Curare l’alluvione

italia oggi

Un giorno saranno chiamati criminali tutti coloro che hanno gettato i popoli europei nella squallida avventura della NATO, dell’Euro e dell’Unione Europea.
Un giorno saranno chiamati a rispondere sia i furbi che gli sciocchi: sia chi ha rovinato intere famiglie di italiani col prelievo fiscale, coi licenziamenti, colla flessibilità in uscita, coi lavori precari, colle pensioni negate, colle privatizzazioni, coi favori ad altri che criminali già sono, come debenedetti, agnelli ed il marciume altoborghese italiano, sia chi glielo ha permesso con la scusa del tatticismo, agitando stupidi “ombrelli”, sventolando lo sciocco spauracchio di berlusconi sotto la fetida ala di debenedetti.
Oggi questi criminali sono ancora ai posti di comando – i più alti – e cooperano indisturbati per terminare l’assassinio dei popoli italiani, fedeli come non mai al loro alleato atlantico, agli interessi del capitale, indisturbati da un’opposizione populista che infilza moscerini quando la carne del popolo è rossa di sangue ed urla la povertà.
La generazione dei trecento euro è già realtà non solo in Grecia, ma anche nel nostro paese, dove i sindacati non si fanno scrupolo di attaccare prima di tutto chi mette in dubbio i loro orticelli prima ancora che il padrone, dove pochi guitti miliardari benedetti dall’atlantismo allevano fedeli servi, utili idioti o futuri traditori del popolo.
Nell’Italia, dove l’ignoranza è forza, la realtà è televisione, la scienza è opinione, il diritto è irresponsabilità di una casta giudicante, l’università è saccente ed inutile baronia, l’organizzazione è squallido dominio burocratico, lo stato è impunito assassino, la politica è insipiente codismo populista ovvero gestione mafiosa di interessi del capitale.
Un giorno tutto questo terriccio marcio sarà fango pronto per essere lavato da un fiume in piena improvvisa, impietosa, distruttrice. Ma un giorno viene nel domani. E bisogna cominciare a sputarci sopra oggi.
Enzo Pellegrin

(Fonte)

I caccia della NATO sganciarono ordigni inesplosi

“Undici zone di rilascio al largo delle coste pugliesi. La mappa diffusa dalla Capitaneria di Porto di Molfetta durante il conflitto in Kosovo, parla chiaro: i caccia della NATO sganciarono ordigni inesplosi – probabilmente caricati con uranio impoverito – nel basso Adriatico in undici aree, due delle quali a 12 miglia dalla costa.
Questa mappa si infranse, qualche mese dopo la fine della guerra, nel disconoscimento dell’unità di crisi italiana che si occupava della vicenda bombe. «Circa la mappa del basso Adriatico indicante 11 siti di “probabile rilascio”… i rappresentanti del Comando Generale delle Capitanerie di Porto e del Ministero della Difesa non ne hanno riconosciuto l’attendibilità». Ma è difficile credere che allora la mappa non sia stata sconfessata proprio per prevenire possibili rivendicazioni. Quella mappa, redatta sulla base delle indicazioni fornite dalle Autorità militari, avrebbe legittimato la richiesta di una bonifica del basso Adriatico. Disconoscerla ha significato “legittimare” una bonifica mai avvenuta. Le operazioni di sminamento condotte dalla Marina militare e dalla NATO, si sono fermate al di là del Gargano, escludendo la costa pugliese a sud di Manfredonia. Il fermo bellico disposto dal governo nel ’99 fu imposto anche ai pescatori pugliesi, ma accertato che la bonifica del basso Adriatico non è mai stata realizzata, ci chiediamo perché all’epoca del conflitto sia stato ordinato anche a quelle marinerie la sospensione delle attività: un intervento indispensabile, si diceva allora, per il recupero degli ordigni. In Puglia il fermo bellico ha garantito, peraltro con un anno di ritardo, solo gli indennizzi agli operatori. Un tardivo rimborso spese, insomma: il contentino fatto apposta per tacitare gli animi. Di misure di sicurezza e prevenzione degli incidenti sul lavoro, neanche a parlarne. “Continueremo comunque a pescare bombe” – ci disse all’epoca un pescatore, profeta suo malgrado.
Di contro alla rassegnazione dei pescatori, le autorità militari ostentavano sin d’allora il successo delle prime operazioni di bonifica. Ancora, dai documenti ufficiali si apprendeva che le aree designate per il rilascio del carico bellico fossero sei in tutto l’Adriatico (mentre la sola mappa redatta a Molfetta, ne segnalava undici) e che le zone dove erano stati “effettivamente affondati gli ordigni” fossero state “tutte indagate” con le prime operazioni di bonifica. Ma i dati ufficiali sembrano smentiti dalla realtà: molti i ritrovamenti accidentali di bombe finite nelle reti dei pescatori anche dopo la bonifica, mentre sempre l’Icram dichiarava già nel ’99 (verbale della riunione del 30 agosto 1999 dell’Unità di crisi per gli ordigni NATO affondati in Adriatico) l’eventualità che, a operazioni concluse, fosse “rimasto sui fondali adriatici un numero rilevante, probabilmente dell’ordine delle migliaia, di ordigni dispersi” rappresentati soprattutto da piccole bomblets, dell’ordine di grandezza di una ventina di centimetri, provenienti dall’apertura delle bombe a grappolo. La portata di queste dichiarazioni fu tale da indurre il governo ad avviare una nuova fase di bonifica qualche mese più tardi (gennaio 2000). Ma sull’attendibilità della mappa con le zone di rilascio nei mari di Puglia pendeva ancora l’invalicabile veto della NATO, e così le autorità decisero che, di nuovo, il Basso Adriatico potesse attendere.
Nessuna bonifica neppure per gli ordigni a caricamento speciale (iprite e composti contenenti arsenico), affondati nel basso adriatico nel corso della seconda guerra mondiale.
A seguito di specifiche campagne di indagine, l’allora Icram, oggi Ispra, ha accertato la presenza sui fondali del Basso Adriatico di almeno ventimila ordigni con caricamento chimico…”.

