La battaglia è appena iniziata

paese libero“Per quanto riguarda la popolazione italiana, le recenti elezioni hanno dimostrato che l’ondata sovranista ha toccato poco la nostra nazione. Non sopravvalutiamo il «successo» del PD, sostanzialmente ha funzionato l’operazione di unire al PD, il centro moderato che alla precedenti elezioni politiche aveva votato Monti (10% circa), non sono neanche da escludere consistenti brogli (di cui ha parlato apertamente Grillo), tuttavia, è chiaro anche da questi risultati che ancora non si intravvede in Italia il formarsi di una volontà collettiva che vada in direzione di un movimento sovranista. C’è da tenere nel debito conto questa importante differenza: la Francia ha solo da correggere una deviazione da un percorso di quella che resta una nazione sovrana, mentre in Italia il contesto è piuttosto diverso, in quanto nazione che, come la Germania e a differenza della Francia, ha un gran numero di basi militari statunitensi, a che partire da Tangentopoli, per concludere con il colpo finale che ha visto la definitiva sottomissione, a furia di attacchi scandalistici internazionali e di statuette in faccia che raggiungevano con facilità la faccia dell’allora nostro Presidente del Consiglio, l’incauto pagliaccio Berlusconi, provocando le sue dimissioni dal governo e la collaborazione forzata con i successivi governi, da Monti in poi. Da allora abbiamo perso anche del tutto la «sovranità limitata» di cui abbiamo goduto dal dopoguerra fino agli anni Ottanta, già seriamente compromessa con Tangentopoli (sovranità limitata che gli aveva fornito quella libertà di manovra, soprattutto in medio-oriente, necessaria al suo sviluppo). Per questi motivi, si tratta obiettivamente di una lotta molto più difficile. Inoltre, l’Italia ha completato la sua modernizzazione, il suo passaggio da paese prevalentemente agricolo a paese industriale sotto l’egemonia statunitense (un passaggio che era iniziato in realtà ben prima, dall’inizio del secolo, e che probabilmente ci sarebbe stato lo stesso anche se non fosse stata sotto la sfera d’influenza statunitense). Si fa fatica ad accettare che gli USA hanno da tempo concluso la fase egemonica, che lasciava un certo spazio di manovra agli «alleati» (subordinati) europei, e che senza una riconquista della sovranità nazionale, subordinandoci del tutto agli USA, non conserveremo nemmeno parte dell’attuale tenore di vita, già fortemente compromesso, mentre la nuova generazione è già senza prospettive. Finora non si vede una volontà collettiva intenzionata ad incamminarsi su di un percorso di recupero della sovranità. Se non si tratta di un opportunistico attendere l’evoluzione degli eventi, tipico della mentalità italiana, ma di un’incapacità permanente di reazione della nostra collettività, vedremo il declino dell’Italia come nazione significativa e il suo ritorno allo status di nazione povera.
10155523_705267379532435_6400827348388679339_nNon si possono considerare il Movimento 5 Stelle o la Lega di Salvini espressione di una volontà sovranista. Non bastano certo le recriminazioni sull’euro a fare del primo un movimento sovranista, anzi il voto favorevole all’abolizione del reato di immigrazione clandestina lo pone decisamente dalla parte dei movimenti non sovranisti. Detto per inciso, il controllo dell’immigrazione di per sé non ha nessuna connotazione razzista, in quanto una popolazione che risiede stabilmente su di un territorio ha tutto il diritto di stabilire chi, come e quanti individui provenienti da altre nazioni accettare sul proprio territorio. Questo diritto è uno degli attributi fondamentali della sovranità.
Per quanto riguarda la Lega, seppure essa ha una connotazione identitaria-comunitaria, un elemento essenziale della sovranità, il fatto che si manifesti in termini localistici, dimostra come ancora una volta in Italia il fattore identitario finisce per acquisire delle connotazioni patologiche (per usare un concetto previano che definiva nazionalismo e razzismo «patologie del comunitarismo», e tra queste, a mio parere, si può annoverare anche il localismo).
