ma incombe terribile… le foto delle migliaia di uccisi ti guardano dai muri, dalle finestre…persino dai vetri delle automobili), a un’assemblea delle madri dei martiri… commovente e impressionante… a rappresentarle una signora che nell’arco di 40 giorni ha perso, trucidati dagli islamobeccai, il marito (generale dell’esercito), il padre, un fratello e un figlio…
Immaginate l’orrore: meno di un mese fa in un villaggio della provincia di Latakia (con Tartus il porto principale della Siria e dove sono principalmente concentrati gli alauiti) i mostri islamici del Kali Yuga (a libro paga dei pedoemiri, del Mossad, della Cia, del Mi6, della Nato, cioè dell’Occidente predone, e orwelliano) hanno BOLLITO VIVI quattro bimbi e sventrato la loro madre incinta, facendo a pezzi il feto… in Siria gli orrori compiuti dai terroristi abominevoli, che anche l’ItaGlia disgraziata appoggia, sono all’ordine del giorno… ogni famiglia piange i suoi morti… è penetrata nella Repubblica Araba siriana (l’unica, insieme con l’Algeria e oggi, forse, speriamo, il nuovo Egitto, rimasta laica e indipendente) la feccia dell’umanità… alieni mercenari… pendagli da forca, letteralmente (2)… sequestratori, torturatori, mozzateste, cannibali, trafficanti d’organi, assassini seriali (3)… boia assistiti e istruiti dagli appositi sbirri turchi e specialisti anglogiudamericani… drogati dai loro imam teocratici… e pieni di anfetamine, cocaina, ecstasy… tanto trogloditi, plagiati e deficienti, quanto criminali efferati: una schifosa e incredibile invasione… sponsorizzata dai “democratici”. E quello che leggete sui giornali tutti asserviti e ascoltate-vedete in televisione è FALSO. Siamo davvero all’interno della società degli spettri. Continua a leggere

Otto motivi per odiare la Siria

1234063_733529280006637_27202947_n

Perché USA, Gran Bretagna, Unione Europea e Israele odiano la Siria
di Adrian Salbuchi, analista politico e commentatore a radio e televisione in Argentina, per rt.com

Una ragazza giovane e dai toni delicati che sta vivendo la tragedia siriana e ne parla con maggiore buon senso e rispetto della verità di quanto non facciano i potenti governi occidentali ed i pupazzi dei mass media controllati con i loro soldi.
Presentandosi solo come una “siriana, patriottica, anti–Neocon, anti–Nuovo Ordine Mondiale, anti-sionista, l’anno scorso ha creato il suo canale su Youtube (YouTube/User/SyrianGirlpartisan).
In un breve video (di nove minuti) lei spiega “gli otto motivi per cui il Nuovo Ordine Mondiale odia la Siria”. Faremmo tutti molto bene ad ascoltare…
Il suo “Le principali otto ragioni per cui ci odiano” è un eccellente riepilogo applicabile a qualsiasi nazione che abbia il rispetto di se stessa: Banca centrale non controllata dai Rotschild, nessun debito con il Fondo Monetario Internazionale, cibo non geneticamente modificato, anti-sionismo, secolarismo e nazionalismo.
Il suo breve messaggio si presenta come una sorta di manuale del buon senso che spiega perché gli Stati Uniti d’America, il Regno Unito, l’Unione Europea (specialmente la Francia) e Israele sono così portati a distruggere la Siria, una nazione la cui leadership semplicemente non vuole inchinarsi alle elites del Nuovo Ordine Mondiale, ben inserite all’interno del potere pubblico occidentale e nelle strutture di potere private (multinazionali/banche).
Lei descrive queste otto ragioni in maniera succinta e convincente, dando al mondo più alimento per il pensiero e si spera anche ispirando la messa in discussione di molte opinioni. Specialmente tra le popolazioni di USA, Gran Bretagna, UE e Israele che sono le uniche a poter esercitare una pressione diretta verso i propri politici eletti a Washington, Londra, Parigi, Tel Aviv e in altre capitali occidentali, per far sì che la finiscano di comportarsi come folli criminali e comincino a dar retta alla parola Noi il Popolo, in una maniera democratica e responsabile. Continua a leggere

