L’inevitabile tracollo euro-atlantico è in arrivo?

krym“Il tentativo degli occidentali (statunitensi ed europei) di isolare la Russia determinerà un boomerang, ossia alla fine a rimetterci saranno europei e statunitensi.
I media ufficiali dell’occidente stanno buttando fumo nell’occhio alla propria opinione pubblica parlando dell’aereo malese scomparso e di una Unione Europea che cerca fonti energetiche alternative al gas russo, ovviamente inesistenti! Quale paese potrebbe mai fornire il gas che potrebbe venire a mancare dalla Russia?
Obama che alza la voce, tuonando sanzioni contro la Russia, in realtà da un lato sta cercando di impedire una più stretta alleanza tra Cina e Russia e quindi pensa ad isolare internazionalmente i due paesi. L’incontro del G7 ha proprio la finalità di tentare di isolare la Russia e l’incontro trilaterale di Obama con Sud Corea e Giappone è per accerchiare la Cina. Infine l’incontro con i rappresentanti dei paesi arabi (Emirati Arabi e Arabia Saudita) è per tentare di frenare l’alleanza di questi con la Cina e dissuadere l’abbandono del dollaro.
La missione di Obama, però appare ardua. Sul fronte europeo, anche se tutti sono fedeli alleati degli USA, alla fine la Germania farà prevalere i propri interessi, che necessariamente passano per una “amicizia” con Russia e finiranno per riconoscere la situazione creatasi, ossia finiranno per riconoscere la riunificazione della Crimea con Russia. Non è un caso che proprio oggi, alla vigilia del vertice del G7, Der Spiegel pubblica un sondaggio di opinione in cui la maggioranza dei tedeschi accetta la riunificazione di Crimea con Russia.
Quindi per Obama tutto sarà vano per la semplice ragione che alla fine prevarranno gli interessi personali. Ne’ Europa, ne’ USA potranno impedire l’alleanza tra Cina e Russia; inoltre l’Arabia sa bene che la Cina rappresenta il futuro ed un socio commerciale sempre più importante per cui volente o nolente dovrà accettare l’abbandono del dollaro negli scambi col gigante cinese.
Gli USA, malgrado il loro immenso potere militare, con la crescente perdita del potere economico e l’impossibilità di continuare a trovare paesi disponibili a finanziare il proprio debito pubblico perderanno sempre più importanza a livello mondiale ed in Medio Oriente.
In definitiva il tracollo del valore del dollaro è vicino.  In questi ultimi anni, la Cina ha avvertito spesso gli USA di cambiare politica economica, ma gli USA hanno fatto finta di non sentire. Fino ad ora la Cina, il principale creditore degli USA, aveva cercato di tenere su il valore del dollaro proprio perché avendo una enorme quantità di dollari, un suo forte deprezzamento avrebbe significato forti perdite anche per lei. Adesso però ha decisamente cambiato politica: ha cominciato a vendere i titoli del debito pubblico USA (vedasi “La crisi irreversibile degli Stati Uniti”), ha utilizzato le montagne di dollari in suo possesso per investimenti in America Latina ed Africa, sta fortificando le relazioni con la Russia e si sta avvicinando sempre più all’Arabia Saudita, principale riserva di petrolio del Golfo e seconda riserva mondiale dopo il Venezuela.
Con la caduta del valore del dollaro, ci sarà l’inevitabile tracollo economico degli USA e in definitiva anche il tracollo degli europei, la cui unione (Unione Europea) comincia a traballare. La crisi economica in atto non solo potrebbe accelerare la disgregazione dell’Unione Europea e la fine dell’Euro, ma potrebbe accelerare anche la disgregazione di molti singoli Stati.”

Da Verso la fine del predominio del dollaro e la morte dell’occidente, di Attilio Folliero.

Quando è accettabile l’estrema destra per l’Occidente? Quando è in Ucraina

Anti-government protesters from far-right group "Right Sector" train in Independence Square in central Kiev

Neil Clark per rt.com

Alle élite politiche “progressiste” occidentali e ai giornalisti di establishment che agiscono come loro PR piacerebbe che noi pensassimo a loro come inequivocabilmente opposti al neo-nazismo, all’omofobia, al razzismo e all’estremismo politico di destra.
Ma quanto è realmente genuina la loro opposizione? Gli attuali disordini in Ucraina e le reazioni in Occidente a questi, suggerirebbero che è molto difficile dire questa cosa.
Immaginiamo per un momento che ci siano state violente dimostrazioni guidate da ultranazionalisti e neo-nazisti in un Paese dell’Europa occidentale e che in queste manifestazioni siano stati esposti manifesti di persone che avevano collaborato con i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Che siano stati urlati slogan neo-nazisti e che i loro leader abbiano rilasciato dichiarazioni anti-ebraiche e omofobiche. Che questi stessi manifestanti abbiano usato violenza per provare a rovesciare un governo democraticamente eletto e che abbiano assediato i palazzi governativi. Ci possiamo aspettare che le élite occidentali e i giornalisti di establishment denuncino con fervore i manifestanti, etichettati come violenti “rivoltosi”, che chiedano il ripristino immediato di “legge ed ordine” e l’arresto dei leader della protesta e che vengano perseguiti secondo la legislazione dell’istigazione all’odio.
Tutto ciò è quanto sta accadendo in Ucraina e ben distanti dal condannare i manifestanti dell’estrema destra, le élite occidentali stanno entusiasticamente sostenendo la loro causa. Continua a leggere

Le ultime ore di Hollande?