La non perdita di consensi del PD, nonostante il disastro economico e sociale, è preoccupante, perché tale partito è il principale nemico della sovranità nazionale e tra i principali responsabili del disastro economico in cui versa l’Italia (svendita delle aziende italiane pubbliche e private, intossicazione della vita politica ed economica attraverso un utilizzo distorto della magistratura, favoreggiamento di un’immigrazione finalizzata all’abbassamento del costo del lavoro). Cerchiamo di ricostruire per sommi capi questa degenerazione del principale partito della sinistra: il PCI non è nato come un partito anti-nazionale, Gramsci ne aveva fatto una questione centrale e in merito aveva avanzato analisi importanti e innovative, anche rispetto al dibattito di allora nei partiti comunisti; la lotta dei partigiani comunisti voleva essere anche una lotta di liberazione nazionale, anche se poi alla fine si trattò di scegliere tra due eserciti invasori; il PCI del dopoguerra nel suo simbolo aveva la bandiera italiana insieme alla bandiera rossa. Al crollo del comunismo, la seconda generazione cresciuta nell’insano recinto della «sovranità limitata», una generazione diversa da quella eroica della guerra e della lotta partigiana, invece che con una seria discussione sulla storia del comunismo ottocentesco, reagì con il puro e semplice rinnegamento della propria storia e passò armi e bagagli sul carro statunitense, passaggio che aveva già una sua storia quando Berlinguer guardava con favore all’«ombrello della NATO» e quando l’attuale presidente della repubblica faceva il suo viaggio «culturale» nel 1976 negli USA, guadagnandosi già da allora il titolo, non conferito ufficialmente, di referente della politica statunitense in Italia. Costoro come rinnegati si sono dimostrati disposti a svendere non solo la storia del loro partito, ma l’intera Italia.
(…)
L’evoluzione del contesto politico globale oggi pone al centro la riconquista della sovranità e bisogna attrezzarsi con le categorie adatte, nonché, ovviamente, con gli altrettanto necessari strumenti politici e militari
La battaglia è appena iniziata, ma il quadro politico acquisisce una maggiore chiarezza, si intravvedono le questioni dirimenti degli anni futuri e tra queste, lo possiamo dire con certezza, vi sarà la difesa della sovranità. Chiunque ritiene questo un obiettivo da perseguire è nostro amico, chi è contro è nostro nemico.
L’irrompere sulla scena della lotta per la difesa della sovranità deriva dalla nuova fase dello scontro in direzione di un mondo multipolare che vede una più netta contrapposizione tra Stati Uniti e Russia e relative manovre dei primi per subordinare i paesi europei alla proprio politica di aggressione alla Russia, una politica contraria agli interessi europei, basti considerare la sola questione energetica. Tali manovre hanno visto la perdita a partire dal governo Monti della residua sovranità limitata dell’Italia. Subordinazione che comporta la deindustrializzazione dell’Italia e la sua integrazione subordinata all’interno della sfera politica statunitense. Le conseguenze della deindustrializzazione vengono patite principalmente dalle classi inferiori e dai ceti medi produttivi.
Per principio, la difesa della sovranità non può essere né di «destra» né di «sinistra», se vogliamo rappresentare con queste categorie fuorvianti, sempre alla moda, le differenze ideologiche, in quanto senza sovranità qualunque sia l’indirizzo politico, economico e sociali delle forze politiche al governo esse dovranno sottostare alle imposizioni di chi detiene la sovranità effettiva. Quindi, chi antepone le differenze ideologiche alla difesa della sovranità è nostro nemico, qualunque sia il suo orientamento ideologico.
La difesa della sovranità è antecedente alle questioni ideologiche, agli indirizzi politici e sociali, ma può avere diverse declinazioni, di «destra» e di «sinistra», ad es. associate alla questione sociale, all’equità sociale (che non coincide con l’eguaglianza) e alla possibilità di un futuro dignitoso per ogni cittadino italiano. (E qui ad un eventuale lettore di «sinistra», scatterà subito una molla: «non ad ogni cittadino italiano, ma ad ogni essere umano». Ed è qui che sta l’errore, siccome la lotta avviene in un contesto determinato, noi lotteremo insieme a coloro che vivono in questo contesto, quello dello Stato dove si stabiliscono le leggi che regolano i rapporti tra i gruppi sociali, chi vive in altri contesti porterà invece avanti le sue lotte per migliorare la società in cui vive).
Non siamo che agli inizi di una era, se la Russia proseguirà nello scontro contro il sistema occidentale dovrà affrontare i problemi interni proponendo nuove soluzioni rispetto a quelle liberal-capitalistiche, perché soltanto con il coinvolgimento popolare potrà affrontare tale scontro (il consenso e l’appoggio popolare è l’unico autentico fattore di superiorità rispetto alla sola superiorità tecnica su cui punta l’Occidente), e tale coinvolgimento lo si realizza percorrendo una via opposta alle economie occidentali che vedono l’esclusione di fasce sempre più ampie di popolazione. Soltanto ridando una patria agli uomini, un contesto in cui la loro vita, il loro agire e patire, abbia un senso e una continuità questi sono disposti a compiere dei sacrifici, fino al massimo sacrificio della vita.”

