Misteri di una Repubblica a sobrietà variabile

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“Mauro è riuscito a parlare di un bombardiere concepito per l’attacco preventivo, o meglio per il “first strike” (anche nucleare) sul territorio nemico nel quale dovrebbe penetrare invisibile ai radar, senza mai usare parole che potrebbero far pensare alla guerra. Uno sforzo lessicale teso a cancellare ogni forma di trasparenza che fa sorridere tenuto conto che pure i bambini sanno che il JSF rimpiazzerà Tornado, Harrier e Amx, guarda caso gli stessi jet che hanno lanciato oltre 700 bombe e missili sulla Libia più molte altre in passato su Kosovo, Bosnia, Iraq e più recentemente sull’Afghanistan. Non sarebbe stato più serio e trasparente affermare che quei velivoli ci servono per bombardare il nemico insieme ai nostri alleati, o meglio bombardare quei nemici che la “comunità internazionale” ci indicherà? Forse no perché a ben riflettere i libici che bombardammo nel 2011 non erano nostri nemici ma bensì alleati ai quali eravamo legati persino da un trattato militare. E poi il termine “nemico” indica inequivocabilmente la guerra che la nostra Costituzione ripudia almeno parzialmente: per questo l’abbiamo ribattezzata “missione di pace”.
Cercare di spacciare l’acquisto degli F-35 con la “necessità di avere mezzi efficienti di altissimo livello che servono a garantire la pace, ad evitare effetti collaterali” come ha ribadito il ministro della Difesa a Uno Mattina è tendenzioso e fuorviante sia perché i danni collaterali i nostri piloti sono riusciti a evitarli (o a limitarli) anche senza gli F-35, sia a fronte dei costi che dovremo affrontare per acquisire i jet statunitensi e tenerli in linea nei prossimi decenni. Costi incompatibili con le risorse che la Difesa assegna (e presumibilmente assegnerà anche nell’immediato futuro) all’Esercizio, cioè alla parte del bilancio adibita alla gestione di mezzi e infrastrutture e all’addestramento. Che non ci siano alternative all’F-35 è poi quanto meno discutibile dal momento che i tedeschi (che non acquistano l’F-35) impiegano i loro Eurofighter Typhoon anche per l’attacco al suolo.
Cosa che potrebbe fare anche l’Italia e che farà dal momento che armi come il missile da crociera Storm Shadow che oggi equipaggiano i Tornado verranno imbarcati in futuro sui Typhoon… anche perché non entrano nella stiva degli F-35. Il Typhoon del resto è un cacciabombardiere idoneo a svolgere operazioni contro altri velivoli come contro bersagli a terra e come tale viene impiegato anche dai britannici. Se vogliamo parlare di sprechi chiediamoci piuttosto perché stiamo cercando di svendere sul mercato dell’usato 24 Typhoon della prima serie, velivoli ancora nuovi, per ridurre il numero di quei jet in forza all’Aeronautica da 96 a 72 e ”fare posto “ a 75 F-35.
Se avessimo mantenuto la commessa prevista di 121 Typhoon, aggiornando i primi esemplari, avremmo già i velivoli necessari a tutte le esigenze dell’Aeronautica con un forte risparmio generale, dal costo di acquisizione a quello logistico determinato dal disporre di un solo aereo da combattimento e col vantaggio di puntare su un prodotto europeo nel quale la nostra industria è progettista, produttrice ed esportatrice. Curioso che un europeista convinto come il ministro Mauro si accodi alla lunga fila di coloro che ci vogliono mettere tecnologicamente e sul piano industriale e strategico nelle mani degli Stati Uniti.”

Da Se l’F-35 diventa “di pace”, di Gianandrea Gaiani.

Un’amicizia molto pericolosa

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Il fondamentalismo islamico alleato tattico degli USA

““Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”, merita di essere letta con un’attenzione maggiore di quella che ad essa è stata riservata finora.
Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto di fondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”.
Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.
“È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”.
L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.
Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”.
L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.”

Da L’islamismo contro l’Islam?, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”,  n. 4, anno 2012.