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Vietare Dieudonné? E perché non vietare l’effusione di Hollande a Riyadh?

Dobbiamo ridere o piangere di fronte al linciaggio mediatico, giudiziario e finanziario delle élites francesi contro un comico mentre il presidente François Hollande si trascina presso la dinastia dei Saud per presentarsi a una delle più oscurantiste, violente e razziste famiglie reali del mondo. Nel Paese che porta il nome della famiglia regnante, unico al mondo, le massime autorità religiose affermano che la terra è piatta come un tappeto da preghiera e accusano di blasfemia coloro che sfidano le loro tesi. Secondo stime, vi sono tra 10.000 e 30.000 prigionieri politici in Arabia Saudita. La discriminazione è un sistema contro sciiti, donne, lavoratori migranti, laici…
Secondo l’indice mondiale delle persecuzioni cristiane pubblicata dalla ONG Open House, l’Arabia Saudita è il secondo Paese al mondo dove i cristiani sono i più perseguitati. I non musulmani non possono visitare la Mecca e Medina. Torture, punizioni corporali, esecuzioni, censura completano l’oscuro record della famiglia regnante.
Ad agosto, il blogger saudita Raif Badawi è stato condannato a sette anni di carcere e 600 frustate per aver proclamato l’uguaglianza tra “musulmani, cristiani, ebrei e atei.” Oggi, Raif Badawi è minacciato di decapitazione per aver proposto un dibattito sulla religione. È accusato di apostasia, un reato punibile con la pena di morte.
La politica estera dei Saud non è certo più incoraggiante. Diversi gruppi terroristici sono infatti creature dei servizi d’intelligence sauditi in Siria, Iraq, Libano, Sahel, Yemen, Caucaso e Pakistan. Ispirati dalle autorità religiose saudite, questi eserciti dell’odio assassinano ogni giorno decine di innocenti, per puro divertimento, come le SS.
E’ davvero necessario ricordare che, a differenza dei sermoni wahhabiti, gli sketch di Dieudonné non hanno mai ucciso nessuno? Milioni di cittadini francesi hanno difficoltà a comprendere come i loro leader possano condannare un comico e incensare un regime tirannico come quello dei Saud. Se la “democrazia francese” è pronta a coprirsi di ridicolo e di vergogna vietando il tour di Dieudonné, in tutta onestà, si dovrebbe anche vietare la rappresentazione del suo presidente a Riyadh, dove ha lodato la “preziosa saggezza” di re Abdullah.
L’umorismo di Hollande avrà forse divertito la corte, ma probabilmente non farà ridere le vittime siriane dei missili Milan francesi forniti dall’Arabia Saudita ad al-Qaida.
Bahar Kimyongür

Fonte
(I collegamenti inseriti sono nostri – ndr)

Otto motivi per odiare la Siria

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Perché USA, Gran Bretagna, Unione Europea e Israele odiano la Siria
di Adrian Salbuchi, analista politico e commentatore a radio e televisione in Argentina, per rt.com

Una ragazza giovane e dai toni delicati che sta vivendo la tragedia siriana e ne parla con maggiore buon senso e rispetto della verità di quanto non facciano i potenti governi occidentali ed i pupazzi dei mass media controllati con i loro soldi.
Presentandosi solo come una “siriana, patriottica, anti–Neocon, anti–Nuovo Ordine Mondiale, anti-sionista, l’anno scorso ha creato il suo canale su Youtube (YouTube/User/SyrianGirlpartisan).
In un breve video (di nove minuti) lei spiega “gli otto motivi per cui il Nuovo Ordine Mondiale odia la Siria”. Faremmo tutti molto bene ad ascoltare…
Il suo “Le principali otto ragioni per cui ci odiano” è un eccellente riepilogo applicabile a qualsiasi nazione che abbia il rispetto di se stessa: Banca centrale non controllata dai Rotschild, nessun debito con il Fondo Monetario Internazionale, cibo non geneticamente modificato, anti-sionismo, secolarismo e nazionalismo.
Il suo breve messaggio si presenta come una sorta di manuale del buon senso che spiega perché gli Stati Uniti d’America, il Regno Unito, l’Unione Europea (specialmente la Francia) e Israele sono così portati a distruggere la Siria, una nazione la cui leadership semplicemente non vuole inchinarsi alle elites del Nuovo Ordine Mondiale, ben inserite all’interno del potere pubblico occidentale e nelle strutture di potere private (multinazionali/banche).
Lei descrive queste otto ragioni in maniera succinta e convincente, dando al mondo più alimento per il pensiero e si spera anche ispirando la messa in discussione di molte opinioni. Specialmente tra le popolazioni di USA, Gran Bretagna, UE e Israele che sono le uniche a poter esercitare una pressione diretta verso i propri politici eletti a Washington, Londra, Parigi, Tel Aviv e in altre capitali occidentali, per far sì che la finiscano di comportarsi come folli criminali e comincino a dar retta alla parola Noi il Popolo, in una maniera democratica e responsabile. Continua a leggere