Siamo tutti sotto questo stesso Cielo

1234810_698036773557459_1244894254_n

“All’indomani della “veglia di preghiera e digiuno” indetta dal Papa per scongiurare, con le ‘armi spirituali’ di cui dispone, il pericolo di una guerra mondiale che potrebbe innescarsi con un intervento militare occidentale in Siria, e mentre l’America fatica a trovare consenso ed alleati per questa sua ennesima “liberazione” dettata – tanto per cambiare – da ragioni squisitamente “morali”, si delinea sempre più chiaramente, a livello mediatico, un’inversione di tendenza o quantomeno un riequilibrio del modo di presentare la cosiddetta “questione siriana”, il che si sta traducendo in una “offerta informativa” più variegata rispetto a quella, a senso unico pro “ribelli”, propostaci sulla Siria da un paio d’anni a questa parte.
Su Rainews24, solitamente schierata per tutte le cause occidentali secondo la retorica dei “diritti umani” (minoranze, donne, gay ecc.), sono comparse le corrispondenze da Damasco di Gian Micalessin, che scrive su “Il Giornale” gli articoli più filogovernativi (siriani) pubblicati sulla stampa a grande diffusione. Micalessin non è certo un giornalista con credenziali “di sinistra”, tutt’altro, il che aumenta lo stupore nel vederlo su Rainews24 (una specie di ammiraglia del Tg3, feudo inespugnabile del PCI-PDS-DS-PD); ma purtroppo – non si sa se per disinformazione sua o perché quelli sono i paletti che gli hanno imposto per portare nelle case degli italiani alcune “scomode verità”- egli presenta lo scontro in atto nel paese vicino-orientale entro lo schema, peraltro non nuovo, dei “cristiani massacrati dai musulmani”; il che non è esatto, se per “Islam” tout court s’intende l’interpretazione datane dai petromonarchi e dalla loro internazionale di “saraceni dello Zio Sam” o “jihadisti atlantici di servizio”.”

Alcune novità mediatiche sulla “crisi siriana”, di Enrico Galoppini continua qui.

Balle megagalattiche e tentazioni militari

La pace per il nostro tempo?
Obama non è Chamberlain e Assad non è Hitler, ma la balla dei gas è megagalattica e permane forte la tentazione di seppellirla sotto nuove macerie.