La guerra di Bosnia sotto falsa bandiera

Si infittiscono ormai da qualche tempo gli interventi di quanti sono lieti di avallare le tesi “ufficiali”, per cui la guerra di Bosnia fu la follia di “psicopatici nazionalisti” (Radovan Karadzic, il poeta pazzo in primis, e si sa che tra poeti ed acquarellisti la differenza è poca …), oggi finalmente a giudizio grazie alla caparbietà di pochi magistrati coraggiosi (vedi Carla Del Ponte, che ha pure scoperto gli orrori della “casa gialla” in Kosovo, “Oh my God!”).
(…)
Tra questi articoli rievocativi, spicca quello del 1 luglio 2010 di Azra Nuhefendic, “Al mercato di Markale” (strage del 28 agosto 1995), in cui si cerca di smentire quanto attestato dai fatti (ma che le cronache, anche successive, si guardarono bene dal riportare), e cioè che le due terribili stragi al mercato di Sarajevo (decisive per orientare l’opinione pubblica internazionale e, di conseguenza, per giustificare i bombardamenti della NATO contro i serbi che stavano vincendo la guerra) non furono opera dei serbo-bosniaci.
L’articolo cita il colonnello russo, Andrei Demurenko, esperto in balistica e capo del personale Unprofor a Sarajevo, estensore di un rapporto che provava l’ impossibilità di colpire Markale con i mortai dalle posizioni serbe (guarda caso la CNN sapeva dell’evento e si trovava lì prima del massacro, ma non era stata “avvisata” dai serbi).
Esistono anche degli schizzi tecnici che questo colonnello russo aveva fatto e che vennero inquadrati, al momento della ricostruzione degli avvenimenti, dalla televisione serba.
Dopo pochi giorni Demurenko fu però rimandato a casa e la relazione venne nascosta (se la tenne per due settimane Kofi Annan nel suo cassetto privato) il tempo sufficiente per accusare falsamente i serbi e decidere quali ulteriori provvedimenti adottare contro di loro.
Il colonnello russo non può certo negare un documento da lui stesso prodotto e non dubito l’abbia mai fatto, come sostiene Nuhefendic, perché si trattava di un professionista che non accettava di raccontare bugie, al contrario di molti ufficiali della NATO, spesso sbugiardati.
Lo stesso analista militare britannico, Paul Bever, che pure raccontò di 4 ordigni di mortaio da 120 millimetri lanciati dai serbi e che caddero vicino alla zona del mercato senza provocare vittime, ammise l’1 ottobre 1995 che la deflagrazione fu cinicamente provocata dai musulmani per influenzare i negoziati di pace.
Probabilmente c’erano cinque pacchi di esplosivo sotto le bancarelle, attivati a distanza, mentre la CNN registrava in diretta.
Il “Sunday Times” parlò allora di una quinta granata da mortaio devastante (e non proveniente dalle postazioni serbe), che però difficilmente avrebbe potuto provocare una strage di tali proporzioni.
Invece tutto il mercato fu colpito da più esplosioni che provenivano da vari punti sotto le bancarelle, al punto che lo stesso Bever scrisse che si doveva dubitare anche della precedente strage di Markale (67 morti il 5 febbraio 1994), come testimoniato peraltro dal delegato speciale per la Bosnia delle Nazioni Unite, Jasushi Akashi, poi costretto alle dimissioni.
(…)

Da Le verità sulla Bosnia che non si possono raccontare: “Al mercato di Markale”, di Stefano Vernole.
[grassetto nostro]

Il Montenegro diventa una base

A seguito di una consultazione referendaria, il Montenegro ha dichiarato la propria indipendenza il 21 maggio 2006. Con un territorio di 14.000 kmq (meno della Puglia) e 650.000 abitanti, è stato il 192° ed ultimo Stato ad entrare nell’ONU.
A distanza di soli sette mesi, aveva già aderito al Partenariato per la Pace della NATO. I montenegrini però non sono mai stati interpellati sulla questione, ed alcuni sondaggi suggeriscono che un 70% di loro voterebbe contro l’ingresso nell’Alleanza Atlantica se avesse l’opportunità di farlo. La principale ragione di questa ostilità sta nell’aggressione della NATO alla ex Jugoslavia del 1999.
Nel giugno dell’anno scorso, la NATO ha svolto un proprio seminario a Podgorica, capitale del Paese. Dopo solo due settimane, è stato lanciato un cosiddetto “Dialogo Intensificato” tra la NATO ed il Montenegro. A novembre 2008, il Presidente Milo Djukanovic – dopo esser stato rassicurato che “la NATO non è stanca di allargarsi” (testuali parole dell’ex segretario generale Jaap de Hoop Scheffer) – ha presentato formale domanda di ingresso nell’alleanza, tradottasi in un Piano d’Azione Individuale per l’Adesione.
Il mese successivo, il Montenegro e la Bosnia sono stati accolti nella “Catena Adriatica” (Adriatic Charter), il meccanismo di cooperazione intrapreso sotto l’egida statunitense nel 2003 per coordinare gli sforzi di Albania, Croazia e Macedonia durante il loro cammino di avvicinamento alla NATO (conclusosi solo per i primi due Paesi).
Il 17 dicembre scorso, l’ambasciatore negli Stati Uniti Miodrag Vlahovic ha firmato un SOFA che stabilisce termini e condizioni per lo stazionamento di forze militari di tutti i Paesi membri NATO in Montenegro.
Ad inizio febbraio 2009, Frank Boland, direttore della Pianificazione per la Politica di Difesa della NATO, ha dichiarato ad un quotidiano balcanico che il Montenegro potrebbe diventare un membro dell’alleanza nel 2012, una volta che il Paese si sia adeguato agli standard NATO per quanto riguarda l’addestramento delle truppe.

Lo scorso 28 luglio, il Montenegro ha annunciato di stare assegnando un contingente iniziale di 40 soldati alla missione ISAF in Afghanistan.

L’Italia chiamò: i soldati denunciano l’uranio impoverito

«I soldati americani erano equipaggiati diversamente. Prima di entrare in una zona considerata a rischio indossavano tute protettive, guanti speciali, maschere con filtro. Noi invece lavoravamo a mani nude, le nostre maschere, quando ce le davano, erano di carta, tute niente».

Quattro soldati cercano un difficile ritorno alla normalità dopo essersi ammalati di tumore operando in zone bombardate con armi all’uranio impoverito. Luca, Emerico, Angelo e Salvatore hanno scelto volontariamente la divisa, ma sono stati abbandonati dall’Esercito proprio quando hanno dovuto lottare per la vita. Chi ha denunciato ha subito minacce e ricatti, chi ha taciuto è sprofondato nella solitudine. L’Italia chiamò è un’inchiesta multimediale che racconta attraverso immagini e testo gli effetti dell’inquinamento bellico sul personale delle forze armate italiane impiegato in Bosnia, Kosovo e Iraq. Il documentario giornalistico, premiato dalla critica, riannoda in un diario intimo le storie dei soldati, ricostruendo la catena delle responsabilità.