Da Armi chimiche: un’eredità ancora pericolosa. Mappatura, monitoraggio e bonifica dei siti inquinati dagli ordigni della seconda guerra mondiale, a cura di Legambiente e Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, pp. 12-13.

Oggi, sul Portale Ambientale della Regione Puglia, alla voce Disinquinamento del Basso Adriatico, si legge:
“La verifica della presenza degli ordigni bellici nelle aree individuate (già effettuata nel Porto di Molfetta) sarà effettuata dall’ISPRA con il concorso del Centro di Ricerca della NATO “NURC” (NATO Underwater Research Centre). Il piano prevede che la bonifica degli ordigni bellici sia attuata dallo SDAI – Corpo Speciale dello Stato Maggiore della Marina Militare.
Il nucleo SDAI, una volta rinvenuti gli ordigni a caricamento speciale, si avvale del supporto del Centro Tecnico Logistico Interforze Nucleare Biologico e Chimico (CETLI NBC) di Civitavecchia e dell’11° Reggimento Genio Guastatori di Foggia. Obiettivo complementare del Piano è quello di definire lo stato di qualità dei fondali delle aree in esame (prioritarie e non, per un totale di 19) e accertare eventuali successivi interventi di messa in sicurezza e bonifica, a tal fine l’ARPA Puglia, di concerto con il CETLI NBC, effettuerà le apposite determinazioni analitiche dei fondali marini.
L’ARPA Puglia, di concerto con la Direzione Marittima di Bari, sta curando l’organizzazione di corsi di informazione e formazione rivolti agli operatori della pesca circa le migliori pratiche da adottare nel caso di salpamento a bordo di residuati bellici o altri rifiuti pericolosi.”

Ma il sito web specifico per il programma risulta inattivo.