“Peace for our time… Go home and get a nice sleep”. Così Neville Chamberlain di ritorno da Monaco entrò nella storia come pavido sostenitore dello “appeasement” nei confronti di Hitler, la pace fu di brevissima durata e il sonno degli inglesi venne interrotto dalle bombe della Luftwaffe.
L’analogia tra l’allora primo ministro britannico e il presente presidente degli Stati uniti, tracciata dai soliti falchi di Washington, non è solo insultante, ma insensata: fin troppo ovvio che Obama non è Chamberlain e Assad non è il Fuhrer. Certo è che il discorso del Capo dell’Esecutivo nel giardino delle rose è stato a dir poco ambiguo e contraddittorio: ha ribadito la sua determinazione di attaccare la Siria ma a differenza di quanto fatto per la Libia ha chiesto l’autorizzazione del Congresso; se non ha cambiato idea e la Camera dei rappresentanti, se non il Senato, voterà contro l’intervento che doveva essere posto in atto tra il 31 agosto e il 1° settembre e verrà rinviato di qualche settimana (“Peace for the next few weeks”) Barack rischierà un “impeachment”? E se ha rinunziato a lanciare qualche centinaio di missili “Tomahawk-Cruise” contro i comandi delle forze armate siriane perché continua a scatenare il Segretario di Stato Kerry, certo il coltello meno affilato nella cucina della Casa Bianca, in proclami bellicisti ad oltranza? E’ stato Kerry a paragonare Assad a Hitler. E lo ha paragonato anche a Saddam Hussein, un passo falso perché ha richiamato alla memoria le menzogne sulle armi di distruzione di massa che motivarono la prima e la seconda guerra all’Iraq.
A tradire l’ambiguità, le contraddizioni e l’imbarazzo nel discorso del giardino delle rose di un presidente noto per la sua eloquenza ciceroniana se non tacitiana è stata la sua lunghezza, più di quarantacinque minuti. Nella nuova voce del dizionario Oxford 2013 un discorso del genere viene definito “T.L.-D.R.”: “too long – didn’t read”, “troppo lungo, non decifrabile”.
Più indicativa invece l’asprezza con cui Obama ha criticato l’inutilità delle Nazioni Unite e l’irrilevanza del verdetto dei suoi osservatori sull’uso dei gas in Siria: ha così tenuto presente non solo l’inevitabile veto russo e cinese nel Consiglio di Sicurezza, ma anche il mandato dello “United for peace”, la risoluzione secondo cui con la maggioranza di due terzi l’Assemblea Generale potrebbe confermare quel veto. Due terzi e rotti del pianeta, da 130 a 150 su 191 nazioni che proclamerebbero la violazione della Carta e l’illegittimità di un attacco USA al paese mediorientale.
Barack Obama non può ignorare che il presunto impiego di gas nervino o di altro tipo da parte del Governo di Damasco è una balla megagalattica suggerita dall’Arabia Saudita, dagli Emirati, dalla Francia di Hollande e dalla Gran Bretagna di Cameron prima e dopo il voto contrario della Camera dei Comuni e tradotta in realtà dai ribelli siriani per provocare l’intervento armato statunitense.
Ne sono convinti non solo Putin, ma molti servizi segreti occidentali, gran parte dei generali del Pentagono e del Ministero della Difesa britannico.
Sorvoliamo sul terreno tecnico delle prove troppo labili o inesistenti: non si tratta solo di constatare la presenza di sostanze tossiche sul terreno ed il loro effetto letale su centinaia di civili, ma anche e soprattutto di identificare in loco i frammenti dei vettori impiegati e cioè dei “proiettili binari” di artiglieria contenenti i gas (il rapporto preliminare degli osservatori al segretario generale dell’ONU, secondo le indiscrezioni che circolano al Palazzo di Vetro, confermerebbe l’assenza di tracce di questi vettori).
Soffermiamoci invece sugli aspetti razionali, cioè irrazionali, delle responsabilità attribuite al regime siriano.
Adunque: Bashaar al-Assad, seguendo l’esempio del padre, può essersi dimostrato un dittatore sanguinario nel reprimere la ribellione senza curarsi di decine di migliaia di vittime civili, ma non è un pazzo incline al suicidio: tra marzo e luglio riconquista il controllo su quattro quinti del territorio nazionale ed è certo che la vittoria sui ribelli sia imminente. E’ anche consapevole del monito sulla linea rossa da non superare con l’impiego di armi chimiche rivoltogli un anno fa dal Presidente USA. E cosa fa? Con una superiorità in mezzi corazzati, aerei, artiglieria e truppe ben addestrate, decide di sparare proiettili di gas nervino contro un sobborgo di Damasco ancora in mano ad un gruppo di ribelli a quattordici chilometri dall’albergo che ospita gli osservatori dell’ONU. In altri termini provoca deliberatamente l’intervento militare della superpotenza: mondiale. E cioè, nel vernacolo napoletano, “se n’è gghiuto e’capa”. Ipotesi questa altamente improbabile.
Resta da vedere cosa accadrà tra due o tre settimane. Non disponiamo di una sfera di cristallo, ma per aver seguito come giornalista gran parte delle guerre degli Stati Uniti nel mondo degli ultimi decenni possiamo contenere, ma non eliminare del tutto il nostro pessimismo: Obama “painted himself in a corner”, si è messo da solo con le spalle al muro, ne va del suo prestigio e di quello del Grande Impero d’Occidente soprattutto per quanto riguarda i futuri interventi militari in Medio Oriente o altrove. Quindi darà il via – un incidente si trova sempre – ad un’ammazzatina in Siria, limitata nei mezzi, nella durata e senza truppe di terra. Forse più limitata di quanto originariamente programmato, cento invece di duecento missili Cruise in una sola salve di poche ore.
Da premio Nobel per la pace seguirà un suo nuovo manuale di più moderate regole di ingaggio in materia di bagni di sangue.
Lucio Manisco

Fonte

Maalula, Siria

Mentre la disinformazione strategicamente mirata millanta una telefonata mai avvenuta fra il presidente siriano Bashar al Assad e il pontefice, durante la quale Papa Francesco avrebbe chiesto di allentare la repressione sui “ribelli”, ieri un gruppo di questi ha attaccato l’antica città di Maalula, con il solito contorno di uccisioni di civili e distruzione di case, monasteri e chiese.
Maalula è uno dei tre luoghi sulla terra dove ancora si parla l’Aramaico, la lingua originale di Gesù Cristo, ed è da sempre abitata prevalentemente da cristiani.
Una risposta alla giornata mondiale di preghiera e digiuno per la pace e contro l’intervento militare in Siria, giudicata “unilaterale e discutibile” dall’esponente PdL Fabrizio Cicchitto e prevista per sabato prossimo?