Ottobre 1993. Travolto dallo scandalo della Sindrome del Golfo, che ha fatto migliaia di vittime tra i militari inviati in Iraq, il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti dirama le prime norme generali di protezione dall’uranio impoverito. Il videotape informativo, originariamente destinato alle caserme, viene trasmesso a tutti i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica, ma in Italia lo Stato Maggiore dell’Esercito non lo mostrerà mai ai soldati, che continueranno a partire per le missioni di “pace” all’estero senza adeguate protezioni, ammalandosi e morendo. Perché i vertici delle forze armate hanno taciuto? Hanno sottovalutato i rischi oppure nessuno ha voluto assumersi la responsabilità di rispondere alle famiglie di chi aveva subito la contaminazione? In uno scenario inquinato da statistiche fasulle, due Commissioni parlamentari d’inchiesta hanno cercato di ristabilire la verità dei fatti, riuscendoci solo parzialmente. Per alcuni scienziati non è dimostrabile il nesso causa-effetto tra l’insorgenza dei tumori e l’esposizione all’inquinamento bellico. Ma nei corpi dei soldati ci sono elementi chimici che possono provenire solo da esplosione di uranio impoverito. Di recente i tribunali ne hanno riconosciuto gli effetti letali, aprendo la strada a centinaia di richieste di risarcimento. Mentre la politica litiga sulle cifre, chiunque è libero di sperimentare armi non convenzionali nei poligoni sardi, bastano 50.000 dollari ed un’autocertificazione. Il picco dei decessi deve ancora arrivare, avvertono gli scienziati, aspettiamoci il peggio.

Secondo le organizzazioni che raggruppano i familiari delle vittime, oltre 2500 soldati sono stati colpiti dalla Sindrome dei Balcani, mentre 167 sono già morti. Questa tragedia si sarebbe potuta evitare, ma lo Stato Maggiore della Difesa dell’Esercito italiano, pur conoscendo da molto tempo i rischi di un’esposizione prolungata all’uranio impoverito, non ha fornito ai militari l’equipaggiamento necessario.
Il nemico invisibile sono le radiazioni e le polveri sottili prodotte durante i bombardamenti. Un video, girato dagli stessi soldati e tuttora classificato come riservato, mostra le procedure standard adottate durante l’Operazione Vulcano, una massiccia bonifica effettuata in Bosnia il 14 novembre 1996. I soldati seppelliscono in una profonda buca le armi e le munizioni lasciate sullo scenario di guerra dall’esercito yugoslavo, poi le fanno brillare. Con il risultato che una nuvola radioattiva investe l’accampamento. Dopo otto anni, otto dei soldati che hanno partecipato a quella operazione si sono ammalati di tumore, due sono morti, mentre altri due hanno avuto figli con malformazioni genetiche.
L’Italia chiamò è un’inchiesta multimediale su uno scandalo militare che ha avuto poco visibilità in Italia nonostante la morte di centinaia di militari. Le testimonianze di Emerico, Angelo, Salvatore e Luca – congedati dall’Esercito e ritornati alla vita civile – sono intrecciate al dramma della difficile guarigione dalla malattia.

L’Italia chiamò.
Uranio impoverito: i soldati denunciano

di Leonardo Brogioni, Angelo Miotto, Matteo Scanni
Edizioni Ambiente, ISBN 978-88-96238-07-3

L’Italia chiamò è anche un documentario, la cui versione originale (in dvd allegato al libro) ha una durata di 47 minuti.
Qui è possibile visionarne una versione ridotta da 15 minuti.

Center of Excellence for the Stability Police Units (CoESPU)