Lettera aperta a Beppe Grillo 2.0

Decimo anniversario dell’invasione americana dell’Iraq

Caro Beppe,
sono padre Benjamin. Oltre ai miei complimenti per la tua performance e quella degli eletti M5S, voglio dirti quanto fai bene non concedere interviste ai giornalisti della stampa e televisione. Si sa che nelle loro Redazioni devono rendere conto agli ordini venuti dall’alto e seguire le “istruzioni dell’Azienda”. Ben pagati (dalle lobby dell’informazione) devono obbedire o tornare a casa. Per questo, i giornalisti della RETE sono liberi di scrivere e di raccontare il vero.
Anche a me stanno sulle palle questi giornalisti che proclamano il falso per denigrare, per offendere, per screditare e distruggere i testimoni di verità. Come si divertono sulle tue spalle in questi giorni!
Mi è rimasto sullo stomaco il criminale George W. Bush, che ha la lingua nera per gli effetti delle sue menzogne e la coscienza più nera ancora, e sta tranquillo nel suo ranch del Texas quando Tareq Aziz, che aveva dichiarato la verità, sta morendo in carcere a Baghdad. Hai mai sentito un giornalista in televisione raccontare il vero sull’Iraq, sulla Libia, su quello che sta realmente accadendo in Siria, in Mali e soprattutto nella grande democrazia dell’Arabia Saudita, dove stanno accadendo un sacco di cose interessante in un perfetto silenzio stampa?
Nel 2007 hai pubblicato sul tuo blog la mia lettera sull’Iraq nella quale denunciavo una prassi disgustosa di manipolazioni delle coscienze di giornalisti che hanno promosso, senza vergogna, le bugie pronunciate in 935 discorsi da George W. Bush e dalla sua criminale Amministrazione sulle armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein e altre montagne di menzogne. Tutto quello che dicevano e pubblicavano gli ispettori dell’ONU (Scott Ritter ad esempio) è stato filtrato, manipolato, falsificato, snaturato, con falsi documenti fabbricati dallo squallido Michael Ledeen e dal SISMI italiano, tra tante altre cose, sull’uranio comprato da Saddam Hussein alla Nigeria. Tutta roba falsa, in nome della Democrazia!
A “Porta a porta”, il deprimente Bruno Vespa, quando Gianfranco Fini mi buttava in faccia “Lei padre, non è degno di portare quest’abito”, lui sorrideva. Certo, avevo pubblicato il primo libro in Europa per denunciare l’utilizzo di armi all’uranio impoverito “Iraq apocalisse”, con una prefazione di Dario Fo, fatto due interventi all’ONU, ottenuto una Risoluzione della Commissione Affari Esteri della Camera. Cinque anni di lavoro a tempo pieno (a spese mie), dedicati a fare conoscere la verità sull’Iraq con libri, film e conferenze. Al clan Berlusconi-Bush-Blair padre Benjamin dava molto fastidio. Hanno anche provato a farlo tacere con interventi presso la Santa Sede. Non ha funzionato.
Nello stesso contesto, non ho potuto fare a meno di avviare una causa contro Magdi Allam che aveva pubblicato un articolo sul Corriere della Sera nel quale diceva che padre Benjamin faceva parte di un’organizzazione estremista islamica. Tutto questo perché mi avevano invitato a Damasco a parlare ai musulmani nelle moschee, il venerdì. E’ vero che non si vede spesso un prete fare omelie nelle moschee in Siria (ho messo un pezzo su Youtube), ma a me interessa partecipare al dialogo islamo-cristiano sul campo in Iraq, in Siria e nei paesi arabi, non nei convegni in alberghi a 4 stelle.
Ho scritto a Madgi Allam chiedendo di pubblicare una smentita, e cioè che non avevo cambiato religione e che ero sempre sacerdote cattolico. Niente, non ha nemmeno risposto. Nel 2007 ho vinto il processo, sentenza di primo grado dal Tribunale di Milano.
Caro Beppe, anche i giornali di sinistra hanno lo stesso DNA. Hanno scritto che padre Benjamin aveva preso e incassato allocazioni di petrolio “Oil for Food” offerti dall’Iraq. Poi, quando l’ONU ha pubblicato il suo rapporto di 2000 pagine, specificando che il ministero del petrolio a Baghdad ha confermato che Benjamin non ha mai ritirato queste allocazioni e che le aveva rifiutate per lettera a Tareq Aziz, non c’è stato uno solo di questi quotidiani di sinistra che ha avuto il coraggio di pubblicare la verità o per lo meno una smentita su quello che avevano pubblicato.
L’altra sera su LA7, alla trasmissione di Gad Lerner, il mio amico Jacopo Fo ha chiesto a Lerner se poteva dire alcune verità su Berlusconi. Momento di riflessione di Lerner che poi risponde “Certo, si… ma… non adesso”, poi non gli ha mai più chiesto di intervenire al riguardo. Jacopo è rimasto umile e silenzioso per il resto della trasmissione. Vedi, anche tra i più bravi dei giornalisti succede di stringere il sedere quando si trovano di fronte a certe imbarazzanti realtà.
Su un altro aspetto dell’attualità, riguardo alla Chiesa di Roma, sarebbe opportuno informare il prossimo Pontefice Romano su alcune cose. Ad esempio:
• Ordinato sacerdotale (nel 1991) ho assistito il cardinale Agostino Casaroli nei suoi viaggi all’estero (per quattro anni fino al 1995). Ho sentito e viste cose sconvolgenti che devono essere portate a conoscenza del prossimo Papa.
• Sarebbe bene anche riferire di un’altra cosa sconcertante. Il 14 febbraio 2003, durante la visita di Tareq Aziz a Giovanni Paolo II (a un mese dall’invasione americana dell’Iraq), sono accadute cose inammissibili e vergognose da parte di alti responsabili della Segreteria di Stato. A seguito, ho avuto un colloquio con il cardinale Jean-Louis Tauran (all’epoca incaricato degli Affari Esteri della Chiesa). Non mi ha risposto, è rimasto come la moglie di Lot, pietrificato.
• Dal 1994, risiedo ad Assisi. Anche qui, povero San Francesco, il suo Sacro Convento è diventato un vero e proprio cesto di granchio. Ci sarebbero anche da fare alcune domande al cardinale Giovanni Re, sul suo amico Roberto Leone.
Secondo il pensiero di Qoelet “c’è un tempo per riflettere e un tempo per agire“, basta sapere aspettare”.
Ti auguro ogni bene.