Le chiese d’Oriente ed il ‘regime’ siriano

9788887826951.1114a14e1910c4b919c437ae511c26c698“Tanto si è parlato di Siria, in tutti i modi e secondo diversi punti di vista, ma mi domando quante volte si è ascoltata la voce del Paese in sé. Con ciò non voglio farmi portavoce del mio Paese, solo aggiungere in questo fiume di parole, sensate o meno, anche la mia. Il mio essere siriano, la mia storia siriana, il mio vissuto siriano dicono che la Siria non è un progetto di pace e di democrazia per tutto il Medio Oriente, semmai è già e da tempo modello di tutto ciò! … Il modello siriano da sempre garantisce la possibilità di una società armonicamente bilanciata tra culture, religioni ed etnie, in ogni campo, dalla politica alle arti più semplici. In tutto il mio vissuto non ricordo di alcuna discriminazione…
Tutto ciò non dice che la Siria sia un Paese perfetto, sono ben consapevole che la perfezione non appartiene a questo mondo, posso però affermare che la società siriana, tra tutte quelle della regione circostante è quella in cui si vive meglio tale integrazione, e i cittadini ne hanno consapevolezza. Anche i visitatori ne traggono la medesima impressione. Perché si tratta di un popolo colto e pacifico che ha sulle spalle una esperienza quasi millenaria di vita…
…I fermenti di guerra e di cosiddetta rivoluzione giunti in Siria non sono germinati tra i siriani, si tratta di interventi esterni. Certo, il Paese non è il migliore dei mondi possibili, necessita come tutti di continui cambiamenti, migliorie, ulteriori sviluppi, diversi restauri, ma tutto ciò non è causa e madre di tale malcontento. A mio avviso non si deve parlare più di ‘Primavera araba’, ma iniziare a parlare di ‘Primavera europea’, il mondo Occidentale, prima di operare un qualsiasi intervento, che sia a livello internazionale imponendo sanzioni o di invio di armi o soldi per le diverse fazioni, dovrebbe preoccuparsi di capire bene i problemi che intende risolvere a priori. E in merito alle sanzioni, dovrebbe avere ben chiaro che non si rovescia una compagine politica affamando il popolo e lasciando negli agi la classe reggente. In questo modo si favorisce il rafforzamento dell’opposizione che pagando può comprare il popolo che in qualche modo deve pur mangiare…
…Il mio auspicio è che l’Occidente sappia far discernimento tra le verità e le falsità legate alla questione siriana, e magari riesca ad essere fedele a quanto detto e richiesto da Kofi Annan, senza dover mettere la questione siriana sotto il regime del Capitolo VII dello Statuto dell’ONU. In secondo luogo, poi, l’Occidente deve iniziare a concentrarsi maggiormente su se stesso, risolvendo i problemi ad esso interni e lasciando che queste civiltà si autodeterminino e solo così, Oriente e Occidente potranno formare un mondo più equilibrato. Soprattutto deve comprendere che non può imporre un modus vivendi che non ci è consono e il più delle volte il suo intervento genera solo morte e distruzione…”
(Dalla prefazione di Padre Haddad)

I ricavi della vendita di questo libro saranno interamente devoluti al sostegno del Progetto, sostenuto e voluto dal Patriarca Gregorio III di Laham e del Patriarcato Greco Melchita siriano, per la costruzione di un reparto pediatrico dell’ospedale Saher, nella cittadina di Khabab nella regione di Dar’à, in cui verranno curati e assistiti bambini di qualsiasi provenienza; nell’obiettivo del perseguimento tenace della difesa della convivenza etnica e religiosa, da sempre esistente in Siria e di un processo di pacificazione all’interno del popolo siriano.
Garanti e fiduciari del Progetto e dei contributi che saranno devoluti, sarà Padre Mtanios a Roma e il Patriarcato Greco Melchita di Siria.
Un forte invito è rivolto a singoli e associazioni a prendere contatto e contribuire con presentazioni, eventi, serate, idee e atti concreti.
Per informazioni scrivere a info@civg.it

Le chiese d’oriente ed il ‘regime’ siriano,
di Enrico Vigna
Zambon editore
Pagine 192, 2013, € 10

Storia maestra di vita?