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Sovente da queste pagine abbiamo parlato di Vicenza, in merito alla questione del raddoppio della base statunitense presso l’ex aeroporto Dal Molin. Ma nel capoluogo berico sorge un’altra struttura sulla quale vale la pena spendere qualche parola. Dal primo marzo 2005, è stato infatti istituito a Vicenza, presso la caserma Chinotto, il CoESPU (Center of Excellence for the Stability Police Units – Centro di Eccellenza per le Unità di Polizia di Stabilità), struttura nella quale viene addestrato il personale per le PSO (Operazioni per il Supporto della Pace). La creazione del CoESPU venne stabilita (su proposta italiana) nel vertice dei Paesi del G8 tenutosi nel 2004 a Sea Island negli Stati Uniti, occasione nella quale i Paesi partecipanti al vertice hanno formalmente adottato un piano d’azione denominato “Espansione della Capacità Globale nelle Operazioni per il Supporto della Pace”, che mira ad aumentare la capacità globale di sostegno a tali operazioni, in particolare nei Paesi africani.
Le basi erano state gettate nel 2002 al vertice di Kananaskis, dove ci si era prefissi l’obiettivo di far sì che le nazioni africane entro il 2010 potessero partecipare a tali operazioni. La ricerca di un sempre maggiore coinvolgimento dei Paesi africani in questo tipo di operazioni è un chiaro segnale di come gli Stati Uniti siano sempre meno in grado di gestire da soli le situazioni di conflitto da essi stessi generate, in particolare in Afghanistan ed Irak.
L’obiettivo che il Centro si prefigge è l’addestramento entro il 2010 di 7.500 unità, il 10% del quale formato da personale tipo Carabinieri/Gendarmeria. Si conta di aver addestrato entro tale data 3.000 ufficiali e sottufficiali, i quali una volta fatto ritorno al loro Paese di origine potranno addestrare ulteriori 4.500 unità. Il modello al quale ci si ispira è quello delle MSU (Unità Multinazionali Specializzate) che ha fornito personale per le operazioni in Bosnia, Kosovo ed Irak. A tal proposito va evidenziato come la caserma Chinotto sia anche la sede della Gendarmeria Europea, un corpo di oltre 3.000 uomini cui partecipano le forze di polizia militarizzate di Italia, Francia, Spagna, Portogallo ed Olanda. La forza sarà a disposizione dell’Unione Europea ma potrà operare in favore dell’ONU, della NATO, dell’OCSE e di altri organismi internazionali.
Ritornando al CoESPU, il personale che partecipa ai corsi viene preparato ad operare sia in contesti militari che in contesti civili, gestendo la fase di transizione da un contesto di guerra ad un contesto per così dire di normalità.
La durata dei corsi varia dalle 5 alle 7 settimane, le lezioni si tengono in inglese e si concludono con l’assegnazione di un certificato che abilita all’impiego ONU. Va sottolineato che la scuola usufruisce di robusti finanziamenti del governo americano, anche se purtroppo l’ammontare di tali finanziamenti non è noto. Il comando resta interamente italiano, ma il vicedirettore (svincolato dalla catena di comando) è un ufficiale statunitense, ed ulteriori contributi sono stati offerti da Francia e Canada. Al momento i Paesi coinvolti sono una trentina ma sembra siano destinati ad aumentare.
Concludiamo riportando uno dei punti-chiave fra quelli che sono indicati come obiettivi principali del CoESPU, così come riportato sul sito dell’Arma dei Carabinieri: “Interagire con organizzazioni internazionali e regionali, quali le Nazioni Unite, la NATO, l’OSCE, l’Unione Europea [...]; accademie ed istituti di ricerca (per es. il George Marshall Center); istituzioni di ricerca militari come il NATO Joint Analysis and Lesson Learned Center o lo US Army Peacekeeping and Stability Operations Institute e lo US Army Center for Lesson Learned”.

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Quello che ricorda per certi aspetti la famigerata “Scuola delle Americhe” che formò migliaia di ufficiali latinoamericani nelle decadi in cui le dittature imperversavano nel continente, si chiama “Center of Excellence for Stability Police Units, (CoESPU)”, e dal marzo 2005 è ospitato presso la Caserma “Chinotto” di Vicenza, sotto il comando dell’Arma dei Carabinieri. Il 4 e 5 maggio, il centro di formazione e addestramento internazionale delle “forze di polizia” africane è stato visitato dal generale William “Kip” Ward, a capo del Comando Africom di Stoccarda. Nell’occasione, Ward ha incoraggiato l’alto ufficiale dei Carabinieri Umberto Rocca, responsabile del CoESPU, a proseguire nello “sviluppo delle abilità degli ufficiali delle forze di polizia africane affinché operino nelle missioni di peacekeeping nel continente”, assicurando che “Africom continuerà a mantenere stretti legami con il Centro d’Eccellenza di Vicenza”. “Fate buon uso di quest’esperienza”, ha poi raccomandato ai militari di Camerun, Nigeria, Mali e Burkina Faso, ospiti di uno dei corsi attualmente in fase di realizzazione nella città veneta. Prima di lasciare la caserma “Chinotto”, lo zar delle nuove campagne USA in Africa ha rivelato che Serbia, Nepal ed Indonesia potrebbero inviare presto propri reparti per potenziare le missioni internazionali di “peacekeeping” nel continente.
(…)
Durante la sua visita a Vicenza, il capo supremo di Africom si è recato pure a Camp Ederle. A conclusione dell’incontro con il generale William B. Garrett III, comandante di US Army Africa, William Ward ha voluto ringraziare ufficialmente i militari statunitensi per il ruolo assunto nelle missioni in terra d’Africa. “US Army Africa sta supportando Africom in una serie d’incarichi finalizzati a migliorare le funzioni dei militari africani, costruire partenariati e promuovere forze militari professionali”, ha dichiarato l’alto comandante USA.
“In Rwanda, il personale US. Army lavora attualmente insieme ai militari della Gran Bretagna per addestrare i soldati ruandesi. In Liberia, più di una dozzina di sottufficiali dell’esercito statunitense appoggiano il Liberia Security Sector Reform, un programma diretto dal Dipartimento di Stato per aiutare la ricostituzione delle forza armate liberiane”, ha aggiunto Ward. “Altre missioni degne di menzione includono i programmi logistici a favore di Botswana, Uganda e Rwanda. Ufficiali dell’US Army operano con la African Partnership Station, la missione della marina statunitense in Africa occidentale, e con la Combined Joint Task Force – Horn of Africa, la forza militare che opera congiuntamente con i nostri partner in Africa orientale”.
Vicenza si conferma sempre più il cuore strategico delle operazioni terrestri di Africom.

Da Vicenza è sempre più Africom, di Antonio Mazzeo.

