Quel sentimento di inattaccabilità

isola mondo“La potenza statunitense, insediata su un territorio insulare cento volte più grande dell’Attica a cavallo tra due oceani, dispone delle prerogative necessarie per poter esercitare un’egemonia mondiale. Se ne rese lucidamente conto l’ammiraglio A. T. Mahan, “profeta armato” (così lo definisce Terracciano) della geopolitica americana del XIX secolo, il quale in The influence of sea power upon history. 1660-1783  mostrò l’influenza esercitata dalla potenza marittima (sea power) nei due secoli precedenti. Successivamente, nello stesso anno in cui Mackinder dava alle stampe The Geographical Pivot of History, Mahan pubblicò un saggio che avrebbe richiamato l’attenzione di Carl Schmitt.
“In un saggio del luglio 1904 – scrive nel 1942 Carl Schmitt in Land und Meer – Mahan parla delle possibilità di una riunificazione fra l’Inghilterra e gli Stati Uniti d’America. La ragione più profonda di tale riunificazione non è da lui ravvisata nella comunanza di razza, lingua e cultura. Egli non sottovaluta affatto questi punti di vista spesso addotti da altri autori, ma li considera soltanto utili elementi aggiuntivi. Decisiva gli appare piuttosto la necessità di mantenere il dominio anglosassone sui mari del mondo, il che può avvenire solo su base ‘insulare’, mediante l’unione fra le due potenze angloamericane. In seguito allo sviluppo moderno, l’Inghilterra stessa è diventata troppo piccola, e quindi non è più isola nel senso inteso finora. Sono piuttosto gli Stati Uniti d’America la vera isola contemporanea. E’ un fatto di cui non ci si è ancora resi conto, sostiene Mahan, a causa della loro dimensione, ma che corrisponde ai parametri e alle proporzioni attuali. Ora, il carattere insulare degli Stati Uniti dovrebbe garantire la salvaguardia e la prosecuzione del dominio sul mare su base più ampia. L’America sarebbe, insomma, l’isola maggiore che perpetuerebbe la conquista britannica del mare e la proseguirebbe su più vasta scala come dominio del mare angloamericano sul mondo intero” .
La coscienza dell’insularità, afferma Terracciano, favorisce negli statunitensi l’insorgere di una sorta di mania di persecuzione: la potenza egemone del continente nordamericano avverte il senso di un’incombente minaccia, che proverrebbe tanto dall’Atlantico quanto dal Pacifico. Si tratta di una specie di paranoia, che induce gli Stati Uniti a perseguire il controllo geopolitico sia della sponda europea sia di quella asiatica. Infatti “la loro ambizione non si fermava alle isole del Pacifico, ma pretendeva di toccare la sponda asiatica e schiacciare l’avversario. Essi non disponevano soltanto dei mezzi per raggiungere questo obiettivo, ma, in Asia come in Europa, potevano servirsi a loro discrezione di indispensabili complici sulle teste di ponte già installate. Per una potenza marittima, il mare è lo spazio vitale e non una frontiera. Le sue frontiere si trovano sulle sponde opposte”.
Simultaneamente, l’esistenza insulare ha infuso nei nordamericani quel sentimento di inattaccabilità che promana dalle parole di Thomas Jefferson: “Per nostra fortuna la natura ed un vasto oceano ci separano dalle devastazioni sterminatrici di un quarto del globo”. Così la fortezza insulare inespugnabile è la “terra promessa” separata dalle nazioni corrotte che abitano il resto della terra: un elemento fondamentale di quella parodistica teologia che informa la visione americana del mondo e che ispira l’imperialismo statunitense.”

Dalla prefazione di Claudio Mutti a L’Isola del Mondo alla conquista del pianeta, di Carlo Terracciano, Anteo edizioni, 2012.

La geopolitica è come “il letto di un fiume”

“La geopolitica è come “il letto di un fiume” nel quale scorre la viva corrente degli accadimenti storici.
Esso segna i limiti, il tracciato, le linee entro cui si incanalano le acque. Questi limiti non sono determinanti in assoluto; le acque a loro volta ne possono debordare e, comunque, con il passare del tempo, si scavano nuovi percorsi, altri ne abbandonano. Talvolta le acque si abbassano, ristagnano. Si creano paludi, acquitrini o il fiume si secca completamente nell’arsura di una siccità; proprio come accade a certi popoli che per anni o per secoli sembrano sparire (talvolta è per sempre) dalla faccia della Terra, rifluiti ai margini, nelle secche della grande politica mondiale. Altre volte invece la piena inattesa, improvvisa dilaga, si avventa oltre gli argini prestabiliti, inonda e travolge, fiume impetuoso e inarrestabile che sbaraglia ogni ostacolo sul suo cammino. E l’immagine che più si adatta alle grandi invasioni “barbariche”, alle orde dei Gengis Khan e dei Tamerlano, degli Unni e dei Turchi, fino alle più apparentemente organizzate (questione di punti di vista) ma non meno folgoranti e travolgenti parabole dei grandi condottieri politici e militari da Alessandro Magno a Napoleone, da Cesare a Hitler.
Ancora, in certi punti, il fiume prosegue lento e maestoso tra ampie rive quasi soddisfatto del proprio acquisito imperium fino a confondersi nell’oblio dell’oceano; ma è quello stesso fiume che dalle sue fonti scese in mille torrenti di acqua limpida e giovane, facendosi largo tra strettoie e lanciandosi da alti dirupi in fantasmagoriche cascate piene di energia. Senza il letto del fiume le acque si disperderebbero prive di direzione, depotenziate dal mancato incanalamento, in mefitici pantani; senza le acque il letto del fiume sarebbe solo un solco riarso in una terra secca e sterile.
Per uscir di metafora, è la VOLONTÀ degli uomini, dei capi seguiti dai loro popoli, in ogni campo del pensiero e dell’azione, quella che crea e distrugge le grandi civiltà, che edifica e abbatte gli imperi, in una parola “che fa la storia”.
La geopolitica indica il letto del fiume della storia, studia le direttrici geografiche, le linee di forza per le quali la volontà creatrice deve incanalarsi proficuamente, gli spazi vitali alla sopravvivenza e alla crescita, i punti morti e i pericoli mortali per la stessa.
Essa inoltre analizza l’elemento vivo e vitale, gli uomini, i popoli, le culture, le civiltà, le etnie nella loro specificità e nelle rispettive correlazioni: il “blut” e il “boden“!
Per tutto questo “la Reapolitik (è) pronta a sacrificare il particolare al generale, il contingente all’essenziale, il momentaneo al duraturo; libera tanto dai ceppi del piccolo moralismo borghese, laico o religioso che sia, quanto dai miopi utilitarismi materialistici contingenti che si celano dietro il logoro cencio sventolato dalla borghesia cosmopolita, egalitaria, vilmente pacifista e avidamente cinica”.
Senza la geopolitica dunque la volontà politica risulterebbe dispersiva e fuorviante; senza la volontà politica la geopolitica non sarebbe che sterile erudizione nozionistica, futile e vana. Per questo potremmo allora affermare, parafrasando il motto di Guglielmo d’Orange “Dove c’è una Volontà c’è una Via”, che “Dove c’è una Via deve agire una Volontà”.”

Da Nel fiume della storia, di Carlo Terracciano, Edizioni all’insegna del Veltro, pp. 30-32 (per gentile concessione dell’editore).