Sollevando il disappunto dei “ribelli” siriani e dei (pochi) vassalli rimasti dopo l’inaspettata marcia indietro della Gran Bretagna, a cominciare dal pupazzo ottomano -alias Recep Tayyip Erdogan- che si dichiara insoddisfatto di un eventuale raid di qualche giorno ma invoca l’invio di uomini sul terreno per giungere infine allo spodestamento di Bashar al Assad, Barack Obama ha deciso di sottoporre ai due rami del Congresso statunitense, Camera e Senato, la sua intenzione di redimere a suon di bombe la Siria.
Dal Dipartimento di Stato, lo rassicura John Kerry: “We don’t contemplate that Congress is going to vote no”.
Frattanto, in tutto il mondo, persino nella cadaverica Repubblica italiana delle Banane, si manifesta in solidarietà con il popolo siriano e il suo Presidente, anche per ricordare ai diretti interessati che nel recente passato…

536980

Ecco le prove!

media

Da ridere per non piangere…

New York, 28 agosto – Conversazioni intercettate dai servizi segreti americani lunedì scorso dimostrerebbero il ruolo del regime siriano nell’attaco con armi chimiche a est di Damasco. Lo riporta in esclusiva la rivista Foreign Policy.
Le intercettazioni riguardano telefonate di un funzionario della difesa siriana con un leader dell’unità siriana armi chimiche. Nella conversazione si chiede conto e ragione dell’attacco al sarin in cui sarebbero morte oltre mille persone. Queste conversazioni avrebbero dato a Washington la certezza che gli attacchi sono opera del regime di Bashar al Assad, scrive Foreign Policy.
(ANSA)

Operazione Ajax, 19 Agosto 1953

iran-you-are-next

New York, 19 agosto – Il 19 agosto 1953 è una data fondamentale nella storia recente dell’Iran, perché fu portato a termine il colpo di Stato che depose il primo ministro, Mohammed Mossadegh. Sei decenni dopo, la CIA ha ammesso ufficialmente di aver partecipato all’operazione, da sempre addebitata ai servizi segreti statunitensi e britannici, e denominata ‘Operazione Ajax’. Il ruolo degli Stati Uniti nel colpo di Stato è tuttora considerato tra le cause della radicalizzazione del sentimento antiamericano, che ha accompagnato la rivoluzione islamica del 1979 e provocato la ‘crisi degli ostaggi’ tra i due Paesi alla fine di quell’anno. Il National Security Archive ha ottenuto una versione del rapporto interno “La battaglia per l’Iran”, redatto a metà degli anni ’70, grazie alla legge federale sulla libertà d’informazione, il Freedom of Information Act. La sezione che descrive il colpo di Stato è ancora in parte coperta da segreto, ma le informazioni pubblicate rendono formalmente pubblica, per la prima volta, la partecipazione della Central Intelligence Agency all’operazione. “Il colpo di Stato militare che ha deposto Mossadegh e il governo del Fronte nazionale – si legge – fu condotto sotto la direzione della CIA come un atto di politica estera statunitense”, per evitare che l’Iran “si aprisse all’aggressione sovietica” e per mantenere il controllo sul petrolio iraniano.
Il rapporto era in parte stato pubblicato nel 1981, dopo una precedente richiesta di accesso alle informazioni, ma le parti riguardanti l’Operazione Ajax erano state cancellate. L’Operazione Ajax, condotta con collaboratori locali, si sviluppò attraverso vari passaggi, fondamentali per creare le condizioni per il colpo di Stato: bisognava usare la propaganda per indebolire politicamente Mossadegh, indurre lo Scià a cooperare, corrompere membri del Parlamento, organizzare le forze di sicurezza e dare il via a manifestazioni di piazza. Il primo tentativo fallì, ma al secondo, il 19 agosto, il colpo di Stato fu portato a termine. Mossadegh fu processato e tenuto in carcere per tre anni; passò poi il resto della sua vita agli arresti domiciliari ad Ahmadabad, dove morì nel 1967.
(TMNews)

Il collegamento alla relativa pagina del sito del National Security Archive è qui.
Ora, per gli storici, c’è davvero di che sbizzarrirsi…

Quello che sta avvenendo in Turchia

5927_542269409152532_221289116_n

Prima, durante e dopo le proteste di Piazza Taksim e l’occupazione del Parco Gezi.