Bosnia radioattiva

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I servizi segreti bosniaci sembra abbiano scoperto anni fà un traffico di scorie e materiali radioattivi organizzato dalla stessa missione di pace NATO in Bosnia-Erzegovina, attraverso la quale la Francia “esportava” grandi quantità di rifiuti radioattivi, che venivano poi gettati nei laghi della Erzegovina.
Il quotidiano [croato Vecernji List - ndr] spiega che “il segreto di Stato dei rifiuti radioattivi” comincia con la firma degli Accordi di Dayton, quando la Erzegovina diventa un settore della divisione multinazionale sud-est, sotto il comando dell’esercito francese. È qui che la Francia ha la brillante idea di trovare una comoda soluzione al suo annoso problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi prodotti dalla sua industria nucleare, che spesso si presta ad essere oggetto di “tratte” illecite verso i Paesi del Sud-Est Europeo.
Così dal momento dell’arrivo della IFOR in Bosnia Erzegovina, e negli anni successivi, viene attivata nella regione della Erzegovina l’unità speciale dell’esercito francese per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti radioattivi, composto solo da agenti di origine Maori provenienti dalla Polinesia francese e dalla Nuova Zelanda. Occultando i trasferimenti di materiali nelle missioni di pace IFOR e SFOR, gli agenti francesi facevano sbarcare le navi contenenti rifiuti radioattivi nel porto montenegrino di Bar, per poi trasportare il carico scortato con un sproporzionato contingente francese sino a Stoca, dove i container con i rifiuti venivano riempiti con colate di cemento.
Secondo alcune testimonianze dei servizi di intelligence bosniaca, i blocchi cementati venivano gettati con degli elicotteri in tre laghi della Erzegovina, ossia Busko, Ramsko e Jablanicko. Le forze francesi, in questo modo, hanno occultato nella Bosnia centinaia di blocchi, come testimoniato dalla popolazione del luogo che assisteva nel cuore della notte a continui voli a bassa quota di elicotteri che sganciavano poi il materiale. Anche i pescatori conoscevano bene che i tre laghi erano diventati una vera e propria discarica, ed era meglio non andare a pescare in quelle acque inquinate.Le zone di stoccaggio venivano ampiamente selezionate, depositando i blocchi in fondali di grande profondità con adeguate attrezzature.

Da Rifiuti radioattivi nei laghi della Erzegovina?, di Fulvia Novellino.

Il lascito di Bill, le colpe di George, i compiti di Barack

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Da “L’ultima chance. La crisi della superpotenza americana” di Zbigniew Brzezinski, Salerno editrice, 2008 (traduzione italiana di “Second chance. Three presidents and the crisis of american superpower”, Basic Books, 2007).