[Il Pentagono, ovverossia Il peggior inquinatore del Pianeta]

Due appuntamenti con Gianni Lannes

cover_italia_usa_e_getta_4582Due appuntamenti con Gianni Lannes (giornalista e fotografo freelance) per parlare dello stato di sudditanza politico-militare dell’Italia

Venerdì 24 Ottobre alle ore 20:30
presso Cooperativa Borgo Etico
Via Cavalcavia, 90
CESENA
Ingresso libero

presentazione di:
Italia, USA e Getta.
I nostri mari: discarica americana per ordigni nucleari

di Gianni Lannes

promuove l’Associazione Laboratorio di Ricerca e Conoscenza
per info: info@larico.org

***
Sabato 25 Ottobre alle ore 17:00
presso la Libreria Ubik Irnerio
Via Irnerio, 27
BOLOGNA
Ingresso libero

L’Italia in guerra. Al comando degli USA e della NATO

presentazione di:
Italia, USA e Getta.
I nostri mari: discarica americana per ordigni nucleari

globalizzazione natodi Gianni Lannes
e
La Globalizzazione della NATO.
Guerre imperialiste e globalizzazioni armate

di Mahdi Darius Nazemroaya

con Gianni Lannes (giornalista e fotografo freelance)
Alessandro Iacobellis (esperto di politica internazionale e traduttore de La Globalizzazione della NATO)
modera Federico Roberti, curatore di byebyeunclesam
introduce Eduardo Zarelli, Arianna editrice

per info: redazione@ariannaeditrice.it

Il problema è che l’Ucraina è finita

rogozin“Il problema è che l’Ucraina è finita. Il problema è che la fine della collaborazione con noi significa la fine dell’Ucraina come stato industrializzato. Nessuno vuole la loro roba obsoleta in occidente, dove peraltro hanno già le loro linee di produzione. Loro si stanno suicidando. Le loro autorità fermano alla frontiera prodotti già costruiti dalle fabbriche ucraine, unità come le turbine a gas per la flotta di superficie russa (della fabbrica Zorya Mashproekt di Nikolaev) motori (impianto Motor Sich di Zaporodze) missili Zenit (impianto Urmash di Dnepropetrovsk) a dispetto del fatto che noi abbiamo già pagato. Paradosso: andrà tutto in ruggine, ma con questi l’industria e la scienza Ucraina. Tutto questo mi spiace immensamente e ve lo dico in confidenza: alla fine dell’anno scorso avevamo ancora la speranza di riuscire ad aggiustare la situazione. Il Presidente Putin fatto tutto il possibile, all’epoca, per evitare che l’Ucraina andasse in testacoda, cosa che poi è successa. All’inizio di Dicembre mi ha mandato in Ucraina, in un solo giorno ho visitato i cantieri navali di Nikolaev, Zaporodze e Dnepropetrovsk, la sera sono arrivato a Kiev e la mattina dopo sono ripartito per Mosca. Ho incontrato diversi importanti scienziati ed ingegneri Ucraini i quali tutti erano ferrei nella propria volontà di proseguire la cooperazione con la Russia. Avevamo deciso di creare un centro studi unificato. E’ una cosa che saremmo ancora in tempo a fare anche oggi. Poi, il 21 Febbraio, quando hanno fatto il colpo di Stato, ho dovuto volare di nuovo a Kiev su ordine del Presidente Putin. Ho fermato la macchina all’uscita dell’aeroporto, perché era chiaro che l’Ucraina era finita. Questa è indubbiamente una tragedia per un sacco di persone che vivono in Ucraina, persone che sono cresciute negli stessi nostri centri di ricerca, che credevano nella cooperazione russo ucraina. Oggi per loro l’unica opzione è reimpiegarsi nel ramo della distribuzione. Ma io penso che abbiano anche un’altra opzione: venire in Russia da noi. Questo processo è già iniziato. Qualche mese orsono ero nel cantiere navale di Komsomolsky sull’Amur: lì ci sono centinaia di tecnici Ucraini, arrivati dieci anni fa. Non si sognano neanche di tornare in Ucraina. Le loro famiglie sono in Russia. Hanno ricevuto la cittadinanza per effetto della legge di naturalizzazione sul riconoscimento preferenziale della cittadinanza russa ai connazionali. Possono continuare la loro carriera come scienziati, esperti, ingegneri. Da Russi, in Russia. Faranno tutto quello che possono per consentire al nostro complesso militare industriale di superare ogni problema.”

Da Intervista a Rogozin vice primo ministro russo, di Vladimir Soloviev.
Dmitrij O. Rogozin, già ambasciatore della Federazione Russa presso la NATO, oggi ricopre la carica di Vice Primo Ministro, nella cui veste presiedeva la Commissione Militare Industriale prima che il presidente Vladimir Putin la elevasse di rango, trasformandola in Commissione Presidenziale.
Probabile prossimo candidato alle elezioni presidenziali in Russia del 2018, ne sarà quasi sicuramente il vincitore.