Jean-Marie Benjamin
Assisi, 12 Marzo 2013

Fonte

Syria. Quello che i media non dicono

SYRIA

Quella contro la Siria è in primo luogo una guerra mediatica e di disinformazione. Fin dallo scoppio della rivoluzione vi è il chiarissimo intento da parte dei media occidentali di mistificare e distorcere la realtà, dividendo il Paese in Buoni e Cattivi.
Le sentenze lapidarie arrivano dal caldo delle redazioni, pochissime le inchieste effettuate sui luoghi dei massacri, pochissimi gli inviati sul campo. Il quadro che ne risulta è un’analisi superficiale e colpevolmente unilaterale, che analizza i fatti in maniera arbitraria senza indagare le ragioni che ne stanno alla base, senza ricercare la verità.
È da questa premessa, che nasce l’idea del libro “Syria. Quello che i media non dicono” a cura di Raimondo Schiavone, con Talal Khrais, Antonio Picasso e Alessandro Aramu, un’indagine giornalistica, un diario di viaggio, un quaderno di appunti nel quale i giornalisti, autori del volume, annotano quanto sta accadendo in questa terra dal passato millenario.
Temi di stringente attualità affrontati senza filtri, abbandonando gli stereotipi interpretativi occidentali, per calarsi nel reale, nella quotidianità di una terra che cerca con forza di affermare la propria autonomia e indipendenza e trovare la propria strada verso la democrazia.
Dopo la “Primavera araba” una ventata di falso ottimismo ha percorso il Medio Oriente e il Maghreb. Ma, i regimi dispotici rovesciati hanno lasciato il campo libero a movimenti che nulla hanno a che 
fare con la democrazia: al-Qaida, salafiti, terroristi di ogni genere si sono accaparrati spazio e potere.
In Siria da due anni 
si combatte una guerra che vuole rovesciare Assad. Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti ed Europa però non sembrano rendersi conto che il legittimo governo siriano è l’unico in grado di garantire equità, pace
 e protezione al popolo. Quali sono le dinamiche di un conflitto che pare avviarsi sempre più verso una guerra civile? Chi ne trarrà vantaggio? E a danno di chi? E come interpretare la toccante vicenda della deputata siriana cristiana Maria Sadeeh, ampiamente trattata nel libro, alla quale la miope politica di casa nostra ha impedito di esprimere il suo legittimo punto di vista? Un saggio che si legge come un reportage, che analizza in modo preciso gli antefatti e gli sviluppi di una vicenda che i mass media occidentali, supportati dalle testate giornalistiche del Golfo Persico, mistificano e trasmettono in modo distorto.
Uno sguardo inedito sui fatti e sulle storie, ma soprattutto sulle persone, sui protagonisti di una stagione rivoluzionaria, dai leader ai terroristi prigionieri, in un susseguirsi di emozioni, pensieri e racconti di straordinaria autenticità.

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Un’amicizia molto pericolosa

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Il fondamentalismo islamico alleato tattico degli USA

““Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”, merita di essere letta con un’attenzione maggiore di quella che ad essa è stata riservata finora.
Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto di fondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”.
Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.
“È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”.
L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.
Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”.
L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.”

Da L’islamismo contro l’Islam?, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”,  n. 4, anno 2012.