Il lascito di Bill
“La fine repentina delle divisioni in Europa pose l’accento sul desiderio degli Stati postcomunisti di diventare parte integrante della Comunità atlantica. La risposta di Clinton a questo problema impiegò diversi anni a svilupparsi, ma alla fine divenne la parte piú costruttiva e duratura del suo lascito in materia di politica estera. La contestuale realtà della NATO, che abbracciava ventisette membri (venticinque dei quali europei), e un’Unione Europea a venticinque membri, indicava che il vecchio slogan di una « collaborazione transatlantica» poteva alla fine acquistare sostanza reale. Tale collaborazione possedeva il potenziale per iniettare vitalità politica in un tentativo vigoroso di forgiare un sistema mondiale piú cooperativo.
Il tema catalizzatore per il rinnovamento dell’alleanza era la questione dell’espansione della NATO. (…)
A sorpresa, quando il presidente Walesa espresse il desiderio che la Polonia diventasse membro della NATO, il presidente russo Eltsin rispose positivamente. Nel corso di una visita a Varsavia nell’agosto del 1993, con le truppe russe ancora in Germania Est, Eltsin affermò pubblicamente che non riteneva tale prospettiva contraria agli interessi russi. Il principale consigliere di Clinton per gli affari russi e il suo segretario di Stato gli suggerirono comunque cautela. Pertanto, ancora per un anno, gli sforzi statunitensi si concentrarono su un processo di “preparazione” all’allargamento, ingegnosamente etichettato «collaborazione per la pace», che aveva il merito di rendere l’allargamento piú probabile mentre ne rimandava l’effettiva decisione.
(…)
Alla fine del 1996, alla vigilia delle elezioni presidenziali statunitensi, Clinton impegnò pubblicamente gli Stati Uniti per l’espansione della NATO, e lo sforzo ebbe un’accelerazione a seguito della sua rielezione. Il segretario di Stato del primo mandato lasciò il posto a Madeleine Albright, piú dinamica e con maggiori relazioni politiche, una protégé della First Lady (oltre che amica ed ex socia dell’autore di questo libro). Impegnata personalmente per l’espansione a est della NATO, la Albright conferì una precisa direzione strategica all’operazione.
Il processo su due fronti procedeva ora con minori esitazioni. Nel maggio del 1997 fu firmato l’Atto fondatore che regolava le relazioni NATO-Russia. Il suo intento era quello di rassicurare la Russia che la NATO adesso era un partner per la sicurezza. Clinton, ancora una volta, colse l’occasione per ribadire l’amicizia dell’America con la Russia di Eltsin. In luglio Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria furono invitate ufficialmente a unirsi alla NATO. Segui presto l’invito alle Repubbliche Baltiche, a Romania e Bulgaria.
(…)
Questa volta [Kosovo, 1999 - ndr] gli Stati Uniti agirono con maggior decisione. Il segretario Albright assunse il comando per conto del governo USA. La Albright approfittò dell’impulso politico offerto dall’allargamento della NATO per modellare una coalizione politica che ponesse la Serbia di fronte a un ultimatum preciso: lasciare il Kosovo o esserne cacciata con la forza. Con l’America e l’Europa fortemente coese, una campagna di bombardamenti inflisse gravi danni alle infrastrutture serbe (anche nella capitale), mentre le truppe della NATO si ammassavano in Albania e in Grecia per organizzare una campagna di terra decisiva.
La Russia, che si oppose con forza a tali azioni, operò un estremo tentativo di inserirsi nel conflitto dispiegando un piccolo reparto nell’aeroporto di Pristina, la capitale del Kosovo, forse nel tentativo di salvare un pezzo di Kosovo per la Serbia o di ottenervi una zona di occupazione russa. Ma con la NATO politicamente determinata, il tentativo non portò a nulla. La politica di allargare e rafforzare la Comunità atlantica si dimostrò valida, e la fase terminale della crisi iugoslava si risolse a metà del 1999 nei termini occidentali e sotto la leadership americana. La Serbia fu costretta a lasciare il Kosovo.
La decisione di Clinton di inviare le truppe in Bosnia, compiuta a dispetto della risoluzione del Congresso a maggioranza repubblicana, e poi di usare la forza per costringere la Serbia a ritirarsi, fu un elemento critico per la stabilizzazione della ex Iugoslavia. E inoltre incoraggiò la cooperazione tra America ed Europa in materia di sicurezza internazionale. Nel 2004, dopo che Clinton aveva lasciato la presidenza, il comando delle forze NATO in Bosnia passò dagli Stati Uniti all’Europa, a riprova della solidità dei legami transatlantici.
La politica di Clinton nei confronti della stessa Russia, già danneggiata dall’espansione della NATO, venne tuttavia gravemente complicata dalla crisi iugoslava.
(…)
Intorno al 1990 l’America, sola, aveva raggiunto la cima del totem globale. Nel 1995 la considerazione di cui il paese godeva nel mondo aveva con tutta probabilità raggiunto il suo apice. L’intero pianeta aveva accettato quella nuova realtà e la gran parte dell’umanità la gradiva persino. Il potere americano non solo era considerato indiscutibile, ma anche legittimo, e la voce dell’America era credibile. Il merito di ciò deve essere ascritto a Clinton. Se la supremazia americana nel 1990 prese il volo, il prestigio globale raggiunse l’apogeo storico nella seconda metà del decennio.
(…)
Il presidente in persona era ammirato e quasi universalmente apprezzato, con un fascino personale paragonabile a quello di Franklin Roosevelt o John Kennedy. Ma non approfittò dei suoi otto anni alla Casa Bianca per impegnare la leadership globale americana a tracciare una via definita che le altre nazioni potessero seguire.
(…)
Senza alcun dubbio quando Clinton lasciò la carica, l’America era ancora un paese dominante, sicuro e rispettato, le relazioni con gli alleati erano sostanzialmente positive, e una notevole enfasi era stata posta sugli sforzi internazionali per portare rimedio alle smaccate ingiustizie della condizione umana. Ma alla fine dell’ultimo decennio del XX secolo la crescente ondata di ostilità nei confronti dell’America non si limitava piú al Medio Oriente. Persino alcuni degli alleati cominciavano a provare risentimento per lo strapotere americano. La proliferazione nucleare si diffondeva dopo otto anni di negoziati inconcludenti e di futili proteste. Le buone intenzioni riuscivano sempre meno a compensare la mancanza di una strategia chiara e determinata
(…)
L’eredità che nel 2001 Clinton lasciò al suo successore, antitetico dal punto di vista dottrinale, si dimostrò senza costrutto e vulnerabile.”
[pp. 79-81, 88-89, 97-99]

Le colpe di George
“George W. Bush ha frainteso il momento storico, e in pochi anni ha pericolosamente minato la posizione geopolitica dell’America. Nel perseguire una politica basata sulla convinzione che «ora noi siamo un impero, e quando agiamo creiamo la nostra realtà», Bush ha messo in pericolo l’America. L’Europa risulta sempre piú alienata. La Russia e la Cina appaiono entrambe decise e in crescita. L’Asia volta le spalle e si riorganizza, mentre il Giappone riflette su come rendersi piú sicuro. Le democrazie latino-americane divengono populiste e antistatunitensi. Il Medio Oriente è frammentato e sull’orlo di un’esplosione. Il mondo islamico è infiammato da crescenti passioni religiose e nazionalismi antimperialisti. In tutto il mondo, i sondaggi mostrano che la politica statunitense è ampiamente temuta e persino disprezzata.
La conseguenza è che il prossimo presidente degli Stati Uniti dovrà impiegare uno sforzo monumentale per restituire legittimità all’America nel suo ruolo di principale garante della sicurezza globale e ridefinire gli Stati Uniti con una risposta comune ai dilemmi sociali in espansione in un mondo che ormai si è risvegliato dal punto di vista politico e non è disponibile al dominio imperialista.”
[pp. 126-127]