I soldati iracheni non vogliono morire per gli Stati Uniti

OperationIraqiFreedom

L’analista di geopolitica Patrick Henningsen ha riferito a RT che molti soldati dell’esercito iracheno ritengono che non abbia nessun senso morire per il governo fantoccio di Baghdad controllato dagli USA, poiché si rendono conto che ciò porterà alla cancellazione dell’Irak come Stato.

RT: Molti soldati hanno disertato l’esercito iracheno, perché l’hanno fatto?
Patrick Henningsen: Come già è stato riportato, ci sono molte ragioni sul perché l’esercito iracheno sia stato così inefficiente nonostante il fatto che i suoi uomini superassero le 250.000 unità in confronto alle 20-30.000 che hanno veramente combattuto contro l’ISIS. Il morale era molto basso e anche l’organizzazione dell’esercito iracheno lascia a desiderare. In poche parole, le forze armate dell’Irak sono nel caos totale. Ma visto come riflesso del Paese, anch’esso nel caos totale, non dovrebbe essere una sorpresa. L’altro problema che ha a che fare col morale dell’esercito iracheno è che tanti soldati che servono nell’esercito iracheno pensano che forse non sia così auspicabile morire per il governo fantoccio di Baghdad, un governo controllato dagli USA. Sfortunatamente, nonostante la retorica degli USA, dei Paesi NATO e della Gran Bretagna, la maggior parte degli Iracheni vede nel governo di Baghdad un governo fantoccio controllato dagli USA. Per quale motivo dovrebbe morire un soldato sano di mente? Da una parte, immaginiamo che abbia un grande orgoglio nazionale, ma dall’altra lo vediamo costatare che tutto porta alla cancellazione dello Stato nazione dell’Irak.

RT: Perché il governo iracheno sta arruolando di nuovo quei disertori per combattere lo Stato Islamico?
PH: Ora il governo iracheno sta cercando di reintegrare una parte dei soldati che ha perso, uomini che hanno lasciato il posto e sono stati classificati come disertori o semplicemente gente demotivata che se ne è andata. Solo la scorsa settimana a Ramadi, una provincia di Anbar, 150 soldati hanno lasciato il loro posto perché avevano finito le munizioni. Ciò vi dà l’idea della povertà organizzativa dell’esercito iracheno. E questa è la cima di una piramide di 250.000 unità, fortemente armate ma molto inefficienti. Ovviamente tutto ciò è stato organizzato dagli USA. Io penso che l’Irak sia stato volutamente lasciato debole dagli USA. Hanno lasciato deboli le forze irachene affinché più tardi esse necessitassero del loro aiuto. Nonostante ciò che gente come il Generale [Martin] Dempsey possa dire e nonostante ci sia chi parli del “genio del Generale Petraeus”, gli USA hanno lasciato l’Irak in una posizione molto debole, sia militarmente che politicamente, in poche parole, da ogni punto di vista.

RT: Si può garantire che i disertori riarruolati non diserteranno di nuovo?
PH: No, non c’è alcuna garanzia che i disertori amnistiati non se ne andranno di nuovo. Infatti, è probabile che lo faranno, perché i cambiamenti infrastrutturali da fare sono enormi per le forze armate irachene. Stiamo parlando in realtà di un numero che può andare da circa 5.000 a 15.000 disertori che potrebbero essere di nuovo reclutati. Ma ci sono enormi problemi logistici: viaggiare nell’Irak settentrionale e occidentale è molto difficile. In alcuni casi la gente che vuole rimettersi in lista o vuole riarruolarsi perché ha bisogno di soldi o perché sente che è la cosa giusta da fare, non può farlo nei centri di reclutamento perché per raggiungerli occorrono 4 o 5 giorni, mentre normalmente il viaggio durerebbe un giorno. Inoltre, devo sottolineare che uno dei motivi per i quali le forze armate irachene sono così deboli è il problema del settarismo. Le forze armate – come il Paese – sono divise in linee settarie. Gli USA hanno aumentato le sofferenze in 10 o 15 anni di invasione e di occupazione e hanno smantellato le milizie sciite con cui avrebbero potuto lavorare contro l’ISIS. L’ISIS non sarebbe durato una settimana in alcune aree dell’Irak se le milizie sciite fossero state presenti come alcuni anni fa, ma gli USA stanno andando fuori strada nel voler smantellare tutte le milizie, disarmare la popolazione irachena; così facendo, essi hanno bisogno di contare su una gigantesca piramide con le forze armate controllate dall’alto, cosa che sappiamo molto inefficace.