Da La difesa della sovranità nelle lotte future, di Gennaro Scala.

I regimi alleati degli Stati Uniti si stanno preparando per la guerra

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Caleb Maupin* per rt.com (traduzione di M. Janigro)

Ogni anno lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) rende pubblico uno studio sulle spese militari nel mondo. Quest’anno il rapporto contiene molti dettagli interessanti.
Alcune cose all’interno del rapporto, presentato alla Commissione per il disarmo delle Nazioni Unite il 14 Aprile, non sono cambiate per nulla. Come accade da decenni, gli Stati Uniti rimangono il Paese che più spende nel mondo, nonostante i tanto pubblicizzati “tagli alla spesa”. Gli USA, la NATO e gli alleati non appartenenti alla NATO, ricoprono il 64% della spesa militare mondiale. Continua a leggere

Il Kosovo, ancora il Kosovo

kusavo flag“Nei drammatici avvenimenti e scenari di guerra in Ucraina e non solo, la cosiddetta “questione Kosovo” attraversa analisi, riferimenti, raffronti, alle volte in modo consono, altre volte strumentale. Chi semina vento raccoglie tempeste, si potrebbe sintetizzare, riferendosi alle strategie e scelte delle leadership occidentali e statunitensi in primis.
Un aspetto sicuramente emerge come dato di fatto, grazie all’”operazione Kosovo”, gestita dalla NATO, lo stravolgimento e annichilimento del Diritto Internazionale, cominciato con il processo di distruzione della Jugoslavia e approdato alla rapina della provincia alla Serbia, ha aperto scenari di destabilizzazione e conflittualità dilaganti e a macchia d’olio in ogni angolo del mondo. Ma il Kosovo resta un modello solo per quelle realtà filo occidentali e vogliose di vendere la propria indipendenza e sovranità ai grandi poteri finanziari e militari occidentali.
Al contrario per paesi e popoli alla ricerca di autonomi ed indipendenti processi di sviluppo e soluzione dei propri problemi, il Kosovo non può essere un modello; semplicemente perché il Kosovo è una soluzione imposta con una guerra della NATO, estraneo a qualsiasi processo di emancipazione, liberazione o indipendenza di un popolo.
Il Kosovo è semplicemente un entità che esiste e sopravvive solo grazie alla presenza di forze militari straniere che impongono lo status quo, per propri interessi geostrategici e per una scelta geopolitica, estranea agli stessi interessi della popolazione onesta albanese. Senza di queste in pochi giorni tornerebbe ad essere ciò che è sempre stato, una provincia serba in cui hanno da sempre convissuto, quattordici minoranze paritariamente, e non ciò che è oggi: un narcostato nel cuore dell’Europa, teatro di pulizie etniche, violenze, terrore e criminalità, imposte da una dirigenza criminale e terrorista alla popolazione civile, occupato militarmente da migliaia di soldati stranieri (occidentali) e dalla più grande base statunitense dai tempi del Vietnam.”

Il Kosovo, ancora il Kosovo, dopo la Crimea, ora anche nell’Ucraina orientale, la “questione Kosovo” ineluttabilmente riemerge, come una metastasi, di Enrico Vigna continua qui (il collegamento inserito è nostro).