I compiti di Barack
“Dato il crescente indebitamento globale americano (al momento gli Stati Uniti detengono l’80% delle riserve mondiali) e l’enorme deficit commerciale, un’importante crisi finanziaria, soprattutto in un’atmosfera di antiamericanismo carico di emotività e diffuso a livello planetario, potrebbe avere conseguenze terribili per il benessere e la sicurezza del paese. L’euro sta divenendo un serio rivale del dollaro e si parla di un concorrente asiatico per entrambi. Un’Asia ostile e un’Europa concentrata su di sé a un certo punto potrebbero essere meno disposte a finanziare il debito statunitense.
Per gli Stati Uniti da ciò derivano diverse conclusioni geopolitiche. E’ essenziale che l’America preservi e fortifichi i particolari legami transatlantici.
(…)
Comunque, siccome le nuove realtà politiche globali vanno nella direzione di un declino del tradizionale dominio dell’Occidente, la Comunità atlantica deve mostrarsi aperta a una maggior partecipazione da parte dei paesi non europei. Ciò implica, in primo luogo e soprattutto, uno sforzo serio per coinvolgere il Giappone (e per estensione la Corea del Sud) nelle consultazioni chiave. Si dovrebbe prevedere anche un ruolo particolare per il Giappone nei piani di sicurezza della NATO allargata, oltre a qualche partecipazione volontaria in alcune missioni della NATO. In breve, coinvolgendo in maniera selettiva i paesi non europei piú avanzati e democratici in piani di stretta collaborazione sulle questioni globali, un centro moderato, ricco e democratico potrebbe continuare a proiettare in tutto il mondo la propria influenza positiva.
(…)
I cinesi sono pazienti e calcolatori. Questo offre all’America e al Giappone, oltre che alla Comunità atlantica in espansione, il tempo di coinvolgere Pechino in responsabilità condivise per la leadership globale. Negli anni a venire la Cina diventerà o un giocatore chiave in un sistema globale piú giusto o la principale minaccia alla stabilità di quel sistema, che ciò avvenga a causa di crisi interne o per qualche sfida esterna. Pertanto, gli Stati Uniti dovrebbero incoraggiare un ruolo sempre maggiore per la Cina nelle istituzioni e nelle imprese internazionali.
E’ giunta l’ora di affrontare il fatto che il summit del G8 dei “leader mondiali” è divenuto un anacronismo.
(…)
Un corpo piú rappresentativo – anche se ancora informale ed esterno al sistema dell’ONU – potrebbe affrontare, piú in sintonia con lo spirito dei tempi, questioni basilari come l’equità in materia di non proliferazione nucleare, la divisione adeguata del peso della lotta alla povertà globale o i bisogni comuni dei paesi ricchi e di quelli poveri per combattere le conseguenze del riscaldamento globale. Le discussioni del G8 su questi argomenti sono oggi condotte entro confini storici anacronistici.
Persino con queste nuove istituzioni sarà sempre conveniente per l’America infondere un senso di comune direzione in un mondo inquieto. L’America è, e rimarrà per un certo tempo, l’unica potenza in grado di far muovere la comunità globale nella direzione necessaria. Ma per fare ciò potrebbe essere indispensabile un’epifania nazionale riassunta al meglio (anche se con qualche rischio di esagerazione) da due note espressioni: rivoluzione culturale e cambio di regime. Il fatto è che sia l’America sia la politica americana hanno bisogno di un rinnovamento derivato dalla comprensione da parte del popolo dell’impatto rivoluzionario di un’umanità piú risoluta dal punto di vista politico.
(…)
Pertanto all’inizio dell’era globale una forza dominante non ha altra scelta che perseguire una politica estera che sia realmente mondialista nello spirito, nei contenuti e negli obiettivi. La cosa peggiore per l’America, e per il mondo intero, sarebbe che la politica statunitense fosse considerata arrogante e imperialista in un’epoca postimperiale, mirata alla ricostruzione del colonialismo in un’era postcoloniale, indifferente ed egoista di fronte a un’interdipendenza globale senza precedenti e moralistica dal punto di vista culturale in un mondo caratterizzato dalle diversità religiose. La crisi della superpotenza americana sarebbe in tal caso estrema.
E’ essenziale che la seconda chance americana dopo il 2008 ottenga un maggior successo della prima, perché non ce ne sarà una terza. L’America deve urgentemente modellare una politica estera post-guerra fredda veramente mondialista. Può ancora farlo, sempre che il prossimo presidente, consapevole che «la forza di una grande potenza diminuisce quando cessa di servire un’idea», scelga di collegare in maniera tangibile la potenza americana alle aspirazioni di un’umanità risvegliata dal punto di vista politico.”
[pp. 149-152]

Guai ai vinti

Mosca, 22 luglio – Il rappresentante russo presso la NATO, Dmitry Rogozin, ha chiesto che i leader occidentali responsabili del bombardamento della Jugoslavia nel 1999 siano processati da un tribunale speciale insieme all’ex presidente della Repubblica serba di Bosnia Radovan Karadzic. Lo riporta l’agenzia Interfax. ”Se il caso di Karadzic merita di essere considerato a L’Aja, allora accanto a lui sul banco degli imputati dovrebbero esserci coloro che hanno preso la decisione di bombardare persone completamente innocenti, centinaia delle quali sono morte durante la ‘democratizzazione’ dei Balcani da parte dell’Occidente”, ha dichiarato Rogozin a Bruxelles.
(ASCA-AFP)

Il modo italiano di fare peacekeeping

 