RT: Gli USA hanno fornito un sostanziale aiuto militare all’esercito iracheno. Allora perché esso è così incapace di combattere lo Stato Islamico?
PH: Uno dei problemi principali dell’Irak è la corruzione. Si tratta di abitudini che si sono formate durante l’invasione e l’occupazione americana. Per alcune persone, in molte comunità, i soldi sono veramente pochi. Un sacco di soldi sono andati dispersi, le attrezzature non hanno raggiunto la loro destinazione. Sottoequipaggiamento, sottoarmamento, mancanza di munizioni sono tutte cose normali se si parla a chiunque faccia parte del personale dei servizi di sicurezza o dell’esercito iracheno. Attorno all’anello d’acciaio che circonda Baghdad è tutto più sicuro e affidabile. Dove ci sono veramente i problemi è fuori, nelle estremità Nord ed Ovest dell’Irak, dove il bisogno è maggiore, dove più servono organizzazione ed equipaggiamento e dove però, semplicemente, mancano. Il problema non è quanto denaro occorrerà se non si affrontano i problemi principali, cosa che gli USA non possono fare e che il governo di Baghdad controllato dagli USA non è in grado di fare. Se non si affrontano questi problemi fondamentali, allora nessuna somma di denaro o risorse da impiegare potrà rendere questa forza militare una forza combattente del XXI secolo.

(Fonte – traduzione di M. Guidoni)

Il nuovo “ricco progetto di Blair”: promuovere il Gasdotto Trans-Adriatico nonostante le obiezioni degli Italiani

Trans Adriático-oleogasoduto

Claudio Gallo per rt.com

Perché un olivicoltore della solare Italia meridionale dovrebbe ricordare Tony Blair, l’ex Primo Ministro britannico che guidò la Gran Bretagna nella guerra contro l’Irak per distruggere le immaginarie armi di distruzione di massa di Saddam?
Dimentichiamoci che servì brillantemente come “barboncino” di George W. Bush o che fra i ranghi del Partito Laburista era l’erede più coerente delle distruttive riforme neoliberiste della Thatcher. Davanti agli olivicoltori di San Foca, tra le migliori spiagge della Puglia in Italia, si trova ora un profeta della globalizzazione “inevitabile”, un PR cosmico che ha voce in capitolo sul processo di pace-truffa in Medio Oriente (di solito viene a salvare il più forte) e gentilmente spiega ad alcuni dittatori come affrontare quelle stupide democrazie occidentali. Sì, Blair – che cosa stai facendo questa volta? Egli sta promuovendo un enorme progetto globale in nome di alcuni pezzi grossi i quali si preoccupano meno di nulla che la gente del posto non lo voglia.
Lo schema è, come sempre, un caso di potenti élite contro la gente comune, e indovinate lui da che parte sta? Continua a leggere

Tutti quegli artisti europei seppelliti dalla megacultura americana

“La cosa più importante che ho imparato è quanto l’Inghilterra è stata sommersa dalla cultura americana dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. L’America ci ha mandato dei grandi dischi e dei grandi film, ma il dilagare ha soffocato la cultura inglese. E’ indubbiamente a causa della lingua comune, ma in Francia i governi hanno anche protetto la loro cultura, sovvenzionato il loro cinema; in Inghilterra il cinema si è lasciato agonizzare lentamente. Mi sono reso conto fino a che punto non conoscevo i poeti russi, i cineasti tedeschi, i romanzieri italiani, tutti quegli artisti europei geniali ma dimenticati, seppelliti dalla megacultura americana.”

Joe Strummer (1952-2002), cantante e chitarrista di The Clash
(da un’intervista del 1998)