Guerra asimmetrica per il dominio globale

“Il precipizio di un nuovo conflitto internazionale è di fatto aperto, in Siria. Sull’orlo del baratro, mentre il sangue viene tragicamente versato, è scontato il retrogusto amaro del “già visto”. I recenti avvenimenti in Libia e, più in generale, l’applicazione del “protocollo” occidentale nei conflitti internazionali degli ultimi due decenni (le guerre di aggressione anglo-statunitensi contro l’Iraq; la guerra “umanitaria” della NATO contro la Serbia; la guerra tuttora in corso contro l’ Afghanistan), fornito mediaticamente di un’ingerenza politico-giuridica giustificata dall’ipocrita “ideologia” di conquista dei “diritti umani” (il “bene” contro il “male”, rigorosamente etnocentrico e a “geometria variabile”) presuppongono in un immediato futuro un’altra guerra propagandata come “umanitaria”, che andrà drammaticamente a sommarsi a quelle che di fatto si combattono a bassa intensità ancora in Libia e, sotto il profilo di un’indotta guerra civile confessionale tra sunniti e sciiti, nell’intero Medio Oriente. Un’escalation probabilmente finalizzata, o meccanicamente concatenata, a raggiungere lo strategico Golfo Persico tramite l’aggressione militare all’Iran.
Va in onda, sullo sfondo, “Syriana”, lo spigoloso film – premio Oscar nel 2005 – che metteva in parallelo la geopolitica, le spie e le vite personali. Produzione d’ispirazione liberal, con un credibile George Clooney, il film polemizzava con i metodi dell’Amministrazione repubblicana nel governo degli interessi statunitensi in Medio Oriente. In realtà, il cinismo cruento della stagione neocon ha una coerente continuità con la sofisticazione dell’attuale Amministrazione democratica e dubitiamo che ora il cineasta e filantropico Clooney – “grande elettore” del presidente Obama – si impegni a dare una continuità cinematografica ai temi affrontati sette anni fa. Eppure la guerra asimmetrica per il dominio globale si è fatta ancora più subdola, con il finanziamento palese del Congresso e l’uso esplicito del terrorismo stragista e del sabotaggio del Paesi che, volenti o nolenti, vengono a rappresentare un oggettivo ostacolo all’egemonia dell’universalismo occidentale.
(…)
Le Nazioni Unite dichiarano ora che in Siria vi è la “guerra civile”; in realtà, dall’estate del 2011 il Paese è entrato in un conflitto etnico-confessionale, presentato in modo volutamente travisato, in Occidente, come “rivoluzione liberale”. Seppure con colpevole ritardo, il regime aveva dato l’avvio a incoraggianti riforme politiche e istituzionali in chiave laico-pluralista e partecipativa, sistematicamente ignorate fuori e – quindi – dentro la Siria con il chiaro intento di sovvertire la stessa sovranità nazionale. Una meta, questa, sempre perseguita dalla politica estera israeliana fin dalla fondazione come Stato nazionale, nella volontà di David Ben Gurion, e aggiornata, negli anni ’80, da Odded Yinon, che ha teorizzato la volontà di frammentare, ri-tribalizzare, in una segmentata moltitudine di piccoli “emirati”, i Paesi arabi. È un progetto ben avviato in tutto il Medio Oriente – in oggettiva coincidenza con la prospettiva politica del terrorismo fondamentalista – che in Siria andrebbe a separare Alauiti-Cristiani, Sunniti e Drusi, contagiando anche il Libano in una conflagrazione interetnica.
Nella politica del caos è sempre più evidente il ruolo degli “attori esterni”, così il Segretario di Stato, Hillary Clinton, accusa Mosca di avere fornito ad Assad gli elicotteri impegnati nella repressione (in realtà, acquisiti in tempi non sospetti da un libero Stato sovrano), la Russia ricorda come gli Stati Uniti abbiano da tempo deciso per il sostegno massiccio in armi, equipaggiamenti e fondi agli insorti, e le stesse Nazioni Unite denunciano nuove ingenti forniture di armi pesanti, arrivate da finanziamenti di fonte saudita per i “ribelli”. E il Consiglio di Sicurezza già discute dell’istituzione di una “no fly-zone”, cercando un pretesto per l’intervento, mentre sul campo l’opposizione armata combatte con scontri campali e il terrorismo qaedista fa saltare palazzi e compie stragi inaudite, con una studiata tempistica allineata all’agenda in discussione nel Palazzo di Vetro dell’ONU. Ha fatto scalpore, ma non ha fatto riflettere, la lettera con cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, a pochi giorni dalla sua nomina, metteva in guardia usando parole difficilmente equivocabili: «Si è insediata in Siria una forza terrorista, ostile a ogni mediazione». Così come, sempre nelle parole di Kofi Annan, il massacro di Houla – perpetrato dai ribelli su membri alauiti e su appartenenti a minoranze sciite, come appurato sul campo dal Frankfurter Allgemeine Zeitung – è stato il “punto critico” nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per il quale il regime siriano è stato immediatamente accusato dalla “orchestrale” totalità dei media occidentali. Si rimane ammutoliti, del resto, per la carneficina quotidiana nell’Iraq a governo sciita, stremato dagli attentati, perché quello che accade in Siria è parte di una resa dei conti finale tra schieramento sciita e sunnita, indotta dalla politica occidentale tramite l’operato diretto delle immense e corruttive risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e del Qatar, che hanno fidelizzato una Lega araba ridotta a cassa di risonanza demagogica e strutturato significativi apparati militari e di intelligence, oltre che di manipolazione (si vedano la recente “metamorfosi” e il ruolo assunto dal network leader dell’informazione nel mondo arabo Al Jazeera).
Gli apprendisti stregoni dell’interessato sconquasso globale perseverano a preparare la guerra nell’opinione pubblica mondiale, farneticando di agire «come si è fatto in Libia». Un intervento militare in Siria, ancorché motivato, secondo copione, da ipocriti falsi pretesti (la più profonda e inverificabile delle fosse comuni, un coinvolgimento dell’esercito atlantico di Ankara ecc.), avrebbe ben altro tipo di attrito e farebbe letteralmente esplodere l’intero Medio Oriente, con un unico vincitore regionale desiderato: lo Stato d’Israele. È emblematico – in tal senso – quello che è accaduto nella scala limitata dell’intervento “umanitario” in Libia nel marzo del 2011. Se l’obiettivo era quello di fare cadere la dittatura di Muammar Gheddafi, per avviare il Paese verso una nuova era di “pace e democrazia”, oggi assistiamo invece al caos realizzato: sfiducia reciproca tra un governo ad interim e le fazioni sul campo, elezioni rimandate sine dia, con la Cirenaica che annuncia la secessione e le milizie armate che spadroneggiano, arrivando a rioccupare l’aeroporto di Tripoli e a prendere a cannonate la sede del governo; il tutto mentre i diritti umani vengono violati sistematicamente, le carceri sono un inferno e gli immigrati dall’Africa subshariana vengono fatti oggetto di una brutale “caccia all’uomo”. È per questo risultato che la NATO ha bombardato per mesi, causando centinaia di vittime civili, denunciate anche nei rapporti dell’ONU? In compenso, una cosa sola funziona oggi in Libia: le ripristinate pompe di petrolio.
Paradossalmente, l’unica “legittimità” evocata negli ambigui corridoi del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per un intervento in Siria rischia di essere quella di fermare una paradossale “deriva afghana”. I media mediorientali scrivono che la «Siria è il nuovo Afghanistan», per la presenza iperarmata delle milizie salafite e di Al Qaeda. Un Afghanistan nel Mediterraneo? Il cerchio, dunque, si riapre: per uscire dalla guerra post-11 settembre al terrorismo islamico e dal sostegno al corrotto Karzai a Kabul, gli Stati Uniti e la NATO riaprono l’agenda di guerra, a sostegno però non di un regime collaborazionista (come a Kabul), ma dei “terroristi” insorti, rimodulando mediaticamente – per l’obnubilata opinione pubblica occidentale – i “buoni” e i “cattivi”. Una nuova guerra, quindi – se sarà – nel bel mezzo di una profonda crisi strutturale dell’economia capitalista e, in senso più generale, dell’incrinato modello di sviluppo occidentale. Distruzione, dissipazione, speculazione per alimentare l’iniqua legge di mercato che divarica come mai storicamente le risorse e i consumatori in scala globale: comunque sia, si tratterà quindi di una guerra liberaldemocratica, capace di compattare la NATO e di catalizzare nel “nemico oggettivo” la totalitaria volontà di dominio dell’Occidente. Nel limite delle nostre possibilità, ma nella certezza della nostra coscienza, onestà intellettuale e compostezza etica, vi ci opporremo, in nome dell’autodeterminazione dei Popoli, del pluralismo e di una visione del mondo e dell’essere non piegati alle ragioni dell’utile, dell’usura e del dominio materialistico.”