Durante l’estate del 2007, sul sito Internet della rivista di geopolitica “Limes” è apparso un articolo del generale Filiberto Cecchi sul modo italiano di gestire le missioni all’estero per il mantenimento della pace. Vogliamo qui presentare alcune considerazione sviluppate dal generale di Corpo d’Armata in ausiliaria Fabio Mini, quale replica “polemicamente” argomentata alle posizioni del collega, esponente dell’attuale dirigenza militare responsabile – secondo Mini – del sistematico rigetto di tutto il capitale di prestigio accumulato in tanti anni di peacekeeping.
La cosiddetta via italiana al peacekeeping, iniziata in Libano e maturata in Albania, Somalia, Mozambico ed oggi di nuovo in Libano, non ha nulla a che vedere con le azioni militari intraprese contro la Serbia, l’Afghanistan e l’Irak. Vere e proprie guerre, queste.
Se essa oggi sopravvive in Bosnia, Kosovo e Libano o in qualche punto dello stesso Afghanistan è solamente – a parere di Mini – grazie a comandanti sul campo particolarmente intelligenti e caparbi ma non ad una linea di condotta emanata dall’alto.
Anzi, l’attuale vertice militare italiano – cosa tutt’altro da celebrare, indebito e menzognero tentativo di appropriazione di una concezione ormai desueta – continua a chiamare col nome di peacekeeping delle operazioni di guerra in territorio di guerra a fianco di alleati in guerra “soltanto per nascondere i veri scopi ed eludere le stesse leggi nazionali”.
In queste situazioni l’unica “via italiana” che ci viene ormai da più parti riconosciuta con disprezzo è quella di non dire mai no a quello che i potenti (leggasi NATO e Stati Uniti) richiedono, ma di non impegnarsi mai fino in fondo. Caratteristica che riguarda non i soldati ma i vertici militari che giocano sulla capacità e flessibilità dei primi per assecondare all’infinito l’ambiguità e l’equilibrismo dei vari governi, senza che gli stessi vertici militari abbiano mai trovato nulla da ridire, obiezioni da fare.
In Irak, l’Italia ha partecipato ad una guerra senza volerla fare, senza avere interessi a farla, al di fuori del quadro giuridico internazionale, in ossequio all’esigenza degli anglo-americani di avere un numero tale di Stati al fianco da poterla presentare come un fatto d’interesse collettivo. Per far questo – stigmatizza Mini – ci siamo uniti a eserciti di Paesi assolutamente insussistenti sul piano della sicurezza internazionale, abbiamo avvallato menzogne e nefandezze di ogni genere e spaccato il fronte europeo contrario al coinvolgimento in quel teatro. Dal canto loro, gli anglo-americani hanno tollerato che il contingente italiano, insieme ad alcuni altri, si spacciasse per peacekeeping ritenendosi esentato dalle operazioni prettamente militari. Per poi definire il successivo ritiro ininfluente, alla luce del fatto che il contributo alla sicurezza ed alla ricostruzione era stato praticamente nullo.
Analogamente in Afghanistan, dove l’iniziale orientamento ad interpretare il tradizionale ruolo di peacekeeping ed assistenza è stato stravolto dall’assunzione del comando nel contesto della NATO e poi dall’adesione di questa alla guerra dichiarata di Enduring Freedom. Anche in questo caso, l’Italia si è quindi risolta nell’astensione di fatto dalle operazioni belliche e nell’ambiguità di considerare mantenimento della pace ciò che è “semplicemente” guerra.
In nessun caso, né in Afghanistan né in Irak, si è mai intrapreso il tentativo di indurre un cambio della strategia complessiva presso chi di dovere. Così l’unica via italiana al peacekeeping – conclude Mini – è stata quella fatta di indecisioni, ammiccamenti, sudditanza ed ipocrisia.

NATO: la storia

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La NATO (acronimo di North Atlantic Treaty Organization, Organizzazione del Trattato Nord Atlantico) nasce a Washington il 4 aprile 1949 per volontà di dodici Paesi fondatori: Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Portogallo, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. Nel 1952 vi furono le adesioni di Grecia e Turchia, che almeno in quella occasione misero tra parentesi la loro storica rivalità. Essa si configurò subito come un sistema militare a carattere esclusivamente difensivo, nel quale ogni Stato aderente si impegnava a dare aiuto militare nel caso di aggressione ad una o più delle parti contraenti. La NATO fu legittimata dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che inseriva nel quadro del diritto internazionale anche il “diritto alla legittima difesa”.
La legittimazione esclusivamente “anticomunista” della NATO perde parte della propria credibilità se si considera che il Patto di Varsavia – l’alleanza militare in chiave antioccidentale dei Paesi del blocco comunista – fu sancito ufficialmente solo il 15 maggio 1955, ben 6 anni dopo l’istituzione della NATO stessa. Alla quale nello stesso anno aderì, non a caso, anche la Repubblica Federale Tedesca.
La strategia militare statunitense degli anni seguenti si è sempre ispirata a due principi fondamentali: da una parte, preservare il territorio degli Stati Uniti da un eventuale attacco nucleare sovietico; dall’altra, limitare l’area del possibile conflitto al solo scacchiere europeo. In questo quadro si inserisce non solo la NATO ma anche la presenza in territorio europeo di basi militari alle dirette dipendenze di Washington, sull’attività delle quali i governi europei hanno sempre avuto un controllo assai debole. Continua a leggere