“Quello che sta avvenendo in Turchia può essere paragonato alla militarizzazione degli Stati Uniti da parte di George W. Bush Jr. dopo l’episodio dell’ 11 Settembre 2011. Analogo è il discorso nazionale e il ritratto del mondo in termini straussiani: bianco e nero. Siccome la Turchia cerca di assicurarsi un posto nel sistema capitalista mondiale, all’interno la democrazia si indebolisce sempre più. In Turchia sono all’ordine del giorno gli arresti e le detenzioni arbitrari, la censura, i tribunali militari, le vessazioni governative, le minacce provenienti dalle autorità. La frequenza delle brutalità poliziesche e i casi di eccessivo uso della forza con risultati mortali sono in aumento. L’AKP ha imposto limiti crescenti sull’opposizione. Un gran numero di attivisti turchi è stato arrestato e tenuto in carcere in tutto il Paese.
L’opposizione interna alla politica estera dell’AKP sta polarizzando la società turca. L’impegno dell’AKP nel finanziare, addestrare ed armare le milizie che tentano di abbattere il governo siriano ha diviso il Paese ed ha alienato ampi settori della popolazione turca. L’ospitalità data allo scudo spaziale della NATO e ai missili Patriot ha reso anch’essa peggiore la situazione, dividendo la società turca ed alienando le simpatie dei vicini meridionali ed orientali. I partiti d’opposizione ed ampi settori della popolazione si oppongono decisamente all’interferenza turca negli affari interni siriani. Una parte significativa della Grande Assemblea Nazionale della Turchia ha condannato l’AKP per aver portato fuori strada il popolo turco, per avere sospinto il Paese verso il disastro e per aver distrutto i rapporti coi più importanti Paesi vicini. In Turchia il piccolo capitale è stato soggetto ad una crescente frustrazione, perché la posizione turca sulla Siria e il suo coinvolgimento negli scontri ha danneggiato anche il commercio regionale turco.
Anche se nell’America settentrionale e nell’Unione Europea si presta una scarsa attenzione alle restrizioni cui sono sottoposti i mezzi di comunicazione in Turchia, nel 2012 l’organismo Giornalisti Senza Frontiere hanno definito la Turchia come “la più grande prigione del mondo per giornalisti”. Benché sia evidente che i Giornalisti Senza Frontiere non sono obiettivi, tuttavia vale la pena di citare questo organismo, che nell’Indice della Libertà di Stampa del 2013 ha messo la Turchia al 154° posto in una lista di 179 Paesi;
(…)
Il governo turco ha usato sempre più spesso azioni legali strategiche finalizzate a censurare, intimidire e ridurre al silenzio i suoi critici all’interno del Paese, gravandoli del costo di una difesa legale fino a quando non rinuncino alla loro azione di critica pubblica. Per l’AKP la soluzione in parte si è collegata a una crescente tendenza al monopolio dei mezzi di comunicazione, che ha aiutato la società filogovernativa Turkuvaz Medya ad esercitare il predominio nell’ambito mediatico. L’AKP ha controllato attentamente la formazione del monopolio nel settore dei mezzi di comunicazione, che ha garantito all’AKP stesso la massima influenza mediatica. In un atto di disperazione, l’AKP ha anche dichiarato che si è “o con noi o contro di noi”. Chiunque si schieri contro la politica dell’AKP, viene bollato come traditore, spia, criminale o terrorista.”

Da Neottomanismo e teoria del sistema mondiale, di Mahdi Darius Nazemroaya, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. XXX, 2-2013, pp. 57-58.

Iddio è il migliore degli strateghi!