Quanto ci costa il DEF della NATO

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Mentre nella «spending review» il governo promette una riduzione di 300-500 milioni nel bilancio della difesa — senza dire nulla, a quanto pare sugli F35 — , l’Italia sta assumendo nella NATO crescenti impegni che portano a un inevitabile aumento della spesa militare, diretta e indiretta. La NATO non conosce crisi. Si sta costruendo un nuovo quartier generale a Bruxelles: il costo previsto in 460 milioni di euro, è quasi triplicato salendo a 1,3 miliardi. Lo stesso è stato fatto in Italia, dove si sono spesi 200 milioni di euro per costruire a Lago Patria una nuova sede per il JFC Naples: il Comando interforze NATO agli ordini dell’ammiraglio USA Bruce Clingan – allo stesso tempo comandante delle Forze navali USA in Europa e delle Forze navali USA per l’Africa – a sua volta agli ordini del Comandante supremo alleato in Europa, Philip Breedlove, un generale statunitense nominato come di regola dal presidente degli Stati Uniti.
Tali spese sono solo la punta dell’iceberg di un colossale esborso di denaro pubblico, pagato dai cittadini dei paesi dell’Alleanza. Vi è anzitutto la spesa iscritta nei bilanci della difesa dei 28 Stati membri che, secondo i dati NATO del febbraio 2014, supera complessivamente i 1.000 miliardi di dollari annui (circa 750 miliardi di euro), per oltre il 70% spesi dagli Stati Uniti. La spesa militare NATO, equivalente a circa il 60% di quella mondiale, è aumentata in termini reali (al netto dell’inflazione) di oltre il 40% dal 2000 ad oggi.
Sotto pressione degli Stati Uniti, il cui budget della difesa (735 miliardi di dollari) è pari al 4,5% del prodotto interno lordo, gli alleati si sono impegnati nel 2006 a destinare al bilancio della difesa come minimo il 2% del loro pil. Finora, oltre agli USA, lo hanno fatto solo Gran Bretagna, Grecia ed Estonia. L’impegno dell’Italia a portare la spesa militare al 2% del pil è stato sottoscritto nel 2006 dal governo Prodi. Secondo i dati NATO, essa ammonta oggi a 20,6 miliardi di euro annui, equivalenti a oltre 56 milioni di euro al giorno. Tale cifra, si precisa nel budget, non comprende però diverse altre voci. In realtà, calcola il Sipri, la spesa militare italiana (al decimo posto su scala mondiale) ammonta a circa 26 miliardi di euro annui, pari a 70 milioni al giorno. Adottando il principio del 2%, questi salirebbero a oltre 100 milioni al giorno.
Agli oltre 1.000 miliardi di dollari annui iscritti nei 28 bilanci della difesa, si aggiungono i «contributi» che gli alleati versano per il «funzionamento della NATO e lo sviluppo delle sue attività». Si tratta per la maggior parte di «contributi indiretti», tipo le spese per «le operazioni e missioni a guida NATO». Quindi i molti milioni di euro spesi per far partecipare le forze armate italiane alle guerre NATO nei Balcani, in Afghanistan e in Libia costituiscono un «contributo indiretto» al budget dell’Alleanza.
Vi sono poi i «contributi diretti», distribuiti in tre distinti bilanci. Quello «civile», che con fondi forniti dai ministeri degli esteri copre le spese per lo staff dei quartieri generali (4.000 funzionari solo a Bruxelles). Quello «militare», composto da oltre 50 budget separati, che copre i costi operativi e di mantenimento della struttura militare internazionale. Quello di «investimento per la sicurezza», che serve a finanziare la costruzione dei quartieri generali, i sistemi satellitari di comunicazione e intelligence, la creazione di piste e approdi e la fornitura di carburante per le forze impegnate in operazioni belliche. Circa il 22% dei «contributi diretti» viene fornito dagli Stati Uniti, il 14% dalla Germania, l’11% da Gran Bretagna e Francia. L’Italia vi contribuisce per circa l’8,7%: quota non trascurabile, nell’ordine di centinaia di milioni di euro annui. Vi sono diverse altre voci nascoste nelle pieghe dei bilanci. Ad esempio l’Italia ha partecipato alla spesa per il nuovo quartier generale di Lago Patria sia con la quota parte del costo di costruzione, sia con il «fondo per le aree sottoutilizzate» e con uno erogato dalla Provincia, per un ammontare di circa 25 milioni di euro (mentre mancano i soldi per ricostruire L’Aquila). Top secret resta l’attuale contributo italiano al mantenimento delle basi USA in Italia, quantificato l’ultima volta nel 2002 nell’ordine del 41% per l’ammontare di 366 milioni di dollari annui. Sicuramente oggi tale cifra è di gran lunga superiore.
Si continua così a gettare in un pozzo senza fondo enormi quantità di denaro pubblico, che sarebbero essenziali per interventi a favore di occupazione, servizi sociali, dissesto idrogeologico e zone terremotate. E i tagli di 6,6 miliardi, previsti per il 2014, potrebbero essere evitati tagliando quanto si spende nel militare in tre mesi.
Manlio Dinucci