Da Syriana, di Eduardo Zarelli (grassetto nostro).

L’ipocrisia della “guerra umanitaria”

Altamente raccomandabile.

A sostegno della democrazia nel Vicino Oriente

All’Arabia Saudita la più grande fornitura di armamenti statunitense di sempre.
Ed Attwood per arabianbusiness.com (traduzione di L. Bionda).

L’azione saudita per acquistare qualcosa come 60 miliardi di dollari in armamenti dagli Stati Uniti sarà pressoché completata entro sei mesi, secondo le parole di un alto rappresentante di una società americana strettamente legata all’accordo.
“Al momento stiamo valutando tutte le proposte tra di noi, la nostra società, la società Boeing, la casa regnante saudita ed il governo americano” ha dichiarato Greg Churchill, vice-presidente esecutivo per le soluzioni e i servizi internazionali della Rockwell Collins, ad Arabian Business nel corso di un evento sulla difesa ad Abu Dhabi.
“Sto dicendo che tutti i piani si realizzeranno nei prossimi sei mesi prima della conclusione e che sappiamo bene ciò che stiamo facendo.
Intendo sei mesi salvo piccoli ritardi, che potrebbero essere dovuti a fattori temporali e politici connessi al progetto”, ha detto Churchill.
Essendo la più grande fornitura di armamenti statunitense di sempre, l’Arabia Saudita acquisterà qualcosa come 84 bombardieri F-15, così come strumentazione di aggiornamento tecnologico per 70 jet, poco meno di 200 elicotteri, missili e bombe a guida laser, sistemi radar avanzati.
La parte della società Rockwell Collins nel contratto sarà “superiore a 60-70 milioni di dollari”, ha dichiarato Churchill, aggiungendo che la compagnia avrebbe già iniziato a gestire gli ordinativi.
“Siamo già stati sollecitati dalla Boeing per una parte del lavoro che avrà implicazioni di lungo termine. Stiamo anche già lavorando al contratto, sebbene lo stesso non sia ad oggi definito. Ma tutto quanto sarà oggetto di decisione, come ho detto, entro sei mesi”.
La società, che produce sistemi di comunicazione e di avionica per piattaforme commerciali e militari, ha anche aperto da poco degli uffici ad Abu Dhabi e Dubai per cercare di aggiudicarsi ulteriori contratti negli Emirati Arabi Uniti.
Churchill sostiene di aspettarsi altre commesse più importanti con gli Emirati “nelle prossime settimane”.
Il funzionario ha anche aggiunto che starebbe pianificando di raddoppiare le vendite nel Vicino Oriente nel prossimo futuro, partendo da una stima di circa 25-30 milioni di dollari/anno, specialmente in riferimento alle previste riduzioni della spesa per la difesa statunitense.
“Questa regione è certamente più importante – Non penso che le sfide in atto in questa parte del mondo stiano diminuendo in alcun modo, al contrario nei prossimi mesi potremmo disquisire sul loro aggravarsi”, ha aggiunto Churchill.
“Non vedo quindi grandi cambiamenti nel prossimo futuro. Per noi quindi tutto ciò rappresenta un’opportunità”.

Queste le parole pronunciate dal signor Churchill lo scorso 22 febbraio.
Di lì a poco sarebbe iniziata l’aggressione militare alla Libia, tuttora in corso.
Davvero preveggente, il nostro.