10002_112043895662079_1571464043_nDedicato agli “amici della Siria”, che oggi si ritrovano in Qatar per decretare nuovi “aiuti” ai “ribelli”…

“L’attacco sferrato contro la Siria, effettuato per mezzo di una manovalanza settaria stipendiata dai regimi pseudoislamici del Golfo, rientra nel tentativo nordamericano di destabilizzare l’Eurasia, al fine di conservare agli Stati Uniti quello statuto di unica superpotenza mondiale che essi sono ormai condannati a perdere.
Gli strateghi statunitensi infatti vorrebbero balcanizzare – è stato lo stesso Brzezinski a parlare di “Balcani eurasiatici” – tutta l’area compresa che va dal Nordafrica al Vicino Oriente, al Caucaso, all’Asia centrale e all’India. Dal Maghreb arabo ai confini della Cina.
Incendiare l’Eurasia mediante la sovversione settaria, i movimenti secessionisti, le pseudorivoluzioni più o meno colorate, le cosiddette “primavere”, il terrorismo: questa la strategia di Washington per impedire il passaggio dall’unipolarismo statunitense all’ordinamento multipolare del mondo.
Questa strategia si svolge attraverso tre fasi, che riguardano rispettivamente l’Asia centrale, il Nordafrica e il Vicino Oriente.
Il processo è iniziato in Asia centrale nel periodo della guerra fredda, prima con la destabilizzazione e poi con l’occupazione militare dell’Afghanistan.
Nel Nordafrica, ci sono state le cosiddette “primavere arabe” e la distruzione della Libia, con le conseguenti ripercussioni nell’Africa subsahariana. Il prossimo obiettivo, Dio non voglia, sarà probabilmente l’Algeria.
Nel Vicino Oriente, dove il processo è iniziato con l’invasione anglo statunitense dell’Iraq, l’obiettivo attuale è la Siria, alleata strategica dell’Iran, che è l’obiettivo principale nella regione.
Qual è il programma concepito dagli strateghi atlantici per la Siria?
Ce lo attesta il Protocollo di Doha del novembre scorso, nel quale si trovano elencate, punto per punto, le condizioni imposte dagli Stati Uniti, tramite il primo ministro qatariota, all’eterogenea coalizione degli oppositori armati del governo di Damasco:
1. La Siria deve ridurre gli effettivi del suo esercito a 50.000 unità.
2. La Siria farà valere il suo diritto di sovranità sul Golan solo con mezzi politici. Entrambe le parti firmeranno accordi di pace sotto l’egida degli Stati Uniti e del Qatar.
3. La Siria deve sbarazzarsi, sotto la supervisione degli Stati Uniti, di tutte le sue armi chimiche e biologiche e di tutti i suoi missili. Questa operazione deve essere effettuata sul territorio della Giordania.
4. La Siria deve rinunciare a qualsiasi pretesa di sovranità su Alessandretta e ritirarsi in favore della Turchia dai villaggi di confine abitati da Turkmeni nei governatorati (muhafazah) di Aleppo e Idlib.
5. La Siria deve espellere tutti i membri del Partito dei Lavoratori del Curdistan e consegnare quelli ricercati dalla Turchia. Questo partito deve essere inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche.
6. La Siria deve annullare tutti gli accordi e i contratti stipulati con la Russia e la Cina nei settori delle trivellazioni e degli armamenti.
7. La Siria deve concedere al Qatar il passaggio del gasdotto attraverso il territorio siriano verso la Turchia e quindi verso l’Europa.
Come si vede, il Protocollo di Doha stabilisce che la Siria dovrà essere privata della propria sovranità, più o meno come è avvenuto nel 1979 per l’Egitto con gli Accordi di Camp David.
Questo è il prezzo che l’opposizione armata si è impegnata a pagare, nella malaugurata ipotesi di un suo insediamento a Damasco, agli Stati Uniti e ai loro alleati.
Ma, a quanto pare, i settari hanno fatto male i loro calcoli, sicché farebbero bene a meditare su questo versetto coranico e a ricordarlo agli strateghi atlantici:
Wa makarû wa makara Allâhu. Wa Allâhu khayru’l-mâkirîn.
“Tessono strategie, ma anche Iddio ne tesse. E Iddio è il migliore degli strateghi!” (Corano, Al-‘Imran, 54).”

Il testo dell’intervento di Claudio Mutti, saggista e direttore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, durante la manifestazione La Siria non si tocca! svoltasi a Roma lo scorso 15 Giugno.