Fonte

Come si misura la sofferenza in Afghanistan?

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“Non esiste un dolorometro. La combinazione di macelleria-inferno – creata dalla NATO e dai talebani nel penultimo paese meno sviluppato del mondo, per la lotta tra i signori della guerra occidentali e quelli locali, l’inettitudine di un regime criminale formato da famiglie mafiose e protetto dalla NATO – ha strappato la vita a decine di migliaia di civili e costretto a fuggire dalle loro case milioni di loro.
Nell’Ospedale dei Bambini Indira Gandhi di Kabul il numero di bambini ricoverati per denutrizione severa si è quadruplicato dal 2012. Sono apparsi bimbi-vecchi, con la pelle che cade dal viso piena di rughe, a causa del marasma (Decadimento progressivo delle funzioni dell’organismo provocato da vecchiaia o da gravi malattie, n.d.t.), risultato di un forte deficit calorico.
Alle società occidentali che vivono dell’affare della guerra non importa neppure della morte di circa 3.400 soldati della NATO o lo sconvolgente dato che una media di 18 veterani delle guerre in Iraq e Afganistan si tolgano ogni giorno la vita. Alcuni, forse, per aver partecipato alla mattanza “per errore” di 16-23.000 afgani.
Il Nobel per la Pace Obama sostiene di essere l’artefice della “prima transizione democratica” afgana, una farsa dove la gente non potrà neppure scegliere tra un signore della guerra e l’altro; dalle urne uscirà quello deciso dallo Studio Ovale.”

Da Obama ha mentito: la NATO non se ne andrà dall’Afganistan, di Nazanín Armanian, politologa ispano-iraniana.

Gli Stati Uniti vogliono distruggere il “ponte” ucraino tra l’UE e la Russia – intellettuali tedeschi sostengono Putin