Mancanza di paura

Per quanto riguarda l’ostilità di Israele, eliminiamo immediatamente la favola circa l’asserita volontà dell’Iran di distruggere Israele come giustificazione. Teheran sa che migliaia di testate nucleari israeliane e occidentali le cadrebbero addosso al primo fremito del genere. In verità, l’ostilità di Israele nei confronti dell’Iran in parte obbedisce alla paranoia provata di un Paese dalla salute mentale vacillante, ma soprattutto dalla sua volontà di essere l’unica potenza economica efficiente e l’unico gendarme nucleare della regione. Ma la guerra è uno dei mezzi utilizzati dallo Stato ebraico per mantenere a tutti i costi questa leadership economica. L’abbiamo visto, per esempio nel 2006, con la distruzione sistematica e senza alcun scopo militare, propriamente parlando, dell’infrastruttura economica del Libano (il suo attivismo nel cuore dell’amministrazione neocon USA per la guerra in Iraq, obbedisce alla stessa logica).
Anche se il suo sciismo è inquieto, l’Iran è soprattutto una potenza pragmatica. E Teheran oggi rivendica il riconoscimento di uno status di grande potenza regionale che vuole incarnare. Sa che l’influenza dell’Occidente è in declino, più di 5 miliardi di persone su questo pianeta almeno, non sopportano più l’ingiusta politica del doppio standard, l’indignazione selettiva per le violazioni dei diritti umani, la vacuità della sua narrativa, la brutalità del suo predominio economico, le sue virtuose macellerie di massa. Come ha dimostrato Jean Ziegler, nel suo libro “L’odio dell’Occidente”, la rabbia contro l’Occidente ha preso il sopravvento della paura dell’Occidente. Ed è questa mancanza di paura, incarnata oggi in qualche modo dal presidente iraniano, questa mancanza di sottomissione, che mette nel panico le élites occidentali.
Salvo scegliere l’opzione della guerra al di sopra dei propri mezzi, l’Occidente dovrà quindi trattare, negoziare per salvare ciò che può della sua influenza nella regione, con la sfida principale di tenere a bada l’entità sionista, per non essere trascinata da essa in un conflitto potenzialmente devastante, soprattutto senza poterla vincere. Di fronte al costante fallimento della pressione occidentale, è noto che almeno una parte dell’apparato statunitense sta già negoziando, dietro le quinte, con l’Iran. Ciò è dimostrato dal mantenimento al potere, in Iraq, di Maliki, che è stato possibile grazie agli sforzi congiunti di Iran e Stati Uniti … per la costernazione dell’Arabia Saudita, ancora alleato storico di Washington, che ha sostenuto il suo avversario. Così che, al di là delle voci isteriche, potrebbe esserci spazio per la ragione.

Da L’irresistibile ascesa dell’Iran, di Pierre Vaudan.
[grassetto nostro]

Compassione a Paesi alterni

Aggiungo soltanto che anche la storia delle lapidazioni in Iran è una bufala. Per quanto la lapidazione sia formalmente prevista dai codici, l’Iran ha posto fin dal 2002 una moratoria su questo tipo di pena capitale, tant’è vero che – come perfino i nostri media ogni tanto sono costretti ad ammettere, tra una lacrimevole sbrodolata e l’altra sui “diritti delle donne in Iran” – la pena cui Sakineh sarebbe condannata in caso di verdetto di colpevolezza per concorso in omicidio (non per semplice adulterio, come favoleggiato dai nostri giornali) sarebbe l’impiccagione, non la lapidazione. Tutte le notizie di lapidazioni in Iran dopo il 2002 vengono da fonti occidentali e non sono mai state confermate (e anzi sono state ripetutamente smentite) dalle autorità iraniane. Inoltre, nel 2008 è stato presentato al Parlamento iraniano un progetto di legge che chiede di eliminare anche formalmente la menzione della lapidazione dai codici penali. La revisione del sistema penale iraniano, in corso dal giugno 2009, mira, tra le molte altre cose, anche a questo obiettivo.
Paesi in cui la lapidazione è effettivamente praticata sono l’Afghanistan e l’Arabia Saudita (che prevede per le adultere anche la pubblica decapitazione), ma raramente vengono citati dalle cronache, trattandosi di “protettorati” o di alleati degli Stati Uniti.
(…)
En passant, ricordo anche che negli Stati Uniti, in Virginia, sta per essere giustiziata Teresa Lewis, per crimini non troppo dissimili da quelli di Sakineh (anche lei aveva organizzato l’omicidio del marito, insieme a quello del figliastro). Curiosamente, i giornali occidentali non hanno dedicato alla sua vicenda neppure un millesimo dello spazio dedicato a Sakineh, niente petizioni pubbliche, niente accorate rimostranze contro la disumanità del sistema penale americano. I riflettori della propaganda, evidentemente, non sono programmati per accendersi sulla barbarie dei dominanti.

Da Santa Sakineh, martire delle corna, di Gianluca Freda.