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Membri della società civile tedesca hanno scritto una lettera aperta al presidente russo Vladimir Putin, condannando la russofobia nei mass media e nell’establishment politico tedesco, mostrando supporto per le azioni di Mosca nella crisi ucraina in corso.
Il tenente colonnello dell’aviazione tedesca in pensione Jochen Scholz ha scritto una lettera aperta al leader russo in risposta al discorso che Putin ha fatto il 18 Marzo 2014 a margine della riunificazione della Crimea con la Russia. La lettera è stata controfirmata da centinaia di tedeschi, tra cui avvocati, giornalisti, medici, militari, studiosi, scienziati, diplomatici e storici.
In tale lettera gli intellettuali tedeschi affermano che il discorso di Putin “si è appellato direttamente al popolo tedesco” e meritava una “risposta positiva che corrisponda ai veri sentimenti dei tedeschi.”
La lettera riconosce che l’Unione Sovietica ha infatti svolto un ruolo decisivo nella liberazione dell’Europa dalla Germania nazista e ha sostenuto la riunificazione della Germania e la sua adesione alla NATO dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione del Patto di Varsavia.
All’epoca, il presidente degli Stati Uniti George Bush Sr. aveva assicurato alla Russia che la NATO non si sarebbe allargata verso est, eppure nonostante la dimostrazione di fiducia da parte di Mosca, gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno violato tale impegno, dice Scholz.
“L’espansione della NATO nelle ex repubbliche sovietiche, la creazione di basi militari nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia e la messa a punto di un sistema di difesa antimissilistico in Europa orientale, in contemporanea con il ritiro unilaterale dal trattato ABM degli Stati Uniti, costituiscono una flagrante violazione delle promesse,” si legge nella lettera.
Secondo l’autore, tale è la dimostrazione del potere e della disponibilità dell’Occidente a confrontarsi con Mosca in risposta al recente consolidamento economico e politico della Russia, che è diventato evidente dopo che Vladimir Putin è stato eletto presidente nel 2000.
In un’intervista con RT, Scholz ha elaborato la sua posizione sostenendo che gli interessi degli Stati Uniti e la visione dell’ordine mondiale, in cui al continente è assegnato il ruolo di “vassalli” di Washington, sono diversi dagli interessi europei.
“Durante la Guerra Fredda, gli interessi degli Stati Uniti e quelli dell’Europa erano quasi il cento per cento identici. Ma dal 1990 le cose sono cambiate. Gli interessi europei sono oggettivamente diversi da quelli degli Stati Uniti”, ha detto a RT. “Quindi il nostro compito qui in Europa, e certamente anche la Russia appartiene ad essa, è quello di prendere le nostre cose nelle nostre mani. Per lavorare reciprocamente in pace e cooperazione nel rispetto dei diritti umani”.
Gli europei sono ora “considerati un ostacolo sulla via delle intenzioni americane nella regione”, come rivelato dalla conversazione telefonica trapelata tra l’Assistente Segretario di Stato per l’Europa Victoria Nuland e l’ambasciatore degli Stati Uniti, afferma Scholz.
Avendo a mente l’obiettivo geopolitico principale degli Stati Uniti di neutralizzare la Russia, il colonnello in pensione crede, come indicato nella lettera, che Washington ha utilizzato il malcontento ucraino come “strumento” per raggiungerlo.
“Questo modello è stato utilizzato più volte: in Serbia, Georgia e Ucraina nel 2004, in Egitto, Siria, Libia e Venezuela,” recita la lettera indirizzata a Putin.
Discutendo la crisi ucraina più in dettaglio, Scholz ha sottolineato che l’obiettivo principale degli Stati Uniti era quello di “negare all’Ucraina un ruolo di ponte tra l’Unione Eurasiatica e l’Unione Europea.”
“Al contrario, vogliono portare l’Ucraina sotto il controllo della NATO,” il militare in pensione ha detto a RT, sottolineando che egli sostiene la proposta di Putin di costruire una “casa comune europea,” unita mediante una “zona economica comune da Lisbona a Vladivostok”.
Pertanto, l’autore e i co-firmatari della lettera sostengono le azioni intraprese dalla Russia come contrappeso agli interessi statunitensi.
“Basandoci sullo sfondo degli sviluppi in Europa dal 1990, la creazione di circa 1.000 basi militari statunitensi in tutto il mondo, il controllo da parte statunitense degli stretti di mare, così come il pericolo rappresentato dall’abuso di Maidan nei confronti della flotta russa nel Mar Nero – consideriamo la separazione della Crimea come misura difensiva e, allo stesso tempo, come un avvertimento: questa è una linea che non può essere attraversata”, afferma la lettera aperta.
Pur accettando la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo nel 2008 come un precedente per l’autodeterminazione della Crimea, la lettera sostiene che la differenza di principio in confronto è chiara. A differenza della Crimea, nel caso del Kosovo è stata “violata la legge internazionale dalla guerra aerea della NATO in cui la Germania, purtroppo, ha partecipato.”
In conclusione della sua lettera Scholz ha espresso la speranza che le nazioni europee possano concordare di non interferire negli affari di altre nazioni, ciò agendo come garanzia di pace nel resto del mondo. Ha chiamato Vladimir Putin un alleato dell’Europa e gli ha augurato “forza, resistenza e saggezza.”
Commentando la posizione del governo tedesco nei confronti della Russia, al momento, Scholz ha detto a RT che Berlino è in una “posizione molto difficile”, in quanto come membro della UE e della NATO gli obiettivi di questi blocchi sono in contraddizione con il desiderio tedesco “di sviluppare una più stretta relazione con la Russia.”
“Dobbiamo sviluppare la nostra politica di vicinato con la Russia e in quel modo possiamo andare avanti. Ma in ogni caso non ci dovrebbe essere un’ulteriore espansione della NATO verso i confini russi”, ha detto a RT.

[Fonte - traduzione di F. Roberti]