Novembre 2010, si ricomincia…
Non è stata impiccata, no. Sakineh – processata per l’omicidio del marito – è ancora viva e vegeta in prigione. Eppure gli allarmi rilanciati fino a ieri erano fortissimi: la stanno per uccidere, sì, lei, quella che rischiava la lapidazione perché donna in un regime che odia le donne. Ma non era vero niente. Così, milioni di piazze pavesate con il bel volto della donna iraniana, hanno composto gratis e in buonissima fede lo sfondo per l’instancabile propaganda che vuole la guerra contro Teheran.
Il corpo di Teresa Lewis, una “Sakineh” statunitense, giace da oltre un mese in qualche dimenticato cimitero, senza che «l’Unità» si sia presa la briga di mettere una sola volta la sua foto a fianco della testata, come invece fa ossessivamente da mesi per l’imputata iraniana. Come nascono queste distorsioni della percezione, il diverso peso di una vita rispetto a un’altra? Come mai un sistema penale è improvvisamente sotto gli occhi di tutti (l’Iran) e altri sono dimenticati (gli USA, l’Arabia Saudita?).
Le notizie che rimbalzano sul caso Sakineh, secondo gli organi informativi nostrani, provengono da varie Ong e organizzazioni umanitarie internazionali. Il lettore viene frastornato da una serie di sigle, che accumulandosi mettono in scena un movimento ampio. In particolare si fa riferimento al «Comitato internazionale contro le esecuzioni», al «Comitato internazionale contro la lapidazione», al «Consiglio centrale degli ex-musulmani», a «Iran Human Rights».
La particolarità è che le prime tre di queste organizzazioni fanno capo alla stessa persona: si tratta di Mina Ahadi, dissidente iraniana in Germania.
Le recenti notizie sull’imminente esecuzione di Sakineh Mohammadi Ashtiani comparse sulla nostra stampa sembrano avere tutte, dunque, la stessa fonte: ad esempio il «Sole24Ore» del 3 novembre cita il Comitato contro le esecuzioni (il cui portavoce è Mina Ahadi); il «Corriere della Sera» dello stesso giorno cita come fonte il Comitato contro la lapidazione (sempre Mina Ahadi), ma a rafforzare il discorso viene citato anche il portavoce di Iran Human Rights, il quale parla in una Adnkronos di “segnali inquietanti”, “preoccupanti”, che giungono da Teheran, ma poi specifica che mancano conferme. Dunque le sue dichiarazioni sembrano essere commenti rispetto a quanto già annunciato da Mina Ahadi, non altre fonti.
Le affermazioni di Mina Ahadi fanno sponda con Parigi e vengono riprese dal filosofo militante filoisraeliano Bernard-Henry Lévy che le amplifica attraverso il suo sito La règle du jeu. È da sottolineare che la campagna su Sakineh è partita e si è diffusa dalla Francia in tutta Europa soprattutto ad opera di Lévy, ma costui non cita mai fonti diverse da quelle provenienti da Mina Ahadi.
La Ahadi è anche la fonte principale (se non unica), in quanto testimone uditiva, circa l’arresto del figlio e dell’avvocato di Sakineh, avvenuto mentre i due stavano rilasciando una intervista a dei giornalisti tedeschi con la Ahadi che svolgeva il ruolo di interprete via telefono.
Mina Ahadi è un’esponente del Partito Comunista dei Lavoratori iraniano in esilio. Suo marito, impegnato nella stessa organizzazione, venne ucciso in Iran dopo la rivoluzione khomeinista. Ha lavorato dieci anni per la radio del partito quando faceva base nel Kurdistan iracheno. Riparata in Germania, nel 2007 ha fondato il Consiglio centrale degli «ex-musulmani» che ha come scopo la difesa dei musulmani, soprattutto all’estero, dall’ingerenza delle organizzazioni islamiche locali. Questa organizzazione propone addirittura l’abiura dell’Islam ritenendo che esso non sia riformabile, ma poi specifica che lotta contro l’Islam politico, non contro la religione.
(…)

Da Le distorsioni del caso Sakineh, di Sabrina Scanti.
[grassetto nostro]

Baku, 18 novembre – L’inchiesta su Sakineh Mohammadi-Ashtiani è ancora in corso: lo ha precisato Mahmoud Ahmadinejad in persona. “Stiamo ancora indagando sul caso. Gli investigatori iraniani sono molto competenti e arriveranno alle giuste conclusioni”, ha detto il presidente iraniano durante una visita a Baku, in Azerbagian.
Sulle pressioni della comunità internazionale affinché la sentenza sia rivista, Ahmadinejad ha risposto con una frecciata. “Voglio fare un mio appello: negli USA ci sono 53 donne condannate a morte. Perche’ il mondo non chiede a Washington perdono per queste donne?”, ha detto.
(AGI)

[Continua]

Stare a casa propria, mai?!

hartford

Un sottomarino nucleare americano e un’altra nave USA si sono scontrati oggi nello stretto di Hormuz, senza provocare danni all’unità di propulsione atomica.
Lo ha riferito la Marina USA, aggiungendo che 15 marinai a bordo del sottomarino USS Hartford sono rimasti lievemente feriti nella collisione con la nave anfibia USS New Orleans.
“Non ci sono danni all’impianto di propulsione nucleare dell’Hartford”, ha detto a Reuters il portavoce della Marina Nathan Christensen.
Lo stretto di Hormuz, tra Oman e Iran, collega i più grossi produttori di petrolio del Golfo, come l’Arabia Saudita, con il Golfo di Oman e il Mare arabico.
Circa il 40% del petrolio lascia la regione attraverso lo stretto.
“Non ci sono state ripercussioni sul traffico nello stretto. Entrambe le navi stavano operando nell’ambito del loro potere e sono passate attraverso lo stretto”, ha aggiunto il portavoce.
La collisione è avvenuta alle prime ore dell’alba e ha provocato la fuoriuscita di 25.000 galloni (circa 95.000 litri) di carburante.
“Il New Orleans ha riportato la rottura del serbatoio, che ha provocato la fuoriuscita di circa 25.000 galloni di diesel”, si legge in una nota della Marina USA, aggiungendo che sull’accaduto è stata aperta un’indagine.
(Reuters)

Quel sottomarino lo conoscono bene in Sardegna, dalle parti de La Maddalena…